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lunedì 9 maggio 2022

Tra zone di sacrificio, migrazioni e resistenze: mantenere la relazione con i fondamenti della vita - Biodiversidad

 

Editoriale

Nella foto [di copertina NdR] vediamo persone che camminano lungo la linea di frontiera in cerca di un passaggio, di un mezzo di trasporto, di un rifugio, di un nascondiglio. Un breve spazio di tempo, come cantano alla radio, che scivola qua e là e segna il battito degli eventi al di fuori della loro relazione immediata. In qualche modo fuggono, fuggono in avanti. Il loro esilio, il loro viaggio, la loro emigrazione sono un confronto con il futuro, ma ora, adesso, perché il loro passato (per quanto recente possa essere) è insopportabile.

Il mondo come lo conoscevamo sta svanendo. La promozione di un'era digitale che, si dice, ci renderà più vasti e immediati, sta guadagnando volume e attenzione. Il che risolverà, come dice giustamente Larry Lohman, tutti i problemi di “fiducia” che la “mancanza di sicurezza” porta alla gente. Ma a quale gente, ci chiediamo, se l'accaparramento delle terre avviene già in modo digitale per mezzo di registri personalizzati, se si cercano ormai cataloghi di sementi, registri della popolazione, nascondigli per capitali, tutto in modo digitale, con la fiducia assoluta di chi possiede questi libri mastri digitali?

La distruzione del linguaggio non conta per loro, la distruzione delle relazioni che per millenni hanno significato la vita conta ancora meno per loro. Promuovono gli organismi geneticamente modificati, l'editing genetico, pesticidi e fertilizzanti agrotossici, cannoni antigrandine, allevamenti in batteria di polli e maiali, promuovono città-serra, il sequestro dell'acqua per molteplici usi (automotive, imbottigliamento, fracking, estrazione, serre, allevamenti industriali, processi petrolchimici e siderurgici che avvelenano l'acqua nell'aria o nel terreno). Promuovono anche la privatizzazione dei semi, della proprietà intellettuale, rompendo così le relazioni che hanno reso possibile la vita per millenni, come abbiamo già detto.

È di questo che stiamo parlando. Permettere la vita sulla terra. Mantenere la relazione con la terra, con ciò che chiamiamo natura e di renderla possibile, rivendicando quelle relazioni che mantengono il focus e l'attenzione sui fondamentali.

Ma i processi sovrapposti di accaparramento e devastazione stanno peggiorando le possibilità di sussistenza delle persone nelle loro comunità, nei loro ambienti vitali, nelle loro sfere di riproduzione. È l'avvelenamento dell'acqua, dell'aria, del suolo, dei corpi delle persone, dai bambini agli anziani, e degli animali con cui conviviamo.

E' anche però la distruzione dei cicli fondamentali che scatenano catastrofi. Distruggere la foresta significa favorire l'erosione del suolo, bandire gli impollinatori, schiacciare i processi di biodiversità e provocare l'interferenza di persone che impongono con violenza ciò che pensano sia redditizio. Quando questo diventa estremo e tanti processi distruttivi si uniscono, entriamo in quelle che chiamiamo zone di sacrificio.

Alla fine del 2020, in Messico, c'è stata una carovana per constatare l'esistenza di queste intense zone di devastazione, zone create, prodotte passo dopo passo da imprese di ogni tipo che, sfruttando gli accordi di libero scambio, stanno tessendo ogni tipo di progetto di morte che viene imposto quando c'è una forte resistenza, viene imposto con gruppi armati, con l'esercito e la polizia che impongono, senza tanti complimenti, la devastazione e il silenzio di coloro che subiscono tali aggressioni.

In questo numero documentiamo, grazie a diverse organizzazioni latinoamericane, undici zone di sacrificio in Ecuador, Venezuela, Bolivia, Cile, Argentina e Messico, sapendo che il metabolismo della distruzione ha passaggi, effetti che saltano oltre gli ambienti di morte e raggiungono altri spazi.

I media hanno diffuso la triste e terribile notizia di come i membri di una carovana di migranti provenienti dall'America Centrale, da Haiti e da varie regioni dell'Africa siano stati selvaggiamente repressi con calci, picchiati con bastoni e scudi, tirati e trascinati via per aver dovuto fuggire da condizioni estreme di invivibilità e violenza, per essere stati espulsi dal loro rapporto con la loro terra e natura.

Le scene di un uomo con in braccio il suo bambino tra gli scudi della Guardia Nazionale messicana che li butta a terra e poi di nuovo, ogni volta che l'uomo si rialzava con il bambino in braccio, ci devono trasmettere qualcosa di più di una scena di terrore. Qualcosa deve cambiare. Qualcosa viene usato spietatamente per distruggere tutto ciò che ci viene tolto da chi è al potere, per poi distruggere le persone che fuggono da tali devastazioni.

All'enorme esodo latinoamericano verso gli Stati Uniti e il Nord in generale (soprattutto centroamericano e messicano) si è aggiunta ora una nuova ondata proveniente dall'Africa attraverso varie rotte oceaniche, forse emulando alcune delle antiche vie di navigazione delle navi negriere, o scommettendo su viaggi aerei meno pubblicizzati. Si dice che una delle porte di entrata più forti sia la Colombia, da dove i migranti africani viaggiano verso nord.

Proprio l'anno scorso, di fronte alla nuova politica migratoria del Messico che cerca di imitare la sua controparte statunitense nell'umiliazione, nella reclusione e nella chiusura mentale di cui è capace l'autorità migratoria, è stata addirittura organizzata un'assemblea di migranti provenienti dall'Africa che hanno fatto richieste specifiche al governo messicano.

Intanto il Messico, intrappolato nei legami concordati con il T-MEC (Accordo Stati Uniti-Messico-Canada, ndt), sebbene continui a frenare il flutto migratorio dal Sud con una repressione selvaggia e vili confinamenti, serve anche da filtro affinché alla frontiera con gli Stati Uniti arrivi una certa parte di questa popolazione viaggiante che, prima o poi (se non riesce ad eludere le enormi recinzioni e gli agguati che hanno preparato per loro), sarà imprigionata nella ragnatela industriale del complesso di sorveglianza e confinamento delle frontiere che, con la tecnologia digitale “per fornire fiducia e sicurezza”, la rintraccerà, accerchierà, imprigionerà, poi la terrà in un confinamento lucrativo per un intero consorzio di prigioni private sul suolo americano.

Tra le zone di sacrificio, riflesso diretto dell'abuso costante e complesso del capitalismo industriale che sta divorando il mondo, e il confinamento lucrativo dei migranti considerati “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, esiste tuttavia una pletora di resistenze che insiste sul nostro rapporto con la terra, sulla ricerca della sovranità alimentare, sulla difesa delle nostre foreste, dei nostri semi, delle nostre acque e delle nostre sfere comunitarie che hanno sempre e per sempre simboleggiato il meglio dell'umanità.

Biodiversidad vuole porre luce su questi tentativi, questa emozione di mantenerci in relazione con i fondamenti della vita.


11 zone di sacrificio in America Latina


I. II Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, è la casa di comunità in isolamento volontario o di contatto recente (popoli Tagaeri Taromenane) e popoli di nazionalità Waorani, contattati da poco e ai quali i governi al potere di turno chiedono di sacrificarsi in favore dell'estrazione di greggio dal sottosuolo. Sono molti gli danni, ordinari e accidentali, provocati dall'attività petrolifera in questa enclave, una attività descritta come molto devastante sia in termini ambientali che di diritti umani. C'è un riconoscimento internazionale che ha dichiarato Yasuní un luogo tra i più biodiversi del pianeta, in termini di biodiversità ed endemismo, eppure è assediato dall'estrattivismo di caucciù, petrolio e legname.

