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martedì 17 novembre 2020

I tre tetti di cristallo sfondati da Kamala Harris - Gennaro Carotenuto


Kamala Harris, raggiungendo la vice-presidenza degli Stati Uniti, come vice di Joe Biden, frantuma non uno ma ben tre tetti di cristallo. Quello di genere innanzitutto, quello razziale e quello migratorio. La rilevanza storica di questo risultato della senatrice californiana, è comparabile con quella che 12 anni fa portò alla candidatura e alla vittoria di Barack Obama. Prima di lei solo tre donne erano state candidate. Alla vice-presidenza Geraldine Ferraro nel 1984 in ticket con Walter Mondale contro Ronald Reagan; Sarah Palin con John McCain contro Barack Obama; Hillary Clinton alla presidenza contro Trump; sono state le uniche tre donne a contendere la Casa Bianca, finendo sempre sconfitte. In un’epoca storica votata al pessimismo, in particolare per le istanze di progresso e uguaglianza, invece Kamala Harris rappresenta un passo straordinario nella caduta del plurisecolare dominio del maschio bianco sul pianeta, così plasticamente incarnato da Donald Trump e della riproposizione della necessità di ridurre le disuguaglianze, che questa è stata capace di colmare da outsider assoluta.

Negare che Kamala Harris incarni molti gap superati è infatti un esercizio di cecità e di stupidità per una donna che è riuscita a diventare una dei due senatori della California, il più popoloso stato degli USA, con i suoi 40 milioni di abitanti, e con un PIL maggiore di quello della Gran Bretagna. Partiamo da un dato incontrovertibile. Nella storia degli Stati Uniti, i senatori afro-discendenti sono stati appena dieci, due nel XIX secolo, due nel XX secolo, sei nel XXI secolo, Harris compresa, che è appena la seconda donna afrodiscendente senatrice nella storia. Appena otto sono di origine asiatica (e qui Kamala è di nuovo calcolata). A questi aggiungiamo nove ispanici e tre nativi. In quasi 250 anni di storia degli Stati Uniti appena 29 sono stati i membri del Senato non bianchi. Le donne non bianche poi, non arrivano alle dita di una mano.

Dunque una donna, figlia di immigrati non bianchi provenienti dalla Giamaica e dall’India arriva alla Casa Bianca, mettendo in un colpo solo in discussione il gender gap, quello razziale e quello migratorio, e questa non sarebbe una cosa straordinaria? Non basta, per alcuni non basta mai. Ad alcuni pare perfino che i suoi natali non siano abbastanza disgraziati per considerarla meritevole. In particolare, il fatto che i genitori di Kamala Harris siano entrambi giunti negli USA per studiare, abbiano poi avuto una buona carriera accademica, economista il padre, medico la madre, impedirebbe di considerare la Harris una “vera immigrata” ma piuttosto un’esponente della classe dirigente, quasi un membro aggiunto della aristocrazia americana. Laddove non si può stigmatizzare l’alterigia di Hillary Clinton, se ne costruisce una ad arte; va da sé, falsa. Da agosto in qua ho trovato questo aspetto sottolineato soprattutto in lingua italiana, in un paese dove è invalso lo stereotipo per il quale “immigrato” sia sinonimo da destra di indesiderabile, e da sinistra di “ultimo” da compatire per le sue disgrazie, e non di persona in cerca del suo posto nel mondo in grado di apportare almeno quanto riceve dal paese di arrivo. Kamala Harris, donna in carriera (e che carriera!), figlia di immigrati di classe media, non sarebbe una vera immigrata perché romperebbe lo stereotipo di dannata della terra e sarebbe pertanto da rubricare come privilegiata (sic).

Descrivere la famiglia di Kamala Harris come appartenente a una élite facoltosa e quindi sostenere che l’appartenenza di classe cancelli in un colpo solo discriminazione di genere, razziale e migrazione (e quindi l’importante ascesa intergenerazionale degli Harris Gopalan) è innanzitutto falso: un docente universitario in posizione apicale ha un buon reddito ma non è né ricco né classe dirigente. Se proveniente dal Sud del mondo poi, non porta con sé alcuna accumulazione primaria che non la faccia cominciare da zero.

