Un giorno tutti diranno di essere stati contro è un libro che non lascia indifferenti (tranne gli assassini).
a volte sembra un flusso di coscienza (dell'autore, giornalista e scrittore, che la coscienza ce l'ha, come ce l'hanno molti milioni di persone), e tutti i fatti che racconta sono documentati e verificabili.
ci sono molti modi per negare il genocidio in Palestina, Omar El Akkad mostra titoli di quotidiani, nei quali i palestinesi a Gaza (e in Cisgiordania) muoiono, ma non sono assassinati, sempre per incidenti, non per bombe e fucili, e gli assassini non sono mai citati, neanche la nazionalità, miracoli della censura (e autocensura) e dei genocidi.
ci sono tanti modi per opporsi al genocidio, all'occupazione, all'apartheid, alle violenze israeliane, dalle flotille verso Gaza alle manifestazioni per la Palestina, dal boicottaggio dei prodotti israeliani ai no da ripetere sempre, come insegna Bartleby.
Un giorno tutti diranno di essere stati controè un libro da non perdere per tanti motivi, per ascoltare il dolore e la partecipazione con i palestinesi, per capire bene cos'è un genocidio e una volta di più per vergognarsi della viltà e complicità di tutti i paesi occidentali.
Il 25 ottobre 2023, dopo tre settimane di devastanti
bombardamenti su Gaza, Omar El Akkad pubblica in rete queste parole: “Un
giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel
chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere
qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”. Il post viene
visualizzato più di dieci milioni di volte. La sua veemente denuncia
dell’ipocrisia dell’Occidente dinanzi al genocidio di Gaza, del tradimento
della sua promessa di libertà e giustizia per tutti, suscita un’eco enorme. Un giorno tutti diranno di essere stati contro,
il libro che El Akkad decide poi di scrivere dopo la morte di migliaia di donne
e bambini nella Striscia, è la cronaca di quella promessa tradita, il resoconto
della fine dell’idea che regole e principi, le “verità manifeste” della democrazia
occidentale, servano davvero a combattere il male e non a preservare il potere.
Se il male, infatti, non è semplicemente muovere guerra contro un nemico, ma
annientare un popolo intero riducendolo a nuda vita priva di ogni dignità e
pietà umane, Gaza è oggi uno dei nomi per designare il suo irrompere nel mondo,
il nome di un genocidio imperdonabile sotto ogni riguardo. Disgusto o rabbia dinanzi a un simile evento non
hanno senso in questo libro crudo, doloroso e vulnerabile, nutrito dalla
certezza che vi saranno sempre esseri umani ritenuti non degni della promessa
di libertà, non soltanto arabi o musulmani o immigrati, ma chiunque non rientri
nella terra del privilegio chiamata Occidente. Nelle sue pagine, l’unica
possibile risposta sta in una rottura totale con il credo dell’Occidente. La
stessa rottura che risuona in ogni parte del pianeta, nelle strade delle grandi
città, nei campus universitari, nelle scuole. E che, nella scrittura lucida di
El Akkad, capace di mescolare racconti toccanti con spietate considerazioni sul
linguaggio dei media, trova la sua più formidabile eco…
…L’impero è
rinchiuso nella sua fortezza linguistica - una lingua attraverso il cui prisma
gli edifici non vengono mai distrutti ma bruciano spontaneamente, in cui le
esplosioni arrivano come vento dalle montagne, e le persone vengono uccise come
se essere uccise fosse l’unico ordine naturale e legittimo della loro
esistenza. Come se vivere fosse un’aberrazione. Questa lingua protegge forse la
frangia più assetata di sangue dell’impero, ma agli estremisti non interessano
le improprietà linguistiche. È invece il centro, il centro liberale,
benintenzionato e facilmente impressionabile che ha disperatamente bisogno
della protezione offerta da questo tipo di linguaggio. Perché è il centro
dell’impero che deve poter guardare tutto questo e dire, Sì certo, è tragico ma
è necessario, perché l’alternativa è la barbarie. L’alternativa al numero
infinito di esseri umani uccisi e mutilati e resi orfani e lasciati senza tetto
senza scuole senza ospedali, l’alternativa alle urla sotto le macerie e ai
cadaveri lasciati in pasto ad avvoltoi e cani, ai neonati che urlano condannati
a morire di fame, è la barbarie…
articoli di Norman Finkelstein, Michele Giorgio, Gideon Levy, Francesca Albanese, Piergiorgio Odifreddi, Primo Levi (ripresi da zeitun.info, ilfattoquotidiano.it, pagineesteri.it)
Atroce dichiarazione da parte di UK Lawyers for Israel (Uklfi), un gruppo di avvocati a sostegno di Israele, con sede in Gran Bretagna
Secondo l’associazione, la guerra in corso a Gaza avrebbe il benefico effetto di ridurre l’obesità nella popolazione della Striscia e quindi aumentare l’aspettativa di vita tra i palestinesi. Sinora i bombardamenti israeliani hanno causato circa 52mila morti, la metà dei quali donne e bambini. Diversi studi ritengono però queste cifre largamente sottostimate. Tutti gli operatori presenti sul posto segnalano inoltre situazioni di carenza di cibo e grave malnutrizione, specie tra i bambini. I camion di aiuti e beni alimentari sono infatti bloccati da settimane da Israele.
Come ricorda il quotidiano inglese Guardian, le dichiarazioni sono state fatte da Jonathan Turner, amministratore delegato di Uklfi, in risposta a una mozione che sarà discussa durante l’assemblea generale annuale del Co-operative Group e che chiede di interrompere la vendita di prodotti ortofrutticoli israeliani. Turner ha invitato quindi i proponenti a ritirare la mozione. In particolare l’avvocato critica una ricostruzione della rivista britannica specialistica Lancet secondo cui le vittime a potrebbero, in realtà, superare le 180mila.
Ha quindi affermato che la stima di Lancet “Ha anche ignorato i fattori che potrebbero aumentare l’aspettativa di vita media a Gaza , tenendo presente che uno dei maggiori problemi di salute a Gaza prima dell’attuale guerra era l’obesità”. Un altro studio pubblicato su Lancet ha rilevato che l’aspettativa di vita a Gaza è diminuita di 34,9 anni durante i primi 12 mesi di guerra, circa la metà (-46,3%) rispetto al livello prebellico di 75,5 anni.
I commenti degli avvocati britannici per Israele sono stati condannati come “ripugnanti” dalla Palestine Solidarity Campaign (PSC). Tra i sostenitori dell’Uklfi figurano anche l’ex giudice della Corte Suprema John Dyson, l’ex leader conservatore Michael Howard e David Pannick KC, che ha rappresentato anche Boris Johnson e la defunta regina.
Ben Jamal, direttore del PSC, ha dichiarato: “Mentre i bambini della Striscia di Gaza affrontano il crescente rischio di fame, malattie e morte, l’idea del capo degli avvocati britannici per Israele che potrebbero trarre beneficio dalla perdita di peso è assolutamente disgustosa. Questi commenti ripugnanti illustrano esattamente cosa significhi essere ‘per Israele’ e quanto in basso siano disposti a sprofondare i suoi apologeti nel tentativo di giustificare il genocidio a Gaza”.
Una denuncia dell’Uklfi ha spinto l‘ospedale Chelsea and Westminster di Londra a rimuovere nel 2023 un’opera d’arte realizzata da bambini palestinesi, dopo che il gruppo aveva affermato che essa faceva sentire i pazienti ebrei “vulnerabili, molestati e vittimizzati”. Ha inoltre minacciato di intraprendere azioni legali contro il governo del Regno Unito per la sua decisione di sospendere circa 30 licenze per l’esportazione di armi verso Israele.