Estrattivismo che continua nonostante l'esistenza di misure cautelari della Corte Interamericana a favore della regione, e nonostante che la stessa Costituzione ecuadoriana proibisce l'attività estrattiva di risorse non rinnovabili nelle aree protette e nelle zone dichiarate intangibili, compreso lo sfruttamento forestale, con poche eccezioni che devono essere giustificate dalla presidenza della Repubblica e che possono richiedere un referendum. “In tutte le sue fasi l'attività petrolifera causa l'inquinamento dell'acqua e dell'aria-acqua. L'espansione della frontiera estrattiva nello Yasuní provoca la deforestazione e quindi la perdita di biodiversità a causa della costruzione di strade, piattaforme, pozzi e infrastrutture petrolifere. I dati del Ministero dell'Ambiente affermano che ogni settimana in Ecuador c'è una fuoriuscita di petrolio di non meno di 5 barili. Le fuoriuscite, così come le infrastrutture petrolifere e altre fonti di inquinamento come torce petrolifere, acque connate e il rumore, causano gravi danni agli ecosistemi”. Questo non basta, il Parco Nazionale Yasuní continua ad essere sfruttato. Pedro Bermeo Guarderas e Esperanza Martínez (Colectivo Yasunidos, Acción Ecológica)

II. Nella provincia di Entre Ríos in Argentina, 135.000 ettari di boschi sono andati persi a causa della deforestazione tra il 2007 e il 2017. La maggior parte di questa deforestazione avviene in aree che per il loro valore conservativo, per la biodiversità e servizi ambientali non dovrebbero essere deforestate o disboscate, secondo le leggi e la pianificazione territoriale delle foreste native.

La perdita delle foreste e dei boschi nativi, insieme alla loro biodiversità, altera lo stile di vita delle comunità e delle famiglie legate da secoli a quei luoghi, che in molti casi sono costrette a migrare verso le periferie delle grandi città in condizioni di esclusione e povertà.

Tra il 2019 e il 2020, a Entre Ríos, 2 milioni 135.400 ettari sono stati piantati con otto monocolture. Le coltivazioni di grano, soia e mais hanno occupato il 94% della superficie coltivata e il 91% della produzione totale. L'espansione agricola e il sovrasfruttamento dei suoli hanno innescato l'uso di fertilizzanti sintetici. Da 300.000 tonnellate/anno nel 1990, il loro utilizzo è aumentato a 4,3 milioni di tonnellate/anno nel 2019, il che non ha a che vedere con l'aumento della superficie coltivata (da 26,7 milioni di ettari nel 1990 a 38,2 milioni di ettari nel 2019).

Tale aumento è legato anche all'espansione dell'uso delle sementi transgeniche, e implica un sovraccarico di sostanze: glifosato con cipermetrina, clorpirifos e endosulfan (per la soia), lambda-cyhalothrin (per il mais), dicamba e acido 2,4D. Gli sconosciuti “effetti sinergici” di queste combinazioni aggravano la loro tossicità e incidono sulla salute umana con ipersensibilità acuta, problemi cronici o danni a livello genetico. Nonostante il fatto che i pesticidi causino “gravi danni” all'acqua superficiale, sotterranea e atmosferica, al suolo, all'atmosfera, alla flora, alla fauna e al cibo, le fumigazioni sono incessanti e, di fronte alle denunce di non considerare l'impatto sulle scuole rurali, l'industria sostiene che “è molto più facile cambiare la scuola che vendere il campo o cambiare produzione”.

Nel 2018 il governatore della provincia “ha firmato un decreto che ha permesso l'irrorazione di pesticidi fino a 100 metri dalle scuole rurali. L'azione ha innescato una battaglia legale che, dopo tre sentenze a favore del divieto di irrorazione nelle vicinanze delle scuole rurali, si è conclusa nel settembre 2019 con una decisione della Corte Superiore di Giustizia della Provincia, che ha avallato il decreto del governatore di dare libero sfogo all'irrorazione a 100 metri dalle scuole. Damián Verzeñassi (Istituto di Salute Socio-ambientale della Facoltà di Scienze Mediche dell'Università di Rosario, Argentina).
 

III. La regressione del rio Coca in Ecuador è solo apparentemente un processo naturale. Due oleodotti che tirano via il greggio per l'esportazione convergono nella zona, attraversando un'area sismica con la presenza di un vulcano attivo. Nonostante i rischi accumulati, è stata costruita la più grande infrastruttura di produzione di elettricità del paese, il progetto Coca Codo Sinclaire. Il fiume è stato deviato in una zona molto fragile, causando uno squilibrio idrogeologico. Il 7 aprile 2020 le due condutture si sono rotte a causa dell'erosione del letto del fiume Coca. Anche se si parla di un incidente, le tante decisioni sbagliate prese dai governi di turno hanno forgiato questa zona di sacrificio.

È stato l'accumulo di progetti e opere infrastrutturali concentrate lungo il percorso del fiume Coca che ha alterato le caratteristiche di questo “continuum temporale”, e ha superato tutte i limiti del fiume fino all'irreversibilità.

Lo stato ha intrapreso queste opere infrastrutturali nonostante l'alto rischio e l'instabilità della zona a causa della sismicità, la presenza di attività vulcanica, le caratteristiche stesse del bacino del fiume Coca, e nonostante gli avvertimenti e le preoccupazioni espresse all'epoca. Un'aggravante è stata quella di scatenare l'alterazione del fiume modificandone la struttura, i suoli, i sedimenti, la flora e la fauna e, quindi, alterare la relazione tra la comunità e il fiume, senza studi preventivi, senza monitorare gli impatti provocati. Il tutto avviene nonostante che l'Ecuador riconosca alla natura lo status di soggetto di diritti e, quindi, la speciale protezione dei fiumi. Esperanza Martínez (Acción Ecológica)


IV. La concentrazione di opere potenzialmente distruttive o inquinanti si traduce sempre in zone di sacrificio. A Huasco-Cile convergono l'attività mineraria, un impianto di pellettizzazione del minerale di ferro della Compañía de Aceros del Pacífico (CAP) 8, un porto e una centrale termoelettrica. Questo si traduce in un indice di inquinamento dell'80% nella zona, motivo per cui è stata dichiarata “zona satura”. “L'impianto di pellettizzazione non ha depositi di sterili che vengono evacuati in mare”. Guacolda è la centrale termoelettrica che ha dichiarato di “utilizzare carbone bituminoso e sub-bituminoso, e chiede di bruciare petcoke, un residuo che può essere utilizzato solo sotto severe misure di mitigazione, perché emette quantità di anidride solforosa (SO2), gas generici di diossido di azoto (NOx), vanadio e nichel, considerati cancerogeni “alla sua minima esposizione”.

Tutta l'area olivicola è colpita dall'inquinamento; lo scarico in mare di sterili e rifiuti industriali “colpisce il substrato roccioso dei fondali necessario nei primi stadi di vita di molluschi, crostacei, echinodermi e alghe in generale, che costituiscono i primi livelli della catena ecologica marina, generando così in mare una macchia di solidi che impedisce il processo di fotosintesi, indispensabile per la flora e fauna marina”.

Anche se gli abitanti della città e della zona circostante hanno intrapreso diverse azioni amministrative e legali per far sospendere almeno in parte le attività inquinanti che li riguardano, le imprese continuano a svolgere le loro attività alla faccia a dispetto della legge. È lo Stato responsabile della creazione di questa zona di sacrificio, è lo Stato a permettere una tale concentrazione di attività e a non far rispettare le norme ambientali. Osservatorio dei conflitti minerari in America Latina (OCMAL)

V. Nella penisola dello Yucatan, in Messico, la pubblicità ufficiale propone un treno turistico, il Tren Maya, “che farebbe il giro della penisola, sfruttando strade esistenti e nuove, promuovendo soste in 18 città (ognuna con 50.000 abitanti), in una regione abitata principalmente da popolazioni indigene”. Di fatto, si tratta di una rete di progetti di ogni tipo che compongono una sorta di mega “zona economica speciale”, invadendo di investimenti gli stati di Tabasco, Chiapas, Campeche, Yucatán, Quintana Roo: siti di programmi sinergici, progetti, stanziamenti, appalti, politiche pubbliche e investimenti privati. Ossia accaparramento delle terre, deforestazione e devastazione, avvelenamento e degrado ambientale, e una possibile espulsione delle popolazioni. I 181.000 chilometri quadrati della penisola si riconfigurano come spazio per l'articolazione di progetti estrattivi, l'accaparramento multimodale di terra e acqua, e maquila. E' tutto legato a un corridoio di infrastrutture e trasporti che attraversa la fascia messicana dall'Oceano Pacifico al Golfo del Messico nell'Istmo di Tehuantepec (19.997 chilometri quadrati, e altre due entità: Oaxaca e Veracruz). Si apre così uno spazio di confluenza con gli Stati Uniti, con un evidente valore geopolitico. In questo spazio comune nel 2018 sono stati scoperti nuovi giacimenti di petrolio, rendendo il Messico la quarta potenza petrolifera del mondo. Zona di sacrificio di integrazione economica e riorganizzazione territoriale, parchi eolici e fotovoltaici, “intensificazione sostenibile” delle colture in serre industriali, monocoltura in grandi estensioni di piantagioni di palma e soia dipendenti da prodotti agrochimici, mais ibrido industriale, servizi ambientali, “economia verde”, crediti di carbonio, corridoi di maquila, sviluppi immobiliari, una cintura di “gironi neri”, intrattenimento, mega-turismo, “traffico di esseri umani, sesso e droga, tutto ciò danneggia e alla fine espelle pescatori, membri della comunità, contadini, abitanti e difensori della selva”. La lotta contro gli allevamenti di maiali è in corso, perché minacciano di contaminare una delle più importanti falde acquifere carsiche poco profonde del continente. Oggi, 14 allevamenti di maiali su 100 si trovano nella penisola e la loro installazione cresce del 4,5% all'anno. GRAIN in collaborazione con Samuel Rosado.