Per pagare gli studi in California di Shyamala Gopalan, la madre di Kamala Harris, scomparsa nel 2009, suo padre, il nonno, che era un funzionario pubblico indiano che partendo da stenografo arrivò a un buon livello, impegnò la propria liquidazione. Shyamala lo ripagò in modo brillante, divenendo la prima Gopalan laureata, riuscendo a entrare in un PhD e poi avendo una carriera accademica in un mondo dove era una totale outsider.

Appena arrivata negli Stati Uniti, Shyamala studiava e marciava per i diritti civili. E così conobbe colui che sposò negli anni Sessanta (divorziando nel ’71), Donald Harris. Questo veniva dalla stessa “parrocchia” di Bob Marley, in Giamaica. La sua famiglia, fino a poche generazioni prima, era di proprietà di Hamilton Brown, un irlandese e il più grande proprietario di schiavi dell’isola. Gli Harris non erano abbastanza poveri da non potersi permettere di far studiare Donald. Questo, militante di sinistra da sempre, li ricompensò costruendo una carriera accademica di prestigio da economista keynesiano in un mondo dove già andavano avanti solo i neoclassici.

Coerente con la propria storia, Donald Harris ha dedicato la sua vita di studioso alle disuguaglianze e al sottosviluppo, in particolare in Giamaica. Furono i movimenti per i diritti civili che fecero innamorare quel giovane accademico venuto da un’isola dei Caraibi e la dottoranda venuta dall’India. Furono i libri, non i soldi che, in una famiglia di immigrati, abbastanza bravi a scuola da vincere borse di studio e non rinnegare se stessi, hanno creato le basi per permettere a Kamala Harris di proseguire quella straordinaria ascensione intergenerazionale che oggi la porta addirittura alla Casa Bianca. Brava, gigantesca Kamala Harris.

da qui

domenica 15 novembre 2020

La festa è qui - Ida Dominijanni


Non passa neanche un quarto d’ora dall’annuncio alla Cnn della vittoria di Joe Biden che su WhatsApp cominciano ad arrivare da San Francisco, Los Angeles, New York i video delle manifestazioni spontanee di esultanza. Dopo quattro giorni appesi all’ansia per la conta salta il tappo di quattro anni plumbei, aggressivi e depressivi, che avevano immerso nella malinconia il sogno americano. Non che adesso si apra un futuro radioso: asserragliato nella Casa Bianca con i suoi avvocati, il presidente sconfitto si rifiuta di telefonare al vincitore come prassi vorrebbe e promette ancora tempesta. Domani chissà che succede, ma adesso è il momento della festa. L’inviato politico afroamericano della Cnn piange in diretta: “Da oggi è più facile dire ai nostri figli in che paese vivono. We couldn’t breathe”. Non si respirava più. George Floyd è vendicato.

Passano ancora una decina di minuti e le tv cominciano a snocciolare i messaggi ufficiali di felicitazioni dei capi di stato e dei vertici europei: Merkel e Macron, Mattarella, Sassoli e Von der Leyen brindano al riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico. Il presidente sconfitto non riconosce il vincitore, ma il mondo sì: di fronte al fatto compiuto, diventa sempre più difficile per Trump inventarsi i suoi scoppiettanti “fatti alternativi”. Poche ore dopo, dal fortino dello Studio ovale arriverà una briciola di senno: il presidente uscente riconoscerà l’esito legale del voto, non si sa quando e a quali condizioni ma prima o poi, gli stanno spiegando i figli e gli avvocati, sarà costretto a farlo, la vittoria di Biden essendo tale che nessun riconteggio in questo o quello stato può metterla in discussione.

La direzione della storia
Kamala Harris sale sul palco del parcheggio tirato a festa e popolato di mascherine anticovid di Wilmington, la città di Joe Biden nel Delaware, quando in Italia sono passate le due di notte. È magnifica nel suo tailleur bianco, raggiante nei suoi tratti meticci, e d’improvviso con la sua comparsa si palesa la direzione vera che la storia sta prendendo. Il duello tra i due maschi bianchi ultrasettantenni che ha occupato fin qui il centro della scena sfuma come d’incanto sullo sfondo mentre in primo piano si materializza la metà rimossa della storia americana: “La genealogia delle donne nere, ispaniche, immigrate che come mia madre hanno aperto la strada a questo momento, che sono da sempre la spina dorsale della nostra democrazia, che hanno lottato in passato per il diritto di voto e che oggi continuano a lottare per farsi ascoltare”. Figlia di immigrati, nera, asiatica, Kamala Harris è la prima donna a varcare da vicepresidente la soglia della Casa Bianca e a varcarla senza essere la moglie di nessuno, “ma di certo non sarò l’ultima”: un nuovo primato apre una nuova possibilità. Interrotta da Trump, la narrativa del sogno americano può ricominciare.

