Sento da troppi giorni i tamburi della guerra che, in maniera opprimente, si stanno avvicinando sempre di più nelle nostre vite, appesantite dagli affanni, chi più chi meno, della quotidianità, ma non certo lacerate dai drammi che la guerra porta.
Ho 84 anni, ero un bambino durante la seconda guerra mondiale, ma mi ricordo molto bene il tragico bagaglio che aveva portato: mio nonno ferroviere fu ucciso in un bombardamento degli alleati mentre stava lavorando insieme ai suoi colleghi, la disperazione dei miei, la fatica e la paura di essere sfollati, la mancanza del cibo, il freddo, il terrore di chi rischia la morte per un tozzo di pane, le file interminabili per l’acqua. E poi, i grandi egoismi di molti, i gesti eroici di pochi, la generosità e l’altruismo esercitati in silenzio di altri.
Oggi la mia mente ripercorre quei ricordi dolorosi e vedo che nulla è cambiato: c’è chi inneggia alla guerra, anche nucleare, incurante dei dolori che porta, chi si fa alfiere di vari interessi, chi randella quotidianamente chi la pensa in maniera critica, azzerando il confronto e trasformando il dialogo in una assurda polarizzazione: amico di Putin se sei per la pace o difensore della democrazia se aderisci all’invio di armi per l’Ucraina. Perfino il Papa è stato dichiarato “pacifista estremista”, come se invocare la pace fosse da vigliacchi o peggio, da inetti, incapaci di “prendere una posizione”.
Roba da matti, o da incoscienti. O roba da falchi…
Anche Raniero La Valle, un giornalista e mio antico collega della Rai, che ha prodotto storici documentari sulla Palestina, la Cambogia e il Vietnam, nel suo editoriale su Facebook, sostiene di aver paura della guerra, perché: “anche a noi fu detto “Vincere! E vinceremo”, come infatti accadde con armate straniere che si combatterono sul nostro suolo e dal cielo distrussero le nostre città. (…) Ma noi abbiamo paura che le ultime notizie, magari come allora nascoste nelle “brevi” e poi a lungo secretate, ci informino di un’azione altamente meritoria e densa di valori imperituri come quelle compiute a Hiroshima e Nagasaki; abbiamo paura di perdere non la vita, ma ciò per cui abbiamo combattuto per tutta la vita: per la pace, la libertà, l’onore, la difesa dei popoli martoriati ed oppressi dalle colonie, dagli Imperi, dalla Trilaterale, dagli Esodi, dalle guerre bipartisan, dalla fame, dalla “giustizia infinita” inalberata per gratificare il mondo intero della democrazia, dei respingimenti, dei porti chiusi e delle estradizioni; così come abbiamo combattuto contro le operazioni alla “Desert Storm” per annientare Stati canaglia e terrorismi, o contro i missili stranieri da Comiso puntati contro l’Ungheria.”
Gino Strada, come lo hanno ricordato a un incontro a Sesto S. Giovanni, prendendo in prestito le parole di Albert Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra, diceva sempre che la guerra non si può umanizzare, ma solo abolire, perché è impossibile e illusorio imporre regole di comportamento.
La pace non va contrattata, non è un’opzione tra tante, la pace si abbraccia senza se e senza ma, anche a costo di essere perdenti.
Apro un sito: atlanteguerre.it, molto interessante. Nella cartina interattiva, si clicca nei paesi colorati e si legge il conflitto: il mondo è come se avesse una cintura fatta di paesi in guerra. Troppi, ancora. La lista dei paesi si allunga quotidianamente.
In America Latina, ad esempio, lo sanno bene cosa hanno portato le guerre e le dittature. Popoli assoggettati, sterminati, come ad esempio i paesi del Centro America, il Salvador o il Guatemala, chiamati, per le continue stragi delle loro popolazioni “il mattatoio d’America” e che hanno avuto dalla storia solo un flebile “scusa” di Barak Obama in una conferenza stampa nel 2010. Ma si sa, non tutte le vittime di guerra hanno la stessa considerazione. Eppure quel continente, senza voce da sempre, al contrario di noi occidentali, ormai ridotti a consumatori alienati anche di guerre, esportatori di una democrazia svuotata, di cui non sappiamo più neanche il senso, è sempre alla ricerca del “buen vivir”, in una dimensione circolare, che produce benessere per tutti, spirituale e materiale, senza escludere nessuno.
Spesso, da quando conosco quel continente, mi sono domandato: ma chi vive meglio, noi o loro?
I media certo non aiutano a capire: se prima eravamo ossessionati 24 h da notizie, informazioni, appelli quotidiani sul Covid, oggi la nuova ossessione sono le immagini di guerra, la cui quantità e tipo di messaggi ormai è fuori controllo; questo sistema, ormai, in una sorta di news war, ha spento tutte le voci del resto del mondo e non mi soffermo più sulle fake, che si rincorrono ad arte, nella impossibilità di essere smascherate. Approfitto, però, per ospitare tra le mie righe un appello dei nostri più importanti inviati di guerra che mi ha segnalato Livio Senigalliesi, uno dei fotografi che ho ospitato nelle pagine della mia rivista “Latinoamerica”: https://bit.ly/3uSa56J.
Oggi sono costretto a casa e osservo distrattamente i telegiornali e i programmi, spalmati tutti sulla guerra Russia-Ucraina, tanto da farmi avere un leggero senso di nausea, un overload di notizie, come mi era capitato con la pandemia, ora scomparsa dai radar, anche se la curva, pare, si stia rialzando. Telegiornali di 30 minuti, dove 24 spesi nel conflitto che ci invade e 6 miseri minuti su politica estera e italiana e ovviamente, per “politica italiana” intendo la cronaca nera, lasciandoci però appesi su questioni che erano primarie nell’agenda fino a qualche tempo fa: ad esempio i migranti portati in Bielorussia dal Medioriente e bloccati ai confini della Polonia da un muro di filo spinato di più di 180 km, che fino hanno fatto?
Ma come si può andare avanti così?
Per sapere qualcosa di serio e vero sui conflitti e sul mondo, ormai ascolto quasi solamente Radio Vaticana.
Sulla rivista Missioni Consolata il suo direttore Gigi Anataloni, nel suo editoriale nomina monsignor Tonino Bello, che sosteneva qualche tempo fa: “Il mio desiderio è quello del cessate il fuoco, perché non è possibile, non è accettabile, non è pensabile che ancora oggi, con tutto il progresso che abbiamo fatto, con tutta la cultura che abbiamo alle spalle, della gente debba essere massacrata a questo modo. E’ osceno. Io credo che ci vergogneremo domani per la nostra mancanza di insurrezione di coscienza (…) La guerra tutto può partorire, fuorchè la pace e la giustizia. La pace non arriverà, finchè non si farà giustizia.”
Non ci rendiamo neanche conto che questi tamburi di guerra non porteranno certo alla prosperità economica, anzi: l’inflazione sta crescendo e crescerà ancora indebolendo il valore dei già magri stipendi delle classi più fragili, aumenteranno i precari, i prezzi si gonfieranno sempre di più e le conseguenze sociali saranno devastanti, non soltanto per l’Europa, ma anche per altre regioni del mondo: la globalizzazione non dà scampo a nessuno, e la pandemia ci ha già insegnato che i confini non esistono più.
Vorrei concludere questo mio breve articolo sulla pace, con una notizia di speranza, che tanto ci fa bene, e che viene proprio dal popolo cubano che ho apprezzato per i tratti che lo caratterizzano: la dignità, l’umanità, ma soprattutto la loro solidarietà nelle piccole e grandi cose, nonostante siano strozzati da un blocco economico che dura da più di 60 anni, nonostante siano stati messi a forza nella vergognosa lista di “stati canaglia”.
Nei giorni scorsi, è passata in Italia una delegazione di scienziati cubani che Fabrizio Chiodo in collaborazione con AICEC e l’Ambasciata cubana, ha portato a Napoli. Sono tre generazioni di grandi ricercatori della biotecnologia cubana: il professor Luis Herrera-Martinez, uno dei padri di questa disciplina, Dagmar Garcia Rivera, la più giovane, e il professor Verez-Bencomo a cui si deve lo sviluppo del primo vaccino sintetico della storia, il vaccino contro Haemophilus influenza del tipo B, e anche il vaccino contro la polmonite, che, a differenza di quello statunitense venduto a 100 dollari la dose (il cui costo proibitivo non può essere acquistato da paesi depressi economicamente) ha permesso e permetterà ai bambini di Cuba e dei paesi più poveri di essere curati contro una delle malattie più letali per l’infanzia, la polmonite. L’iniziativa napoletana racconta la storia personale dei tre protagonisti e la storia della biotecnologia di Cuba, ma soprattutto la collaborazione tra l’istituto vaccinogeno Finlay all’Avana e il Laboratorio di Virologia dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino che sta lavorando per comprendere lo spettro di applicabilità dei vaccini cubani (soprattutto il vaccino Soberana Plus) in funzione delle varianti in circolazione.
A Cuba, diversamente da altri Paesi, anche i più industrializzati, i decessi per Covid (normalizzati sulla popolazione) sono risultati inferiori durante tutta la pandemia, soprattutto durante l’arrivo di Omicron e questo grazie sia a una campagna di vaccinazione ma soprattutto ai vaccini pubblici sviluppati, nonostante il blocco economico imposto dagli Stati Uniti che vieta l’approvvigionamento di materie prime, strumenti e tecnologie. Di fondamentale importanza è stato anche aver sviluppato l’unico vaccino contro SARS-CoV-2 pensato per la popolazione pediatrica e somministrato al 97% dei bambini cubani dai due anni in su. Fabrizio Chiodo, ricercatore del CNR e collaboratore dell’istituto vaccinale Finlay dove ha lavorato al disegno e allo sviluppo dei vaccini Soberana, ha spiegato in un articolo di Franz Baraggino sul Fatto quotidiano: “Ci si è concentrati sui vaccini proteici che, a differenza dei vaccini a materiale genetico come Pfizer e Moderna, si basano su una tecnologia già nota e largamente utilizzata anche in campo pediatrico. I dati sono stati messi a disposizione della comunità scientifica e pubblicati su riviste scientifiche internazionali ed è in corso la procedura di pre-qualifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un ok che basta ad agevolare l’export del vaccino cubano in molti paesi del mondo. Sono a basso costo, con un brevetto pubblico ed un trasferimento di tecnologia piuttosto semplice. Per questo penso che possano essere importanti nel supporto ai tanti Paesi che non vedranno la loro popolazione vaccinata prima del 2023. Abbiamo tentato di realizzare un ponte, una strategia che stimolasse un interesse su questi vaccini nonostante gli standard previsti in Europa, nella speranza che le evidenze scientifiche prevalgano sulla geopolitica e che nessuna opportunità sia preclusa alla lotta contro il Covid”.
