Visualizzazione post con etichetta Chiara Nalli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiara Nalli. Mostra tutti i post

mercoledì 22 maggio 2024

Legge della trasparenza sulle ingerenze straniere nel Paese, in Georgia



la Legge della trasparenza sulle ingerenze straniere nel Paese, uno scandalo della Georgia, dicono i giornalisti che trasmettono le bugie del Potere, urlando che è una legge pro-russa.

sarà che migliaia di ONG in Georgia sono finanziate dalla CIA, meglio non si venga a sapere, se si sapesse ufficialmente sarebbe un vantaggio per a Russia?

esiste negli Usa una legge dal 1938, il Foreign Agents Registration Act, qui il sito.

sarà una legge pro-russa?

il disperato e indecente Occidente collettivo (cioè gli Usa, e i loro vassalli) esporterà la democrazia con una rivoluzione colorata guidata dalla CIA?




La Georgia in bilico - Giacomo Gabellini

Nella seconda metà degli anni ’90, l’allora presidente georgiano Edvard Ševardnadze attuò una politica di apertura alle agenzie straniere destinata a condizionare profondamente gli orientamenti politici ed economici del Paese. Al punto che, nell’arco di un trentennio scarso, la Georgia – popolata da poco più di tre milioni di abitanti – è arrivata ad annoverare oltre 25.000 Organizzazioni Non Governative (Ong) in il cui bilancio dipende pressoché integralmente dai finanziamenti erogati dai grandi donatori occidentali sia pubblici che privati. I quali, oltre ai fondi, garantiscono accesso alle ambasciate e più in generale agli uffici di rappresentanza statunitensi ed europei, assicurando alle Ong notevole una influenza politica decisiva ma svincolata da qualsiasi responsabilità nei confronti dei cittadini.

A partire dal 2003, sulla scia della cosiddetta Rivoluzione delle Rose guidata da Mikheil Saakašvili, avvocato e ministro della Giustizia sotto Ševardnadze formatosi presso la Columbia University e la George Washington University, decine di professionisti alle dipendenze delle principali Ong cominciarono ad assumere rapidamente il controllo del governo e della macchina statale, colonizzando segmenti cruciali del comparto pubblico quali sanità, istruzione e giustizia e definendo gli indirizzi in materia di sviluppo del settore privato. Di conseguenza, la Georgia è andata trasformandosi in una sorta di laboratorio deputato alla sperimentazione dei progetti di riforma concepiti all’estero, finanziati da fondi stranieri e appaltati alle Ong locali. Come evidenziano le specialiste Almut Rochowanski e Sopo Japaridze, «la situazione è in pratica più o meno questa: un’importante agenzia di aiuti allo sviluppo o un finanziatore internazionale, ad esempio l’Usaid, la Commissione Europea o la Banca Mondiale, ha ideato un nuovo modello per la riforma dell’istruzione, che ora prevede di implementare non solo in Georgia, ma in genere in tutta una serie di Paesi. Per dotarla di una patina di partecipazione comunitaria, l’agenzia umanitaria incarica le Ong georgiane di svolgere il lavoro quotidiano: introdurre questo o quel nuovo modo di fare le cose a funzionari, insegnanti e dirigenti scolastici così da istruirli alle nuove competenze di cui presumibilmente avranno bisogno. Nessuno chiede agli insegnanti, ai genitori, agli studenti o, del resto, all’elettorato in generale, di cosa hanno bisogno e cosa vogliono e come potrebbero migliorare le cose. Le persone si sentono inascoltate, ignorate, trattate con condiscendenza – e anche inadeguate quando non riescono a raggiungere i parametri di riferimento imposti da questo “nuovo corso”».

Sogno Georgiano, la compagine politica al potere dal 2012, risulta perfettamente integrato nel sistema “Ong-centrico” messo in piedi da Ševardnadze e Saakašvili, perché al pari dei maggiori partiti d’opposizione si compone per lo più di politici formatisi – solitamente in giurisprudenza – nelle maggiori università statunitensi ed europee, con all’attivo incarichi presso le Nazioni Unite, le agenzie internazionali e, soprattutto, le Ong locali. Le quali rappresentano una vera e propria corsia preferenziale per l’ottenimento di elevati livelli di remunerazione, viaggi all’estero, ricevimenti nelle ambasciate, ecc. Si tratta di un formidabile ascensore sociale, di gran lunga più efficace rispetto a quello garantito dall’insegnamento accademico o dall’esercizio di professioni legate all’ambito pedagogico, giuridico, medico e scientifico. I curriculum dei rappresentanti di punta di Sogno Georgiano, dei partiti d’opposizione e degli amministratori delle Ong finanziate dall’estero risultano in molti casi sovrapponibili, e questo spiega la comune vocazione “europeista” e l’identica propensione per una gestione del potere di stampo tecnocratico e liberista. Lo si evince dalle vicissitudini attraversate dall’Economic Liberty Act (Ela), una legge fondamentale introdotta nel 2011 sotto la presidenza di Saakašvili che proibisce l’innalzamento delle aliquote fiscali e l’applicazione pratica del concetto di tassazione progressiva, ponendo allo stesso tempo un tetto massimo alla spesa pubblica pari al 30% del Pil. L’Ela è rimasto regolarmente in vigore nell’arco dei dodici anni in cui Sogno Georgiano è rimasto al governo, conformemente alla raccomandazioni di Transparency International Georgia, potentissima Ong attualmente schierata in prima linea contro il governo.

In presenza di una cristallizzazione degli assetti interni tanto consolidata, l’oggetto del contendere tra le varie cordate non può che riguardare l’assunzione più o meno diretta delle redini del governo. È in questa luce che sembra maggiormente proficuo leggere le attuali turbolenze politiche sorte riguardo alla cosiddetta legge sulla “influenza straniera”, frutto di una rielaborazione della legge sugli “agenti stranieri” presentata senza successo nella primavera del 2023. La quale impone a grandi mezzi di comunicazione e associazioni che ricevono dall’estero più del 20% dei propri fondi di registrarsi in un apposito elenco e inviare al Ministero degli Interni la relativa documentazione finanziaria, pena una sanzione corrispondente a circa 10.000 dollari. L’iniziativa scaturisce dall’intenzione dei rappresentanti di Sogno Georgiano di assestare un colpo potenzialmente definitivo alla nebulosa di Ong collegate al precedente governo imperniato sul Movimento Nazionale Unito di Saakašvili, che si avvalgono sistematicamente della propria influenza per acquisire potere a scapito della compagine a capo dell’esecutivo. «Da circa cinque anni – spiegano Rochowanski e Japaridze – costoro negano la legittimità del governo e ne chiedono la cacciata, e non solo sostenendo l’opposizione alle elezioni, che già oltrepassa i limiti etici per le organizzazioni non governative (e ancor più quando sono finanziate da stati esteri). Si agitano per un cambiamento rivoluzionario del potere al di fuori dei processi democratici e costituzionali. In precedenza, avevano chiesto di essere messi al potere come governo tecnico, ma poiché nessuno (certamente non l’elettorato georgiano) ha accettato questa offerta, si sono avventurati in proteste di piazza e hanno preso d’assalto il Parlamento e gli edifici governativi. Esercitano anche pressione sull’Unione Europea e sugli Stati Uniti per sanzionare i leader di Sogno Georgiano […]. Gli attivisti in Georgia sanno fin troppo bene cosa ci si aspetta da loro e quali comportamenti sono puniti e premiati: essere critici nei confronti del governo su Facebook ti farà guadagnare notevoli sovvenzioni […]. Qualche anno fa, quando i donatori occidentali consideravano Sogno Georgiano un prezioso alleato, dicevano agli attivisti georgiani di smetterla di criticarli. Ora vogliono che gli attivisti si schierino contro Sogno Georgiano. I donatori monitorano anche i profili dei social media degli attivisti e possono esserci conseguenze per la pubblicazione di cose sbagliate».

