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lunedì 12 agosto 2024

La guerra chimica della Polizia ai No MUOS - Antonio Mazzeo

  

Esattamente come due anni fa, la Polizia di Stato ha lanciato una decina di lacimogeni al gas tossico CS contro i volti e i corpi dei manifestanti No MUOS “rei” di aver tagliato le reti della base USA di Niscemi, realizzata in violazione a tutte le normative di legge di tipo ambentale e paesaggistico, così come sentenziato dal Consiglio di Stato.

 

Il lancio a mano dei gas tossici è stato fatto a meno di uno-due metri di distanza dagli attivisti. in modo del tutto arbitrario e sproporzionato, dato che non era assolutamente possibile alcun “corpo a corpo” con le forze dell’ordine né possibilità di invasione della base, dato che in modo del tutto illegale è stata realizzata una seconda rete “protettiva” con il famigerato filo spinato del tipo NATO Fermagliato in Acciaio Zincato 100, impiergato ormai da quasi tutte le forze armate e di polizia dell’Alleanza e dei paesi partner (Israele in primis).

Come si vede dalla foto allegata uno dei candelotti impiegati riporta la scritta “Artifizio a frammentazione per lancio a mano a caricamento lacrimogeno al C.S. Lotto 1-SIMAD-21”, la stessa partita prodotta nel 2021 e utilizzata a Niscemi contro i NO Muos nell’estatedi qeuell’anno.

L’Artifizio a frammentazione è un “ordigno esplosivo con una miscela lacrimogena al CS la cui emissione del fumo di combustione deve essere regolare, continua e costante per una durata tra i 10 e i 25 secondi”, riportano le indicazioni contenute nel bando di acquisto della Polizia di Stato. Ma cosa si nasconde esattamente dietro la sigla di questo gas?

Il CS è il nome comunemente usato per riferirsi all’orto-clorobenziliden-malononitrile, una sostanza prevalentemente utilizzata dalla polizia di innumerevoli stati per il “controllo” dell’ordine pubblico. Il nome del gas deriva dalle iniziali dei due scienziati statunitensi che lo hanno scoperto quasi un secolo fa, Ben Corson e Roger Staughton.

Come hanno spiegato in uno studio del 2014 i professori Massimo Zucchetti e Raffaella Testoni del Dipartimento di Energia del Politecnico di Torino, il composto CS viene sintetizzato chimicamente facendo reagire due composti: 2-clorobenzaldeide e malononitrile. “Lo stato naturale del CS è solido ma è solubile in acqua e il suo impiego abituale è sotto forma di aerosol, fumo o vapore”, aggiungono Zucchetti e Testoni. “Gli impieghi comuni sono quelli bellici o da parte della polizia. Benché classificata come un’arma non letale per il controllo delle rivolte, sono stati dimostrati effetti tossici: oltre a danneggiare pericolosamente i polmoni, il CS può nuocere gravemente al cuore e al fegato”.

Gli effetti immediati del gas si verificano a bassa concentrazione e dipendono dall’azione irritante sulle mucose e sulla cute. Essendo un gas lacrimogeno, il CS ha come azione immediata quella di provocare un’intensa lacrimazione ma può provocare anche congiuntiviti, edema periorbitario e danni ritardati quali cataratta, emorragie del vitreo e neuropatie del nervo ottico. “Inoltre, questo gas provoca l’aumento della pressione oculare e può precipitare l’insorgenza di glaucoma acuto nei soggetti predisposti; l’effetto irritante sugli occhi è più evidente sui soggetti che indossano lenti a contatto”, spiegano i docenti del Politecnico.

L’inalazione di gas CS ha ovviamente gravi effetti sull’apparato respiratorio: irritazione delle vie aeree con congestione nasale e rinorrea, laringite, tracheite, irritazione bronchiale con tosse e catarro copioso. “In casi severi la laringite può comportare laringospasmo e l’irritazione delle basse vie aeree può esitare in un quadro molto grave noto come Acute Respiratory Distress Syndrome”, aggiungono Zucchetti e Testoni. “Il contatto di questo gas con la pelle provoca sensazione di bruciore che in genere regredisce rapidamente ma la contaminazione degli abiti può prolungarne gli effetti e, in casi di esposizioni prolungate, si può giungere a vere e proprie ustioni”.

Altrettanto problematici gli effetti del CS a livello gastrointestinale: irritazione delle mucose, comparsa di nausea, vomito, inappetenza, diarrea, dolori addominali e in alcuni casi perfino epatopatia acuta.