L’esercito più orwelliano del mondo - Lorenzo Guadagnucci
Giornali e tv di tutto il mondo hanno mostrato e descritto una delle più orribili imprese – l’attacco alle ambulanze della Mezzaluna rossa, l’esecuzione degli operatori, l’occultamento dei corpi in una fossa comune e la giustificazione menzognera dell’operazione – compiute dall’esercito più orwelliano del mondo, come dovremmo ormai (amaramente) definire le forze armate israeliane, che hanno costruito nel tempo una narrazione – in realtà un esorcismo e un meccanismo di pressione-persuasione sui propri soldati – autodefinendosi “l’esercito più morale del mondo”.
È questa una definizione smentita da innumerevoli fatti, ma necessaria per lo stato israeliano: è stato il modo che ha permesso a tanti coscritti di svolgere compiti di polizia militare e di guerra guerreggiata in posizione in apparenza comoda – una condizione di schiacciante superiorità – ma anche insidiosa, perché affrontare la popolazione civile, soprattutto in Cisgiordania, ai posti di blocco, nella repressione quotidiana, negli sgomberi, nelle punizioni, e a maggior ragione nelle azioni di guerra vera e propria, soprattutto a Gaza, pone problemi etici ed esistenziali non irrilevanti per la gioventù israeliana in armi. Sapersi, o meglio credersi “l’esercito più morale del mondo” può aiutare a svolgere compiti ingrati, ingiusti, a volte anche orribili.
Con la campagna di Gaza che dura da quasi un anno e mezzo tutti i veli sono però caduti. La definizione di “esercito più morale del mondo”, l’affermazione – ripetuta a ogni obiezione, a ogni critica – di agire nella Striscia nel rispetto del diritto internazionale, sono ormai parte di una retorica orwelliana, con le parole che vengono pronunciate meccanicamente a significare però il loro contrario.
In questo macabro teatro, l’opinione pubblica internazionale, il giornalismo mainstream, i governi occidentali, così ricchi di prosopopea quando si tratta ai autodefinirsi liberi e democratici, si fanno notare per la loro passività, per l’ignavia che diventa complicità.
Costa dirlo, ma per ragioni – diciamo così – strutturali, dovute al sistema di alleanze e relazioni diplomatiche, politiche, culturali, economiche fra Israele, l’Europa e l’intero Occidente, l’esercito più orwelliano del mondo è (anche) il nostro esercito. Dovremmo guardare a noi stessi alla luce di questa constatazione. Diventa allora difficile, anche per chi avversa le scelte di Israele, per chi parteggia e manifesta e agisce in favore del popolo palestinese, diventa difficile per tutti noi sentirci davvero assolti.
Dovremmo riuscire a trasformare il dolore, la frustrazione, la rabbia in qualcosa di nuovo e di forte, forse – per cominciare – una rivoluzione interiore che si riversa all’esterno in ogni momento della vita quotidiana: una diserzione ora per ora dalla regola del silenzio, dell’indifferenza, del fatalismo che disciplina la nostra società, le nostre esistenze.
Le 10 tesi di
"Sinistra per Israele" e la verità storica. Intervista a Ugo
Giannangeli, di Patrizia Cecconi
L’oceano di sangue palestinese innocente che sta inondando la Striscia di
Gaza si sarebbe potuto evitare se le organizzazioni sovranazionali e
internazionali avessero voluto e potuto. Circa il “volere” la Corte
Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU ci hanno
provato, ma si sono scontrate con un altro volere, quello dei potenti complici
di Israele e, quindi, non hanno potuto. In Italia e nel mondo si sono
moltiplicate le iniziative popolari per tentare – inutilmente – di costringere
Israele a fermare il genocidio e qualche parlamentare del centro sinistra
“democraticamente” vicino a Israele ha perfino partecipato al congresso
“Sinistra per Israele-due popoli due Stati” dal quale sono uscite 10 tesi che,
pur non volendo riconoscere quale genocidio lo sterminio israeliano di decine
di migliaia di civili inermi, ha mostrato la “buona volontà” di suggerire come
risolvere il cosiddetto conflitto israelo-palestinese.
Sulle 10 tesi di cui sopra l’avvocato Ugo Giannangeli, vicino da sempre
alla causa del popolo palestinese sia in veste di penalista che in veste di
studioso degli aspetti giuridici relativi alla situazione internazionale, ha
elaborato delle considerazioni che ha inviato, senza ottenere risposta, al
senatore del PD Alfieri, membro di “Sinistra per Israele”. Considerazioni che
hanno però girato in modo informale suscitando notevole attenzione, per questo
abbiamo deciso di intervistarlo. Ecco l’intervista che ci ha gentilmente
rilasciato.
P.C. Avvocato Giannangeli, vuoi dirci quali riflessioni sono emerse dallo
studio delle tesi del congresso “Sinistra per Israele-due popoli due Stati”
dello scorso febbraio?
U.G. Grazie per aver scelto di rendere pubbliche le mie osservazioni, tanto
più che l’onorevole Alfieri non si è degnato di rispondere. Per comodità espositiva
seguirò l’ordine delle tesi.
P.C. Bene, partiamo dalla prima
U.G. Nella prima tesi si ricorda che Sinistra per Israele è nata subito
dopo il conflitto del 1967 per la necessità di “ricucire lo strappo che aveva
separato parte della sinistra italiana da Israele all’indomani del conflitto
del 1967”. Mi ha stupito questa affermazione visto che proprio grazie alla
menzogna sull’inizio del conflitto, Israele godette immediatamente di diffusa
solidarietà anche da sinistra come è testimoniato dal numero speciale della
rivista Epoca del 18 giugno 1967 intitolato “ La vittoria di Israele”. Un
numero di 50 pagine con i nomi di numerosi illustri italiani molti dei quali di
sinistra, tutti firmatari di appelli pro Israele. Intellettuali quali
Nanni Balestrini, Natalino Sapegno, Federico Fellini, Italo Calvino, Nicola
Tranfaglia, Eugenio Montale, Carlo Cassola, Norberto Bobbio, Nuto Revelli, Enzo
Biagi, Leonardo Sciascia, Giorgio Bocca, Marco Ramat, Giovanni Spadolini e
tanti altri tutti di altissimo livello e tutti caduti nel tranello della
menzogna.
P.C. puoi spiegare in cosa consiste questa menzogna?
U.G. Sì, dire che Israele aveva dovuto difendersi da un imminente attacco
dei Paesi arabi mirante al suo annientamento fu smentito per la prima
volta nel marzo 1972 dall’ex generale M.Peled, che durante la guerra dei sei
giorni era a capo del dipartimento “amministrazione e alloggi” dello
Stato maggiore centrale israeliano. Il generale Peled negò che Israele avesse
corso il pericolo dichiarato, e le sue parole vennero pubblica sul quotidiano
Haaretz il 19 marzo 1972. Successivamente altri, tra cui il generale E.Weizman,
nel 1967 capo dell’ufficio operazioni dello Stato maggiore centrale israeliano
e il generale H.Bar-Lev, nel 1967 capo dello Stato maggiore presso il quartier
generale dell’esercito israeliano confermarono quanto dichiarato da Peled e
tutto venne reso di pubblico dominio dai quotidiani Haaretz e Maariv.
