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lunedì 11 novembre 2024

Pier Paolo Pasolini: il calcio come metafora di vita e poesia - Marvin Trinca

Pier Paolo Pasolini è stato un poeta, regista e intellettuale dall’intensità controversa, un artista in grado di rappresentare gli strati più complessi e oscuri della società italiana del Novecento. Ma c’è un lato meno noto di Pasolini, un lato che si schiera non solo nelle piazze e nei set cinematografici, ma anche sui campi di calcio. Per Pasolini, il calcio non è mai stato semplicemente uno sport, ma una metafora potente, un’espressione genuina di cultura popolare e un linguaggio universale che riflette le dinamiche sociali, politiche e culturali.

Calcio e cultura popolare: la poetica del pallone

Pasolini amava il calcio, lo giocava e lo viveva, vedendolo come uno dei linguaggi più immediati del popolo. Cresciuto in un Italia postbellica, Pasolini sperimentò un paese spaccato tra il desiderio di modernità e un forte radicamento nelle tradizioni popolari. Nel calcio, Pasolini ritrovava i valori della comunità e della spontaneità: un gioco che, pur essendo terreno, possedeva una sua intrinseca poesia, un’essenza che esprimeva tanto la vitalità quanto l’imperfezione della vita stessa. Per lui, il calcio era un simbolo della cultura proletaria, un campo in cui non era necessario “avere” ma soltanto “essere”: i giocatori, per strada o in un cortile, erano tutti uguali e si ritrovavano uniti dallo stesso amore per la competizione e il divertimento. Il calcio, nel pensiero pasoliniano, era quindi un atto di resistenza culturale contro una società sempre più consumistica e individualista.

Calcio come linguaggio: prosa e poesia

La famosa distinzione pasoliniana tra “calcio di prosa” e “calcio di poesia” è una delle interpretazioni più affascinanti che l’intellettuale abbia dato di questo sport. In un articolo scritto nel 1971, Pasolini definì il “calcio di prosa” come il calcio tecnico, efficace, disciplinato, finalizzato esclusivamente al risultato. È il calcio delle squadre che seguono gli schemi, che cercano di minimizzare l’imprevisto in favore di una tattica consolidata. Eppure, questo non era il calcio che interessava Pasolini. Al contrario, il “calcio di poesia” era per lui quello dell’improvvisazione, della genialità improvvisa, della bellezza istintiva. È il calcio che sfida le convenzioni, che riesce a meravigliare anche l’osservatore più disilluso, come un colpo di pennello inatteso su una tela bianca. Pasolini ritrovava questa forma di calcio nelle azioni geniali dei calciatori più creativi, come nel “tocco di classe” che trasforma un semplice passaggio in un’opera d’arte. Nel suo immaginario, il calciatore-poeta era come un attaccante capace di sovvertire i piani tattici con un gesto audace e inaspettato.

Il campo come teatro sociale

Per Pier Paolo Pasolini, il campo di calcio era molto più che un semplice spazio di gioco: diventava un palcoscenico sociale, una sorta di teatro naturale in cui si svolgevano i drammi e le commedie della vita. Guardando una partita di calcio, Pasolini riusciva a cogliere dinamiche umane e sociali che rispecchiavano le complessità della società italiana del suo tempo, soprattutto le tensioni tra le classi, i sogni di riscatto e le ingiustizie strutturali che la caratterizzavano. Così, il calcio si trasformava in un’arte viva, capace di incarnare speranze, frustrazioni, alleanze e rivalità. Il calcio, infatti, rappresentava per Pasolini un linguaggio universale in grado di unire e, allo stesso tempo, dividere. La stessa partita si caricava di significati simbolici e diventava una metafora delle contraddizioni sociali: ogni squadra poteva rappresentare il popolo e l’élite, l’individuo e la comunità, la periferia e il centro. Nel semplice atto di scendere in campo, i giocatori portavano con sé la propria storia, la propria identità, come attori che recitano, e al tempo stesso vivono, un dramma comune e collettivo.

Gioco e lotta di classe: il calcio come atto di resistenza

Nel suo sguardo attento e appassionato, Pasolini vedeva nelle partite tra ragazzi di borgata una sorta di resistenza naturale alla borghesia e al sistema capitalistico, simile alla lotta di classe che narrava nelle sue poesie e nei suoi film. Il calcio popolare, giocato nelle strade e nei cortili, era per lui una forma di autonomia sociale e culturale, un linguaggio della “subalternità” che poteva essere usato per esprimere l’identità proletaria e contestare le convenzioni imposte dalla società dominante. I giocatori stessi diventavano degli eroi antieroi: ragazzi di periferia, lontani dai privilegi, che si imponevano su un campo da gioco come simbolo di libertà, di gioia, e di appartenenza. Per Pasolini, il calcio era una forma di espressione che, a differenza del linguaggio verbale, non poteva essere strumentalizzata o piegata ai fini del potere. Una partita tra ragazzi, senza arbitri né spettatori, possedeva una sua integrità assoluta, una sua purezza che sfuggiva alla logica commerciale e consumistica della società di massa. Quella stessa società che, a suo parere, stava rapidamente trasformando anche il calcio professionistico in una spettacolarizzazione commerciale, perdendo il contatto con le sue radici autentiche e popolari.

Il campo come spazio di riscatto e ribellione

In una società che tendeva a relegare le classi popolari ai margini, il calcio offriva un’opportunità di riscatto, un momento in cui l’individuo poteva distinguersi, diventare protagonista. Pasolini osservava con attenzione le sfide tra i ragazzi delle periferie, vedendo nel loro gioco una forma di ribellione simbolica. Quei ragazzi, spesso vittime di povertà e ingiustizia, trovavano sul campo di calcio uno spazio di espressione e affermazione personale: il diritto a giocare bene, a fare “il colpo di classe”, diventava una forma di rivendicazione di dignità. Pasolini vedeva in questo aspetto del calcio un parallelo con la lotta dei proletari per il riconoscimento e la giustizia sociale. In campo non c’erano i limiti della burocrazia o delle gerarchie di classe: bastavano due porte improvvisate, un pallone di stracci e la voglia di giocare. In questo modo, il calcio diventava una realtà in cui ogni giocatore poteva riscattare la propria esistenza, scendere in campo da pari a pari, trasformando la passione in azione e il bisogno di identità in un linguaggio collettivo.

Il fascino della “partita infinita”

La passione di Pasolini per il calcio lo accompagnò fino alla fine. In quello sport rivedeva la “partita infinita”, una metafora esistenziale che supera il semplice aspetto sportivo. Il calcio, per Pasolini, rappresentava la speranza di riscatto e il continuo rinnovarsi dell’azione, con ogni partita che dava vita a una nuova storia, dove il risultato non era mai scontato e il finale sempre aperto. Pasolini vedeva nel calcio un sogno collettivo, capace di abbattere le barriere sociali e di unire, in uno spazio comune, persone di ogni ceto e provenienza. L’interesse di Pasolini per il calcio ci ricorda che questo sport può essere molto di più di un semplice passatempo. Come lui stesso ha scritto, il calcio è uno dei pochi riti sopravvissuti nella nostra società secolarizzata. Nella poetica del pallone, Pasolini ritrovava il senso dell’umanità: quella capacità di creare bellezza dal nulla, di agire con slancio e cuore, di rappresentare la vita nelle sue sfaccettature più intime e contraddittorie.

Conclusione: Pasolini, il calcio e il nostro presente

Oggi, a quasi cinquant’anni dalla scomparsa di Pasolini, il suo modo di guardare al calcio come specchio della società ci appare più attuale che mai. Nella modernità, dove il calcio è diventato un’industria sempre più competitiva, le riflessioni di Pasolini ci ricordano il valore intrinseco di uno sport che può ancora raccontare la vita nella sua autenticità. Quel “calcio di poesia” che tanto apprezzava, oggi è forse sempre più raro, ma vive ogni volta che un giovane, in un campetto di periferia, prende un pallone per sognare.

da qui

martedì 5 settembre 2023

Il bordo del mondo - Giovanni Gusai

 

Guardo la copertina, leggo il libro, e dopo averlo letto riguardo la copertina.

Mi viene in mente il giovane Holden (il sedicenne Holden Caulfield immagina un campo di segale altissima in cui bambini ignari corrono verso un invisibile burrone e lui li prende al volo e li salva tutti).

Giovanni Gusai, come un novello Holden, segue i personaggi a cui ha dato la vita, ma forse, come in Pirandello, erano personaggi in cerca d’autore, Giovanni dà loro voce, parole e silenzi, li osserva, li segue, li spia, si vede che parteggia per loro, che partecipa alle loro debolezze.

E li lascia liberi di scegliere, tutti sono continuamente sull’orlo del burrone, sul bordo del mondo, Giovanni vorrebbe salvarli tutti, si capisce.

Nessuno è perfetto, come succede nella vita, e Nuoro e Predistràda non fanno eccezione.

Non esistono protagonisti, migliori o peggiori, tutti fanno la loro vita, cercano la loro strada.

 

Cercate il libro, non ve ne pentirete.

 

Buona (periferica) lettura.

 

 

 

Dice Ricardo Piglia: «Si scrive della propria vita quando si pensa di stare scrivendo intorno alle proprie letture», chissà se è così anche per Giovanni Gusai.

  

Qualche pensiero sulle periferie:

 

Amo la periferia più della città. Amo tutte le cose che stanno ai margini. - Carlo Cassola

 

L'avvenire appartiene alla periferia del globo. - Emil Cioran

 

In periferia, è soprattutto con i tram (a Nuoro con il postalino) che la vita arriva al mattino. - Louis-Ferdinand Céline

 

Il centro non è il luogo del rinnovamento creativo, che avviene invece,
spesso incompreso o deriso, ai margini; il centro è un luogo abitudinario,
inerte, arrogante, pago di sé; nell'ombra dei margini, al contrario, un
segno sottile, una tensione impercettibile, un’apparizione…, là, dove
secondo l’opinione comune, si possono dar da fare solo gli specialisti
“inesperti”, quelli usciti dall'orbita"  - Ludwig Hohl

 

Molti lamentano (in questo frangente dell'austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro «cattivo» nelle periferie «buone» (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali- appunto fino a pochi anni fa - era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.- Pier Paolo Pasolini

 

Un breve sguardo sulla campagna, da sopra un muro di periferia, mi libera più completamente di quanto un intero viaggio libererebbe un’altra persona. Ogni punto di osservazione è un apice di una piramide rovesciata, la cui base è indeterminabile. - Fernando Pessoa

 

 

due interviste con lo scrittore:

 

qui

e

qui 

 

 

scrivono del libro:

 

Che piacevole sorpresa conoscere quest’autore, imbattermi in una sapiente costruzione dell’impianto narrativo, in una scrittura cristallina, nella prosa che sa modularsi con attenzione attorno alle emozioni e nelle dettagliate descrizioni ambientali.