Dal punto di vista meramente tecnico i lacrimogeni con CS sono classificati come “armi da guerra di terza categoria”, ossia armi chimiche: la vigente regolamentazione include in questa categoria tutti i gas, i liquidi e i solidi, che, diffusi nell’area, in acqua o sul terreno, producono negli esseri viventi lesioni di varia natura, tali da inficiare, permanentemente, la salute dell’organismo umano. Tali sostanze si suddividono in asfissianti (cloro, bromo, perossido di azoto); tossiche (acido cianidrico); vescicatorie (iprite); nervine; irritanti (cloroacetofenone), come i gas usati per i lacrimogeni.

Il gas CS è stato impiegato massicciamente dalle forze armate USA in Vietnam e dal regime di Saddam Hussein contro la popolazione kurda in Iraq e durante la guerra Iran-Iraq. Più recentemente l’arma chimica è stata usata dalle forze armate israeliane in Palestina e dalle unità di polizia di Tunisia, Algeria e Turchia contro studenti e lavoratori in lotta contro le politiche governative.

In Italia il gas lacrimogeno CS fa parte dal 1991 dell’equipaggiamento delle forze dell’ordine. Durante la violenta repressione dei cortei No Global in occasione del G8 di Genova, nella sola giornata del 3 luglio 2001 – così come documentato da un rapporto della polizia – furono lanciati contro i manifestanti ben 4.357 lacrimogeni. Sempre dal 2011 e fino ad oggi, è stato accertato l’uso costante di CS in Val di Susa contro i No TAV.

L’ultima acquisizione del gas tossico da parte della Polizia di Stato risale allo scorso anno: n. 7.000 artifizi a frammentazione per il lancio a mano a carica lacrimogeno al CS e n. 2.000 cartucce calibro 40 mm. a frammentazione per lanciatore a carica lacrimogena al CS a più stadi, commessa affidata (unica offerta) per un importo complessivo di 479.150 euro alla SIMAD S.p.A. di Carsoli (Abruzzo).

Va comunque raccontato un fatto di una certa rilevazna durante i lanci dei lacrimogeni di domenica 4 agosto. Dopo essermi avvicinato ad un candelotto per verificarne la tipologia CS ed invitato alcuni compagni a fotografarlo, sono stato imemdiatamente chiamato da una poliziotta in divisa che vigilava dall’interno la base USA. La stessa mi spiegava di fronte ai collleghi e ad alcuni attivisti NO MUOS che “non erano stati assolutamente loro a lanciare quel lacrimogeno”. Avendo risposto che avevo visto bernissimo chi e come era stato effettuato il lancio e che si trattava proprio di un agente in borghese della Digos, la stessa poliziota ribadiva che non era stato il suo reparto ad utilizzare querl dispositivo, esprimendo così apertamente dissenso o perlomeno una presa di distanza dall’impiego del gas tossico bandito dal diritto internazionale.

Anche nel caso di altri lanci a mano del lacrimogeno ho avuto modo di vedere che sono stati agenti della polizia in borghese, di certo i più esagitati tra le forze dell’ordine. così come è stato un agente in borghese a chiedere ignobilmernte che i reparti antisommossa caricassero a freddo alcune ragazze a manifestazione conclusa, molto probabilmente per vendicarsi della pessima figura fatta con i marines USA che hanno invocato inutilmente l’intervento della polizia italiana per più dii 15 minuti dopo che avevano “scoperto” altri attivisti NO MUOS tagliare un’altra porzione di rete della base.

“L’infamia della polizia questa volta si è spinta oltre, quando durante il tragitto di ritorno dalla base al presidio, l’antisommossa ha attaccato un gruppo di compagne e compagni, provando a prendere alcuni/e di loro, non riuscendoci”, scrivono i NO MUOS. “Nonostante questo, il corteo è riuscito ad difendersi e tutelarsi, partendo e tornando insieme da e verso il presidio”.

Come da prassi il Comando USA di Sigonella-Niscemi, tramite gli uffici dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia esprimerà al governo italiano tutto il proprio dissenso per la scarsa professionalità degli agenti di polizia impiegati a “difesa” della grande stazione di telecomunicazione di guerra. Impossibile non essere d’accordo, stavolta, con i guerrieri yankee. Tentativi di cariche del tutto ingiustificate, uso massicio di gas tossici e inutili provocazioni sono il magro bottino di chi ha provato a gestire l’ordine pubblico ieri a Niscemi. Vediamo se qualcuno al Viminale pagherà lo smacco subito dai NO MUOS.

 

 

 

ALLERTA CHARLIE ALLA BASE MUOS DELLA US NAVY: I/LE NO MUOS ATTACCANO LA BASE

Comunicato NO MUOS

Domenica la decima edizione del campeggio NO MUOS si è chiusa con un corteo che è partito nel pomeriggio dal nostro presidio in Contrada Ulmo. Mentre rimandiamo a più avanti le considerazioni politiche sulle assemblee e gli incontri che hanno animato i giorni di campeggio, vogliamo condividere con entusiasmo quanto accaduto al corteo di chiusura del campeggio.

