Visualizzazione post con etichetta evasione fiscale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta evasione fiscale. Mostra tutti i post

venerdì 6 giugno 2025

Gli Usa primi nella classifica della segretezza finanziaria. La Ue? “Metà dei Paesi membri aiuta gli evasori fiscali stranieri” - Chiara Brusini


La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo Financial Secrecy Index, che valuta il grado di complicità degli Stati nell'aiutare individui e società a nascondere capitali. L'Italia tra i Paesi che rifiutano di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa quando a chiederla è uno Stato extra Ue

 

Gli Stati Uniti restano al primo posto, davanti alla Svizzera e a Singapore, nella classifica dei Paesi che più favoriscono l’occultamento di capitali illeciti e l’evasione fiscale. La Germania sale al sesto dal settimo del 2022, piazzandosi prima dei Paesi Bassi, e la Francia scala nove posizioni ed è ventunesima, subito dietro le isole Cayman e la Gran Bretagna. Nel complesso oltre la metà dei Paesi Ue usa scappatoie giuridiche che consentono agli evasori di nascondere denaro all’interno dei loro confini e rendono più facile la circolazione di denaro sporco. La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo Financial Secrecy Index, che a partire dal 2009 valuta il grado di complicità degli Stati nell’aiutare individui e società a nascondere fondi. E a differenza di quasi tutte le liste nere dei paradisi fiscali misura l’effettivo ruolo di ogni giurisdizione nell’offrire a chi lo chiede un “servizio” di segretezza finanziaria. I risultati dimostrano, secondo l’organizzazione, la necessità di sostenere i negoziati in corso alle Nazioni Unite per arrivare a una riforma della tassazione globale più equa e partecipata di quella negoziata da 140 Paesi in sede Ocse.

Gli Usa si confermano appunto il principale fornitore globale di opacità finanziaria, con il 25% della quota mondiale e un “punteggio di segretezza” che peggiora passando da 67,4 a 68,6 su 100. Non solo: in parallelo il Polity project del Center for Systemic Peace, in seguito al ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, ha declassato il Paese da democrazia ad “anocrazia”, una forma di governo che presenta in parte caratteristiche proprie della democrazia ma in parte somiglia a una dittatura. Washington ha infatti già smantellato strumenti cruciali per la trasparenza fiscale come i poteri dell’Internal revenue service, spiega l’analisi, e minacciato la sovranità fiscale di altri Paesi rinnegando l’accordo sulla tassazione minima delle multinazionali e minacciando pesanti contromisure nei confronti di chi ha adottato misure mirate a far pagare qualcosa a Big tech.

Intanto l’Unione Europea è un vero e proprio “dottor Jekyll e mister Hyde”, accusa il Network. Si propone come “leader nella trasparenza fiscale” ma quel primato vale solo sulla carta, visto che gli Stati dell’Ue offrono il 21% della segretezza finanziaria globale (è la quota regionale cresciuta di più) e il 56% fa resistenza quando si tratta di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa, strumento fiscale attraverso cui i Paesi possono aiutarsi nella riscossione delle imposte dovute da evasori fiscali accertati quando il patrimonio non tassato viene nascosto all’estero. Ai Paesi extra Ue quell’assistenza viene spesso negata, mentre tra Paesi membri è obbligatoria: un doppio standard strettamente legato al fatto che “solo una ristretta cerchia di Paesi ricchi, inclusi i Paesi dell’Ue, ha avuto voce in capitolo nella progettazione dello strumento”. L’Italia è tra i Paesi che hanno negato cooperazione, in buona compagnia visto che la lista comprende anche Austria, Cipro, Germania, Croazia, Irlanda, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Slovenia e Slovacchia.

“Molti Stati Ue applicano regole severe solo ai propri cittadini, mentre offrono rifugio ai capitali illeciti provenienti da fuori Europa”, commenta Moran Harari, vicedirettrice delle politiche di Tax Justice network. Che ricorda come la Ue stia continuando nel frattempo a ostacolare il processo di riforma delle regole fiscali internazionali in corso all’Onu con l’alibi che il sistema non ha bisogno di aggiustamenti. “I nostri dati dimostrano che il sistema è rotto eccome, e che i Paesi dell’Ue hanno avuto un ruolo significativo nel romperlo”.

