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giovedì 10 febbraio 2022

Perché mi oppongo alla proposta di legge contro l’islamofobia - Masih Alinejad

 

Negli Usa una proposta di legge della deputata musulmana Ilhan Omar rischia di limitare la possibilità di criticare le pratiche discriminatorie dell’islam. L’allarme della giornalista iraniana promotrice di diverse campagne in favore dei diritti delle donne musulmane.

 

(testo originale apparso sul Washington Post)

Cinque anni fa, il giorno dopo l’insediamento di Donald Trump alla presidenza, partecipai alla più grande manifestazione della storia degli Stati Uniti: la Women’s March del 2017. Fu la mia prima manifestazione nel mio nuovo Paese. Quello che più mi colpì fu quello che non accadde: nessuno ci picchiò, nessuno ci arrestò, nessuno ci sparò.
Da persona che più volte era stata presa di mira dal regime autoritario del proprio Paese d’origine, l’Iran, trovai quell’esperienza sorprendente.
È per questo che mi preoccupano alcune iniziative che rappresentano precedenti che potrebbero minare la nostra libertà di espressione. A dicembre, con 219 voti a favore e 212 contrari la Camera ha approvato il Combating International Islamophobia Act. Il disegno di legge, proposto dalla deputata Ilhan Omar, prevede la creazione di un ufficio per combattere l’islamofobia nel mondo all’interno del Dipartimento di Stato e incarica quest’ultimo di includere i dati sui casi di islamofobia nei report sui diritti umani.

Non c’è dubbio che il governo degli Stati Uniti debba agire per difendere i musulmani all’estero, ovunque vengano commessi crimini contro di loro, come nei casi degli uiguri in Cina o dei rohingya in Myanmar. Ma il governo degli Stati Uniti lo sta già facendo, senza bisogno di istituire un nuovo ufficio del tipo richiesto da Omar, che invece comporta seri rischi. Il disegno di legge, infatti, non fornisce una definizione chiara di islamofobia, né prende una netta posizione contro i crimini che gli Stati islamici perpetrano contro i loro stessi popoli. È legittimo dunque chiedersi: la critica ai talebani sarà considerata una forma di islamofobia? E la critica alla Repubblica islamica dell’Iran? Si potrà criticare Hamas o Hezbollah come organizzazioni terroristiche?

Contattato per un commento, l’ufficio di Omar ha risposto accusandomi di «ripetere (…) argomenti dei repubblicani bigotti»: «È un segno di malafede supporre che un inviato del Dipartimento di Stato incaricato di monitorare e combattere gli atti di islamofobia ufficiale, che in alcuni casi hanno raggiunto il livello del genocidio, condannerebbe anche i Paesi che muovono critiche ai regimi oppressivi o ai terroristi».

Devo chiarire: non ho nulla contro Omar. Come lei, ho molti parenti musulmani devoti che amo e rispetto. Come lei, mi identifico come femminista. E, contrariamente a coloro che hanno cercato di dipingermi come di parte, sono molto lontana dall’essere un’attivista repubblicana: i diritti umani sono per me una questione bipartisan.

I regimi che promuovono ideologie islamiste, come quelli iraniano, turco o saudita, hanno eserciti di consulenti e lobbisti ben pagati che possono usare i diritti e le libertà che questo Paese offre per minare i princìpi che sostengono quelle libertà. Temo che la legislazione proposta da Omar farà il gioco di coloro che vogliono limitare il libero dibattito e la critica.

Il dizionario Merriam-Webster definisce “fobia” una “paura esagerata” o “un’intolleranza o avversione”. Ma molte donne che vivono in Paesi come l’Iran, l’Afghanistan controllato dai talebani o l’Arabia Saudita hanno una paura del tutto razionale delle leggi della sharia. Denunciare le leggi che trattano le donne come cittadine di seconda classe non è islamofobia.

Ho raccontato molte volte le mie lotte personali contro le leggi della sharia, compresi i conflitti che ho avuto, e ancora ho, con la mia famiglia. Mia madre è una musulmana devota che indossa sempre l’hijab. Io invece ho sfidato il dominio clericale con la mia attività giornalistica fino a quando sono stata cacciata dall’Iran. Ho lanciato una campagna contro l’obbligo dell’hijab, chiedendo che alle donne iraniane fosse data la libertà di scegliere il proprio destino.

Una tale critica all’obbligo dell’hijab sarà etichettata come islamofobia?

Anche prima di questo disegno di legge, molti dissidenti iraniani subivano la pressione dei social media statunitensi affinché attenuassero le loro critiche all’Iran e ai talebani. Alcuni dei loro post sono stati rimossi, alcuni account sospesi. Criticare le peggiori pratiche degli islamisti molto spesso procura discredito. Chi critica qualche aspetto dell’islam, è oggetto di minacce di morte da parte dei fanatici e di censura da parte dei liberali ben intenzionati che non vogliono offendere nessuno.

Qualche settimana dopo la Women’s March contattai alcune delle organizzatrici per chiedere loro sostegno alla mia campagna contro l’hijab obbligatorio. Quasi nessuna fu disposta a farlo per paura di essere accusata di promuovere l’islamofobia.

Ma le donne del Medio Oriente stanno prendendo la parola da sole. Recentemente, ho lanciato una nuova campagna sui social media usando l’hashtag #LetUsTalk. Ho semplicemente postato due fotografie: una mi mostrava da bambina con l’hijab, l’altra come sono oggi, un’adulta libera di scegliere come vuole vivere. Ho esortato le donne del Medio Oriente e dell’Afghanistan a raccontare le loro storie su come le leggi della sharia limitano e danneggiano le donne e le ragazze. Centinaia hanno già condiviso le loro storie. Non imponiamo ulteriori fardelli che potrebbero limitare la loro possibilità di farlo.