Riproporre oggi quanto ampiamente smentito da autorevoli esponenti
dell’esercito israeliano oltre cinquant’anni fa è quindi una menzogna. Doppia
menzogna se si afferma che Sinistra per Israele è nato per ricucire lo strappo
con la sinistra in seguito alla guerra dei 6 giorni.
P.C. Grazie della spiegazione. Torniamo a quanto affermato nella prima
tesi.
U.G. In questa tesi si sostiene che l’unica soluzione del “conflitto”
è l’orizzonte di due Stati per due popoli. La parola “orizzonte”
suggerisce un obiettivo molto lontano, ammesso che sia realmente un
obiettivo. A tale proposito consiglio la lettura di un libro di Ziyad Clot dal
titolo lapidario: “Non ci sarà uno Stato palestinese. Diario di un negoziatore
in Palestina”. L’autore per 11 mesi ha fatto parte dell’unità di sostegno
ai negoziati dell’OLP poco dopo la conferenza di Annapolis che aveva fissato
come traguardo la creazione di uno Stato palestinese entro la fine del 2008.
Clot, constatata la situazione, dà le dimissioni nel novembre 2008 e due anni
dopo pubblica il suo libro in Francia. In una nota all’edizione francese scrive
“…Mi sono poi imbattuto nel ‘processo di pace’… Ho visto da vicino
l’impossibilità di realizzare uno Stato palestinese. … nell’inverno
2008/09 mi sono trovato impotente di fronte alla spedizione di morte nella
Striscia di Gaza. Come pochi ho avuto la possibilità di assistere ai
retroscena”. Le parole di Clot sono di estrema attualità. La totale
subalternità dell’Anp al diktat israeliano si è tradotta nel tempo in connivenza
nella repressione della resistenza, sino al recente taglio dei fondi destinati
ai detenuti politici palestinesi obbedendo alla richiesta israeliana.
L’orizzonte di due Stati per due popoli definito “l’unica prospettiva giusta e
necessaria, di pace e convivenza” in realtà, se si realizzasse, sarebbe un
obiettivo di separazione, non di convivenza. Ad oggi l’unica convivenza
sperimentata con successo è quella di Taayush, movimento di israeliani e
palestinesi che prospettano la convivenza in un solo Stato con uguali diritti
per tutti. Anche il termine “popolo” è discutibile. Lo storico ebreo
israeliano Shlomo Sand, nel suo libro “L’invenzione del popolo ebraico”
spiega bene questa manipolazione, così come manipolatorio è il falso slogan
“una terra senza popolo per un popolo senza terra” in cui si finge
l’inesistenza del popolo palestinese prefigurandone già l’eliminazione
visto che dell’esistenza del popolo palestinese gli ebrei erano ben consapevoli
già dal 1897 come documentato nel libro di Ghada Karmi, “Sposata a un altro
uomo”. Ma passiamo alla seconda tesi che va a dare concretezza alla prima.
P.C. La seconda è titolata “Dall’orizzonte alla pratica: riprendere
un percorso per la pace”, giusto?
U.G. Esatto, e richiama la Dichiarazione della fondazione di Israele detta
anche Dichiarazione di indipendenza del 14 maggio 1948, dove si legge: “…
Dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel che avrà il nome
di Stato di Israele… Lo Stato di Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica
e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene
di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla
pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza dei
diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di
religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione di coscienza, di
lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le
religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite… “. Il
nuovo Stato è definito ebraico e il territorio interessato è chiamato Eretz
Israel, cioè grande Israele. Ma nella tesi n.8 che vedremo in seguito il
progetto del Grande Israele sarà attribuito agli eredi del sionismo
revisionista definito “una corrente esplicitamente di destra”. La Dichiarazione
di indipendenza è richiamata anche nella tesi n.6 in cui si mette in evidenza
l’assoluto contrasto con la legge fondamentale del 2018 che definisce Israele
“Stato nazione degli ebrei senza alcuna clausola di equità per le altre
componenti etniche e religiose”.
P.C. Quindi riconosci che la seconda tesi ha di positivo il mettere in
evidenza che i principi formulati nella Dichiarazione d’indipendenza
contrastano con la realtà pratica che caratterizza Israele?
U.G. Sì, è apprezzabile il riconoscimento di tale contraddizione anche se,
citando la legge fondamentale del 2018, sarebbe stato opportuno ricordarne
anche l’articolo 7 che eleva un crimine come è la colonizzazione a valore da
incrementare.
P.C. Quale, secondo te, il motivo per cui la Dichiarazione d’indipendenza
esprimeva quei principi, di fatto mai rispettati? U.G. La Dichiarazione di indipendenza altro non era che lo specchietto per
le allodole per ottenere l’ammissione del neo-Stato all’Onu. L’Onu aveva
chiesto espressamente ad Israele di mettere nero su bianco l’impegno a
rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite, dimostrando una certa
diffidenza verso uno Stato destinato espressamente ad essere ebraico. Donde
l’ossimoro “Stato ebraico e democratico”. Lo dimostra il fatto che non una
parola della Dichiarazione di indipendenza è stata rispettata, a partire
dalla fedeltà ai principi della Carta dell’Onu. La seconda tesi ha il merito di
accennare anche ai sistemi educativi israeliani che hanno favorito la spirale
di odio. Già l’accademica ebrea Nurit Peled Elhanan aveva espresso una serrata
critica al sistema educativo israeliano nel suo “ La Palestina nei libri
di scuola israeliani” di cui si può leggere una sintesi nell’articolo “ Come
Israele insegna ai suoi figli a odiare” di Middle East Monitor del 1 agosto
2019. Attualissimo un passaggio: “A sette anni dalla pubblicazione del libro le
cose sono ulteriormente peggiorate. Lo si può vedere nel video, circolato sui
social media questa settimana, dei giovani soldati israeliani che festeggiavano
ed applaudivano dopo aver fatto saltare le case palestinesi a est di
Gerusalemme. Quei soldati sono proprio il prodotto del sistema educativo
israeliano”. Durante il genocidio in corso a Gaza sono girate nei social media
immagini raccapriccianti delle azioni dei soldati israeliani, a dimostrazione
che il processo di deumanizzazione israeliana è andato molto avanti. Ma i
congressisti di Sinistra per Israele negano il genocidio!
P.C. Però diamo atto a Sinistra per Israele di aver preso le distanze da
questa scuola d’insegnamento all’odio?
U.G. Sì, non con la determinazione e la documentazione di Nurit Peled, ma
un’ ammissione di incitamento all’odio nei programmi scolastici israeliani è
emerso.