Più vaccini e meno armi, ha detto il Papa già a ottobre scorso. Non può essere considerata solo una esortazione di un leader religioso, è un messaggio impellente rivolto a tutti noi, soprattutto nel nostro Paese, dove la spesa sanitaria è condannata a continui tagli e i fondi per l’Istruzione ci sbattono all’ultimo posto nella graduatoria europea.
Un antropologo ha detto che l’inizio della civiltà è iniziata da un femore guarito. Nell’era preistorica, animale o uomo, quando si ferivano, la loro vita era condannata. Non potevano scappare. Un femore guarito è stata la prova che qualcuno si è preso cura del ferito, lo ha protetto e lo ha curato.
Questa regola vale ancora oggi: nessuno si salva da solo. Lo ha detto il Papa ma lo hanno già detto le popolazioni millenarie prima di lui. Noi dobbiamo solo ascoltare e seguirne il solco e, come amava dire Vittorio Arrigoni, Vik, il mio giovane collega, scrittore e pacifista che sognava e lavorava per la pace tra Palestina e Israele, “restare (restiamo) umani”.
me lo ricordo bene, Marco Pantani, quando accendevo la tv per vedere le sue salite. dopo di lui ho smesso di guardare il ciclismo. il libro ha la struttura di un coro greco, tante voci che raccontano un pezzo della sua vita, nella gloria e nel dolore, nelle parole di chi gli ha voluto bene. un libro che vale la pena di leggere, per ricordare quel ciclista che ci ha fatto sognare. buona lettura.
Sul traguardo
chiudeva gli occhi e apriva le braccia come un airone, quasi a voler spiccare
il volo dal sellino. Sulle cime, dell’Alpe d’Huez, del Mortirolo, del Galibier
era più vicino al cielo, che voleva toccare con un dito. Amava fare l’elastico,
che nel gergo ciclistico vuol dire che si allontanava e si avvicinava al
gruppo, e quando su quelle montagne pedalava dritto, staccato dal sellino, per
parecchi minuti sui tratti più impervi, passava avanti a tutti e li guardava in
faccia uno per uno. Poi il 5 giugno del 1999 uno sfregio a freddo, il controllo
antidoping qualche ora prima della partenza della tappa Madonna di
Campiglio-Aprica e il 14 febbraio di dieci anni fa l’airone ha chiuso le ali,
Marco Pantani è morto in una stanza dell’Hotel Le Rose a Rimini.
Marco Pantani, era fatto un
po’a modo suo con quella pelata e la bandana, un po’anarcoide, diceva che
attaccava solo quando sentiva la voce dentro che gli dava il la, non amava
studiare il percorso metro per metro prima della tappa, come facevano gli altri
campioni. In virtù di quelle cime dei Pirenei, conquistate a forza di poderose
pedalate e di quell’ingresso trionfale ai Campi Elisi a Parigi, al Tour del
1998 dopo aver vinto il Giro d’Italia come Coppi, Pantani aveva osato troppo,
si sentiva un dio e rischiava di far saltare il circo delle due ruote, andava
fermato. Il sistema sportivo che lo aveva lanciato ed esaltato, non era più
disposto a tollerare, poteva andare fuori controllo Marco Pantani, che non era
un indisciplinato…
In quasi dieci anni di professionismo Marco Pantani ha
vinto poco più di una trentina di corse, un bottino modesto se paragonato a
quelli di Coppi o Merckx, Moser o Cipollini. Eppure il Pirata ha conquistato la
storia e il popolo del ciclismo come da tempo nessuno riusciva a fare. Perché
era uno scalatore che veniva dal mare. Perché è decollato sul Mortirolo e sul
Galibier ma è precipitato nella cocaina e nella depressione. Perché inseguiva
l'amore ma finiva a puttane. Perché era un uomo solo. Nel decennale della
scomparsa, Marco Pastonesi ricostruisce la carriera di Pantani raccogliendo le
testimonianze inedite di chi lo ha frequentato da vicino: i suoi gregari, i
dirigenti sportivi, gli amici delle piadinerie. Una polifonia di voci inattese
che restituiscono la Romagna da cui non si è mai separato, le montagne che lo
hanno consacrato a mito, gli scalatori del passato di cui è stato erede, e le
debolezze dell'uomo: il doping, qui raccontato da una prospettiva che scardina
i luoghi comuni sul fenomeno, e la droga. "Se Pantani era un solista, e un
solitario," scrive l'autore nell'introduzione "questo libro è il coro
delle tragedie greche, è la banda che accompagna un feretro nei funerali di New
Orleans, è cento cantastorie che raccontano le gesta di un guerriero, di un
bandito, di un pirata, ed è anche una cartina geografica. Qui non c'è giudizio,
non c'è sentenza, non c'è verdetto, non c'è ordine di arrivo né classifica
generale. Ognuno ha la sua versione".
Pantani non era un Dio. Pantani era un ragazzo con un
talento incredibile per la bicicletta e una sfiga altrettanto incredibile, con
una grandissima forza di volontà che gli ha permesso di rialzarsi più volte
dopo i vari incidenti, ma anche con un carattere fragilissimo; a dispetto del
titolo (perchè abbiano scelto questo passaggio dal ricordo di John Gadret è
incomprensibile), il pregio di questo libro è proprio quello di mostrare la sua
fragilità umana tanto quanto il suo talento in modo piuttosto originale ed
efficace.
Il libro è infatti diviso in
una ventina di capitoli, ciascuno dei quali è a sua volta diviso in due: nella
prima parte l’autore racconta, con tono epico ma non retorico, le grandi
imprese di Pantani.
Nella seconda parte l’autore
lascia invece la parola ai “testimoni”, persone che gli sono state accanto nel
corso della sua vita ed hanno voluto lasciare un breve ricordo (una paginetta
al massimo) del Pirata e del loro rapporto con lui (qualche nome? Alfredo
Martini, Beppe Martinelli, Davide Boifava, Andrea Noè, Davide Cassani, Marco
Velo, Paolo Savoldelli, Massimo Podenzana, Riccardo Magrini e lo sciagurato –
per quella frase fuori posto nel titolo – John Gadret) raccontando piccoli
episodi magari insignificanti della sua vita, che messi insieme danno un quadro
della sua umana fragilità , della sua sofferenza (anche prima di Madonna di
Campiglio) e delle difficoltà di chi ha provato a stargli vicino; tanti punti
di vista diversi, tante esperienze diverse, tante tessere di un mosaico che
compongono un quadro piuttosto eterogeneo della vita pubblica e privata di
Pantani, dell’orgoglio e della difficoltà di chi gli era vicino; il racconto
è molto piacevole ed il quadro che ne esce è qualcosa di completamente diverso
da quanto eravamo abituati a leggere o sentire su Pantani.
Gradite assenti solo le tesi e le congetture sulla sua
morte, che – qualunque sia la verità – non cambiano la storia dell’uomo, il cui
destino era forse comunque tragicamente segnato.
Pantani trovato morto in un residence - Gianni
Mura
14 febbraio 2004 – Marco Pantani ha cominciato a morire
quella mattina del ’99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività,
non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori,
invischiati nelle faccende dell’ematocrito, del doping, si sono fermati e sono
ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese.
Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva
all’opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la
sua fuga ha avuto distacchi crescenti. E ogni tanto, su questo o quel giornale,
su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna.
Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed
è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza
sapore. Un palcoscenico senza un prim’attore, con volenterosi caratteristi che
però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva
benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l’equivalente
dell’acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La
spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto
via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per
aria. Erano gli altri a non reggere il suo passo, che all’inizio sembrava
quello sghembo, di un arrotino, lo zigzagare incerto di un aratro, ma più la
salita assumeva pendenza più diventava una condanna, una specie di campana a morto
per chi doveva inseguire e non ce la faceva assolutamente a tenere quel ritmo.
Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così
forte in salita?» E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non
riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia». Ecco, pensando a questa
frase ho fatto i calcoli: la sua agonia è durata qualcosa meno di cinque anni.
Però è stata un’agonia. Pantani è stato troppo grande in bicicletta per
accettare di essere piccolo, peggio di essere rimpicciolito per legge, di
essere uno come tanti. Non era questa la vocazione, non era questo il suo
destino. La sua vocazione era quella di svegliare le montagne, di essere
paragonato a un fossile, Pantadattilo l’avevo battezzato un giorno, perché mi
dava l’impressione di un animale preistorico, una specie di Godzilla su due
ruote, qualcosa che rompe l’asfalto delle strade nuove, le regole del nuovo
ciclismo (che l’hanno portato dove l’hanno portato, per inciso) e riporta ai
tempi eroici, a quelli di Binda, o più ancora, più lontano, di Giovanni Gerbi
detto il Diavolo Rosso, che somigliava nel fisico, nella pelata, a Pantani.
E questa pedalata di Pantani era un linguaggio
universale, non a caso i francesi, con la loro puzza sotto il naso in fatto di
ciclismo e non solo, l’avevano adottato. Saltavano sui tornanti del Galibier o
del Plateau de Beille esattamente come i romagnoli, i bergamaschi, i liguri.
Pantani era uno spettacolo, e chi l’ha visto, in quegli anni, soprattutto nel
magico ’98, l’accoppiata Giro-Tour, non se lo può dimenticare. Era un corridore
diverso dagli altri, come uno che vuole essere diverso. Anche questo soprannome
di Pirata, che s’era scelto, quel cranio rasato a zero anche quando il sole dei
Pirenei avrebbe raccomandato prudenza. Lo scalatore di Cesenatico, si usava
dire. Ma i nonni venivano da Sarsina, un paese dell’Appennino romagnolo dove
ancora ci sono le processioni per salvare gli indemoniati, e al loro collo si
mette il collare di san Vicinio. Il paese di Plauto, anche, ma Pantani non
aveva maschere. Aveva solo la sua faccia, normale, gli occhi profondi, un po’
liquidi, le orecchie larghe, a sventola. Da ragazzino, raccontava, andava
sempre a scuola col coltello in tasca, «per difendere i più deboli». Non ho mai
indagato oltre. Ha avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe,
si è rotto dappertutto, si è sempre rimesso in piedi.
