Quando non
ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è
una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i
palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a
tanto.
Un
palestinese ha
raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a
nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco.
Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”.
Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti
israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi
palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi
danni”.
Ed è questo,
annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in
Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente
fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi
hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è
quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della
demolizione o dell’espulsione.”
Nell’ultima
settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio
di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi,
sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro
acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione.
L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre
tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di
coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.
Barbarie non
certo casuale, ma frutto di una politica che Human
Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano,
attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce
le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora
nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo
di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.
L’apartheid
in Cisgiordania
Sui media
locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi
eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i
palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come
hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei
campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto
perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).
Ma maggior
parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono
parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale
nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio.
Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi,
rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta
un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante
incombenze della giornata.
L’occupazione
è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno
fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte
dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può
comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere
chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare
l’attenzione”.
Un altro
episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade
per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900
i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il
naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende).
Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto.
Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso
accade, dall’umore del momento.
Non solo:
“Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge
nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati
israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada,
ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore
nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E
nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento
dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.
Nessun media
ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una
situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la
si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in
base al numero
di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle
case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può
dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra
rubata, nessuno è stato ucciso.
Lo stesso
non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e
via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente
morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi,
“è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.
Il genocidio
in corso nella Striscia di Gaza non è un evento improvviso né isolato. È il
risultato di un processo lungo, costruito su decenni di occupazione militare,
impunità politica e complicità internazionale. Come documenta con precisione il
rapporto presentato alle Nazioni Unite dalla relatrice speciale Francesca
Albanese, si tratta di un crimine collettivo, in cui Stati terzi hanno avuto un
ruolo determinante nel fornire supporto diplomatico, militare, economico e
persino “umanitario”, consentendo a Israele di trasformare l’occupazione in una
macchina di distruzione sistematica.
Dietro le
macerie di Gaza non ci sono solo bombe e soldati. Ci sono governi che
forniscono armi, porti che accolgono navi cariche di materiale bellico, banche
che finanziano industrie, imprese che forniscono tecnologia dual-use,
diplomazie che esercitano veti e silenzi che valgono come complicità. Il
genocidio, come sottolinea il rapporto, non è mai opera di un solo attore.
Il quadro
giuridico: obblighi chiari, responsabilità ignorate
Il diritto
internazionale impone agli Stati non solo di non partecipare a crimini come
genocidio, apartheid o aggressione, ma di prevenirli e punirli. La Corte internazionale
di giustizia aveva già nel 2004 dichiarato illegale l’occupazione israeliana e
ribadito gli obblighi di tutti gli Stati di agire. Questi obblighi non sono
facoltativi: gli Stati hanno il dovere giuridico di non riconoscere situazioni
illegali, di non prestare aiuto o assistenza e di intervenire per far cessare
le violazioni.
Ma le misure
previste — embarghi sulle armi, sospensioni di accordi commerciali, pressione
diplomatica e cooperazione con i tribunali internazionali — non sono state
adottate. Anzi, in molti casi è accaduto l’opposto: si è consolidato un sistema
di relazioni che ha reso possibile, sul piano materiale e politico, la campagna
di distruzione di Gaza.
La
diplomazia come rete di protezione
Il primo
pilastro della complicità è quello diplomatico. Dopo il 7 ottobre 2023, il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è diventato teatro di una paralisi
sistematica. Gli Stati Uniti hanno posto il veto sette volte su risoluzioni per
un cessate il fuoco permanente. Altri Paesi occidentali si sono limitati a
sostenere tregue temporanee o corridoi umanitari, lasciando proseguire la
macchina di guerra.
Il discorso
pubblico si è allineato alla narrativa israeliana, dipingendo i palestinesi
come “terroristi”, “scudi umani” o “obiettivi collaterali” e cancellando il
loro status di popolazione occupata protetta dal diritto internazionale
umanitario. Questa manipolazione linguistica è stata essenziale per
giustificare l’inerzia diplomatica e normalizzare l’idea che la guerra a Gaza
fosse una risposta legittima a un’aggressione, piuttosto che la prosecuzione di
un’occupazione coloniale.