P.C. Passiamo alla terza tesi
U.G. Nella terza tesi compare il riferimento al terrorismo e si citano
Hamas, Hezbollah e gli Houthi ma s’ignora che il diritto internazionale
riconosce il diritto alla resistenza a un popolo sotto occupazione come il
popolo palestinese e che il Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra
del 1949, adottato nel 1977, relativo alla protezione delle vittime dei
conflitti armati internazionali, riconosce alla popolazione di un paese
occupato il pieno diritto di lottare per la propria liberazione anche con la
resistenza armata e viene esplicitamente riaffermato nella Risoluzione
dell’Onu numero 37/43 del 1982 nella quale è scritto che : “considerando
che la negazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese … e i ripetuti
atti di aggressione da parte di Israele contro i popoli della regione
costituiscono una grave minaccia alla pace e alla sicurezza, riafferma la
legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza, l’integrità
territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e
straniera e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili compresa
la lotta armata”. Quindi viene ignorato che la lotta armata non può definirsi
terrorismo. In questa tesi si accenna anche agli accordi di Oslo del 1993,
definendoli una pratica da proseguire, mostrando di ignorare totalmente cosa
hanno significato e significano per i palestinesi. Le parole di Z. Clot, sia
pure riferite ad altro periodo, chiariscono la disparità contrattuale delle
parti e la accettazione da parte palestinese di un accordo ormai palesemente
truffaldino. Regola fondamentale di ogni accordo è il principio di buona fede
ed è difficile attribuire buona fede a quella parte contrattuale che mentre
promette graduali passaggi verso la creazione di uno Stato continua a costruire
colonie sul territorio destinato a quel futuro Stato. Inoltre, l’acclamato
diritto ai due Stati (di cui solo uno esistente) a vivere in sicurezza
all’interno dei propri confini pone una domanda: quali confini? Lo Stato
esistente non li ha mai dichiarati, seguita a espandersi illegalmente e
non si è mai dotato di una Costituzione, nonostante il diverso impegno assunto
nella Dichiarazione di indipendenza. Nella tesi n. 4 si va poi su un falso vero
e proprio, utile a rinvigorire la narrazione israeliana, affermando l’uso di
scudi umani da parte di Hamas. Le migliaia di immagini giunte da Gaza, comprese
quelle dei soldati dell’IDF, dimostrano il contrario e cioè l’uso di
palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. In questa tesi
si parla anche di diritto internazionale e della necessità di restituire ad
Israele credibilità e sostegno nel consesso internazionale, ma non si affronta
il motivo per cui Israele ha perso credibilità. Inoltre, l’aver eletto nel Comitato
direttivo nazionale dell’organizzazione quel Piero Fassino che, quale
presidente della Commissione esteri alla Camera, il 6 luglio 2021 aveva detto
esplicitamente che il diritto internazionale deve essere subalterno alla
politica, mostrando con rara sfacciataggine il disprezzo per quello che
dovrebbe essere lo strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali,
non accresce davvero la credibilità né di Israele né delle elaborazioni
scaturite dal congresso in esame, tanto più che Fassino non è isolato, basti
pensare al tentativo di demolire le due massime Corti internazionali non appena
hanno toccato i criminali considerati intoccabili quali Netanyahu e Gallant,
fino ad avere una carica dello Stato come Tajani che afferma impunemente
di non riconoscere l’ordine di arresto della Corte Penale Internazionale e che
Netanyahu potrà venire in Italia senza tema di essere arrestato. Lascio a voi
l’interpretazione di quel “restituire la credibilità a Israele”, a me sembra
pura chirurgia estetica pro-Israele e la tesi n.5, che contiene una
dissociazione dalle “modalità e gli esiti della guerra combattuta in questi 15
mesi a Gaza” non è che un altro ritocco al maquillage. Aggiungo che
l’uso del termine guerra è a dir poco improprio in quanto non si fronteggiano
eserciti, come ad esempio in Ucraina, ma si riversano sulla popolazione
inerme migliaia di tonnellate di bombe; a Gaza è venuto meno il principio
fondamentale del diritto internazionale umanitario di distinzione tra civili e
combattenti. Mentre l’intenzione e l’azione genocida e di pulizia etnica che
non viene accettata dal Congresso è ormai assolutamente palese. Se la Corte
Internazionale di Giustizia nella sua ordinanza del gennaio 2024 ha parlato di
solo “plausibile genocidio”, non spingendosi oltre, è per due motivi: primo,
perché l’ordinanza risale a meno di quattro mesi di bombardamenti
indiscriminati e quindi con un numero di vittime civili molto alto ma ancora
relativamente contenuto rispetto ad oggi; secondo, perché la sussistenza del genocidio,
oggetto della causa promossa da Sudafrica, necessita di un’attività istruttoria
(peraltro ostacolata in tutti i modi possibili da Israele) non ancora avviata
nel gennaio 2024.
P.C. Però sembra almeno presente lo sforzo di dissociarsi dall’attività
criminale di Israele?
U.G. Non precisamente, visto che la tesi n.6 afferma che Israele non può
essere identificato con il governo Netanyahu. Argomento ricorrente e
giustificazionista. Che il governo attuale sia il più a destra nella storia di
Israele è indubbio. Ma è pur vero che il progetto sionista è stato perseguito
da tutti i governi israeliani e che la colonizzazione e la repressione non si
sono mai fermate. La repressione del premio Nobel per la pace Rabin, ministro
laburista durante la prima intifada, fu feroce e lo ricordiamo soprattutto per
l’ordine di spezzare le braccia ai bambini che lanciavano sassi; è il caso di
ricordarlo anche come colui che ordinò nel 1989 l’assedio alla cittadina di
Beit Sahour, tagliando elettricità e ingresso di cibo ed acqua, quasi una
anticipazione di Gaza 2024. Inoltre la colonizzazione non si è certo fermata
durante i governi laburisti. Ignorarlo è una forma di manipolazione della
realtà. Altra mistificazione emersa dal Congresso è criticare il governo
perché non ha impedito l’azione violenta e terroristica dei settori più
fanatici dei coloni, legittimando con tale critica l’esistenza delle colonie i
cui membri non siano troppo violenti, mentre è l’esistenza stessa delle
colonie ad essere illegale.
P.C. Sembra la stessa ambiguità che si ritrova nelle manifestazioni
israeliane contro Netanyahu
U.G. Infatti la tesi n.7 è dedicata proprio all’Israele che lotta, quello
progressista e pluralista. Indubbiamente esiste questa realtà ma la lotta
riguarda solo gli interessi della popolazione ebraica. Non a caso si sono viste
grosse manifestazioni per la riforma della giustizia, ma non certo per i
diritti violati dei palestinesi. La tesi n.7 dice che il 69% dell’opinione
pubblica chiede un accordo per il rilascio degli ostaggi, ma non dice che il
72% della popolazione appoggia la criminale idea della deportazione della
popolazione di Gaza. E la percentuale include certamente anche parte della
componente di sinistra degli israeliani. Le voci ebraiche di dissenso sono
presenti più all’estero che in Israele, tanto che questa diminuzione di
appoggio verso il Paese che pretende di essere lo Stato di tutti gli ebrei del
mondo preoccupa i sionisti. E dire sionisti non è casuale, infatti la tesi n.8
rivendica il diritto del sionismo nella sua dimensione di movimento di
liberazione nazionale e sociale degli ebrei e critica coloro che ne parlano
come una forma di colonialismo di rapina. In effetti è riduttivo definirlo
colonialismo di rapina in quanto si tratta di colonialismo d’insediamento,
ben più grave visto che mira non solo ad appropriarsi delle ricchezze di un
territorio ma anche all’eliminazione dei nativi. Questa tesi ricorda
l’esperienza dei kibbutzim, ispirata a un solidarismo di matrice laburista,
basata sui principi di cooperazione, lavoro, giustizia ed eguaglianza. Ma è
solo il mito. La realtà è stata ben diversa: il kibbutz seguiva una ideologia
coloniale, socialista al suo interno ma con discriminazioni razziste verso i
palestinesi e, talvolta, anche verso gli ebrei mizrahi, cioè quelli
mediorientali e magrebini. La tesi n. 8 rivendica il sionismo ed evita di
ricordare che i kibbutzim sono stati costruiti sulle macerie dei villaggi
palestinesi distrutti. Tutto questo ha ben poco a che vedere con il solidarismo
laburista, men che meno con il principio di uguaglianza ma, come affermato
dalla ministra israeliana di orientamento nazista Ayelet Shaked,
“L’uguaglianza è un pericolo per lo Stato ebraico”.