Ogni personaggio è magistralmente presentato. Interessanti i ragazzi – i rapporti che costruiscono, dai contorni sfumati, permeabili – e la figura di don Elia. Personaggi ai bordi del mondo, gente comune dalla complessa vita interiore, ognuno marchiato dai propri dolori, ma corali i destini. Tutti ad attendere la notte magica di San Giovanni, un ancoraggio alle tradizioni, come fosse un riscatto, lì nella periferia. Sono trattati con delicatezza, non perdendo mai di vista le sfumature, l’amore – sia tra adolescenti che tra adulti – il disagio, l’emarginazione. E, nel finale, avvertiamo che la speranza è benefica, provvidenziale

da qui

 

 

Con una prosa efficace e graffiante, una tensione che mai si allenta, Giovanni Gusai costruisce una storia corale in cui ogni personaggio ha la potenza di una freccia, scagliata con precisione e capace di colpire cuore e mente del lettore.

Nuoro, quartiere di Predistràda. Mancano nove giorni alla festa di San Giovanni Battista e poi quella periferia bruciata dal sole si trasformerà in un piccolo mondo esultante. Così dovrebbe essere. Se i destini di troppi ragazzi non si intrecciassero proprio alla vigilia di quell’evento. Elène Berria e la madre si sono trasferite lì dopo la fine della scuola. Sono fuggite da un uomo violento. Andrea e Battista Mannale sono due cugini cresciuti come fratelli. Di una bellezza selvaggia il primo, fisico robusto il secondo, ma sguardo che tradisce una certa vacuità. La ritrosia di Elène ha vita breve di fronte alla purezza e alla bontà disarmanti di Andrea…

da qui

 

martedì 8 dicembre 2020

Conoscenza e riconciliazione - Ascanio Celestini

 

Tre dollari per una bomba a mano sono troppi in un paese povero e i kalashnikov a buon mercato sono pochi per le operazioni di sterminio che si stanno preparando in Rwanda. Già nel marzo del 1992 il governo firma un accordo con l’Egitto per sei milioni di dollari e un altro uguale con il Sudafrica. “Ad anticipare i soldi per il Rwanda è una banca francese” ricorda Daniele Scaglione (Istruzioni per un genocidio EGA). Ma l’arma che diverrà il simbolo di questa eliminazione fisica porta-a-porta è il machete. Arrivano più di mezzo milione di pezzi, maggiormente comprati in Cina, come tutti i prodotti a buon mercato che acquistiamo sulle bancarelle quando non abbiamo il denaro da spendere nei negozi buoni.

L’Onu lascia soli i rwandesi. Soli o male accompagnati dalle nazioni che hanno interessi in quella regione del mondo. Quando il Fronte Patriottico di Paul Kagame dichiara la fine della guerra, a metà luglio, delle 300mila persone che abitavano la capitale Kigali ne restano 50mila. 2 milioni di hutu stanno scappando all’estero.

Nel gennaio del 2001 sono circa 100mila i processi da celebrare in Rwanda. Un milione di morti in tre mesi dall’aprile del 1994 per un genocidio che l’occidente riuscì a non vedere, ma che aveva antropologicamente costruito in cent’anni di scuola di razzismo. Che aveva alimentato con interessi coloniali. 100mila processi sono troppi in un paese grande come la Lombardia e più o meno con lo stesso numero di abitanti. Impossibile celebrarli. Così si istituiscono i gacaca, i prati della giustizia. Tra l’inizio di febbraio e la metà di marzo del 2002 studenti di legge e magistrati (in tutto 781) agli ultimi anni di corso vengono addestrati per poter preparare i rwandesi che assumeranno il ruolo di giudice nei gacaca. Saranno oltre 200mila e la loro scuola dura sei settimane. In estate comincia il lavoro di registrazione e schedatura dati. Raccolgono i nomi delle vittime e dei sospetti carnefici, poi cominciano le assemblee pubbliche.

Non c’è una sola persona che sia stata solo sfiorata dal genocidio. Tutti sono vittime o carnefici. E chi non appartiene a queste categorie è stato direttamente di sostegno a una delle due.

“Per noi è essenziale sapere come sono morti i nostri familiari e soprattutto dove si trovano i loro corpi, dove, dove, dove…” scrivono Esther Mujawayo e Souâd Belhaddad in Il fiore di Stéphanie (Edizioni E/O). “Non si deve interrompere chi sta parlando” e “è proibito offendere, perpetrare atti di violenza, manifestare il proprio dissenso o proferire minacce”. E questo rispetto deve esserci anche se “l’individuo che hai di fronte ha fatto a pezzi i tuoi”. Devi ascoltare senza cercare i suoi occhi. Non lo devi guardare, non devi reagire impulsivamente e parlare solo dei fatti “senza aggiungere alcun commento o lasciar trapelare una qualsiasi emozione. “Hai una gran voglia di picchiarlo ma non hai neppure il diritto di colpirlo con le parole”.

E qui mi fermo. La storia del Rwanda possiamo andarcela a leggere e sarebbe una buona cosa studiarla anche a scuola. Servirebbe per comprendere che la memoria ci serve per guardarci attorno prima che alle spalle. Dunque mi fermo, interrompo il discorso sul Rwanda per chiedere una riflessione sui gacaca. Cioè un tribunale che non ha come prima finalità la condanna, ma la conoscenza e la riconciliazione. Per quest’ultima credo che la strada sia lunga. Lunghissima. Forse impossibile. Ma la prima è fondamentale. Cosa chiediamo quando partecipiamo a un processo?

Una risposta ce la fornisce Alessandra Ballerini, avvocato specializzato in diritti umani e immigrazione. Tra le persone di cui si occupa ci sono Giulio Regeni e Mario Paciolla. Sulle pagine genovesi di Repubblica scrive: “Le persone che varcano la soglia del nostro studio, sto realizzando negli ultimi giorni, chiedono da noi principalmente due cose: verità e giustizia. Non necessariamente entrambe e non per forza alternativamente, ma certamente in questo ordine” (leggi Verità).

Queste “due cose” mi ricordano un testo di Pier Paolo Pasolini, intellettuale attorno al quale rifletto sempre più spesso in questi mesi. Parlo di Passione e Ideologia (Garzanti). E mi sembra illuminante sostituirle momentaneamente con le “due cose” di Alessandra Ballerini. Prendo a prestito la nota che Pasolini stesso scrive per spiegare le motivazioni della sua pubblicazione.

«“Verità e giustizia”: questo e non vuole costituire un’endiadi (giustizia vera o verità giusta), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Verità e nel tempo stesso giustizia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: “Prima verità e poi giustizia”, o meglio “Prima verità, ma poi giustizia”».

“Passione e ideologia“: questo e non vuole costituire un’endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Passione e nel tempo stesso ideologia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: “Prima passione e poi ideologia”, o meglio “Prima passione, ma poi ideologia”.


