sabato 25 luglio 2026

Il paradiso degli altri. Tutela e overtourism in Sardegna nello sguardo di un archeologo continentale - Gianluca Mandatori

 

La Sardegna, indubbiamente, ha bisogno del turismo, ma non può essere ridotta al turismo; tra queste due affermazioni si apre una questione che non è soltanto economica o ambientale, ma riguarda il diritto di una comunità a decidere quale uso fare della propria terra, del proprio paesaggio e – non ultimo – della propria memoria.

L’overtourism viene normalmente rappresentato attraverso immagini immediate: spiagge sovraffollate, strade congestionate, rifiuti, carenza d’acqua, aumento degli affitti. Sono manifestazioni reali, ma costituiscono soltanto l’aspetto evenemenziale del problema. La pressione turistica investe anche il patrimonio culturale e archeologico, modifica l’organizzazione dei territori, orienta la spesa pubblica e finisce per stabilire quali luoghi debbano essere conservati, raccontati o trasformati in prodotti. Il punto non è essere favorevoli o contrari al turismo. La vera domanda è un’altra: chi decide, chi guadagna e chi sostiene i costi? Il turismo diventa problematico quando non è più uno strumento al servizio della società, ma una struttura esterna alla quale la Sardegna deve adattare il proprio territorio, il lavoro, le infrastrutture e perfino la rappresentazione di sé stessa. In un modello del genere l’isola non è più una comunità che accoglie visitatori, ma una destinazione che deve rendersi, giocoforza, continuamente disponibile.

La narrazione pubblica del turismo si fonda prevalentemente su alcuni indicatori: arrivi, presenze, collegamenti aerei, posti letto, tasso di occupazione delle strutture e spesa media dei visitatori. Sono dati utili, ma insufficienti: un aumento delle presenze non dimostra automaticamente che la popolazione residente abbia dei vantaggi. Per comprenderne gli effetti occorre distinguere tra il valore economico prodotto nel territorio e il valore che rimane effettivamente in quel territorio. È innegabile che una parte della spesa turistica venga assorbita da compagnie di trasporto, piattaforme digitali, gruppi alberghieri, fondi immobiliari, intermediari e fornitori con sede all’esterno dell’isola. La Sardegna, in buona sostanza, offre le risorse, ma spesso non controlla i canali attraverso i quali queste vengono commercializzate.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la quantità della ricchezza generata, ma la sua distribuzione. Una crescita che arricchisce i proprietari delle rendite immobiliari, aumenta il valore delle concessioni e produce lavoro stagionale povero non equivale necessariamente – ma direi non equivale affatto – a uno sviluppo collettivo.

Il concetto di esternalità negativa, associato alla riflessione economica di Arthur Cecil Pigou, permette di comprendere uno degli squilibri fondamentali dell’overtourism. Un’esternalità si verifica quando un’attività produce costi che non vengono sostenuti integralmente da chi ottiene il beneficio economico, ma sono trasferiti su altri individui o sulla collettività. Una struttura ricettiva incassa un profitto privato. Una piattaforma trattiene una commissione. Un proprietario realizza una rendita attraverso gli affitti brevi. Tuttavia, l’aumento della pressione sulle reti idriche, sui depuratori, sulla raccolta dei rifiuti, sulle strade, sui parcheggi, sui servizi sanitari e sui sistemi di vigilanza viene in larga parte sostenuto dalle amministrazioni pubbliche. Così facendo, il profitto viene privatizzato, mentre i costi vengono socializzati, generando squilibrio.

Il medesimo principio riguarda i beni culturali. Un sito archeologico reso attrattivo da una campagna promozionale può incrementare i ricavi di alberghi, ristoranti, operatori turistici e trasportatori. Ma la sorveglianza, la manutenzione, il restauro, il controllo dei flussi e il consolidamento delle strutture archeologiche rimangono a carico dei comuni o degli enti regionali, già finanziariamente fragili.

Una seria politica turistica dovrebbe quindi calcolare non soltanto il numero dei biglietti venduti (pratica entusiasticamente diffusa anche in Italia), ma il costo complessivo, necessario a impedire che l’aumento delle visite produca il deterioramento del patrimonio.

La teoria di Pigou suggerisce che chi genera una pressione aggiuntiva debba contribuire a compensarne gli effetti. Ciò potrebbe tradursi in contributi di scopo, imposte di soggiorno realmente destinate alla tutela, tariffe differenziate, fondi obbligatori per la manutenzione e meccanismi di restituzione economica ai territori. Ciò non per punire il visitatore, ma per impedire che il consumo turistico venga finanziato indirettamente dai residenti.