Stati arabi
e musulmani hanno mantenuto un profilo ambiguo. Alcuni hanno denunciato
pubblicamente la violenza, ma allo stesso tempo hanno preservato relazioni
economiche e strategiche con Israele, in particolare dopo la normalizzazione
sancita dagli Accordi di Abramo. Altri hanno tentato mediazioni parziali senza
mai incidere realmente sull’equilibrio militare e politico.
Mentre pochi
Stati — come Belize, Bolivia, Colombia e Nicaragua — hanno sospeso relazioni
diplomatiche con Israele, la maggior parte ha continuato a mantenere contatti
ufficiali, rafforzando la percezione che non ci sarebbero state conseguenze
reali per il genocidio.
Le armi: il
carburante della macchina di guerra
Il secondo
pilastro è quello militare. La campagna israeliana a Gaza è stata sostenuta e
resa possibile da un flusso costante e massiccio di armi provenienti in gran
parte da Paesi occidentali. Gli Stati Uniti da soli coprono circa due terzi delle
importazioni militari israeliane. Solo tra il 2023 e il 2025 hanno approvato
742 spedizioni di armi e munizioni, oltre a fornire accesso diretto ai depositi
militari statunitensi presenti in Israele.
Bombe,
artiglieria pesante, munizioni di precisione, caccia e componenti per sistemi
avanzati di sorveglianza e targeting sono stati consegnati mentre la fame e la
carestia colpivano la popolazione civile. La Germania è il secondo esportatore
di armi verso Israele, con licenze di esportazione per centinaia di milioni di
euro, mentre l’Italia, il Regno Unito, la Francia e altri Paesi hanno
contribuito direttamente o indirettamente a questa catena.
Questa rete
non riguarda solo armi finite, ma anche componenti e tecnologie. Il programma
dell’F-35 coinvolge 19 Paesi, molti dei quali forniscono parti e sistemi
integrati impiegati direttamente nei bombardamenti su Gaza. Il flusso di armi
non si è interrotto nemmeno quando erano già note le violazioni del diritto
internazionale umanitario.
I porti e le
basi come arterie logistiche
Dietro ogni
consegna militare c’è un’infrastruttura globale che rende possibile la guerra.
Porti in Europa e nel Mediterraneo — in Turchia, Francia, Italia, Paesi Bassi,
Grecia, Marocco e Belgio — sono stati usati per far transitare componenti e
armamenti. Aeroporti in Irlanda, Belgio e Stati Uniti hanno garantito l’arrivo
dei rifornimenti. Alcuni scali hanno addirittura deviato spedizioni per
aggirare proteste sindacali o controlli politici.
La
cooperazione militare non si è limitata al commercio di armi: Israele ha
partecipato a esercitazioni multinazionali, ha ricevuto intelligence in tempo
reale e ha integrato la propria macchina bellica con sistemi occidentali, in
particolare statunitensi e britannici.
Gli aiuti
umanitari trasformati in arma
Il terzo
pilastro è quello “umanitario”. Gaza era già prima della guerra un territorio
assediato e dipendente dagli aiuti: l’80% della popolazione viveva grazie ai
programmi di assistenza, soprattutto dell’UNRWA. Con la guerra, il blocco si è
trasformato in assedio totale. I camion umanitari sono stati ridotti a meno di
un terzo dei livelli precedenti. Ospedali, scuole e centri di distribuzione
sono stati bombardati, più di 370 operatori dell’UNRWA sono stati uccisi.
Parallelamente,
Israele e Stati Uniti hanno tentato di creare strutture umanitarie alternative,
controllate militarmente, come la Gaza Humanitarian Foundation. Gli aiuti sono
stati usati per spostare forzatamente civili, mentre le principali potenze occidentali
paracadutavano cibo e medicinali in modo spettacolare ma inefficace, spostando
l’attenzione dalla responsabilità politica alla gestione tecnica della crisi.