 

(traduzione dall’inglese di Cinzia Sciuto)

da qui

martedì 2 giugno 2020

Alessandro Portelli, Andrea Bocconi e Ilhan Omar sull'assassinio di George Floyd

La civiltà del ginocchio sul collo - Alessandro Portelli

C’è qualcosa di mitologico nell’immagine del poliziotto col ginocchio sul collo della vittima a Minneapolis – San Giorgio che calpesta il drago sconfitto, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’elefante o il rinoceronte ucciso in safari… Figure della vittoria della virtù sulla bestia, dello spirito sulla natura, della civiltà sul mondo selvaggio … E del bianco sul nero.
Così deve essersi sentito il poliziotto Dereck Chauvin, domatore sul corpo prostrato di George Floyd in mezzo alla strada davanti a tutti. Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra e calpesta, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e il più simbolico dei diritti: il respiro, vita del corpo e soffio dello spirito. A Minneapolis, la civiltà è la bestia, l’ordine è selvaggio, la legge è l’arbitrio, l’umanità è soffocata e soppressa. Jack London lo chiamava il Tallone di ferro.
Stavolta è un ginocchio, a New York al collo di Eric Garner era un braccio; ma la sostanza è la stessa. Anche per questo in strada non sono scesi solo i fratelli e le sorelle afroamericani, i più prossimi alla vittima, ma anche tanti di quelli – bianchi e latini, uomini e donne – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà della sussistenza, della perdita dei diritti, dello svuotamento della democrazia. Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere. Il respiro spezzato di George Floyd e di Eric Garner è anche una figura della loro voce negata.
È una parte di America senza diritto di parola, senza voto e senza rappresentanza quella che è esplosa in tutto il paese. Lo stato è in mano a forze che lo pensano come potere di dominio senza responsabilità di governo; quando il paese diventa ingovernabile sanno solo minacciare sparatorie ed evocare «cani feroci» da scagliare addosso ai manifestanti – salvo nascondersi nel bunker come un dittatorello spaventato dai suoi stessi sudditi.
Peraltro, la vigliaccheria è funzionale anche a un consapevole disegno politico: drammatizzare la situazione, accentuare il conflitto, radicalizzare le aree di consenso su cui si basa il sostegno elettorale di Trump, far dimenticare la disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria, cogliere l’occasione per criminalizzare il dissenso. C’è un’intenzionale parallelismo fra il gesto di Trump di scendere nel bunker e quello del vicepresidente Cheney dopo l’11 settembre: come dire che questa crisi è la stessa di allora (e i «terroristi» sono gli «antifa») e legittima la stessa politica securitaria, le stesse violazioni e sospensioni della democrazia di allora.
Né l’alternativa possono essere le parole flebili, convenzionali, di prammatica (e soprattutto: parole, in un momento che avrebbe bisogno di azioni, di gesti significativi) che sono venute da Biden e del partito cosiddetto democratico, che peraltro di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi.
Fino a una settimana fa, la più plausibile candidata democratica alla vicepresidenza era Amy Klobuchar, ex pubblico ministero della contea di Minneapolis, che in quanto tale aveva lasciato correre, e anzi appoggiato, l’aggressività endemica della polizia ed era perfino accusata di aver lasciato indenne in un caso precedente lo stesso Derek Chauvin. Anche se è ormai chiaro che non sarà lei la prescelta, l’avere solo pensato a lei per la vicepresidenza (e quindi in futuro anche per una possibile candidatura presidenziale) ci dice quanto questi temi fossero estranei alla visione della leadership democratica.
La sola opposizione in questo momento sta nelle strade. La «violenza» non piace a nessuno; ma se i senza parola non avessero alzato la voce Dereck Chauvin l’avrebbe fatta franca come sempre e come tutti gli altri; e se non avessero parlato con il fuoco nelle strade, le istituzioni si sarebbero limitate a licenziarlo ma non l’avrebbero, troppo tardi, incriminato. Tutti applaudivano quando un grande scrittore come James Baldwin, sugli echi biblici di un grande spiritual, ammoniva: la prossima volta il fuoco.
Bene, la prossima volta è questa, il commissariato di polizia a Minneapolis brucia davvero. E ora che le parole di Baldwin diventano fatti, tutti a stigmatizzare la violenza come se non li avessero avvertiti prima, invece di domandarsi che cosa potevamo fare perché non fosse ancora una volta inevitabile e che cosa dovremo fare, quando i fuochi sembreranno spegnersi, perché non sia necessario che divampino un’altra volta.
Per fortuna, nelle strade d’America c’è stato anche il gesto concreto di un’altra opposizione, che segna davvero una novità storica – e viene da gruppi imprevisti di lavoratori. Hanno cominciato gli autisti degli autobus di Minneapolis, rifiutandosi di potare in carcere i manifestanti arrestati. Ma il messaggio più potente viene propria da dentro quello che sarebbe il campo avverso: sono i poliziotti che si uniscono ai cortei dei manifestanti, che solidarizzano con la protesta, che dicono basta alla solidarietà a priori con i propri colleghi picchiatori e assassini.
Mi colpisce che gli episodi più clamorosi vengano da realtà con un forte potere simbolico: Camden, New Jersey (città di Walt Whitman, poeta della democrazia, e periferia disastrata), Flint, Michigan (la città operaia della General Motors e Michael Moore, avvelenata dagli scarichi industriali nelle acque col silenzio del governo federale), e soprattutto Ferguson, Missouri, la città dove l’assassinio di Michael Brown e la repressione militare della protesta hanno aperto nel 2014 una nuova fase che culmina (per ora) con gli eventi di oggi.
A Ferguson, la polizia era armata come un esercito di occupazione, e addestrata a pensare ai manifestanti, letteralmente, come «nemici». Che poliziotti di Ferguson si inginocchino in omaggio a un afroamericano ammazzato da uno come loro significa che c’è un limite a tutto, che questo limite è stato oltrepassato, e che qualche coscienza comincia a cambiare. Forse non basta, ma non era mai successo prima. Forse, adesso che il drago si scuote, anche San Giorgio comincia ad avere qualche dubbio.



George Floyd, ho letto la perizia dell’autopsia: certi referti sono cortine fumogene - Andrea Bocconi



Come psicologo devo stare molto attento non solo a quello che dicono le parole, ma anche a quello che celano, e al sottotesto, ovvero a tutti gli impliciti del discorso. Sono andato a controllare il testo in inglese dell’autopsia preliminare di George Floyd. La traduzione apparsa sui giornali italiani mi sembra fedele.
Il medico legale scrive che non ci sarebbero evidenze fisiche che possano supportare una diagnosi di strangolamento o asfissia traumatica. È una formula anodina, che non esclude del tutto, ma sottolinea che non ci sono prove. La domanda che sorge è: se non è morto per quel ginocchio sul collo per nove minuti, che gli faceva dire “non respiro”, di che è morto?