Spesso il turismo viene difeso richiamando, implicitamente o esplicitamente, il moltiplicatore keynesiano. La spesa iniziale del turista genererebbe reddito per alberghi, ristoranti, musei, commercianti e lavoratori. Questi soggetti spendono a loro volta una parte del reddito ricevuto, producendo ulteriori effetti nell’economia. Tuttavia, il moltiplicatore non è una legge naturale e dipende dalla struttura dell’economia. Se una struttura ricettiva acquista prodotti agricoli sardi, si rivolge ad artigiani locali, assume personale residente con contratti stabili, finanzia attività culturali e reinveste gli utili nel territorio, l’effetto moltiplicativo potrebbe essere elevato. Se invece importa gran parte dei beni, utilizza piattaforme esterne, trasferisce gli utili fuori dall’isola e offre soltanto occupazione stagionale, il circuito economico si interrompe rapidamente. Un museo o un parco archeologico possono produrre un moltiplicatore territoriale soltanto se risultano inseriti in una rete economica e sociale locale. In buona sostanza, il biglietto d’ingresso, da solo, non basta; servono ricerca scientifica, laboratori, didattica, editoria, formazione professionale, artigianato qualificato, servizi di guida, manutenzione, ristorazione e produzioni culturali. Un sito archeologico genera sviluppo quando attorno a esso si costruiscono competenze permanenti, non quando viene semplicemente inserito nel programma di un’escursione giornaliera.

L’archeologia non dovrebbe essere considerata una scenografia per il consumo turistico, ma una filiera di conoscenza capace di creare occupazione qualificata per archeologi, restauratori, architetti, antropologi, archivisti, tecnici della diagnostica, comunicatori, educatori museali e professionisti dell’accessibilità.

Se il visitatore attraversa un sito, scatta alcune fotografie, tutte meravigliosamente instagrammabili, e riparte senza che la sua spesa alimenti questa filiera di attività, il moltiplicatore culturale rimane nullo

La teoria della tragedia dei beni comuni, resa celebre da Garrett Hardin, bene descrive il rischio che una risorsa accessibile a molti venga progressivamente deteriorata perché ogni utilizzatore ha interesse a massimizzare il proprio vantaggio immediato, mentre il costo del danno viene distribuito sull’intera comunità. Spiagge, coste, paesaggi, sorgenti, sentieri, centri storici e siti archeologici presentano alcuni caratteri tipici dei beni comuni.

Ogni operatore turistico ha interesse ad aumentare i visitatori, così come ogni amministrazione può essere incentivata a celebrare nuovi record di presenze, ma la somma di comportamenti individualmente razionali può produrre un risultato collettivamente distruttivo.

Una necropoli, un villaggio nuragico o un santuario rupestre non possono essere utilizzati come se avessero una capacità illimitata. Il calpestio, le vibrazioni, il contatto diretto, l’umidità, l’erosione dei sentieri, le variazioni microclimatiche e il semplice aumento della presenza umana possono compromettere strutture e reperti. A questi rischi si aggiungono l’abbandono di rifiuti, il vandalismo, il prelievo illecito di materiali e la proliferazione di percorsi informali. Celebre l’affermazione di Amedeo Maiuri, secondo la quale – nel giro di qualche decennio – i turisti avrebbero visitato le rovine delle vestigia di Pompei.

Nel caso del patrimonio archeologico, la tragedia del bene comune assume una forma particolarmente grave: ciò che viene deteriorato non è facilmente riproducibile. Paradossalmente, un tratto di costa può in alcuni casi essere rinaturalizzato. Un edificio può essere ricostruito. Ma un deposito archeologico rimosso senza metodo, una stratigrafia distrutta, una superficie incisa consumata o una tomba violata perdono per sempre una parte delle informazioni che contenevano. Il patrimonio archeologico non è soltanto fragile: è non rinnovabile. Per questo la tutela non può essere subordinata al raggiungimento di determinati numeri di pubblico. Il primo compito di un sito archeologico non è accogliere il maggior numero possibile di persone, ma conservare il bene e renderne possibile la comprensione nel tempo.