Economia e
profitti: l’altra faccia della guerra
Il quarto
pilastro è quello economico. Israele è un’economia fortemente integrata nei
mercati globali: il commercio estero vale oltre la metà del PIL. L’Unione
Europea è il principale partner commerciale, seguita da Stati Uniti, Asia e
alcuni Paesi arabi. Le esportazioni di armi e tecnologia dual-use — in
particolare circuiti integrati e sistemi di sorveglianza — sono cresciute
durante la guerra.
Mentre Gaza
veniva rasa al suolo, i flussi commerciali non si sono ridotti: anzi, in alcuni
casi sono aumentati. Paesi europei e arabi hanno incrementato gli scambi con
Israele, garantendo risorse e stabilità all’economia di guerra. I gasdotti nel
Mediterraneo orientale hanno continuato a funzionare e, nell’agosto 2025,
l’Egitto ha firmato un accordo energetico da 35 miliardi di dollari con
Israele, proprio mentre la fame devastava la popolazione di Gaza.
Le
tecnologie militari israeliane testate sui palestinesi sono diventate un
prodotto da esportare: sistemi di sorveglianza, droni, software di controllo.
La guerra non è solo sostenuta dall’economia: è essa stessa un motore
economico.
La crisi
della legalità internazionale
Questa
catena di complicità diplomatica, militare, economica e logistica non è solo
una questione morale: mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale
costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Il genocidio di Gaza mostra quanto
siano fragili gli strumenti di tutela collettiva. Le decisioni della Corte
internazionale di giustizia, i richiami delle Nazioni Unite, le norme del
diritto umanitario internazionale vengono sistematicamente ignorati da Stati
potenti, che le applicano selettivamente secondo convenienza geopolitica.
Il doppio
standard è palese: sanzioni immediate contro alcuni Paesi, complicità
silenziosa con altri. Questa incoerenza alimenta sfiducia globale e offre
terreno fertile a potenze che contestano l’ordine internazionale esistente,
rafforzando fratture già profonde.
Un sistema
di potere da smontare
Il rapporto
Albanese è esplicito: il genocidio di Gaza non può essere affrontato solo
chiedendo un cessate il fuoco. Bisogna smantellare la rete di sostegno
internazionale che lo rende possibile. Ciò significa sospendere immediatamente
tutte le relazioni militari, commerciali e diplomatiche con Israele, imporre un
embargo sulle armi, interrompere i rapporti economici legati a tecnologie
dual-use, sostenere l’UNRWA e cooperare pienamente con la giustizia
internazionale.
La storia
offre precedenti: la fine dell’apartheid in Sudafrica fu accelerata da un
regime di sanzioni e isolamento diplomatico. Le stesse leve possono — e secondo
il diritto internazionale devono — essere usate per porre fine al genocidio.
Una frattura
tra governi e popoli
Mentre i
governi occidentali continuano a sostenere Israele, le opinioni pubbliche si
muovono in direzione opposta. Milioni di persone in Europa, Stati Uniti,
America Latina e mondo arabo hanno manifestato chiedendo un cessate il fuoco e
sanzioni. Questa distanza tra società e istituzioni rischia di erodere la
legittimità politica interna e di accelerare una crisi di credibilità
internazionale per quelle democrazie che proclamano principi universali ma li
applicano in modo selettivo.
La
responsabilità della comunità internazionale
Il genocidio
di Gaza è una prova storica. Ogni veto, ogni contratto d’armi, ogni accordo
commerciale firmato mentre Gaza veniva distrutta rappresenta un atto di
complicità documentabile. In un futuro inevitabile di tribunali e commissioni,
la catena delle responsabilità non si fermerà a Tel Aviv: risalirà a
Washington, Londra, Berlino, Bruxelles e alle capitali arabe che hanno
permesso, con azioni o omissioni, che tutto ciò avvenisse.
Come scrive
Albanese, il mondo è oggi sospeso tra due possibilità: lasciar crollare
definitivamente il sistema di diritto internazionale oppure ricostruirlo
attraverso la giustizia. In questo bivio, la neutralità non esiste.