Il corteo è partito dal presidio per raggiungere prima il cancello principale e poi la stazione del MUOS, quel sistema di comunicazione geo-satellitare che permette alla difesa americana di coordinare i suoi sistemi d’arma a livello globale, tra cui i droni che partono da Sigonella. Durante tutto il corteo, tanti gli slogan in supporto della resistenza palestinese, contro l’occupazione sionista della Palestina, e contro l’occupazione militare americana della Sicilia. Tanti anche gli slogan solidali con Luigi Spera, compagno attualmente detenuto al carcere di Alessandria in regime di Alta Sicurezza.

Nonostante l’ampio dispiegamento di forze dell’ordine dentro e fuori la base, durante il tragitto sono stati effettuati decine di tagli della rete, e sono stati aperti diversi varchi nel perimetro della base.

La polizia ha gasato la manifestazione, lanciando lacrimogeni ad altezza uomo colpendo diverse persone alle braccia, busto e sterno. Ancora una volta, la polizia ha usato il gas CS il cui utilizzo è vietato in guerra, a causa della sua tossicità, ma che viene liberamente utilizzato durante le manifestazioni. L’infamia della polizia questa volta si è spinta oltre, quando durante il tragitto di ritorno dalla base al presidio, l’antisommossa ha attaccato un gruppo di compagne e compagni, provando a prendere alcuni/e di loro, non riuscendoci. Nonostante questo, il corteo è riuscito ad difendersi e tutelarsi, partendo e tornando insieme da e verso il presidio.

Da anni ormai denunciamo l’occupazione militare statunitense del nostro territorio, opponendoci con ogni mezzo necessario al militarismo e all’imperialismo americano. Siamo inoltre consapevoli quanto queste basi preparino e rendano possibili le guerre in corso. L’attacco di ieri alla base del MUOS a Niscemi è la nostra vendetta per il genocidio e l’occupazione sionista delle terre palestinesi, ed uno dei tanti modi per praticare la solidarietà alla resistenza palestinese. Tagliare le reti di una base così strategicamente importante in questo periodo di guerra totale, nonostante i livelli di controllo sempre più elevati e l’alto dispiegamento di forze dell’ordine, dimostra che è possibile per chi abita i territori rispondere all’occupazione militare, praticare resistenza e opporsi alla guerra.

Con le immagini ancora vive della giornata di ieri, guardiamo adesso all’anno di lotta che si apre con la rabbia, l’entusiasmo e la determinazione che hanno alimentato il pomeriggio di ieri.

La guerra parte da casa nostra, fermarla è possibile e tocca a noi.

I POPOLI IN RIVOLTA SCRIVONO LA STORIA, NO MUOS FINO ALLA VITTORIA!

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martedì 28 febbraio 2023

PACE: parola di quattro lettere nei cruciverba

articoli, video, musica, immagini di Carlos Latuff, Chris Hedges, Vittorio Rangeloni, Laura Ruggeri, Giuseppe Masala, Stefano Orsi, Olivier Turquet, Michele Santoro, Manlio Dinucci, Peter Beaumont, Martina, Alessandro Di Battista, Fabio Mini, Alessandro Marescotti, Chat GPT, Enrico Tomaselli, Rosso Malpelo, Alessio Galluppi, Fabrizio Poggi, Weaponwatch, Gian Andrea Gaiani, Gian Andrea Gaiani, Alessandro Orsini, No Muos, Andrea Zhok, Lucio Caracciolo, Caitlin Johnstone, Jacques Baud, Fan Wei, Liu Zuanzun, Pasquale Pugliese, Claudio Conti, Guido Salerno Aletta, Robert Kuttner, Alessandro Ghebreigziabiher, MIR Italia, Loretta Napoleoni, Enrico Vigna, Barry McGuire





Discorso di Chris Hedges alla manifestazione “Rabbia contro la macchina della guerra” a Washington DC


L’idolatria è il peccato originale da cui derivano tutti gli altri. La tentazione di diventare Dio che ci arriva dagli idoli, che esigono il sacrificio altrui nella folle ricerca di ricchezza, fama o potere. Ma l’idolo finisce sempre per richiedere il sacrificio di sé, lasciandoci morire sugli altari intrisi di sangue che abbiamo eretto per gli altri.

Poiché gli imperi non possono essere soppressi, si suicidano ai piedi degli idoli da cui sono dominati.

Siamo qui oggi per denunciare i sommi, non eletti, e irresponsabili sacerdoti dell’Impero, che incanalano i corpi di milioni di vittime, insieme a trilioni della nostra ricchezza nazionale, nelle viscere della nostra versione di Moloch, l’idolo cananeo.