La ong ha calcolato che gli abusi fiscali di multinazionali e individui facoltosi comportano per gli Stati la rinuncia a 492 miliardi di dollari di gettito l’anno: poco meno di 348 per effetto dello spostamento di profitti all’estero per pagare meno imposte e 145 come conseguenza dell’occultamento di ricchezza offshore. La convenzione Onu punta a ribaltare la situazione. La Ue si è astenuta mentre otto Paesi si oppongono. In testa gli Usa, con loro Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Israele, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Argentina.

da qui

giovedì 26 dicembre 2024

Paradisi fiscali per ricchi furboni invece dell’inferno - Valerio Sale

Fiat, Amazon e Starbucks pagano le tasse in Lussemburgo e sono in regola con le norme fiscali dell’Unione Europea. Un esercito di avvocati è riuscito a sconfiggere gli organi giurisdizionali dell’Unione Europea che nel 2015 e nel 2017 avevano accusato le tre multinazionali di aver ridotto artificialmente i propri oneri fiscali per aumentare profitti e competitività.

 

Il trucco

Le sentenze dei tribunali europei hanno sancito che il Lussemburgo non ha favorito le tre multinazionali tramite il cosiddetto ruling fiscale, ovvero un accordo preventivo tra l’autorità fiscale di un paese e l’impresa.

I tre furbetti dell’Ue

Tutto a posto, quindi? No, e lo sappiamo tutti. Perché il Lussemburgo è uno dei tre paesi membri della Ue, con Irlanda e Olanda, tra i più utilizzati dalle multinazionali per pagare meno imposte. L’elusione praticata nei paradisi fiscali di tutto il mondo è un fenomeno storico e di ampia portata. Quando però il ‘trucco’ viene integrato nelle regole di funzionamento di una comunità fondata su interessi e valori comuni come l’Ue, la contraddizione rasenta lo scandalo.

Una enorme ricchezza ‘fuori casa’

L’elusione è un fenomeno di ampia portata, non di per sé illegale, ma che, essendo maggiormente esposto all’evasione fiscale, può causare ingenti perdite alla collettività e allo stesso tempo inasprire le disuguaglianze economiche, rendendone più difficile la rilevazione. Lo dichiara ufficialmente l’Eu Tax Observatory, un laboratorio di ricerca finanziato dall’Unione europea. L’osservatorio rileva che nel 2022 i cittadini di 22 Stati membri dell’UE detenevano complessivamente 2.141 miliardi di dollari in asset finanziari al di fuori del proprio paese di residenza.

Unione con trucco e complici

Quindi, in prima istanza l’Unione Europea offre agli Stati membri ( Olanda-Irlanda- Lussemburgo) la possibilità di far pagare meno tasse a imprese e privati. Poi, ne controlla l’operato mediante la Commissione che può avviare indagini. Nel caso, interviene in giudizio e porta in tribunale le multinazionali che a loro volta sono  dotate di un supporto legale spesso superiore a quello pubblico. Infine, per non farsi mancare niente, sovvenziona i ricercatori che studiano il fenomeno.

Paradisi a scelta: con meno tasse vince

La caccia alle tasse non versate da big tech e grandi imprese in Europa prosegue da anni con risvolti in chiaro scuro, tendenti al grigio. In Olanda pagano le tasse Stellantis, Mediaset e Brembo. In Irlanda Google, Meta (Facebook) e Apple. Proprio nei confronti di quest’ultima la Corte di giustizia europea ha emesso sentenza definitiva sulle tasse non pagate. Apple dovrà pagare fino a 13 miliardi di euro al Tesoro irlandese. Il paradosso è che il vincitore, in questo caso l’Irlanda, non vuole i soldi in aperta alleanza con Apple. Così come l’Olanda, questi paesi hanno maggior vantaggio a tutelare i propri  “contribuenti” elusori che garantiscono loro un surplus fiscale. Nel caso dell’Irlanda si parla di 25 miliardi solo nel 2023.

Stati complici ladri a loro volta

Lussemburgo,  Irlanda  e Olanda sono elencati nella classifica mondiale dei primi dieci  paradisi fiscali, con le ormai ben note Isole Vergini britanniche, Cayman e Bermuda. Seguono la Svizzera, Singapore, Hong Kong, , Jersey.  Il caso dei tre Stati membri della Ue è oggetto da anni di un dibattito a bassa intensità, relegato spesso alle ultime pagine dei giornali economici.  Eppure sono in ballo un mare di soldi destinati alle finanze pubbliche.

Sul rilancio economico dell’Unione Europea vengono impartite lezioni e fornite ricette da studiosi e salvatori della Patria (comune). Ma sulla revisione dei sistemi di agevolazione fiscale di questi tre Paesi tutto tace. E’ un capitolo assente anche nel salvifico rapporto di Mario Draghi.

da qui

lunedì 11 ottobre 2021

Per non rovinare l’ambiente

 

Silenzio su Mancini e Vialli per non rovinare l’ambiente.