La risposta è ricca di ipotesi. La combinazione di tre elementi: essere fermati dalla polizia, patologie pregresse, una sostanza intossicante presente nel corpo di Floyd. La prima mi preoccupa particolarmente: se mi ferma la polizia effettivamente provo un certo batticuore, anche se ho tutto in regola. Immagino di non essere l’unico. Se poi uno soffre di ipertensione (e qua non si dice se Floyd ne soffriva, come tanti dopo i quaranta in forma lieve, media, gravissima) la situazione si aggrava: il mio batticuore potrebbe diventare un infarto. Quanto poi alla sostanza intossicante, quale era? Aveva bevuto un whisky? Si era fatto una canna? Aveva preso anfetamine? Dove è la perizia tossicologica?
Qua le parole sono state scelte con cura, per non dire, per suggerire la disgrazia, il caso sfortunato, per spacciare per rilievi scientifici, tatti, quelle che sono solo ipotesi, le più favorevoli per la polizia. Certi referti sono cortine fumogene, lo abbiamo visto anche in Italia, vedi il caso Cucchi.
Peccato per il poliziotto che ci siano i video, altrimenti si poteva sostenere che era morto di spavento: questi neri son molto emotivi, si sa. Ci sta, perché la polizia americana tende ad avere il grilletto facile con i neri. Ne uccide un numero sei volte superiore a quello dei bianchi. Chi non si spaventerebbe ad essere fermato dalla polizia di Minneapolis, che ha una pessima reputazione di razzismo?
Lo dice Marlon James, scrittore vincitore del Booker Prize che in quella strada di Minneapolis ha vissuto, nell’intervista su Republica di sabato. Ma è afroamericano. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più del medico legale. Tiro a indovinare: non è nero.

venerdì 19 luglio 2019

Come spie israeliane stanno invadendo Facebook e Twitter - Asa Winstanley




Israele opera segretamente avvalendosi di un esercito di migliaia di troll, finanziato in parte da un dipartimento del governo.
Il Ministero degli Affari strategici è rivolto a una “guerra” globale contro il BDS, il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per i diritti dei palestinesi.
Per occultare il suo coinvolgimento, il ministero ha ammesso di lavorare attraverso gruppi di facciata che “non vogliono esporre la loro connessione con lo stato”.
L’esercito di troll Act.IL è uno dei tanti gruppi di questo tipo. Si concentra sulla diffusione della propaganda israeliana online.
Cosa fa con il suo budget di milioni di dollari?
Act.IL è gestito da un’ex spia israeliana che ha dichiarato che il suo team è coinvolto in “un nuovo tipo di guerra”.
Anche se Act.IL nega pubblicamente di essere sostenuto dal governo israeliano, il capo dell’esecutivo del gruppo ha ammesso in ebraico di lavorare a stretto contatto con i ministeri israeliani e, in inglese, che il suo staff è composto in gran parte da ex spie israeliane.
Il suo nome è Yarden Ben Yosef. L’anno scorso, aveva spiegato i metodi del suo gruppo in un articolo per un giornale destinato ai diplomatici israeliani. Lamentava che per quanto riguardava Gaza, in quel maggio “la narrativa palestinese sui media mondiali prevaleva rispetto a quella israeliana”.
I cecchini israeliani hanno massacrato più di 60 manifestanti palestinesi disarmati in un solo giorno durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, ferendone altre migliaia.
Ben Yosef sosteneva la necessità di “inserirci” nelle discussioni online, perché i lettori oggigiorno vedono la sezione dei commenti sotto gli articoli pubblicati dai siti web come parte della storia.

Collegamenti operativi
Usando sofisticati “software di monitoraggio”, ha scritto, Act.IL ha osservato attentamente notizie e social media la settimana prima dell’apertura della nuova ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme – uno dei fattori scatenanti delle proteste palestinesi.
Ben Yosef ha spiegato che “controllare la discussione sui media online è diventata la nostra priorità assoluta”.
Ha rivendicato la vittoria conseguita con questi sforzi, “sbattendo con successo in cima alla lista i commenti pro-israeliani nell’85% dei casi”.
Ha scritto che questa strategia consente ad Israele di aggirare la sua “limitata capacità di influenzare l’opinione pubblica mondiale durante le crisi” a causa della “identità ufficiale” delle agenzie governative.
Presumibilmente gruppi “di base” come Act.IL funzionano per Israele come fronte conveniente per fare proprio questo.
In un’intervista solo in ebraico rilasciata lo scorso anno a Forbes Israel, Ben Yosef ha reso ancora più espliciti i collegamenti operativi di Act.IL con lo stato.
“Lavoriamo con il Ministero degli Affari Esteri e con il Ministero degli Affari Strategici”, ha ammesso. Ben Yosef ha aggiunto che Act.IL chiede il parere di questi ministeri e intraprende “progetti comuni” con essi.
Ha detto che questo è fatto “senza compenso” – affermazione indebolita da rivelazioni di finanziamento fornite dal Ministero degli Affari Strategici nel 2017.
Quali sono questi “progetti comuni” e come funzionano esattamente?

Messaggistica
La prima pagina del sito web di Act.IL presenta alcuni dei suoi principali temi di propaganda: Hamas è il male, mentre Israele è diverso, Israele “NON è uno stato di apartheid” e gli attivisti di solidarietà con la Palestina sono contro la “libertà di parola”.
In altre parole, l’obiettivo è quello di diffamare i palestinesi e i loro sostenitori, cambiando contemporaneamente il soggetto e distraendo dagli abusi dei diritti umani compiuti da Israele.
Nel suo whitewashing, Act.IL sembra avere un debole per le uscite imbarazzanti – una caratteristica abbastanza tipica di falsi gruppi di base sostenuti dallo stato.
Uno slogan che si intitola “Israel Extreme Yourself”, è descritto da Act.IL come “un modo fresco e nuovo” per promuovere Israele attraverso “sport estremi”. Il video mostra giovani israeliani che praticano il surf, lo snowboard e lo skydiving.
Act.IL afferma che nelle prime 36 ore di pubblicazione “il video ha raggiunto più di 250.000 visualizzazioni e oltre 2.000 condivisioni”. Ma il video a cui il sito Web si riferisce ha invece meno di 2.000 visualizzazioni su YouTube al momento della stesura di questo articolo.

TRADUZIONE: Pallywood, parola composta da palesinese e Hollywood, è un neologismo usato per descrivere impostura distorsione manipolazione dei media studiate per vincere la guerra contro Israele con l’opinione pubblica. Smascherare casi di Pallywood è un esempio della nostra strategia di attivismo online. I nostri volontari nella situation-room hanno smascherato un post falso su Facebook che accusava “l’aeronautica militare israeliana di uccidere i bambini a Gaza”, mostrando una foto tratta dal film hollywoodiano “The Final Destination”. Abbiamo creato una campagna che rivela le bugie di Hamas, più di 30 milioni di utenti sono stati raggiunti da questa campagna, uno di questi è stato l’editore del quotidiano tedesco RTL che ha deciso di creare un notiziario in prime-time alla TV tedesca che ha raggiunto altri milioni con la rivelazione delle menzogne.