Hardin ha descritto il rischio del sovrasfruttamento, ma Elinor Ostrom ha mostrato che la tragedia non è inevitabile. Le comunità possono gestire efficacemente le risorse comuni quando esistono confini chiari, regole condivise, partecipazione degli utilizzatori, sistemi di controllo, sanzioni proporzionate e istituzioni riconosciute come legittime. Applicato alla Sardegna, questo significa che la gestione dei luoghi turistici e culturali non deve essere affidata né al mercato incontrollato né a una burocrazia distante e italo-centrica. Comuni, comunità locali, università, soprintendenze, musei, associazioni e operatori economici possono costruire sistemi di gestione territoriale fondati sulla responsabilità condivisa. Ma perché ciò avvenga, le comunità devono disporre di un effettivo potere decisionale: non basta consultare i residenti dopo che un progetto è stato definito. Essi dovrebbero – in una società ideale – poter contribuire alla determinazione dei limiti di accesso, alla destinazione delle entrate, alla scelta dei percorsi, all’organizzazione dei servizi e alla valutazione degli impatti. Un modello ispirato a Ostrom potrebbe prevedere numeri programmati nei siti più fragili; sistemi di prenotazione trasparenti; guide e operatori formati nel territorio; reinvestimento vincolato delle entrate nella conservazione; partecipazione delle comunità locali alla governance; controllo scientifico degli impatti; rotazione o chiusura temporanea delle aree più vulnerabili; accesso agevolato per i residenti; tutela degli usi sociali e rituali ancora vivi. Tutte proposte che vengono spesso annunciate, ma che solo raramente trovano concreta attuazione.

Un riferimento particolarmente utile, nel dibattito sul rapporto tra archeologia, economia e turismo, è rappresentato da Moses Finley. Lo storico americano ha contestato la tendenza a interpretare le società antiche attraverso le categorie proprie dell’economia contemporanea, come il mercato, la crescita e la massimizzazione del profitto. Nel mondo antico, infatti, le scelte economiche erano profondamente condizionate da fattori sociali, religiosi e politici, che contavano più del semplice guadagno. La sua lezione può essere applicata, in senso inverso, anche al presente. Così come sarebbe fuorviante descrivere l’economia antica come una forma incompleta o arretrata del capitalismo moderno, è altrettanto riduttivo considerare ogni testimonianza del passato come un bene economico ancora inutilizzato, in attesa di essere “messo a valore”.

Un sito archeologico, un paesaggio storico o una tradizione culturale non sono materie prime da trasformare automaticamente in flussi turistici, biglietti venduti e rendite immobiliari. Possiedono valori simbolici, identitari, scientifici e sociali che non possono essere misurati soltanto attraverso indicatori economici. La loro valorizzazione, dunque, non dovrebbe coincidere con il loro sfruttamento, ma con la capacità di conservarli, renderli comprensibili e trasmetterli alle generazioni future. Un nuraghe non è un prodotto turistico imperfetto. Una necropoli non è un’attrazione priva di servizi. Un museo non è un’impresa alberghiera che deve misurare la propria efficienza attraverso il numero degli ingressi. Sono istituzioni e luoghi il cui valore è anzitutto storico, civile, scientifico e simbolico.

Quando il linguaggio economico invade completamente quello della tutela, i siti archeologici vengono definiti “attrattori”, i visitatori diventano “flussi”, la memoria diventa “offerta culturale” e il territorio viene trasformato in un “prodotto esperienziale”. Tutte espressioni tutt’altro che innocenti, ma indicative di subordinazione.

Il passato viene considerato degno di attenzione nella misura in cui produce consumo, visibilità o rendimento. I luoghi meno spettacolari, meno accessibili o meno facilmente comunicabili rischiano di essere trascurati, o destinati ad accogliere campi sterminati di pannelli fotovoltaici, anche quando possiedono un grande valore scientifico. Si conserva ciò che può essere venduto, mentre il resto rimane senza custodia, senza ricerca e senza manutenzione. Una politica culturale coerente dovrebbe invece partire dall’idea opposta: esistono beni che devono essere studiati e protetti anche quando non producono profitto. Nel dibattito pubblico italiano, tutela e valorizzazione vengono spesso accostate come se fossero due attività naturalmente complementari, ma in realtà possono entrare in conflitto.

La tutela richiede prudenza, ricerca, manutenzione, monitoraggio e, se necessario, limitazione dell’accesso. La valorizzazione turistica tende invece a chiedere maggiore visibilità, più servizi, più eventi, più pubblico e più redditività. Il conflitto diventa evidente quando l’apertura di un sito è decisa prima di averne garantito la stabilità; quando un restauro viene progettato per migliorare la leggibilità scenografica più che la conservazione; quando l’illuminazione, le passerelle o gli allestimenti vengono imposti senza una valutazione adeguata dell’impatto. Valorizzare non dovrebbe significare aumentare il consumo del bene, ma accrescerne la conoscenza e la funzione sociale.