#giustiziapermariopaciolla
#veritapergiulioregeni
#FreePatrick

da qui

sabato 25 luglio 2020

Aborto - Giorgio Manganelli





Da qualche tempo mi accade di leggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio; non oserò dire che scrive male, tenuto conto anche della media nazionale, ma che scrive, all’incirca, come un sociologo che, dopo passionali e discontinui studi giuridici, abbia scoperto e incautamente amato una letteratura, degli autori non indiscriminatamente consigliabili, tanto per fare un esempio, Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi rendo conto di esser caduto in un errore di logica, ma di un genere così squisitamente pasoliniano, da non trovar cuore per emendarlo. Quello che si nota, in questi ultimi scritti, è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibile con una prosa comprensibile. Era già successo al tempo del divorzio, succede di nuovo oggi sul tema dell’aborto. Il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi tre giri sulla pista di Indianapolis: estremamente frustrante. Non sono assolutamente certo di aver capito tutto, ma quel che ho cercato ha provocato in me una varietà di emozioni di cui cercherò di render conto, supponendole comuni ad altri mortali.
Il problema dell’aborto, ovviamente, pone in primoluogo il tema della mamma; Pasolini afferma di vivere “nei sogni e nel comportamento quotidiano” la sua vita prenatale, quella che egli chiama “la mia felice immersione nelle acque materne”. Sarà, ma la mia memoria amniotica è piuttosto corta; che allora fossi felice, chissà mai, senza nemmeno un libro da leggere; in ogni caso, molti, ed io di questi, se invece di essere partoriti fossero stati abortiti, non se ne sarebbero avuti a male. Con lieve correzione dell’apotropaico detto popolare “di mamma ce n’è una sola”, dal contesto di Pasolini si può trarre lo slogan programmatico “di mamme ce n’è un miliardo solo”. Troppe, a mio modo di vedere. A questo punto, uno crede di aver acchiappato un bandolo e gli corre dietro: facciamo la conta delle mamme, facciamo delle proposte, tutto potrebbe rientrare nella difesa del paesaggio. Ci arriveremo, all’ecologia, ma più tardi; intanto ci sono delle riflessioni erratiche e concitate.
I radicali hanno ceduto al fascino cinico della Realpolitik: la maggioranza ha sempre torto, i “principi reali” - non so cosa siano, potrebbe essere un bon mot antimonarchico - non coincidono con i diritti della maggioranza. Ottimamente: se le cose stanno così, siamo perfettamente d’accordo. La maggioranza è conformista, dunque “brutalmente repressiva”; c’è perfino l’ombra di un sillogismo. Niente da dire.
Ora qualcuno potrebbe mettersi in testa che costringere una donna, che già deve varcare la soglia infera del trauma dell’aborto, a comportarsi come un animale braccato, a rischiare la vita, e infine ad essere dichiarata “delinquente” a nome del popolo italiano sia un comportamento abbastanza repressivo. Macché: come saviamente argomenta il Pasolini, la “maggioranza” vuole l’aborto, perché la coppia eterosessuale ha scoperto il coito consumistico, lo vive come dovere sociale della propria figura di consumatore. È del tutto evidente che Pasolini considera l’aborto come una attività psicologicamente distensiva, una faccenda da carosello.
Essendo stati esentati dall’arbitrio della natura da codeste scelte, una tal quale prudenza non sarebbe di troppo. Diciamo, di indiretta scienza, che l’aborto non ha mai fatto ridere nessuno; alcuni anni fa, mi accadde di assistere ad un suicidio nell’Aniene di una domestica: incinta; quando ero insegnante, una mia allieva si gettò da un quarto piano: incinta; chissà quale illusione le aveva persuase di essere oggetto di una “brutale repressione”; forse una cultura che tratta da “puttana” la ragazza madre, che le porta via i figli per infilarli in quelle case di riposo per angeli che sono i nostro brefotrofi, che garantisce una vita di disprezzo, di frustrazione, di irrisione, non ha tutte le carte in regola per discutere della sacra vita.
Ma stiamo sul terra terra: tutta questa campagna contro l’aborto è nata, se non sbaglio, da una iniziativa dell’onorevole Pisanò, MSI; a me basta così, non occorre altro; ma se vogliamo c’è dell’altro; tutto comincia a Firenze, negli uffici di quella procura che aveva dichiarato non punibile il massacro di un anarchico figlio di N.N., un tale la cui madre non aveva avuto la saggezza di abortire, ma aveva pensato che “la vita è sacra”. Sembrerebbe chiaro, no? Macché; con uno di quei glissando logici che a me danno il capogiro, Pasolini, mentre saccheggia mamme e maggioranze per contrastare l’aborto, definisce codesta opposizione “vecchia convenzione clerico fascista”; e se la prende con Fanfani che farebbe non so che giochi - tanto lui li fa sempre - “in barba al Vaticano”.
Si ha l’impressione che di Pasolini ce ne siano troppi, e da tutte le parti. A questo punto, Pasolini scopre il “coito politico”; pensando e ripensando, di “coiti politici” ne ho trovati sicuramente due: quello con le prostitute, e quello con la propria moglie in quanto moglie, non in quanto la proprio donna, “lei”; questi due coiti sono le colonne della nostra società. Tecnicamente, oserei affermare che sono gli unici coiti esistenti; tutti gli altri, senza distinzione di fecondi o infecondi, rientrano nell’assai più vasta e tragica categoria dei rapporti umani, quei rapporti che sono sempre frammentari, isolati, “repressi”, dai fruitori dei coiti, condannati sempre a passare per misteriosi contatti e lacunosi dialoghi e impervi silenzi. Oggi il coito è “diverso”, scrive Pasolini, perché “il contesto politico di oggi è quello della tolleranza”.
Questo si chiama massificare, altro che romanzi, neanche la statistica riesce ad essere così vilipendiosamente elementare. Ma i giochi non sono finiti: Pasolini recupera una proposta di compromesso suggerendo di includere l’aborto nel reato di eutanasia, “privilegiandolo di una serie di attenuanti di carattere ecologico”; infatti, il resto di aborto potrebbe essere visto come un compenso al reato - “piccolo patto criminale” - consumato dalla coppia che, unendosi, rischia di produrre altri bambini che, inevitabilmente, contribuirebbero alla fine dell’umanità per pletora planetaria. Questo non è un glissando, è uno slalom. A questo punto viene una gran nostalgia di Voltaire, di Swift, di Bertrand Russell, magari della logica di Aristotele, aio e pedante.
Vorrei concludere questa giostra logica con due annotazioni. Suppongo che per Pasolini l’esito del referendum sul divorzio sia una prova che la maggioranza sia - non m’importa ora quello che Pasolini pensa che sia; mi chiedo come era fatta quella maggioranza: come mai la maggioranza “silenziosa” ha votato “no”? Un’ipotesi che una parte di questa maggioranza abbia avuto vergogna dei suoi compagni “clerico fascisti” e anche della propaganda per l’abrogazione; così una minoranza staccò una parte della maggioranza dal resto schiettamente fascista, il vero cuore della maggioranza silenziosa. Prova ne sia che oggi l’Italia, dopo aver votato “no”, continua a vivere il mondo dei “sì”. Infine, a furia di dribbling, ho l’impressione che Pasolini abbia ingannato se stesso: intervento “minoritario”, il suo? Non direi.

Con il titolo Risposta a Pasolini, in «Corriere della sera», 22 gennaio 1975.


giovedì 2 luglio 2020

La ley del camino - Fabio Pusterla




Questo discorso è stato tenuto al Congresso del Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i suoi confini geografici. Ho chiesto all’autore di poterlo quindi riproporre su Nazione Indiana.)
L’originale si trova qui:  http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/ (f.m.)

Discorso per il congresso del Partito Socialista, Arbedo 18 novembre 2018
Care compagne, cari compagni,
ho pronunciato quattro parole, o meglio due, declinate al femminile e al maschile, e sono già costretto a fermarmi. Queste due parole sono state a lungo, per più di un secolo, una formula ovvia d’apertura, dietro la quale tutti potevano capire una realtà comune e almeno entro certi limiti chiara. Ma oggi è ancora così? Io ne dubito, e penso che questa formula nota a tutti oggi forse ponga qualche problema, e chieda di essere interrogata seriamente. Tutto il mio breve intervento sarà dunque basato sugli interrogativi sollevati da queste due parole così importanti e oggi così incerte.
Tanto per cominciare: ci siamo davvero ancora reciprocamente “cari”?  E cosa vorrebbe dire “cari”? “Aver caro qualcuno” vorrebbe dire, e questo è il significato che la parola porta con sé da secoli, e anzi da millenni, salendo a noi almeno dall’epoca latina, riconoscerne il valore, la preziosità, e provare una forma di affetto, di tenerezza, persino di amore. Da “caro” deriva del resto il concetto importante di “carità”. Allora: è questo che proviamo reciprocamente: un senso di preziosità, di affetto che ci unisce al di là delle differenze e delle divergenze? Una comune carità? Tutti noi sappiamo benissimo che la storia della sinistra è una complessa dialettica di unità e frantumazione; e che, entro certi limiti, proprio questa effervescenza ideologica ha a lungo costituito una grande ricchezza e un grande serbatoio di idee e di energie. Ma in certi momenti storici, di solito contrassegnati da una particolare difficoltà, come quello che stiamo affannosamente vivendo, le divergenze hanno preso il sopravvento; le rivalità oscurato la coscienza della comune carità; le ambizioni individuali o di parte annichilito la dimensione ideale. Il mondo in queste epoche è spazzato da un vento cupo e nero, lo stesso vento di cui ha parlato recentemente Igor Righini in uno suo articolo, e di cui oggi sentiamo la presenza quotidiana, nel piccolo della nostra realtà, ma anche allargando lo sguardo: dal Brasile di Bolsonaro all’Italia di Matteo Salvini, dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan, quasi da ogni dove giungono le raffiche gelate di questo vento, e, come nella pagina iniziale del grande romanzo di Emile Zola, Germinale, la strada davanti a noi sembra aprirsi dritta come un molo nel buio accecante delle tenebre. Ma intanto che il vento infuria e le tenebre si infittiscono, cosa fa la sinistra? A volte, come dimentica di sé e di ciò che sta accadendo, litiga, si frantuma, si annulla. Perde di vista la “carità”. Colpa dei gruppuscoli più estremi, si dice allora di solito, che in nome della loro intransigenza  e presunzione di verità assoluta favoriscono la dispersione. Ma una simile spiegazione è insufficiente, e soprattutto ingiusta, perché non considera che la vera forza di un grande movimento di sinistra, di un grande partito di sinistra, sta nella capacità di contenere e accogliere in sé queste divergenze, di non lasciarle esplodere in maniera distruttiva; e questo è possibile solo quando, al di sotto delle contingenze e delle diversità, si mantiene viva e forte una idealità comune, vigorosa e riconoscibile, una forza progettuale che va ben al di là delle scadenze elettorali, delle tattiche e delle preoccupazioni spicciole.
Ma questo ci conduce alla seconda parola: “compagni”. Tutti ne conosciamo la splendida origine, che riconduce alla concreta realtà del “pane”, l’alimento primario della nostra cultura, e ai suoi significati simbolici. Colui con cui spezzo il mio pane è il mio compagno: e l’immagine è così bella e così forte, la parola così ricca di significato evidente, che tutti coloro che la avversano la invidiano anche, e per questo la irridono non appena possono: il disprezzo con cui le destre pronunciano come se fosse un insulto o una parola ridicola il termine “compagni” è l’altra faccia dell’invidia e del timore: perché si sente rimbombare, in questa semplice parola, qualcosa di grande. E tuttavia oggi le cose sono più complicate. L’8 luglio 1974 Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato trucidato nell’autunno dell’anno successivo, scriveva su «Paese sera» un articolo memorabile, in cui rispondeva a certe critiche che gli aveva mosso Italo Calvino. E diceva, Pasolini, che un’epoca della storia umana, lunghissima, che lui riassumeva nell’espressione età del pane era terminata, perché eravamo ormai entrati nell’età della merce. Nell’età del pane, osservava, «gli uomini erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Se, come credo, Pasolini aveva ragione, dobbiamo chiederci cosa possa significare la parola “compagno” nell’età della merce, che non è più quella del pane. Dobbiamo chiederci quale possa essere, oggi, il nuovo pane da spezzare tra di noi e con gli altri, perché solo in questo modo potremo continuare ad usare il termine “compagni” senza essere patetici.  Naturalmente non mi illudo di avere la risposta; ma suggerisco di considerare con attenzione l’idea che a dover essere condivisi, oggi, siano soprattutto i diritti. I diritti che già esistono, che sono il frutto di una faticosa conquista del progressismo otto e novecentesco, e che oggi vediamo costantemente minacciati da un vasto progetto di restaurazione volto a indebolire, e talvolta addirittura eliminare questi diritti umani e sociali, cosa che spinge da molto tempo le forze della sinistra su una posizione difensiva e logorante, che rischia di minarne lo slancio, l’inventiva, la creatività. Bisogna senz’altro difendere con forza i diritti esistenti dalla furia del neocapitalismo selvaggio e del suo talvolta inconsapevole braccio armato, il populismo dilagante; ma bisogna anche avere il coraggio di immaginare i diritti che ancora non esistono, quella fetta enorme di giustizia e di equità che ancora non è stata riconosciuta. Per fare questo, io penso che ci si debba spingere verso territori ancora sconosciuti; che si debba avere il coraggio di varcare i confini dei diritti attuali, delle leggi attuali, per esplorare e illuminare ciò che sta oltre. Perché i diritti non sono immobili nel tempo, ma mutano con il mutare delle condizioni, con l’emergere di nuovi soggetti storici, politici, economici. Oltre la soglia della legalità non abita soltanto l’illegalità, bensì anche il nuovo volto dei bisogni, la possibilità di una giustizia sociale che oggi non sa ancora essere pensata. Andare oltre la legalità, in questo senso, significa non accontentarsi di ciò che già esiste; non appiattirsi su posizioni difensive; non credere che l’attività politica sia definita semplicemente dal mantenimento delle posizioni e dalla gestione del potere. Il diritto di avere dei diritti, intitolava alcuni anni or sono Stefano Rodotà la sua ultima grande opera. Sono certo che, ascoltando queste parole, la mente di molti di voi sta pensando ai migranti, ai nuovi diseredati, alle terribili negazioni dei diritti che li concernono, tanto nei luoghi da cui cercano di fuggire tanto in quelli a cui provano ad approdare, con tutti gli ostacoli che conosciamo bene. Ma non si tratta soltanto di questa nuova realtà. Gli studenti che incontro nel mio lavoro a scuola: hanno il diritto di sperare? Di provare a essere felici? Di superare il disagio, il senso di catastrofe familiare ed esistenziale che spesso li accompagna? Di credere nel futuro? Gli anziani: oltre ai diritti già esistenti hanno anche quello di sentirsi utili e ascoltati, non emarginati e ghettizzati? E come concretizzarlo? Gli apostoli che spezzavano il pane con Cristo durante l’ultima cena era tutti uomini; le donne forse erano di là, a lavare i piatti. Che diritti hanno le donne? In uno scrittore svizzero di lingua tedesca che certo non simpatizzava per il socialismo, Meinrad Inglin, trovo un po’ a sorpresa questa domanda: «Ma noi, chi siamo noi alla fin fine? Siamo degni, siamo all’altezza di questo spazio nel quale abitiamo?». Inglin si riferiva al Canton Svitto, ma anche noi potremmo porci lo stesso interrogativo; siamo degni dello spazio, del territorio in cui abitiamo? Troveremo la forza di arginarne lo scempio e la rovina, o ci siamo già rassegnati ad accettarne la trasformazione in parcheggio e supermarket, in merce da consumare in fretta tra nuove passerelle sui laghi e rinnovata svendita delle acque? Solo mantenendo vive e brucianti queste domande inquietanti potremo sperare di sentirci ancora reciprocamente cari, ancora compagni di qualcosa e per qualcosa; partecipi di un’avventura che è infinitamente più importante di una votazione o di una percentuale. In una lettera del 30 novembre 1969 un poeta italiano, Giovanni Giudici, scriveva ad un altro poeta, Franco Fortini, comunista e traduttore di Brecht. Gli diceva: «Ai livelli del temporale, penso che la “compassione” sia ancora una delle virtù meno indegne di ciò che la nostra specie vorrebbe essere». Compassione: cioè il patire, il provare passione, insieme; compagni: cioè il condividere insieme il pane. Perché, come ho letto una volta in un romanzo di Cormac Mc Carthy, «el compartir es la ley del camino».
E allora, care compagni e cari compagni, adesso provo ad usarle di nuovo, queste due parole, con tutta la cautela e con tutta la speranza di cui posso disporre; per augurare buon lavoro a questo congresso, ma soprattutto per augurare a tutti di saper andare oltre, oltre i regolamenti, oltre le contrapposizioni inutili e persino oltre le preoccupazioni elettorali, per ritrovare lo slancio, l’idealità e la forza. La ley del camino.