Un’altra delle sue campagne è più sinistra. Implica l’uso dell’insulto “Pallywood”, comune nella destra, per calunniare i palestinesi come bugiardi innati.
Simili teorie di cospirazione razzista sembrano dare molte informazioni sulla propaganda di Act.IL – il suo amministratore delegato Yarden Ben Yosef ha anche ritweettato il famigerato islamofobo Daniel Pipes.

Le origini
Le radici di Act.IL si trovano nel Centro interdisciplinare, o IDC, a Herzliya, un’università israeliana con stretti collegamenti con le agenzie di intelligence statali.
Act.IL ha anche stretti legami con l’Israeli American Council – una lobby di destra finanziata da Sheldon Adelson, un miliardario magnate dei casinò che è stato il principale donatore della campagna elettorale presidenziale di Donald Trump.
L’Israeli American Council è guidato da Adam Milstein, un magnate del settore immobiliare, imprigionato una volta per frode fiscale.
Integrando il finanziamento del ministero anti-BDS di Israele, Adelson ha donato anche a Act.IL.

 Yarden Ben Yosef di Act.IL appare in un panel AIPAC del 2018 con il finanziatore di Il progetto IsraeleAdam Milstein, e Jacob Baime, un altro funzionario della lobby israeliana che ha ammesso privatamente di coordinarsi con il ministero anti-BDS israeliano. (Facebook)
Come dichiara il sito web Act.IL, l’idea dell’app è venuta dalle “situation rooms” a breve termine che hanno operato a Herzliya durante i principali attacchi israeliani a Gaza nel 2012 e 2014.
Ognuna di queste “situation rooms” era intitolata in ebraico “Hasbara war room”. Letteralmente tradotto come “spiegazione”, hasbara è una comune parola ebraica che sta per “propaganda”.
Come riportato da The Electronic Intifada, la “war room” del 2014 fu istituita da Yarden Ben Yosef, allora presidente dell’unione studentesca dell’IDC.
È stato Ben Yosef a fondare Act.IL, e continua a lavorare come amministratore delegato dell’organizzazione.
Un rapporto di Act.IL che è stato fatto trapelare, data la fondazione del gruppo nel 2015 – anche se l’app non è stata ufficialmente lanciata fino al 2017.
Secondo il suo profilo online, Ben Yosef è stato un capitano dell’intelligence militare israeliana – “in una speciale unità di intelligence da combattimento”.
The Forward ha riferito nel 2017 che Ben Yosef ha trascorso otto anni in quel ruolo, e che ha ammesso che “lo staff di Act.IL è in gran parte composto da ex ufficiali dei servizi segreti israeliani”.
Con tali legami, non c’è da meravigliarsi se il Ministero degli Affari Strategici di Israele non ha avuto problemi a gettare grosse somme nel progetto di Ben Yosef.
Come ha riportato The Electronic Intifada, questo ministero anti-BDS è composto da “ex” spie israeliane, provenienti in gran parte da Aman, l’agenzia di intelligence militare israeliana.
Guidato da Gilad Erdan – figura di spicco nel partito Likud – il ministero è responsabile di una campagna di “missioni sotto copertura” con portata mondiale.

Quest’anno una delle principali attività di Act.IL è stata la lotta contro la campagna BDS contro l’Eurovision Song Contest che si è tenuto a Tel Aviv a maggio.
Il gruppo ha ripetutamente dirottato sondaggi online che valutavano il sostegno pubblico al boicottaggio.
Ad aprile, la pubblicazione irlandese TheJournal.ie ha condotto un sondaggio chiedendo ai lettori se appoggiassero il boicottaggio. Sebbene il sondaggio fosse inizialmente favorevole al boicottaggio, l’ondata si è trasformata dopo che Act.IL ha indirizzato gli utenti della sua app a votare.
Il sondaggio si è chiuso con il 54,3% contro il boicottaggio. Prima dell’intervento di Act.IL, quella cifra era solo del 38%.
In una chat di gruppo privata sull’app di messaggistica crittografata Telegram, Act.IL ha poi rivendicato “il successo” dei suoi utenti nell’aver dirottato il sondaggio. 
Nella stessa chat di gruppo, Act.IL ha anche incoraggiato gli utenti a barare votando più volte per truccare il sondaggio. “Ogni volta che cancelli i tuoi cookie, puoi votare di nuovo”, venivano avvisati gli utenti.
A febbraio, un caso simile si è verificato nel Regno Unito, dopo che Good Morning Britain, un popolare programma televisivo, ha chiesto su Twitter se gli spettatori sostenessero il boicottaggio di Eurovision “sulla situazione dei diritti umani di Israele”.

Influenza sulla campagna contro Corbyn
Nell’agosto dello scorso anno, Act.IL ha condotto una campagna dirigendo il suo esercito di troll a fare e promuovere commenti online contro il leader del Partito laburista britannico Jeremy Corbyn, con l’accusa di antisemitismo.

 L’app di Act.IL ha indirizzato gli utenti a promuovere materiale che accusasse Jeremy Corbyn di antisemitismo. (Michael Bueckert)

L’app ha detto agli utenti di commentare su Facebook in risposta ad una storia di Huffington Post UK in merito a presunte “osservazioni anti-Israele” di Corbyn, che sosteneva fosse “spesso un modo per nascondere l’antisemitismo.”
E’ stato solo uno dei tanti sforzi del governo israeliano per far deviare il percorso di Corbyn verso il potere.
Questa ingerenza nella democrazia britannica è arrivata quando l’isteria dei media nell’estate 2018 era giunta al suo apice su una presunta “crisi” di antisemitismo nel Partito laburista.

L’app ha compiuto interventi disonesti dello stesso genere nell’attaccare la deputata statunitense Ilhan Omar, compreso uno che indirizzava gli utenti a condividere su Facebook un attacco bigotto rivoltole contro dalla nota islamofoba Brigitte Gabriel.
A partire dall’ultimo anno 4IL – un sito web istituito dal ministero degli affari strategici di Israele per promuovere Act.IL – organizza persino una conferenza annuale del mondo reale, alla presenza di Ben Yosef.