La legge sulla “influenza straniera” concepita in un’ottica di regolamento di conti interno ha in altri termini prodotto una pericolosa convergenza di interessi tra Ong connesse alle forze d’opposizione, sovvenzionatori internazionali e cancellerie occidentali. A partire da quella di Bruxelles, prontissima a vincolare il processo di adesione alla Georgia all’Unione Europea all’abbandono del provvedimento su cui il governo di Tbilisi ha investito gran parte del capitale politico a propria disposizione. I principali rappresentanti istituzionali dell’Unione Europea continuano a sottolineare l’incompatibilità della legge sulla “influenza straniera” con non meglio specificati “valori europei”, mentre i ministri degli Esteri di Estonia, Lituania e Islanda hanno preso pubblicamente parte alle manifestazioni di protesta organizzate nei pressi del Parlamento georgiano dall’opposizione. Le loro “irruzioni” fanno seguito alla visita a Tbilisi di Michael Roth, che in qualità di presidente della commissione per gli affari esteri del Bundestag tedesco ha dichiarato che «siamo molto delusi perché stiamo combattendo per la Georgia nel suo lungo e accidentato cammino verso l’Unione Europea»…

continua qui



Georgia, la legge anti-ong non è così strampalata: perché la ritengo legittima - Paolo Ferrero

In questi giorni il parlamento georgiano ha approvato 84 voti a 30 – in terza lettura – una legge che obbliga le organizzazioni non governative e i media che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero a registrarsi come organizzazione che promuove gli interessi di una potenza straniera. Si prevede una multa per aver evaso la registrazione.

Questa legge serve a rendere evidente un fenomeno inaccettabile per qualunque democrazia e cioè che associazioni lautamente finanziate dall’estero possano presentarci come espressione della società civile e nel contempo operare per conto terzi a modificare o sovvertire la situazione del paese. Non si tratta quindi a mio parere di una legge così strampalata, soprattutto in un paese come la Georgia che su poco più di 3 milioni di abitanti vede la presenza di ben 25.000 Organizzazioni Non Governative (ong) di cui il 90% riceve finanziamenti dall’estero… Eppure l’Unione Europea ha preso posizione attraverso numerosi suoi esponenti contro questa legge che viene bollata come “russa”.

Ad esempio, l’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue Josep Borrell in una dichiarazione co-firmata con la Commissione europea, ha affermato che la legislazione è contraria alle ambizioni di adesione della Georgia all’Ue e dovrebbe essere eliminata nella sua interezza.

“L’adozione di questa legge ha un impatto negativo sul cammino della Georgia verso l’Ue. La scelta della strada da seguire è nelle mani della Georgia – si legge nella nota – Esortiamo le autorità georgiane a ritirare la legge, a mantenere il loro impegno verso il percorso di adesione all’Ue e a portare avanti le riforme necessarie”.

Contro l’adozione di questa legge vi sono state varie manifestazioni popolari culminate nell’assalto al parlamento georgiano che è stato anche fatto oggetto di lancio di bottiglie molotov. A queste manifestazioni si sono unite ieri anche i ministri degli esteri di Estonia, Lituania e Islanda, determinando la modifica della coreografia, con l’inserimento dell’inno d’Europa nelle manifestazioni. In pratica ministri degli esteri di alcuni stati europei stanno partecipando a manifestazioni contro il legittimo Parlamento della Georgia perché questo vuole rendere trasparenti i finanziamenti esteri che arrivano alle organizzazioni non governative del paese…

La vicenda può apparire surreale perché è del tutto evidente che la scelta del Parlamento georgiano di rendere pubblici i finanziamenti esteri delle numerosissime ong presenti e operanti in Georgia non solo è del tutto legittima ma ricalca leggi presenti in moltissimi paesi, tra cui una approvata dagli Stati Uniti d’America nel lontano 1938…

La vicenda appare meno surreale se si fa memoria al 2014: in Ucraina, a Kiev, sull’onda di un movimento del tutto simile a quello georgiano, avvenne un colpo di Stato che destituì il presidente legittimamente eletto e lo sostituì con un personaggio benvisto negli ambienti della Nato e degli Usa. L’esito di quel golpe lo vediamo oggi nella guerra del Donbass.

Due differenze sono però significative con l’Ucraina di dieci anni fa. La prima è che non esiste in Georgia un partito nazista come Pravyj Sector che a Kiev prese parte all’assalto armato del Parlamento. La seconda è che certe operazioni riescono una volta ma poi hanno difficoltà a ripetersi: la gente si sveglia… Negli anni 60 e 70 per sovvertire le democrazie sono stati usati i colpi di Stato. Poi sono diventati impopolari e sono stati sostituiti da golpe bianchi fatti dalla magistratura: leggo così “l’operazione lava jato” (operazione autolavaggio) in Brasile che è stata alla base della destituzione della legittima presidente del Brasile Dilma Rousseff e dell’arresto – prima che venisse rieletto dal volto popolare – del presidente Lula.

L’ultima scoperta dei potentati occidentali sono state le rivoluzioni colorate – largamente finanziate dall’estero – di cui l’Ucraina ha rappresentato il caso di maggior successo. In Georgia la maggioranza della popolazione si è resa conto che chi assalta il Parlamento per impedire che una legge renda trasparenti i finanziamenti esteri alle varie organizzazioni forse ha qualcosa da nascondere…

Parlo di questa situazione georgiana perché l’Unione Europea ha preso posizione contro questa legge ed ha minacciato la Georgia di non proseguire nel percorso di entrata nell’Unione, ma non ha assunto una posizione formale contro la legge in questione. Per farlo avrebbe dovuto raccogliere il consenso di tutti i leader europei, compreso quel Robert Fico, primo ministro slovacco che mercoledì sera è stato sparato da un vero liberale filo occidentale, suo oppositore politico. I vertici dell’Unione Europea sapevano che il consenso di Fico non l’avrebbero avuto e per questo stanno facendo pressioni – con le rivolte – sul parlamento georgiano.

Fa abbastanza impressione che un paese venga minacciato di non essere accolto nell’Unione Europea perché pretende di sapere se le organizzazioni presenti sul suo territorio sono finanziate dall’estero. Fa abbastanza impressione che un leader di un paese europeo venga sparato perché non genuflesso alla Nato. Fa altrettanta impressione che Chef Rubio venga aggredito da una squadraccia fascista a causa della sua denuncia del genocidio che lo stato di Israele sta portando avanti da mesi ai danni del popolo palestinese a Gaza.

Una, due, tre, troppe stranezze. Una, due, tre, troppa distanza tra le notizie dei telegiornali e la realtà. Una, due, tre cose che ci parlano di una mefitica puzza di regime, di cui non fa parte solo la Meloni ma il complesso delle classi dominanti italiane ed europee. Di cui liberarsi il prima possibile.

da qui

 

 

 

GEORGIA: chi sono e cosa fanno le ONG nel Paese - Enrico Vigna

Dopo l’approvazione definitiva della legge della trasparenza sulle ingerenze straniere nel Paese, si sono scatenate nella capitale Tblisi manifestazioni violente e tentativi di assalti al Parlamento. Gli oppositori della legge, filo europeisti e sostenuti dall’Occidente, era già da aprile che protestavano. In realtà quanto sta accadendo è una vera e propria “Rivoluzione colorata”, progettata e pianificata nelle capitali europee. Ricordo che in Georgia, già nel 2003 ci fu il tentativo della prima “rivoluzione colorata” in Europa, poi fallita. Poi quella, vincente del 2012. Un dato è certo: il paese è ormai spaccato in due e il rischio di una nuova “EuroMaidan” è reale.

Gli Stati Uniti e il Parlamento europeo hanno messo la Georgia nel mirino dei giochi destabilizzanti l’Europa orientale. Poche ore dopo l’approvazione della legge al Parlamento georgiano, USA e UE,  calpestando sovranità e indipendenza di un paese, hanno immediatamente criticato duramente questa legge, insieme alla presidente del paese Salomè Zurabishvili, che ha promesso di porre il veto, seppur inutile. Da quel momento, sono cominciati scontri e tentativi di assalti alle istituzioni statali, che hanno coinvolto alcune migliaia di persone, la polizia ha dovuto usare idranti e spray al peperoncino per fermarle. Gli organizzatori erano i partiti dell’opposizione e rappresentanti di movimenti giovanili filo europei e ONG filo-occidentali.

La presidente georgiana Zurabishvili ha definito la legge “russa” e ha detto che non la firmerà, questa affermazione non veritiera è solo funzionale e utilizzata per esacerbare gli animi e fomentare forme di russofobia e divisione del paese. Infatti, la legge sugli agenti e le ingerenze stranieri in Georgia, è molto più permissiva che in molti altri paesi. Essa richiede solo la dichiarazione dei fondi delle organizzazioni che ricevono più del 20% dei finanziamenti dall'estero, mentre in Stati Uniti, Francia o Polonia e in altri paesi l'occultamento di entrate dall'estero è punibile penalmente.

