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sabato 30 ottobre 2021

Vittorio Agnoletto: «Non sospendere i brevetti sui vaccini è un atto di guerra»

 

India e Sudafrica hanno chiesto da ormai più di anno di mettere in discussione la proprietà intellettuale sui farmaci anti-Covid affinché si possa garantire un accesso equo ai vaccini in tutto il mondo. Ma i paesi europei sono conniventi con Big Pharma

(Intervista di Francesco Brusa)

Al summit internazionale del G20 di questo fine settimana a Roma si parlerà anche di accesso ai vaccini per tutti i paesi del mondo. La situazione non è certo rosea: nelle zone ricche del pianeta ci sono dosi in eccesso e in via di scadenza, mentre in contesti come quello africano alcuni stati sono sotto al 5% di popolazione vaccinata. In più, gli accordi stretti fra case farmaceutiche e Commissione Europea ostacolano una ripartizione equa degli antigenici. Proprio per questo, ormai un anno fa, India e Sudafrica hanno presentato una proposta di moratoria per sospendere i brevetti sui farmaci anti-Covid e chiedere maggiore trasparenza sui metodi e sulle ricerche nell’ambito della loro produzione. Abbiamo parlato con Vittorio Agnoletto, fra i promotori della campagna “Nessun profitto sulla pandemia” che sta appunto cercando di far pressioni su governi e istituzioni europee per accettare la richiesta dei paesi a medio e basso reddito.

Qual è il punto della situazione?

Siamo di fronte a un mese decisivo per il futuro prossimo dell’umanità. Ci sono due importanti scadenze in successione: il g20, in cui i paesi più ricchi del pianeta arriveranno a determinare la loro posizione in merito alla distribuzione dei vaccini, mentre dal 30 novembre al 3 dicembre si svolgerà la riunione interministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che in qualche modo rappresenta la “battaglia finale”. In quell’occasione si arriverà per forza di cose a una decisione finale: o i brevetti vengono messi in discussione sulla scorta della moratoria proposta da Sudafrica e India oppure non cambia niente.
È dall’ottobre del 2020 che questa discussione è sul tavolo di tutte le più importanti organizzazioni internazionali e sul tavolo di tutti i governi, compreso il nostro. Perché è esattamente dall’ottobre del 2020 che Sudafrica e India chiedono una fast track, vale a dire un percorso veloce dentro le organizzazioni del commercio per arrivare a dibattere e ad approvare la proposta di moratoria. La situazione non si è sbloccata e adesso arriviamo al tavolo interministeriale col tema all’ordine del giorno ma dopo aver perso un anno.

Quanto conta dunque il summit di questo fine settimana?

Nel G20 si dovrà decidere qual è il comportamento dei paesi più ricchi. Teniamo presente che dentro il g20 ci sono i paesi che si stanno opponendo a questa scelta (ovvero Ue, Gran Bretagna, Norvegia). Quindi le due tappe sono conseguenti l’una all’altra ed è importantissimo quello che avverrà o non avverrà nel corso del vertice all’Eur. Il nostro paese ha una responsabilità enorme perché ha la presidenza del g20 e quindi le eventuali proposte per l’approvazione della moratoria sono in mano al governo italiano e agli sherpa italiani.
Purtroppo, se lasciamo da parte qualche fumosa dichiarazione rilasciata giusto per essere data in pasto all’opinione pubblica grazie all’aiuto di qualche media compiacente, andando al nocciolo della questione notiamo che da parte del nostro governo non emerge nessuna volontà di modificare la propria posizione e tanto meno di contribuire a modificare la posizione del Consiglio Europeo.

Come mai questa reticenza?

Nella vicenda dei vaccini, la Commissione Europea ha delle colpe enormi ma è chiaro che può permettersi di comportarsi così perché i governi che contano di più avvallano la sua posizione. La Commissione non può decidere per conto proprio, quindi la responsabilità di aver fino a ora chiuso la porta a una sospensione dei brevetti è condivisa fra Commissione e governi europei e in particolare col governo tedesco, francese e italiano. Questo perché da sempre i governi europei sono i massimi alleati di Big Pharma. Ma questa è una storia che va avanti da decine di anni, almeno dall’autunno del 2001 quando ci fu la dichiarazione di Doha. Allora ci fu uno scontro molto acceso col Sudafrica di Mandela, attraverso cui si arrivò alla dichiarazione per cui «la tutela dei brevetti non dovrà mai impedire ai governi di fornire la miglior cura disponibile ai propri cittadini». Si tratta di un principio che stabilisce la prevalenza del diritto alla salute sugli interessi commerciali.
Dal momento in cui quella dichiarazione venne approvata, l’Unione Europea iniziò a mettersi di traverso. Cominciò subito a ostacolarne l’applicazione pratica. Si tratta di qualcosa di cui va tenuto conto in tutta la vicenda dei vaccini: come possono essere giustificati gli accordi presi con le aziende farmaceutiche?