L’evento riunisce sotto gli auspici del governo israeliano “esperti di social media” di tutto il mondo.
Dal solo Regno Unito, fra gli altri c’erano gli attivisti anti-palestinesi David Collier e Simon Cobbs, così come l’esperto lobbista israeliano Luke Akehurst, che è anche un attivista di destra nel partito Laburista.
Una “mission” di Act.IL ha indirizzato gli utenti perché mettessero “mi piace e commentassero” su un tweet che Collier aveva fatto in risposta a un articolo apparso su The Guardian sulla rockstar Roger Waters, che sostiene il movimento BDS. Collier ha diffamato l’articolo come “odio”.

Collier ha parlato alla conferenza di quest’anno. Una diapositiva mostrata durante la sua presentazione dà indicazioni sul fatto che Collier è forse un po’ paranoico. Avvertiva che gli attivisti per i diritti dei palestinesi stanno usando “movimenti di solidarietà”, “meeting BDS” e “libri”.
Collier, Cobbs e Akehurst non hanno risposto alle richieste di un commento.

Le molestie nel mondo reale
L’app Act.IL ha anche promosso almeno uno dei siti Web anonimi che hanno come obiettivo molestie contro studenti universitari e accademici statunitensi per il BDS.
Queste campagne persecutorie si sono riversate negli sforzi nel mondo reale.
In The Lobby – USA, un documentario in quattro parti girato sotto copertura dall’unità investigativa di Al Jazeera, Jacob Baime, il direttore di un altro gruppo legato al Ministero degli Affari Strategici spiega come ha creato “un sito web anonimo” promosso per lanciare annunci su Facebook mirati contro “il popolo anti-Israele”.
Puoi guardare la relativa clip in questo video.
Alcune di queste campagne hanno comportato diffamazione nei confronti di attivisti BDS, comprese accuse consapevolmente false di violenza sessuale.
Le informazioni sul finanziamento presentate dal Ministero degli Affari Strategici nel 2017 hanno rivelato oltre 570.000 dollari di finanziamento per gli annunci online, anche su Facebook. Gli annunci sono usciti per scopi non dichiarati, ma è probabile che siano stati usati per promuovere i contenuti Act.IL.
Nel documentario girato sotto copertura, Baime ha ammesso che il suo gruppo “si coordina” con il ministero.
Anche se Act.IL è abile nell’usare parole d’ordine sulla sua “comunità” di “volontari”, in realtà il gruppo è finanziato dallo stato e sostenuto da ricchi donatori della destra della lobby israeliana.


In un recente post su Facebook scritto solo in ebraico, Ben Yosef dà un assaggio di questa realtà.
Il post mostra la “ex” spia israeliana che fa una presentazione di Act.IL a un gruppo di dipendenti pubblici israeliani. Ben Yosef scrive che questo “aggiungerebbe migliaia di volontari” a tutto “beneficio dello stato di Israele”.
È assai opinabile che dipendenti statali che utilizzano un’app finanziata dallo stato per diffondere propaganda di stato possano essere realmente considerati dei “volontari”.
The Electronic Intifada ha inviato email a Facebook e Twitter per avere risposte alle questioni sollevate in questo articolo. Facebook non ha risposto. Un portavoce di Twitter, inizialmente ha promesso una risposta, ma non è riuscito a inviarla.
Fino a quando Facebook, Twitter, Google e gli altri giganti dei social media di Silicon Valley non prenderanno seriamente in considerazione la minaccia dell’ingerenza israeliana, la “guerra” online contro i diritti dei palestinesi sembra destinata a continuare.

(Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org)


mercoledì 17 aprile 2019

Trump usa il 9/11 per aizzare l’America contro Ilhan Omar




Stati uniti. Minacce di morte in aumento per la deputata dem dopo i tweet del presidente e una prima pagina del «New York Post». Anche la «terrorista interna» Ocasio-Cortez nel mirino

La congresswoman di origine somala Ilha Omar a Washington - Marina Catucci

Ilhan Omar, deputata di sinistra, musulmana di origine somala, ha denunciato un aumento delle minacce di morte da quando Donald Trump ha postato un video su Twitter con immagini degli attentati del 9/11 montati con stralci di un discorso dove Omar ha detto che il Consiglio sulle relazioni islamo-americane «è stato fondato dopo l’11 settembre perché hanno riconosciuto che alcune persone hanno fatto qualcosa e che tutti noi abbiamo iniziato ad accedere alle libertà civili», accusandola cosí di minimizzare gli attacchi terroristici.
OMAR, CHE RICEVE MINACCE di morte sin dalla campagna elettorale per le elezioni di midterm, ha accusato Trump di incoraggiare la violenza della destra estrema e, su Twitter, ha ringraziato la speaker della Camera, Nancy Pelosi, per aver dato maggior protezione a lei, alla sua famiglia e ai suoi collaboratori, da parte di polizia e Fbi. Ciò che si teme sono attacchi da parte di attivisti di estrema destra, o di gruppi islamofobi fedeli a Trump e che da tempo l’hanno giurata alla deputata musulmana, o il gesto di uno squilibrato armato.
I primi a dare solidarietà a Omar sono stati Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, poi a uno a uno tutti i rappresentanti dei democratici, la Women’s March e le organizzazioni che si oppongono a questo regime politico razzista.
Il giorno seguente il tweet di Trump il New York Post, unico giornale ad aver dato l’endorsement al tycoon, ha pubblicato in prima pagina una fotografia delle Twin Towers in fiamme e il titolo: «Ecco il tuo “qualcosa”. 2.977 morti per terrorismo», provocando reazioni su i social e nei gruppi WhatsApp per gli yemeniti americani a New York, preoccupati che la copertina del giornale incitasse alla violenza anti-musulmana.
SABATO MATTINA, i più importanti proprietari di alimentari tradizionalmente gestiti da yemeniti newyorkesi hanno smesso di vendere il giornale, e i tassisti yemeniti hanno distribuito volantini per spiegare le ragioni del boicottaggio agli altri negozi. Domenica, la Yemeni American Merchant Association ha annunciato il boicottaggio formale durante una conferenza stampa fuori dell’edificio della News Corporation a Midtown Manhattan, che ospita il New York Post.
TRUMP, INCURANTE delle polemiche, è tornato ad attaccare Omar, e lo ha fatto nuovamente con un tweet in cui definisce la deputata «antisemita», «fuori controllo» e animata da uno spirito di «odio irriconoscente verso gli Usa», ha poi attaccato Nancy Pelosi rea di proteggere l’incolumità di Omar.
La mossa di Trump non ha entusiasmato il Partito repubblicano, indignato più che altro per la strumentalizzazione del 9/11, mentre Omar ha scritto su i social: «Non mi sono candidata per rimanere in silenzio e nessuno per quanto corrotto, incapace o vizioso che sia potrà mai minacciare l’amore che ho per l’America. Resto qui, inamovibile, e continuerò a lottare per pari opportunità, diritti e felicità per tutti gli americani». Omar sta vivendo gli attacchi peggiori, ma minacce di morte sono arrivate anche ad Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei target preferiti dei repubblicani, definita «un terrorista interno».
«OGNI VOLTA che questa retorica dei conservatori si manifesta – ha detto Ocasio-Cortez – abbiamo un picco di minacce di morte da riferire alla polizia del Congresso. Diverse persone sono già state arrestate per aver cercato di fare del del male a me o a Ilhan».