Tra l’altro gli Stati Uniti, che sono tra i più infervorati sostenitori degli oppositori a questa legge, non dicono a questi ,che essi  sono stati i primi a tutelare e proteggere la propria “tutela e controllo politico interno”, infatti è dal lontano 1938 che negli USA è in vigore la legge sugli agenti stranieri, e, come ha detto il primo ministro della Georgia “…fino ad ora, nessuno ha preso in considerazione la possibilità di condannare la legge sugli agenti stranieri in vigore negli Stati Uniti…le autorità georgiane hanno solo l’obiettivo di rafforzare la sovranità della Georgia…”.

Tra l’altro la disonestà statunitense e la strumentalità politica è palese nella dichiarazione che vale mille analisi, l'ex ambasciatore americano, Kelly Degnan parlando circa la necessità di fermare questa legge sulla trasparenza ha dichiarato: "…Non ho letto questo testo e non lo leggerò, ma vi ribadisco che è russo…".

Ma anche il presidente dell’Ucraina Zelensky noostante i suoi problemi non piccoli, è sceso in campo augurando”… alla Georgia la stessa “vittoria” che l’Ucraina ha ottenuto dopo la rivoluzione di Maidan nel 2014….”. Le proteste a Tbilisi hanno un certo sentimento “pro-ucraino”, infatti in piazza sventolano bandiere ucraine, cantano l’inno ucraino, e questo è estremamente ridicolo, dato che dal 2014…le leggi dei golpisti di Kiev, sono basate sul divieto di attività straniere nel paese…escluse naturalmente quelle di NATO e paesi occidentali.

Casualmente tutte le manifestazioni si sono scatenate, dopo che il presidente del partito al governo, “Sogno Georgiano”, Irakli Garibashvili, in una intervista in aprile, ha dichiarato di dubitare della necessità incondizionata di aderire all'UE, e dell’importanza per lo sviluppo del paese, di restare interni alle progettualità della “Silk Road”. “…L'Unione europea non vuole ancora accettare la Georgia come membro, ma la nostra Repubblica non è ancora pronta per questo, ci sono dubbi sulla necessità di aderire all'UE…”, aveva ha detto ai giornalisti Garibashvili, nel corso di una riunione allargata della maggioranza parlamentare.

Inoltre il governo di Tblisi, nonostante i consueti ricatti, pressioni, minacce, ha mantenuto la sua posizione iniziale, di non sostenere le sanzioni contro la Russia e di non fornire sostegno militare all’Ucraina, come posizione di neutralità e contributo a soluzioni di pace,

Tutto questo, in tempi di contrapposizioni frontali, di logiche belliciste e di conflitti geopolitici, ha fatto sì, che ora la partita “NATO contro resto del mondo”, abbia a Tblisi  un nuovo fronte di scontro, con conseguenze non prevedibili e non certo pacifiche.

CHI sono, cosa fanno le ONG finanziate dall’occidente.

La Banca asiatica di sviluppo, in una relazione sullo stato della società civile in Georgia, aveva indicato che non esiste una legislazione speciale sulle organizzazioni non profit o non governative nel paese, iscritte nel registro generale delle imprese, e a partire dal 2019, c'erano dodicimilaottocento organizzazioni senza scopo di lucro in questo elenco. Allo stesso tempo, la maggioranza assoluta di tali organizzazioni si basa su finanziamenti stranieri.

Le organizzazioni non governative e i loro membri hanno sempre svolto un ruolo politico destabilizzatore, non solo nella “Rivoluzione della Rosa” del 2003, quando l’attuale indagato Mikhail Saakashvili salì al potere con il sostegno delle banche, ma anche nel 2012, quando l’attuale partito al governo “Sogno georgiano” vinse le elezioni. 

   

Alcuni anni fa, anche in Georgia, è stata istituita una nuova forma rivolta a queste organizzazioni ONG: la CSO - organizzazione della società civile, cioè organizzazione pubblica, riferendosi  alla natura giuridica di queste organizzazioni: non governative e non commerciali.

Nella registrazione giuridica sono registrate così:

·         portare vantaggi ai semplici cittadini

·         tutelare i diritti dei cittadini

·         creare opportunità per ricevere un’istruzione non formale

·         controllare lo smaltimento dei budget governativi

·         fornire servizi sanitari e sociali ai gruppi vulnerabili

·         protezione delle opere del patrimonio culturale

·         creare modelli per la riforma dell’istruzione e della sanità

·         promuovere una vita umana dignitosa e paritaria

·         proteggere la libertà di parola

·         smascherare la disinformazione

·         opposizione alla presenza russa, intesa come straniera nel paese…ecc. ecc.

Le loro attività sono suddivise in diversi gruppi di lavoro.

Uno dei gruppi è rappresentato dalle organizzazioni “watchdog”. Queste sono dedite al monitoraggio di quasi tutte le aree dell'attività governativa. Ad esempio, l'allocazione dei budget, i risultati, l’utilizzo dei fondi pensione, la politica degli appalti, il monitoraggio dell'applicazione della legislazione, le liste elettorali e le elezioni, la tutela dei “diritti umani” e così via. Queste organizzazioni sono note al pubblico poiché i risultati dei loro monitoraggi attirano molta attenzione e sono potenti a livello mediatico. In questo lavoro ci sono l'Istituto per lo sviluppo della libertà d’informazione, l'Associazione dei giovani avvocati della Georgia, il Centro per i diritti umani, l'International Transparency-Georgia, ecc.

Ci sono poi le organizzazioni analitiche, i cosiddetti “Think tank”, che appartengono al secondo gruppo di attività. Questo contribuisce alla “formazione dell'opinione pubblica”, mettendo a disposizione  della cosiddetta  “società civile” e alle forze politiche di opposizione o filo europeiste, modelli, opinioni, ricerche, soluzioni alternative al problema sui temi più importanti per il Paese. Dalla progettualità nei confronti degli impianti energetici o idroelettrici, a come favorire la riforma sanitaria (leggasi privatizzazioni) o elettorale ( leggasi sovvertimento interno), a come ipotizzare quali dovrebbero essere forme di “autogoverno” in Georgia, ecc. Tutti temi poco politici… Impegnati su questo fronte ci sono organizzazioni come l’Istituto della società civile, il Centro di ricerca e sviluppo strategico della Georgia, la Fondazione georgiana per la ricerca sulla strategia e le relazioni internazionali, ecc. 

Un terzo tipo di gruppo di lavoro è quello dedito alla “fornitura di servizi”.  Che consiste nel fornire vari servizi alle organizzazioni della “società civile”, nei campi della disabilità, delle scuole materne e degli asili nido, sul territorio, nel disagio giovanile, ecc ecc. Queste non sono molto conosciute nella società e sono quasi in secondo ordine, le più note e attive sono Social Therapy House, First Step, Temi Kedel, ecc. 

Un quarto gruppo si rivolge a organizzazioni comunitarie (Community Based Organization). In questo campo le attività sono rivolte alle comunità etniche, geografiche o delle minoranze locali. Le più note sono Laboratori Nukrian, Toliskur, Organizzazione della comunità Rachi e così via.

Naturalmente, tutte queste organizzazioni sono scese in piazza contro la legge sulla trasparenza, con la motivazione che questa danneggia la prospettiva di un futuro sviluppo democratico della Georgia, limita la libertà dei media e l’espansione mediatica pluralistica, e minaccia il processo di integrazione euro-atlantica del paese. Eccone alcune in prima linea nelle proteste: Trasparency international – Georgia, Agenzia per lo sviluppo civile (CIDA), Società Internazionale per Elezioni Giuste e Democrazia (ISFED), Fondazione Open Society – Georgia, Associazione per le riforme georgiane (GRASS), Consiglio Atlantico della Georgia, Associazione degli agricoltori della Georgia, Centro di ricerca sulla politica economica (EPRC), Un'alternativa verde, Fondo per lo sviluppo dei media (MDF), Associazione delle Nazioni Unite della Georgia, Centro Regionale per gli Studi Strategici, Centro per il giornalismo investigativo e la difesa, Iniziativa democratica della Georgia, Istituto di Politica della Georgia, Voce dalla Georgia, Istituto per lo sviluppo della libertà di informazione (IDFI)…ecc.ecc…la lista è lunga centinaia di sigle…

PERCHE’ questo accanimento furioso? Un vecchio adagio recita…”follow the money”…

In un prossimo articolo documenterò nel dettaglio questo aspetto, ma queste sono le maggiori Fondazioni o Istituti “umanitari”, che fanno piovere miliardi di dollari in Georgia alla “società civile”, leggasi ONG fedeli all’euroatlantismo:

USAID, Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, quella che ha le radici più profonde in Georgia. Le sue aree di competenza includono la politica energetica, i programmi agricoli, la proprietà intellettuale, i media e molte altre aree, secondo la fondazione, dal 1992 ha speso finora in Georgia 1,8 miliardi di dollari e ora stanzia circa 50 milioni di dollari all'anno per vari programmi. Sul sito web dell'USAID si legge che "questi programmi sostengono l'economia democratica e di libero mercato della Georgia e lo sviluppo orientato all'Occidente”. 