Accordi in larga parte secretati…

Hanno stretto degli accordi che non sono stati resi pubblici, hanno accettato in pratica tutto quello che gli è stato chiesto dalle case farmaceutiche. Tra l’altro, fra Canada Unione Europea e Stati Uniti, sono stati impiegati almeno 8 miliardi di dollari per finanziare la ricerca sui vaccini. Se prendiamo il caso di AstraZeneca, sappiamo che il 97,2% delle spese sostenute dall’azienda per produrre il suo vaccino derivano da fondi pubblici o da soldi di fondazioni caritatevoli. Nonostante questo, la Commissione Europea ha lasciato i brevetti in mano a istituti che sono completamente privati. Quindi, per riassumere: abbiamo finanziato la ricerca ma abbiamo lasciato alle case farmaceutiche il brevetto, ovvero il profitto. Poi abbiamo acquistato da loro un farmaco che abbiamo contribuito a produrre e infine abbiamo accettato che fossero loro a stabilirne i prezzi che, tra l’altro, non sono stabili. È stato dichiarato che, appena passata la fase pandemica, questi prezzi potrebbero aumentare anche di sette o otto volte.

Non solo: abbiamo pure accettato di inserire nei contratti delle clausole per cui se volessimo donare gratuitamente dei vaccini ai paesi poveri occorre avere un’autorizzazione. Allora, per firmare un contratto di questo tipo è chiaro bisogna essere o ubriachi oppure conniventi degli interessi delle azienda farmaceutiche. Non c’è altra opzione. E tutto questo al netto di ciò che non sappiamo per via dei contenuti degli accordi che rimangono secretati: mi chiedo se anche gli accordi con l’Unione Europea contengano delle clausole, che le multinazionali hanno in passato imposto ad alcuni paesi, per cui nel caso di cause collettive devono essere gli stati a pagare, sollevando così l’azienda da ogni responsabilità. Sarebbe la prima volta che capiterebbe in campo sanitario una roba del genere.

Nel frattempo però alcune dosi di vaccino vengono donate ai paesi più poveri…

È inaccettabile. L’elemosina e la carità non possono mai sostituire i diritti. Al massimo possono essere qualcosa di complementari ai diritti, che però devono venire per primi. Il nostro governo e l’Unione Europea si riempiono la bocca di donazioni, che comunque a oggi sono pochissime. In parte, sono stati donati vaccini che erano a un passo dalla scadenza e anche adesso si parla di donare vaccini che scadono a dicembre. Tra l’altro si sta discutendo di donare le dosi di AstraZeneca in eccesso, farmaco che però è stato dimostrato che non va utilizzato con persone giovani e nel sud del mondo l’età media è chiaramente inferiore alla nostra. Insomma, questa non è neanche carità.
È abbastanza scioccante che l’Europa con la sua storia, cultura e con i suoi principi (dei i quali si erge a difensore in tutto il mondo), decide di farsi corresponsabile della morte di milioni di persone. Perché è quello che sta succedendo: la guerra non si fa solo con le armi, si fa anche negando i farmaci e negando i vaccini. Non dimentichiamo che Big Pharma– dunque il settore farmaceutico – è al secondo posto a livello mondiale per distribuzione dei dividendi ai propri azionisti, solo dopo l’industria delle armi. C’è quindi un peso enorme di questi settore industriale sulle istituzioni politiche europee, che genera probabilmente anche degli intrecci che rimangono ai più sconosciuti.

Come agirete da qui in avanti?

Il coordinamento europeo “Nessun profitto sulla pandemia” si sta organizzando per una serie di iniziative che costelleranno il mese di novembre in tutto il mondo e in particolare in Europa: movimenti, associazioni e fondazioni hanno gli occhi puntati su di noi, perché siamo noi europei che stiamo bloccando tutto. Cercheremodi spingere insegnanti di medie superiori e università affinché da qui al 30 novembre venga dedicato del tempo a spiegare l’importanza di far arrivare vaccino anche nel sud del mondo.