La classe politica, i media, l’industria dell’intrattenimento, i finanzieri e persino le istituzioni religiose perseguono come lupi il sangue dei musulmani, dei russi o dei cinesi, o di chiunque l’idolo abbia demonizzato come indegno di vivere. Non c’erano obiettivi razionali nelle guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Somalia. Non ce ne sono in Ucraina. La guerra permanente e l’industria del massacro sono la loro stessa giustificazione. Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, Boeing e Northrop Grumman guadagnano miliardi di dollari in profitti. Le ingenti spese richieste dal Pentagono sono sacrosante. Opinionisti, diplomatici e tecnocrati guerrafondai, che si compiacciono di declinare qualsiasi responsabilità per la serie di disastri militari che orchestrano, sono una cricca proteiforme, si spostano abilmente a seconda delle correnti politiche, passando dal Partito Repubblicano al Partito Democratico e viceversa, presentandosi di volta in volta come implacabili combattenti, oppure neoconservatori, o interventisti liberali. Julien Benda ha definito questi cortigiani del potere “i barbari dell’intellighenzia che si sono fatti da soli”.

Questi fanatici della guerra non vedranno mai i cadaveri delle loro vittime. Io li ho visti, compresi i bambini. Ogni corpo senza vita che ho visto come reporter in Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Palestina, Iraq, Sudan, Yemen, Bosnia o Kosovo, mese dopo mese, anno dopo anno, ha rivelato la loro bancarotta morale, la disonestà intellettuale, la malata sete di sangue e le loro fantasie deliranti. Sono marionette del Pentagono, uno Stato nello Stato, e dei produttori di armi che finanziano lautamente i loro think tank. Ecco l’elenco: Project for the New American Century, Foreign Policy Initiative, American Enterprise Institute, Center for a New American Security, Institute for the Study of War, Atlantic Council e Brookings Institute. Come un ceppo mutante di un batterio resistente agli antibiotici, non possono essere sconfitti. Non importa quanto si sbaglino, quanto siano assurde le loro teorie di dominio globale, quante volte mentano o denigrino altre culture e società come incivili, o quante ne condannino a morte. Sono puntelli inamovibili, parassiti vomitati negli ultimi giorni di tutti gli imperi, pronti a venderci la prossima giusta guerra contro chiunque abbiano deciso sia il nuovo Hitler. La mappa cambia. Il gioco resta lo stesso.

Pietà per i nostri profeti, che vagano in questo paesaggio desolato gridando nell’oscurità. Pietà per Julian Assange, sottoposto a un’esecuzione al rallentatore in una prigione di massima sicurezza a Londra. Ha commesso il peccato mortale per l’Impero: ha denunciato i suoi crimini, i suoi meccanismi di morte, la sua depravazione morale.

Una società che proibisce la capacità di dire la verità estingue la capacità di vivere nella giustizia. Alcuni che sono qui oggi possono pensare di essere dei radicali, addirittura dei rivoluzionari. Ma ciò che stiamo chiedendo allo spettro politico è, in realtà, conservatore: il ripristino dello Stato di Diritto. È semplice e basilare. In una repubblica degna di questo nome, non dovrebbe essere una richiesta incendiaria. Ma vivere nella verità in un sistema dispotico, quello che il filosofo politico Sheldon Wolin ha definito “totalitarismo al contrario”, diventa sovversivo.

Illegittimi sono gli architetti dell’imperialismo, i signori della guerra, i rami legislativo, giudiziario ed esecutivo del governo controllati dalle multinazionali e dai loro ossequiosi portavoce nei media e nel mondo accademico. Pronunciate questa semplice verità e sarete banditi, come è toccato a molti di noi, messi ai margini. Dimostrate questa verità, come ha fatto Julian Assange, e sarete crocifissi.

“Ora è sparita anche la Rosa rossa. Dov’è sepolta non si sa. Siccome disse ai poveri la verità, i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà” scrisse Bertolt Brecht della socialista Rosa Luxemburg, quando venne assassinata.

Abbiamo subito un colpo di stato da parte del sistema corporativo, per cui i poveri e le donne e gli uomini che lavorano, la metà dei quali non ha 400 dollari per coprire una spesa di emergenza, sono ridotti a una cronica instabilità. La disoccupazione e l’insicurezza alimentare sono endemiche. Le nostre comunità e città sono in uno stato desolante. La guerra, la speculazione finanziaria, la sorveglianza costante e la militarizzazione poliziesca che funziona come un esercito interno di occupazione sono le uniche vere preoccupazioni dello Stato. Persino l’ habeas corpus non esiste più. Noi, come cittadini, siamo merce usa e getta per i sistemi aziendali di potere. E le guerre infinite che combattiamo all’estero hanno generato le guerre che combattiamo in patria, come ben sanno gli studenti ai quali insegno nel sistema carcerario del New Jersey. Tutti gli imperi muoiono nello stesso atto di autoimmolazione. La tirannia che l’impero ateniese imponeva agli altri, nota Tucidide nella sua storia della guerra del Peloponneso, alla fine la imponeva anche a se stesso.

