La Sardegna, indubbiamente, ha bisogno del turismo, ma non può essere ridotta al turismo; tra queste due affermazioni si apre una questione che non è soltanto economica o ambientale, ma riguarda il diritto di una comunità a decidere quale uso fare della propria terra, del proprio paesaggio e – non ultimo – della propria memoria.
L’overtourism
viene normalmente rappresentato attraverso immagini immediate: spiagge
sovraffollate, strade congestionate, rifiuti, carenza d’acqua, aumento degli
affitti. Sono manifestazioni reali, ma costituiscono soltanto l’aspetto
evenemenziale del problema. La pressione turistica investe anche il patrimonio
culturale e archeologico, modifica l’organizzazione dei territori, orienta la
spesa pubblica e finisce per stabilire quali luoghi debbano essere conservati,
raccontati o trasformati in prodotti. Il punto non è essere favorevoli o
contrari al turismo. La vera domanda è un’altra: chi decide, chi guadagna e chi
sostiene i costi? Il turismo diventa problematico quando non è più uno
strumento al servizio della società, ma una struttura esterna alla quale la
Sardegna deve adattare il proprio territorio, il lavoro, le infrastrutture e
perfino la rappresentazione di sé stessa. In un modello del genere l’isola non
è più una comunità che accoglie visitatori, ma una destinazione che deve
rendersi, giocoforza, continuamente disponibile.
La
narrazione pubblica del turismo si fonda prevalentemente su alcuni indicatori:
arrivi, presenze, collegamenti aerei, posti letto, tasso di occupazione delle
strutture e spesa media dei visitatori. Sono dati utili, ma insufficienti: un
aumento delle presenze non dimostra automaticamente che la popolazione
residente abbia dei vantaggi. Per comprenderne gli effetti occorre distinguere
tra il valore economico prodotto nel territorio e il valore che rimane
effettivamente in quel territorio. È innegabile che una parte della spesa
turistica venga assorbita da compagnie di trasporto, piattaforme digitali,
gruppi alberghieri, fondi immobiliari, intermediari e fornitori con sede
all’esterno dell’isola. La Sardegna, in buona sostanza, offre le risorse, ma
spesso non controlla i canali attraverso i quali queste vengono
commercializzate.
La
questione, dunque, non riguarda soltanto la quantità della ricchezza generata,
ma la sua distribuzione. Una crescita che arricchisce i proprietari delle
rendite immobiliari, aumenta il valore delle concessioni e produce lavoro
stagionale povero non equivale necessariamente – ma direi non equivale affatto
– a uno sviluppo collettivo.
Il concetto
di esternalità negativa, associato alla riflessione economica di Arthur Cecil
Pigou, permette di comprendere uno degli squilibri fondamentali
dell’overtourism. Un’esternalità si verifica quando un’attività produce costi
che non vengono sostenuti integralmente da chi ottiene il beneficio economico,
ma sono trasferiti su altri individui o sulla collettività. Una struttura ricettiva
incassa un profitto privato. Una piattaforma trattiene una commissione. Un
proprietario realizza una rendita attraverso gli affitti brevi. Tuttavia,
l’aumento della pressione sulle reti idriche, sui depuratori, sulla raccolta
dei rifiuti, sulle strade, sui parcheggi, sui servizi sanitari e sui sistemi di
vigilanza viene in larga parte sostenuto dalle amministrazioni pubbliche. Così
facendo, il profitto viene privatizzato, mentre i costi vengono socializzati,
generando squilibrio.
Il medesimo
principio riguarda i beni culturali. Un sito archeologico reso attrattivo da
una campagna promozionale può incrementare i ricavi di alberghi, ristoranti,
operatori turistici e trasportatori. Ma la sorveglianza, la manutenzione, il
restauro, il controllo dei flussi e il consolidamento delle strutture
archeologiche rimangono a carico dei comuni o degli enti regionali, già
finanziariamente fragili.
Una seria
politica turistica dovrebbe quindi calcolare non soltanto il numero dei
biglietti venduti (pratica entusiasticamente diffusa anche in Italia), ma il
costo complessivo, necessario a impedire che l’aumento delle visite produca il
deterioramento del patrimonio.
La teoria di
Pigou suggerisce che chi genera una pressione aggiuntiva debba contribuire a
compensarne gli effetti. Ciò potrebbe tradursi in contributi di scopo, imposte
di soggiorno realmente destinate alla tutela, tariffe differenziate, fondi
obbligatori per la manutenzione e meccanismi di restituzione economica ai
territori. Ciò non per punire il visitatore, ma per impedire che il consumo
turistico venga finanziato indirettamente dai residenti.