Qualora non si volessero seguire i principi di solidarietà e giustizia, si tratta di un’azione fondamentale pure sulla base di un “sano egoismo”: se il virus continuerà a diffondersi è molto probabile che si sviluppino varianti maggiormente aggressive, che arriveranno anche da noi e nessuno oggi può dire se i vaccini di cui disporremo saranno efficaci o meno e in che misura. Se non vogliamo tornare indietro e non vogliamo tornare in lockdown, dobbiamo rendere i vaccini disponibili per tutti. Il nostro è un obiettivo molto concreto: appoggiare la proposta di India e Sudafrica per una moratoria di tre anni sui brevetti dei vaccini e per consentire la socializzazione delle conoscenze.

da qui

venerdì 19 febbraio 2021

Cosa stiamo aspettando a requisire i brevetti vaccinali? - Thomas Fazi

 

L’ideologia dominante si evince tanto da quello che i detentori del potere dicono quanto, se non di più, da quello che non dicono.

L’indegna sceneggiata a cui stiamo assistendo in merito ai vaccini anti-COVID ne è una dimostrazione lampante. A fronte di colossali ritardi nelle consegne e gravissime inadempienze contrattuali da parte delle case farmaceutiche, che rischiano di comportare non solo un enorme costo economico, a causa del prolungamento delle misure di contenimento del virus, ma anche un’intollerabile perdita di vite umane – solo per l’Italia si stima che il ritardo nella fornitura dei vaccini riguarderà almeno 7 milioni di persone –, la Commissione europea e i governi europei (inclusa l’Italia) non hanno saputo fare di meglio che minacciare ridicole azioni legali contro le società coinvolte.

Parliamo di procedimenti che possono impiegare mesi, se non anni, per dare qualche risultato: tempi assolutamente incompatibili con la necessità di porre fine nel minor tempo possibile allo stillicidio quotidiano di morti, e impedire che la pandemia sanitaria si trasformi in una pandemia economica e sociale ancor più grave.

In questo contesto, sorprende che nessun governo – in Italia o in altri paesi europei, che io sappia – abbia pensato di proporre la soluzione più ovvia, a fronte dell’evidente incapacità delle case farmaceutiche di soddisfare la domanda: requisire i brevetti vaccinali per consentirne una produzione pubblica su larga scala per soddisfare la domanda nazionale – nel caso un singolo paese come l’Italia si muovesse autonomamente – o ancora meglio quella globale.

Si tratterebbe tra l’altro di una procedura prevista anche dalla stessa Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che all’articolo 31 dei famigerati accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale, prevede che in presenza di crisi sanitarie conclamate come quella che stiamo attraversando i governi possono autorizzare la produzione locale di un farmaco con una cosiddetta “licenza obbligatoria” che le case farmaceutiche sono obbligate a concedere su richiesta.

Una richiesta di applicazione generalizzata dell’articolo 31 è stata presentata all’OMC a dicembre da diversi paesi in via di sviluppo – che per ora sono completamente tagliati fuori dalla campagna vaccinale: il COVAX, «lo strumento mondiale volto a garantire un accesso equo e universale ai vaccini contro la COVID-19», per ora è riuscito ad assicurarsi solo 700,000 dosi per i paesi a basso reddito, a fronte di 6 miliardi di dosi prenotate dai paesi ad alto reddito attraverso accordi bilaterali con le case farmaceutiche –, ma la richiesta non è passata per l’opposizione di diversi paesi occidentali: Stati Uniti ed Unione europea in primis.

In quell’occasione un portavoce della UE ha persino avuto l’ardire di dichiarare: «Non ci sono prove che i diritti di proprietà intellettuale ostacolino in alcun modo l’accesso ai medicinali e alle tecnologie correlati al COVID-19».

Ricordatevelo la prossima volta che qualcuno vi racconterà che la UE ci ha protetto in questa pandemia: la verità è che la UE è in prima fila nel mettere i profitti delle multinazionali davanti alla salute dei cittadini. D’altronde difendere gli interessi del grande capitale è la sua stessa ragion d’essere, ci si stupirebbe del contrario.

Alla luce di ciò, fanno sorridere alcuni appelli e articoli che sono circolati in questi giorni, in cui si auspica «una nuova cultura sanitaria in chiave europea», emancipata dalla logica del profitto e dei brevetti privati. Se la UE è disposta ad abbandonare a se stesse centinaia di milioni di persone nei paesi a basso reddito, negandogli il diritto di potersi produrre il vaccino in casa, figurarsi quanto gliene possa importare del destino di qualche decina di migliaio di europei a basso reddito.