mercoledì 27 marzo 2019

La lobby israeliana e i democratici pro-Israele della Camera hanno cercato di scomunicare Ilan Omar. Hanno fallito - Richard Silverstein


Per quanti non ricordano la propria storia medievale, durante l’Inquisizione spagnola i monarchi cattolici freschi di trionfo adottarono tecniche di tortura per estirpare dai resti superstiti del vecchio regime falsi convertiti al cristianesimo. Questo comprendeva sia ebrei che musulmani torturati sulla ruota – nota anche come auto-da-fé – quando erano sospettati di osservare rituali o tradizioni ebraiche e musulmane nel segreto delle loro case. In questa età moderna sarebbe bello (ma ingenuo) pensare superata la fase in cui si possano utilizzare torture mentali e fisiche per strappare confessioni di colpa alle vittime. A quanto pare, l’Inquisizione e la sua macchina sono ancora in uso nel Congresso degli Stati Uniti.
Le elezioni del Congresso del 2018 hanno segnato uno spartiacque, eleggendo una nuova classe progressista.
Tra le figure più importanti ci sono  Rashid Tlaib, Ilhan Omar e Alexandria Ocasio Cortez, donne che hanno sfidato il sistema, i rappresentanti storici e la macchina democratica per conquistare grandi vittorie su piattaforme veramente progressiste. Particolarmente chiaro è stato il loro programma per il Medio Oriente, dunque scioccante: si sono opposte agli aiuti degli Stati Uniti a Israele, hanno sostenuto il BDS e la soluzione a uno stato (Alexandria Ocasio Cortez non si è espressa esplicitamente su questi temi, ma presumibilmente condivide le opinioni di molte delle sue colleghe).
Chiunque conosca la lobby di Israele già sapeva che qualcosa di brutto sarebbe accaduto,  non si sapeva solo quando. Ma non c’è voluto molto. Tlaib e soprattutto Omar sono state esplicite su Israele-Palestina sin dalla loro elezione. E le loro vedute, marcatamente pro-palestinesi, si sono rapidamente trasformate in grano per il mulino dell’antisemitismo agitato dalla lobby e dai suoi portatori d’acqua al Congresso.
In primo luogo, naturalmente, c’è stato il famoso tweet “Benjamins” in cui Omar osservava che i membri del Congresso erano obbedienti alla lobby a causa delle centinaia di milioni che raccoglie e distribuisce ai fedeli candidati pro-Israele. Ma chissà perché, osservare che la lobby traeva il suo potere dai soldi, si è trasformato in aperto antisemitismo.
E’ istruttivo come questo sia successo: c’è, naturalmente, un antico tropo antisemita per cui gli ebrei sono ricchi e usano la loro ricchezza per controllare i settori finanziario, bancario, dell’intrattenimento e dei media, ecc. Ovviamente, tutto questo non ha nulla a che fare con la corretta affermazione che la lobby raccoglie un enorme profitto e lo distribuisce ai suoi candidati preferiti. Una persona ragionevole può vedere la differenza tra questi due concetti.
Ma la lobby punta a buttare fumo negli occhi. Si vede attaccata da una chiara dichiarazione e con qualche gioco di prestigio si da fare per trasformarla in una classica accusa di antisemitismo, quando in realtà non esiste assolutamente alcun nesso.
Ora la lobby lo ha fatto di nuovo, dopo che Omar aveva tenuto un discorso in una libreria di Washington DC in cui criticava quelli del Congresso e della lobby che hanno una fedeltà verso uno stato straniero: “Voglio parlare dell’influenza politica in questo paese che considera sia un bene per le persone spingere alla fedeltà verso un paese straniero”.
Con ciò, naturalmente intendeva gruppi come Aipac e i loro sponsor del Congresso, che prendono i loro ordini di marcia direttamente da Israele, o che concepiscono in toto la loro agenda con Israele e tutelano i suoi interessi. A questo punto possono anche credere che gli interessi degli Stati Uniti e di Israele siano gli stessi e così non pensano di stare tradendo gli interessi degli Stati Uniti. Ma chiunque creda che gli interessi di una delle più grandi potenze della terra siano gli stessi di quelli di un piccolo stato teocratico mediorientale è terribilmente ingenuo, se non peggio.
Dopo la dichiarazione di Omar, la lobby è entrata in modalità Defcon*.
L’attacco è stato lanciato da Eliot Engel, un veterano della macchina democratica di New York, che ha attaccato la deputata somalo-americana:
“[È] inaccettabile e profondamente offensivo mettere in discussione la lealtà dei propri concittadini americani a causa delle loro opinioni politiche, incluso il supporto alle relazioni USA-Israele.
“I suoi commenti sono stati oltraggiosi e profondamente offensivi, e le chiedo di ritrattarli, scusarsi e impegnarsi su questioni politiche senza ricorrere ad attacchi che non trovano posto nella Commissione per gli affari esteri o alla Camera dei rappresentanti”, ha detto.
Gli ebrei pro-israeliani come Eliot Engel sono particolarmente ferrati nelle implicazioni della doppia lealtà. Cioè che ebrei pro-israeliani sono più fedeli a Israele che all’America. Una frase storica particolarmente appropriata che connota la doppia lealtà è il termine “Israel Firster”. Non è stata inventata da un antisemita o da un suprematista bianco. Ma piuttosto dal decano degli storici ebrei americani, Abe Sachar, il primo presidente della Brandeis University. E usava il termine precisamente per deridere quelle stesse figure che  ora stanno attaccando Omar: una potente lobby e i suoi apologeti che hanno messo Israele prima di tutto. Questo è un passaggio dell’Annuario ebraico americano del 1961:
“Gli ebrei americani hanno continuato ad opporsi alla pretesa di Israele che una vera vita ebraica sia possibile solo in Israele. Abram L. Sachar, presidente della Brandeis University, alla convention biennale del JWB [Jewish Welfare Board], il 2 aprile 1960 ha dichiarato che tra gli ebrei non c’è spazio “per Israel Firster il cui sciovinismo e arroganza non trovano nulla di adeguato o vitale in nessun luogo che sia al di fuori di Israele.”
Il titolo del NY Times sul discorso riportava che Sachar aveva deriso il “dogma di Israele”. Se gli ebrei americani possono polemizzare sul significato e il primato di Israele nella vita ebraica, perché dovremmo negare agli arabi americani lo stesso diritto, considerando che le loro sorelle e fratelli palestinesi sono sotto il tallone dell’occupazione israeliana?
Non sarebbe così negativo se Israele fosse una nazione laica e democratica come gli Stati Uniti e la maggior parte delle democrazie occidentali; ci sarebbe almeno una confluenza di interessi e valori.
Ma Israele non è più una democrazia. E’ diventato invece una teocrazia, gestita da estremisti fondamentalisti inclini a una guerra santa contro il mondo musulmano. Gli interessi di Israele stanno più che mai divergendo da quelli dell’Occidente democratico. E questa spaccatura non può che continuare ad allargarsi fintanto che Israele sempre più sprofonderà nell’omicidio di massa, nell’occupazione e nell’oppressione.
Gli interessi di Israele e quelli americani non sono più gli stessi. Neanche lontanamente. Quel sottile spiraglio che i presidenti si vantavano non esistesse quando si trattava di interessi israeliani e statunitensi, ora è un portone completamente spalancato.
A quanto pare, il Congresso non ha ancora letto il memorandum. È sprofondato in vecchi modi e abitudini, l’odore dei biglietti verdi rimane troppo allettante per resistere. Ma i vecchi modi stanno morendo. Le vittorie elettorali che ho sopra citato sono dimostrazione più solida di una donazione di Sheldon Adelson da 100 milioni di dollari.