Spesso il
turismo viene difeso richiamando, implicitamente o esplicitamente, il
moltiplicatore keynesiano. La spesa iniziale del turista genererebbe reddito
per alberghi, ristoranti, musei, commercianti e lavoratori. Questi soggetti
spendono a loro volta una parte del reddito ricevuto, producendo ulteriori
effetti nell’economia. Tuttavia, il moltiplicatore non è una legge naturale e
dipende dalla struttura dell’economia. Se una struttura ricettiva acquista
prodotti agricoli sardi, si rivolge ad artigiani locali, assume personale
residente con contratti stabili, finanzia attività culturali e reinveste gli
utili nel territorio, l’effetto moltiplicativo potrebbe essere elevato. Se
invece importa gran parte dei beni, utilizza piattaforme esterne, trasferisce
gli utili fuori dall’isola e offre soltanto occupazione stagionale, il circuito
economico si interrompe rapidamente. Un museo o un parco archeologico possono
produrre un moltiplicatore territoriale soltanto se risultano inseriti in una
rete economica e sociale locale. In buona sostanza, il biglietto d’ingresso, da
solo, non basta; servono ricerca scientifica, laboratori, didattica, editoria,
formazione professionale, artigianato qualificato, servizi di guida,
manutenzione, ristorazione e produzioni culturali. Un sito archeologico genera
sviluppo quando attorno a esso si costruiscono competenze permanenti, non
quando viene semplicemente inserito nel programma di un’escursione giornaliera.
L’archeologia
non dovrebbe essere considerata una scenografia per il consumo turistico, ma
una filiera di conoscenza capace di creare occupazione qualificata per
archeologi, restauratori, architetti, antropologi, archivisti, tecnici della
diagnostica, comunicatori, educatori museali e professionisti
dell’accessibilità.
Se il
visitatore attraversa un sito, scatta alcune fotografie, tutte
meravigliosamente instagrammabili, e riparte senza che la sua spesa alimenti
questa filiera di attività, il moltiplicatore culturale rimane nullo
La teoria
della tragedia dei beni comuni, resa celebre da Garrett Hardin, bene descrive
il rischio che una risorsa accessibile a molti venga progressivamente
deteriorata perché ogni utilizzatore ha interesse a massimizzare il proprio
vantaggio immediato, mentre il costo del danno viene distribuito sull’intera
comunità. Spiagge, coste, paesaggi, sorgenti, sentieri, centri storici e siti
archeologici presentano alcuni caratteri tipici dei beni comuni.
Ogni
operatore turistico ha interesse ad aumentare i visitatori, così come ogni
amministrazione può essere incentivata a celebrare nuovi record di presenze, ma
la somma di comportamenti individualmente razionali può produrre un risultato
collettivamente distruttivo.
Una necropoli,
un villaggio nuragico o un santuario rupestre non possono essere utilizzati
come se avessero una capacità illimitata. Il calpestio, le vibrazioni, il
contatto diretto, l’umidità, l’erosione dei sentieri, le variazioni
microclimatiche e il semplice aumento della presenza umana possono
compromettere strutture e reperti. A questi rischi si aggiungono l’abbandono di
rifiuti, il vandalismo, il prelievo illecito di materiali e la proliferazione
di percorsi informali. Celebre l’affermazione di Amedeo Maiuri, secondo la
quale – nel giro di qualche decennio – i turisti avrebbero visitato le rovine
delle vestigia di Pompei.
Nel caso del
patrimonio archeologico, la tragedia del bene comune assume una forma
particolarmente grave: ciò che viene deteriorato non è facilmente
riproducibile. Paradossalmente, un tratto di costa può in alcuni casi essere
rinaturalizzato. Un edificio può essere ricostruito. Ma un deposito
archeologico rimosso senza metodo, una stratigrafia distrutta, una superficie
incisa consumata o una tomba violata perdono per sempre una parte delle
informazioni che contenevano. Il patrimonio archeologico non è soltanto
fragile: è non rinnovabile. Per questo la tutela non può essere subordinata al
raggiungimento di determinati numeri di pubblico. Il primo compito di un sito
archeologico non è accogliere il maggior numero possibile di persone, ma
conservare il bene e renderne possibile la comprensione nel tempo.