“Fondazione Soros”, USA, attiva ufficialmente in Georgia dagli anni '90 con nomi diversi. NED Fondo nazionale per la democrazia, USA, finanziatrice in particolare dell’ONG Aleko Elisashvili. EED, European Endowment for Democracy. L’IRI, International Republican Institute". L’NDI,  "National-Democratic Institute" .

Dalla Germania i soldi arrivano da: "Fondazione Heinrich Biol", affiliata al Partito dei Verdi tedeschi, la "Fondazione Friedrich Ebert" legata al "Partito socialdemocratico", la "Fondazione Friedrich Naumann" associata al "Partito democratico libero", la "Fondazione Konrad Adenauer" è associata all'"Unione cristiano-democratica tedesca".

In Georgia arrivano stabilmente finanziamenti governativi alla “società civile”, anche da Svezia, Paesi Bassi e Gran Bretagna. La "Missione dell'Unione Europea in Georgia" ha una vasta rappresentanza e presenza.

E’ evidente e palese che questa isteria antigovernativa, non ha nessuna valenza di difesa di presunti diritti democratici, ma ha due obiettivi: il primo è che, attraverso un processo anche violento di “rivoluzione colorata”, riuscire a far destituire l’attuale governo ritenuto non sufficientemente affidabile per i piani geopolitici euro atlantici, e non certo perché rivoluzionario o sovversivo. Il secondo è legato alle preoccupazioni degli sponsor statunitensi, i quali con questa legge, dovranno trovare nuovi sistemi clandestini per finanziare e destabilizzare, che è ciò che le ONG occidentali amano fare, come ha detto un analista georgiano “…È quindi naturale che gli americani siano pronti fino all'ultimo minuto, letteralmente scatenando anche violenza nelle strade, per lottare contro l'adozione di nuove leggi sugli agenti e le interferenze straniere…Agli occidentali non piace lavorare diversamente e non sanno come farlo. Per loro è fondamentale spacciare la loro attività come un moto di forze democratiche e con un finanziamento trasparente ciò non sarà più possibile…”. La negazione del concetto “democratico” espresso dall’ex primo ministro georgiano Garibashvili: “ …Dibattiti e discussioni possono svolgersi in Parlamento, tutto il resto dovrebbe essere deciso alle elezioni…”.

Perché se si estendesse in altre regioni del mondo, gli Stati Uniti dovrebbero riconsiderare completamente le proprie politiche di penetrazioni illegittime e abbandonare l’uso del cosiddetto soft power.

A cura di Enrico Vigna, 20 maggio 2024

da qui

lunedì 2 ottobre 2023

in Kosovo, intanto...

Kosovo attaccabrighe per arrivare a cosa? Tensioni alle stelle - Remocontro


L’esercito illegale del Kosovo travestito da ‘Polizia speciale’ ad arrestate serbi nel nord dove si è isolata la popolazione di etnia serba che non è fuggita. Ieri l’arresto di altri due serbi accusati di aver aggredito a male parole giornalisti kosovari di etnia albanese. Azioni di forza che si aggiungono ai tre serbi arrestati nei giorni scorsi con l’accusa di coinvolgimento negli scontri e disordini del 29 maggio scorso a Zvecan, nel nord del Kosovo.

 

Il ministro a provocare

Il ministro dell’interno kosovaro Xhelal Svecla, a cui spetterebbe di garantire ordine pubblico e convivenza, sulle orme del premier Albin Kurti ha poi dichiarato, «La Repubblica del Kosovo non si tira indietro davanti ai criminali fascisti della polizia serba». Chi sa se ancora una volta le forze internazionali testimoni sul campo, tra Kfor Nato ed Eulex Ue, faranno ancora una volta finta di non vedere e, soprattutto, decideranno di ‘non fare’.

Belgrado e i serbi del Kosovo

Gli ultimi arresti di serbi sono stati duramente condannati dalla dirigenza di Belgrado e dal partito Srpska Lista, la maggiore forza politica dei serbi del Kosovo, accusano il governo di Pristina e il premier Albin Kurti di voler esasperare la situazione con continue provocazioni, avendo l’obiettivo finale di provocare un nuovo conflitto armato nella regione. Utile ricordare che Balgrado ha spostato suoi reparti speciali sul confine a ridosso dell’area delle tensioni.

Politica di Pristina stile Kurti

Una situazione di crescente tensione e contrapposizione che non è un buon presupposto in vista del nuovo incontro al vertice fra il premier Kurti e il presidente serbo Aleksandar Vucic, convocato per la prossima settimana a Bruxelles dall’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. O forse proprio per quello da parte di chi deve affermate di volere l’accordo per poi non impedirlo.

‘Forze speciali’ nella zona serba al confine

L’esercito kosovaro vietato travestito da forza speciale di polizia. Più marines che sbirri. Un corpo che il governo definisce di ‘polizia speciale’ e ha schierato nelle cittadine a maggioranza serba nel nord del Kosovo dove si sono concentrate le tensioni delle ultime settimane, compresa la manifestazione dei kosovari di etnia serba in cui sono stati feriti i soldati italiani del contingente NATO in Kosovo.

La ‘strana polizia’ denuncia Post

«La polizia speciale è un corpo armato kosovaro albanese dalle caratteristiche piuttosto peculiari: i suoi membri sono vestiti con equipaggiamento militare, cioè molto più simile a soldati che a poliziotti, sono persone esclusivamente di etnia albanese, che in Kosovo è maggioritaria, e alcuni hanno il sospetto che il Kosovo li utilizzi soprattutto per intimorire e scoraggiare iniziative pubbliche dei kosovari di etnia serba».

Presidio albanese armato a Leposavić

La ‘polizia speciale’ è attiva dal 2021 a Leposavić, uno dei paesi a maggioranza serba in cui grazie al boicottaggio delle elezioni amministrative da parte dei kosovari di etnia serba è stato eletto con poche decine di voti un sindaco di etnia albanese, che il governo centrale ha fatto regolarmente insediare. Dal 26 maggio la polizia speciale kosovara ha insediato il nuovo sindaco, Lulzim Hetemi, albanese, aprendo a forza le porte dell’edificio.

Da allora Hetemi non ha più lasciato l’edificio, e con lui una scorta di truppe della polizia speciale.

Serbi discriminati e minacciati

Gli abitanti serbi di Leposavić ritengono che la polizia speciale li discrimini sistematicamente, con posti di blocco e atti di violenza: a gennaio e ad aprile la polizia speciale ha aperto il fuoco contro kosovari serbi a un posto di blocco, ferendo alcune persone. «Sta iniziando ad assomigliare a una presenza permanente. La gente la considera un’occupazione», ha denunciato a Politico Aleksandar Arsenijević, leader di Piattaforma Civica.

Versioni contrapposte

Il governo centrale del Kosovo, ovviamente, racconta una ‘polizia speciale’ virtuosa che lavora in contesti difficili, in cui le provocazioni e le violenze dei kosovari serbi sarebbero frequentissime. Il governo centrale kosovaro per esempio ritiene Piattaforma Civica un partito che compie anche attività criminali e che «per anni ha terrorizzato i nostri cittadini», secondo il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal Svecla, della cui moderazioni abbia visto all’inizio.