Come sempre, vale la regola per cui auspicare “soluzioni globali a problemi globali” è bene, ma agire autonomamente è meglio. Per questo il governo italiano, se avesse veramente a cuore la salute dei suoi cittadini, se ne infischierebbe della UE e del trattato di Lisbona (attraverso il quale ha ceduto alla UE le competenze in materia di commercio: altra bella c*****a), e si attiverebbe subito per attivare una procedura di “licenza obbligatoria” per produrre localmente tutti i vaccini di cui abbiamo bisogno.

Tra l’altro sarebbe legittimato a farlo anche in base al diritto interno, ai sensi dell’articolo 141, primo comma, che sancisce che la pubblica amministrazione può procedere all’espropriazione dei diritti inerenti a tutti i titoli di proprietà industriale (ad eccezione del marchio) per ragioni di interesse della difesa militare o di pubblica utilità.

D’altronde, non fanno che ripeterci che siamo in guerra. Cosa aspettiamo a comportarci di conseguenza?

(Va da sé che si tratterebbe di una soluzione emergenziale. La follia sta a monte, cioè nell’affidare la salute dei cittadini a multinazionali che hanno come unico faro il profitto. Da questo, in fondo, nasce lo scetticismo di molti cittadini nei confronti dei vaccini. Gli Stati dovrebbero avere un’industria farmaceutica pubblica, punto).

da qui


Il caso vaccini mostra il fallimento del mercato - Charlotte Bez, Giovanni Tonutti

Il problema principale della più grande campagna vaccinale della storia non è la distribuzione ma la produzione delle fiale. I governi si sono fatti carico dei rischi economici ma il sistema del monopolio dei brevetti non ne garantisce la reperibilità

La scorsa settimana l’Italia e l’Europa tutta hanno ricevuto una doccia gelata sulla prospettiva di vaccinare l’intera popolazione entro la fine dell’anno. Le aziende farmaceutiche Pfizer e AstraZeneca hanno infatti annunciato dei tagli nelle forniture previste ai paesi Ue, fino al 60% nei prossimi tre mesi. AstraZeneca consegnerà solo 31 delle 80 milioni di dosi promesse entro la fine di marzo, e non ha ancora formulato un obiettivo di consegna per il periodo aprile-giugno. Sul vaccino Oxford-AstraZeneca sono riposte molte delle speranze perché è facile da conservare – a temperatura di frigorifero, al contrario di -20°C (Moderna) e -70°C (Pfizer-BioNtech) – e con un prezzo decisamente inferiore rispetto ai competitors (€1,78 a dose, contro i €18 di Moderna e i €22 di Pfizer-BioNtech). Pfizer-BioNtech, il cui vaccino è già in distribuzione in Europa, ha annunciato subito problemi di consegna e ritardi, tanto che in Italia e Germania siamo stati costretti a fermare la vaccinazione, con il nostro governo che ha già minacciato di intraprendere azioni legali.

Entrambi i colossi farmaceutici attribuiscono la causa dei ritardi alle difficoltà incontrate dai due (e unici) stabilimenti industriali che riforniscono l’intera Europa, entrambi in Belgio, nel far fronte alla domanda di centinaia di milioni di dosi. Come sostiene l’economista Andrea Roventini dunque, il problema principale della più grande campagna vaccinale della storia non sembra essere la distribuzione del vaccino quanto la produzione delle fiale, processo che si sta rivelando un vero e proprio collo di bottiglia. Nel gridare allo scandalo minacciando le vie legali, i nostri rappresentanti non dovrebbero indignarsi rispetto alle ovvie difficoltà di tipo operativo incontrate da due stabilimenti industriali nel far fronte alla domanda immediata di centinaia di milioni di vaccini. Il vero scandalo, invece, sta nel fatto che le fiale contenenti quella che a oggi sembra essere l’unica risposta alla profondissima crisi sanitaria, economica e sociale in cui versa l’intero continente, vengano prodotte esclusivamente in due stabilimenti industriali.