VI. Nel nord di Esmeraldas, in Ecuador, la popolazione vive in mezzo al razzismo e alla sofferenza ambientale, soprattutto le popolazioni nere e indigene, anche se la Costituzione della Repubblica dell'Ecuador riconosce i diritti collettivi agli afro-ecuadoriani e agli indigeni.

Qui la crisi è causata dall'estrattivismo: espropriazione territoriale, deforestazione, occupazione delle terre per produrre olio di palma, distruzione dei fiumi e delle terre comunali per l'estrazione dell'oro. Le popolazioni perdono i loro territori, che si inquinano, e la giustizia viene applicata solo contro le comunità e il/le loro leader.

Il 95% della popolazione rurale afroecuadoriana e indigena dell'Esmeraldas settentrionale vive in estrema povertà rispetto al resto del paese. Questo era un territorio coperto dalla megadiversa foresta del Chocó, da cui le popolazioni dipendono per la loro sopravvivenza culturale ed economica. Nonostante l'importanza ecologica di quest'area, l'estrattivismo di legname e minerali e le piantagioni di palma continuano a generare deforestazione, inquinamento e a privatizzare le risorse economiche, culturali e spirituali che la foresta fornisce. La cosa più preoccupante è l'inazione e la tolleranza dello Stato.

Le compagnie di palma, legname e minerali lavorano sotto la protezione di guardie private e sicari assoldati per intimidire la popolazione e obbligarla ad abbandonare la terra, ad accettare condizioni di lavoro illegali, a non denunciare l'inquinamento e gli abusi subiti - come la prostituzione forzata di ragazze e donne. Qui c'è un cumulo di vulnerabilità. Nathalia Bonilla (Rete latino-americana contro le monocolture di alberi -RECOMA).
 

VII. Nel bacino superiore del rio Suchez in Bolivia, al confine con il Perù, “l'economia era basata sulla produzione agricola”, coltivando tuberi e allevando camelidi, anche se la ricerca dell'oro “è un'attività tradizionale praticata fin dai tempi pre-ispanici”. “Dal 2005 sono iniziate le attività semi-meccanizzate di estrazione dell'oro nei depositi alluvionali delle pianure di Puna, coperte da bofedales [zone umide d'alta quota] lungo le rive del primo tratto del rio Suchez, estendendosi a est fino alle colline pedemontane. Questo ha portato alla distruzione totale della terra delle bofedales, delle pianure e delle colline alluvionali adiacenti al fiume Suchez. La povertà della regione facilita l'espansione delle miniere d'oro semi-meccanizzate a cielo aperto, come avviene nella vicina città di Cojata in Perù. Una politica permissiva sull'estrazione dell'oro sta alla base della distruzione sostenuta degli ecosistemi esistenti nella zona. Secondo uno studio, nel 2012 c'erano 39 concessioni minerarie registrate e nel 2014 ne sono state assegnate altre 81, che coprono un'area di 28.000 ettari. Le cooperative beneficiarie non hanno la capacità di rispettare gli attuali regolamenti ambientali, lavorativi, fiscali e di royalty”. “L'uso del mercurio (Hg) come agglutinante e per il recupero dell'oro nel processo di amalgamazione, potrebbe avere un grave impatto sulla salute umana e sull'ecosistema in generale (paesaggio e biodiversità). Il mercurio è uno dei metalli pesanti con proprietà estremamente tossiche per la salute umana a causa degli effetti teratogeni (mutazione cromosomica), neurotossici e cancerogeni che si verificano nella popolazione esposta al contatto continuo con questo metallo”.

A partire dal 2008 sono stati segnalati danni significativi e alterazioni del corso del rio Suchez e, di conseguenza, cambiamenti nella demarcazione del confine tra Perù e Bolivia. Nel 2009, il comune peruviano di Pelechuco ha presentato una denuncia al Ministero degli Affari Esteri e della Cultura boliviano. Nel 2010 è stata denunciata la modifica della demarcazione del confine.

Date le prove verificate dalle equipe di entrambi i Ministeri degli Affari Esteri, Perù e Bolivia hanno dichiarato il bacino del fiume Suchez “Zona critica soggetta a danno ambientale a priorità binazionale” e hanno istituito una Commissione tecnica con rappresentanza dei due paesi. È stato fatto un tentativo di stabilire un sistema di monitoraggio senza raggiungerne l'obiettivo. Centro di Documentazione e Ricerca Bolivia (CEDIB)
 

VIII. Il lago Poopó a Oruro, in Bolivia, è il secondo per superficie (2530 km2 ) e profondo 2,5 metri. Il lago è uno dei principali regolatori climatici ed è ricco di fauna e flora. È uno storico luogo di insediamento di culture andine che conservano costumi e pratiche ancestrali. Le condizioni ambientali e gli effetti della contaminazione generano contesti avversi che minacciano la vita delle persone colpite dalle attività minerarie.

“Nessuno dei casi presentati e citati in giudizio dalle comunità ha avuto un processo equo, perché gli operatori minerari sono sempre stati sostenuti da tutti i livelli dello Stato”.

Anche se sono stati fatti sforzi per ripulire o riabilitare questa zona di sacrificio, come dichiarala area di “emergenza ambientale”da parte dello Stato, o con programmi di protezione del bacino con il sostegno della cooperazione europea, e persino con la realizzazione di una “diga di scarico” per gli sterili da parte della Minera Huanuni che sta iniziando a funzionare, i risultati non sono stati significativi.

Nella zona di sacrificio si trova la città di Oruro e le città intermedie di Huanuni, Caracollo, Poopó e Challapata, e “una varietà di comunità contadine di origine Aymara e Quechua, soprattutto comunità Uru e Murato, le cui attività agricole, di allevamento, di pesca e commerciali si svolgono vicino al lago.

Il Coordinamento di Difesa dei Laghi Poopó, Uru Uru, e del fiume Desaguadero-Coridup ha realizzato, insieme a diverse comunità, numerose mobilitazioni per mostrare i danni che subiscono e chiedere allo Stato e agli altri di assumersi le proprie responsabilità. “Prima dell'esistenza di questo coordinamento ci sono stati diversi procedimenti di denunce e richieste da parte delle comunità, soprattutto quelle situate nelle zone di influenza delle distinte operazioni, contro le attività minerarie, per chiedere ispezioni e presentare petizioni alle autorità ambientali, ma le loro azioni non hanno mai portato a soluzioni efficaci”.

“A seguito di varie mobilitazioni, il 21 ottobre 2009 è stato promulgato il Decreto Supremo 0335, che dichiara le zone di emergenza ambientale per i comuni coinvolti nel sub-bacino di Huanuni. Questa misura non ha precedenti in Bolivia e mostra la gravità di una situazione dovuta agli altissimi livelli di contaminazione in molti dei fiumi affluenti del sistema del lago Poopó; a causa dei problemi sociali, di salute umana e di sicurezza alimentare provocati dalla presenza prolungata di contaminazione del fiume, con conseguente perdita di capacità produttiva e di salinizzazione del suolo”. Secondo quanto denunciano le comunità, dopo la promulgazione del decreto sono stati fatti pochi progressi nella sua applicazione.