P.C. E dopo questa tesi che altro ci possiamo aspettare?
U.G. Beh, la tesi n. 9 nega ad Hamas la qualifica di forza della resistenza
e auspica una nuova leadership palestinese legittimata dal consenso popolare,
ignorando volutamente che è stato proprio il partito Hamas ad avere consenso
popolare vincendo le ultime elezioni. Sinistra per Israele è consapevole del
discredito di cui gode l’Autorità nazionale palestinese ma si guarda bene dal
richiedere l’inserimento di Marwan Barghouti, militante di Fatah capace di
unire le due fazioni rivali, tra i prigionieri da rilasciare nello scambio con
gli ostaggi, cosa peraltro richiesta da Hamas. L’auspicata nuova leadership, si
dice, deve emergere tramite elezioni generali e libere. Le elezioni generali e
libere che si svolsero 2006 in Palestina, come detto sopra, videro
la vittoria di Hamas non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. La tesi n. 9
ricorda che negli anni “90 esisteva nella società civile politica palestinese
una élite laica e pragmatica. Osservo che questa società laica e pragmatica
sarebbe stata anche più vasta se Israele non avesse per anni praticato
l’assassinio o la deportazione dei dirigenti politici e sindacali palestinesi,
i cosiddetti “deportees” da me in una occasione visitati nel carcere di Nablus:
tutti giovani sui 30 anni destinati all’espulsione senza alcuna accusa se non
il loro impegno politico.
P.C. Negare la qualifica di forza della resistenza era scontato, altrimenti
resta senza soggetto l’aggettivo “terrorista”. Circa l’ultima tesi cosa
ci vuoi dire?
U.G. La tesi n. 10 riguarda l’antisemitismo e ripropone, in modo
leggermente sfumato, l’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo. Non è
citata la definizione elaborata dall’IHRA (international holocaust remembrance
alliance) oggetto di severe critiche anche da parte di ampi settori della
comunità ebraica mondiale, ma neppure si cita la Dichiarazione di
Gerusalemme che ne rappresenta una parziale modifica utilizzando cinque
esempi di comportamenti non antisemiti come le critiche al sionismo e allo
Stato di Israele o il BDS come forma legittima di protesta politica. Come si
spiega, allora, l’inserimento della definizione dell’IHRA nello statuto
dell’associazione che all’art. 4 afferma l’adesione “alla completa definizione
dell’IHRA con tutti gli esempi inclusi” tra cui, appunto, l’equiparazione tra
antisionismo e antisemitismo? Inoltre, nella tesi n.10 si parla di uso
improprio della categoria di genocidio per quanto è in corso a Gaza.
P.C. Contraddizione o voluta manipolazione?
U.G. Per capirlo è necessario valutare i 5 compiti che dovrebbero dare
concretezza alle 10 tesi: innanzitutto battersi all’interno della sinistra
italiana per contrastare ogni forma di pregiudizio antiisraeliano per
perseguire l’obiettivo dell’affermazione del diritto ad esistere di Israele
come Stato ebraico “e democratico” a fianco di uno Stato palestinese. Secondo
compito, superare la diffidenza tra la sinistra e l’ebraismo italiano. In
proposito si afferma : “ è un dato di fatto che non pochi ebrei italiani oggi
si sentano più rappresentati dalle forze politiche che si dichiarano vicine
alle scelte compiute dal governo israeliano”. Si avverte un certo pudore
nell’incapacità di affermare esplicitamente che la larga maggioranza
dell’ebraismo italiano è orientato a destra, quella destra ora anche di governo
in Italia e che è molto vicina e solidale alla estrema destra al governo di
Israele. Lo storico ebreo israeliano Zev Sternhell, ben prima del genocidio in
corso e delle dichiarazioni razziste dei vertici politici israeliani, ha
affermato: “ in Israele cresce non solo un fascismo locale ma anche un razzismo
vicino al nazismo ai suoi esordi”. Esistono realtà ebraiche dissidenti come i
sottoscrittori del recente appello “Ebree ed ebrei italiani dicono no alla
pulizia etnica” raccolti sotto le sigle del “Laboratorio ebraico antirazzista”
e di “Mai indifferenti, voci ebraiche per la pace”. Il timore è che, così come
le residue realtà “pacifiste” israeliane, queste sigle rappresentino, pur con
alcuni limiti, una coraggiosa ed apprezzabile testimonianza, ma siano
ininfluenti sul piano politico.
P.C. Non hai speranza che queste voci possano avere ascolto? U.G. Sai, a sei mesi dalla nascita di Israele, il 2 dicembre 1948, 28
intellettuali ebrei tra i quali Albert Einstein e Hannah Arendt inviarono una
lettera alla redazione del New York Times per denunciare la deriva fascista
imposta dal futuro primo ministro Menachem Begin alla natura dello Stato
israeliano. Vi si legge: “ Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi
emerge quello relativo alla fondazione nel nuovo Stato di Israele del partito
della libertà, un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella
filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti
nazista e fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del
precedente Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica, sciovinista, di
destra ……….. Le confessioni pubbliche del signor Begin non sono utili per
capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e
antimperialismo mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello
Stato fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo
reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà
nel futuro. Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel
villaggio arabo di Deir Yassin…….. Il 9 aprile bande di terroristi attaccarono
questo pacifico villaggio che non era un obiettivo militare uccidendo la
maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e
trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di
Gerusalemme……… All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di
ultranazionalismo, misticismo religioso, superiorità razziale.”
Nonostante questa durissima e autorevole denuncia, Begin farà carriera sino
a divenire Primo Ministro di Israele dal 1977 al 1983. Nel 1973 lascerà il
Partito della Libertà e fonderà il Likud, il partito di Netanyahu attualmente
al governo. Nel 1978 fu addirittura insignito del premio Nobel …per la pace! Il
cerchio così si chiude. Continuità assoluta dal 1948 al 2025.
P.C. E cosa pensi che faccia Sinistra per Israele, al di là delle tiepide
critiche al governo di destra e ultra destra, visto che non riesce neanche a
riconoscere il genocidio e la pulizia etnica in corso ?
U.G. Sinistra per Israele ha modificato il proprio nome in “Sinistra
per Israele – due popoli due Stati” per evidenziare quello che è il suo
obiettivo. Per dare concretezza e rendere credibile la propria azione, dovrebbe
quantomeno indicare tappe intermedie che conducano a quello che chiamano
orizzonte. Ad esempio: Sinistra per Israele dice di battersi per il ripristino
della legalità internazionale. E come lo fa? Chi l’ha visto? potrebbe cominciare,
per esempio, col chiedere un programma concreto di ritiro dei coloni dai
territori occupati: 10.000 entro il 2025; 50.000 entro il 2026 e così via sino
agli attuali 700.000. Non ha senso chiedere uno Stato di Palestina sovrano
senza liberare il territorio dagli occupanti, peraltro fuorilegge. Solo con un
programma concreto si rende credibile un’idea che altrimenti resta solo un
orizzonte lontano e, forse, utile a guadagnare tempo e realizzare una
completa pulizia etnica. Il dubbio è legittimo e non va confuso con
l’antisemitismo, tanto più che il vero antisemitismo, quello mai sopito,
si annida in una destra mondiale di cui il governo di Israele a pieno titolo fa
parte e di cui fanno parte realtà islamofobiche, razziste e violente. Ebraiche e
non. E questo, il congresso di “Sinistra per Israele-due popoli due Stati” lo
sa, ma non ha trovato spazio nelle sue 10 tesi.
