Visualizzazione post con etichetta tav. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tav. Mostra tutti i post

mercoledì 29 luglio 2026

Linda Maggiori spiega a cosa serve la Tav Torino Lione

 

Sulla Tav Torino Lione, no.

Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.

6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.

La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.

La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.

Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.

La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.

Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.

Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.

Emers è il tasto rosso, qualsiasi stato lo può premere e le nostre strade e ferrovie si riempiranno di eserciti in marcia. I lavoratori civili perderanno tutele e saranno considerati come militari.

Già tutto è in preparazione.

La Tav Torino Lione per motivi commerciali e civili non ha senso. Magari una volta, ma poi si è capito che è un danno e un costo sproporzionato rispetto al vantaggio. Ora serve solo per una cosa. La guerra.

Quando si parla di “guerriglia” o meglio sabotaggio, anche se violento, contro questa grande opera, scriviamo esattamente le cose come stanno.

La Tav non è un treno, non è freccia rossa o TGV.

La Tav è Military mobility, è guerra.

E se una volta l’anno, in pieno giorno, in un giorno stabilito, e conosciuto dalla polizia, avviene un sabotaggio… chiamiamolo per quello che è, sabotaggio della Military mobility. Può non piacere (a me il fumo nero non piace) possiamo preferire altri metodi, ma chiamiamolo con il suo nome.

da qui

giovedì 1 febbraio 2024

TAV = MAFIE all’imbocco della Valle di Susa? Le precisazioni del sindaco di Almese, Ombretta Bertolo - Roberto Mairone

 

      

                                                   (Foto di notav.info)

La scritta TAV = MAFIE, che da anni campeggia come un tazebao sulle pendici rocciose del monte Musiné all’imbocco della Valle di Susa, è da alcuni mesi al centro di una polemica scatenata da Igor Boni, presidente dei Radicali Italiani e membro dell’assemblea nazionale di +Europa.

In un post su Facebook del 26 ottobre 2023 Boni scrive “TAV=MAFIE è scritta infamante e illegale”.

L’esiguo numero dei commenti al post, tutti di segno opposto e fortemente critici (“… si occupi di qualcosa di serio” è il commento più pacato), avrebbero fatto desistere qualunque assennato dalla volontà di zittire il Movimento No Tav chiedendo la rimozione della scritta.

Così non è stato e la polemica perdura.

Voluta e realizzata dai No Tav la scritta TAV=MAFIE sintetizza ciò che hanno scritto il giudice Ferdinando Imposimato, l’avvocato Giuseppe Pisauro e il giornalista Sandro Provvisionato in “Corruzione ad Alta Velocità – Viaggio nel governo invisibile” del 1993. Nel libro si legge che “dopo Tangentopoli […] si è organicamente strutturata l’alleanza tra ceto politico e forze dominanti del potere economico delle grandi imprese sia private che pubbliche…”, “cosicché nelle grandi opere pubbliche, come l’Alta velocità e le autostrade, coesistono in perfetta armonia, i protagonisti di sempre: i boiardi di stato, i grandi mediatori corruttori, le imprese cooperative, Cosa nostra, la Camorra, alcuni magistrati collaudatori e i grandi gruppi finanziari…”.

Non solo. La più recente operazione Minotauro aveva svelato che, come scritto in un articolo su Il Sole 24 ore del 6 settembre 2011, “la ‘ndrangheta si è già posizionata da tempo lungo il percorso della Tav” e che “leggere il tracciato della Lione-Torino equivale, sinistramente, a sovrapporre il percorso alla mappa dei boss, delle famiglie mafiose e dei loro traffici criminali che, guarda caso, ruotano quasi tutti nel ciclo del cemento”.

Anche l’operazione San Michele, conclusasi nel 2014 dopo tre anni di indagini, intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti e controlli incrociati dei flussi di denaro aveva stabilito che la ‘ndrina di San Mauro Marchesato nel crotonese “si era interessata per l’acquisizione di commesse per lavori di movimento terra e per la realizzazione di opere pubbliche e ha tentato, senza riuscirci, a inserirsi nella filiera della tratta Alta Velocità Torino-Lione.

Di tutto ciò Igor Boni si è dimenticato oppure ritiene che questa stretta collusione criminale non sia un problema, o almeno non sia così grave quanto una scritta removibile che dà voce alle montagne e a una Valle intera.