Condanna occidentale e persino Usa

La condotta della polizia speciale è stata condannata anche dai paesi occidentali, molti dei quali alleati del Kosovo (che fin dalla sua nascita ha avuto governi filo-europeisti e filo-occidentali). Dopo che la polizia speciale aveva fatto irruzione nei municipi delle cittadine a maggioranza serba per insediare i sindaci di etnia albanese, il dipartimento di Stato americano aveva diffuso un duro comunicato per condannare queste operazioni, «compiute contro il consiglio degli Stati Uniti e degli alleati europei del Kosovo».

Il premier provocatore

Finora il primo ministro kosovaro Albin Kurti ha difeso l’operato della polizia speciale, spiegando che la sua presenza è necessaria per contenere le «gang criminali serbe che operano in quelle zone», e ha respinto gli inviti degli alleati occidentali a ritirare la polizia speciale dai paesi a maggioranza serba nel nord del Kosovo.

Forse il problema Kosovo, a sintesi estrema, si chiama Albin Kurti.

da qui


L’ipocrisia delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic - Chiara Nalli

“I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, allora non sono più principi”.

 

Il primo estratto del discorso del presidente serbo Vucic davanti all'Assemblea generale dell'ONU è apparso sulla stampa serba intorno alle 17.00 di giovedì 21 settembre. Il principale quotidiano del Paese ha titolato “Dov'era il diritto internazionale quando avete attaccato la Serbia?”. E se il resoconto dei giornali nazionali è stato capace di suscitare un immediato entusiasmo, l’intero discorso, disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=PXt1bBtHxVI - in inglese - può essere considerato, a pieno titolo, un intervento di portata storica. Tanto che la frase citata nel titolo è stata interrotta dagli applausi della sala.

In un consesso dominato dalle tematiche legate alla guerra in Ucraina, sgranellate dalla stampa con la consueta superficialità, il presidente serbo è intervenuto riportando al centro la vicenda del proprio Paese, sotto una duplice prospettiva: ricordando, da un lato, come le attuali situazioni di conflitto (con particolare riguardo all’Ucraina) siano in massima parte la conseguenza della violazione del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, nell’ambito di un processo di espansione strategica avviato proprio con l’attacco NATO alla Serbia; dall’altro - denunciando l’attuale stato delle relazioni con il Kosovo, in cui le stesse superpotenze - USA e UE - coinvolte come meditatori, applicano sistematicamente “doppi standard” - capaci di portare alla cronicizzazione - o peggio l’inasprimento - del conflitto.

Vucic ha scelto di parlare del proprio Paese, con la consapevolezza della dimensione universale, profondamente politica e attuale, insita nella sua storia e nella sua posizione strategica: “Sono davanti a voi come rappresentante di un Paese libero e indipendente, la Serbia, che si trova nel percorso di adesione all'Unione europea ma che, al tempo stesso, non è pronto a voltare le spalle alle sue tradizionali amicizie costruite da secoli (con la Russia, NDR)”. Significativa in questo senso è anche la scelta dell’inglese, al fine raggiungere una platea più ampia possibile senza l’intermediazione di traduttori, come egli stesso ha chiarito nei successivi incontri con i giornalisti, i quali hanno evidenziato, per l’appunto, come il suo intervento sia andato oltre l'ambito regionale e non fosse diretto al solo pubblico locale.

Ancor più in un momento storico in cui il rispetto dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità degli stati viene sbraitato con foga e tradotto, in pratica, nel sostegno illimitato a uno dei due belligeranti - diventando la maschera per protrarre una guerra senza fini - il presidente serbo ha sottolineato l'ipocrisia delle maggiori potenze mondiali sull’argomento, ricordando l’appoggio - concesso da quasi tutti i paesi del blocco euro-atlantico, alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU: “Voglio alzare la voce a nome del mio Paese, ma anche a nome di tutti coloro che oggi, a 78 anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, credono veramente che i principi della Carta delle Nazioni Unite siano l’unica difesa essenziale della pace nel mondo, del diritto alla libertà e all’indipendenza dei popoli e degli Stati. Ma anche di più: sono la garanzia della sopravvivenza stessa della civiltà umana. L'ondata globale di guerre e violenze che colpisce le fondamenta della sicurezza internazionale è una conseguenza dolorosa dell'abbandono dei principi delineati nella Carta delle Nazioni Unite […] Il tentativo di smembrare il mio Paese, formalmente iniziato nel 2008 con la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo è ancora in corso. Per la precisione, la violazione della Carta delle Nazioni Unite nel caso della Serbia è stato uno dei precursori visibili di numerosi problemi che tutti dobbiamo affrontare oggi, che vanno ben oltre i confini del mio Paese o il quadro della regione da cui provengo. Più in generale, dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, il mondo non è né un posto migliore né più sicuro. Al contrario, la pace e la stabilità globale sono ancora minacciate. […] Onorevoli colleghi, anche se da tre giorni da questo palco tutti giuriamo di rispettare i principi e le regole della Carta delle Nazioni Unite, proprio la loro violazione è all'origine della maggior parte dei problemi nelle relazioni internazionali - mentre l’implementazione di doppi standard è un aperto invito per tutti quelli che cercano di affermare i loro interessi con la guerra e la violenza, violando le norme del diritto internazionale ma anche le fondamenta della moralità umana.”

A questo punto si potrebbe pensare che sul piano diplomatico, il presidente serbo abbia detto più che abbastanza. E invece no, Vucic si è spinto fino a nominare ciò che nella situazione attuale è, di fatto, diventato innominabile, chiamando in causa i diretti responsabili: “Tutti i relatori finora, e credo tutti dopo di me, hanno parlato della necessità di cambiamenti nel mondo, menzionando il proprio Paese come esempio di moralità e rispetto della legge. Oggi non parlerò molto del mio Paese […] Ma parlerò dei principi che sono stati violati e che ci hanno portato alla situazione odierna, e non dai piccoli paesi, che spesso sono bersaglio di tali attacchi, ma dai paesi più potenti del mondo, soprattutto quelli che si sono arrogati il diritto di dare lezioni a tutto il mondo, esclusivamente dal proprio punto di vista, su politica e morale.”

E ancora “Qui in questa sala, appena due giorni fa, abbiamo potuto sentire dal Presidente degli Stati Uniti che il principio più importante nelle relazioni tra i paesi è il rispetto della loro integrità territoriale e sovranità - e solo come terzo fattore più importante ha menzionato i diritti umani. E mi è sembrato che tutti in questa stanza lo sostenessero. Io, come presidente della Serbia, l'ho accolto con palese entusiasmo. […] Sarebbe tutto bello se fosse vero. Quasi tutte le principali potenze occidentali hanno brutalmente violato sia la Carta delle Nazioni Unite sia la Risoluzione ONU 1244, che era stata adottata in questa Alta Camera, negando e calpestando tutti quei principi che oggi difendono, e ciò è accaduto ventiquattro anni fa e ancora quindici anni fa. Per la prima volta, senza precedenti nella storia del mondo, i diciannove paesi più potenti hanno preso una decisione senza il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU - lo ripeto, senza alcuna decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di attaccare brutalmente e punire un Paese sovrano sul suolo europeo - come ebbero a dire - “per impedire il disastro umanitario” […]. E quando ebbero finito con questo lavoro, dissero che la situazione del Kosovo era un fatto di democrazia e che sarebbe stata risolta in base alla Carta della Nazioni Unite e al diritto internazionale. E poi, contraddicendo tutto questo e soprattutto contrariamente al diritto internazionale, nel 2008 hanno deciso di supportare l’indipendenza del Kosovo. La decisione illegale di secessione della provincia autonoma di Kosovo e Metohija dalla Serbia è stata presa dieci anni dopo la fine della guerra, senza un referendum o qualsiasi altra forma di consultazione democratica affinché i cittadini in Serbia o almeno nel Kosovo stesso, potessero dichiarare le loro intenzioni. Questa decisione è stata presa in un momento in cui la Serbia aveva un governo impegnato nell’integrazione europea ed euroatlantica […]. Tutto questo non ha impedito che la violenza politica e legale arrivasse proprio da coloro che oggi sono in prima fila nell’impartirci lezioni […]. La cosa peggiore è che tutti coloro che hanno contribuito all’aggressione contro la Serbia oggi ci danno lezioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Come se non la supportassimo. Noi la supportiamo e continueremo a farlo perché noi non cambiamo le nostre politiche e i nostri principi, non ostante la nostra centenaria amicizia con la Federazione Russa. […] Sono il presidente della Serbia, al mio secondo mandato; in innumerevoli occasioni ho subito pressioni politiche, sono un veterano politico. Ciò che vi dico oggi è la cosa più importante per me: i principi non cambiano in base alle circostanze. I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, non sono più principi”. […] Un’altra cosa importante è che la pace è diventata una parola proibita. Tutti loro (NDR, le grandi potenze) hanno i loro preferiti e i loro colpevoli. I soli valori che rimangono alle grandi potenze sono proprio i principi. Ma sono principi falsi: li invocheranno solo fin quando gli staranno bene.”