mercoledì 6 marzo 2019

Divagazioni su Pasolini - Franco Arminio


Pasolini ha vissuto in un tempo in cui ancora si poteva agire.
Si può agire anche adesso, ma spesso sono azioni virtuali, azioni che ti lasciano nella gabbia del tuo corpo e non riesci a uscire.
Pasolini che vuole aprire gli occhi è dunque un uomo che soffre perché gli uomini dagli occhi chiusi, gli uomini dallo sguardo basso non vogliono cambiare postura.
Pasolini e i molli. L’eterna mollezza italica. Ci si può ridere quando si svolge in un bar, diventa pericolosa quando agisce sul piano della storia. Pasolini aveva uno spirito greco, una pulsione balcanica in una nazione che è tutto un formicolio di mezze misure, di cattiverie senza talento, di generosi che non ti danno niente.

Sempre in Italia a un certo punto ti ritrovi al punto di Pasolini. Hai intorno a te un’umanità a basso voltaggio. Più lavori e più sei denigrato. Nessuno sopporta l’eroismo, il martirio. I devoti della miseria spirituale non ti perdonano la tua inquietudine. Ti dicono narciso, egoista, ti attribuiscono calcoli dove hai slanci, ti fanno furbo come loro, non capiscono il furore, lo scambiano per arrivismo.
Pasolini e l’Italia che non vuole cambiare e però non accetta di essere limpida, secca. L’Italia umida, corrotta. L’Italia ingrata coi suoi spiriti irregolari. L’Italia che non ama l’eresia, il coraggio. L’Italia che ama i facili e non capisce i semplici. Pasolini era una fiamma. Portava la verità nel corpo. Era un batticuore in giro per il mondo. Lui amava se amava, soffriva se soffriva, guardava se guardava. Parola e azione, studiare ed esporsi, giocarsi la vita, non giocare con la vita. Osare, esagerare, rompersi piuttosto che estinguersi.

Ora siamo nell’Italia degli estinti, solfatara del rancore. Ai tempi di Pasolini la parola grande e la parola piccola erano ancora ben distinte. Adesso tutto è sulla stessa tavola digitale, il sonetto e l’ingiuria sgraziata, il cuore limpido e quello opaco. Pasolini non ha cambiato l’Italia ma ha dato una pista per chi vuole stare alla larga dai compromessi. I suoi nemici invincibili erano gli epigoni di Ponzio Pilato. Li vediamo al lavoro ogni giorno. Possono perfino amare Pasolini, ma in fondo vogliono uccidere il suo spirito ogni volta che si ripresenta in altre figure. Il delitto di Ostia in qualche modo continua. Pasolini è insopportabile. Questa è una nazione col respiro corto, col respiro furbo. Odia gli innocenti, odia il sacro. E lo sterminio che Pasolini aveva intravisto non si ferma in nessuna giornata. La coalizione dei mediocri tiene il suo rogo sempre acceso, basta un cenno di poesia e sei condannato, non hai diritto a svolgere le tue indagini sulle umane inquietudini, devi limitarti alla melina, alla pozzanghera.

Il gioco è scambiare la lotta per lamento. L’amore indicibile per i corpi diventa immorale. La violenza del non saper bruciare, i tutori del gelo. Pasolini di nuvole e di vento contro il mondo chiesa, il mondo chiuso. La luce, il buio, le cose nette. 
Lui sapeva e ora sappiamo anche noi. Il tempo che ci resta non può essere speso assieme ai molli. Amare quello che non è molle: il volo degli uccelli, il ramo da cui escono le foglie, le cose mirabili che ancora riescono agli umani.

lunedì 26 novembre 2018

“A un ragazzo” (di Pierpaolo Pasolini) dedicata a Bernardo Bertolucci, che risponde con una sua poesia


A un ragazzo (1956-1957)

da La religione del mio tempo (1961)
in Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, Tomo I, Meridiani Mondadori, Milano 2003