In un articolo privo di firma, del 16 gennaio 2024 su La Stampa online, si legge che il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, in risposta all’iniziativa dei radicali, dichiara che la scritta installata sulle pendici del Monte Musiné, nel territorio comunale di Almese, “contiene un messaggio di natura propagandistica, è pertanto regolamentato dall’articolo 47 (Classificazione dei veicoli) e viola le disposizioni dell’art. 23 del Codice della strada” (pubblicità sulle strade e sui veicoli). Per queste ragioni viene quindi intimato al Comune di Almese “di attivarsi adottando, al fine di garantire la sicurezza della circolazione stradale, le misure necessarie all’occorrenza per la rimozione dell’installazione”.

Immediatamente disponibile per un’intervista telefonica la Sindaca di Almese Ombretta Bertolo offre subito alcuni chiarimenti e spunti di riflessione per comprendere l’infondatezza e l’insensatezza dell’istanza di Boni e della presunta intimazione del Ministero al Comune di Almese.

Sottolineando l’inconsistenza politica di Igor Boni quale “perfetto sconosciuto per i più” e la necessità per qualsiasi personaggio politico, più o meno noto, di doversi occupare dei veri problemi del Paese e non di “cose ridicole”, la sindaca di Almese torna all’agosto 2023 e ricorda lo stupore provato alla visione di un video pubblicato su Facebook nel quale, lo stesso Boni, seduto sulla pietraia del Musiné definiva la scritta illegale, falsa e infamante e dichiarava di voler fare istanza popolare al Comune di Almese, così come previsto dall’art. 39 dello stesso Statuto comunale.

A differenza di quanto può trasparire dall’articolo de “La Stampa” online la Bertolo dichiara e conferma che, oltre all’istanza popolare, nessun atto formale è giunto al protocollo del Comune di Almese da parte del Ministero dei Trasporti e delle infrastrutture, da quel Ministero guidato da Matteo Salvini il quale non perde occasione e non spreca espediente per mettere in cattiva luce le ragioni degli oppositori alla NLTL (Nuova Linea Torino Lione), ergendosi a paladino delle grandi opere.

Non vi è pertanto alcun motivo attuale, secondo la Sindaca Bertolo e la sua Giunta, di preoccuparsi della rimozione della scritta. Di fatto “si sta parlando e polemizzando sul nulla”.

E non solo. La Sindaca del paese all’imbocco della Valle di Susa, che non nasconde la sua contrarietà alla Torino Lione e che conferma di non aver mai mancato agli eventi promossi dal Movimento No Tav e dalle amministrazioni contrarie alla grande opera, ringrazia Boni per l’iniziativa che ha permesso, in modo del tutto gratuito, di attirare l’attenzione sul movimento No Tav e su una scritta a cui molti non davano più importanza.

Le preoccupazioni della Bertolo e della sua Giunta sono altre e ben rappresentano il suo pragmatismo e la cura che dedica ai suoi cittadini. Una prima preoccupazione nasce dall’impervietà e dalla pericolosità del luogo ove compare la scritta e dalla possibilità che “sciocchi” e “insensati” emuli di Boni, dopo che quest’ultimo ha rivitalizzato l’interesse sul luogo, possano mettere in pericolo la loro incolumità nel tentativo di raggiungere la scritta per modificarla o cancellarla, proprio come accaduto molte volte in passato.

La seconda preoccupazione è, invece, di carattere politico e richiama le modalità con cui, in oltre trent’anni, la politica locale e nazionale non ha saputo comprendere le preoccupazioni degli amministratori locali, non ha mai voluto prendere in considerazione l’ipotesi di rivalutare l’effettiva utilità del progetto TAV e abbia messo in campo azioni, anche violente, esclusivamente volte a reprimere e zittire le ragioni del movimento No Tav, fino a voler cancellare quelle scritte sulle montagne, che sono sintesi del dissenso e delle sue ragioni.

La Sindaca Bertolo sottolinea ancora che l’istanza popolare avanzata da Boni e il risalto “social” che questi ha voluto dare al suo atto “civico” hanno immediatamente determinato una “manomissione” della scritta da parte di ignoti, seguita dall’immediato ripristino ad opera del Movimento No Tav. Contemporaneamente a questo tentativo di modificare la scritta il Comune di Almese lamenta di aver dovuto utilizzare risorse comunali per il ripristino della segnaletica dei sentieri abbattuta e vandalizzata.