Le parole di Vucic sono sassate…

continua qui


Il Kosovo, frutto avvelenato Usa – Massimo Fini

Nei giorni scorsi una formazione di serbo-kosovari, definiti “criminali” dal Corriere, mentre sono degli indipendentisti come lo erano i russofoni del Donbass, ha teso un’imboscata ad agenti dell’esercito “regolare” del Kosovo.

Risultato: un agente morto, sette assalitori uccisi nonostante si fossero rifugiati in una chiesa ortodossa e quindi non rispettando nemmeno il secolare “diritto d’asilo”.

La notizia è passata quasi inosservata sulle pagine degli esteri dei nostri giornali, tutti impegnati a esaltare l’Ucraina del buffone Zelensky ai danni della Russia secondo diktat Usa. Non c’è articolo che cominci, o non dia per presupposto, che “c’è un aggressore e un aggredito”, d’accordo ma c’era un aggressore anche nel 1999 proprio nei confronti della Serbia (Nato, cioè americani), c’era un aggressore, sempre Nato con i suoi satelliti, anche nel 2003 in l’Iraq, c’era un aggressore, anzi più aggressori, americani, francesi e italiani, nel 2011 quando fu invasa la Libia e ucciso Muammar Gheddafi nel modo barbaro che conosciamo, ma in questi casi non si è mai fatta la distinzione fra “aggressore e aggredito” trovando per queste aggressioni motivazioni farsa e nomignoli grotteschi come “operazione di peacekeeping”, “operazione di polizia internazionale” (e per pietas nei confronti del lettore lascio perdere tutta la vicenda afghano-talebana).

La questione del Kosovo ha origine nelle guerre balcaniche fra croati, serbi e musulmani. Queste guerre avevano a loro volta alle spalle la disgregazione della Jugoslavia. Nel 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza dalla Jugoslavia di Tito senza colpo ferire, sempre nel 1991 la Croazia, cattolica, chiese e ottenne dall’Onu l’indipendenza con l’appoggio della Germania e del Papa, il cosiddetto “santo padre”. Allora anche i serbi di Bosnia chiesero quello che avevano ottenuto Slovenia e Croazia, l’indipendenza o la riunione con la madrepatria serba. Ma gli venne negata. Quella guerra i serbi l’avevano vinta, perché a sentire gli addetti ai lavori, sono i migliori combattenti sul terreno. Ma intervennero gli americani che decisero di creare uno Stato inesistente, la Bosnia, che nella Jugoslavia era solo una regione, e trasformarono i vincitori in vinti. I serbi di Bosnia, oltre a quelle già accennate, avevano delle buone ragioni dalla loro parte: è ovvio che una Bosnia multietnica era concepibile solo all’interno di una Jugoslavia multietnica, una Bosnia multietnica a guida musulmana, integralista, era proprio una cosa che non si poteva vedere. L’accordo di Dayton del 1995, firmato da tutte le parti in causa e in più dagli Stati Uniti e dalla Germania che non si capisce che cazzo c’entrassero, mise fine alle guerre balcaniche. Fu firmato anche, ovviamente, da Slobodan Milosevic che in seguito sarà mandato davanti al cosiddetto Tribunale Internazionale dell’Aja per “crimini di guerra”, il solito tribunale dei vincitori, e morirà in carcere per un infarto molto sospetto, diciamo un infarto alla Putin.

Non contenti di aver umiliato la Serbia in tutti i modi, gli americani l’aggredirono, contro la volontà dell’Onu, nel 1999, col pretesto del Kosovo. In Kosovo, terra serba da sempre, anzi “la culla della nazione serba”, i musulmani erano diventati maggioranza e chiedevano l’indipendenza e come in tutte le guerre partigiane facevano largo uso, legittimamente a mio vedere, del terrorismo, la Serbia rispondeva con l’esercito e gruppi paramilitari, le famose “tigri di Arkan”. Era una questione interna allo Stato serbo. Ma intervennero gli americani che decisero che i serbi avevano torto. Nei primi mesi del 1999, a Rambouillet fu proposto alla Serbia un trattato di pace assolutamente inaccettabile: la Serbia avrebbe dovuto rinunciare non solo a ogni diritto sul Kosovo ma alla sua stessa sovranità. E fu la guerra. Per 72 giorni gli americani bombardarono una grande e colta (Kusturica, Bregovic) capitale europea come Belgrado (poi non ci si può lamentare se in una situazione quasi speculare Putin bombarda Kiev). Risultato: 5.500 morti civili (l’esercito serbo, privo di contraerea, non aveva potuto rispondere) fra cui 500 albanesi, proprio quelli che si pretendeva di proteggere. E sotto questi bombardamenti ci furono gli eccidi che furono addebitati all’esercito serbo. In realtà ce ne fu solo uno, a Racak (45 vittime civili), ma la Cnn, seguita caninamente dalle tv italiane, lo ripresentava ogni sera, ma visto da prospettive diverse per aumentarne l’impatto sull’opinione pubblica.

L’indipendenza del Kosovo è ratificata da 101 Stati su 193. La questione è quindi ancora aperta. È bene ricordare che il diritto su un Paese non appartiene all’etnia che in quel momento ha la maggioranza, appartiene a chi quel Paese ha contribuito a formare, lavorandoci sopra, altrimenti il Piemonte, qualora vi si imponesse una maggioranza di immigrati musulmani, dovrebbe essere tolto all’Italia e dato a questi ultimi.

Nel frattempo dei 300 mila serbi che abitavano in Kosovo ne sono rimasti 100 mila. La più grande “pulizia etnica” dei Balcani, dopo quella dal premier croato Tudjman che in un sol giorno cacciò 800 mila serbi dalle krajine. E questa volta complice è la Kfor, cioè le forze Nato che presidiano il Kosovo e nella Kfor sono presenti anche gli italiani con 850 soldati.

L’Europa intera dimentica di avere un grande debito di riconoscenza con i serbi. Fu la resistenza serba, durata tre settimane, a ritardare l’aggressione nazista alla Russia, tre settimane che furono fatali a Hitler perché la Wehrmacht si trovò impantanata, come le armate di Napoleone, nell’inverno russo.

Particolarmente stolida è l’ostilità dell’Italia verso la Serbia. Noi italiani non abbiamo mai avuto contenziosi con la Serbia, li abbiamo avuti con i croati che verso la fine della Seconda guerra mondiale “infoibarono” i nostri militari e soprattutto civili. Nei primi anni del Novecento in Serbia si guardava alla monarchia italiana come a un esempio e si pubblicava un quotidiano intitolato Piemonte.

Gli scontri di cui abbiamo parlato all’inizio sono solo l’antipasto di ciò che verrà. Il sentimento generale serbo è quello espresso dal tennista Nole Djokovic: “Il Kosovo è serbo e sarà sempre serbo”. In attesa che si sveglino anche i serbi di Bosnia.

Ps. Una cosa intollerabile fu la scomunica della squadra jugoslava dagli Europei di Svezia del 1992. Quella squadra era formata, fra gli altri, da Stojkovic, serbo, Savicevic, montenegrino, Prosinecki, croato, Jugovic, serbo, Boban, croato, Mihajilovic, serbo, e dal basilare Bazdarevic, bosniaco, regista che calmava i bollori di una squadra dove tutti, anche i terzini, erano votati all’attacco. Quella squadra aveva vinto tutte le partite delle qualificazioni, tranne una pareggiata. I ragazzi erano già in Svezia e per imposizione della Fifa e dell’Uefa furono cacciati a pedate. Un’ignominia calcistica che fa quasi paro con quelle, non sportive, di cui abbiamo parlato.

da qui



Kosovo, il diritto a geometria variabile, e fu il disordine mondiale - Massimo Nava


Il Kosovo, teatro in queste ore di violenze e rivalse, è il punto focale di un dramma, cominciato negli anni Novanta, in cui diritti e aspirazioni di popoli e minoranze hanno continuato a confliggere con la sovranità degli Stati e con interessi geopolitici di Grandi Potenze e Potenze regionali, scrive il Corriere della Sera.
Il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile. Un quadro in cui l’Europa ha recitato più spesso la parte della spettatrice o della vittima (in termini di prezzi economici e sociali pagati) che dell’attore politico, il rimprovero di un severissimo Massimo Nava.
«Decisamente paradossale che un fazzoletto di terra, fino a pochi anni fa ignoto a molti, sia all’origine di tanti conflitti e tensioni internazionali».