Così nuovo alla luce di questi mesi nuovi
che tornano su Roma, e che a noi altrove
ancorati a una luce d’altri tempi,
sembrano portati da inutili venti,
tu, con fresco pudore, e ingenuamente senza
pietà, scopri per te, per noi, la tua presenza.
Col sorriso confuso di chi la timidezza
e l’acerbità sopporta con allegrezza,
vieni tra gli amici adulti e fieramente
umile, ardentemente muto, siedi attento
alle nostre ironie, alle nostre passioni.
Ad imitarci, e a esserci lontano, ti disponi,
vergognandoti quasi del tuo cuore festoso…
Ti piace, questo mondo! Non forse perché è nuovo,
ma perché esiste: per te, perché tu sia
nuovo testimone, dolce-contento al quia…
Rimani tra noi, discreto per pochi minuti
e, benché timido, parli, con i modi già acuti
dell’ilare, paterna e precoce saggezza.
Esponi, orgoglioso, la tua debolezza
di adolescente, leso appena al ridicolo
che ha la troppa umiltà in un mondo nemico…
Al giusto momento, ci lasci, ritorni
alla segreta luce dei tuoi primi giorni:
alla luce che certo tu non puoi dire
né, noi, ricordare, una luce d’aprile
in cui la coscienza con le sue gemme sfiora
solo la vita, non la storia ancora.
Tu vuoi SAPERE, da noi: anche se non chiedi
o chiedi tacendo, già appartato e in piedi,
o tenti qualche domanda, gli occhi vergognosi,
ben sentendo in cuore ch’è vano ciò che osi,
se di noi vuoi sapere ciò che noi ai tuoi occhi
ormai siamo, vuoi che le perdute notti
del nostro tempo siano come la tua fantasia
pretende, che eroica, com’è eroica essa, sia
la parte di vita che noi abbiamo spesa
disperati ragazzi in una patria offesa.
Vuoi sapere le mute paure e le immature azioni
– tra macerie, strade deserte e prigioni –
delle nostre figure per te ormai remote.
Vuoi sapere, e il viso infantile ti si infuoca,
tu, così puro, il male, così limpido l’odio,
ch’è nei riaccesi ricordi su cui inchiodi
l’occhio ferito, parteggiando intero
per chi lottava in nome del sentimento vero.
Vuoi sapere che cosa abbiamo ricavato
da quell’avventura, in che cosa è mutato
lo spirito di questa povera nazione
dove provi tra noi la tua prima passione;
sperando che ogni atto che ti preesiste, Chiesa
e Stato, Ricchezza e Povertà, intesa
trovino nel tuo dolce desiderio di vita…
Vuoi sapere l’origine della tua pudica
voglia di sapere, s’essa ha già dato prova
di tanta vita in noi, e adesso cova
già nuova vita in te, nei tuoi coetanei.
Vuoi sapere cos’è l’oscura libertà,
da noi scoperta e da te trovata,
grazia anch’essa, nella terra rinata.
Vuoi SAPERE. Non hai domanda su un oggetto
su cui non c’è risposta: che trema solo in petto.
La risposta, se c’è, è nella pura
aria del crepuscolo, accesa sulle mura
del Vascello, lungo le palazzine
assiepate nel cuore del sole che declina.
Le sere disperate per il troppo tepore
che nei freddi autunni, dimenticato muore,
o, dimenticato, in nuove primavere
torna improvviso – le disperate sere
in cui, tu, felice pei tuoi abiti freschi,
o il fresco appuntamento con giovani modesti
come te, e felici, esci svelto di casa,
mentre nel rione suona la sera invasa
dall’ultimo sole – penso a quel serio, candido
ragazzo, il cui silenzio è nella tua domanda.
Certo soltanto lui ti potrebbe rispondere,
se fu in lui, com’è in te, pura speranza il mondo.
Era un mattino in cui sognava ignara
nei rósi orizzonti una luce di mare:
ogni filo d’erba come cresciuto a stento
era un filo di quello splendore opaco e immenso.
Venivamo in silenzio per il nascosto argine
lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi
del nostro ultimo sonno in comune nel nudo
granaio tra i campi ch’era il nostro rifugio.
In fondo Casarsa biancheggiava esanime
nel terrore dell’ultimo proclama di Graziani;
e, colpita dal sole contro l’ombra dei monti,
la stazione era vuota: oltre i radi tronchi
dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l’erba
del binario, attendeva il treno di Spilimbergo…
L’ho visto allontanarsi con la sua valigetta,
dove dentro un libro di Montale era stretta
tra pochi panni, la sua rivoltella,
nel bianco colore dell’aria e della terra.
Le spalle un po’ strette dentro la giacchetta
ch’era stata mia, la nuca giovinetta…
Ritornai indietro per la strada ardente
sull’erba del marzo nel sole innocente;
la roggia tra il fango verde d’ortiche
taceva a una pace di primavere antiche,
e i rinati radicchi da cui vaporava
un odore spento e acuto di rugiada,
coprivano il dorso della vecchia scarpata
grande come la terra nell’aria riscaldata.
Poi svoltava il sentiero in cuore alla campagna:
liberi nell’umile ordine, folli nella cristiana
pace del lavoro, nel parlante amore muti,
tacevano gelseti, macchie d’alni e sambuchi,
vigne e casolari azzurri di solfato, –
nel vecchio mezzogiorno del vivido creato.
Chiedendo di sapere tu ci vuoi indietro,
legati a quel dolore che ancora oscura il petto.
Ci togli questa luce che a te splende intera,
ch’è della nuova gioventù ogni nuova sera…
Noi invecchiati ora nient’altro diamo
che doloroso amore alla tua lieta fame.
Anche la tua stessa pietà, che cosa dice
se non che la vita solo in te è felice?
Perché, per fortuna, quel nostro passato,
vero, ma come un sogno, è nel tuo cuore grato.
In realtà non esiste, ne sei libero e cerchi
di esso solo quanto può adesso valerti…
Nella tua nuova vita non è esistito mai
fascismo o antifascismo: nulla, di ciò che sai
perché vuoi sapere: esiste solamente
in te come un crudele dolce fiore il presente.
Che tutto sia davvero rinato – e finito –
sia tutto – è scritto nel tuo sorriso amico.
È vizio il ricordare, anche se è dovere;
a quei morti mattini, a quelle morte sere
di dodici anni or sono, non sai se più rancore
o nostalgia, leghi il nostro cuore…
L’ombra che ci invecchia fosse astratta coscienza,
voce che contraddice la vitale presenza!
Fosse, com’è in te, la spietata gioia
di sapere, non l’amarezza di sapere ch’è in noi!
Ciò che potevamo risponderti è perduto.
Può parlarti – se, tu ragazzo, sai il muto
suo nuovo linguaggio di ragazzo – soltanto
chi è rimasto laggiù, nella luce del pianto…
Era ormai quasi estate, e i più bei colori
ardevano nel mite, friulano sole.
Il grano già alto era una bandiera
stesa sulla terra, e il vento la muoveva
fra le tenere luci, riapparse a ricolmare
di festa antica l’aria tra i monti e il mare.
Tutti erano pieni di disperata gioia:
sulla tiepida polvere delle vie ballatoi
e balconi tremavano di fazzoletti rossi
e stracci tricolori; pei sentieri, pei fossi
bande di ragazzi andavano felici
da un paese all’altro, nel nuovo mondo usciti.
Mio fratello non c’era, e io non potevo
urlare di dolore, era troppo breve
la strada verso il granaio perso nei campi, dove
per un anno l’ingenua, eternamente giovane,
povera nostra mamma aveva atteso, e ora
era lì che attendeva, sotto il tiepido sole…
Ma ha ragione la vita che è in te: la morte,
ch’è nel tuo coetaneo e in noi, ha torto.
Noi dovremmo chiedere, come fai tu, dovremmo
voler sapere col tuo cuore che si ingemma.
Ma l’ombra che è ormai dentro di noi guadagna
sempre più tempo, allenta ogni legame
con la vita che, ancora, un’amara forza
a vivere e capire invano ci conforta…
Ah, ciò che tu vuoi sapere, giovinetto,
finirà non chiesto, si perderà non detto.

E Bertolucci risponde:





domenica 24 giugno 2018

Pasolini, Salvini e il neofascismo come merce - Wu Ming 1


 I fascisti non scompaiono né diventano innocui, ma sono integrati nel nuovo sistema, omologati e funzionali alla sua logica.

“Nel futuro la storia c’è ancora, e la storia è confusione; benché sia assurdo pensarci, nel futuro immediato ci può essere sempre qualcosa di imponderabile che può togliere ai fascisti quel successo che tutti prevedono ed essi tracotanti si aspettano”.

Così scrive Pier Paolo Pasolini nell’appunto 64 del romanzo incompiuto Petrolio.

Stralciato dal testo e letto oggi, sembra un invito a non arrendersi, a non darsi per vinti di fronte all’avanzare dell’ondata reazionaria, xenofoba, razzista e quant’altro.

In quell’abbozzo di capitolo, invece, si parla di tutt’altro: un rimpasto dentro l’Eni. Il protagonista del romanzo, funzionario dell’ente in quota “area cattolica di sinistra”, rischia di essere scalzato da “un uomo decisamente di destra, proposto (anzi, quasi imposto!) da Almirante”, ma riesce a conservare l’incarico spingendosi a destra egli stesso.

È solo uno dei molti possibili esempi di come estrapolare frasi di Pasolini e cercare di adattarle al presente possa generare ogni sorta di equivoci.

Il tormentone del “Caro Alberto”

Durante la lunga campagna per le scorse elezioni politiche, segnate da due fatti di sangue a chiaro movente razzista (a Macerata il 3 febbraio e a Firenze il 5 marzo), circolava un meme. Partito da circuiti di destra, ben presto è dilagato sui social network, in differenti versioni ma sempre con lo stesso schema e messaggio. Una foto di Pasolini era accompagnata da questa citazione:

Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda.

Il messaggio è stato ripreso anche da Matteo Salvini, che il 24 febbraio ha persino letto la frase durante il comizio di chiusura della campagna elettorale, in piazza del Duomo a Milano. Straniante udire Salvini che attacca la “classe dominante” e il consumismo, raggelante l’applauso della piazza al termine della citazione. Se solo venisse a contatto con l’opera di Pasolini, la folla che quel giorno ha battuto le mani potrebbe solo inorridire.

Il meme circolava privo di fonti, a parte il riferimento a una “lettera di Pasolini a Moravia” genericamente datata 1973.

Ma nel 1973 l’offensiva di Pasolini sul consumismo come “nuovo fascismo” – con relativo incrociar di lame tra lui e Moravia, Fortini, Calvino – non era ancora partita. L’avrebbe inaugurata un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 10 giugno 1974, intitolato “Gli italiani non sono più quelli”, poi incluso negli Scritti corsari con il titolo “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”.

Non sono riuscito a trovare la frase del meme in nessuno scritto di Pasolini. Nel complesso suona verosimile: potrebbe essere la riscrittura o il ricordo sfocato di un passo pasoliniano reale. Unica nota stonata, l’espressione “arma di distrazione”, entrata nell’uso comune soltanto nel ventunesimo secolo. Il gioco di parole “weapons of mass distraction” si è imposto in inglese a partire dal 1997, grazie a un film che lo usò come titolo, e in italiano a partire dal 2003, grazie alla trasmissione Raiot di Sabina Guzzanti che lo usò come sottotitolo.

In ogni caso, anche se la frase fosse autentica, a renderla falsa sarebbe l’utilizzo.

Lo scopo del meme era mettere a tacere con un ipse dixit chiunque – di fronte al crescendo di aggressioni fasciste, all’attentato di Macerata e alla crescente normalizzazione delle estreme destre – denunciasse l’estendersi di una mentalità reazionaria e razzista. Mentalità che negli ultimi anni ha conquistato la cultura di massa a furia di talk show, e della quale i neofascisti sono solo l’espressione più esplicita e concentrata.

Il cerchio si è chiuso all’indomani delle elezioni del 4 marzo quando, di fronte ai risultati da zerovirgola dei partitini neofascisti, diversi hanno commentato: “visto?”, “tanto rumore per nulla”, “un flop”, “i neofascisti non contano nulla”, “era solo uno spauracchio”, “aveva ragione Pasolini quando scrisse a Moravia che…”.

Un’interpretazione frettolosa e risibile. CasaPound ha preso 312.392 voti e Forza nuova altri 127.119; significa che come minimo 439.511 persone si identificano col neofascismo, o almeno non hanno problemi a votare partiti neofascisti. C’è poi Fratelli d’Italia, partito proveniente dal neofascismo, che ha preso 1.435.114 voti. Soprattutto, c’è la Lega. Il partito di Salvini ha molti cavalli di battaglia in comune con i neofascisti e addita gli stessi nemici, tanto che con CasaPound fece nel 2015 un’alleanza elettorale, di breve durata ma significativa. La Lega ha preso 5.694.351 voti e adesso è al governo.