A Madonna di Campiglio è stato come tagliato in due, non
si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di accanimento nei suoi
confronti, e forse un po’ aveva ragione. Ma lui era qualcuno di molto grosso,
nell’acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più notizia. Questa, stanotte,
è l’ultima volta che fa notizia, ed è una brutta notizia per quelli che
nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli che, come me, si
erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per
non ammettere fino in fondo l’inquietudine, il dispiacere. Da anni si sapeva
delle cosiddette cattive compagnie, delle droghe non solo ciclistiche, dei privé
delle discoteche, i carissimi amici che forse non erano tanto amici, ma chi si
può assumere il diritto di andare a consigliare un disperato? Perché,
sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo con la sua bici, e
nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare a essere qualcuno
con quella bici. I tentativi li aveva fatti, anche all’ultimo Giro d’Italia,
per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo
posto. Non era da lui.
Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto
all’ora tarda o al dolore, si può dire che Pantani senza bicicletta era come
l’albatros di Baudelaire. Adesso, che non si sa di preciso come è morto, si può
dire che raggiunge i ciclisti morti di malamorte, di morte strana: Pélissier steso
a revolverate dall’amante, Pottier impiccato nel garage per una delusione
d’amore, Robic ridotto a fare l’uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in
auto in una curva, Ocaña che si è tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne
di Villeneuve-de-Marsan. Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime
cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua
stella polare e anche morale, l’unico che era riuscito a spronarlo, a fargli
fare la vita del corridore, ad avere un’influenza su di lui anche da morto,
tanto è vero che il Tour del ’98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di
Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva
tornare. Ormai si era isolato in un mondo suo, con delle regole sue.
Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre
in palestra, sta pensando al body building. Io continuavo a darlo per disperso,
sapevo che non sarebbe più tornato, e sapevo, anche se è facile dirlo adesso,
che sarebbe finito male. Non così presto però, in questo modo no, non lo
aspettavo. Se ne riparlerà, è inevitabile, si sta parlando di una morte che
addolora tutti, che non si sa ancora a cosa attribuire, se a un gesto
volontario, a un errore. Resta emblematico il nome dell’ultima scena, che non
era una salita: le Rose. Sono fiori romantici. Altri osserveranno che è triste
morire da soli la notte di san Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in
qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se
attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad
accettarsi così com’è, e nemmeno la vita che questo comporta.
Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa.
Diventerà un mito, probabilmente. Come quelli che muoiono troppo presto, come
quelli che non si sa perché muoiono. Avrei preferito vederlo invecchiare, e
bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.
Pantani, 10 anni dopo. Mura: “Quando morì, pensai di lasciare Repubblica”
Con il menisco evaporato (“E’ a pezzi, strano per uno che
dallo sport è stato lontano”) e le sigarette razionate
(“Ormai, a un passo dalla crisi d’astinenza, prediligo solo quelle più
importanti: al cesso, dopo il caffè, alla fine del pasto”) Gianni Mura non ha mai venduto fumo. Non firma
appelli e rifiuta da sempre di iscriversi al Partito. A 68 anni,
non ha cambiato idea: “Vorrei chiamarmi fuori dai due schieramenti che dalla
morte di Pantani si danno battaglia con immutabili
argomentazioni che non mi appartengono”.
Ce le espone?
Chi urla: ‘Cazzo, ancora ce la menate con questo drogato’ e chi risponde: ‘Lo
hanno imbrogliato, era un angelo caduto dal cielo, vittima di un complotto cosmico’.
Pantani aveva una grandissima umanità. Se lo sono dimenticati tutti.
Non i tifosi
Pantani ha vinto una quarantina di corse, quante Merckx in una sola stagione.
Ma sapeva accendere la fantasia come pochissimi altri. Durante il tour del ’98
l’Italia si bloccò. Le vecchiette in estasi, la gente accalcata al bar come
negli anni 50. Se ancora, in quei sacrari verticali che sono le salite, la
gente mette cartelli per ricordarlo significa che l’eco delle emozioni non si è
spenta. Nei suoi confronti c’è una gratitudine che va oltre il rimpianto e la
Pietas. È un riconoscimento costante, silenzioso, non appariscente.
Perché secondo lei?
Non conta solo vincere. Conta soprattutto come lo si fa. E Pantani, rispetto al
suo microcosmo, era un alieno. Nel parlare e nella pedalata. Se lo osservi,
manifesta un’inesausta stanchezza. Una sofferenza nutrita da pochi sorrisi e
nessuna ombra di felicità, neanche sul traguardo. Non ho mai trovato ciclisti
che per rilassarsi ascoltassero Charlie Parker, né scalatori che come lui
dicessero: “Vado forte in salita per abbreviare la mia agonia”. Pantani era di
quella pasta. E comunque, come lui non ne vediamo più.
Lei lo aveva soprannominato Fossile
O Pantadattilo. Un cardellino di 56 chili in mezzo alle aquile che portava fieramente
pizzetto e baffi non diversamente dai primi ciclisti dei tempi eroici alla
Petit-Breton. Entusiasmava perché scuoteva dalle fondamenta uno sport di
ragionieri o, per essere più precisi, di grandi passisti che andavano forte a
cronometro e in salita si limitavano a controllare. Pantani in salita tirava
colpi pazzeschi. Non calcolava. Che gli andasse bene o male, giocava d’istinto.
Dava retta a pochissime persone. Non distingueva gli amici veri da quelli
falsi. Un vizio che alla lunga lo ha progressivamente avvicinato alla fossa.
A chi avrebbe dovuto dar retta?
A chi cercava di riportarlo in pista perché gli voleva bene e capiva che senza
bici, Pantani era mutilato. C’era chi gli riempiva le notti di coca e donne a
pagamento per scroccargli denaro o stordirlo. La sua fine, tristissima e molto
dolorosa, tecnicamente è un suicidio lungo 5 anni. Con tentativi di riemersione
e nuovi inabissamenti. Ed è soprattutto una storia di profonda e straziante
solitudine. Se avesse avuto vicino uno come Luciano Pezzi, l’ex comandante
partigiano che era stato con Gimondi e che a Marco fece firmare un contratto
mentre era in stampelle parlando in romagnolo stretto, Pantani forse sarebbe
ancora qui.
La avvertirono a pranzo
Ero con mia moglie, in ferie, senza computer. Mi chiamò un collega quasi
omonimo, Aligi Pontani: “È morto Pantani”. Io di getto: “Che cazzo dici?
Inventatene un’altra”. Poi dettai a braccio. Un quarto d’ora. L’articolo meno
scritto della mia vita.
Lei su Pantani ha scritto molto
Anche se a lui è legato il momento più difficile del mio percorso, non ritiro
una virgola. Dopo Madonna di Campiglio, quando venne trovato con l’ematocrito
impazzito, venni investito dalle lettere. Il senso era: ‘E adesso, dopo averci
aiutati a innamorarci di lui, come la mettiamo con la sua squalifica?’. Mi
mandarono in crisi. In questo sempre più sputtanato mio mestiere, il rapporto
di fiducia con il lettore è tutto. Pensai anche di lasciare Repubblica e il
lavoro. Ne uscii riflettendo. Puoi avere i tuoi sospetti, ma se non hai le
prove, non puoi sbattere i tuoi dubbi sul giornale. Avremmo dovuto disporre di
provette e intercettazioni. Non le avevamo. Puoi andare a 200 all’ora in
autostrada, ma se il Tutor non ti becca sei pulito.
Cosa è cambiato in 10 anni?
L’unica cosa nuova è che l’ultima disperata invocazione di Pantani: ‘Leggi
uguali per tutti’, è stata inascoltata. Per qualcuno, un nome a caso Armstrong,
si faceva un’eccezione. Per tenergli un bell’ombrello aperto sulla testa si
scomodava L’Uci, L’unione ciclistica internazionale. Non Fracazzo da Velletri.
Gianni Mura è senza dubbio una delle firme più prestigiose che il
giornalismo italiano possa annoverare. Maestro di linguaggio e sensibilità, ci
ha raccontato della sua carriera, del suo sport, del suo scrivere.
Gianni Mura nasce a Milano
il 9 ottobre 1945. Appassionato di medicina, archeologia e musica, si affaccia
al mondo del giornalismo sportivo non ancora ventenne. Ha iniziato a La
Gazzetta dello Sport, anche se il quotidiano al quale è più legato
rimane La Repubblica. Ha scritto anche per L’Occhio, Epoca,
Il Corriere dell’Informazione. Le sue rubriche, sportive ma anche
culinarie, hanno fatto la storia del giornalismo italiano e sono innumerevoli,
così come i premi che gli sono stati conferiti durante tutta la carriera.
Autore, tra l’altro, di due romanzi (Giallo su giallo e Ischia),
Gianni Mura è a tutti gli effetti uno dei più importanti giornalisti sportivi
del secondo Novecento.
Allora,
partirei dal presente: di cosa si occupa oggi Gianni Mura?
90% sport, 10% ristoranti.
Ciclismo
e calcio sono i due sport che ha sempre seguito: tra i due, dopo decenni di
onorato servizio, quale preferisce e perché?
Attualmente il ciclismo, senza dubbio. Per un periodo
si sono contesi lo scettro di sport da me preferito, ma alla lunga il ciclismo
ha prevalso per una serie di motivi: per i paesaggi che attraversa, per la
possibilità di spaziare che regala alla scrittura, soprattutto perché almeno
nelle corse a tappe si corre giorno dopo giorno e quindi le critiche di
qualsiasi genere vengono azzerate. C’è subito la chance di rifarsi, di
vendicarsi, di dare battaglia. E, al di là dell’aspetto meramente lavorativo,
mi appassionano anche pallavolo e atletica leggera.
Quando
entrò in Gazzetta, quindi oltre cinquant’anni fa, cosa si aspettava e come
immaginava questo mondo?