Analizzando i contenuti dell’istanza popolare presentata dal presidente dei Radicali Italiani, Ombretta Bertolo sottolinea il riferimento “azzardato” agli articoli 23 e 47 del Codice della Strada, così come indicato nell’articolo de “La Stampa”.

Se già il richiamo all’art. 23 del Codice della Strada (Pubblicità sulle strade e sui veicoli) potrebbe diventare oggetto di un eccitante esercizio di dottrina è quello all’art. 47 dello stesso Codice (Classificazione dei veicoli) che getta nel ridicolo la fondatezza dell’istanza e la conoscenza normativa del provvido radicale, il quale richiama i due articoli anche nei suoi post sui social.

Sapendo di trovarsi di fronte ad una polemica ridicola e inopportuna e ribadendo che, alla data dell’intervista, nessuna comunicazione ufficiale è giunta al Comune di Almese la sindaca conferma la sua assoluta tranquillità. Solo nel caso in cui arrivasse una qualche intimazione a firma del Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture con l’obbligo di rimuovere la scritta del Musiné verrà “valutata una serie di cose”.

Se poi al Comune toccherà utilizzare parte delle scarse risorse economiche per rimuovere una scritta che “dopo qualche giorno sarà di nuovo lì, allora chiederò quante volte avrò l’obbligo di andarla a togliere”, sapendo che “il Comune di Almese non potrà interrompere tutte le attività comunali per andare ogni settimana, a spese dei contribuenti, a rimuovere una scritta semplicemente perché dà fastidio a qualcuno”. La Bertolo pragmaticamente afferma: “io ho tutt’altro da fare, tutt’altro a cui pensare”.

Anche i giornalisti dovrebbero occuparsi di altre cose più importanti o, almeno, scrivere dell’illegalità di una scritta su una montagna solo dopo essersi accertati dell’effettiva comunicazione fra enti ministeriali e il Comune.

In chiusura dell’intervista telefonica la Sindaca di Almese rivolge a Igor Boni un caloroso invito: quello di fare il Sindaco per dieci anni e imparare quali sono i veri problemi che affliggono le persone, quelle che quotidianamente si incontrano per le vie del proprio paese. Solo così, imparerà a occuparsi di ciò che veramente è importante e a tralasciare le sciocchezze, anche se queste ultime danno visibilità e sono utili alla propaganda.

Al Ministro dei trasporti e delle infrastrutture, invece, la Sindaca Bertolo rivolge l’esplicita richiesta di occuparsi oggi, non fra trent’anni, dei problemi del traffico, dell’inquinamento e degli incidenti che affliggono la Valle di Susa. Una Valle che ha dato tanto, che continua a offrirsi come passaggio naturale verso l’occidente europeo e che la politica premia con un vergognoso aumento dei pedaggi autostradali.

È proprio questo ennesimo aumento dei pedaggi di una delle più costose tratte autostradali d’Italia a far arrabbiare i sindaci e le amministrazioni valsusine. Aumento che si inserisce in un periodo critico per il traffico stradale della Valle, reso ancor più problematico dalla chiusura del tunnel del Monte Bianco, che a periodi alterni durerà ben diciannove anni e assicurerà un eccezionale afflusso di mezzi pesanti e un rilevante aumento degli incidenti sulle strade e autostrade della Valle.

La Valle di Susa ha bisogno di risposte oggi, di soluzioni immediate, innovative, sostenibili e che non verranno da una grande opera ecocida, anacronistica, inutile e imposta ai cittadini.

Alla Valle di Susa non servono la propaganda e il desiderio di visibilità di Boni o di Salvini.