Nel carente sistema di gestione dei rifiuti soliti della città di Oruro (una parte considerevole non viene assorbita ma trasportata tramite scarichi artificiali al lago Uru Uru, cosa che genera un problema di accumulo, soprattutto di plastica), finiscono anche le acque reflue domestiche dopo aver subito un trattamento fisico-chimico. A questo sistema si sommano le acque acide delle miniere, provenienti da piccole operazioni che risalgono all'epoca coloniale e gestite da piccole cooperative minerarie. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDIB)


IX. Il complesso della raffineria di Paraguaná, in Venezuela, si trova in una zona costiera situata nei comuni di Carirubana e Los Tiques, nello Stato di Falcón. La sua area di influenza si estende dalla baia di Amuay fino all'estremo sud di Punta Cardón, nella penisola di Paraguaná. È tradizionalmente abitata da comunità di pescatori presenti già prima dell'arrivo delle raffinerie, ma oggi queste comunità sono state spostate dai luoghi dove vivevano. Decine di migliaia di persone vivono in prossimità degli impianti, e i villaggi poveri sono stati assorbiti dalle attività dell'industria.

Cardón e Amuay sono in funzione rispettivamente dal 1949 e 1950 e formano il complesso della raffineria di Paraguaná (CRP), uno dei più grandi del mondo. Dal 1997 si è fuso con Bajo Grande (in Zulia) ed è gestito da Petróleos de Venezuela. Insieme hanno una capacità di raffinazione di 940.000 barili al giorno, anche se oggi la loro attività è diminuita ed è praticamente ferma.

Stiamo parlando di circa 40.000-50.000 persone colpite (i bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili). Il mare, la terra, l'acqua e l'aria sono pesantemente inquinate da rifiuti tossici e petrolio. La pesca e le coltivazioni locali sono danneggiate; in aumento le malattie neurologiche, respiratorie e il cancro. Senza considerare il pericolo di incidenti mortali, come l'esplosione del 2012 alla raffineria Amuay, che ha lasciato decine di morti.

Le comunità hanno individuato due fonti di inquinamento e degrado ambientale: i gas emessi dai cosiddetti “mechurrios”, o torce petrolifere, che esistono dagli anni '60 e forse, più seriamente, i problemi legati alla manipolazione e allo stoccaggio del coke petrolifero, ricaduti sulle comunità almeno dagli anni '80. Gli abitanti temono una nuova esplosione a causa delle perdite di gas negli impianti petroliferi. L'aumento e la persistenza delle fuoriuscite (che si verificano in tutto il paese) è il risultato di un notevole aumento degli “incidenti” e dei crimini ambientali commessi da Petróleos de Venezuela".

“Le rivendicazioni socio-ambientali della comunità sono state praticamente disattese per anni, lasciando queste popolazioni nell'abbandono ambientale, senza affrontare i problemi di salute segnalati, né le bonifiche ambientali, n'è l'approccio tecnico affinché l'industria smetta di generare tali danni”. E' chiaro che le zone petrolifere di Paraguaná si configurano come zone di sacrificio, forse tra le più problematiche del Venezuela. Questi danni potrebbero aggravarsi, sia per il deterioramento delle installazioni sia per le politiche di flessibilità ambientale dovute “alla crisi economica che attualmente vive il paese”. Observatorio de Ecología Política de Venezuela-Oilwatch
 

X. Il bacino inferiore del fiume Guayas è la regione più fertile dell'Ecuador. Ha la più lunga storia di occupazione agro-esportatrice nel paese. Le piantagioni coloniali nell'area hanno reso l'Ecuador, fino al 1920, il principale esportatore mondiale di cacao. Durante la Seconda Guerra Mondiale è iniziato il boom delle banane, che ha reso l'Ecuador il principale esportatore di questo frutto, fino ad oggi.

Nella provincia di Los Ríos sono state sviluppate grandi estensioni di banano, cacao, olio di palma; piantagioni forestali come teak e balsa, monocolture a ciclo breve di mais industriale e riso, dove è stata rilevata soia transgenica nonostante il fatto che l'Ecuador sia costituzionalmente un paese libero da OGM.

Tutta la produzione di banane si basa su un clone (Cavendish) altamente suscettibile a parassiti e malattie, come il fungo sigatoka nero che richiede l'uso di prodotti chimici per l'agricoltura attraverso la fumigazione aerea.

Circa 379 affluenti attraversano il territorio, contando fiumi, torrenti ed estuari, i più importanti dei quali sono il Vinces, il Puebloviejo, il Catarama e il San Pablo. Sono tutti affluenti del Babahoyo e, a loro volta, fanno parte del bacino del grande fiume Guayas. In questa regione sono state realizzate una serie di infrastrutture e pianificate altre che controllano i fiumi, progettate per il servizio dell'agrobusiness. I travasi e le dighe (quasi tutte mega-costruzioni idriche) possono alterare l'acqua di 250 alvei, coprire 170.000 ettari e interessare 11 cantoni.

Fin dall'epoca coloniale, i governi hanno fomentato nella zona lo sviluppo dell'agrobusiness, attraverso politiche come sussidi, esenzioni fiscali, liberalizzazione dei dazi su semi, agrotossici, fertilizzanti e altri input agricoli. Oppure, per omissione, non hanno controllato l'applicazione delle norme nazionali e internazionali sui diritti umani e della natura.

La deforestazione serve per espandere le piantagioni e costruire infrastrutture per il controllo dell'acqua , il tutto porta ad un uso smisurato di agrotossici e al cambiamento nei corsi dei fiumi. Questo genera deforestazione. Dal punto di vista ecologico, le foreste umide tropicali dell'occidente ecuadoriano sono considerate come uno degli ecosistemi più minacciati al mondo, minacciati di estinzione biologica dovuta alla deforestazione per permettere l'espansione delle monocolture industriali.

La prima cosa che annuncia l'entrata nei centri popolati sono i magazzini di prodotti agrotossici. In America Latina l'Ecuador è il terzo paese per quantità di applicazione di pesticidi per ogni ettaro di terra coltivata. Tale quantità di pesticidi sui campi ecuadoriani si ripercuote sulla salute dei lavoratori agricoli, la natura e la vita delle popolazioni che vivono in zone di influenza.

Le banane contengono 29 ingredienti attivi altamente pericolosi, di cui 8 vietati nell'Unione Europea. Il mancozeb è l'agrotossico più utilizzato. Nel dicembre 2020 la Commissione europea ha deciso di non rinnovarne l'uso, per cui è vietato dal 2021. Per gli esportatori di banane questo è un problema, perché l'UE è il principale importatore di frutta, quindi spingono l'UE a ripensare questa e altre decisioni che limitano l'uso dei pesticidi.

Circa 500 mila persone sono state colpite dalle fumigazioni aeree: lavoratori e popolazione circostante. Data la morte di diversi piloti addetti alle fumigazioni aeree e il deterioramento della salute di altri, nel 2007 la Defensoria del Pueblo dell'Ecuador ha chiesto una perizia che ha riscontrato un altro grado di danni alla salute tra la popolazione esaminata.

Uno studio, realizzato in una comunità vicina a piantagioni di banane esposte a irrorazioni aerea, riporta tassi più elevati di aborti spontanei che possono essere correlati all'esposizione a determinati pesticidi.

C'è anche un impatto sulle colture di sussistenza, sugli animali domestici e sul diritto alla sovranità alimentare delle comunità. L'organizzazione Unità Agroecologica e Politica “Machete e Garabato” ricorda che, con la monocoltura del mais duro, sono andate perse le tecniche contadine locali come l'orto misto diversificato, le policolture a ciclo breve e, tra gli altri, il sistema di riposo dei terreni.

Gli agrotossici contaminano le fonti d'acqua e le aree circostanti, violano i diritti della natura distruggendo popolazioni di insetti benefici che agiscono sul controllo biologico dei parassiti; quando entrano nell'acqua o per deriva a causa di fumigazioni aeree, gli agrotossici distruggono microrganismi e mesofauna importanti nel ciclo dei nutrienti del suolo e degli ecosistemi circostanti.
Ciò accade dal 1950, in un'area che nel 2020 era di circa 280 ettari di colture perenni (banane, piantagioni forestali, cacao, palma da olio) e di circa 194 mila ettari di colture temporanee (mais, riso, soia). Elizabeth Bravo, Red por una América Libre de Transgénicos-RALLT, Oficina de los Derechos de la Naturaleza, Acción Ecológica.
 