P.C. Un’ultima domanda a margine delle osservazioni sulle 10 tesi. Come ha
reagito Sinistra per Israele allo spregio per la Corte Penale Internazionale
mostrato dall’ungherese Orban accogliendo con tutti gli onori il carnefice di
Tel Aviv che invece avrebbe dovuto arrestare?
U.G. Se una reazione c’è stata è rimasta segreta. Sinistra per Israele
vuole la caduta di Netanyahu, uomo di destra, che nel suo blog definisce “Orban
prima che lo fosse lo stesso Orban” ma non mi risulta sia stata presa alcuna
posizione ufficiale circa lo spregio verso la CPI. Sinceramente sarei rimasto
stupito del contrario!
* Ugo Giannangeli avvocato penalista, impegnato da sempre nel sociale,
prevalentemente sui temi del carcere, della pena, della repressione
delle lotte sociali e della solidarietà internazionale, in particolare a
sostegno della resistenza del popolo palestinese. Osservatore internazionale al
processo nel 2002 contro Marwan Barghouti e alle elezioni del 2006 in
Palestina. Ha contribuito alla stesura del libro “Palestina” della collana
“Crimini contro l’umanità” e alla riedizione nel 2018 del libro “Coi miei
occhi” di Felicia Langer, entrambi editi da Zambon. Ha contribuito alla
nascita del movimento “ No M346 ad Israele” e del “Forum contro la guerra” di
Venegono. Collabora con la Scuola dei diritti umani di Como.
articoli e video di Norman Finkelstein, Ilan Pappe, Qasem Waleed, Jeremy Scahill, Ramzy Baroud, Gideon Levy, Alex Levac, Andrea Zhok, Ivan Kesic, The Mexican Family
Il sostegno degli ebrei non sionisti alla Palestina – Ilan Pappe
Fin dal momento in cui è apparso, il Movimento Sionista ha incontrato un’opposizione di principio e ideologica da parte di molti ebrei. Quando emerse alla fine del diciannovesimo secolo, il suo argomento principale era che l’unica soluzione al crescente antisemitismo in Europa era la ridefinizione del giudaismo come nazionalismo attraverso la colonizzazione della Palestina.
Gli ebrei socialisti e comunisti credevano che una rivoluzione internazionale fosse la soluzione migliore e gli ebrei liberali riponevano la loro fiducia in un mondo più democratico e liberale. Per loro l’ebraismo era una fede, alla quale aderivano in modi diversi, ma che avrebbe dovuto portarli a prendere parte al rendere il mondo nel suo insieme un posto migliore.
Queste controvoci si spensero per un po’ durante e dopo l’Olocausto. Il Genocidio degli ebrei in Europa ha dato credito agli occhi di molti ebrei alla necessità di uno Stato Ebraico, anche a costo di distruggere la Palestina e i palestinesi.
Il più importante sostegno ebraico al sionismo e poi a Israele venne dalla comunità ebraica americana. Fino al 1918 questa comunità era in gran parte indifferente al sionismo, e molti dei suoi membri erano addirittura ostili all’idea.
Tuttavia, a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, e in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, la comunità ebraica americana venne sionizzata in modo esponenziale. Anche prima della comparsa dell’AIPAC, i gruppi filo-sionisti avevano cominciato a influenzare la politica americana nei confronti della Palestina e poi di Israele. (Ho appena finito di scrivere un libro che ripercorre quella storia in dettaglio: Lobbisti per il Sionismo su Entrambi i Lati dell’Atlantico – Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic.)
Dalla creazione dello Stato di Israele, alcuni organismi come il Consiglio Americano per l’Ebraismo (American Council for Judaism) sono rimasti critici nei confronti del sionismo e di Israele, e sebbene questo gruppo sia diminuito di numero e abbia ammansito le sue critiche nei confronti di Israele dal 1967, serve ancora a ricordare che uno può essere un ebreo americano senza essere sionista.
In questo secolo ci sono due principali voci antisioniste tra gli ebrei americani. Una è una sezione degli ebrei ortodossi in America, le comunità Satmar e Neturei Karta. La prima, la comunità più numerosa, è più non sionista che antisionista, mentre la seconda partecipa attivamente al Movimento di Solidarietà filo-palestinese.
L’altra è la Voci Ebraiche per la Pace (Jewish Voice for Peace – JVP) fondata nel 1996 da tre studentesse ebree americane di Berkeley. Sono ufficialmente impegnati ad agire contro le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi e sostengono pienamente la campagna BDS. Il JVP è diventato una parte molto importante delle manifestazioni filo-palestinesi dopo che Israele ha iniziato la sua Politica Genocida nella Striscia di Gaza.
Più di cento anni dopo il successo del Movimento Sionista nel sionizzare ampi settori della comunità ebraica americana, sembra che i problemi inerenti a tale approccio stiano tornando a perseguitare gli ebrei americani in generale e i sostenitori di Israele in particolare.
La prima sfida era quella di una duplice lealtà. Se gli ebrei sono una nazione a sé stante, quali interessi servono? La soluzione trovata dai sionisti americani fu che il giudaismo non è nazionalismo in America ma solo in Israele. La cosa ha funzionato per un po’, anche se l’AIPAC ha violato le leggi americane sul lobbismo incanalando denaro per fare pressioni per conto di un Paese straniero. La questione diventerà più acuta in futuro, quando atti come il Genocidio a Gaza saranno visti da molti americani come in conflitto con l’interesse nazionale americano.
L’altra vecchia sfida era che fin dall’inizio era chiaro che gli alleati “naturali” degli ebrei sionisti americani erano i sionisti cristiani. Il forte sostegno di quest’ultimo gruppo a Israele ha un prezzo. La coalizione di cristiani fondamentalisti appoggiava incondizionatamente Israele poiché desiderava vedere gli ebrei in Israele e non negli Stati Uniti, ed era fiduciosa che la giudaizzazione della Palestina fosse parte del piano divino per il ritorno del Messia e la fine dei tempi ( che prevedeva la conversione degli ebrei al cristianesimo). Nel frattempo è imperativo che i fedeli diano un sostegno incondizionato a Israele, ma ciò non nasconde facilmente il forte antisemitismo del Sionismo Cristiano. Oggigiorno viene identificato chiaramente con i coloni ebrei fondamentalisti in Cisgiordania e con le fazioni più estreme all’interno del sistema politico israeliano.
Ma è la nuova sfida che porta molti di noi a credere che la prossima generazione di ebrei americani avrà una visione diversa del sionismo e di Israele. A partire dal 1967, gli ebrei americani furono gradualmente esposti alla portata dell’oppressione da parte di Israele dei palestinesi che vivevano nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza e trovarono difficile sostenere Israele.
La sfida morale di sostenere Israele è diventata ogni anno più ardua dal 1967. L’assedio di Gaza iniziato nel 2006 ha aumentato il numero di giovani ebrei in America che non solo voltavano le spalle a Israele ma si impegnavano profondamente nel Movimento di Solidarietà con i palestinesi.
Pertanto, non sorprende che molti più giovani ebrei siano scesi in strada quando è iniziato il Genocidio israeliano a Gaza. La loro importante partecipazione ha rivelato qualcosa di più profondo, o almeno ha messo in luce un potenziale fenomeno prospetticamente più profondo per il futuro. Questa particolare solidarietà indica un futuro in cui, per molti ebrei americani, il sionismo non sarà l’unica opzione per definire il loro ebraismo e, a maggior ragione, essi potrebbero condividere l’idea che il loro ebraismo li contrappone a Israele e alle sue politiche.