Avrei di gran lunga preferito Il Corriere
della Sera, non lo nego. L’occasione che La Gazzetta dello Sport mi
stava dando in quel momento la vedevo come una buona gavetta che mi sarebbe
tornata utile più avanti. Sicuramente non pensavo di diventare Gianni Mura: non
che non ci credessi, attenzione, è che non mi interessava minimamente, non me
ne curavo. Mi davo da fare per scrivere meglio possibile e basta. La mia
carriera universitaria durò due mesi, mi resi conto che avrei imparato più sul
campo che in cinque anni di esami. E alla fine mi affezionai all’ambiente, alla
vita di redazione, all’archivio. Venivo pagato per scrivere e a me sembrava un
sogno perché avrei scritto anche gratis, sui muri. Ho avuto la fortuna di
vivere un’epoca d’oro del giornalismo italiano, piena di grandi maestri che
insegnavano volentieri il mestiere. Di quei giorni conservo ricordi bellissimi.
Il
suo percorso come giornalista nasce da liceale, quando viene segnalato per la
spiccata capacità nello scrivere bene: con la scuola di oggi, sarebbe ancora
possibile?
A malincuore, no. Anzi, direi che è vivamente
sconsigliato. C’è un analfabetismo di ritorno pazzesco. Nel giornalismo, ad
esempio, è scomparsa la figura del correttore di bozze e io lo trovo
profondamente sbagliato.
Cos’ha
significato, per lei, raccontare sport in un certo modo all’interno di un
quotidiano e quindi “spalla a spalla” con tematiche politiche, economiche,
sociali? E’ stato un percorso tortuoso?
Allora, prima di tutto si è rivelata azzeccata la
linea che decisi di adottare quand’ero ancora alle prime armi: piedi per terra,
chi vince non è una divinità, lo sport è importante ma è soltanto una parte del
tutto e della nostra vita. Ritornando alla domanda: da parte mia, non c’è mai
stato nessun complesso di inferiorità. E questo è dovuto alle esperienze
extrasportive che ho maturato nel corso degli anni, ad esempio a Epoca.
Quando si parla di carta stampata, le ho fatte tutte. Quindi, per concludere,
direi che non ho sofferto questa convivenza.
Come
veniva considerato, dal lettore, il giornalista sportivo cinquant’anni fa e
come viene considerato oggi?
Prima era tutto più semplice. E anche valido, credo.
Ogni quotidiano aveva le sue firme di prestigio, personaggi famosi e dai
contenuti importanti. E noi giornalisti eravamo davvero l’unico tramite
esistente tra gli sportivi e l’opinione pubblica. Adesso c’è questa
competizione coi social: siamo arrivati al punto che tanti del settore scrivono
in un certo modo proprio per accontentare questo pubblico, di modo che risparmi
loro il massacro. Oggi, il più bravo è il più veloce, e una bella fetta di
colpa da questo punto di vista ce l’hanno i siti dei giornali. E’ una lotta sul
filo dei secondi. E chi se ne frega se nella notizia si trova scritto “anno
scorso” con l’h: è stato il più veloce, quindi va bene così.
Che
rapporto ha con la tecnologia e con la televisione, tanto da fruitore quanto da
ospite (nel caso della seconda ovviamente)?
Non sono un mostro televisivo, me ne rendo conto.
Nemmeno per la radio, a dir la verità, ma tra le due la preferisco. Proprio per
questi motivi, mi rintano nel mio cantuccio e scrivo. Non voglio e non
m’interessa fare la vergine immacolata: in televisione qualche volta ci sono
stato. Solo in alcuni programmi, però. Dove c’è la possibilità di parlare,
senza assilli, ricordando magari qualche episodio del passato. La maggior parte
di quelli odierni, invece, punta a far contento il tifoso. E a me non sta bene,
quindi non ci vado. Per quanto riguarda la tecnologia, sono davvero poco
pratico. Quando si parla di social network e web, penso soltanto a una cosa,
ché poi è una speranza: che la rivoluzione tecnologica non finisca per
rivoluzionare anche il modo di pensare di chi scrive. Sarei contento se andasse
così, mi basterebbe.
Il
fatto che il web abbia esteso la possibilità di improvvisarsi giornalisti è
necessariamente un male?
Assolutamente no, ma tendenzialmente sì. Mi spiego.
Molti ragazzi, più o meno giovani, mi fanno avere dei loro pezzi: per un
consiglio, magari un parere. E alcuni di loro sono davvero bravi. Una cosa,
però, va detta: scrivere un qualcosa dal salotto di casa non significa, sempre,
fare giornalismo o essere giornalisti. Se mi faccio un uovo al tegamino, non è
detto che sia uno chef. Il problema, secondo me, è che tutti vogliono essere
qualcuno o qualcos’altro, e invece va a finire che nessuno è nessuno.
“Gianni Mura al Tour è la miglior importazione dall’Italia
dopo Coppi” (Jean Louis Le-Touzet, Libération)
Come
valuta il giornalismo sportivo italiano su carta, ad oggi?
In generale, la tendenza mi sembra quella di scrivere
per la curva dello stadio: poca, pochissima critica e invece tanta pancia, enfasi.
Quando, il lunedì mattina, vado a comprare il giornale, vorrei che qualcuno mi
spiegasse perché tizio ha vinto e caio ha perso senza dover obbligatoriamente
tirare in ballo l’arbitro, e al di là della cronaca dell’evento. Rispetto a
qualche decennio fa, direi che il servizio è notevolmente peggiorato.
Dove
si parlerà di sport, che sia ciclismo o calcio, tra vent’anni?
Mi auguro sulla carta stampata, ma ne dubito
fortemente. Dal mio punto di vista, bisognerebbe ripensare il modo di fare
giornali. Una rivoluzione delle menti pensanti, ecco. Io, ad esempio,
eliminerei una buona parte della politica che appesantisce diverse pagine della
prima parte di ogni quotidiano. Più inchieste e report, per dirne una, sarebbe
già qualcosa. Più fuori che dentro alla redazione, ecco. Quando avviai io, i
direttori mandavano in giro a consumarsi le suole delle scarpe e guai a tornare
senza una storia. Oggi, invece, sono soltanto gli occhi e i polpastrelli a
consumarsi. Non serve l’eccezionalità a tutti i costi e il lettore vuole
sentirsi civilmente rappresentato.
In
un’intervista racconta che la critica avanzata più volte nei suoi confronti è
stata quella della esagerata moralità. Mi viene in mente l’episodio che pochi
mesi fa vide coinvolto Nainggolan e quel famoso video che postò sui social.
Ora, indignarsi ed ergersi a professori o maestri è altrettanto deprecabile: ma
com’è possibile che sport ed etica/morale siano attualmente così divisi? Come
si è arrivati a questo? Perché la normalità fino a qualche decennio fa era incarnata
(o si avvicinava molto) da modelli come Zoff e Scirea mentre oggi si lascia
passare tutto come se niente fosse?
Nainggolan bel giocatore, peraltro, ma personalmente
andrei a cena fuori con Zoff e Scirea tutta la vita. Le cause sono tante: le
regole ci sono ma vengono vilipese, per i furbi conta soltanto vincere e quindi
tutto è lecito, se fai notare qualcosa del genere ti etichettano subito come
moralista e buonista. Nonostante l’età, mi stupisco ancora quando leggo notizie
del tipo: killer uccide tre persone e poi chiede scusa alle vittime. Cosa vuol
dire tutto questo? Uno chiede scusa se calpesta un prato, in situazioni del
genere uno deve appellarsi al perdono, e forse nemmeno basta. C’è una realtà
distorta e pericolosa, direi. Prima venivano considerati di più anche gli
sconfitti e le vittime, per dirne un’altra. Delle accuse di moralismo,
sinceramente me ne frego. Io uno sportivo lo giudico anche in base a quello, è
un aspetto che va di pari passo con la prestazione. Altrimenti, in base a cosa
dovrei giudicarlo? Al taglio di capelli?
Cos’è
il Tour de France con una metafora.
Per i francesi è la festa di luglio. Per me è
l’avventura di un mese, l’esperienza che più di ogni altra si avvicina
alla chanson de geste.
Cosa
manca al Giro d’Italia per colmare questo famoso gap nei confronti del Tour? E’
così importante colmarlo?
Il Giro d’Italia è già bello di suo e non dovrebbe
curarsi così tanto del Tour de France, che continuerà ad essere più importante
e grande perché è nato prima e grazie all’abilità dei francesi nel saper
vendere meglio il loro prodotto. Quella al gigantismo è una corsa senza senso,
puramente economica peraltro. E non c’è da stupirsi se nei prossimi anni questi
eventi partiranno da Pechino o Washington, tanto con gli aerei che ci sono oggi…
E io li boicotterò finché non arriveranno in Francia e Italia, anche se mi
daranno ancora del moralista.
Se
non avesse avuto il calendario calcistico da rispettare, avrebbe seguito anche
le classiche e il Giro?
Certo, quando ero più giovane e libero da obblighi
calcistici seguivo classiche, Giro, Tour e Vuelta. L’età anagrafica, adesso,
non mi viene in contro; e poi a maggio ho ancora il campionato, la Champions
League. Non è che il Giro mi stia sulle palle, è che in quel mese devo
necessariamente seguire altri eventi. L’unico mese libero è luglio, e io lo
passo al Tour de France.
Tre
nomi: Sagan, Aru e Nibali. Che idea ha su questi atleti e personaggi,
estremamente diversi l’uno dall’altro ma molto particolari?
Sagan non assomiglia a nessun altro ed è un gran
campione: lo dimostra il fatto che il Tour dello scorso anno, dopo la sua
ingiusta squalifica, ha perso molto. Nibali merita rispetto, se l’è conquistato
sulla strada. Vince poco ma vince benissimo, mi piace perché inventa la corsa
senza affidarsi particolarmente a radiolina e ammiraglia. Una prolunga del
vecchio ciclismo, aggiungerei. Aru, intanto, è una novità perché un sardo non
era mai arrivato a questi livelli: discorso da estendere anche a Nibali,
ovviamente, e questo dà un’idea di come la geografia del ciclismo sia cambiata.
Gli manca ancora qualcosa, però: a volte è lui, a volte la squadra. E’ un bel
corridore, fermo a cronometro ma capace di scatti interessanti in salita: deve
centrare quel successo che lo elevi a campione.