Un sito – per quanto possa sembrare strano a determinate categorie di fruitori – può essere valorizzato anche attraverso una pubblicazione scientifica, una campagna di catalogazione, un progetto didattico, un archivio digitale, un programma di manutenzione o la formazione del personale.

Non tutto ciò che ha valore deve necessariamente diventare visitabile in massa e in Sardegna questa distinzione è essenziale, perché il patrimonio archeologico è diffuso, fragile e spesso collocato in territori scarsamente popolati. Molti comuni custodiscono un numero considerevole di siti, ma dispongono di risorse finanziarie e personale limitati. La crescita del turismo culturale, se non accompagnata da investimenti strutturali, può aggravare questa fragilità.

Esiste una capacità fisica: quante persone possono accedere contemporaneamente a un sito senza produrre danni. Esiste una capacità infrastrutturale: quanti visitatori possono essere serviti da parcheggi, sentieri, servizi igienici e sistemi di emergenza. Esiste una capacità scientifica: quanti flussi possono essere gestiti senza compromettere la documentazione e la conservazione. Esiste infine una capacità culturale: il limite oltre il quale un luogo perde la propria complessità e viene ridotto a un’immagine facilmente vendibile.

Il nuraghe diventa simbolo generico della Sardegna. La civiltà nuragica viene rappresentata come un’identità uniforme e immobile. Le feste tradizionali vengono adattate ai calendari turistici. Le comunità vengono invitate a mettere in scena sé stesse. Così il patrimonio, anziché generare conoscenza critica, viene trasformato in conferma delle aspettative del visitatore.

In buona sostanza, si tratta di un processo di folklorizzazione: la cultura sopravvive nelle sue forme esteriori, ma viene progressivamente svuotata della capacità di esprimere conflitti, generare trasformazioni e produrre significati sostanziali.

Un indipendentismo consapevole deve necessariamente opporsi a questa riduzione. La cultura sarda non deve essere difesa perché rende l’isola più competitiva sul mercato turistico. Deve essere difesa perché costituisce una delle forme attraverso cui una comunità comprende sé stessa e costruisce il proprio futuro.

Anche il turismo archeologico, sul quale mi sono concentrato, pur apparendo più sostenibile rispetto a quello balneare, può diventare parte di una monocultura: un territorio non si sviluppa davvero se tutti i settori vengono riorganizzati in funzione dei visitatori. Criticare l’overtourism, però, non significa chiudere la Sardegna o rifiutare l’incontro con chi viene da fuori. Significa, al contrario, stabilire che l’accoglienza deve essere organizzata secondo i limiti dei territori e gli interessi delle comunità, perché il turismo è realmente sostenibile quando rafforza la società che lo ospita, non quando la costringe ad arretrare.

Il conflitto è tra un modello nel quale il territorio viene utilizzato per produrre rendita e un modello nel quale la ricchezza territoriale viene gestita nell’interesse collettivo. Nel primo, le coste, le case, i musei e i siti archeologici sono risorse economiche da mettere a profitto. I benefici si concentrano, mentre i costi ambientali, culturali e sociali vengono distribuiti sulla popolazione.

Nel secondo, il turismo è subordinato alla tutela, al lavoro dignitoso, alla ricerca e alla continuità delle comunità.

La Sardegna non deve diventare più competitiva come destinazione. Deve diventare più giusta come società. La questione decisiva non è quante persone riescano a raggiungerla, ma se coloro che vi sono nati o hanno scelto di viverci – come aspira a fare il sottoscritto – possano ancora permettersi di abitarla, conoscerla e decidere del suo futuro.

Un popolo non esercita la propria sovranità soltanto attraverso le istituzioni della propria terra; la esercita quando ne controlla il suolo, l’acqua, il lavoro, le case e la memoria.

Il patrimonio archeologico appartiene alla collettività non perché tutti possano consumarlo senza limiti, ma perché nessuno possa appropriarsene escludendo gli altri. La ricchezza prodotta dalla terra, dalla cultura e dal lavoro dovrebbe tornare innanzitutto a chi quella terra la custodisce, a chi quella cultura la trasmette e a chi quel lavoro lo svolge.

Il turismo può e deve continuare a esistere, crescere e generare benessere, ma dovrà imparare a occupare il posto che gli spetta: non al di sopra della società sarda, bensì al suo servizio. Perché una terra non è davvero libera quando è accessibile a tutti, ma quando non è soggetta al potere e agli interessi di pochi.

da qui

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