Se ciò dovesse accadere, si tradurrebbe nella transizione dall’indifferenza degli ebrei americani al sionismo nella decisione di abbandonare del tutto il sionismo. (Il verbo gettare a mare in questo contesto è stato suggerito da Peter Beinart, la cui personale fuoriuscita dal sionismo incarna questo possibile scenario futuro.)
Se questo è uno scenario valido, è un’interessante chiusura di un ciclo etico e ideologico, forse anche una rettifica dell’ingiustizia storica. Gli ebrei americani erano spesso fedeli ai valori universali (siano essi liberali o socialisti) che li collocavano al centro delle importanti lotte per la giustizia sociale negli Stati Uniti. Questi valori furono messi da parte nei confronti di Israele, creando un’ipotetica posizione, conosciuta nel gergo comune come PEOP: Progressista Tranne che Sulla Palestina.
I cambiamenti radicali sono chiaramente dominio dei Millennials (nati tra gli anni ’80 e ’90) e della Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012), il che accentua la prospettiva di un cambiamento radicale nel futuro che potrebbe non essere ancora facilmente individuabile nel presente. Ma la possibilità per molti ebrei, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, di dissociarsi da Israele, e non pochi di loro svolgono un ruolo centrale nel tentativo di isolare e rendere Israele uno Stato reietto, è una prospettiva fattibile per il prossimo futuro.
Senza un forte sostegno da parte della comunità ebraica americana, e con la possibile erosione di tale sostegno da parte delle comunità ebraiche altrove, l’attività di lobbismo per Israele sarà mantenuta dai Sionisti Cristiani e dai Repubblicani di destra, mentre a livello mondiale Israele dovrà fare affidamento su partiti e movimenti nazionalisti fascisti e di destra. Una tale coalizione minerà il pilastro morale su cui poggia il Progetto Sionista e potrebbe successivamente influenzare anche il pilastro materiale delle alleanze strategiche nella regione e nel mondo in generale.
All’interno di questo possibile scenario, potrebbe essere interessante seguire alcuni esempi più concreti. Il primo è il movimento Voci Ebraiche per la Pace, che ha assunto un ruolo cardinale nell’attivismo filo-palestinese dopo il 7 ottobre 2023. Si tratta ancora di un movimento marginale, ma il suo collegamento organico con il Movimento generale di Solidarietà palestinese potrebbe espanderlo esponenzialmente in futuro.
Un altro caso di studio da seguire è l’enorme movimento studentesco nei plessi universitari americani noto come Hillel House. I membri di questo movimento si sono ribellati alla loro organizzazione madre dopo l’assalto israeliano a Gaza nel 2014 e hanno fondato un’organizzazione molto più critica nei confronti di Israele chiamata Open Hillel.
Infine, c’è il caso di un movimento chiamato ReturnTheBirthright (Ritorno per Diritto di Nascita). È emerso come un antidoto alla Legge Israeliana del Ritorno. Secondo questa legge, ogni ebreo nato nel mondo può diventare immediatamente cittadino israeliano. L’iniziativa ha respinto questa offerta israeliana “trasferendo” il diritto ai rifugiati palestinesi e ai loro discendenti. La logica alla base di ciò è che mentre i palestinesi che sono stati espulsi dalla Palestina non possono tornare, e i parenti dei palestinesi nella Palestina storica non possono riunire le loro famiglie, è gravemente ingiusto concedere questo trattamento preferenziale agli ebrei ovunque si trovino.
Pertanto, il sostegno degli ebrei non sionisti alla liberazione della Palestina può svolgere, e svolgerà, un ruolo in futuro. Di per sé, non si tratta di un processo di trasformazione, ma all’interno di una matrice di altri cambiamenti fondamentali nell’opinione pubblica, nell’equilibrio del potere sul campo e nell’implosione della società ebraica israeliana dall’interno, può aiutare ad abbreviare gli inevitabili giorni bui che precedere una nuova alba sia per gli ebrei che per gli arabi nella Palestina Storica.
Ilan Pappé è professore all’Università di Exeter. In precedenza è stato docente di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È autore del recente Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic (Lobbisti per il Sionismo su Entrambi i Lati dell’Atlantico) di The Ethnic Cleansing of Palestine, The Modern Middle East (La Pulizia Etnica della Palestina, il Medio Oriente Moderno); A History of Modern Palestine: One Land, Two Peoples (Una Storia Della Palestina Moderna: Una Terra, Due Popoli) e Ten Myths about Israel (Dieci Miti su Israele). Pappé è descritto come uno dei “Nuovi storici” israeliani che, dal rilascio dei pertinenti documenti del governo britannico e israeliano all’inizio degli anni ’80, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948.
Cosa vuol dire essere usato come scudo umano dall’esercito israeliano – Qasem Waleed
A Khan Younis I soldati israeliani hanno radunato Ahmad Safi e i suoi familiari maschi e li hanno costretti a stare in cima a una duna di sabbia per 12 ore, mentre i soldati si riparavano dietro di loro durante uno scontro a fuoco con i combattenti della resistenza palestinese. Questa è la loro storia.
Circondato da dozzine di soldati, carri armati, auto blindate, droni ronzanti e cani dell’esercito, Ahmad Safi si è ritrovato a guardare un enorme buco nel terreno.
“Di tutti gli scenari di morte in cui mi sono immaginato dall’inizio della guerra, non avrei mai sospettato che avrei visto la mia tomba”, ha detto a Mondoweiss il 26enne residente di Khan Younis.
Ahmad e i suoi parenti maschi sono stati arrestati dall’esercito israeliano e arruolati con la forza per stare di fronte a una base militare della resistenza, mentre i soldati israeliani si riparavano dietro di loro. Si sono così trovati nel bel mezzo di uno scontro a fuoco tra i soldati e la resistenza.
Nella notte del 22 gennaio, l’esercito israeliano ha lanciato un attacco improvviso nella parte occidentale di Khan Younis, dove si trovavano cinque rifugi per sfollati.
Nel cuore della notte, le truppe israeliane sono avanzate verso gli edifici di Tiba, dove Ahmad e la sua famiglia si erano rifugiati nel mezzo della “zona sicura” designata da Israele. Questi edifici erano circondati dall’Università di al-Aqsa, dall’Ospedale al-Khair, dall’Industrial College, dal Centro della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese e dall’area costiera di al-Mawasi, che ospitavano tutti decine di migliaia di palestinesi sfollati.
Quella notte Ahmad si era reso conto che i droni quadricotteri israeliani avevano occupato completamente il cielo. Sapeva cosa significava in base alla sua esperienza accumulata nelle tattiche di guerra israeliane: l’esercito preferiva lanciare operazioni importanti con la copertura del buio della notte.
Ahmad ha sentito degli spari in lontananza, ma era relativamente lontano, quindi ha continuato a guardare uno spettacolo di animazione per distrarsi.
Qualche istante dopo, il rumore degli spari si è intensificato e si è fatto più vicino, e all’improvviso ha sentito delle urla provenire dalla stanza opposta. Suo cugino era stato colpito da un proiettile. Quando gli spari hanno iniziato a intensificarsi ulteriormente, Ahmad si è gettato sotto il letto, mentre il resto della sua famiglia si è precipitato nella stanza portando con sé il cugino ferito.
E’ stato allora che i soldati israeliani hanno fatto irruzione nel loro appartamento, entrando nella stanza tra i fasci delle torce elettriche.