L’Italia,
dal secondo dopoguerra fino al termine o quasi del millennio scorso, ha potuto
contare su artisti, intellettuali, giornalisti, cantautori e se vogliamo anche
politici di grande spessore e rilevanza. A cos’era dovuta questa abbondanza di
talento, unicità e carisma, secondo lei?
Dal punto di vista ciclistico, si potrebbe dire che
l’Italia aveva molti corridori forti. Penso agli anni sessanta: Adorni,
Gimondi, Motta, Zilioli, Bitossi, Taccone, e altri ancora, gente che vinceva
tanto al Giro quanto al Tour. Quasi ogni regione aveva il suo, per dire. In
generale, erano tempi diversi sotto tutti i punti di vista. Benessere, stimoli,
ma anche l’educazione impartita dai genitori e il recente passato ancora
fresco: tanti sono stati figli della guerra, e qualcosa comunque rimane e
condiziona gli eventi futuri.
Come
si può fare del buon giornalismo (sportivo ma non solo) in un paese in crisi
(economica, politica, identitaria) come l’Italia di oggi?
Le condizioni attuali influiscono eccome, ci
mancherebbe, però è bene che si sappia che si potrebbe fare del buon
giornalismo anche in un contesto peggiore dell’attuale. Linguaggio e
sensibilità, ad esempio, sono due caratteristiche fondamentali che un
giornalista che si reputa tale non può non avere: mi sembra siano senza tempo,
già questo potrebbe e dovrebbe essere un inizio.
Lo
sport, nonostante sia forse più seguito ora rispetto a qualche decennio fa, dà
l’impressione di essere solo un bellissimo spettacolo ma niente di veramente
rilevante a livello sociale: è una verità?
Lo vediamo tutti i giorni, ormai. Nel dopoguerra,
ciclismo e pugilato erano gli sport più seguiti e venivano considerati da
poveri. Oggi, per quanto pedalare a quei livelli sia duro e pericoloso, non è
più da poveri. I ciclisti, decenni fa, si facevano intervistare e fotografare
nelle camere d’albergo, in vasca, con i figli: ora invece si godono il loro
esilio dorato nei bus ed escono già bardati, riconoscibili soltanto dal numero
che hanno sulla schiena. I tempi sono cambiati e con loro l’Italia. E non
lamentiamoci: il ciclismo, basta vedere le strade quando passa il Giro o il
Tour, si difende ancora piuttosto bene.
Il
giornalismo è un mestiere o anche uno stile di vita?
Quando
iniziai, lo vedevo come una forma di artigianato, un qualcosa che si fa con le
mani, un po’ come il calzolaio o il vasaio. Ergerlo a metafora di vita mi
sembra esagerato, però gli va riconosciuto un certo peso: chi fa questo lavoro
può potenzialmente rovinare delle esistenze. Richiede molta responsabilità,
questo sì. Più che un medico, direi che un giornalista può ambire ad essere un
buon infermiere.
Georges Brassens, anarchico. Va be’, l’ha detto anche lui cercando una
definizione spiritosa: “Sono talmente anarchico che attraverso la strada sul
passaggio pedonale pur di non dover discutere con un flic (poliziotto,
n.d.r.)”. A mio parere Léo Ferré è stato più anarchico di Brassens, più
apertamente e profondamente anarchico, com’è accaduto ad altri mandati in
collegi religiosi. Qui non intendo dare patenti, certificati di appartenenza o
altro. L’etilometro esiste, l’anarcometro no, che io sappia. Allora conviene
ripercorrere alcuni momenti della vita di Brassens, per capire la sua allergia
alle istituzioni, a cominciare da Dio, Patria, Famiglia, là dove Dio sta anche
per Chiesa e preti, monache e sacramenti, Patria per esercito, divise, polizia,
giudici, Famiglia per fidanzamenti, matrimoni, figli. Val la pena di ricordare
che una delle più belle canzoni di Brassens è “La non demande en mariage”.
Destinataria Joha Heiman, estone di origine, che dal 1947 alla morte di
Brassens (1981) fu la sua compagna, più anziana di dieci anni, possiamo dire la
donna della sua vita. Ognuno nel suo appartamento, però. Brassens teneva in
poco conto il denaro, si vantava di non esser mai entrato in una banca. Era il
suo amico e factotum Pierre Onténiente, detto Gibraltar perché solido come una
roccia, a fargli da contabile e amministratore. Si erano conosciuti nel 1943 al
campo di lavoro di Basdorf, 25 km a nord di Berlino. Baracca 26, camerata 5.
Sveglia alle 5.30. È lì che Brassens compone alcune canzoni che resteranno nel repertorio
(“Pauvre Martin”, ad esempio, e “Souvenir de parvenue” che con modifiche al
testo diventerà “Le mauvais sujet repenti”). Anche la casa, come i soldi, non
era un problema per Brassens. Gli bastava un letto, una scansia per i libri, un
tavolo su cui mangiare (salumi, formaggi, verdura cruda, frutta, un cassoulet
ogni tanto: non aveva grandi esigenze e beveva poco ). Dal 1944 al 1966 abita a
casa di Jeanne (“La cane de Jeanne”) e Marcel (“Chanson pour l’auvergnat”)
Planche, Impasse Florimont 9. Si lava a un catino, in corte. Coi primi guadagni
fa installare elettricità e gas. Definirla casa di ringhiera è già un
complimento. Ma lui ci sta bene.
Condannato a
un anno, per furto
La madre di Georges, Elvira, nata in Lucania, vedova di guerra (primo
indizio) e cattolica praticante sposa in seconde nozze il muratore Jean-Louis
Brassens. Non subito, perché lui, “libero pensatore”, fortemente anticlericale
(secondo indizio) rinvia la cerimonia fino a che non risulta indispensabile per
poter iscrivere a scuola Simone, la figlia di primo letto. Jean-Louis brontola
ma non si oppone al battesimo di Georges e manifesta la sua indipendenza non
assistendo alla prima comunione.
Da qui saltiamo all’episodio raccontando nella canzone “Les quatre bacheliers”.
Nella casa di Sète c’è uno stillicidio di piccoli furti (denaro, gioielli) che
dura mesi. Nessun segno di scasso. “I gangsters del liceo” (titolo di giornale)
sono denunciati da uno studente più giovane. Non c’è scasso perché ognuno ruba
in casa sua e poi rivende i gioielli a Montpellier inventando una scusa
pietosa. Brassens, che da tre anni sogna di essere come François Villon (parole
sue) s’è limitato a prelevare dal cassetto della sorella un anellino di poco
valore. I “gangsters” sono portati via da casa in manette. Il padre di Brassens
va al commissariato: “Tutto bene, piccolo? Ti ho portato del tabacco”. Più in
là, fuori dal tribunale di Montpellier, la gente urla “a morte i ladri”.
Brassens è condannato a un anno con la condizionale, gli altri a un anno e
mezzo. In casa non si parlerà più dell’episodio, ma delle sue conseguenze.
Espulso dalla scuola, Georges deve trovare un lavoro. “Non me lo vedo come
muratore”, commenta il padre, anche se Georges ha un fisico da torello. Nemmeno
lui si vede come muratore, meglio andare lontano da Sète, da casa e dalla gente
che mormora. A Parigi sarà un perfetto sconosciuto.
Ci arriva nel febbraio del ’40. A Parigi Georges è già stato due volte: nel
’31, da bambino, e nel ’37, per l’Expo. E gli è piaciuta, ci respira libertà.
In più, a Parigi c’è l’appartamento della zia Antoinette (173, rue d’Alésia,
nel XIV) che è ben lieta di ospitarlo. A un patto: che abbia un lavoro. In
tempo di guerra, il lavoro abbonda: inizia da rilegatore, poi va alle officine
Renault di Boulogne- Billancourt. La zia possiede un piano, lì Georges si
esercita nel tempo libero (solo a guerra terminata e grazie a un prestito di
Jeanne comprerà la prima chitarra) e intanto si fa crescere i baffi.
A guerra terminata, altro indizio, Brassens e alcuni suoi amici hanno un
progetto editoriale. La testata (“Le cri des gueux”, Il grido degli straccioni)
era stata pensata in Germania. Una bozza è pronta nell’aprile del ’46.
Coinvolti: Emile Miramont, Marcel Visse, Maurice Hémery, Raymond Darnajou,
André Larue (futuro biografo di Brassens) e Roger-Marc Thérond. Buona scelta:
Thérond diventerà direttore di “Paris- Match”, Larue scriverà per
“France-soir”. A mancare, a quel progetto di giornale libertario, non sono le
idee ma i soldi. Non uscirà dallo stato di progetto.
Dentro “Le monde libertaire”
Nel luglio del ’46 muore zia Antoinette. Georges non ha più parenti ma
molti amici. Se prima, a Sète, influenzato dal professor Bonnafé, Brassens
aveva scoperto la letteratura, i classici ma anche i moderni e i contemporanei,
con una spiccata preferenza per i poeti, a Parigi legge Proudhon, Bakunin,
Kropotkin. Ha sempre più voglia di libertà ed è sempre più contrario a ogni
forma di potere, di valore consacrato. In quell’estate conosce e diventa amico
di un singolare poeta bretone e anarchico, Armand Robin. Pare parlasse 19
lingue e abbia avuto un po’ di notorietà quando sfilò lo sfollagente dalla
cintura di un poliziotto distratto sostituendolo con un giglio bianco. Commento
di Brassens: “C’est formidable”. Tra le cose che lo avvicinano a Robin, il
comune amore per gli animali. È il pittore Marcel Renot a introdurre Brassens
nella sede della federazione anarchica (Quais de Valmy, XV). Ci si riunisce una
volta a settimana, si discute di problemi sociali ma anche di letteratura e pittura.
Tra gli invitati esterni, Louis Aragon, che Robin vede come il fumo negli
occhi, mentre gli è simpatico André Breton.