Dopo quasi un anno dallo scoppio della pandemia e oltre due milioni di morti in tutto il mondo, viviamo adesso un paradosso dal sapore amaro: la tecnologia per l’immunizzazione è stata sviluppata, la domanda c’è (i soldi stanziati dai governi per le fiale), ma l’offerta è insufficiente (le fiale non vengono prodotte in tempo). In un futuro libro di testo di economia, la situazione attuale verrà descritta come caso emblematico di fallimento del mercato, in cui l’incontro tra domanda e offerta avviene in modo sub-ottimale. Ci si chiede dunque com’è possibile che di fronte a un fabbisogno immediato e globale del vaccino la risposta arrivi da soli due stabilimenti produttivi con una produzione limitata e centralizzata? Per quale motivo non è possibile adibire la moltitudine di impianti farmaceutici in Europa e nel mondo alla produzione delle fiale, così da vaccinare il più persone possibili entro un anno? La risposta a queste domande va cercata nel principio fondante che ha permesso a industrie farmaceutiche di diventare veri e propri colossi: il sistema della proprietà intellettuale e dei brevetti.

Il monopolio dei brevetti e la centralizzazione della produzione dei vaccini

Gli attuali problemi di produzione sono la manifestazione di quello che l’economista Ugo Pagano aveva definito come il capitalismo monopolistico intellettuale, un sistema che permette ai detentori di brevetti, per esempio, di escludere gli altri dall’uso della loro proprietà intellettuale, evitando così la concorrenza. Quali sono le conseguenze? Una riduzione dell’offerta competitiva, aumento dei prezzi e abbassamento del welfare economico a causa dell’uso socialmente inefficiente della conoscenza.

Con l’obiettivo di immunizzare miliardi di persone in pochi mesi sarebbe auspicabile poter contare su una catena di fornitura delle fiale il quanto più localizzata possibile. Ciò significa minimizzare la distanza tra la produzione e distribuzione del vaccino, decentralizzando gli impianti farmaceutici per la fornitura delle fiale. Questa prospettiva è però in netto contrasto con i principi fondanti del modello Big Pharma, ovvero la massimizzazione dei profitti attraverso l’applicazione dei brevetti e della proprietà intellettuale. Dal momento che le royalties per i vaccini anti-Covid sono relativamente basse, le compagnie farmaceutiche hanno pochi incentivi di mercato per esternalizzare la propria produzione attraverso accordi con i concorrenti, o per iniziare a impegnarsi in un serio trasferimento di conoscenze e diritti di proprietà intellettuale, in modo che stabilimenti farmaceutici di tutto il mondo possano produrre vaccini. Ci si ritrova quindi, come nel caso dell’Europa, con due soli stabilimenti industriali addetti alla produzione di fiale per l’intero continente. In quest’ottica, l’industria farmaceutica incarna perfettamente due delle caratteristiche principali del capitalismo del XXI secolo, ovvero la finanziarizzazione e il potere monopolistico da un lato, e la centralità dell’economia della conoscenza dall’altro, che pone la massima importanza sul ruolo delle cosiddette risorse intangibili.

Non è sorprendente dunque, ma comunque difficile da accettare, che solo Moderna abbia dichiarato che non applicherà temporaneamente i brevetti relativi al vaccino per il Covid, mentre nessun detentore di diritti sui vaccini si è impegnato a condividere apertamente i suoi brevetti, dati e know-how. Pfizer, infatti, ha dichiarato che farà valere la sua proprietà intellettuale e ha sostenuto il proprio diritto a trarre profitto dai suoi investimenti nei trattamenti contro il Covid. Gli stessi governi occidentali (Stati uniti, Unione europea e il Regno Unito) hanno inoltre bloccato una proposta all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) da parte di un blocco di paesi in via di sviluppo per sospendere temporaneamente l’applicazione della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali al fine di accelerare lo sviluppo e la distribuzione dei vaccini anti-Covid, soprattutto nei paesi a basso reddito. La proposta, presentata dall’India e dal Sudafrica in ottobre, e firmata da un totale di 100 paesi, chiedeva all’Omc di esentare i paesi membri dall’applicazione di alcuni brevetti, segreti commerciali o monopoli farmaceutici secondo l’accordo dell’organizzazione sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio. Ciò avrebbe permesso a paesi come l’India, con una grandissima presenza di industrie chimiche e farmaceutiche, di produrre i vaccini e di immunizzare in tempi rapidi e a basso costo l’intera popolazione. 