Causa-effetto

Naturalmente, il rapporto di causa ed effetto è più complesso, ma è un fatto che il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile abbia provocato, negli ultimi decenni, instabilità, conflitti e situazioni sociali ed economiche diametralmente opposte a quelle auspicate: lacerazione di confini, pulizia etnica, ondate migratorie, scontri religiosi sono diventati i tragici titoli della nostra storia recente. Le strategie che Europa e Stati Uniti hanno portato avanti dal 1991 nella ex Jugoslavia dovevano segnare la nuova era dei diritti dei popoli, prevalenti sui confini degli stati e sul dispotismo dei dittatori.

Separatismi, e  bramosie sulla Jugoslavia

Il rapido riconoscimento da parte dei Paesi europei (Germania in testa) dell’indipendenza di Croazia e Bosnia, gli accordi di Dayton per l’unità della Bosnia dopo i massacri e il bombardamento della Serbia per sostenere le aspirazioni separatiste della minoranza albanese del Kosovo, minacciata da Belgrado, avevano affermato nella coscienza internazionale alcune regole non scritte e non universalmente riconosciute, compreso l’eliminazione violenta dei dittatori (Gheddafi, Saddam Hussein) o la loro incriminazione nei tribunali internazionali (ieri Milosevic, domani, forse Putin).

Autodeterminazione per tutti o a concessione. E di chi?

Ma la nobiltà morale delle regole (in primis, il diritto dei popoli all’autodeterminazione) non ha tenuto conto dei modi e dei prezzi che si dovevano pagare per affermarle. Anziché una nuova era, si sono innescate instabilità e rivalse. Anziché un nuovo quadro di principii, applicabile ad altri focolai di conflitto nel mondo, dalla Cecenia al Medio Oriente, dall’Ucraina a Taiwan, si è alimentato il disordine internazionale.

‘Geometrie variabili’

I Balcani, in particolare, sono rimasti in balia di strategie contraddittorie e intercambiabili. I musulmani alla mercé dei serbi a Sarajevo e armati contro i serbi in Kosovo. Milosevic, la soluzione per la stabilità (con gli accordi di Dayton) e poi il problema da eliminare. L’unità e l’integrità dello Stato, rispettate per la Bosnia, non riconosciute alla Serbia, costretta all’amputazione del Kosovo.

Balcani sulla giostra Ue ad avallo Nato

A questi sviluppi, si è sovrapposta la marcia a zig zag per l’adesione all’Europa, con le porte aperte a Slovenia e Croazia e l’anticamera per la Serbia, il cui calendario è oggi condizionato dalle ambizioni di Ucraina e Moldavia. Migliaia di soldati dell’Onu, miliardi di dollari e complicati artifici politici hanno soltanto sopito l’odio etnico e religioso in cui è cresciuta un’intera generazione. L’esito più perverso è la Serbia: l’unica nazione rimasta multietnica, nonostante Milosevic, si scopre più nazionalista e ortodossa senza Milosevic ed essa stessa vittima, in Kosovo, di pulizia etnica. Il meno che si possa fare è però ripensare in fretta una strategia coerente per tutta la regione, che affermi i diritti di tutti i popoli e la possibilità d’immaginarsi europei, senza più pagelle di affidabilità e sostegni di convenienza.

Occidente Usa-Ue, sleale e traditore

Uno spiraglio si era aperto nei mesi scorsi durante il vertice europeo di Tirana, in presenza di tutti i protagonisti, compresi i nemici di ieri e di oggi. Come rilevava per l’occasione Le Monde, «dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Ue ha cambiato tono nei confronti di questa regione». Se da un lato l’Ue è mobilitata per aiutare l’Ucraina, dall’altro è evidente il desiderio di mantenere la stabilità in una regione su cui incombono ombre russe e cinesi, in particolare a Belgrado. La Serbia continua a mantenere relazioni commerciali con Mosca ed è anche un hub interessante per aggirare le sanzioni.

Il problema Serbia-Kosovo

«I Balcani si sono sentiti traditi, bloccati nell’anticamera del club europeo che ha accettato la candidatura di Ucraina e Moldavia». In realtà sono state mobilitate risorse europee per sostenere lo sviluppo di questi Paesi, ma miliardi di euro non sembrano sufficienti a calmare gli animi. Negli ultimi due anni, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia settentrionale hanno visto convalidato il loro status di candidati all’Ue e sono iniziati i primi colloqui. A novembre, la Commissione ha proposto che anche la Bosnia-Erzegovina si qualifichi per lo status di candidato. Ma il nodo cruciale resta la Serbia, fino a quando non sarà raggiunto un definitivo accordo politico con il Kosovo, peraltro non ancora riconosciuto da cinque Stati membri dell’Unione Europea, fra i quali la Spagna, per evidenti ragioni di politica interna, date le tensioni in Catalogna.

Vuoto occidentale a perdere

Logico che Russia e Cina, alleati della Serbia e interessati al futuro dei Balcani, prendano spesso le difese di Belgrado. La questione del Kosovo è così diventata anche l’alibi per la politica di Putin, prima in Crimea e poi nel Donbass. Belgrado coltiva aspirazioni di integrazione europea, ma non può abbandonare le minoranze serbe. L’adesione all’Ue aiuterebbe a consolidare le istituzioni democratiche, a proteggere i diritti fondamentali e a far progredire lo Stato di diritto in tutta la regione balcanica. Ma la guerra in Ucraina ha sconvolto disegni e priorità. E Putin soffia sul fuoco.

Le coincidenze della storia

Per quanti si appassionano a questa storia complicata, si noti una coincidenza in queste ore di violenze: il processo cominciato all’Aja contro l’ex presidente e leader della guerriglia kosovara, Hashim Thaçi. Eroe della resistenza contro i serbi e dei diritti delle minoranze, sostenuto dagli Stati Uniti, considerato a suo tempo il «George Washington dei Balcani», amico personale dell’ex ministro francese Bernard Kouchner, è ora incriminato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetrati contro le forze serbe.

Un caso emblematico, a dimostrazione che la storia nei Balcani è davvero ciclica e talvolta diventa un tragico gioco dell’oca.

da qui


Cosa ci fanno i militari italiani in Kosovo 24 anni dopo le bombe Nato - Ennio Remondino

 

Breve storia della ‘Kosovo Force’ Nato che fece il suo ingresso nel paese come ‘forza militare di pace’ dopo averlo ‘liberato’ dalle truppe jugoslave di casa sommerse di bombe, nel 1999. Con simpatie diversificate per etnia e precedente bersaglio. ‘Kfor’ la sigla meno direttamente Nato alla conversione in forza di pace, o meglio, di interposizione tra odi e tensione che 24 anni dopo non sembrano affatto superati.

 

Odio etnico e provocazioni

«Ieri alcuni soldati italiani e ungheresi che fanno parte di un contingente NATO chiamato KFOR sono stati feriti durante una manifestazione di protesta a Zvecan, in Kosovo. L’operazione KFOR è attiva in Kosovo dal 12 giugno del 1999, iniziò dopo la conclusione dell’azione militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević», la sintesi asettica da agenzia che riposta il Post. Per memoria meno ‘neutrale’, quei tre mesi di bombardamento nel cuore dell’Europa, definiti anche ‘interferenza umanitaria’, furono la prima vera e massiccia ‘guerra calda’ dopo decenni di ‘Guerra fredda’, preceduta solo da alcune incursioni aeree Usa su Sarajevo nel 1995 per imporre l’armistizio di Dayton.

