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martedì 23 febbraio 2021

il buon samaritano sarebbe marcito in galera per l'eternità, per la magistratura e la polizia di Trieste

  


Lorena e Gian Andrea sotto accusa per reato di solidarietà

Questa mattina all’alba la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione privata di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, nonché sede dell’associazione Linea d’Ombra ODV.

Sono stati sequestrati i telefoni personali, oltre ai libri contabili dell’associazione e diversi altri materiali, alla ricerca di prove per un’imputazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che noi contestiamo, perché utilizzata in modo strumentale per colpire la solidarietà.

Siamo indignati e sconcertati nel constatare che la solidarietà sia vista come un reato dalle forze dell’ordine.

Oggi, in Italia, regalare scarpe, vestiti e cibo a chi ne ha bisogno per sopravvivere è un’azione perseguitata più che l’apologia al fascismo, come abbiamo potuto vedere il 24 ottobre scorso sempre in Piazza Libertà.

Condanniamo le azioni repressive nei confronti di chi è solidale, chiediamo giustizia e rispetto di quei valori di libertà, dignità ed uguaglianza, scritti nella costituzione, che invece lo Stato tende a dimenticare.

Chiediamo la solidarietà di tutta la società civile, per tutte le persone attaccate perché solidali.

Sarà nostra premura comunicare informazioni più precise appena ne entreremo in possesso.

da qui

 


Nessuna legge ci convincerà mai che alcune donne e alcuni uomini rispetto ad altri sono illegali.

Nessuna legge ci convincerà mai che il diritto a spostarsi è solo di alcuni e non di altri.

Nessuna legge ci convincerà mai che le persone sono divise in due categorie: chi ha diritto a vivere e chi no.

Per questo, senza alcun dubbio, esprimiamo piena e totale solidarietà a Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi e a tutto il collettivo di Linea d’ombra.

Donne e uomini attivisti che da anni sostengono concretamente e quotidianamente le persone migranti attraverso la rotta balcanica e ammassate nei campi in Bosnia. Che cercano di denunciare e far luce su quanto avviene al di qua e al di là dei confini dell’Unione Europea.

Luoghi troppo spesso teatro di violenze, abusi e violazioni delle leggi e dei trattati internazionali.

Per questo oggi non abbiamo nessun dubbio: totale solidarietà a Lorena, Gian Andrea e Linea d’Ombra.

Saremo sempre con voi.

Forum Antirazzista Palermo

da qui

 

COMUNICATO STAMPA

  

Questa mattina forze di polizia hanno occupato la casa di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, attivisti dell'associazione di solidarietà triestina "Linea d'Ombra", accusandoli paradossalmente di favorire l'immigrazione clandestina, sequestrando loro oggetti personali e di lavoro.

E' sconcertante che, in questo paese dove dilaga la delinquenza organizzata e gran parte delle risorse pubbliche sono rapinate sotto gli occhi di tutti dall'evasione fiscale, la magistratura e le forze dell'ordine siano impegnate a perseguitare chi è colpevole solo del "reato di solidarietà", cercando di lenire con il proprio, gratuito, impegno personale alla gravissime condizioni di "vita" dei migranti. D'altronde, pochi anni fa abbiamo assistito ad un caso analogo, quello del sindaco di Riace Mimmo Lucano: delegittimato, cacciato dalla sua carica e costretto ad assistere allo smantellamento del suo imponente piano di accoglienza e rinascita civica ... finché tutte le accuse si sono sgonfiate.

Evidentemente viviamo in un mondo che funziona alla rovescia.

Come associazione di cooperative sociali, che hanno come finalità la promozione del benessere pubblico, ed in particolarità delle categorie più deboli della società umana, protestiamo vivacemente ed esprimiamo la nostra solidarietà a Lorena, Gian Andrea ed alle altre ed altri volontari/e di "Linea d'Ombra".

Il Presidente

Gian Luigi Bettoli




Un ponte di corpi - Lorena Fornasir

  

C’è un carrettino verde che tutti i giorni si porta sulla piazza del mondo[1] per accogliere chi riesce a varcare il bordo mortifero del confine. Conserva storie di corpi e di dolore e, tra le sue bende e pomate, la memoria di una pratica della cura che le donne conoscono bene. La donna, con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza. Contiene in se stessa la negazione del confine poiché è un corpo naturalmente aperto alla generatività, alla creatività, al pensiero sorgivo, al perturbante che la abita come intima estraneità. Il carrettino della cura ha scritto un manifesto per convocare donne e uomini a chiedere l’apertura delle frontiere.