Ecco perché l’esercitazione antincendio antisemita convocata dalla dirigenza del Congresso democratico all’inizio è stata così esasperante. Si è deciso di portare alla gogna Omar e frustarla approvando una risoluzione di denuncia di antisemitismo da parte dei propri membri. Questo ha dato la rappresentazione di un Partito Democratico che mangia i suoi giovani. Nancy Pelosi, pungolata da Engel, Nita Lowey e altri membri pro-Israele, ha presentato una risoluzione senza senso che avrebbe costretto i membri a giurare fedeltà per non incorrere come Omar in una sculacciata pubblica. Il testo finale non ha fatto mai diretto riferimento a Omar, ma il messaggio era chiaro: taci sull’argomento o il gruppo parlamentare del Partito esigerà un forte pegno.
A suo merito, Omar si è piegata ma non spezzata. Dopo il suo primo contrasto si è scusata e ha cancellato il tweet “offensivo”. Ma si è alzata in piedi di fronte al nuovo furioso assalto di Engel. Ha dato il meglio su tutto quello che ha ricevuto. E non ha né chiesto né dato tregua. Questa, è quella che si dice una combattente.
Progressisti democratici non hanno accolto questi attacchi senza reagire. In un incontro del caucus democratico due giorni fa, membri dei comitati del Congressional Black and Progressive con rabbia hanno alzato la voce contro il tentativo di incastrare una di loro. Alla speaker hanno detto senza mezzi termini che non potevano tollerare e rimanere lì a guardare mentre lei la faceva bersaglio di infamie. Pelosi, a quanto riportato, ha concluso velocemente. Abituata ai vecchi modi in cui la lobby impostava l’agenda per le questioni relative ad Israele con i membri che si adeguavano, quando la più giovane irrequieta generazione si è scrollata di dosso queste catene, Pelosi non ha più saputo che fare.
Così un membro pro-Israele della Camera si è seduto con un membro del Caucus nero e insieme hanno redatto quella che viene definita la risoluzione dell'”acquaio di cucina” che denuncia tutto: dalla supremazia bianca all’affare Dreyfus, all’internamento giapponese. Il testo è fortemente sbilanciato verso i membri ebrei pro-Israele della Camera e offre una versione dettagliata, e distorta, della storia e della sofferenza degli ebrei.
Nonostante il contenuto della risoluzione, ciò che è chiaro è che Ilhan Omar e i suoi sostenitori nella Camera e nel resto del paese hanno ottenuto una vittoria importante. Come ha riferito Splinter:
“È facile immaginare che, dieci o anche cinque anni fa, la recente controversia sui commenti di Ilhan Omar sull’AIPAC e l’impareggiabile influenza di Israele nella politica americana avrebbe suonato la campana a morto per la sua carriera. E in effetti, quando alti parlamentari del suo stesso partito l’hanno apertamente attaccata fino al punto che la dirigenza democratica della Camera aveva pianificato una risoluzione che condannava l’antisemitismo, indirizzata a lei, sembrava che sarebbe andata di nuovo in scena la stessa storia .
Ma poi è successo qualcosa di completamente diverso. Molti a sinistra hanno espresso il loro forte appoggio per la dichiarazione di Omar, che, nonostante fosse rivolta a tutti i parlamentari, era stata caratterizzata come antisemita dai democratici filoisraeliani, e anche dal GOP (Partito Repubblicano) …
Non è isterico affermare che tutta questa controversia sembra aver stravolto la politica americana.”
Non è chiaro quale sarà la ricaduta di questo episodio. Il suo caucus arriverà ad accettare e comprendere le opinioni di Omar su questo argomento? Continueranno a sparare colpi per lei e la considereranno perseguitata? La lobby nel 2020 condurrà un’offensiva totale contro di lei e contro i progressisti che l’hanno sostenuta? Se lo fa, suggerisco che la migliore risposta sarebbe mandare al diavolo le primarie di Engel, Lowey e altri. I leader di Aipac hanno già minacciato le primarie di Omar. Diamo loro un assaggio della loro stessa medicina. Come notato sopra da Splinter: in passato, coloro che sfidarono la lobby persero le successive elezioni perché la lobby scatenò il suo potere contro di loro. Ma adesso le cose sono diverse. C’è, a frapporsi, una forza che controbilancia. È la forza dei progressisti democratici, ebrei e non ebrei, che non prendono più ordini di marcia dai bianchi, maschi, plutocrati della lobby.
Antisemitismo: cosa è e cosa non è
Per coloro che hanno bisogno di una infarinatura sull’antisemitismo, parliamo di ciò che è e di ciò che non è. E’ l’odio verso gli ebrei in quanto ebrei. Non dovrebbe essere confuso con Israele. Non c’è niente di sbagliato nel criticare Israele. Niente di male nel sostenere che Israele deve essere una democrazia che garantisca pari diritti a tutti i cittadini, ebrei e non ebrei. Non c’è niente di sbagliato nemmeno nel sostenere una soluzione a uno stato, dal momento che questo non distruggerà Israele, ma piuttosto lo trasformerà. Potrebbero esserci alcuni che confondono Israele con gli ebrei e che esprimono antisemitismo attaccando Israele come un sostituto degli ebrei. Ma tale confusione è spesso alimentata da una deliberata commistione sionista tra i due.
Ilhan Omar non odia gli ebrei né odia Israele. Non ha mai detto o scritto una cosa del genere. Attaccare una delle più potenti lobby degli Stati Uniti non è antisemita. Anche il sostegno al BDS non è antisemita. Questo movimento nonviolento che sostiene la causa della giustizia per i palestinesi non nutre animosità verso gli ebrei. E le sue tre richieste per diritto al ritorno, pieni diritti democratici per i palestinesi in Israele e la fine dell’occupazione non hanno nulla a che fare con gli ebrei di per sé. E le implicite critiche del BDS allo status quo israeliano non costituiscono antisemitismo. Quanti affermano qualcosa di diverso non sanno nulla del ruolo del vero antisemitismo nella storia ebraica, e stanno cantando da un libro di preghiere scritto per loro dalla lobby. Se si seguono i commenti pubblici degli storici ebrei, sia israeliani che americani, quasi nessuno concorda con queste false interpretazioni della storia ebraica espresse dalla lobby.
Anche se gli stegosauri di lobby come Aipac e ADL hanno lanciato agguerriti attacchi frontali, molti ebrei si sono alzati accanto a Omar. C’è un sito web Jews with Ilhan website che ospita una petizione firmata da 2.400 ebrei. Gruppi come Jewish Voice for Peace e If Not Now hanno levato le loro voci a sostegno.
Anche membri progressisti del caucus democratico della Camera hanno fatto marcia indietro, protestando contro la corsa frettolosa al giudizio contro Omar:
“Mercoledì una riunione dei democratici della Camera si è trasformata in polemica quando alcuni nuovi membri che hanno contribuito ad ottenere la maggioranza alla Camera hanno affrontato i leader per una risoluzione che implicitamente rimproverava la rappresentante Ilhan Omar del Minnesota per i suoi commenti su Israele.
Nell’incontro settimanale a porte chiuse del partito, i democratici hanno protestato sul modo in cui la speaker Nancy Pelosi e altri leader hanno cercato questa settimana di pubblicare in tutta fretta una risoluzione in risposta all’ultima osservazione di Omar su Israele …
Secondo altri funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato … alcuni democratici hanno abbracciato Omar durante la riunione.
C’era chiaro dissenso tra i democratici sulla necessità o meno di una risoluzione che condannasse l’antisemitismo, dato che l’Assemblea aveva già votato su una misura simile.
“Non sono sicura che si debba continuare a farlo ogni volta”, ha detto la rappresentante Primayla Jayapal, co-presidente del Congressional Progressive Caucus.”
Alexandria Ocasio Cortez ha offerto il suo sostegno. Il New York Times, in una cronaca benevola, ha notato la spaccatura generazionale tra una generazione più giovane di insorti come Omar e colleghi veterani più anziani che si sono avvicinati alla politica in una generazione precedente, quando Aipac aveva il controllo assoluto su questi temi.
Commentatori dei media come Mehdi Hassan, Jeremy Scahill e Ben Ehrenreich si sono lamentati del fatto che Omar è stata “gaslighted”** e “buttata sotto l’autobus”. Un nuovo hashtag #istandwithilhan ha dilagato nei feed di Twitter.