Innovazione pubblica, profitti privati

Gli interessi Big Pharma non si sono fatti attendere nel cercare di legittimare il sistema di brevetti, sostenendo che la perdita della protezione della proprietà intellettuale minerebbe gli incentivi per le aziende di impegnarsi nella ricerca e sviluppo. Anche la stampa conservatrice si è lanciata in difesa dello status quo. Il quotidiano inglese conservatore The Telegraph ha commentato la sbalorditiva rapidità di sviluppo del vaccino anti-Covid sostenendo che «un mercato competitivo per i vaccini anti-Covid dimostra che il capitalismo vince sempre».

Entrambi gli argomenti ignorano il fatto che lo sviluppo di questi vaccini è in gran parte un prodotto dello stato, nel suo ruolo di stato innovatore (come teorizzato da Mariana Mazzucato), essendo frutto di una delle più grandi sovvenzioni di denaro pubblico alle imprese private nella storia del capitalismo. La start-up BioNTech ha ricevuto 375 milioni di euro dal governo tedesco e altri 100 milioni dalla Banca europea per gli investimenti. Il vaccino, sviluppato in collaborazione con Pfizer, avrà un prezzo di 39 dollari per un trattamento di 2 dosi, mentre i costi di produzione ammontano a 15 dollari. Le vendite globali dovrebbero ammontare a 13 miliardi di dollari con il loro vaccino, di cui il 50% andrà a BioNTech. Moderna ha ricevuto quasi 1 miliardo dollari dal governo americano per il finanziamento della ricerca, AstraZeneca 900 milioni e Sanofi 1,5 miliardi. Pfizer ha ricevuto quasi 2 miliardi di dollari dal governo americano in accordo di acquisto anticipato, l’equivalente dell’acquisto di 100 milioni di dosi di vaccino garantite dallo stato, prima che i risultati degli studi clinici fossero noti, fornendo così un esempio di assorbimento del rischio da parte del governo. L’Unione europea ha aggiunto altri 4 miliardi di dollari di impegno di acquisto. Se anche queste somme risultano inferiori a quelle poi sborsate da investitori privati per lo sviluppo dei vaccini, hanno comunque avuto il ruolo fondamentale di favorire questi investimenti, abbassando il rischio per gli investitori con i soldi pubblici.

Si è di fronte quindi a un modello in cui i governi si sono fatti carico dei rischi relativi allo sviluppo dei vaccini, per poi trovarsi di fronte all’irreperibilità delle fiale frutto del sistema di brevetti e proprietà intellettuale, su un bene che hanno contribuito a sviluppare. Questa vicenda sottolinea come da un lato ingenti investimenti pubblici nella ricerca e tecnologia diano risultati formidabili in termini di sviluppi innovativi, dall’altro, come la produzione e commercializzazione di un bene fondamentale lasciata nella sfera di un sistema capitalistico e monopolistico non possa far fronte all’emergenza in cui il mondo versa. I vaccini sono stati sviluppati con i soldi pubblici e pubblici devono rimanere. Il ritardo nella produzione e distribuzione dei vaccini rappresenta un sacrificio di vite umane per proteggere gli interessi miliardari delle aziende Big Pharma.

La pandemia e la crisi del capitalismo

I politici europei si stanno gioco-forza scontrando con la realtà dei fatti, realizzando che il modello di produzione e distribuzione attualmente in campo non può garantire l’obiettivo di immunizzare l’intera popolazione entro i tempi inizialmente previsti. Salvo una mozione presentata all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa da parte di 38 eurodeputati, le risposte rispetto a questo problema sembrano però mancare il nocciolo della questione. Da un lato, governi come l’Italia e la Polonia minacciano le vie giudiziarie, come se una causa legale potesse in qualche modo risolvere i problemi operativi della produzione delle fiale. Dall’altro, la Germania e la Commissione europea hanno avanzato la proposta di bloccare l’export di vaccini prodotti all’interno dell’Ue (in uscita verso il Regno Unito), spostando la dialettica su un campo nazionalistico invece che sui rapporti tra pubblico e privato. Dalla Francia arrivano timidi segnali di un tentativo di rottura della produzione monopolistica e centralizzata dei vaccini. Il gruppo Sanofi, sotto pressione da parte del governo francese che controlla il 16% delle azioni dell’azienda, si è reso disponibile a produrre a partire dall’estate il vaccino Pfizer-BioNtech nel suo stabilimento di Francoforte. Nel nostro paese, purtroppo, la questione viene inserita in una sterile polemica sull’operato dei commissari pubblici nella gestione della pandemia, perdendo ancora una volta l’occasione di introdurre nel dibattito pubblico questioni fondamentali rispetto all’assetto del nostro sistema produttivo. 