 

L’ambiente del calcio naturalmente. Da gemelli del gol a gemelli dell’offshore non deve accorgersene nessuno perché rappresentano l’Italia nel pallone, quella nella massiccia evasione fiscale. Silenzio di Stato dunque perché Mancini deve restare il volto della formazione campione d’Europa. Bello, bravo e vincente, benvoluto dalla critica, praticamente un santino azzurro. Il Draghi del calcio.

da qui

 

 

Scoperchiato il vaso di Pandora Solvay: Bernard De Laguiche prende i soldi e scappa.

 

Ci sono anche Spinetta Marengo e le ricchezze dell’amministratore delegato di Solvay  Bernard De Laguiche, e famiglia, nell’inchiesta giornalistica internazionale “Pandora Papers”, che ha scoperchiato le ricchezze nei paradisi fiscali dell’offshore (Singapore Isole Vergin, Panama ecc.). International Consortium of Investigative Journalists (Icij ) ha ricostruito l’imponente esodo miliardario di De Laguiche e famiglia proprio negli anni in cui ad Alessandria la magistratura  indagava e processava e condannava l’inquinamento  del polo chimico di Spinetta Marengo, infine sentenziato dalla Cassazione per “disastro ambientale e omessa bonifica”. E’ infatti  particolarmente dal 2009, quando dopo i miei esposti la Procura ha avviato il processo, che De Laguiche e famiglia Solvay  hanno  cominciato a nascondere  beni e  miliardi fuori dall’Europa e in diverse entità offshore. Miliardi che centinaia di Parti civili chiedevano fossero destinati alle Vittime e ai  famigliari dei cittadini e dei lavoratori, nonché alla bonifica del territorio.

La famiglia De Laguiche nega un qualche legame tra la creazione delle società offshore e la vicenda giudiziaria, ma in quello stesso periodo i consulenti finanziari che lavorano per la famiglia avrebbero costituito un fondo fiduciario in Nuova Zelanda che alla fine avrebbe ricevuto azioni Solvay per un valore di 11,3 milioni di dollari insieme a 412.000 dollari di dividendi Solvay. I documenti trapelati mostrano che anche altri due insider di Solvay possedevano società fittizie registrate in giurisdizioni segrete e che nel 2011 de Laguiche trasferì almeno 57 milioni di dollari in azioni Solvay e altri beni a due nuovi trust registrati a Singapore. E’ così che si evita di pagare le tasse sui dividendi e i risarcimenti ai processi.

Malgrado la condanna della Cassazione, Solvay non ha provveduto alla bonifica integrale del sito ma addirittura, ampliando la produzione dei famigerati tossico cancerogeni PFAS, ha peggiorato la calamità  sanitaria e ambientale acqua-aria-suolo dell’alessandrino. Tant’è che si sta aprendo ad Alessandria un nuovo processo per disastro ambientale e omessa bonifica che non potrebbe non coinvolgere i miliardari della  Solvay.

E a nulla servirebbero le dimissioni, per ” motivi personali  pochi giorni fa, di De Laguiche  dal consiglio di amministrazione di Solvay nel quale era stato oltre che amministratore delegato anche, non a caso, direttore finanziario. Giocherellando con il registro delle assemblee generali diverse centinaia di migliaia di azioni della società quotata Solvay sono state nascoste in società offshore, azioni detenute dai diversi discendenti dei fondatori della società, in particolare Bernard De Laguiche, pronipote del fondatore Alfred Solvay. De Laguiche era a capo della società Solvac, che riunisce più di 2.300 eredi della dinastia Solvay e che oggi detiene più del 30% delle azioni della multinazionale belga. Di queste operazioni finanziarie  poteva essere stata tenuta all’oscuro l’attuale amministratore delegato Ilham Kadri, una delle donne più potenti del mondo degli affari secondo al rivista Fortune, Premio d’oro Women in Business per la donna dell’anno nel 2017? Icij non ha risposto a questa domanda.

Proprio nella veste di direttore finanziario, De Laguiche aveva sovrainteso all’acquisto dello stabilimento Montedison di Spinetta Marengo: mela marcia a prezzo stracciato. Infatti la sua responsabilità fu chiamata in causa nel dicembre 2002 con una lettera aperta  a tutti i giornali, che Lino Balza ripropose nella sua lunga testimonianza in Tribunale nel 2014. Di più si può leggere sul libro “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia, e riflettere sull’immaginativa di Bernard che  -prendi i soldi e scappa- se la spassa ai tropici. Vale la pena amaramente sorridere sull’immagine che riproponiamo   a tanti  anni di distanza?

Clicca il  Processo popolare alla Solvay: è in pieno svolgimento ad Alessandria e potrà concludersi con una sentenza pronunciata tramite referendum on line.

da qui