XI. Il bacino del fiume La Paz fa parte di uno più grande, quello del fiume Beni. Nasce nelle montagne di Chacaltaya dove è conosciuto come rio Jhunu Tincu Jahuira, poi diventa Kaluyo e poi ancora Choqueyapu, attraversando la capitale boliviana. Riceve contributi dai fiumi Orkojahuira, Irpavi, Achumani, Huaña jauira, Cotahuma e Achocalla. Attraversando La Paz, il Choqueyapu riceve il nome di Rio La Paz. Con questo nome arriva nella zona di “Río Abajo”, fino alle valli del comune di Mecapaca dove l'attività agricola è preponderante.

L'acqua del bacino del fiume La Paz rifornisce una parte considerevole della città. Secondo una analisi fatta dal Piano Metropolitano con i dati della Empresa Pública Social de Agua y Saneamiento- EPSAS (Azienda Pubblica Sociale per l'Acqua e i Servizi igienico-sanitari), la quantità di zolfo, alluminio e arsenico nell'acqua trattata nel 2011 dall'impianto di Achachicala ha superato i limiti massimi stabiliti dallo standard boliviano per l'acqua potabile NB512.

Secondo i dati 2013 della Corte dei Conti boliviana, “l'attività estrattiva individuata nella zona genera un significativo impatto ambientale negativo per il corpo d'acqua, in quanto la deposizione di scarichi ad alta concentrazione di elementi potenzialmente tossici insolubili fa sì che essi siano trascinati e depositati lungo il letto del fiume e lungo il suo corso, arrivando alle zone di attività agricola dove si depositano nei terreni e nei prodotti in cui è stata identificata la presenza di questi elementi”. Il grado di contaminazione da arsenico e zinco nei terreni e nei prodotti agricoli supera i limiti stabiliti dalla norma.

La miniera Milluni iniziò ad operare nel 1920 con la società Fabulosa Mines Consolidated, una delle più importanti miniere di stagno della Bolivia, con circa 500 minatori e un centro abitato di oltre 2.000 abitanti. Nel 1965, la resistenza dei minatori ai governi dittatoriali fu accolta con il massacro di Milluni. Dal 1976 alla fine delle sue operazioni, nel 1986, la miniera è stata gestita da COMSUR, che ha chiuso le attività. La sua macchina arrivò a processare fino a 9.000 tonnellate al mese, generando danni ambientali che superano un milione di m3 di sterili e residui.

L'inquinamento e il deterioramento ambientale derivano dagli oltre 462.000 m3 di rifiuti (poco più di 1 milione di tonnellate che occupano più di 100.000 m2 ) e 2 milioni di m3 di sterili (3 milioni di tonnellate che occupano 757.000 m2 ) generati dalla miniera Milluni e in misura minore da operazioni minerarie minori, è ancora in corso. Gli sterili generano un drenaggio acido che si accumula nel bacino di Milluni Chico (la sua diga di scarico) e trabocca nel bacino di Milluni Grande da cui si ottiene quasi la metà dell'acqua per il centro e il nord di La Paz. Sedimenti di cassiterite, siderite, pirite, blenda, quarzo, arsenopirite, marcasite, pirrotite, galena, tungsteno, apatite, calcopirite, sfalerite, cadmio, zinco, arsenico, rame, nichel, piombo e stagno sono stati identificati in questo drenaggio acido.

Gli audit ambientali nel bacino del fiume La Paz rivelano un ecosistema di corpi idrici notevolmente inquinati - per responsabilità minerarie, del carente trattamento delle acque, della mancanza di sistemi fognari - con conseguenze reali e significativi rischi potenziali per la salute pubblica dovuti alla pratica dell'irrigazione con queste acque. Come nota un audit del 2002 del Procuratore Generale della Repubblica: “La valutazione microbiologica dell'acqua d'irrigazione del fiume La Paz ha determinato che esiste una contaminazione significativa da batteri e parassiti (nematodi intestinali) nei prodotti agricoli destinati al consumo umano, associata a rischi potenziali che compromettono la salute della popolazione esposta, cioè gli agricoltori che sono in contatto diretto con quest'acqua e i consumatori dei prodotti irrigati con essa. Una valutazione tossicologica effettuata sui sedimenti dei principali alvei del bacino di studio, insieme al suolo e ai prodotti agricoli della zona, ha identificato importanti rischi per la salute della popolazione a causa della presenza di elementi potenzialmente tossici in concentrazioni che superano gli standard consentiti (con elementi riconosciuto come cancerogeni nell'uomo)”. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDI)
 

* Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network

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lunedì 14 settembre 2020

Riders di tutto il mondo, unitevi!


I riders latinoamericani lanciano lo sciopero globale - Paolo Marinaro

 

Con la pandemia sono stati classificati lavoratori essenziali. Aumentano i profitti del settore, non i salari e la sicurezza. Dopo scioperi in Messico, Perù, Ecuador, Colombia, Cile, Argentina e Brasile, arriva una data globale: 8 ottobre

 

Lo sciopero internazionale è un grido di soccorso di noi riders. Il rischio che corriamo quotidianamente lavorando in bicicletta o in moto nel traffico di grandi metropoli, ora si è aggravato a causa della pandemia. È molto importante che ci uniamo, con tutta la classe lavoratrice, anche in altri paesi, includendo i clienti che usano le applicazioni. Questa è una lotta di tutti. (Rider di San Paolo, Brasile)

Il 25 di agosto, una delegazione di riders dal Messico, Argentina, Brasile, Colombia, Cile ed Ecuador ha organizzato un’assemblea online per annunciare una giornata di sciopero e mobilizzazione globale programmata per l’8 Ottobre. Alla riunione hanno partecipato anche il collettivo spagnolo Riders Por Derechos, delegati dell’organizzazione sindacale inglese dei Lavoratori Indipendenti della Gran Bretagna (Iwgb) e la sezione californiana del sindacato nord americano dei lavoratori del settore dei servizi (Seiu Local 721).  

Maximiliano Martinez, o Massi, come lo chiamano i compagni, è uno dei leader del movimento in Argentina. «Il nostro obiettivo oggi è quello di rinforzare l’unità internazionale dei riders. Da quando è stata dichiarata la pandemia ci siamo accorti che la precarizzazione non è un problema nazionale, è un processo che si sta riproducendo come un calco in tutto il mondo. I bassi salari, le giornate di lavoro lunghissime, la quantità di incidenti e la totale mancanza di risposta da parte della controparte padronale ci hanno incoraggiato a iniziare una conversazione con le compagne e i compagni che fanno questo lavoro nella regione latinoamericana, ma anche negli Stati uniti, in Giappone, in India, in Inghilterra, in Spagna e in diversi altri paesi. Vogliamo definire un programma comune di rivendicazioni e costruire consenso internazionale intorno a una posizione politica chiara rispetto alle imprese e ai governi che stanno facilitando lo sfruttamento dei riders in una situazione d’emergenza come quella della crisi sanitaria del Covid-19».

Dall’inizio della pandemia, i governi dei paesi colpiti hanno classificato i riders come lavoratori essenziali. Le imprese che operano attraverso piattaforme digitali hanno incrementato esponenzialmente i profitti, esponendo i riders a una grave minaccia per la salute. D’altra parte, il riconoscimento dell’essenzialità del servizio di delivery per il funzionamento della società non si è accompagnato a una ricompensa economica, né a un incremento delle protezioni sociali e delle misure di sicurezza per tutelare la salute dei riders e delle loro famiglie. Al contrario, la pandemia ha esacerbato la vulnerabilitá di queste lavoratrici e lavoratori in tutto il mondo, e le imprese in molti paesi hanno ridotto in modo univoco e arbitrario i pagamenti di chi fa le consegne.