Le donne, soprattutto loro, ma non solo, sono chiamate ad assumere il mandato che altre donne, madri, sorelle amiche, compagne, hanno trasmesso in modo tacito alle donne di questo altro mondo che noi abitiamo. Si tratta di una eredità che scorre sul filo del legame che accomuna la nascita, la vita, la sopravvivenza, purtroppo anche la morte ma dove l’amore tiene assieme i legami spezzati da una parte all’altra del mondo. Chi è mandato in salvezza, il figlio o uomo di altre terre, bimbo o minore solo, può trovare altre mani che lo accolgono e lo accompagnano nel desiderio di una vita degna di essere vissuta.

Perché corpi di donne sui confini? Perché il corpo femminile è il corpo attraverso cui si ri-produce la vita e il confine è uno di principali dispositivi che la controlla e la violenta. Perché il confine è profondamente androcentrico, dato che l’antica inferiorizzazione della donna dipende dalla volontà di controllo del maschio che nasce dalla paura della vita e quindi dal bisogno di dominarla.

Il gesto del carrettino verde, in verità una carrettina dedita alla cura, è un gesto che rimanda alle radici arcaiche del dominio dell’uomo sulla donna, di cui il confine è oggi un dispositivo caratteristico in quanto impedisce il libero movimenti dei corpi che vengono da luoghi di morte, di cui l’Occidente porta la responsabilità.

Noi vogliamo portare un segno di vita sul confine e contemporaneamente in molti luoghi in cui donne e uomini si riconoscono nella pratica della cura. Dopo più di un anno passato a curare centinaia di corpi, di piedi di cammino, feriti dal cammino, dall’impedimento del cammino, dall’inseguimento di chi cammina proveniente da luoghi di morte per cercare di vivere una vita degna, il carrettino verde ha pensato di fare il gesto simbolico e concreto di invitare un gruppo di donne sul confine più violento, più mortifero, quello della Croazia che si erge ad antemurale dell’Europa contro l’estraneo, contro il migrante, il profugo, che viene spinto dal suo bisogno-desiderio di vita, a dirci, ben al di là della sua consapevolezza, che anche noi non viviamo se abbiamo paura di lui, che la nostra vita agiata è ben misera cosa se non sa aprirsi all’altro, se non è un tessuto di solidarietà.

 

Con il nostro corpo di donne su un confine di morte vogliamo dire che il migrante è portatore di vita, ciò che va ben oltre la ricerca di un luogo in cui poter lavorare e vivere tranquillamente e che l’accoglienza è un gesto di vita non solo verso i migranti ma verso di noi, verso tutti.

Noi siamo coloro che dicono no alla paura e all’odio per lo straniero, per il diverso, per l’altro, perché da sempre noi donne siamo state considerate inferiori all’uomo.

Noi siamo coloro che maledicono i confini perché quelle strisce di terra o di mare sono bagnate di sangue, selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato.
Noi siamo coloro che vogliono gridare la voce della maternità, che è la voce della solidarietà, della vita che donne di altre terre hanno generato, consegnandola alle donne di questo mondo affinché la conservino e la promuovano

Il 6 marzo “Un ponte di corpi” attraverserà l’Italia dal sud al nord, dall’est all’ovest, dentro l’Europa, fra le frontiere, mentre una farfalla gialla volerà sopra i reticolati.


[1] Piazza Libertà di fronte alla stazione di Trieste è il luogo dove arrivano i migranti dalla rotta balcanica

 

Manifesto del carrettino verde   Download

 

da qui


Lorena Fornasir, la donna che cura i piedi dei migranti giunti a Trieste: denunciato il marito - Fabrizio Maffioletti

 

Lavare i piedi, lenire le ferite, qualcosa che è profondamente radicato nella nostra cultura: un simbolo di bontà

Ho avuto occasione di ascoltare Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi solo una volta, naturalmente mi era nota la loro attività a favore degli immigrati giunti a Trieste dalla rotta balcanica.

Gli articoli di Nello Sclavo di Avvenire hanno avuto il pregio di portare all’attenzione del grande pubblico ciò che in molti non sapevano: quella che è difficile non definire come crudeltà istituzionalizzata, ovvero il trattamento riservato ai migranti sulla rotta balcanica.

C’è una pena per coloro che dalla Libia “osano” sfidare i confini europei: la morte, la morte in un Mediterraneo nel quale nessuno ti salverà.

Ci sono altre pene per coloro che “osano” sfidare i confini europei via terra da est, la famosa rotta balcanica, sono i campi minati, la sottrazione di documenti, telefono, scarpe, e botte: pestaggi feroci.

Le istituzioni non si preoccupano di infliggere sofferenza, la discriminazione tra cittadini europei e extra-europei supera ogni possibile immaginazione.

Ora questa, che è dolorosamente difficile non chiamare violenza istituzionale, colpisce… cosa? L’empatia, la bontà, l’immedesimazione, o se preferiamo il senso di carità, di compassione delle persone, definendolo “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Uno Stato che colpisce, anzi che criminalizza, la bontà dei propri cittadini.