Opporsi, tendere la mano e aiutare i deboli, gli oppressi e i sofferenti, salvare il pianeta dall’ecocidio, denunciare i crimini interni e internazionali della classe dominante, chiedere giustizia, vivere nella verità, distruggere gli idoli, significa portare il marchio di Caino.

Dobbiamo far sentire la nostra collera a coloro che detengono il potere, mediante azioni costanti di disobbedienza civile nonviolenta e di sabotaggio a livello sociale e politico. Il potere organizzato dal basso è l’unico che può salvarci. La politica gioca sulla paura. È nostro dovere far sì che chi è al potere abbia molta, molta paura.

L’oligarchia al potere ci tiene chiusi nella sua morsa mortale. Non può essere riformata. Oscura e falsifica la verità. È alla ricerca maniacale di accrescere la sua oscena ricchezza e il suo potere incontrollato. Ci costringe a inginocchiarci davanti ai suoi falsi dei. E quindi, per citare la Regina di Cuori, metaforicamente, ovviamente, dico: “Via le teste!”.

Chris Hedges, giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è autore di numerosi libri antimilitaristi e attivista.

Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi
Revisione di Anna Polo

da qui

 

 

Promuovere la ricostruzione dell’Ucraina per alimentare la guerra – Laura Ruggeri

L’operazione militare russa in Ucraina era appena iniziata e i principali attori della coalizione che sostiene l’Ucraina, così come le istituzioni finanziarie e i think tank transatlantici, stavano già discutendo della ricostruzione del Paese. Inevitabilmente la spacciavano come un’opportunità storica per il Paese: come una fenice che risorge dalle ceneri, l’Ucraina sarebbe diventata un faro di libertà, democrazia e legalità, un testimonial del Build Back Better, un successo della transizione verde e digitale; il Paese avrebbe bruciato in corsa diverse fasi di sviluppo e la sua crescita economica avrebbe replicato il boom della Germania del dopoguerra.

Non sorprende che gli esempi più recenti, e molto meno edificanti, di “ricostruzione” guidata dall’Occidente in Iraq, Libia e Afghanistan non vengano mai menzionati. La velocità con cui sono state sfornate narrazioni fantasiose di ripresa e ricostruzione non dovrebbe sorprendere nessuno: erano state concepite anni prima nell’ambito di diversi “piani di riforma” per l’Ucraina. Si potrebbe dire che sono parte della strategia di questa guerra per procura contro la Russia e chi le ha prodotte lavora direttamente o indirettamente per governi e lobby coinvolti sia nella distruzione dell’Ucraina che nell’ucrainizzazione dell’Europa, un processo finalizzato a controllare, militarizzare e saccheggiare il Vecchio Continente.

Non c’è dubbio che l’Ucraina dovrà essere ricostruita una volta che la guerra sarà finita, ma “distruzione” e “ricostruzione” significano cose diverse per persone diverse in contesti diversi.  Ad esempio, c’è un forte disaccordo su cosa si intenda per “distruzione”, su quando sia iniziata la “distruzione” dell’Ucraina e di chi sia colpa. Il campo semantico, come la storia, è un territorio fortemente conteso. Chi ha seguito le vicende ucraine senza pregiudizi ideologici, e con un minimo di onestà intellettuale, sa che al momento della dissoluzione dell’URSS, l’Ucraina era una potenza economica, la terza potenza industriale dell’Unione Sovietica dopo Russia e Bielorussia, oltre che il suo granaio. Questa repubblica sovietica possedeva industrie aerospaziali, automobilistiche e di macchine utensili, i suoi settori minerario, metallurgico e agricolo erano ben sviluppati, come i suoi impianti nucleari e petrolchimici, le sue infrastrutture turistiche e commerciali. Ospitava inoltre il più grande cantiere navale dell’URSS.


Un continuum di distruzione

A partire dal 1991, anno della sua indipendenza, il PIL dell’Ucraina è rimasto indietro rispetto al livello raggiunto in epoca sovietica, la capacità industriale si è notevolmente ridotta e la popolazione è diminuita di circa 14,5 milioni di persone in 30 anni a causa dell’emigrazione e del più basso tasso di natalità in Europa. Non solo, l’Ucraina è anche diventata il terzo debitore del FMI e il Paese più povero d’Europa. Questi record negativi non possono essere imputati solo alla corruzione sistemica e spaventosa dell’Ucraina: le reti di corruzione che hanno spremuto l’Ucraina sono transnazionali. L’Ucraina è stata vittima di due rivoluzioni colorate finanziate dagli Stati Uniti che hanno portato a un cambio di regime e ad una guerra civile che l’hanno separata a forza dal suo principale partner economico, la Russia.