Come suggerisce Massi, la lotta di classe all’epoca del capitalismo pandemico deve trascendere i confini nazionali e articolare le richieste delle lavoratrici e dei lavoratori su scala transnazionale. Infatti, i riders latino-americani, che hanno promosso la riunione globale, hanno già organizzato tre scioperi internazionali dall’inizio della pandemia. Il 29 maggio, l’1 e il 25 luglio, decine di migliaia di riders hanno sfilato in moto e in bicicletta verso i ministeri del lavoro in Messico, Guatemala, Costa Rica, Ecuador, Perú, Brasile, Cile e Argentina. Da Brasilia a Buenos Aires, da Santiago a Città del Messico, i riders latinoamericani si sono organizzati per reclamare maggiori protezioni sociali e l’accesso ai diritti del lavoro garantiti dalle leggi nazionali, oltre a una serie di misure più puntuali che rispondono all’emergenza Coronavirus. Alcune delle richieste riguardano i dispositivi di protezione personale, il congedo per malattia, l’assicurazione sulla vita, il risarcimento per le famiglie dei compagni e le compagne cadute sul lavoro, la sospensione del sistema di ranking che obbliga a lavorare sette giorni a settimana per dodici ore al giorno, oltre a un aumento del pagamento per consegna e per km durante la contingenza sanitaria.

 

Una nuova forma di internazionalismo

Gli scioperi internazionali e le giornate di azione globale sono state promosse da diversi collettivi di base latinoamericani: Agrupación Trabajadores de Reparto (Aggruppamento Ciclo-fattorini) in Argentina, #NiUnRepartidorMenos Internacional (Non Un Rider Di Meno Internazionale) che ha membri in Messico, Perù, Ecuador, Colombia, Cile e Argentina, gli Entregadores Antifascistas (Riders Anti-fascisti) e Treta No Trampo in Brasile, Glovers Ecuador, Darle Vuelta A Todo (Capovolgere Tutto) in Argentina, Riders Unidos e Ya (Riders Uniti Ora) in Cile. Un vero e proprio laboratorio di classe, come ha suggerito Rafael Groham, che promuove importanti innovazioni strategiche per il futuro del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. 

La centralità di organizzazioni e collettivi di base nella creazione di reti di attivismo internazionale e nella promozione di strategie di comunicazione che permettono di superare le frontiere nazionali e le barriere linguistiche, è una novità significativa per la militanza globale delle lavoratrici e dei lavoratori. A partire dagli anni Novanta, con l’obiettivo di affrontare le imprese multinazionali su scala globale, i sindacati, le Ong e altre organizzazioni internazionali hanno giocato un ruolo centrale nella politica delle alleanze transnazionali dei lavoratori. Nel caso dei riders, invece, sono proprio le lavoratrici e i lavoratori, in modo autonomo e autogestito che stanno costruendo una risposta globale alle imprese multinazionali della gig-economy. 

Il regime del falso autonomo

D’altra parte, la marginalità dei sindacati nel movimento dei riders latinoamericani non è solamente una scelta strategica, una forma di rifiuto della burocrazia sindacale e delle diplomazie internazionali. Si tratta di una questione di necessità, imposta dalle politiche industriali delle piattaforme digitali che assumono i riders come lavoratori e lavoratrici indipendenti. 

A Febbraio, a Città del Messico, ho conosciuto Daniel, che ha 56 anni e lavora con Rappi, l’impresa di food delivery colombiana leader nel mercato latinoamericano. Daniel vive con sua moglie e due figlie a Tlahuac, che si trova a tre ore di distanza da Città del Messico. Ogni mattina parte alle cinque da Tlahuac con la sua bicicletta, la carica sul bus e poi sulla metro affollata della capitale messicana, per raggiungere i quartieri coperti dalle applicazioni in tempo per consegnare le prime colazioni. Daniel dice che questo lavoro gli piace perché alla sua età è importante tenersi in forma e pedalare gli fa bene, ma allo stesso tempo non ha dubbi rispetto alla sua condizione che definisce di falso-autonomo. 

Un lavoratore indipendente può decidere dove, quando e per quanto lavorare, ma con le piattaforme questo non è possibile, altrimenti non farei sei ore di viaggio al giorno per venire in centro. Fin dal momento della formazione che offre l’impresa, ti dicono in modo molto chiaro: tu non lavori per noi, tu usi l’applicazione per guadagnare, ma non sei un dipendente. In realtà lavori proprio per loro e sei un dipendente a tutti gli effetti. Infatti, con il sistema di punti che hanno implementato, devi collegarti in certe fasce orarie e per una quantità minima di ore, altrimenti ti disconnettono e perdi il lavoro. 

Secondo i collettivi che hanno promosso la giornata d’azione globale, il regime del falso-autonomo è una manipolazione legale delle imprese per evitare i costi del lavoro ed evadere le responsabilità stabilite dalle leggi nazionali. La classificazione come lavoratore autonomo o dipendente ha importanti conseguenze legali, in quanto coincide con diversi doveri per le imprese e diritti per chi lavora. I lavoratori dipendenti hanno diritto alla previdenza sociale e all’assicurazione sanitaria, mentre i lavoratori autonomi, o falsamente-autonomi, perdono l’accesso a una serie di diritti garantiti dalle leggi nazionali, includendo il diritto a organizzarsi in un sindacato che rappresenti i propri interessi con le imprese e alla negoziazione collettiva. 

La classificazione della relazione di lavoro è una delle richieste centrali della giornata d’azione globale. Infatti, proprio a Ottobre, in California, si voterà per una proposta di legge, che minaccia di annullare le recenti conquiste dei lavoratori e le lavoratrici californiane della gig-economy. In California, a partire dal primo gennaio del 2020 è entrata in vigore la legge AB5, che facilita il riconoscimento come lavoratrici e lavoratori dipendenti di coloro che prestano servizi per imprese che operano attraverso piattaforme digitali. Il nuovo disegno di legge, invece, pretende ritornare alla formula del lavoratore autonomo stabilendo un precedente legale che potrebbe avere ripercussioni in tutto il mondo. 

«In Messico, se muoio sul lavoro, se perdo la vita mentre esco per guadagnare due pesos, nessuno aiuta la mia famiglia, nessuno obbliga l’impresa a farsi carico del rapporto di lavoro o a garantire un indennizzo. L’8 Ottobre dobbiamo unirci per colpire le imprese dell’economia digitale a casa loro, in un territorio simbolico, dove questo modello economico è nato solamente pochi anni fa», ha concluso durante l’assemblea Saul Gómez, uno dei fondatori del collettivo Ni Un Repartidor Menos.

 

Non Un Rider di Meno 

Saul ha 33 anni e lavora per diverse imprese di food-delivery a Città del Messico. L’ho incontrato con la sua bici, per la prima volta, a ottobre del 2019. Ci siamo visti di fronte a una caffetteria di Coyoacán, il quartiere dove hanno vissuto Frida Khalo e Diego Rivera, nel sud di Città del Messico, a pochi isolati dalla casa in cui León Trotsky trovò rifugio durante il suo esilio. Ci siamo seduti su una panchina, mentre Saul mi ha raccontato di Ni Un Repartidor Menos. «Il collettivo nasce il 27 di Novembre del 2018, quando alle due del pomeriggio, un camion dell’immondizia ha investito e ucciso un compagno repartidor, Jose Manuel Matías. Era il suo primo giorno di lavoro per UberEats e l’impresa ha negato qualsiasi responsabilità».

Da allora, solamente in Messico, oltre sessanta giovani uomini e donne hanno perso la vita mentre stavano lavorando per le imprese del food-delivery, e in nessun caso le multinazionali hanno offerto una forma di risarcimento economico alle famiglie. In una città densa di contraddizioni, dove ogni giorno oltre 22 milioni di persone si muovono a ritmi frenetici, gli incidenti stradali, gli assalti, le rapine e le sparatorie sono all’ordine del giorno, e chi lavora per strada è particolarmente vulnerabile. 

Una compagna del collettivo Ni Un Repartidor Menos mi ha raccontato l’esperienza delle donne che fanno questo lavoro in una città come la capitale messicana: «Sfortunatamente viviamo in una società violenta e maschilista. Qui la violenza sessuale è qualcosa che viviamo tutte, bambine, bambini, e persone adulte. Non c’è distinzione. E con questo lavoro siamo particolarmente esposte. Poco tempo fa, nel centro finanziario della città, un cliente ha ricevuto una compagna sull’uscio di casa, completamente nudo e con un’erezione. Noi lo abbiamo segnalato all’impresa, ma loro non hanno fatto niente, non c’è stato nessun tipo di conseguenza per i clienti. Altre compagne sono state violentate, ma le imprese non rispondono alle segnalazioni».

Neanche di fronte a ripetute denunce per molestie sessuali, le imprese hanno preso provvedimenti per denunciare i clienti alle autorità o per lo meno per evitare di mandare altre vittime a consegnare al loro domicilio. UberEats, Rappi, Glovo e le altre piattaforme nascondono la responsabilità legale per le centinaia di morti sul lavoro dietro la manipolazione del «falso-autonomo». E purtroppo, con la pandemia, le vittime del capitalismo digitale continuano ad aumentare. 