In questa insensata polemica è chiaro che a vincere, a dispetto di chi si sbraccia in cerca di visibilità politica, sono, ancora una volta, la tenacia e la caparbietà di chi amministra territori difficili e lo fa sposando e difendendo le ragioni di quel movimento di opposizione ad un’opera devastante, la cui forza sta anche nell’aver dato voce alle montagne.

da qui

mercoledì 11 dicembre 2019

Chi applaude Greta e vuole il TAV non la racconta giusta - Claudio Giorno




La corsa all’accaparramento di Greta Thunberg registra ogni giorno nuove sospette adesioni; e si fa asfissiante (quasi più dell’effetto-serra) il corteggiamento del Movimento FFF, nato per lo stimolo potente, la coraggiosa intransigenza e la determinazione sorprendenti di una ragazzina che ha avuto il coraggio di denunciare i tanti re nudi che ci circondano e senza che nessuno li indicasse prima alla pubblica disapprovazione.
Visto dalla Valle di Susa questo vero e proprio tentativo di abbraccio mortale rivela particolari addirittura grotteschi: se c’è un luogo dove in 30 anni si sono adoperati tutti i vecchi arnesi oggi raggruppabili nello slogan “ecocompatibilità” è il nostro. “Ecocompatibile” per antonomasia (prima ancora che divenisse d’uso comune lo stesso termine ecologia) fu la realizzazione a scopo idroelettrico di uno dei più grandi bacini d’alta quota (2 mila metri s.l.m.): il lago del Moncenisio, un invaso lungo circa 6 Km ottenuto sbarrando il pendio italiano del valico ceduto alla Francia come “bottino di guerra” ma dove di comune accordo EDF & ENEL (del resto partner anche sul nucleare) realizzarono, decapitando una montagna, una della più grandi dighe in terra d’Europa! Sommergendo per sempre la strada napoleonica, lo storico ospizio, il paese con la sua chiesetta e il piccolo cimitero sotto oltre 300 milioni di metri cubi d’acqua che alimentano le sottostanti centrali idroelettriche in caverna (quella “nostra” è a Venaus): un movimento terra da leccarsi i baffi, per i mafiosi mandati al confino… Poi, più di mezzo secolo dopo, si sbarra, questa volta con calcestruzzo e paratoie metalliche, l’altro versante (quello della Dora Riparia), che viene semi-prosciugato per alimentare un nuovo e moderno sistema idroelettrico marchiato IREN, che dell’ecocompatibilità ha fatto la sua mission, soprattutto grazie alla catena di termovalorizzatori pubblicamente sovvenzionati, a corredo di vecchie e nuove centrali idroelettriche o policombustibile. Nello spazio dei 50 anni racchiusi nell’arco voltaico alla valle viene fatto dono – negli anni ’80 – del raddoppio (quasi completamente in galleria) del binario unico sul tratto più acclive e tortuoso (Bussoleno-Salbetrand) della ferrovia che collega Italia e Francia fin da quando il tutto ancora si chiamava Savoia. Per venire ai giorni nostri agli impegnativi e onerosi lavori di risagomatura del traforo ferroviario del Frejus. Un ampliamento destinato a rendere più scorrevole il trasporto di camion su treno sul tratto a cavallo del confine, da Bardonecchia a Modane. Poco meno di un miliardo di euro di denaro pubblico interamente speso, ma che viene “svalutato” dagli stessi amministratori delegati che adesso siedono ai vertici di TELT (il nuovo logo scelto per quel che resta del TAV Lyon-Turin, vale a dire il tunnel Bussoleno-St.Jean): gente che, prima della folgorante conversione sulla via del ferro, adorava la dea gomma e sedeva sulla poltrona SITAF (traforo & autostrada del Frejus); gli stessi personaggi che hanno spinto per la realizzazione di un tunnel e di un’autostrada (quasi tutta in galleria) e che (come aperitivo al buco per l’eco-treno) hanno scavato il raddoppio del tunnel stradale per i futuri eco-Tir (del resto chi vende camion li dichiara sempre più ecocompatibili, prossimamente elettrici): la quadratura del cerchio tra SITAF, IREN, ENEL & TAV…