È il fiorista Henri Bouyé che propone a Brassens un posto (non retribuito) di
correttore di bozze al giornale “Le monde libertaire”. Nella tipografia, in rue
du Croissant, Brassens con le sue battute e il suo carattere aperto conquista i
tipografi. E sale a piccoli passi. Cura una rubrica di grammatica, a firma Jo
Cédille, poi commenta fatti di cronaca (firmando Gilles Corbeau o Pépin Cadavre)
ma come correttore, oltre a correggere refusi, corregge anche le opinioni
altrui, talvolta. E quando cambia i caratteri della testata, modernizzandola,
si trova molti anarchici contro. C’erano due correnti, in quel giornale: una
più rigorosa e comunista, una più allegra e individualista ( e minoritaria) che
è quella di Brassens. La rottura non è dolorosa, Brassens lascia la redazione
ma continua a frequentare Robin e il fiorista Bouyé.
È la svolta della sua vita e della sua carriera, perché sarà Bouyer, all’inizio
del 1952, a presentarlo a Jacques Grello, attore e chansonnier, che resta molto
impressionato dalle sue canzoni, gli regala una chitarra, gli offre di esibirsi
nel suo locale, il “Caveau de la République”. Pubblico indifferente. Riprova al
“Le Lapin Agile”. Stessa reazione, non se lo fila nessuno.Andrà meglio, molto
meglio, da Patachou (nome d’arte di Henriette Ragon). Lanciata da Maurice
Chevalier, ha aperto nel ’48 Chez Patachou, ristorante-cabaret, sulla collina
di Montmartre. Il 2 marzo Brassens fa il provino. Patachou è entusiasta. Si
prende subito due canzoni, “Brave Margot” e “Les amoureux des bancs publics”
ma, spiega a Brassens, le altre non sono adatte al suo repertorio (“Le
gorille”, “Hécatombe” eccetera). Dovrà cantarle, lui non ci sta, dice di essere
autore-compositore ma non interprete, e in parte è vero. Non ha senso scenico,
né una voce che soggioga al primo impatto. E poi è timido per quanto audaci
sono molti dei suoi testi. Gli piace esibirsi per pochi amici, “più di quattro si
è una banda di coglioni”. Ma si lascia convincere. La prima esibizione (6
marzo) è un trionfo. A Parigi fa un freddo cane. Brassens si esibisce fuori
programma, alle 2 di notte, preceduto da un’affettuosa presentazione di
Patachou perché il pubblico resti, scoprirà un grande talento all’esordio.
Vista l’ora e la temperatura, metà sala si svuota. L’altra metà rimane e si
spella le mani. Il resto è noto.
A fine carriera, o quasi, Jacques Chancel intervista Brassens e gli chiede:
“Non pensa che avrebbe potuto fare strada, se si fosse messo in politica?”. “Un
anarchico non si mischia con la politica” è la risposta. Altra frase di
Brassens: “Nelle mie canzoni attacco le istituzioni, raramente gli uomini”.
Questo ci riporta alle considerazioni iniziali, su un Brassens più
antiistituzionale che anarchico. Ma con forza e senza equivoci, scegliendo di
stare dalla parte degli emarginati, dei “cattivi soggetti” pentiti e no, delle
puttane, dei morti di fame. E di dargli il cuore e i versi, la musica. E di
andar giù pesante con la triade Dio- Patria- Famiglia, cioè preti, suore,
frati, generali, eserciti, poliziotti, nazionalisti, guerrafondai, matrimoni
(sempre ricchi di corna). In un’intervista a Louis Nucera dichiarò: “La sola
rivoluzione possibile è migliorare se stessi, sperando che gli altri facciano
la stessa cosa. Credimi, è la sola strada”.
Sì, è vero ci vuole “carattere” per
scrivere di ciclismo. Anche perché questo sport non è più quello di una volta.
I campioni si risparmiano, iniziano ad andare soltanto sull’ultima salita.
Corrono spesso solo da luglio a luglio e sembrano non volerne sapere di
rischiare alcunché. Che disastro. Il Tour de France lo ha vinto,
confermando le più ovvie previsioni, Chris Froome, e non certo per colpa
sua.
E l’unico che riesce ancora a essere un fiore nel deserto è uno slovacco coi
capelli lunghi e dall’aria un po’ guascona. Per capirci qualcosa di questo
ciclismo d’oggi occorre accendersi più di una sigaretta. E, per scriverne,
forse anche cento: “vi auguro di avere carta per i prossimi 20 anni” mi
dice sorridendo amaro.
Cronaca di una piccola, ma lunga – ve lo dico subito – chiacchierata tra
il sottoscritto e Gianni Mura, storica “penna buona” dello sport di
Repubblica.
È una giornata uggiosa e nebbiosa,
tipicamente milanese. Non fa freddo però. Arrivo nella sede di Repubblica e
chiedo di lui, con il quale ho preso appuntamento senza particolari problemi –
Gianni è disponibilissimo – alcuni giorni prima. Mi mandano su ai piani
alti, lui mi viene incontro e mi offre un caffè alla macchinetta, non lo
prendo. In realtà è solo una scusa per fumarsi (lui) una sigaretta sulla scala
antincendio, la prima di una lunga serie. Il nastro parte, la discussione
prende il via spontanea e generosa, senza particolari impedimenti. Non si
interromperebbe mai, se non per i contingenti impegni di ciascuno dei
due. Di quelle giornate da stamparsi bene e mandare a memoria. Quanto
segue ne è la fedele trascrizione, riassunta per comodità in 8 punti.
PS: se riesco, quando avrò tempo, vi
prometto anche il podcast. Per ora accontentatevi di leggere, che è un po’ come
scrivere. Gesti primitivi da difendere con le unghie e con i denti, come su una
immaginaria linea del Piave. Amen.
1 – Il carattere del ciclista
Sì è vero, come spiega nel suo libro, non tutti ce l’hanno. Ma chi l’ha avuto,
non ha potuto che farsi guidare da questo. Prenda Gianni Bugno, lei dice
“Indecifrabile”, io lo chiamai “Vedremo”. Perché non sapevi mai cosa ti potevi
aspettare da lui. Aveva tutto per essere il numero uno, anche un bello
stile, e invece non ci riuscì fino in fondo. Avrebbe potuto (e dovuto) vincere molto
di più.
Forse shakerando lui e Chiappucci, che aveva meno classe ma era più spavaldo,
si sarebbe ottenuto il ciclista perfetto. Gianni andava forte a cronometro,
andava forte in salita, almeno prima di ingrassare, andava dappertutto.
Intendiamoci, ha vinto parecchio. Ma a me ha sempre lasciato un senso di
incompiuto. Come se si accontentasse. Il mondiale di Benidorm è emblematico da
questo punto di vista: si era rassegnato a una volata da battuto, non ci fosse
stato Perini a tirarlo non avrebbe vinto. Si lasciava influenzare da fattori
minimi: brutto tempo visto dalla finestra, due folate di vento.
2 – Il Coriaceo Bernard
Più che coriaceo direi incazzoso. Una volta fece a pugni con dei portuali che
scioperavano. Era un campione che correva da marzo a ottobre. Odiava solo la
Roubaix, “corsa di merda”. poi la vinse e disse “sempre una corsa di merda, ma
che ho vinto”. Aveva una costituzione fisica simile a quella di Bartali, forte,
muscoloso, da combattente. Sì, coriaceo ci sta.
In quegli anni seguivo il Giro d’Italia, cambiando un’ammiraglia al giorno.
Un giorno a Pestum mi trovo in quella della Renault -Gitanes
con Guimard, e mi vedo tutta la tappa dietro Bernard che sbuffa,
soffre mai poi vince. Sulla strada noto uno striscione poco lusinghiero nei
suoi confronti: “Hinault, il sole del sud ti incenerirà”. All’arrivo Bernard mi
dice: “ho fatto vedere quanto il sole del sud incenerisce”.
Arrivati in hotel, notiamo un cesto pieno di triglie che si muovevano ancora:
“stasera frittura per tutti” ordina Hinault. Gli chiedo: “Ma come? Voi ciclisti
non dovreste mangiare tutto al vapore o al sangue?”, “Io non devo mica trattare
il mio corpo come quello di un bambino malato” mi risponde lui. In questo,
Hinault era esattamente come Bartali o Nencini, che fumavano o bevevano.
3 – Fossili, esultanze e altri
incantesimi.
Erano quasi tutte esultanze tristi quelle di Pantani. Anche nel ’98. Una volta
mi spiegò in privato che il momento più bello per lui non era la vittoria,
lì non aveva più nemmeno la forza di tirarsi su la zip della maglia. Il momento
più bello era quello in cui irmaneva da solo, dopo aver staccato tutti.
Pantani veniva da tempi lontani. Era un grande fossile preistorico, il
“Pantadattilo”: uno scalatore puro in un periodo in cui vincere in salita non
bastava più, occorreva essere forti, o comunque sapersi difendere, anche e
soprattutto a cronometro. A lui invece bastava la salita. Dunque qualcosa al di
fuori dai tempi, risalente all’epoca di Coppi e Bartali. Era un ciclista così
amato perché non lo si vedeva da un pezzo, e, morto lui, non si è più visto.
Aveva catturato l’attenzione di tutti, quando correva l’Italia intera si
fermava. Forse ai bambini sembrava un cartone animato, come Dumbo, per via di
quelle orecchie così grandi e sporgenti. Magico, quasi irreale.
4 – Il carattere di Nibali
Nibali è senz’atro “l’orgoglioso”. Vedi il discorso di sopra. Non è cioè
ancora dipendente dalle tattiche al 100%. Riesce ancora a fare qualcosa
che gli altri da lui non si aspettano, e questa per me è l’essenza del
ciclismo. Vincenzo mantiene in qualche modo il gusto disperso del colpo a
sorpresa, è uno che sente la responsabilità della corsa, non corre tanto per
correre, la deve “marcare” stretta, fiutarla. E siccome in volata è
praticamente fermo, deve fare qualcosa prima, deve provarci e talvolta riesce a
emozionare come un tempo. Per intenderci, io credo che Aru deve mangiarne
ancora di michette per arrivare ai livelli di Vincenzo. Del resto è anche
giusto: è molto più giovane, ha tutta la carriera davanti.
5- Sagan e il gioco. Sì, ma intendiamoci: Sagan oltre al
“gioco”, è anche gambe. Quelle che gli altri non hanno. Si tende a
dimenticarlo. Lui è così pittoresco che si finisce per
scordarsi quanto vince e da quanto tempo, perché lui vinceva già agli
esordi alla Liquigas. Arrivare nei primi 5 in più della metà delle corse
cui partecipi (dato reale), vuol dire essere straordinariamente
bravi. Tutti ricordano quando Peter impenna con la bici, ma accidenti se
viaggia! Uno così si merita tutto.