A conti fatti, su poco più di 46 milioni di aventi diritto al voto, oltre sette milioni e mezzo hanno scelto forze politiche inequivocabilmente nazionaliste, xenofobe e reazionarie. Per capirci: durante la prima repubblica il partito neofascista storico – il Movimento sociale italiano – rimase sempre intorno ai due milioni di voti.

I numeri del 4 marzo segnalano eccome uno sfondamento, se non dei partiti fascisti dichiarati, certamente delle idee che questi professano. Idee divenute sempre più accettabili, dichiarabili, votabili. Gran parte di esse si ritrova nel programma del governo Lega-M5s.

Va aggiunto che l’immediata e concreta pericolosità del neofascismo non si coglie guardando le percentuali elettorali, ma guardando le strade, come mostra la mappa delle aggressioni neofasciste 2014-2018.

Torniamo al meme del “Caro Alberto”. La strumentalizzazione e falsificazione del pensiero pasoliniano consiste nel rimuovere un basilare dato di fatto: Pasolini non si sognò mai di negare la pericolosità dei neofascisti. Al contrario.

Ma dobbiamo procedere con ordine. 

La dicotomia che non c’è

Il Pasolini degli ultimi anni sostiene, tornando più volte sul tema, che il vecchio fascismo, coi suoi codici, le sue retoriche, il suo rapporto tra capo e massa, è stato superato da un “fascismo” peggiore, quello del neocapitalismo, della “società dei consumi”. I fascisti non scompaiono né diventano innocui, ma sono integrati nel nuovo sistema, omologati e funzionali alla sua logica. Dietro gesti come il saluto romano e simboli ormai residuali non vi è più alcuna alterità.

La tesi è enunciata anche in Petrolio, in uno degli appunti più memorabili, il 126, dov’è descritto un corteo neofascista:

(I manifestanti) non potevano essere che quelle persone reali che in quel momento il potere (la storia) voleva. I loro slogans mentali classici, come ‘Dio, Patria, Famiglia’ erano puro vaneggiamento. I primi a non crederci realmente erano loro. Forse, delle vecchie parole d’ordine, ad avere ancora un senso era, appunto, l’’Ordine’. Ma ciò non bastava a fare il fascismo (…). Erano dei miseri cittadini, ormai presi nell’orbita dell’angoscia del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società ’sviluppata’ aveva infilato loro in saccoccia.

Queste frasi sono scritte non solo a miracolo economico finito, ma in piena “austerity”, nel 1974, un anno dopo la grande crisi petrolifera. Pasolini però giudica irreversibili gli effetti antropologici del benessere, che sta trasformando e omologando anche i neofascisti, rendendoli più simili a tutti gli altri cittadini-consumatori, al tempo stesso rendendo tutti gli altri più simili ai neofascisti.

Nel citato articolo del 10 giugno 1974 Pasolini prende come esempio il terrorista nero Giancarlo Esposti, ricercato per la strage di Brescia e ucciso dai carabinieri durante un tentativo di cattura:

Il criminale Esposti – per fare un esempio – nel caso che in Italia fosse restaurato, a suon di bombe, il fascismo, sarebbe stato disposto ad accettare l’Italia della sua falsa e retorica nostalgia? L’Italia non consumistica, economa e eroica (come lui la credeva)? L’Italia scomoda e rustica? L’Italia senza televisione e senza benessere? L’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio? L’Italia con le donne chiuse in casa e semi-velate? No: è evidente che anche il più fanatico dei fascisti considererebbe anacronistico rinunciare a tutte queste conquiste dello ‘sviluppo’. Conquiste che vanificano, attraverso nient’altro che la loro letterale presenza – divenuta totale e totalizzante – ogni misticismo e ogni moralismo del fascismo tradizionale.

Ma è corretto identificare l’ideologia fascista con la nostalgia per un’Italia “non consumistica, economa ed eroica”, “scomoda e rustica”? Su quest’identificazione Pasolini fonda un’antinomia tra fascismo e consumismo, ma è davvero incompatibile un’ideologia fascista con l’edonismo della società dei consumi?

È vero che durante il ventennio il fascismo impose una “mistica” fatta di continui riferimenti a valori percepiti come alti, sempre scritti con la maiuscola reverenziale: la Patria, la Nazione, lo Spirito... Ma quella mistica, da sola, non avrebbe potuto garantire il consenso. Non capiamo cosa fu il fascismo se scordiamo o ignoriamo che il regime incoraggiava nella piccola e media borghesia una cultura edonistica e fatua, fatta di cinema “dei telefoni bianchi”, contemplazione ammirata del “bel mondo”, canzonette spensierate – “voglio vivere così / col sole in fronte / e felice canto / beatamente” – villeggiatura e nuovi beni di consumo. ­

Nell’appunto 59 di Petrolio Pasolini afferma: “Un fascista edonista era una contraddizione in termini”. E invece di fascisti edonisti se ne sono visti tanti, in primis diversi gerarchi del regime. Del resto, nella borghesia del ventennio era diffuso un mito del bon vivant ricalcato su D’Annunzio. La società fascistizzata non era tutta una caserma: era anche grande magazzino, salone di ricevimenti, boudoir, bordello.

Soprattutto, il fascismo del ventennio non fu affatto un regime anti-industriale e contrario allo sviluppo. Al contrario, fu un regime modernizzatore e tecnofilo, sulla linea di quel “modernismo reazionario” – definizione dello storico americano Jeffrey Herf – che caratterizzò il rapporto tra i fascisti e le macchine.

Questo è l’errore di fondo su cui Pasolini basa ogni sua riflessione su fascismo, neofascismo, capitalismo. Non solo: Pasolini utilizza i termini fascismo e fascisti dando loro significati diversi a seconda delle esigenze polemiche e delle tattiche messe in campo. La confusione che ne deriva avrà conseguenze a lungo termine. 


Pasolini contro i neofascisti, i neofascisti contro Pasolini 

Pasolini i fascisti li conosce bene. Dai fascisti di tutte le correnti e tendenze è incessantemente diffamato, perseguitato, aggredito fisicamente.

Nota di metodo: non parlerò dell’omicidio di Pasolini, secondo alcune teorie ucciso proprio da una squadraccia neofascista, o da un commando misto di neofascisti e mafiosi. Scrivere di quella notte sposterebbe il focus, e il mistero offuscherebbe tutto il resto. In questa sede non è necessario occuparsi della morte di Pasolini: la vita basta e avanza.

Pasolini i fascisti li conosce bene. Li conosce e non smette di descriverli come sicari al soldo del potere, autori materiali delle stragi della strategia della tensione, con la protezione politica dei partiti alla guida del paese. Quei partiti che – come dichiara pochi mesi prima della morte (”Il mio voto al Pci”, L’Unità, 10 giugno 1975) – cercano di “rifarsi una verginità antifascista (...) ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Che tali bande siano necessarie al potere e alla fase storica in corso, lo scrive anche nell’appunto 65 di Petrolio, intitolato Confidenze col lettore:

Quei fascisti che Carlo, come in una visione, aveva visto correre davanti a casa sua, in una piccola orda armata, emersa da un fondo oscuro del paese che d’improvviso pareva prevederla, storicamente così com’era, matura e completa della sua rinnovata attualità. (Corsivo mio)

Questo al livello della strada, ma Pasolini descrive anche i piani alti: per lui il neofascismo missino è parte del potere economico e politico. Il neofascismo ha amici tra finanzieri e capitani d’industria – in Petrolio ha un ruolo Attilio Monti detto “il petroliere nero”, magnate dei carburanti oltreché proprietario dell’Eridania e del Resto del Carlino – e partecipa alla spartizione di prebende e incarichi in aziende ed enti di stato. È una delle linee narrative più importanti tra quelle abbozzate in Petrolio, vent’anni prima di quello che verrà chiamato lo “sdoganamento” del Msi.

Nell’appunto 63 leggiamo:

il fascismo (...) si era già tanto rafforzato con la strage di Milano e le altre duecento bombe che stragi non ne avevano fatte, ma facevano parte dello stesso programma. In tutti i posti di potere i fascisti cominciarono la loro controffensiva, la loro serie di scambi tattici ecc.; la Chiesa era finita, restava la Curia, ciò bastava a un ritorno di clericalismo che potesse concepire i fascisti come dei possibili alleati: la base della loro possibile intesa - che cominciava pragmaticamente con scambi di uomini nei centri del potere - era semplicemente il ‘potere’, per se stesso, spogliato di qualsiasi attributo.

Nel già citato appunto 64 Pasolini scrive:

Prima di cedere anche una sola parte di potere, da gestire direttamente dai fascisti (...), la parte più clericale della Democrazia Cristiana – mettiamo Andreotti – ci ha naturalmente pensato su un momento; e non tanto per scrupolo, o per la naturale ripugnanza fisica che può ispirare un fascista (a cui vent’anni non son bastati certo a lavare le mani sporche di sangue), quanto per la naturale insicurezza che anche l’uomo più informato e abile può avere nel prevedere il futuro (...). Tutto sommato è meglio spingere a destra un uomo già provato – e sempre buono, in ogni eventualità, per le sinistre – che assumere al suo posto un uomo decisamente di destra, proposto (anzi, quasi imposto!) da Almirante.

Queste manovre sono l’argomento di un convivio che nell’appunto 64 bis Pasolini definisce “una cena tra democristiani di destra (o meglio, disponibili a tutto) e neofascisti”, con “una presenza come sempre ben poco parlabile e misteriosamente allusiva di deputati mafiosi siciliani”.

Una visione allegorica di quest’ensemble si trova nell’appunto 65 bis, intitolato Giardino medievale, dove al protagonista Carlo appaiono diversi dei. La scena è divisa tra sinistra e destra. A sinistra appaiono divinità come “l’Adolescente”, “il Figlio”, “l’Anarchico”, “Eros”, divinità senza potere e perciò raffigurate nude e prive di sesso. A destra, invece, “divinità di tutt’altro tipo e natura”:

Erano il Padre Primo, lo Stato, l’Ordine, la Follia (...). Il Padre Primo teneva stretta nella mano, come un pomo, una mammella della Follia, e ciò l’aveva fatto entrare in erezione: guardava nel vuoto con gli occhi accesi e i capelli al vento (...). L’Ordine era intento a leggere un libro del Primo Novecento. Lo Stato consultava pomposamente dei testi greci, ma non classici. La Follia con le unghie del suo piede bestiale, era intenta a grattare la testa di una Divinità così bassa di statura che sul primo momento non si vedeva: la sua testa era molto grossa e con la fronte sporgente sul naso rincagnato. Era il Potere.