Chi ha avuto la pazienza di seguirmi sin qui si sarà fatto un’idea di quante infrastrutture sono state messe a dimora negli ultimi 50 anni in Val di Susa, ma forse non tutti sanno che il fondovalle “utile” è largo mediamente poco più di un Km. Le due grandi centrali elettriche di Venaus, ad esempio, trasportano l’energia a grandi distanze con imponenti elettrodotti che determinano pesanti servitù di passaggio; e il più recente – che collega la rete elettrica italiana a quella francese – sta venendo interrato sotto la rete stradale. Abbiamo sempre affermato senza mai essere smentiti che, sia per metri quadri di “territorio utile” che per metri cubi di calcestruzzo pro capite, siamo una delle vallate alpine a più alta concentrazione di infrastrutture (e di denaro pubblico in esse riversato in luogo di una sempre più necessaria politica di prevenzione idrogeologica, resa drammaticamente urgente proprio dal cambiamento climatico). E le grandi infrastrutture proteggono solo se stesse, e neanche sempre: Genova, tragicamente, insegna.
Ora, per la sua caratteristica di lotta popolare straordinariamente longeva, con momenti di vera e propria ribellione di popolo come nel dicembre 2005, ci siamo (ci hanno?) caricati addosso aspetti simbolici che vanno anche ben al di la della posta in gioco, per cui la propaganda a tappeto dei giornali di “proprietà finanziario-palazzinara” ha svolto il suo istituzionale ruolo di disinformazione con un accanimento particolare (ampiamente e approfonditamente documentato nei lavori del Controsservatorio Val Susa). Ai No TAV non solo non la si può dar vinta, ma per poter costruire indisturbati la fabbrica dei conci di galleria (in zona esondabile!) si è deciso di mettere mano alla costruzione di una nuova “fabbrica del consenso” che, nel fritto misto di fake news di regime, ha posto l’accento proprio sulla pretesa ecocompatibilità della Grandeopera, sulla sua taumaturgica azione virtuosa contro il cambiamento climatico, ottenuta grazie al trasferimento modale gomma/ferro.
In 30 anni di studi, dopo decine di libri di autorevolissimi (e disinteressati) esperti è stata prodotta una documentazione mai smentita, anzi confermata dai dati reali e addirittura rivelata dai dati progettuali dei proponenti. Dati sui quali, peraltro, ci siamo sempre rigorosamente basati citandoli nelle nostre controdeduzioni. C’è in rete una montagna di gigabyte di argomentazioni che nessuna talpa riuscirebbe mai a perforare… Ma per confutare la propaganda di coloro che tentano di usare Greta e il movimento giovanile che da lei ha preso vita basta dire che nei documenti ufficiali di Italia, Francia e UE non vi è traccia della fu Torino Lione (oltre 300 km desaparecidos) e che i francesi sono sì favorevolissimi allo scavo della galleria di valico, ma solo perché la pagano gli italiani e l”Europa” e hanno formalmente deciso che prima del 2035 non intendono rimettere mano neanche alle carte progettuali delle cinque gallerie (ben più complesse e onerose di quella di valico) tra St. Jean e Chambery (nonostante le solenni promesse delle prime e ormai storiche brochure di propaganda). Anzi, l’attuale governo transalpino per il traffico merci ha optato per l’uso della ferrovia esistente Torino-Digione (in luogo di una nuova Torino-Lione)! Ma soprattutto va evidenziato che scavare le gallerie di una intera ferrovia ex novo aumenterebbe le emissioni di CO2 fino al 2038 (dati del Quaderno 8 dell’Osservatorio del Governo italiano). E a patto che (con un tocco di bacchetta magica?) sparisca più della metà dei camion e le merci salgano spintaneamente in carrozza!
Se davvero l’obiettivo perseguito fosse quello di mettere le merci (possibilmente utili) sui treni e non le mani su una montagna di denaro pubblico a favore di lobby private, si potrebbe lavorare da subito al riempimento dei binari esistenti, oggi ben al di sotto di un quinto delle loro potenzialità: chi sa se nel 2038 ci sarà ancora un solo ghiacciaio sulle Alpi, nel frattempo ridotte a una groviera dalla banda dei buchi che ha rubato l’adolescenza di Greta?