Biden si incarica di completarne il canovaccio, presentandosi come da copione come il presidente di tutti: “Non ci sono stati blu e stati rossi, ci sono solo gli Stati Uniti d’America”. Ringrazia l’immensa moltitudine dei suoi che si è mobilitata per eleggerlo – mai nella storia tanti voti, quasi 75 milioni, un altro primato – ma ha di fronte un paese spaccato in due e deve riunificarlo in qualche modo; nomina uno per uno i segmenti della coalizione sociale che sono confluiti sul suo nome, “i neri, i bianchi, i latini, i gay e gli etero” ma fa appello agli sconfitti, “vi capisco, anche a me è capitato di perdere, non è piacevole, ma adesso siamo tutti americani”, e lui è lì “per guarire l’America” e ritrovarne l’anima “col potere dell’esempio e l’esempio del potere”.

We did it!
Come sempre nei momenti topici, l’istantanea del palco di Wilmington restituisce lo stato delle cose più di mille analisi politologiche. Con la sua sola fisicità, ma anche con la sua retorica scarna e diretta – “Hi Joe, we did it!”, così la sua telefonata di congratulazioni a Biden – Harris archivia d’un botto l’estetica mortifera, plastificata e berlusconiana, della corte di Trump, e d’un botto riporta alla memoria quella piena di vita e di futuro della famiglia nera che nel 2008 era salita sull’indimenticabile palco del parco di Chicago. Il backlash trumpiano, suprematista e razzista, che nel 2016 aveva cercato di mettere una pietra tombale sull’era obamiana sconfiggendo al contempo la prima candidata bianca alla presidenza viene fermato non per caso dall’ex vice, bianco, di Obama e da un’altra donna, meticcia come Obama. Nei momenti topici, la storia presenta sempre il conto e i conti, alla fine, tornano.

La narrativa progressista dell’esperimento americano può ripartire, ma non siamo nel 2008, se non per il fatto che oggi come e più di allora, incombe sul governo democratico una crisi economica di proporzioni incalcolabili. Quattro anni di populismo suprematista lasciano un segno anch’esso incalcolabile e non si sa quanto cicatrizzabile, e dalle urne esce un paese spaccato in due come una mela, polarizzato politicamente e soprattutto, in una delle due metà, psichicamente bipolare, oscillante fra fissazioni identitarie e incubi complottistici, cognitivamente disorientato sul confine perduto tra vero e falso. L’anima dell’America, quella che Biden evoca come discendente dai Lumi e alleata della scienza al tempo del covid, faticherà non poco a riportare alla razionalità politica l’emotività postpolitica del popolo trumpiano. E non si tratta soltanto, come pensano in coro molti commentatori di casa nostra, di mettere all’opera l’abilità da politico di lungo corso di Biden, la sua sperimentata capacità di mediare con un senato che probabilmente resterà repubblicano e di comporre una squadra di governo incorporando i moderati della sua coalizione e magari qualche repubblicano in fuga dal trumpismo. Le cose saranno più complicate, e lo schema di gioco, per fortuna, meno scontato.

Guardando all’esito del voto infatti, e in attesa che le consuete analisi sociologiche forniscano dati più precisi sulla sua composizione demografica, sociale e culturale, il quadro che emerge è più articolato di quello che impazza nei nostri talk. Per quanto polarizzata, la situazione non è affatto simmetrica, e soprattutto non sospinge affatto verso un’ennesima riedizione del già perdente centrismo democratico. In primo luogo, la partecipazione oceanica al voto è il segnale di una politicizzazione vitale della società americana, di cui un vettore è stato indiscutibilmente lo stesso populismo trumpiano, ma l’altro, altrettanto indiscutibilmente, è stata la mobilitazione incessante dei movimenti di contestazione del trumpismo. Lo dice benissimo Harris nel suo discorso: “La democrazia non è uno stato, è un atto. Non è garantita, è forte solo se non la diamo mai per scontata e la difendiamo praticandola. Per quattro anni avete lottato per le nostre vite e per il nostro pianeta, e poi avete votato”: senza di voi, sottinteso, non ce l’avremmo fatta.