Sbalordisce la debolezza di uno Stato che nell’incapacità di governare un fenomeno che non finirà, ma aumenterà, colpisce i propri cittadini con tutta la forza di cui dispone.

Preoccupa quella che pare una paralisi attonita delle Istituzioni che sembrano ripararsi dietro ai Corpi dello Stato scagliati contro cittadini letteralmente inermi.

Ci ricordiamo quando favorire qualcuno era reato? Ora quelle persone sono ricordate come eroi, vedremo cosa racconterà la storia tra 80/90 anni.

da qui




 

venerdì 8 gennaio 2021

Come si reinventa la Storia (con un po’ di fantasia, e poca serietà): il caso di Guido Comis “infoibato a sua insaputa” - Gian Luigi Bettoli

  

La vicenda della “foiba” del Ciaurlec è ormai troppo nota, per ritornare a discuterne qui nei particolari. Le sacralizzazione delle vittime, da parte dell’organizzazione nostalgica “Erasmo da Rotterdam” (possiamo cominciare a chiamarli con il loro nome, senza essere denunciati per diffamazione, visto che praticano il reato di apologia di fascismo, e per di più con il consenso delle autorità cittadine spilimberghesi, coinvolgendo nella loro turpe attività anche le scolaresche?) è già stata trattata filologicamente in altro luogo di questo sito, nella puntuale disamina di Francesco Franz.

Così come abbiamo trattato personalmente il tema della giustizia partigiana, sulla base innanzitutto delle esplicite testimonianze di uno dei comandanti della Resistenza sul Ciaurlec, Vincenzo Tonelli.

Le morti sono morti, tutte, senza distinzione. Ma eliminare combattenti fascisti, alleati dei nazisti tedeschi, e spie, era, più che un dovere militare, uno stato di necessità. Ognuno commemori i suoi cari; ma è scandaloso che si debba anche rendere loro onori di alcun tipo. Hanno sbagliato; hanno pagato; amen. Se qualcuno ha ancora da recriminare, recrimini sui dieci anni di guerra scatenata dal fascismo, dal 1935 al 1945.

* * *

E’ stato proprio leggendo uno degli elenchi analizzati da Franz, quello relativo alla lapide posata nel 2019 a Spilimbergo, che mi è venuto un dubbio, quando ho letto tra i nomi – in buona parte estranei alle vicende del Ciaurlec – questo: Guido Comis, Cap.no art., 52 (anni), n. 1893 – m. 1945.

Io un Guido Comis l’avevo conosciuto, anche se solo di fama: si trattava del presidente dell’Ordine degli Avvocati di Pordenone, oltre che di un esponente di primo piano dell’MSI, il partito neofascista, che aveva rappresentato in Consiglio Comunale a Pordenone dal 1970 al 1979. Con il procedere degli studi avevo trovato l’avv. Comis tra gli esponenti principali del fascismo spilimberghese, oltre che cognato di Piero Pisenti, il principale esponente del fascismo friulano. La conoscenza dei legami familiari, oltre che notizie di prima mano soprattutto su Pisenti, le ho avute con il passar del tempo da un figlio di Guido Comis, l’avv. Sebastiano, per i primi 18 anni di vita presidente della Coop (allora Service) Noncello, con cui ho avuto l’occasione di lavorare a lungo. Sebastiano, ritornato al socialismo del suo omonimo nonno paterno – uno dei fondatori del Psi di Spilimbergo, ai primi del ‘900; Sebastiano mi raccontò del gustoso episodio che «riguarda la prima tessera fascista di mio padre, che il nonno gli fece trovare strappata sotto il piatto» – ha sempre gestito con equilibrio le impegnative memorie familiari, la sua attività politica e sociale e la trasmissione ai ricercatori delle notizie e dei documenti loro utili.

E’ stato lui, in quanto esecutore testamentario di Pisenti, a trasmetterne l’archivio a Renzo De Felice, depositato poi dallo storico all’Archivio Centrale dello Stato. Merita evidenziare come a Spilimbergo allo storico sia stata dedicata una via: ma evidentemente la sua lezione di acribia metodica non è servita agli “erasmini”, che si sono concentrati solo sul suo progressivo spostamento a destra.

Era stato proprio Sebastiano jr. a raccontarmi di come suo padre fosse stato detenuto in un campo di concentramento jugoslavo dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ho fatto quindi un primo controllo, anagrafico. Sulla lapide si fa nascere Guido Comis nel 1893, mentre egli era nato il 19 settembre 1907. C’era quindi un altro Comis a Spilimbergo? Interrogato, il figlio Sebastiano lo esclude: «Sicuramente c’erano altri Guido Comis in circolazione (il ceppo originario è di Santo Stefano di Cadore, frazione Casada) ma non a Spilimbergo».