domenica 18 novembre 2018

Il bivio ad alta velocità - Paolo Mottana




Ad alta velocità verso la catastrofe
Le discussioni capziose sulla necessità o meno della Tav e soprattutto sulla definizione dei costi e dei benefici è così raso terra che non si vorrebbe neppure ascoltarla. Come se davvero il problema fosse quello. Come se il problema oggi delle politiche delle Grandi (ma sarebbe meglio definirle Gigantesche) Opere o comunque in genere degli investimenti sulle Alte Velocità, su un modello di sviluppo forsennato di cui ben conosciamo gli esiti, sia ambientali che umani e psicologici, fosse davvero quello.
La scelta di fare la Tav, che non  a caso ha visto in piazza i 40.000 (chissà perché questo numero mi ricorda qualcosa, specie a Torino) colletti bianchi dell’infinita crescita e dell’avanzata del capitalismo a qualunque prezzo, non è una scelta economica. È una scelta simbolica, politica e morale.

Dove vogliamo andare ancora? Da un pezzo ci siamo lasciati alle spalle prendendo la strada sbagliata il bivio che indicava da una parte la moderazione, il ritiro da questo assetto aggressivo verso la natura, le persone, le cose che è quello che ci trasciniamo appresso da alcuni secoli senza considerare che ci sta portando alla catastrofe (anzi che nella catastrofe ci ha già sprofondati fino al collo e non solo per motivi ambientali, molto evidenti ma soprattutto per motivi umani!) e dall’altra i cavalieri dell’apocalisse, quelli del muoia Sansone con tutti i Filistei.
Non ci rendiamo ancora conto che ogni scelta in funzione di una crescita che vuole solo dire mortificazione dell’ambiente, accelerazione delirante del lavoro di tutti, frenesia, dipendenza da forme di comfort sempre più ridicole e dannose e da farmaci e droghe che ci consentano di sostenere un ritmo di vita del tutto incongruo alla nostra e altrui natura, sperequazioni economiche tra ricchi e poveri sempre più pronunciate e saccheggio e massacro delle poche risorse rimaste su questo misero pianeta, è una scelta folle?
Davvero vogliamo questo? Siamo a tal punto anestetizzati da non renderci conto che ogni piccolo passo, o grande passo (come la Tav) ci porta un gradino o un abisso più avanti nella nostra corsa al suicidio?

Una mutazione antropologica
Ogni giorno che passa e che noi non prendiamo decisioni risolute per fermare tutto questo è un giorno che va moltiplicato per gli infiniti danni che la nostra indolenza su questo fronte produce. E ripeto, non è solo questione di natura(per quanto la natura sia non solo quella cosa che riteniamo bizzarramente separata da noi e chiamiamo ambiente ma anche la nostra natura, ciò di cui siamo fatti e che ogni giorno di più si contamina, si esaurisce e impazzisce).
È questione di una mutazione antropologica che va assolutamente frenata e se possibile fermata. La mutazione che ci sta portando a divenire sempre più impermeabili al dolore del mondo, al nostro stesso dolore, alla necessità del silenzio e dell’armonia tra uomini e cose, la mutazione vero una sorta di homo idiota che ha a cuore solo la propria presunta realizzazione lavorativa, il proprio successo, la propria affermazione a discapito di tutto il resto, anche semplicemente del tempo del riposo o dell’amore, del tempo della convivialità e dell’assaporamento lento della materia stessa dell’essere qui in questo mondo per un’unica volta.
Mai l’uomo è stato così ridicolmente centrato sul proprio ombelico come oggi. Ognuno è lanciato ad alta velocità verso il proprio deserto umano, verso la propria solitudine, verso la propria immolazione sull’altare di non si sa bene cosa, se non il vuoto. Basta guardarli i campioni del nostro successo e del nostro mondo per rendersene conto, nel loro livore, nella loro angoscia (di perdere quello straccio di potere che hanno ottenuto facendo a pezzi tutto nella propria vita, di perdere audience, di perdere l’appuntamento con le infinite occasioni in cui si devono rendere presenti passando come un treno ( ad Alta Velocità) su qualsiasi altra necessità di chi gli sta intorno (sempre che sia rimasto qualcuno), nella loro rabbia, nei loro volti maniacali, nelle loro risate rumorose e sgangherate.
È questa umanità che deve farci paura, ancor prima della catastrofe della natura, esterna e interna, nella quale volenti o nolenti dobbiamo ancora vivere, fin tanto che non saremo totalmente macchinizzati.
E allora è chiaro che la Tav ma altre infinite scelte, anche scelte quotidiane, diventano scelte morali, scelte politiche, scelte simboliche, scelte di vita o di morte.