La sua storia è stata cancellata e riscritta, le ricette neoliberali hanno distrutto il suo tessuto economico e sociale instaurando una forma di governo neocoloniale.

L’Ucraina è entrata a far parte del nefasto Partenariato Orientale 1  dell’UE nel 2009 e, fin dalla sua indipendenza,  è stata invasa da ONG, consulenti economici e politici occidentali. Lo stato di soggezione del Paese ostaggio degli interessi anglo-americani si è cementato dopo che l’ultimo governo ucraino che si era opposto alle dure condizioni del FMI è stato rovesciato dal colpo di stato sponsorizzato dagli Stati Uniti nel 2014. Il 10 dicembre 2013, il presidente ucraino Viktor Yanukovich aveva dichiarato che le condizioni poste dal FMI per l’approvazione del prestito erano inaccettabili: “Ho avuto una conversazione con il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, mi ha detto che la questione del prestito del FMI è stata quasi risolta, ma gli ho ripetuto che se le condizioni fossero rimaste tali non avremmo avuto bisogno di tali prestiti”. Yanukovich ha quindi interrotto i negoziati con il FMI e si è rivolto alla Russia per ottenere assistenza finanziaria. Era la cosa più sensata da fare, ma gli è costata cara. Non è possibile rompere impunemente le catene del FMI: questo fondo a guida americana concede prestiti a paesi con l’acqua alla gola in cambio della solita shock therapy fatta di austerità, deregolamentazione e privatizzazione, e prepara in questo modo il terreno per gli avvoltoi della finanza internazionale, quasi sempre angloamericani.   Se si permette a coloro che hanno distrutto un Paese di essere coinvolti nella sua ricostruzione, essa sarà inevitabilmente solo un punto sul continuum di conquista, occupazione e saccheggio, anche se viene imbellettato. La distruzione produce quella tabula rasa su cui l’occupante può scrivere le proprie regole: “Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, lo chiamano pace”. Tacito conosceva bene sia la realtà che la propaganda dell’imperialismo romano.

Ci si può solo chiedere se coloro che parlano di “ricostruzione”, “ripresa”, “riforma”, “ordine fondato sulle regole”, “reset” o qualsiasi altra espressione di moda al momento, siano consapevoli di questa realtà brutale o credano veramente alla propria propaganda. In ogni caso, promettono un’utopia futura per la quale vale la pena uccidere e morire.

Il capitalismo occidentale ha creato la propria escatologia secolare, sostituendo la promessa della vita eterna dopo la morte con la speranza di un mondo migliore in futuro, suscitando aspettative che vengono costantemente deluse. Incapace di risolvere le sue crescenti contraddizioni nel presente, il capitalismo rimanda la soluzione al futuro.

L’utopia promessa, incorporata nella narrazione ambientalista-tecnocratica, è un tentativo di distogliere l’attenzione dalle tendenze distruttive insite nel capitalismo stesso, che ancora una volta ha fatto ricorso alla guerra e all’espansione dei budget militari per tirarsi fuori dalle sue crisi sistemiche. Le guerre, con i loro cicli di distruzione e ricostruzione, forniscono sia uno stimolo economico nel quadro della stagnazione attuale che uno sbocco per la sovraaccumulazione del capitale. ll centro di gravità economica si è spostato in Asia, un mercato quello asiatico in cui gli Stati Uniti devono affrontare la forte concorrenza della Cina, e mentre l’egemonia statunitense si indebolisce, le élite occidentali si trovano di fronte alla scelta di sostenere il vecchio egemone oppure cercare un accordo con le potenze emergenti, un’opzione che non solo ridurrebbe la loro influenza e i loro profitti scandalosi, ma accelererebbe anche il declino degli Stati Uniti.

Poiché il potere militare e l’influenza USA sull’economia globale sono da tempo intrecciati e la perdita dell’uno comporterebbe la perdita dell’altra, gli Stati Uniti hanno stretto la presa sui loro vassalli, hanno raddoppiato le loro ambizioni egemoniche e preferiscono indulgere in grandiose e pericolose fantasie piuttosto che accettare la nuova realtà multipolare. Le loro fantasticherie non possono garantire una crescita reale, ma aiutano a manipolare il sentimento del mercato, ed è per questo che l’Impero sta investendo una parte considerevole delle sue risorse per colonizzare le menti e blindare le sue narrazioni con metodi polizieschi. Il compito di coloro che progettano contemporaneamente la distruzione e la ricostruzione è quello di ridurre la dissonanza cognitiva tra lo stato di miseria attuale e i proclami di un futuro radioso…

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Il ritorno dei blocchi e la teoria Rumsfeld – Giuseppe Masala

È tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente,” Winston Churchill (5 marzo del 1946)

Ad ormai un anno di distanza dall’inizio del conflitto tra Ucraina (e Nato) da un lato e Russia dall’altro si stanno susseguendo gli appuntamenti simbolici dal grande impatto mediatico ma anche dalla enorme portata politica.