Dopo aver visto questi dei, leggiamo nell’appunto seguente, “Carlo entrò nella sua camera e si spogliò (...). Il cuore, risucchiato dall’ubriachezza in un oscuro fondo melmoso, era sconvolto da un sentimento sconosciuto e, benché abietto – e forse proprio per questo – esaltante, meraviglioso. Nel Fascismo c’è un fascino che nessuno ha mai avuto il coraggio di spiegare”.

Quel fascino è l’attrazione verso il fondo melmoso. Cedervi è facile, basta assecondare la forza di gravità. In tutte le opere di Pasolini i fascisti sono sempre il fondo: squallidi, vili, malati, stupidi, meschini. Che si tratti di poesie, romanzi, saggi o film, la rappresentazione è più o meno la stessa, dai versi di Notte in Piazza di Spagna, 1957, fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma, 1975.

La società dei consumi è a destra del fascismo?

La strumentalizzazione può funzionare perché frasi somiglianti a quella del meme si trovano negli Scritti corsari, nelle Lettere luterane, in Petrolio e in molte interviste. Tutte espongono una dicotomia tra il fascismo vecchio – a volte definito “classico” o “archeologico” – e un “fascismo” nuovo, coincidente con il “totalitarismo” della società dei consumi.

Nell’attaccare quest’ultima, Pasolini non è certo solo, anzi, è in ottima compagnia: Marcuse, Barthes, Debord, il primo Baudrillard… Buona parte della teoria critica del tempo, di derivazione francofortese o strutturalista, esistenzialista o controculturale, marxista o cristiana. Pasolini, però, connota la critica in modo peculiare. L’Internazionale situazionista, per esempio, non esprime alcun rimpianto per il mondo contadino, non è in esso che cerca una “autenticità” perduta.

Durante la dittatura fascista, scrive Pasolini in uno dei suoi articoli più famosi(quello sulla “scomparsa delle lucciole”, 1 febbraio 1975), “il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza” e dunque i modelli fascisti “non erano che maschere, da mettere e levare”. L’animo del “popolo” – il popolo della “civiltà contadina e paleoindustriale” – non era cambiato in profondità; per Pasolini, il fascismo è dunque stato “totalitario”, tra virgolette. Ma ora la situazione è cambiata: un “fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo” ha “in pochi anni (...) ricrea(to) e deforma(to) la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione”. Degradazione che però si presenta come apertura democratica e progresso dei costumi.

Ovviamente, è problematico che Pasolini descriva ogni emancipazione ed estensione dei diritti, ogni libertà conquistata soltanto come “permissività” del potere e parte della strategia del sistema, e non come risultato di un conflitto sociale duramente combattuto. Nella sua ricostruzione svaniscono lotte e soggettività. Su tutte, svaniscono lotte e soggettività delle donne. Davvero la loro maggiore libertà rispetto a come vivevano nel mondo contadino è stata solo una concessione dall’alto?

Ancora Petrolio, precisamente l’appunto 59:

Certe acquisizioni che, coi socialisti al Governo, si chiamavano Riforme, erano divenute ormai irreversibili. L’Italia era avviata verso l’Edonismo del Consumo (...). Il Potere era preso nell’impasse di questa contraddizione. Che direzione avrebbe imposto la sua Mente, calandosi, nella fattispecie, nel Capo del Governo Andreotti? Una più decisa svolta a destra – come in superficie dimostrava il revival moralistico dei vecchi agonizzanti clerico-fascisti alla Magistratura, della Polizia ecc.? Oppure una più reale svolta a destra, lungo le lunghe strade della democrazia tollerante? (Corsivo mio)

Per prima cosa, osserviamo che nella metafora spaziale di Pasolini il consumismo sta a destra del clericofascismo. Di più: quella della società dei consumi, scrive più volte, è la “prima vera grande rivoluzione di destra”.

Dopodiché, vediamo che Pasolini crede “irreversibili” le riforme degli anni sessanta e settanta. Si sbaglia di grosso. La scala mobile – meccanismo che rivaluta automaticamente i salari compensando l’aumento dei prezzi, reso uguale per tutti i lavoratori nel 1975 – verrà smantellata nel 1984; lo statuto dei lavoratori sarà gravemente manomesso nel 2014 con l’abrogazione dell’articolo 18; il lavoro si farà sempre più precario; la legge 194 diventerà sempre meno applicabile, vanificata dall’altissimo numero di obiettori di coscienza nella sanità pubblica; le “mille lire in più” che “la società ‘sviluppata’ aveva infilato in saccoccia” ai ceti medi perderanno gran parte del loro valore e lo strato più basso di quei ceti scivolerà nella povertà.

Eppure su questa idea di irreversibilità – oltreché, come già detto, sull’identificazione del fascismo con un’Italia arcaica, rustica e quant’altro – Pasolini fonda la sua visione dicotomica.

Tutti come il Merda, anche i fascisti

Nell’appunto 63 Pasolini scrive:

La gente era quella (...) ed era senza più i valori arcaici della Chiesa e quelli pervertiti della conservazione: stupida, brutale, ghignante, vuota, nevrotica, ansiosa, casuale, indifferenziata.

È una delle sue argomentazioni più note: i valori religiosi e della borghesia tradizionale – ma anche quelli del proletariato – sono scalzati da una nuova cultura interclassista, generalizzata, un conformismo di stampo piccolo borghese ma riplasmato dai nuovi modelli del consumo e dal “bombardamento televisivo”.

Anche i pasoliniani “ragazzi di vita”, i giovani borgatari romani, sono stati corrotti e in pochi anni hanno “abiurato” il loro mondo, la loro cultura. Pasolini elenca con puntiglio i risultati di tale abiura nella parte di Petrolio intitolata Il Merda, una lunga “Visione” suddivisa in ben 29 paragrafi, coincidenti con gli appunti dal 71 al 74. Qui è descritta una carrellata lungo via Torpignattara, dall’incrocio con la Casilina fino alla Tuscolana, seguendo la passeggiata di un giovanotto bruttissimo, soprannominato appunto il Merda, che avanza a braccetto con la fidanzata, attraversando una borgata che ha perso anima, alterità, linguaggio.

Per Pasolini c’è un’enorme differenza tra il nuovo conformismo e quello precedente. La spiega in una lettera a Calvino uscita sul Corriere della Sera l’8 luglio 1974:

Gli uomini sono sempre stati conformisti e il più possibile uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe sociale. E all’interno di tale distinzione di classe, secondo le loro particolari e concrete condizioni culturali (regionali). Oggi invece (e qui cade la ‘mutazione’ antropologica) gli uomini sono conformisti e tutti uguali uno all’altro secondo un codice interclassista (studente uguale operaio, operaio del Nord uguale operaio del Sud): almeno potenzialmente, nell’ansiosa volontà di uniformarsi.

E i neofascisti? Uguali agli altri anche loro. Nel citato appunto 126 di Petrolio si legge:

Questi non sono più i fascisti. Tra di loro ci sono dei ‘ritardati’, che sono i fascisti classici, ma non contano più (o contano come contano le sopravvivenze in un nuovo contesto storico) (...). La fine del fascismo segna la fine di un’epoca e di un universo. È finito il mondo contadino e popolare. Era dalle parti più miserabili di questo che il fascismo raccoglieva le sue bande di sicari innocenti e virili. Sono anche finiti i ceti medi la cui cultura borghese era ancora fondata su una cultura popolare (simile a quella dei sicari): contadina, pastorale, marinara, povera. Differenziata (da regione a regione, da città a città, da centro a periferia) (...). Lentamente e a propria insaputa, (il) potere aveva cambiato radicalmente natura (...). la televisione predicava quotidianamente, ora dopo ora, il puro edonismo: il suo slancio era tutto in direzione della realizzazione del benessere e del consumo. E la gente aveva appreso la lezione in modo radicale, palingenetico.

Per Pasolini, nella società “sviluppata” il fascismo non è più possibile. Di conseguenza, quello dei fascisti dichiarati che gridano slogan fascisti non può più essere il fascismo. Ma Pasolini chiama più volte “fascismo” il nuovo potere, ed è un crescendo: quello della società dei consumi è “un vero e proprio fascismo”, “un nuovo fascismo”, e infine “il vero fascismo”. Perché usa questa parola?


Una città a forma di svastica

“La totale adesione all’Autorità diviene, insomma, dimostrazione di violenza verso le minoranze che tale adesione per un verso o per l’altro non attuino o non accettino. Così che, con la beata, stagnante luce di soddisfazione di chi si è prestato con tutto se stesso a realizzare nel proprio Corpo i Dettami dell’Autorità, coesiste una torva luce di rancore, rabbia, furia, che trasforma quasi in Anarchia l’eccesso di Obbedienza, e in scandalo la perfetta normalità”.

Così Pasolini nell’appunto 71e, durante la passeggiata del Merda. E sta parlando di barbe e capelli! Nel 71i rincara la dose con una reductio ad Hitlerum:

Il vero militarismo già inconsapevolmente adottato è quello delle Ss. Infatti da chi era formata la ’truppa’ delle Ss? Evidentemente da giovani del popolo che l’industrializzazione aveva appena borghesizzato, come questi.

Infine, nell’appunto 73, intitolato Gran finale della Visione, lo sguardo si alza fino a inquadrare Roma dal cielo, e la forma della città è quella “inequivocabile – di un’immensa Croce Uncinata”.

Il ricorso di Pasolini alla parola fascismo e a immagini nazifasciste non ha né vuole avere precisione storica o politologica. Si tratta di figure retoriche. Allegoria: la città a forma di svastica come disvelamento della società omologata dal neocapitalismo; iperbole: la società dei consumi definita più fascista del fascismo stesso; sineddoche: una particolare dittatura, quella fascista, sta per ogni dittatura e presa totalitaria sulla realtà.