È una macchia vergognosa sul Partito Democratico, che di fronte a minacce di morte e calunnie come quella montata dal GOP (Partito Repubblicano) della West Virginia, in cui l’immagine di Omar è stata piazzata su una foto dell’attacco dell’11 settembre al World Trade Center, non è  venuto in sua difesa a parte pochi membri. Non membri ebrei, non Pelosi, e sicuramente non repubblicani. Forse quando dovesse arrivare un Jared Loughner a scaricare una pistola Glock nel suo cervello considerandola una terrorista musulmana, allora si ravvederanno? Sarà troppo tardi.
Nei giorni scorsi ho twittato senza pietà l’equivalente di “Where’s Bernie” per dare la sveglia a lui e al suo consulente per la politica estera, Matt Duss. Il leader progressista e candidato presidenziale – che  in passato si era espresso sull’islamofobia quando uno dei suoi sostenitori politici venne linciato nelle sale del Congresso – era assente ingiustificato. Diss  glorificato senza merito in una storia di copertina di Nation proprio in quei giorni, non si trovava da nessuna parte. Ma poi, ecco che il giorno prima del voto odierno, Bernie si è scosso dal torpore e, infine, ha parlato in difesa di Omar. E’ arrivato in ritardo alla festa, ma almeno è arrivato.
Questo problema non è limitato agli Stati Uniti. La lobby israeliana nel Regno Unito ha adottato le stesse cattive abitudini nell’attaccare per immaginario antisemitismo il leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn. Nove parlamentari hanno spaccato il partito, definito dalla maggior parte di loro come antisemita, per formare un “Gruppo indipendente”. Qui come nel Congresso degli Stati Uniti, non c’è nessuna epidemia di antisemitismo. C’è una lobby disperata che vuole conservare il suo potere ed è alla ricerca di nemici contro cui radunare le truppe.
Sfortunatamente, la lobby in entrambi i paesi si è buttata con la destra, rispettivamente GOP e Tories. Questo comporta che i nemici vanno trovati nella sinistra politica. Laburisti e Democratici si sveglino. La lobby vuole estirpare entrambi questi partiti per assicurarsi che i loro rivali pro-Israele (GOP e Tories) guadagnino o mantengano potere. Non si fermeranno a rovesciare una singola Omar o un Corbyn. Vogliono distruggere il vostro partito. A meno che, naturalmente, non riescano a estirparlo e trasformarlo in un clone pro-israeliano del suo rivale. È questo che vuole la speaker Pelosi?

(Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

*ciascuno di una serie di cinque livelli progressivi di allarme usata dalle forze armate degli Stati Uniti.
** Il gaslighting è una forma di violenza psicologica nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione. Può anche essere semplicemente il negare da parte di chi ha commesso qualcosa che gli episodi siano mai accaduti, o potrebbe essere la messa in scena di eventi bizzarri con l’intento di disorientare la vittima. (Wikipedia)