Dopo di che, il gioco è la sua essenza, concordo con lei. O quantomeno
l’allegria. il ciclismo è sempre stato lo sport dei forzati della strada,
dell’epica della fatica, volti tirati, musi lunghi, personaggi spesso tristi.
Sagan invece gioca, si diverte, toglie peso. Ci rallegra.
Anche Cipollini, se è per questo, richiamava i fotografi, piaceva,
divertiva. Ma Sagan ha qualcosa in più: è atleticamente molto
più forte.
Lunga vita a Peter Sagan allora. Fa bene a tutto il ciclismo. E poi è molto
generoso di sé: è uno che non si risparmia mai, corre dalla Sanremo al
Lombardia come si faceva una volta. Le classiche le fa quasi tutte, mi pare, e
ha un fisico che un giorno potrebbe consentirgli di vincerle anche tutte,
tranne forse il Lombardia.
6 -Il Giro d’Italia numero 100.
Sarà un’edizione celebrativa, inevitabile ma anche giusto che sia così. Ci sarà
la tappa Coppi – Pantani, ci sono altre frazioni dedicate alla storia del
nostro ciclismo, un bene così prezioso.Il Giro è spesso sì rivolto al
passato e magari con un velo di nostalgia, ma forse non può che essere così. E
se non altro quest’anno ha il merito di partire coraggiosamente dall’Italia e
non dall’estero, l’altra grande moda. Secondo me tra qualche anno assisteremo a
una partenza di una corsa a tappe da New York o da Pechino. E io, per
la cronaca, ho già deciso: la boicotterò.
7 – L’Accademia di Brera
Sì, sono stato un discepolo di Gianni Brera. E non posso che ringraziare
la fortuna di avermi dato questa opportunità più unica che rara.
Gianni mi ha insegnato tanto. Ma da lui ho imparato anche che non
bisognava cercare di imitarlo. Guai! Anche perché, se ti beccava, si incazzava
non poco. Punto primo, diceva di stare attenti alla retorica: “quando scrivi di
sport le parole si gonfiano come muscoli” e bisogna starci attenti, evitare
l’effetto “barocco”. Un tranello da inesperti, sempre in agguato dietro
l’angolo.
Ci frequentavamo molto io e Gianni, mentre io ero a Repubblica e lui alla
Gazzetta o a Il Giornale. Ci vedevamo anche fuori dalle redazioni, anzi
forse soprattutto fuori. Sa, io oggi ho la sua Olivetti a casa poggiata
sulla scrivania e un lettore, proprio ieri, mi ha mandato questa (mi mostra una
foto che li ritrae assieme: il giovane Gianni seduto, sigaretta in bocca,
e quello più “anziano” in piedi mentre sorride, deve aver appena coniato un
nuovo aggettivo sostantivato)
8- Cassetta degli attrezzi
Per scrivere di ciclismo ci vogliono diversi arnesi. Ci vuole senz’altro un po’
di Brera e un po’ di Fossati, un tocco di Alfonso Gatto ma anche
una spruzzata di Giovanni Mosca e un velo di Buzzati. Ma non
basta. Nel ciclismo è fondamentale, prima ancora che saper scrivere
in un ottimo italiano (conditio sine qua non), avere una sensibilità
particolare. Quella che ti fa notare dettagli che gli altri non noterebbero.
Ma se uno mi dice che vuole scrivere di ciclismo oggi, non posso che
rispondergli: “ti auguro di avere carta per i prossimi 20 anni”. I tempi sono
contrari a una buona scrittura, sono favorevoli invece a una velocità di
scrittura. Che non vuol dire essere bravi, ma appunto “veloci”. C’è la ricerca
ossessiva di una “compressione” dei testi. I pezzi di Gianni Brera dal
Tour erano lunghi almeno 200 righe, per un Atalanta – Fiorentina poteva
scriverne anche 120, io per la finale dei Mondiali di calcio del
2006, quella della testata di Materazzi a Zidane per intenderci, avevo 71 righe
a disposizione. Sette – uno. Veda lei.
Una volta si era in 3 e si scriveva per 7. Adesso si è in 7 e si
scrive per 3, i pezzi sono poco più di un telegramma. Diventa difficile
fare esercizi di stile in queste condizioni. E in assenza di vento, gli
aquiloni non volano. È una legge fisica.
Ringrazio personalmente Gianni per la
disponibilità e le parole. Di cui vedremo di fare buon uso.
Quando ci si sente
improvvisamente privati di qualcosa, più poveri e senza una spiegazione che
spiega davvero tutto (credo di non essere solo in questa condizione) è
meglio reagire, anzi innescare una serie di reazioni. La prima è
l'incredulità. Telefonata all'ora del primo caffè. Hanno beccato Pantani.
Ma dai, inventane un'altra. La seconda è di profondo dispiacere, con una
punta sorda e ostinata che somiglia al dolore. Perché mi piace come corre
Pantani (come vedete, uso il presente). Potrei anche dire che mi piace
Pantani, se lo conoscessi a fondo. Ma lui non si lascia esplorare, negli
anni ha collaudato meccanismi di chiusura. Non si è mai lamentato troppo
nei momenti peggiori, nemmeno si è esaltato troppo nelle vittorie.
In questo Giro, anzi, ma dirlo adesso è facile, lo accompagnava una certa
cupezza, una durezza di occhi e di parole. E' un bel po' di giorni che le
prime pagine dei giornali parlano di storia e leggenda, a proposito di
Pantani. Adesso di colpo facciamo i conti con la cronaca, la pura cronaca,
e una corsa decapitata che va avanti come il pollo decapitato ma a va
avanti, prima con le cadenze del funerale e la paura dei blocchi di tifosi
sul Mortirolo, poi si accende e ridisegna tutti i colori delle maglie.
Tanto, quello che le aveva prese tutte è in fuga dal Giro. Non in testa al
Giro, ma in coda. Gli avversari staccano Pantani nel suo giorno più atteso,
perché Pantani resta fermo, tira un pugno a uno specchio, forse non è
superstizioso o forse ne ha già viste troppe. Questa gli mancava.
Scene già viste al Tour, con altre facce, con i poliziotti sempre in giro.
Qui, Pantani incastrato dai controlli Uci, quelli per cui più si era
esposto, attaccando Tafi e i non allineati. Adesso si può pensare di tutto,
chi dice la mafia delle scommesse, chi una lotta di potere in seno all'Uci,
chi l'ematocrito che sembra il nome di un poeta greco e invece è un valore
ballerino, ma quanto può ballare? M'è venuta in mente l'espressione di Ben
Johnson a Seul. Lo so, lì era doping e qui, diciamo così, tutela della
salute. Ma hanno tutelato, fermandolo, il numero uno. Solo chi ama le
pantofole dice che partire è un po' morire. Non partire, quello sì è un po'
morire. E credo che questo abbia capito Pantani, quando ha detto che non lo
rivedremo più in sella. Non è una bella notizia. Un po' vigliaccamente ma
con tutto il cuore c'eravamo messi in tanti sulla canna di quella
biciclettina da bambino pelato. E adesso non possiamo chiedergli conto dei
nostri sogni, anzi credo che adesso sia proprio il momento giusto per
ringraziarlo di certe sue imprese che abbiamo fatto nostre, dall'Alpe
d'Huez al Galibier, e lì il sangue era a posto, altrimenti sai che salti di
gioia avrebbero fatto i francesi beccando il Fossile dopo la storia della
Festina.
Adesso voglio dire una cosa sui numeri uno, una cosa che non mi procurerà
simpatie ma va detta. Esistono numeri uno ammirati perché vincono, ma di
cui non importa granché. Tipi com'era Lendl, o adesso come Schumacher,
Ronaldo e pure Vieri. Ce ne sono altri amati per come vincono, per come li
si immagina. Vanno oltre i numeri, in loro si intuisce un'umanità
particolare. Colpiscono al cuore. Pantani è (uso sempre il presente) uno di
questi. Sono rimasto più di sette ore incollato a un televisore. Ho sentito
Pantani dire poche parole. L'ho sentito dire "mi aspettavano".
Non l'ho sentito dire "sono innocente". E ancora adesso mi chiedo
perché. Perché doveva forzare la mano, mi chiedo, quando gli avversari li
aveva aggiogati. Perché proprio lui, uscito pulito dal Tour sporco, doveva
uscire sporco da un Giro che sembrava quasi pulito? Ma allora bisogna anche
chiedersi che cosa gliene viene in tasca all'Uci (a parte un' operazione di
lifting, peraltro incompleta finché ci sarà un presidente come Verbruggen)
quando i suoi analisti danno una botta del genere al ciclismo. Non solo a
Pantani, a tutto il ciclismo.
Adesso immagino i commentini, i "ve l'avevo detto io che il più pulito
ha la rogna", e l'accusa ai colleghi che seguono il Giro di aver
gonfiato uno che si gonfiava il sangue. Perché si fa presto a innalzare i
monumenti e ancora più presto ad abbatterli, ma è un'accusa ingiusta. Nella
vita c'è sempre uno studente modello che imbraccia un fucile o un
rispettabile padre di famiglia che sgozza moglie e figli. Adesso che sul
pianoforte sembrano rimasti solo i tasti neri, bisogna ripetere che quello
che sta succedendo al ciclismo, e non da ieri, è colpa del ciclismo.
In un'intervista a Repubblica, pochi giorni fa, Gino Bartali diceva che i
ciclisti debbono uscire da soli dal fango, altrimenti finiscono o in galera
o al cimitero. Ed è tragicamente vero. Oppure finiscono in prima pagina,
dove erano arrivati a togliere spazio perfino a una guerra in corso. Noi
che maneggiamo parole siamo spesso portati a vedere la poesia anche dove
non c'è. Pantani è poesia, nel bene e nel male. Pedala in esperanto. A
differenza di Baudelaire, di cui non mi interessa sapere se ha scritto
L'albatros dopo una pipata d'oppio e due bicchieri d'assenzio, di Pantani
non posso ignorare che fa uno sport, per amore e vocazione, e che questo
sport si è dato delle regole, sottoscritte anche da Pantani. Il discorso è
questo. Può essere moralismo d'accatto passare col rosso, fregare il fisco
e pretendere che un atleta sia puro e duro, solo con questa purezza degna
di rappresentarci ed aiutarci ad aprire le ali, ma su questa convenzione
(convinzione no di certo) lo sport vive e prospera da molti anni.