Hardin ha
descritto il rischio del sovrasfruttamento, ma Elinor Ostrom ha mostrato che la
tragedia non è inevitabile. Le comunità possono gestire efficacemente le
risorse comuni quando esistono confini chiari, regole condivise, partecipazione
degli utilizzatori, sistemi di controllo, sanzioni proporzionate e istituzioni
riconosciute come legittime. Applicato alla Sardegna, questo significa che la
gestione dei luoghi turistici e culturali non deve essere affidata né al
mercato incontrollato né a una burocrazia distante e italo-centrica. Comuni,
comunità locali, università, soprintendenze, musei, associazioni e operatori
economici possono costruire sistemi di gestione territoriale fondati sulla
responsabilità condivisa. Ma perché ciò avvenga, le comunità devono disporre di
un effettivo potere decisionale: non basta consultare i residenti dopo che un
progetto è stato definito. Essi dovrebbero – in una società ideale – poter
contribuire alla determinazione dei limiti di accesso, alla destinazione delle
entrate, alla scelta dei percorsi, all’organizzazione dei servizi e alla
valutazione degli impatti. Un modello ispirato a Ostrom potrebbe prevedere
numeri programmati nei siti più fragili; sistemi di prenotazione trasparenti;
guide e operatori formati nel territorio; reinvestimento vincolato delle
entrate nella conservazione; partecipazione delle comunità locali alla
governance; controllo scientifico degli impatti; rotazione o chiusura
temporanea delle aree più vulnerabili; accesso agevolato per i residenti;
tutela degli usi sociali e rituali ancora vivi. Tutte proposte che vengono
spesso annunciate, ma che solo raramente trovano concreta attuazione.
Un
riferimento particolarmente utile, nel dibattito sul rapporto tra archeologia,
economia e turismo, è rappresentato da Moses Finley. Lo storico americano ha
contestato la tendenza a interpretare le società antiche attraverso le
categorie proprie dell’economia contemporanea, come il mercato, la crescita e
la massimizzazione del profitto. Nel mondo antico, infatti, le scelte
economiche erano profondamente condizionate da fattori sociali, religiosi e
politici, che contavano più del semplice guadagno. La sua lezione può essere
applicata, in senso inverso, anche al presente. Così come sarebbe fuorviante
descrivere l’economia antica come una forma incompleta o arretrata del
capitalismo moderno, è altrettanto riduttivo considerare ogni testimonianza del
passato come un bene economico ancora inutilizzato, in attesa di essere “messo
a valore”.
Un sito
archeologico, un paesaggio storico o una tradizione culturale non sono materie
prime da trasformare automaticamente in flussi turistici, biglietti venduti e
rendite immobiliari. Possiedono valori simbolici, identitari, scientifici e
sociali che non possono essere misurati soltanto attraverso indicatori
economici. La loro valorizzazione, dunque, non dovrebbe coincidere con il loro sfruttamento,
ma con la capacità di conservarli, renderli comprensibili e trasmetterli alle
generazioni future. Un nuraghe non è un prodotto turistico imperfetto. Una
necropoli non è un’attrazione priva di servizi. Un museo non è un’impresa
alberghiera che deve misurare la propria efficienza attraverso il numero degli
ingressi. Sono istituzioni e luoghi il cui valore è anzitutto storico, civile,
scientifico e simbolico.
Quando il
linguaggio economico invade completamente quello della tutela, i siti archeologici
vengono definiti “attrattori”, i visitatori diventano “flussi”, la memoria
diventa “offerta culturale” e il territorio viene trasformato in un “prodotto
esperienziale”. Tutte espressioni tutt’altro che innocenti, ma indicative di
subordinazione.
Il passato
viene considerato degno di attenzione nella misura in cui produce consumo,
visibilità o rendimento. I luoghi meno spettacolari, meno accessibili o meno
facilmente comunicabili rischiano di essere trascurati, o destinati ad
accogliere campi sterminati di pannelli fotovoltaici, anche quando possiedono
un grande valore scientifico. Si conserva ciò che può essere venduto, mentre il
resto rimane senza custodia, senza ricerca e senza manutenzione. Una politica
culturale coerente dovrebbe invece partire dall’idea opposta: esistono beni che
devono essere studiati e protetti anche quando non producono profitto. Nel
dibattito pubblico italiano, tutela e valorizzazione vengono spesso accostate
come se fossero due attività naturalmente complementari, ma in realtà possono
entrare in conflitto.
La tutela
richiede prudenza, ricerca, manutenzione, monitoraggio e, se necessario,
limitazione dell’accesso. La valorizzazione turistica tende invece a chiedere
maggiore visibilità, più servizi, più eventi, più pubblico e più redditività.
Il conflitto diventa evidente quando l’apertura di un sito è decisa prima di
averne garantito la stabilità; quando un restauro viene progettato per
migliorare la leggibilità scenografica più che la conservazione; quando
l’illuminazione, le passerelle o gli allestimenti vengono imposti senza una
valutazione adeguata dell’impatto. Valorizzare non dovrebbe significare
aumentare il consumo del bene, ma accrescerne la conoscenza e la funzione
sociale.