Una lotta di Tutti 

D’altra parte, la completa mancanza di protezione dei lavoratori non è una novità introdotta dall’organizzazione digitale del lavoro. Storicamente, il processo di decostruzione delle protezioni sociali e dei diritti del lavoro conquistati nel dopoguerra, risale almeno alla fine degli anni Settanta. In Italia, lo abbiamo conosciuto con la categoria «flessibilità», ed è il percorso che progressivamente ci ha portato dai tradizionali contratti a tempo indeterminato, con i quali si andava in pensione e si comprava la casa, ai contratti interinali, che hanno incenerito le prospettive di stabilità di intere generazioni. Nelle megalopoli latinoamericane invece, il lavoro informale, o in nero, cioè senza contratto, è una delle principali fonti di precarietà. In Messico, per esempio, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia, più del 53% della popolazione è impiegata nel mercato informale. E dal 2016, quando le multinazionali della gig-economy sono arrivate nel paese, sono in molti i lavoratori informali che sono passati a offrire i propri servizi alle imprese che operano attraverso le app. 

Il capitalismo digitale rappresenta una nuova fase dell’inesorabile processo di precarizzazione e decostruzione delle protezioni sociali, che si avvale degli algoritmi, l’automazione e l’intelligenza artificiale per ridurre i costi del lavoro, aumentare il profitto di pochi azionisti e fuggire alla responsabilità sociale delle imprese. 

Poco prima dell’assemblea internazionale, ho avuto la possibilitá di discutere di questi processi con Galo, che ha 31 anni ed è uno dei leader del collettivo Entregadores Anti-Fascistas di San Paolo, in Brasile. Per Galo, è chiaro che la lotta per la dignitá del lavoro deve necessariamente essere antifascista, soprattutto in un contesto come quello del Brasile governato da Jair Bolsonaro. Durante la nostra chiacchierata, Galo si è riferito alla precarizzazione imposta dalle piattaforme del food-delivery con la categoria «uberizzazione», che definisce come una forma di controllo e organizzazione del lavoro risultato dell’evoluzione tecnologica del capitalismo: 

Con la rivoluzione industriale è stata introdotta una nuova tecnologia: la macchina. Il padrone si è reso conto che una macchina poteva fare il lavoro di dieci operai e gli permetteva di ridurre i costi di produzione, aumentando i profitti. L’uberizzazione è un ulteriore sviluppo tecnologico del capitalismo che sta avendo un enorme impatto sui diritti dei lavoratori. È importante allora che tutti i lavoratori si uniscano per lottare contro l’uberizzazione del lavoro, non solamente i riders, perché è un processo che si sta già estendendo ad altri settori, come la rivoluzione industriale si è estesa dalle fabbriche ai campi ed ha raggiunto tutti i lavoratori. Tutta la classe si deve unire in questa lotta. Dobbiamo lottare perché la tecnologia sia al servizio della classe lavoratrice, non del profitto dei padroni.

Galo suggerisce che l’esperienza dei riders è un modello per la classe lavoratrice in generale. La gig-economy e la gamma di servizi offerti attraverso piattaforme digitali si è ormai estesa a una quantità incalcolabile di mansioni e professioni: dai lavori domestici ai servizi di traduzione e consulenza. Per qualsiasi necessità del mercato, dalle operazioni più semplici a quelle che richiedono sofisticate competenze professionali, esiste una piattaforma digitale che offre personale qualificato a basso costo e senza protezioni sociali, che può lavorare da casa o a domicilio, senza un contratto di lavoro. 

La pandemia ha accelerato il processo di «uberizzazione» o «piattaformizzazione» del lavoro, a causa dell’introduzione di misure di quarantena e distanziamento sociale. Servizi come quelli offerti dai riders, che si avvalgono dell’utilizzo di tecnologie digitali per organizzare il lavoro e il rapporto fra domanda e offerta, sono diventati uno strumento di sopravvivenza nel nuovo scenario globale pandemico. Attraverso queste tecnologie, la «nuova normalità», come si è iniziata a definire la ristrutturazione pandemica del capitale, ha sferrato un ulteriore attacco ai diritti del lavoro. 

Una manipolazione ideologica così profonda – spiega Galo – che molti di noi non si riconoscono più come lavoratori. L’obiettivo degli Entregadores Antifascistas è di promuovere nuovamente l’identità e la dignità del lavoro a partire dalla strada. Vogliamo fare della strada uno spazio politico come lo sono state la fabbrica e la catena di montaggio. La lotta è una sola, ed è una lotta politica, antifascista e antirazzista.

In questa fase storica, i riders sono un’avanguardia della resistenza anticapitalista. Dobbiamo imparare dalla loro esperienza per identificare le strategie attraverso cui ricostruire globalmente il potere dei lavoratori e delle lavoratrici, senza contare sulle organizzazioni e le leggi che tradizionalmente ne hanno rappresentato gli interessi, avvalendoci della la tecnologia per costruire solidarietá, resistenza e antagonismo.  

*Paolo Marinaro è un ricercatore che lavora con l’università della California a Los Angeles e il Center for Global Workers’ Rights. Si occupa di lavoro e movimenti sociali in Messico e negli Stati Uniti. La foto di apertura dell’articolo è di Julia Thompson e Renato Maretti.

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Messico e riders: lavorare senza tutele ai tempi del Covid-19 - Caterina Morbiato

 

Con la pandemia i riders affrontano un carico di lavoro maggiore. Il sistema di valutazione delle app però non è andato in quarantena: ritardi o ordini incompleti significano meno clienti. Avanza il Covid-19 e aumenta anche l’insicurezza lavorativa.

 

(traduzione di Alessandro Bricco e Caterina Morbiato)

 

Circa quattro giorni fa, Mauricio Fluss é andato a caccia di mascherine. Era notte fonda e aveva completato una parte dell’ordine che un cliente aveva fatto attraverso l’applicazione di food delivery Rappi: tonno in scatola, maionese, carta igienica. È stato facile, ha trovato un SevenEleven (catena di negozi aperti 24 ore, ndr) aperto e si è rifornito.

Mancava però un’altra parte dell’ordine: cinque mascherine. E cosí ha pedalato per otto chilometri alla ricerca di una farmacia aperta e, dopo averla trovata, ha pedalato per altri quattro chilometri per trovarne una che non solo fosse aperta ma che avesse anche delle  mascherine. Un’ora e mezza dopo, vittorioso, aveva completato il suo ordine. 

Ha guadagnato 33 pesos (1,25 euro).


La precarietà lavorativa alle stelle

Con l’avanzare della pandemia, gli ordini sono diventati più lenti e più difficili da completare, come quando si tratta di ottenere mascherine e guanti. E anche più pesanti dato che i riders che fanno le consegne in bici possono trasportare fino a 25 kg tra frutta, verdura e prodotti vari del supermercato.

D’altra parte, non portare a termine un ordine o rifiutarlo non è un’opzione che tutti possono permettersi.

Il sistema di punteggio e valutazione delle applicazioni non è andato in quarantena: i riders vengono valutati dai clienti e una scelta “sbagliata”, come interrompere un ordine perché lo sforzo e il tempo necessari non valgono i pochi pesos di profitto, può tradursi in ritorsioni automatiche.

Se il tuo punteggio diminuisce, l’algoritmo ne prende nota e prepara il tuo castigo: meno clienti per te. Se hai acquistato la maggior parte della merce dell’ordine ma te lo annullano perché ci hai messo troppo tempo a consegnarlo, dovrai pagare di tasca tua.

Nel mezzo della pandemia, l’abituale precarietà lavorativa sale alle stelle.

Quindi, ti proteggi come puoi: decidi di lavorare per Didi Food, Rappi, UberEATS. Mauricio è ora collegato a ognuna di queste tre applicazioni: vuole provare a guadagnare quello che guadagnava prima. Anche se non si fida degli aiuti che potrebbero dargli le imprese nel caso si contagi di covid-19, lavorare come rider è la sua unica fonte di ingresso e non ha intenzione di smettere.

“Devi continuare a lavorare perché o ti uccide il virus o ti uccide la fame, questo è il problema”, dice scrollando le spalle.