Sempre nel racconto semi scolastico

Il Kosovo si trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più dell’Abruzzo. È il paese più giovane d’Europa e le sei stelle che si vedono sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: gli albanesi, che sono più del 90 per cento della popolazione, e poi i serbi, i turchi, i gorani, i rom e i bosniaci musulmani. Gli scontri da allora a oggi, il reale esercizio del comando tra la maggioranza albanese che ha il numero e la forza, e la ex forza politica slava del vecchio potere jugoslavo, con  le ritorsioni nel quotidiano. Nel 1999 l’intervento militare della NATO in Kosovo venne giustificato con rilevanti forzature informative, per porre fine alla campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze portata avanti dai serbi contro la popolazione di origine albanese. 24 anni dopo la situazione risulta semplicemente rovesciata senza sostanziali progressi verso il superamento del passato. Ma anche senza sensibilizzazione stampa.

Da terroristi a patrioti

A partire dal 1996 il movimento armato militare di separatisti albanesi UçK (Ushtria çlirimtare e Kosoves),sino ad allora per la Nato e gli Usa compreso tra le ‘organizzazioni terroristiche’, vienne riqualificato come movimento patriottico e sostenuto in maniera più o meno aperta soprattutto da parte statunitense, protagonista di una serie di azioni di guerriglia, arrivando anche a controllare intere zone del territorio kosovaro. Il 28 febbraio del 1998 l’UçK uccise alcuni ufficiali della polizia serba causando la ritorsione della polizia di Milošević, che lanciò un’offensiva con mezzi pesanti contro numerosi villaggi della Drenica, al centro del paese. Altri scontri armati con decine di vittime a Racak. Forzature e inganni delle parti in guerra con complicità giornalistiche, hanno via via favorito la disponibilità dell’opinione pubblica occidentale e italiana a condividere o a non opporsi quella che è stata la prima vera guerra in casa europea dopo quella mondiale.

Il 24 marzo 1999 le bombe Nato sulla Jugoslavia

il 23 marzo del 1999 il Segretario Generale della NATO Javier Solana diede inizio alle operazioni militari contro la Serbia, senza alcun mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le ragioni umanitarie dell’intervento furono più volte ribadite sia dalla NATO che dai governi degli stati membri, e contestate da molti altri. Di fatto, la notte del 24 su Belgrado suonarono nuovamente le sirene di attacco aereo dopo quelle per le bombe dei nazisti nel 1944. L’allora presidente del Consiglio italiano, Massimo D’Alema, alla Camera dei deputati: «Il mio giudizio è che l’intervento militare si è reso necessario e inevitabile», disse.

E diede l’autorizzazione all’uso dello spazio aereo italiano per le missioni della NATO mettendo a disposizione, per il conflitto, aerei militari e 19 basi che furono usate per far decollare gli aerei, per la logistica, per la copertura radar oppure per le informazioni meteorologiche. Gli aerei militari parteciparono direttamente ai bombardamenti.

Nato a comando Usa diventa d’attacco

Il ruolo della NATO in un conflitto esterno ai confini dell’alleanza fu dibattuto allora e dopo: chi lo ritenne fondamentale per difendere la popolazione kosovara e per destituire Milošević, e chi lo giudicò una forzatura unilaterale e responsabile di una escalation nelle violenze, oltre che causa di estese perdite civili tra la popolazione serba. Molto discusso fu anche il ruolo del cosiddetto ‘fattore CNN’, cioè il peso che ebbero i media nel giustificare e rendere legittimo l’intervento militare (rinvio all’archivio di Remocontro sulla strage di Racak e ai Lazzaro che camminano). Con l’intervento in Kosovo la NATO fondò la sua nuova strategia che stiamo vivendo oggi nella crisi Ucraina: trasformazione dell’alleanza da difensiva a organizzazione politica armata operativa anche su territori esterni a quelli dei Paesi dell’organizzazione.

Quei tre mesi di bombe

L’operazione Allied Force della NATO cominciò la sera del 24 marzo: 80 aerei appartenenti a Canada, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Stati Uniti, Italia, e poi le navi da guerra statunitensi e britanniche nell’Adriatico iniziarono i bombardamenti e i lanci di missili contro la Serbia. In una prima fase vennero attaccati i radar e le installazioni per la difesa aerea a nord di Pristina e intorno a Belgrado. La seconda fase del conflitto iniziò il 27 marzo ed era diretta alla distruzione delle forze armate serbe. Il 23 aprile gli alleati NATO riuniti a Washington decisero di intensificare gli attacchi. Ebbe così inizio la terza e conclusiva fase della guerra.

Le bombe nel cuore del Paese

I bombardamenti furono diretti anche verso obiettivi non strettamente militari come centrali elettriche, ponti, acquedotti, depositi di carburante, radio e televisioni (il missile mirato sulla Tv di Belgrado che uccise 16 tecnici ed operai estranei a qualsiasi propaganda di regime). I ‘danni collaterali’ di queste terza fase furono parecchi: l’8 maggio, ‘per un errore nell’individuazione del bersaglio’, -ci viene raccontato-, venne colpita ad esempio l’ambasciata cinese a Belgrado (ricostruzione diversa sempre su Remocontro). Vi furono morti, feriti e forti polemiche nei confronti dell’inadeguatezza del sistema di intelligence statunitense. Alla fine di maggio ci furono quasi ottocento attacchi aerei. Di fronte all’aumento dei bombardamenti e alla disponibilità offerta da tutti i paesi NATO di concedere nuove basi all’esercito USA, Milosevic accettò la resa. Il 9 giugno venne sottoscritto un accordo con le Nazioni Unite. Il segretario della NATO Solana ordinò la sospensione degli attacchi e la conclusione ufficiale dell’operazione Allied force.

Gli accordi prevedevano il ritiro delle forze serbe dal Kosovo, l’inizio di una missione dell’ONU per l’amministrazione provvisoria della provincia serba con il compito di ristabilire ordine e pace, e l’ingresso a sostegno della missione di una forza militare di pace guidata dalla NATO, la Kosovo Force (KFOR).

KFOR di occupazione

Il contingente iniziale di KFOR era formato da sei brigate di fanteria, due a guida britannica, e una ciascuna da Stati Uniti, Francia, Germania e Italia. Il paese venne diviso in cinque diverse zone, ognuna affidata a uno Stato. Parallelamente all’istituzione di KFOR, il Kosovo nel 1999 passò sotto il protettorato internazionale delle Nazioni Unite, che finalmente deliberarono (risoluzione 1244) a guerra fatta. Nel tempo le forze NATO presenti in Kosovo sono state riorganizzate, sono stati costituiti nuovi gruppi e avviate nuove realtà operative. Nel periodo di massima partecipazione, il numero delle truppe KFOR ha raggiunto 50mila soldati provenienti da 39 paesi, mentre oggi in Kosovo sono presenti 27 paesi con circa 3.800 militari.

Indipendenza all’americana

Dopo essere stato amministrato per quasi dieci anni da un protettorato internazionale delle Nazioni Unite, nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. Nei mesi successivi i paesi della NATO decisero di proseguire la missione, in accordo con le autorità del nuovo Stato e in collaborazione con le Nazioni Unite. L’indipendenza del Kosovo non è però riconosciuta dalle istituzioni serbe (da poco meno della metà dei Paesi Onu e non da tutti i Paesi della Stessa Ue) e tra i due paesi continuano a esserci tensioni ed episodi di violenza, come le proteste in cui sono stati feriti i militari della NATO. Le zone più a rischio sono quelle del nord, a maggioranza serba e non albanese.

Ora la Nato a difendere i serbi

Oggi, secondo il Netherlands Institute of International Relations Clingendael che si occupa di relazioni internazionali, sulla presenza della NATO in Kosovo fanno affidamento soprattutto i cittadini serbi: vedono infatti nel KFOR il principale garante della loro protezione, in particolare dopo che nel 2018 il parlamento del Kosovo, in aperta violazione degli accordi di pace e delle disposizioni Onu, approvò una legge che conferiva un mandato militare alle forze di sicurezza del Kosovo (KSF). Dalle armi leggere per operazioni di polizia e protezione civile a un vero esercito con arruolamenti esclusivi da parte albanese.

Nazionalismi marcati e contrapposti al culmine da un anno con la elezione a premier di Albin Kurti, noto anche e livello internazionale per la sua vocazione politica alla provocazione. Qualcuno di Remocontro, cercando in quel lontano passato, potrebbe trovare ancora significative interviste dell’allora giovane personaggio.

da qui