Ancora una volta, la pandemia ha messo a nudo le inefficienze e inadeguatezze del sistema economico capitalistico nel far fronte ai bisogni fondamentali della nostra società. I problemi emersi nella produzione di vaccini in Europa sono solo l’ultima manifestazione di tale inadeguatezza. A inizio emergenza, la domanda di materiale protettivo come mascherine e camici si è scontrata contro la mancanza di manifatture in grado di produrre questi beni, perché considerati di basso valore economico. Il processo di digitalizzazione delle attività lavorative e scolastiche, necessario a causa del distanziamento sociale, ha visto intere aree del nostro paese sprovviste di connessione alla rete, perché non costituiscono un’utenza sufficiente a garantire il profitto delle aziende private di telecomunicazioni. Questi sono solo alcuni degli esempi di come il paradigma del mercato libero e della legge del profitto abbiano fallito nel dare risposte adeguate alle esigenze emerse nella crisi sanitaria. 

Di fronte a tale fallimento, è venuto il momento di aprire un dibattito serio e condiviso che metta in luce le criticità dell’attuale sistema economico e produttivo. Se è vero che la pandemia ha rimarcato la centralità delle istituzioni pubbliche nel far fronte ai bisogni della società, è allora necessario che chi le rappresenta si impegni nell’affrontare seriamente le cause di questa crisi sistemica, a partire dal ridefinire gli equilibri tra interessi pubblici e privati. È venuto il momento di dare ascolto a visioni alternative rispetto al dominio incontrastato di grandi interessi economici di attori privati, contrastando a parole e a fatti la diffusa percezione di ineluttabilità dello status quo. Le proposte per riequilibrare il rapporto tra pubblico e privato nella nostra economia non mancano e giungono dalle campagne di movimenti sociali e ambientalisti, dalle lotte intersezionali, e dalle numerose voci di accademici e studiosi che ormai da anni immaginano una realtà in grado di superare l’insostenibilità ambientale, economica e sociale del paradigma capitalista. 

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domenica 4 ottobre 2020

I brevetti uccidono. Appello per la produzione di conoscenze mediche come bene pubblico

 

Pubblichiamo l’appello promosso da BUKO Pharma-Kampagne and medico international (Germania), Outras Palavras (Brasile), Movimento per la salute del popolo e Società per lo sviluppo internazionale.

Riportiamo la traduzione dell’appello sottoscritto anche da Medicina Democratica Onlus, con qualche “licenza poetica” per renderlo più chiaro.


Il mondo è diventato un paziente. Il nuovo virus corona è un enigma medico globale che i governi, le aziende farmaceutiche e le organizzazioni internazionali stanno cercando di decifrare con una comunione raramente vista prima. Il livello di scambio transfrontaliero di dati, metodi di ricerca e prove sottolinea il ruolo cruciale svolto dalle comunità transnazionali di scienziati ed esperti. Con lo sviluppo dei vaccini e i relativi test clinici, molti sperano che il virus sarà completamente sconfitto, arrivati al vaccino i rimanenti problemi saranno solo questioni di logistica, per la sua distribuzione.

Purtroppo, non è così semplice. Perché la storia di ogni epidemia è anche una storia dell’interazione tra conoscenza, potere e politica. Non solo, alcuni governi minimizzano il pericolo del virus e metteno così in pericolo migliaia di vite umane. Per poter contrastare con successo il Covid-19, i governi di tutto il mondo devono prima creare le condizioni per rendere i risultati della ricerca trasparenti e accessibili e per considerare le conoscenze mediche via via raccolte, comprese le opzioni terapeutiche, come un bene comune dell’umanità. Ciò è necessario per trovare un vaccino più rapidamente e allo stesso tempo per garantire una distribuzione equa di esso.

Come abbiamo appreso dopo l’introduzione del regime di monopolio TRIPS (Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, 1995), per la gestione della proprietà intellettuale, 25 anni fa da parte dell’Organizzazione Mondiate del Commercio, il sistema globale di brevetti ha sempre più orientato la produzione di conoscenza nel settore sanitario verso profitti e rendimenti sugli investimenti, piuttosto che verso la ricerca e lo sviluppo di farmaci tanto necessari e la loro distribuzione – soprattutto dove le persone non possono permetterseli. Mentre i sistemi sanitari iniqui continuano ad escludere molte comunità vulnerabili dalle cure a causa del loro condizioni sociali, culturali e del loro reddito, allo stesso tempo questa esclusione ha da tempo cessato di essere confinata geograficamente : le zone di esclusione vanno dai campi profughi alle baraccopoli urbane a interi paesi.