Dallo stato di Sinaloa, nel nord del Messico, il portavoce del collettivo Ni Un Repartidor Menos Culiacán, Gerardo Antonio Valenzuela Lizarraga, gli fa eco.

“Se non lavoriamo, non mangiamo. Viviamo alla giornata”, commenta in un’intervista telefonica.

Gerardo spiega che, ad oggi, le applicazioni attive nella città di Culiacán (la capitale dello stato di Sinaloa, ndr) non hanno fornito alcun tipo di protezione ai riders. Per questa ragione, lui e i suoi compagni di collettivo vogliono chiedere aiuto ad istituzioni come la Croce Rossa o la Protezione Civile. L’altra opzione sarebbe comprare glicerina e alcool per preparare gel antibatterico e distribuirlo ai riders che lavorano in città; se la spesa diventa eccessiva, potrebbero organizzare una colletta insieme ai loro colleghi.

“Normalmente quando chiediamo una cooperazione è per qualcuno che ha avuto un incidente: gli diamo il denaro raccolto così può sopravvivere durante il periodo di degenza —osserva—. Ora sarebbe bene unirsi vista l’emergenza. L’iniziativa andrebbe a beneficio dei riders, ma anche dei clienti: proteggendo noi, proteggiamo anche loro”.

 

Azioni collettive 

Sono le tre e mezza del pomeriggio di mercoledì 9 aprile. Mauricio e altri membri dei collettivi Ni Un Repartidor Menos e Deliverlibres da poco più di un’ora sono arrivati al Parco della Bombilla, nel sud di Città del Messico. Hanno cercato riparo all’ombra di alcuni alberi a pochi metri dal monumento ad Álvaro Obregón; da qui ricevono i riders che arrivano.

Di fronte all’assalto della pandemia, i collettivi di riders fanno quello che sono abituati a fare in situazioni di emergenza: praticare un aiuto mutuo con le poche risorse disponibili.

Una settimana fa hanno ottenuto una donazione di 30 litri di gel antibatterico dall’Unità di Soccorso e Urgenze Mediche (ERUM) della Secretaría de Seguridad Ciudadana (agenzia del governo incaricata della supervisione della sicurezza pubblica) e hanno iniziato la distribuzione in vari punti della città dove sanno che transitano i riders.

Oggi pomeriggio si occupano anche di disinfettare gli zaini con prodotti sanitari che hanno donato i membri dell’organizzazione di cicloattivisti División del Sur: “sono biologici e resistono sulle superfici per 24 ore”, assicurano.

Disinfetta, igienizza, pulisci. Insieme al virus, in Messico si diffonde anche la paura.

“Ora che siamo senza protezioni ed esposti al virus le applicazioni si sono dimenticate di noi —afferma Mauricio—. Per fortuna però ci stiamo organizzando: se nessuno lo fa, chi meglio di noi?”

Disinfetta, igienizza, pulisci. Ti proteggi come puoi.


Cosa succede se mi ammalo?

Finora le applicazioni hanno reagito diversamente all’emergenza. Al di là dei messaggi sulle misure di igiene che inviano costantemente ai riders, non tutte hanno comunicato chiaramente quali misure verranno applicate durante la crisi sanitaria.

Alcune, come Didi Food, distribuiscono kit di protezione sanitaria —una bottiglietta di gel antibatterico, 50 paia di guanti e 10 mascherine— ai loro riders che devono ritirarli negli uffici dell’azienda.

Altre, come Rappi, sono evasive. Attraverso un comunicato stampa rilasciato il 23 marzo, l’impresa ha annunciato un investimento in “apparecchiature e processi per garantire che i riders rispettino tutti i protocolli di sicurezza durante il trasporto e al momento della consegna degli ordini, distribuendo oltre 200mila gel antibatterici e mascherine come parte delle misure”. L’impresa, inoltre, annuncia di star finanziando campagne di educazione e prevenzione per garantire la fiducia degli utenti in merito alle misure di controllo e igiene.

Abbiamo cercato l’azienda Rappi per sapere quando e come inizierà la distribuzione di gel antibatterici, nonché i metodi per diffondere queste campagne di prevenzione. Al momento di questa pubblicazione, non si é ottenuta nessuna risposta.

C’è però un’incertezza ancora più grande. Diverse applicazioni —Rappi, Didi, UberEATS— hanno annunciato un aiuto economico nel caso in cui i riders dimostrino, con un certificato medico, di essere positivi al covid-19. Le misure annunciate parlano di un fondo di emergenza di cui però non si stabilisce né l’importo né la modalità di erogazione.

Inoltre, non tutti gli istituti di sanità pubblica stanno conducendo test e il costo di un test privato è di circa 3.500 pesos.

“Didi coprirà fino a un mese di guadagno, ma solo parzialmente. Se ti ammali e lo dimostri, Rappi e Uber fanno una stima di quello che che guadagni normalmente e te ne assicurano solo una certa percentuale”, spiega Mauricio. Si sforza di fare chiarezza su un procedimento che fin dall’inizio è stato comunicato con ambiguità.

“Ho contattato il centralino di Rappi e mi hanno detto che dovevo isolarmi e che non potevo più uscire a fare le consegne”, spiega Maximiliano, un giovane rider che è in isolamento da più di una settimana con quelli che sembrano essere i sintomi del coronavirus.

“Hanno detto che mi monitoreranno e aspetteranno di sapere come si sviluppa la mia situazione, ma quando ho chiamato non hanno menzionato nulla del fondo di sostegno economico: l’ho scoperto da solo perché ho letto i metodi di prevenzione che ha comunicato Rappi a noi riders”.


Eroi usa e getta

Come già accaduto in paesi come l’Italia, gli Stati Uniti o l’Argentina, i servizi di consegna a domicilio sono diventati un settore essenziale durante la pandemia. Da un lato, questo può rappresentare un vantaggio per quelle persone che non possono uscire di casa e riescono così ad ottenere provviste o medicine. D’altra parte, non tutto ciò che viene ordinato tramite le applicazioni rappresenta un bene di prima necessità.

Dall’Italia, diversi gruppi di riders sostengono con determinazione che una pizza o un hamburger consegnati a domicilio non sono l’equivalente di un servizio indispensabile, non sono un diritto. È aberrante che i riders debbano rischiare la propria salute, oltre che guadagnare una miseria.

Nel paese mediterraneo, finora il più solito dal virus —alle ore 18:00 del 9 aprile, i dati ufficiali  riportano la morte di 18.279 persone—, i riders hanno protestato per più di un mese attraverso i social networks con comunicati congiunti e campagne virtuali di sensibilizzazione della popolazione in cui ripetono: “non abbiamo bisogno di eroi, vogliamo uno stipendio di quarantena”, “sicurezza per tutti” e “anche noi vogliamo il diritto alla quarantena”.

Diversi gruppi come Deliverance Milano, Riders Union Bologna, Riders per Napoli-Pirate Union, non solo denunciano l’inadempienza delle applicazioni —che per legge dovrebbero fornire i dispositivi di protezione ai riders— ma chiedono anche che venga garantito un contributo economico durante il periodo di emergenza per non doversi trovare a scegliere se rischiare la vita lavorando o smettere di lavorare restando senza soldi per vivere.

Accusano il governo di considerarli come eroi usa e getta: figure utili per alimentare una retorica nazionalista romanticizzata che inneggia alla solidarietà nazionale mentre si dimenticano le disuguaglianze che attraversano il tessuto socio-economico del paese.

Secondo il ricercatore Marco Marrone, studente di post-dottorato del Centro per le Discipline Umanistiche e il Cambiamento Sociale dell’Università Cà Foscari di Venezia, il governo italiano ha affrontato la crisi attraverso la costruzione di un nuovo regime di lavoro basato sullo sfruttamento dei lavoratori più deboli. Questi includono, ad esempio, i dipendenti del settore della logistica e dell’agricoltura, dove prevale il lavoro migrante.

“Quello che stiamo vedendo è una nuova polarizzazione del mercato del lavoro —sottolinea Marrone—: c’è una parte dei lavoratori che possono rimanere a casa protetti e un’altra parte che è costretta a rimanere per strada. Il governo non smetterà di parlare di solidarietà nazionale, ma che tipo di paese è quello in cui la sopravvivenza di un lavoratore si basa sullo sfruttamento di un altro?”

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