Conclusione:
Gaza come spartiacque
Il genocidio
in corso non è solo una tragedia umanitaria. È uno spartiacque storico e
giuridico. Se la comunità internazionale continuerà a proteggere Israele,
accettando che un regime di apartheid e occupazione possa condurre un genocidio
senza conseguenze, allora le norme che hanno retto l’ordine mondiale dal 1945
diventeranno carta straccia.
Se invece
Stati, istituzioni e società civili sceglieranno di agire, applicando le norme
e interrompendo la catena della complicità, Gaza potrà segnare non solo una
catastrofe, ma anche l’inizio di una ricostruzione del diritto internazionale.
Il mondo
guarda. E la storia, prima o poi, presenterà il conto.
Siamo alla carestia. Non è una metafora. È una condanna a morte pronunciata
per fame. Dopo oltre venti mesi di bombardamenti incessanti, di intere città
rase al suolo, di ospedali distrutti e campi profughi trasformati in fosse
comuni, a Gaza non resta più nulla da annientare se non la carne viva dei
sopravvissuti. Ed è quella che oggi si vuole distruggere: con l’assedio, con il
calcolo lucido dello sterminio per denutrizione.
Chi ha un briciolo di lucidità morale non può non vedere che siamo di
fronte allo stadio estremo della strategia genocida. La fame non è un effetto
collaterale: è un’arma. Ed è stata concessa, favorita, accettata da tutte le
potenze che in questi mesi hanno predicato la diplomazia, il negoziato, i riti
giuridico-amministrativi. Gli stessi che per mesi hanno recitato l’inetta
illusione dei “due popoli, due stati”, mentre uno dei due – privato dei propri
territori e della possibilità di autodeterminazione - veniva sistematicamente
fatto a pezzi con il pieno contributo delle capitali occidentali. La fame è
oggi il volto più atroce della menzogna liberale.
Eppure, c'è chi ancora si appella al diritto, come se potesse redimere ciò
che ha strutturalmente reso possibile. Chi ha dichiarato “condanniamo il 7
ottobre senza se e senza ma” ha inaugurato, molto spesso consapevolmente, il
terreno morale su cui si è costruita la legittimazione del genocidio. Ha
separato il gesto dalla sua storia, la resistenza dal contesto, la politica
dall’orrore, applicando una sensibilità selettiva alle vittime: tanto assoluta
e totalizzante per quel preciso giorno - sempre richiamato come formula
imprescindibile a premessa di qualsiasi enunciato – quanto anestetizzata, resa
tollerabile nei venti mesi successivi di genocidio dei palestinesi. È questa
ipocrisia ad aver fornito carburante alla ferocia, al disumano. Condannare
“senza se e senza ma” un atto di rivolta e poi restare muti, moderati, di
fronte all’ecatombe sistemica quotidiana, è il crimine morale da cui tutto è
partito.
E non è nemmeno più sufficiente denunciare quest’ipocrisia. Occorre
disarticolarne la struttura, rifiutarne i presupposti. Il genocidio in corso a
Gaza non è un’anomalia del sistema internazionale: ne è l’espressione più
coerente. È il risultato di un ordine giuridico-politico fondato sul potere,
sulla riproduzione dei rapporti di forza, non sull’universalità della
giustizia.
Tutti coloro che oggi parlano di “giustizia futura”, di “tribunali internazionali”,
di “una nuova Norimberga” - persino quelli animati da sincera indignazione -
continuano a muoversi dentro la gabbia ideologica di un ordine che ha già
fallito. È proprio tale ordine che ha reso possibile lo sterminio del popolo
palestinese. È lo stesso diritto internazionale, agito con doppi e tripli
standard, che ha permesso a Israele di godere da sempre dell’impunità
strutturale, garantita nonostante crimini sistematici, documentati, reiterati.
È questo sistema multilaterale che, con le sue assemblee, i suoi consigli, le
sue commissioni, i suoi organismi indipendenti, le sue risoluzioni ignorate, ha
coperto l’assedio, la colonizzazione, l’apartheid.