Un’ingiustizia globale che va oltre il Coronavirus: nonostante il rapido progresso medico e l’esistenza di farmaci per curare o curare, milioni di persone muoiono ogni anno in questo mondo a causa di malattie come la tubercolosi, il diabete o l’AIDS. L’OMS stima che un terzo di tutti i pazienti, a livello globale, non ha accesso tempestivo a farmaci necessari a causa dei prezzi elevati e di altre barriere strutturali. Inoltre, solo una frazione di tutta la ricerca sanitaria si occupa di problemi di salute delle persone emarginate a livello globale. L’industria farmaceutica ricerca e sviluppa principalmente farmaci che possono essere commercializzati in modo redditizio.Questo modello di brevetto assicura che anche quei farmaci sviluppati con fondi pubblici siano messi a disposizione ad un prezzo elevato. Si tratta di una forma di privatizzazione che ignora il fatto che un meccanismo pubblico di ricerca e sviluppo (R-D) sarebbe economicamente più favorevole del rifinanziamento della ricerca (privata) attraverso brevetti e prezzi elevati. Interventi di modifica sul sistema brevettuale internazionale vigente, come la riduzione dei prezzi dei farmaci per l’HIV/AIDS, hanno richiesto anni di protesta e di attivismo pubblico internazionale, questo non ha impedito che nuove barriere di accesso per le cure sono emerse quando sono stati resi disponibili strumenti medici necessari di ultima generazione.

Inoltre, il sistema dei brevetti crea ostacoli alla ricerca stessa brevettando metodi e strumenti di ricerca sempre più importanti. Questo sistema è diventato uno dei più grandi ostacoli globali nella fornitura di farmaci salvavita alle persone. Il superamento di questo sistema anticipa un futuro in cui i servizi sociali essenziali dovranno essere liberati dal mercato e dal principio di profitto.

E’ ora – nel bel mezzo della pandemia – che è il momento di uno slancio per ottenere questo cambiamento politico fondamentale. La pandemia da coronavirus dimostra che la politica sanitaria è un compito globale che i governi devono intraprendere con senso di responsabilità per l’interesse comune, e deve essere guidata da principi fondati sui diritti umani – essere in grado di salvare vite umane è una strategia chiave per un contratto sociale sano tra un governo e la sua società.

Noi, sottoscritti, chiediamo ai nostri governi che le esigenze sanitarie delle persone prevalgano sugli interessi di profitto, i farmaci vanno considerati e trattati come beni pubblici globali e il potere delle aziende farmaceutiche deve essere regolamentato. Elementi indispensabili per questo obiettivo è scollegare i costi di ricerca dal prezzo dei farmaci essenziali e la trasparenza delle conoscenze mediche.

Le fondamenta di questo approccio devono essere gettate da un trattato internazionale da negoziare sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale della sanità per il finanziamento obbligatorio e coordinato della ricerca e dello sviluppo per i medicinali essenziali, la diagnostica e i vaccini al fine della loro messa universale messa a disposizione.

Poiché questo cambiamento fondamentale di direzione necessita di tempi non brevi anche per raccogliere il necessario consenso politico tra gli Stati, chiediamo che le seguenti misure siano adottate immediatamente:

– Incrementare la domanda e la registrazione di “brevetti equi” (di proprietà universale) fondati su attività di ricerca e di sviluppo finanziati con fondi pubblici per garantire la proprietà pubblica dei risultati.
– La definizione di un gruppo di brevetti riconosciuti come beni pubblici globali, aggiornabile nel tempo e per necessità, disponibili gratuitamente per la ricerca e la produzione di conoscenze sanitarie anche per consentire una gestione più semplice e più conveniente degli accordi di licenza, con sede presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
– Sostenere la produzione farmaceutica locale nell’ambito della azione pubblica in paesi che non hanno proprie capacità produttive (attraverso il trasferimento tecnologico e il riconoscimento di poteri regolatori pubblici).
– Creare efficienti sistemi di distribuzione regionali per i medicinali e tutti i prodotti medicali necessari per garantire che i prezzi siano accessibili e non orientati al profitto.

da qui


Testo originale qui