Pasolini non è certo l’unico a usare il termine in questi modi: per lui e per molti altri, segnati dalla guerra e dai crimini nazifascisti, i termini fascismo e fascista sono parametri di negatività e orrore, e li usano per definire quel che vedono di negativo e orrendo nel presente e nel futuro prossimo.

Essere contro il fascismo e i fascisti, in qualunque forma si ripresentino, è per Pasolini una “banalità di base”. “Tutto ciò che io ho detto ‘scandalosamente’ sul vecchio e nuovo fascismo”, scrive nel 1974, “è quanto di più realmente antifascista si potesse dire”.

Ma allora con chi ce l’ha quando attacca “gli antifascisti”?

L’equivoco sul “fascismo degli antifascisti”

È spesso citata e ridotta a slogan l’espressione “fascismo degli antifascisti”, senza mai andare a vedere cosa Pasolini intendesse dire. A volte viene persino linkato l’articolo del 16 maggio 1974 dove c’è – o meglio, tutti credono che ci sia – l’espressione. Linkato, ma non letto.

Leggendolo, per prima cosa si vedrebbe che l’espressione non c’è. Verrà aggiunta come titolo solo in seguito, con l’inclusione negli Scritti corsari.

In seconda battuta, forse – non è detto – si capirebbe che col significato inteso da Pasolini l’uso attuale dello slogan non ha alcuna attinenza.

In quell’articolo, sul Corriere della Sera intitolato semplicemente “Apriamo un dibattito sul caso Pannella”, Pasolini attacca diversi soggetti istituzionali: la Democrazia cristiana, il presidente della repubblica Giovanni Leone, la Rai e la commissione sanità della camera, tutti colpevoli di ignorare alcune richieste di Marco Pannella, in sciopero della fame da oltre due mesi. Sono costoro gli “antifascisti” che secondo Pasolini si stanno comportando da fascisti.

Quando scrive polemicamente degli “antifascisti”, Pasolini si riferisce principalmente alla classe politica, alla Dc e ai suoi alleati di governo, nominalmente antifascisti ma cinici nel giocare di sponda col neofascismo e nel capitolare di fronte al “nuovo fascismo” neocapitalista. Su Epoca del 25 gennaio 1975 scrive:

I democristiani si sono sempre fatti passare per antifascisti: ma hanno sempre (alcuni forse inconsciamente) mentito. La loro strapotenza elettorale degli anni cinquanta e l’appoggio del Vaticano hanno consentito loro di continuare, sotto lo schermo di una democrazia formale e di un antifascismo verbale, la stessa politica del fascismo.

Chi usa l’espressione “fascismo degli antifascisti” facendosi scudo di Pasolini per delegittimare la lotta agli odierni neofascisti e alle estreme destre, è un ignorante o un mistificatore, o entrambe le cose.

Non aiuta a fare chiarezza, va detto, la decisione dell’editore Garzanti di ripubblicare solo alcuni degli Scritti corsari con il titolo – indovinate un po’ – Il fascismo degli antifascisti.

Il test dell’anatra

Una delle conseguenze dell’omologazione consumistica, dice Pasolini, è che ormai i giovani fascisti sono solo giovani che si dichiarano fascisti e applicano questo “nominalismo” sui loro atti di violenza, compiuti al servizio del potere. Quelli come Esposti, si legge nel già citato articolo del 10 giugno 1974, “si chiamano e vengono chiamati ‘fascisti’: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei. Li distingue solo una ‘decisione’ astratta e aprioristica che, per essere conosciuta, deve essere detta”.

Nel periodo “corsaro” Pasolini segnala più volte il pericolo rappresentato “dai giovani fascisti, dalla frangia neonazista del fascismo che adesso conta su poche migliaia di fanatici ma che domani potrebbe diventare un esercito”. Tuttavia non attribuisce quel fanatismo al persistere e ripresentarsi dell’ideologia fascista, perché associa quest’ultima solo agli “antichi valori contadini, tradizionali, particolaristici, regionali”. La violenza dei neofascisti per lui non è davverofascista. Si dicono fascisti, compiono violenze in nome del loro essere fascisti, eppure il loro non è fascismo, perché il “vero fascismo” è ormai un altro.

Guardando alle violenze nere di allora e di oggi, io invece mi appello al ragionamento induttivo noto come test dell’anatra: se un uccello cammina come un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, chiamo quell’uccello anatra.

Se un tale si dichiara fascista, fa il saluto fascista, dice cose fasciste e aggredisce o incita ad aggredire neri, rom, lgbtq o militanti antifascisti, io chiamo quel tizio fascista e la sua ideologia fascismo. Non vedo perché non dovrei farlo.

Pasolini, invece, resta aggrappato alle sue premesse: vede che l’uccello cammina, nuota e starnazza come un’anatra, ma non vuole chiamarlo anatra se non introducendo mille distinguo per dire che in realtà la vera anatra non è quella che appare e agisce come un’anatra bensì un nuovo tipo di anatra che...

Il consumismo neofascista

L’ideologia fascista, secondo Pasolini, è destinata a soccombere alla società dei consumi. Invece vi si adagierà perfettamente. Non solo continuerà a esistere, ma saprà riprodursi e trasmettersi grazie all’edonismo degli anni ottanta, attraversando così tutto il ciclo neoliberista.

Pasolini muore pochi anni prima che facciano la loro comparsa i “paninari”, subcultura giovanile che porterà edonismo e consumismo a nuove vette, nata da una subcultura precedente, quella “sanbabilina”, tutta interna al neofascismo milanese. Non a caso il luogo di nascita dei paninari sarà l’eponimo bar “Al panino” in piazza San Babila.

Negli anni novanta una congrega di ex giovani neofascisti, inclusi alcuni dei sanbabilini di cui sopra, metterà in scena una vaga svolta – detta “di Fiuggi” – poi si ammanterà di eufemismi come centrodestra, allo scopo di andare al governo. Costoro non si distingueranno dallo sfondo della controrivoluzione neoliberista, che amministreranno e della quale saranno parte integrante e festaiola. La rassegna Cafonal del sito Dagospia li esibirà spesso, in perenne transumanza dai party in case di milionari alle notti in discoteche del jet set. Non per questo smetteranno di essere fascisti, di dire e fare cose fasciste. Perché un fascista edonista non è affatto una contraddizione in termini.

Nel secondo decennio del ventunesimo secolo il lifestyle neofascista diverrà identità compiutamente mercificata, con tanto di marchi very cool e articoli griffati. Un’estetica a volte definita “hipsterismo fascista” sarà venduta in forma di abiti, accessori, tagli di barbe e capelli, tatuaggi. Il legame tra tali merci e l’ideologia fascista verrà esibito senza maschere o cavalli di Troia, perché non si tratterà più di entrare di nascosto da qualche parte, semmai di espandersi, di allargare il bacino dei potenziali clienti. Cascherà a pennello il testimonial illustre: Matteo Salvini (ancora lui) griffato Pivert, brand di abbigliamento legato a CasaPound.

Il capitalismo neofascista non farà di tutta l’erba fashion: avrà agenzie di viaggi, società finanziarie, aziende di servizi postali e altre attività, come emerso da numerose inchieste giornalistiche. Ma la produzione principale sarà quella di segni: segni da indossare ed esibire, status symbol. Il neofascismo come business e come griffe, con relativo feticismo, quel culto delle firme già elevato dai paninari a culto guerresco: chi non le feticizza – perché darkettone, metallaro, cinese (cioè di estrema sinistra) – è un nemico.

Il neofascismo diverrà una delle tante identità acquistabili dal catalogo. Di primo acchito, ciò sembrerà dar ragione a Pasolini, che riduceva l’essere neofascisti al puro dirsi fascisti. Ma con quei segni viaggerà un’ideologia, e non sarà solo l’ideologia dei consumi: sarà ideologia fascista, fatta di nazionalismo, razzismo, sessismo, antisemitismo, falsificazioni storiche. Ideologia per niente “archeologica”, anzi, pienamente attuale. Pericolosa nell’immediato – per i soggetti additati come nemici, soprattutto i migranti – e distruttiva sul piano culturale. A maggior ragione perché, come farà notare Christian Raimo, il lifestyle neofascista non sarà solo una moda: sarà proprio di moda tra giovani e giovanissimi di diverse zone del paese.

Pasolini metteva in guardia dalla merce come neofascismo, invece abbiamo il neofascismo come merce. Merce inquinante, tossica.

Oggi un corrispettivo della passeggiata del Merda ci mostrerebbe fascistelli azzimati, tatuati fino a sembrare tappeti, in preda a conformiste risate hipsteriche.

Non tutto è fascismo

Se è necessario contestualizzare certe formule di Pasolini è anche perché si prestavano a essere decontestualizzate. Se tocca aprire sentieri col machete in una quarantennale foresta di equivoci, è anche perché molti equivoci furono seminati allora. Il fascismo non era un’ideologia morta e sepolta insieme all’Italia rurale. Le libertà conquistate non erano solo “permissività” del potere. Le riforme sociali non erano irreversibili. Fascismo e consumismo erano perfettamente compatibili, e al tempo stesso la società dei consumi non era “il vero fascismo”.

Dire fascismo per indicare qualunque potere oppressivo presente e futuro, o addirittura per etichettare qualunque forma di violenza, annacqua il concetto e genera equivoci a non finire.

Per esempio, il cosiddetto “ordoliberismo” – il liberismo autoritario fatto di parametri di bilancio e vincoli di spesa fissati in accordi sovranazionali – non è un “nuovo nazifascismo”, come gridano alcuni sovranisti e noeuro. Possiamo dire che le politiche tecnocratiche dell’Unione Europea favoriscono reazioni di estrema destra, non che tutto è uguale a tutto.

Nondimeno, Pasolini ha ancora molto da dire, se si sa cosa chiedergli. Nel frattempo, va difeso da strumentalizzazioni e falsificazioni. Un uomo che ha combattuto il fascismo per tutta la vita, e dai fascisti è stato combattuto, non merita l’offesa di essere applaudito da piazze di estrema destra.

Nei giorni della campagna elettorale è spuntato anche uno scurrile contro-meme, che vale la pena citare. A una foto di Pasolini si accompagnava questa frase:

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo tirarmi in ballo a cazzo di cane non sia un’arma di distrazione di massa per difendere i fascisti”.

(4 giugno 2018)