Non ci sarà nessuna giustizia futura, se continuiamo a concepirla nei
termini di questo paradigma. In definitiva, non ci sarà nessuna Norimberga per
Gaza, perché Gaza non è stata generata dalla rottura dell’ordine
internazionale, ma dal suo funzionamento ordinario. Norimberga fu possibile
perché, dopo la disfatta totale del nazismo, chi vinse volle legittimare un
nuovo ordine mondiale. Oggi, invece, questa “nuova Norimberga” sarebbe
presieduta da alleati, finanziatori, complici dell’accusato. Seduti sul banco
dei giudici - o appostati alle loro spalle - troveremmo gli stessi che hanno
reso materialmente possibile, e politicamente sostenibile, il genocidio. Gaza
non è una falla della civiltà giuridica liberale, è la sua verità nuda, esibita
al mondo.
È tempo di prendere atto che l’intero edificio della legalità liberale -
con la sua retorica dei diritti, dei trattati, della propagandata imparzialità
- è parte integrante della macchina di guerra occidentale. Un dispositivo che
non garantisce protezione ai popoli aggrediti, ma solo legittimità agli
aggressori. Che non previene i genocidi, ma li istituzionalizza. Che non
condanna, ma dilaziona. Del resto, lo scriveva con lucidità lo stesso Walter
Benjamin: non si può criticare il diritto senza smascherare la violenza che lo
istituisce. E quella violenza, oggi, ha un nome preciso: Israele, insieme
all’apparato globale che lo protegge e lo legittima.
La raccolta di firme, gli atti dimostrativi effimeri, le petizioni, i premi
per la pace - spiace dirlo, ma occorre farlo - sono il vezzo di una società
corrotta che ha trasformato il dissenso in performance e la solidarietà in
happening. La nostra indignazione è stata neutralizzata da decenni di rituali
“democratici” senza conseguenze. Non c’è nulla da firmare, nulla da attendere,
nulla da commemorare. C’è solo da disobbedire.
Questa tragedia non appartiene a una futura storiografia: è la soglia
davanti alla quale si misura la possibilità stessa della politica, oggi. O si è
contro questo ordine globale, contro i suoi codici morali, giuridici ed
economici, o si è suoi complici.
La lezione che ci arriva da Gaza non è solo una lezione di resistenza. È
una chiamata all’insurrezione etica e intellettuale contro ogni forma di
pacificazione retorica. È una verità che squarcia la menzogna fondativa
dell’Occidente: l’idea che possa esser sufficiente un sistema di norme e tribunali
per garantire la giustizia e che l’umanità possa convivere con il crimine se
sufficientemente legalizzato, negoziato.
Dunque, Gaza non chiede solidarietà farlocca. Chiede verità. E verità,
oggi, significa dire che l’unica posizione moralmente e politicamente legittima
è il rovesciamento di questo ordine imperiale. Senza se. Senza ma.
“Putin sì, Trump no? Chi può dire quale capo di stato rappresenta un
pericolo maggiore?” si chiede su Haaretz. “La risposta non può essere che a
Israele è tutto permesso: il mondo si sta stancando”
La domanda che pone Gideon Levy a fondamento delle sue
riflessioni è tutt’altro che retorica. E nell’Israele dei Netanyahu, dei Ben-Gvir, dei Katz, dei Smotrich, la
risposta è la chiave per provare a guardare ad un futuro sempre più oscuro, non
solo per Israele ma l’intero Medio Oriente. E per il mondo. È giusto uccidere
un capo di Stato?