Non ci sono alternative alla decrescita
Ogni volta che acquistiamo un aggeggio assurdo e inutile, ogni volta che accettiamo di aggiornare i nostri smartphone al delirio che avanza imponendoci forme di dipendenza sempre più astute e raffinate per non far smettere mai la ruota del supplizio del lavoro e del consumo di viaggiare ad Alta Velocità pur di stritolare il nostro tempo, la nostra soggettività e le nostre residue possibilità di prendere consapevolezza del circolo vizioso nel quale siamo intrappolati, ogni volta, ogni giorno, noi ci allontaniamo da quel bivio e da una vita che abbia senso vivere.
Oggi più che mai il tema della decrescita è cruciale, Anzi è vitale, sempre che sia ancora possibile salvare un’umanità che è già in camera di rianimazione da un bel po’.
Una decrescita non illudiamoci, che non sarà felice. No. Perché se è probabile che il giorno in cui ci saremo liberati dal fardello di merda in cui siamo affondati cominceremo a intravedere uno stile di vita che, in assenza di quella, possa essere ben vissuto, intanto avremo dovuto liberarci da tutte le dipendenze che abbiamo acquisito. Anzi, che il mercato ci ha imposto di acquisire. Decrescere, fondamentalmente, questo vuol dire. Rinunciare ad una ad una a quasi tutte quelle dipendenze. Quella dei mille canali televisivi e della qualità di un’immagine sempre più perfetta quanto mostruosa. Rinunciare all’infinita gamma di prodotti per la nutrizione, la cosmesi, la salute della nostra casa come del nostro corpo, che mentre ci guarisce però anche ci mette al lavoro di nuovo per ammalarci. Rinunciare agli aerei low cost, rinunciare a tecnologie sempre più inutili quanto dannose, concentrare le spese solo su ciò che davvero è vitale, la salute, quella vera, che deve essere riappropriata, non delegata a specialisti sempre più persi anch’essi nella ricerca devota solo alle leggi dei brevetti e di una farmaceutica ultramiliardaria, l’educazione, quella vera, diffusa, partecipata e non riposta in agenzie criminose che mettono ai ceppi il diritto di vivere dei nostri cuccioli (l’autore di questo articolo è tra i promotori del Manifesto dell’educazione diffusa).

Dovremo rinunciare al dannato ottovolante dell’industria dello spettacolo, dell’entertainment senza capo né coda, del turismo obbligatorio, dell’industria della cultura e del sesso per ritrovare il piacere di intrattenerci con la cultura condivisa, con nuove forme di convivialità, già sperimentate da molti ma comunque minoritarie, con il piacere ritrovato, sessuale e affettivo, a un raggio più corto e più ridotto di opportunità ma certamente anche più intenso.

Reddito universale
Come si fa a non capire che il reddito minimo garantito, universale, è l’unica misura che possa andare incontro al delirio del lavoro ad ogni costo anche quando con tutta evidenza avremmo i mezzi per ridurlo anch’esso al minimo necessario? E che occorre pagare tutti per questo? Crediamo di poter dare a tutti la possibilità di vivere più decentemente senza rinunciare un po’ alle nostre prebende? Incredibile sentire teste che dovrebbero essere provviste di grossi cervelli sostenere che i costi del reddito di cittadinanza non devono ricadere sulle tasche della popolazione. E di chi se no? Chiaro che un  mondo umano non impazzito lo capirebbe. Ma noi no, noi vogliamo la salute garantita, l’educazione, tutti gli infiniti gadget dell’idiozia imperante senza dover intaccare i nostri risparmiucci. Personalmente, se potessi, se un dio mi desse una bacchetta magica, non si può immaginare che razza di patrimoniale infliggerei a questo mondo di vigliacchi, me compreso. I nostri risparmiucci potrebbero compensare enormemente il famoso debito e forse emanciparci dal cappio delle corporazioni, dei manager del nulla, dei governanti beceri e dei giornalisti al servizio del rimbecillimento ad Alta Velocità.

Forse è venuto il momento di rompere i nostri porcellini di ceramica, di aprire gli occhi su un mondo che è totalmente deragliato e di fermarsi, di fare sciopero dalle fesserie con cui arrediamo le nostre giornate per guardarci in faccia, guardare in faccia tutti gli esseri che popolano questo nostro pianeta straziato e saccheggiato e fare causa comune per rallentare, desaturare, abbassare il volume del nulla vociante e tornare a quel maledetto bivio.
E questa volta girare dall’altra parte, pronti a sacrificare quella parte del nostro tempo e delle nostre presunte ricchezze, quella che viaggia ad Alta Velocità, che sta finendo di distruggere quel poco di buono che forse un’altra umanità avrebbe anche potuto offrire al mondo, se non fosse totalmente impazzita.