Ho confrontato quindi, come ha fatto Franz, i dati sulla lapide con quelli del libro: FONDAZIONE DELLA R.S.I. – ISTITUTO STORICO ONLUS ALBO CADUTI E DISPERSI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANAa cura di Arturo Conti, pubblicazione esplicitamente neofascista, che appare anche in altri casi come la fonte dell’associazione “Erasmo da Rotterdam”. Neofascista? Certamente, vista l’epigrafe: «In onore delle Famiglie dei Caduti e dei Dispersi della Repubblica Sociale Italiana»: che appare anche lo scoperto intendimento, sotto copertura “foibologica”, dell’associazione spilimberghese. Così, pian piano, si compattano camicie nere e spie, vittime di vendette postbelliche ed eventuali vittime dei partigiani jugoslavi; ci si infila astutamente nelle celebrazioni – già storicamente mistificanti – del 10 febbraio e, tra un poco, denunceranno per “negazionismo” chi fa loro notare la “confusione” provocata deliberatamente.

Ebbene, nella pubblicazione di Conti i dati di Comis sono questi: Comis Guido 19/9/07, Spilimbergo, Cap.no Es. Rep. 13^ Gr. Art. Costiera 2/5/45, Buie, Pola (prig. Borovnic. Slov. stenti). Il dato di nascita, qui, è quello giusto, così come il grado. La morte nel 1945, è qui collocata nel campo di concentramento jugoslavo di Borovnica.

In realtà, per fortuna sua e della sua famiglia, secondo la testimonianza del figlio, «mio padre è stato internato a Vrsac, che era un campo per ufficiali a n.e. di Belgrado, vicino al confine con la Romania». Campo da cui l’avv. Comis è poi ritornato a Pordenone, dove è morto, quasi ottantenne, nel 1986. A testimonianza del fatto che, se non saranno certo stati ospiti munifici con i loro prigionieri, gli jugoslavi i prigionieri non li sterminavano a prescindere, men che meno nelle foibe, anche quando erano stati indubbiamente ufficiali fascisti fino all’ultimo.

Ricorda Sebastiano Comis: «Quanto all’epilogo, è vero che riportò a casa la pelle. Ma dal repertorio Corbanese-Mansutti risulta che il suo aiutante maggiore e due dei suoi tre comandanti di batteria vennero fucilati dopo la resa, il primo, come ricordava mio padre, per aver cacciato in malo modo dei partigiani istro veneti che si erano infilati tra i soldati italiani in ritirata da Pola per convincerli ad arrendersi. Degli altri non mi ha mai parlato. Il terzo comandante di batteria è invece morto di tifo a Vrsac». Testimonianza importante per due aspetti: il primo è che i prigionieri fascisti non venivano arrestati “in quanto italiani”, come si usa dire da tre quarti di secolo dalla canea nazionalfascista, ma sulla base di precise valutazioni politico-militari; il secondo è che i partigiani protagonisti dell’episodio decisivo non erano slavi, ma istro-veneti: cioè “italiani”. Quei partigiani che, in buona parte, in Istria combattevano con gli jugoslavi, ma conservavano come riferimento il Pci, il Cln Alta Italia di Milano e l’Italia.

Diverso il caso di chi poteva rimanere vittima delle vendette postbelliche, come il cognato di Comis. Ricorda Sebastiano jr. che «Non trovandolo, hanno ucciso – ma non infoibato, credo – suo cognato, che abitava a Spilimbergo e doveva avere una decina d’anni di più. Un altro ‘martire’ involontario. (…) Il marito di mia zia Olga si chiamava Domenico (Menuti) De Rosa, era di Spilimbergo, doveva suonare qualche strumento musicale perché anni fa mi aveva chiesto notizie di lui uno spilimberghese che stava scrivendo qualcosa sull’attività musicale a Spilimbergo nel ‘900. (…) Domenico De Rosa, nato il 3.2.95. Il 7 giugno 1945 sconosciuti lo hanno  prelevato da casa, il corpo è stato trovato il giorno dopo».

Quindi Guido Comis è finito su quella lapide “a sua insaputa”, con tanto di dati anagrafici sbagliati. Così come non vi è comparso (ma avrebbe dovuto?) suo cognato. Una bella prova del pressapochismo degli emuli del “pornostorico” Pirina, le cui liste foibologiche sono state demolite anni fa da Claudia Cernigoi.

Sebastiano Comis ha scritto al Comune di Spilimbergo per chiedere la rimozione del nome di suo padre da quel monumento. Noi, più modestamente e con meno titolo personale, ci permettiamo sommessamente di invitare gli amministratori della cittadina pedemontana a togliere tutto quell’obbrobrio. Anche perché, esteticamente, è proprio brutto.

da qui