“Era la prima volta che vedevo un soldato israeliano nella vita reale”, ha detto Ahmad a Mondoweiss.
L’esercito ha separato le donne dagli uomini e ha costretto le donne a fuggire a sud, a Rafah. Gli uomini sono stati legati e tenuti sotto la custodia dell’esercito.
Un comandante israeliano ha ordinato ad Ahmad e agli uomini della sua famiglia di scendere le scale in fila indiana. Poi ha ordinato loro di inginocchiarsi contro il muro sud del loro appartamento, che si affaccia su una base militare della resistenza.
Il corpo di Ahmad tremava in modo incontrollabile. Le sue labbra tremavano e il suo respiro era pesante.
“Ho cercato di ricompormi”, ha raccontato Ahmad. “Ma quando ho sentito mia madre salutarci mentre veniva trascinata fuori dai soldati israeliani, non ho potuto trattenere le lacrime”.
La mattina successiva, il 23 gennaio, i soldati israeliani hanno ordinato ad Ahmad, a suo padre, a suo fratello e al resto dei suoi cugini di spostarsi all’aperto e di muoversi orizzontalmente davanti ai veicoli militari blindati.
“Quando ci hanno ordinato di fermarci e di restare fermi, mi sono ritrovato di nuovo a pochi metri dalla base militare della resistenza”, ha detto Ahmad. “Quello è stato il momento in cui ho capito che venivamo usati come scudi umani.”
I soldati li hanno costretti a inginocchiarsi in mezzo alla strada mentre si riparavano dietro Ahmad e i suoi parenti maschi.
Indossavano abiti leggeri nel freddo invernale e le loro mani erano legate con una fascetta così stretta che non riuscivano a sentire le dita. I soldati hanno ripetutamente sparato proiettili vicino ai loro piedi nel tentativo di terrorizzarli, forse per renderli disponibili a eseguire gli ordini.
“Ogni volta che ci sparavano, davo subito un colpetto alla schiena per controllare se ero ancora vivo”, ha detto Ahmad, ricordando le risatine dei soldati per quanto fossero spaventati lui e la sua famiglia.
Altre volte, un carro armato si muoveva rapidamente verso di loro, per poi tornare indietro, a meno di un metro di distanza. Ahmad si rese conto che i soldati stavano giocando con loro.
Ad un certo punto, i soldati hanno preso il fratello di Ahmad, Saeed, e lo hanno torturato, rompendogli la mascella. Gli hanno preso a calci i genitali come se stessero “colpendo un pallone da calcio”, secondo Saeed. Lo hanno picchiato così duramente che ad un certo punto ha perso i sensi.
“Sospettavano che fosse un combattente della resistenza a causa del suo aspetto. Per i soldati israeliani, qualsiasi uomo con la barba che abbia il segno del sujoud sulla fronte, è un membro di Hamas”, ha spiegato Ahmad.
Pochi istanti dopo, c’è stato un intenso scambio di colpi di arma da fuoco mentre Ahmad e la sua famiglia si trovavano senza riparo tra i soldati israeliani e i combattenti della resistenza. Si sono distesi a terra, nel tentativo di sfuggire ai colpi.
“Continuavamo a gridare in arabo, ‘smettetela di sparare’, e pochi istanti dopo le sparatorie si sono fermate”, ha detto a Mondoweiss Ammar, un altro dei cugini di Ahmad.
Sono stati costretti a rimanere lì per oltre 12 ore, come scudi umani . Alla fine erano disidratati e riuscivano a malapena a stare in piedi.
A mezzogiorno, in un momento di scarsa sorveglianza, Ahmad ha deciso di eseguire la preghiera di mezzogiorno con gli occhi, un metodo consentito nell’Islam quando una persona è paralizzata o sta morendo. Nella situazione di Ahmad, pensava, si applicavano entrambi i casi.
Prima del tramonto è scoppiato nuovamente lo scontro a fuoco. Tre soldati israeliani si sono precipitati verso Ahmad e il resto degli uomini e li hanno trascinati verso una grande duna di sabbia, sulla quale li hanno costretti a stare in piedi in modo che fossero visibili ed esposti alla linea di fuoco. Mentre si trovavano in cima alla duna, guardarono in basso e dall’altra parte videro un grande fossato
I soldati li hanno costretti a stare lì sulla duna, esposti alla linea di fuoco e con il fossato incombente sotto.
“Mio cugino Ammar ci ha detto di tenerci le dita l’uno dell’altro e di incrociare i piedi, così che se un proiettile avesse colpito uno di noi, non sarebbe caduto in quella fossa comune”, ha detto Ahmad a Mondoweiss.
Immagini di civili sepolti vivi attraversavano le loro menti, esattamente come avevano sentito fosse accaduto all’ospedale indonesiano nel novembre 2023. Ciò era avvenuto anche ben prima che, nell’aprile di quest’anno, si diffondessero le notizie sui massacri e sulle fosse comuni scoperte all’ospedale al-Shifa e all’ Ospedale Nasser, rivelando centinaia di cadaveri.
Una volta terminato lo scontro a fuoco, i soldati israeliani hanno portato Ahmad e il resto degli uomini all’interno di un edificio. L’edificio era al buio, tranne la stanza in cui Ahmad e la sua famiglia venivano tenuti. Le pareti sud e est della stanza erano distrutte, rendendoli visibili dalla base della resistenza.
Ogni tanto un soldato veniva e puntava un laser rosso verso di loro per qualche minuto, poi se ne andava.
“Penso che stesse cercando di far capire ai combattenti della resistenza che anche noi eravamo all’interno di quell’edificio, poiché ci stavano usando, ancora una volta, come scudi umani”, ha spiegato Ahmad.
Qualche istante dopo, i soldati li hanno portati uno per uno in un’altra stanza. Era la prima volta in più di 18 ore di prigionia che cominciavano a interrogarli.
I soldati hanno iniziato a prenderli a calci e ad insultarli mentre chiedevano informazioni. Hanno costretto il fratello di Ahmad, Saeed, a dire cose degradanti su sè stesso, solo per poter ridere di lui quando lo faceva.
“Il comandante dell’intelligence mi ha chiesto di localizzare la mia casa grazie alle riprese dal vivo di un drone”, ha detto Ahmad a Mondoweiss. “All’inizio non potevo, perché tutta la zona sembrava appiattita. Per fortuna, l’ho individuato prima del secondo pugno”.
“Quello è stato il momento in cui ho saputo che la mia casa era stata distrutta”, ha aggiunto.
Dopo circa due ore, i soldati hanno liberato Ahmad e la sua famiglia e hanno ordinato loro di spostarsi verso sud facendoli seguire un raggio laser.
Avanzando con difficoltà, Ahmad e la sua famiglia sono finalmente riusciti a raggiungere una scuola delle Nazioni Unite, che ospitava un certo numero di sfollati, a circa un miglio di distanza.
“Quando abbiamo raggiunto la scuola e abbiamo sentito le voci di alcune persone all’interno, siamo scoppiati in lacrime miste a risate isteriche”, ha detto Ahmad. “Non potevamo credere di essere sopravvissuti a questo incubo.”
La scuola era chiusa a chiave, quindi uno di loro ha dovuto saltare i muri e chiamare qualcuno per aprire. Le persone li hanno aiutati con acqua e un po’ di pane, ma Ahmad era occupato a cercare la tenda di suo zio e sua madre e le sue sorelle. Alla fine le ha trovate con suo zio.
La mattina dopo, l’intera famiglia è fuggita a Rafah, lasciando dietro di sé tutto ciò che aveva.
Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org