Ad aver iniziato la serie di “appuntamenti” è stato Joe Biden arrivato a Kiev direttamente dall’America per dimostrare anche fisicamente l’appoggio statunitense a Kiev e al suo leader Zalensky.  In questa visita il presidente americano, per il vero, non ha fatto alcun annuncio importante, se non dimostrare fisicamente al mondo il sostegno degli USA all’Ucraina che si vorrebbe far credere incrollabile. Ovviamente il tutto condito dall’ennesima firma di Old Joe su un atto che autorizza la fornitura di ulteriore assistenza militare e finanziaria all’Ucraina. Non è chiaro peraltro, se questo – come tutti gli altri aiuti arrivati da Washington – siano sotto l’egida della Lend-Lease Act americana appositamente re-introdotta dal parlamento USA allo scoppio della guerra o se siano vere e proprie donazioni. Molto probabilmente si tratta di sostegno sotto l’egida di questa legge, conseguentemente qualcuno un giorno sarà chiamato a pagare; e qualcosa mi dice che non sarà l’Ucraina a farlo ma i paesi europei ormai sempre più ridotti nel ruolo di pagatori di ultima istanza.

Il giorno dopo la visita di Biden a Kiev – tre giorni fa – è stato lo stesso Putin a dare il via agli eventi simbolici con un discorso di fronte al parlamento riunito in seduta comune. Un discorso per certi versi di portata storica che a tratti è stato una vera e propria requisitoria contro l’Occidente Collettivo, accusato di doppiezza a partire dagli accordi di Minsk che si sono dimostrati (per stessa ammissione della Merkel e di Hollande) un semplice escamotage per guadagnare tempo e poter così consentire alla Nato di rinforzare l’apparato militare ucraino e renderlo abbastanza robusto da riuscire a combattere la Russia magari fino a logorarla in maniera sostanziale.

Ma il nocciolo del discorso di Putin è certamente legato al tema della sicurezza strategica della Russia e più in generale al concetto di indivisibilità della sicurezza che – essendo il mondo unico – o è garantita a tutti o non è garantita a nessuno. Putin ha ricordato che sono stati gli USA ad uscire dal trattato che bandiva i missili a  medio raggio dall’Europa. Un trattato questo fondamentale per garantire la Pace in Europa. Inoltre Putin ricorda che fu la Russia – nel Dicembre del 2021 – a porre il tema della sua sicurezza alla luce del fatto che la Nato sempre più avanzava verso i confini del paese euroasiatico. Questione questa che portò a colloqui ai massimi livelli tra Mosca e Washington ma che si conclusero con un nulla di fatto.

Alla luce di tutto questo lo Zar dunque annuncia la sospensione del trattato New START sui missili e le testate nucleari strategiche che garantisce di fatto la non proliferazione nucleare. Una sospensione che rende impossibili le ispezioni americane nei siti nucleari russi e che è comprensibile visto che gli USA ormai sono a tutti gli effetti una potenza belligerante contro la Russia e risulterebbe certamente paradossale che mentre invia armi all’Ucraina possa ispezionare le armi strategiche russe compresi i Sarmat, il sistema Avanguard e i missili ipersonici Zhircon e Kinzhal.

Il problema è che la mossa russa rischia di aprire il vaso di pandora della proliferazione nucleare in tutto il mondo. Se i russi decidessero di aumentare i vettori per le loro testate, perché non dovrebbero fare altrettanto francesi, inglesi, americani, israeliani, cinesi, indiani e pakistani? E di conseguenza, perché giapponesi, iraniani, sauditi non possano decidere di dotarsi anche essi dell’arma atomica visto che – magari – i loro avversari storici aumenteranno le loro testate e i loro missili? Un passaggio questo delicatissimo…

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lunedì 14 marzo 2016

Turi Vaccaro





NoMuos. Stupido, di un Turi Vaccaro sei finito ancora una volta in carcere... -  Doriana Goracci 

Mentre "la Cassazione ha dichiarato il MUOS pericoloso per la salute", hanno arrestato nuovamente TURI VACCARO 62enne pacifista catanese, al termine di una protesta "No Muos" svoltasi davanti alla base americana. E' accusato di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento di un'automobile del commissariato di Gela, perché si era sdraiato sul sedile posteriore dell'auto della polizia e con i piedi aveva sfondato il finestrino dello sportello destro.