Ne sono passati trenta da quel 31 maggio 1969. C'ero anch'io in quella
triste stanza d'albergo dove Merckx piangeva steso sul letto. E mi sembrava
sincero, disperato, colpito da un fulmine inatteso.L'atteggiamento di
Pantani è molto diverso, ma non è il caso di imbastirci un romanzo. In
trent'anni le camere dei corridori negli alberghi sono diventate
inaccessibili. Abbiamo le emozioni in una diretta che in realtà è
differita.
Stiamo alla cronaca. Oggi a Milano Gotti vince il Giro di Pantani, e prima
il Manchester aveva vinto la finale del Bayern e prima ancora il Milan lo
scudetto della Lazio. Tre episodi differenti, collegati da una coincidenza:
chi più fa, meno ottiene. Più di altri sport, il ciclismo sconta il fatto
di non avere la certezza dell'uguaglianza. Non mi esalta guardare la
classifica di oggi e pensare al nome e cognome dei medici che assistono
alcuni corridori.
Ma è un'osservazione marginale, quasi stanca di tanta strada. Chi beccano,
beccano. Tutti sono asciutti fino a che non piove, poi dipende da chi ha
l'ombrello e da quanto è largo. Ora gli antipantaniani diranno che l'ombra
di Madonna di Campiglio s'allunga fino a Lugano (ricordate le frasi di
Tonkov?) e i pantaniani continueranno a dire che è tutta una congiura (ma a
favore di chi?), un' imboscata (ma perché proprio a lui?) io riparto da
quel Merckx di trent'anni fa per ricordare a Pantani che quel giorno
sembrava finito, e non finì. Quasi tutti i campioni, da Anquetil a Gimondi,
da Bugno a Chiappucci, hanno avuto un alt, dai medici e dai regolamenti.
Perché nel ciclismo la cultura del doping esiste, lo sappiamo tutti, e il
progresso l'ha solo esasperata, estremizzata. Roba da rimpiangere come
belli i tempi delle amfetamine, che non hanno mai ammazzato nessuno, nemmeno
Simpson. Roba da starci attenti, perché ormai medici e praticoni danno
l'Epo anche ai ragazzini. Così, questo è un pezzo né innocentista né
colpevolista. Da un lato, i ricordi e le emozioni non c'è chi li possa
sequestrare o cancellare. Dall' altro, è evidente che la mia posizione non
si discosta da quella del giornale su cui scrivo: chi sbaglia, paghi. Se
Pantani ha sbagliato o è stato indotto a sbagliare (non fa differenza, il
sangue era suo), che Pantani paghi. Paghi il giusto, né più né meno. E intanto
parli, dica, spieghi, non lasci nell'incertezza di un altro caso Loda
(prima fermato e poi riconosciuto in regola). Ha avuto tante cadute e tante
rinascite, Pantani. Chi lo fermerà, scrivevano tutti. C'erano riusciti
finora una Uno romagnola, un gippone piemontese e un gatto amalfitano,
neanche nero. L'ha fermato il suo sangue quando tutti erano pronti con
trombe e tamburi.
Lo stesso sangue che, spero, lo porterà al Tour, non a chiudere su
un'ultima pagina provvisoria che non piace a nessuno. Si può cadere, si può
sbagliare, si può essere rotti in fondo a un buco, e queste cose Pantani le
sa bene, molto meglio di altri, e poi si riparte. Ci sono altre strade, se
Pantani vorrà, e altri traguardi. Prima volere, Pantadattilo, e poi volare.
Imbecilli senza confini ma la
brava gente è di più – Gianni Mura
L'ultima rubrica di Gianni Mura, i
"Sette giorni di cattivi pensieri" usciti domenica 15 marzo 2020 su
Repubblica
Non bisognerebbe
scriverlo, ma è sempre vagamente piacevole scoprire che esistono emeriti
imbecilli anche oltre i nostri confini. Il più imbecille della settimana, al
punto che nemmeno gli giro un voto, è Diego Costa, attaccante dell’Atletico
Madrid. Dopo la clamorosa vittoria a Liverpool (ma non per merito suo:
sostituito da Simeone) ha attraversato la zona mista senza rilasciare
dichiarazioni ma tossendo caricaturalmente e senza protezioni. Resto in attesa
che il suo club lo multi, ma ne dubito, oppure lo stanghi l’Uefa.
Previa
traduzione di quella parolina (“respect”, anagramma spectre) che tutti i
partecipanti alla competizione recano sulla maglia. Un altro imbecille è Rudy
Gobert, cestista francese, centro degli Utah Jazz. Dopo la gara con gli
Oklahoma City Thunders ha concluso la conferenza stampa toccando tutti i
microfoni e gli smartphone sul tavolo. Prima reazione: sciocchino, va bene
voler esorcizzare la paura del contagio ma c’è modo e modo.
Già, anche
perché Gobert non sapeva di essere contagiato.
Seconda reazione:
sciocchino è un complimento. Segue lungo comunicato in cui Gobert si pente
(«sconsiderato», «non ho scuse»).
Con i Jazz
ha chiuso. Non meno imbecilli, ma anonimi, i tifosi del Psg assiepati fuori
dallo stadio. Evitare gli assembramenti? Ecco la risposta.
Poi è
evidente che gli imbecilli li abbiamo anche noi. Un amico m’ha detto che a
Milano, parco Sempione, venerdì sembrava ci fosse un raduno di corridori a
piedi. Senza la distanza di un metro, con la libertà di tossire e sputazzare.
Incoscienti, dite? Ma se un incosciente non recupera un minimo di coscienza
nemmeno in situazioni come quella che stiamo attraversando è un imbecille
pericoloso. La situazione che stiamo attraversando, però, permette di dire che
gli imbecilli sono una minoranza e la brava gente una maggioranza.
La parola buonismo è scomparsa, spero per sempre ma non m’illudo, e con forza
ricompaiono solidarietà, doveri, responsabilità, unione, sacrifici. E sotto
questo ombrello, difesa e coesione, ci stanno tante cose: la maglietta esibita
dall’Atalanta a Valencia, dopo una serata stordente per emozioni, e dedicata a
Bergamo: mai mollare.
I versamenti
di tanti sportivi, da Insigne a Bonucci, e di tanti club, da Zhang ad Agnelli.
I 30 mila pasti caldi gratuiti che da oggi al 15 giugno Ernesto Pellegrini farà
arrivare nelle case di anziani e famiglie bisognose di 17 comuni lombardi, da
Busto Arsizio a Vigevano. Tutte le corriere di Senigallia incolonnate verso
l’ospedale: suonano il clacson e hanno striscioni di ringraziamento. L’applauso
a mezzogiorno, dai balconi d’Italia, per medici e infermieri in prima linea. I
nuovi eroi, certamente.
La ruota gira. Fino a due mesi fa, per loro c’erano più aggressioni che
applausi, e si invocava un posto di polizia in ogni Pronto soccorso per
evitare violenze e devastazioni. La ruota gira. In Italia sono stati picchiati
cinesi ritenuti untori. Ma la Cina ci manda medici, mascherine, materiale
sanitario. L’Europa, di cui facciamo parte, per ora ci ha mandato solo parole,
e non sempre carine.
Alleggerire? Su
Domenico Marocchino si scrive volentieri, non solo perché da opinionista
su Rai 2 ("A tutta rete") non è mai banale. A 63 anni, sempre la
faccia di uno appena buttato giù dal letto, di un ex figlio dei fiori persosi
tra Malibu e Valenza Po. “De profession bel zòven”, avrebbe detto Rocco di lui.
Lo sapevano anche all’estero.
C’ero
all’aeroporto di Varsavia, Juve di passaggio per andare a giocare a Lodz. Agli
sbarchi, gruppo di belle ragazze con un cartello in perfetto italiano:
“Marocchino, vieni in discoteca a ballare con noi?”. Era l’83. Marocchino nella
Juve giocava come se non fosse la Juve.
Ignorando
tutte o quasi le sacre regole. Il calcio era un gioco, la vita era bella perché
c’erano (nell’ordine) le ragazze, le sigarette, il cinema, le mostre d’arte, i
vini rossi. Boniperti, che conosceva i suoi polli, voleva inserire nel
contratto una clausola: non più di 20 sigarette al giorno. No, disse
Marocchino, sarebbe scorretto da parte mia, lei non ha tutti i mezzi per
controllarmi. Non tutti, ma ex militari in pensione sì.
Marocchino
sembra appena caduto dal letto, ma era ed è sveglio. Li conosceva tutti,
d’inverno li invitava a bere qualcosa al caldo. Una notte lo beccarono che
rincasava alle 3.
«Tutta colpa
del presidente, insiste perché io respiri aria buona e io esco quando c’è meno
smog». Su SW della scorsa settimana c’è molto amarcord suo. Domande giuste,
risposte buone, Marocchino è un intellettuale mascherato e mi (gli) chiedo
perché non abbia ancora scritto un libro sul suo calcio, dove si sbagliava da
professionisti, come nella canzone di Paolo Conte. Ricordo lo stupore con cui
raccontò i sistemi di controllo.
«Telefonata
a casa alle 22.30, massimo 22.45, e devo essere lì a rispondere. Li ringrazio.
La mia ragazza arriva alle 20, e dopo chi ha più voglia di uscire?».
Angolo della
poesia: “Stupida America” di Abelardo Delgado: “Stupida America, vedi quel
chicano/con un grosso coltello/nella mano ferma/non vuole accoltellarti/vuole
sedersi su una panchina/a intagliare crocefissi/ma tu non glielo permetti./
Stupida America, senti quel chicano/che grida maledizioni in strada/ è un
poeta/senza carta e matita/ e siccome non può scrivere/sta per esplodere./
Stupida America, ricordi quel chicanito/bocciato in matematica e in inglese/ è
il Picasso/ dei tuoi stati occidentali/ma morirà/ con mille capolavori/appesi
solo alla sua mente”.