Un sito –
per quanto possa sembrare strano a determinate categorie di fruitori – può
essere valorizzato anche attraverso una pubblicazione scientifica, una campagna
di catalogazione, un progetto didattico, un archivio digitale, un programma di
manutenzione o la formazione del personale.
Non tutto
ciò che ha valore deve necessariamente diventare visitabile in massa e in
Sardegna questa distinzione è essenziale, perché il patrimonio archeologico è
diffuso, fragile e spesso collocato in territori scarsamente popolati. Molti
comuni custodiscono un numero considerevole di siti, ma dispongono di risorse
finanziarie e personale limitati. La crescita del turismo culturale, se non
accompagnata da investimenti strutturali, può aggravare questa fragilità.
Esiste una
capacità fisica: quante persone possono accedere contemporaneamente a un sito
senza produrre danni. Esiste una capacità infrastrutturale: quanti visitatori
possono essere serviti da parcheggi, sentieri, servizi igienici e sistemi di
emergenza. Esiste una capacità scientifica: quanti flussi possono essere
gestiti senza compromettere la documentazione e la conservazione. Esiste infine
una capacità culturale: il limite oltre il quale un luogo perde la propria
complessità e viene ridotto a un’immagine facilmente vendibile.
Il nuraghe
diventa simbolo generico della Sardegna. La civiltà nuragica viene
rappresentata come un’identità uniforme e immobile. Le feste tradizionali
vengono adattate ai calendari turistici. Le comunità vengono invitate a mettere
in scena sé stesse. Così il patrimonio, anziché generare conoscenza critica,
viene trasformato in conferma delle aspettative del visitatore.
In buona
sostanza, si tratta di un processo di folklorizzazione: la cultura sopravvive
nelle sue forme esteriori, ma viene progressivamente svuotata della capacità di
esprimere conflitti, generare trasformazioni e produrre significati
sostanziali.
Un
indipendentismo consapevole deve necessariamente opporsi a questa riduzione. La
cultura sarda non deve essere difesa perché rende l’isola più competitiva sul
mercato turistico. Deve essere difesa perché costituisce una delle forme
attraverso cui una comunità comprende sé stessa e costruisce il proprio futuro.
Anche il
turismo archeologico, sul quale mi sono concentrato, pur apparendo più
sostenibile rispetto a quello balneare, può diventare parte di una monocultura:
un territorio non si sviluppa davvero se tutti i settori vengono riorganizzati
in funzione dei visitatori. Criticare l’overtourism, però, non significa
chiudere la Sardegna o rifiutare l’incontro con chi viene da fuori. Significa,
al contrario, stabilire che l’accoglienza deve essere organizzata secondo i
limiti dei territori e gli interessi delle comunità, perché il turismo è
realmente sostenibile quando rafforza la società che lo ospita, non quando la
costringe ad arretrare.
Il conflitto
è tra un modello nel quale il territorio viene utilizzato per produrre rendita
e un modello nel quale la ricchezza territoriale viene gestita nell’interesse
collettivo. Nel primo, le coste, le case, i musei e i siti archeologici sono
risorse economiche da mettere a profitto. I benefici si concentrano, mentre i
costi ambientali, culturali e sociali vengono distribuiti sulla popolazione.
Nel secondo,
il turismo è subordinato alla tutela, al lavoro dignitoso, alla ricerca e alla
continuità delle comunità.
La Sardegna
non deve diventare più competitiva come destinazione. Deve diventare più giusta
come società. La questione decisiva non è quante persone riescano a
raggiungerla, ma se coloro che vi sono nati o hanno scelto di viverci – come
aspira a fare il sottoscritto – possano ancora permettersi di abitarla,
conoscerla e decidere del suo futuro.
Un popolo
non esercita la propria sovranità soltanto attraverso le istituzioni della
propria terra; la esercita quando ne controlla il suolo, l’acqua, il lavoro, le
case e la memoria.
Il
patrimonio archeologico appartiene alla collettività non perché tutti possano
consumarlo senza limiti, ma perché nessuno possa appropriarsene escludendo gli
altri. La ricchezza prodotta dalla terra, dalla cultura e dal lavoro dovrebbe
tornare innanzitutto a chi quella terra la custodisce, a chi quella cultura la
trasmette e a chi quel lavoro lo svolge.
Il turismo
può e deve continuare a esistere, crescere e generare benessere, ma dovrà
imparare a occupare il posto che gli spetta: non al di sopra della società
sarda, bensì al suo servizio. Perché una terra non è davvero libera quando è
accessibile a tutti, ma quando non è soggetta al potere e agli interessi di
pochi.
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