Nel dicembre 2009 su AgoraVox scrissi:
«Turi Vaccaro, il “pellegrino di pace”, che noi tutti conosciamo (nel 2005 è stato protagonista in Olanda di una storica azione pacifista in un aeroporto militare della NATO: aveva reso inservibili due aerei da combattimento F16 distruggendone i comandi a martellate…) è penetrato nella parte militare del Dal Molin insieme ad Agnese Priante del gruppo donne del Presidio. Aveva con sé un disegno solare che gli aveva affidato Alice delle Piagge (Firenze) dove era passato di recente percorrendo il suo itinerario di cammino della pace e della nonviolenza (Napoli-Vicenza) durato più di tre mesi e conclusosi a Vicenza domenica 8 novembre. Diceva che lo aveva ricevuto proprio per favorire questa azione. Aveva preparato i semi secondo il sistema dell’agricoltura biologica di Fukuoka (inserimento dei semi in palline di argilla, la stessa del Dal Molin). Li ha seminati insieme alla sua accompagnatrice. Poi sono stati fermati dai carabinieri della SETAF. Ora Turi è nel carcere di S. Pio X».

Giugno 2011: Turi Vaccaro – diventato uomo simbolo della protesta pacifista – viene fermato dalla polizia a Chiomonte mentre va incontro al bulldozer impiegato per abbattere le barricate erette dai No Tav, come a Tienanmen. C’è un’intervista del TG3 dopo la quale Turi Vaccaro ricevette il Foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno per un anno in sette comuni della Val di Susa. La questura motivò il provvedimento con gli episodi di cui Turi si era reso protagonista e che «hanno creato turbativa alla sicurezza pubblica in quei comuni». Il manifestante inoltre è stato denunciato alla Procura della repubblica di Torino per i reati di violazione dei sigilli e inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità.
Dicembre 2014: «Ha distrutto le barriere e forzato il catenaccio di un box, danneggiato alcune apparecchiature e ha sbandierato uno striscione con scritto “Spade in aratri”. Bloccato dai militari americani, è stato poi consegnato agli agenti del commissariato di Niscemi. Dopo l’interrogatorio è stato posto agli arresti domiciliari presso la sede del coordinamento regionale dei comitati No MUOS a Niscemi».



25 Aprile 2015: Dopo aver percorso oltre 300 km a piedi attraverso la Sicilia, rievocazione della marcia del sale condotta da Gandhi ai tempi della ribellione indiana al dominio inglese, in compagnia del suo amico Maurizio e dell’asinello Calò, e sfidando il timore di essere arrestato a causa del divieto di dimora che pende su di lui, Turi Vaccaro arriva a Niscemi concludendo la sua marcia pacifista. Un gruppo di attivisti gli va incontro percorrendo insieme a lui gli ultimi km prima dell’ingresso in città. Turi parla della camminata per la Sicilia, anticipando la sua volontà di volere entrare dentro il cantiere del Muos per “sterilizzarlo” con i granelli di sale da lui stesso distillati.
E
ra il 6 maggio 2015: dopo aver invaso la base Usa di Niscemi per l’ennesima volta, nonostante la doppia recinzione in filo spinato e tentato invano di arrampicarsi su una delle antenne, Turi Vaccaro, grazie alla mediazione di don Giuseppe Cafà, parroco di Niscemi, decide di scendere dall’albero sul quale ha vissuto arrampicato per 3 giorni e di consegnarsi alla polizia.
11 novembre 2015
: Turi Vaccaro per l’ennesima volta invade la base Usa di Niscemi e si arrampica su una delle tre parabole, considerate strumenti di guerra e di morte.
Su di essa ora campeggia la scritta: NO MUOS NO WAR.

Ciononostante a viva voce chiediamo #TURILIBERO, quel Turi che ha sempre agito da solo, l’attivista del MIR – Movimento internazionale della riconciliazione – che in una base americana in Olanda, nel 2005, passò all’azione diretta nonviolenta per distruggere due aerei militari F-16 il giorno dell’anniversario del bombardamento atomico di Nagasaki: «Turi Vaccaro, pacifista nonché papà olandese, si è introdotto in una base militare in Olanda per sfasciare a bastonate dei caccia bombardieri F16. Si è fatto arrestare per far conoscere al mondo la sua iniziativa… ma la TV italiana non se ne è accorta». Figuriamoci oggi.
(*) ripreso da http://www.agoravox.it; qui in “bottega” un paio di volte si è parlato di Turi Vaccaro: vedi a esempio qui Scor-data: 6 ottobre 2002. Qui invece https://www.youtube.com/watch?v=xfysJO9PC8o&ebc=ANyPxKpnq5xtuna intervista a Turi arrampicato sopra la parabola No Muos (db)

DORIANA GORACCI SI PRESENTA COSI’
Sono una blogger in copy left da circa dieci anni e mi piace impegnarmi appena possibile nel giornalismo partecipativo, usando il cestino come mezzo non per scaricare le notizie inutili ma quelle piccole e preziose e spesso sotto traccia.