In secondo luogo, la vittoria di Biden, per quattro lunghi giorni sul filo del rasoio, alla fine non è affatto una vittoria di misura. Non solo numericamente, per via dei quasi cinque milioni di voti di scarto rispetto a Trump (dei quali più della metà californiani, tanto per capire da che parte batte il vento del cambiamento), ma soprattutto politicamente. Biden ha riportato a casa il voto operaio bianco del “muro blu”, ha strappato a Trump alcuni stati decisivi, gli ha conteso l’elettorato frammentato ma cruciale della suburbia metropolitana, ha prevalso tra i neri e, salvo che in Florida, fra gli ispanici del sud e del sudovest, già determinanti per la sua vittoria alle primarie, ha raccolto il sostegno, preparato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, della nuova classe operaia, se così possiamo chiamarla, fatta di precari ed essentials. È vero ovviamente che Biden non avrebbe vinto senza il sostegno di larghi settori dell’establishment centrista; ma è altrettanto vero che non avrebbe vinto neanche senza il sostegno della sinistra dentro e fuori il suo partito. È la differenza cruciale che passa fra la vittoria di “zio Joe” oggi e la sconfitta di Hillary Clinton ieri.

La partita di Bernie Sanders
Niente è stato frutto del caso, e anche per questo – in terzo luogo – il risultato è carico di valore politico. Non è vero, e non è mai stato vero, che Sanders sarebbe stato un candidato migliore: Biden ha fatto bene a perseverare quando, all’inizio delle primarie, era dato da tutti per spacciato e Sanders pareva volare; la parola d’ordine della maggiore “eleggibilità” del candidato moderato ha funzionato. Ma ha funzionato solo perché l’hanno sostenuto l’ala radicale dei dem e un movimento sociale plurale e intelligente che si è snodato in tante forme, dalle women’s march al #MeToo, da Black lives matter al sabotaggio del muslim ban, dalle lotte dei precari alla magnifica campagna elettorale vincente delle candidate di nuova generazione nel mid term.

Perciò, se il sentiero della pacificazione con i repubblicani e con il popolo trumpiano è stretto, la strada di un’alleanza stabile fra moderati e radicali è obbligata. Niente destina Biden a una deriva centrista: l’anima americana che lui invoca, di un’America devastata non solo dal trumpismo ma anche dalla pandemia e dal tracollo economico, ha bisogno con ogni evidenza di una svolta riformista. Se l’immaginario dei movimenti ha pescato nella storia lunga delle lotte contro la segregazione razziale, l’immaginario democratico deve pescare, oggi, nella memoria rooseveltiana del New Deal.

Si vedrà nel frattempo che ne sarà del lascito di Trump, che non ha solo mantenuto, com’era nelle previsioni, il suo consenso ma l’ha accresciuto, non solo nelle zone rurali ma perfino in settori insospettabili come l’elettorato femminile bianco e in quello gay, a dimostrazione che il populismo scompagina tutte le caselle e le linee di conflitto novecentesche con cui siamo abituati a ragionare. Il presidente sconfitto non ha molti appigli per le sue fantasie golpiste: il rito del voto ha tenuto, e il sistema giudiziario non è nelle sue mani per quanto lui abbia fatto di tutto per appropriarsene, dai tribunali statali alla corte suprema. La forma democratica ha retto al suo assalto e reggerà a quello eventuale dei Proud boys. Anche per lui, la strada è solo politica: deve decidere che fare del capitale di consenso accumulato, e lo stesso dovrà fare il suo partito, per ora incerto fra la tentazione di mollarlo e quella di incassare il suo malloppo di settanta milioni di voti.

Nel mondo intanto l’internazionale sovranista, dal Sudamerica all’Europa dell’Est, d’improvviso piange. Quanto a noi qui sull’altra sponda dell’Atlantico, abbiamo capito che il sovranismo populista può portare le pericolanti democrazie occidentali sull’orlo del baratro, ma può essere sconfitto, quando il popolo plurale che si mobilita dal basso intorno a valori di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà prevale sul popolo mobilitato dall’alto e compattato da leader superomisti sulla base di valori gerarchici e identità escludenti. Forse la politica può rimettersi in moto anche da questa parte dell’oceano.

da qui