Così Levy su Haaretz: “È giusto parlare di uccidere il
capo supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei? È giusto
uccidere un capo di Stato, tranne in casi super rari? Se sì, chi decide quali
capi di Stato sono un bersaglio giusto e quali no? Chi può affermare con
certezza che Khamenei può essere ucciso, ma Netanyahu no? Che Vladimir Putin
può essere ucciso, ma Donald Trump no? Chi di loro rappresenta un pericolo
maggiore per il mondo? Tutto dipende dal punto di vista di chi guarda. Quali scienziati possono essere
uccisi? Gli scienziati nucleari iraniani sì, quelli israeliani no? Su
quali basi? Entrambi i gruppi sono scienziati al servizio della più mostruosa
industria di morte. Ciò porta naturalmente alla domanda se un paese abbia il
diritto di possedere armi nucleari, mentre un altro no”. Chi decide in
un mondo dove il diritto internazionale è diventato carta straccia e
l’unico “diritto” che conta è quello del più forte?
Prosegue Levy: “Dopotutto, il livello di pericolosità di un paese può
cambiare nel tempo. L’Iran non è sempre stato un paese pericoloso e Israele non
sarà sempre un paese non pericoloso. In Israele ci sono già molti politici
pericolosi che rappresentano un rischio per l’intera regione. Sarebbe legittimo
affidare loro il codice segreto? Sarebbe legittimo ucciderli? Queste domande
sono estremamente delicate e Israele evita di discuterle e di dare risposte,
citando l’argomento sacrosanto: ‘Come si può fare un paragone?’. Israele non
può essere paragonato a nessun’altra entità al mondo. Yigal Amir, che ha
assassinato l’ex primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995, credeva che Rabin
rappresentasse una minaccia esistenziale per lo Stato di Israele. Non sono
molti gli israeliani che pensano che questo desse ad Amir il diritto di
uccidere il primo ministro. Ora Israele ritiene che Khamenei costituisca
una minaccia esistenziale e quindi è lecito ucciderlo: ‘uccidere’ è il termine
corretto in questo caso, il più preciso. Se mettiamo da parte l’idea che
Israele si è inventato, secondo cui può fare ciò che è proibito al resto del
mondo, è davvero difficile rispondere a queste domande. Dire che Israele è un
caso speciale, perché a noi è permesso tutto, perché siamo sopravvissuti
all’Olocausto e al massacro del 7 ottobre, non è una risposta adeguata. Anche
il mondo si sta stancando di questa storia. La risposta a queste domande deve
essere universale”.
Universale. Perché crea un precedente che può diventare normalità, prassi
consolidata. Che disegna un mondo-giungla o, in “onore” del
tycoon, Far West globale. “Israele – rimarca Levy – invoca un paragone tra Khamenei e
Hitler per giustificare l’imminente assassinio. È evidente che Hitler doveva
essere eliminato, ma Khamenei non è Hitler. Israele sostiene di astenersi
dal danneggiare i civili. Khamenei è un civile, non il capo di
stato maggiore o un generale. Possiamo anche mettere da parte, per un momento,
la questione della legittimità e chiederci se sia saggio ucciderlo”. Qui
sta il passaggio cruciale. Che richiama al vero obiettivo in testa a chi
governa oggi Israele. Che non è quello, sbandierato per avere la benevolenza
del “mondo libero” – impedire la bomba atomica a un regime che ha
dichiarato di voler cancellare dalla faccia della terra Israele e il popolo
ebraico – ma è quello, che i più estremisti nel governo estremista di
Netanyahu, dicono ormai apertamente: cancellare il regime degli
ayatollah una volta per tutti. Farli fuori, a cominciare dalla
Guida suprema.
Avverte Levy: “La guerra in Iran sta per diventare più complicata. Yaniv
Kubovich ha riferito che i funzionari militari israeliani stanno
improvvisamente affermando che Israele non può essere soggetto a scadenze
temporali. È così che si rischia di affondare nella palude. Assassinare
Khamenei non farebbe che peggiorare le cose. Nel frattempo, il ministro
della Difesa sta facendo il Dio in persona. In questa veste, Israel Katz ha
annunciato che Khamenei non può essere autorizzato a “continuare a esistere”.
Quali sono i criteri di Katz per poter “esistere”? È lui a decidere chi deve
vivere e chi deve morire? Un tribunale celeste presieduto da un ridicolo membro
del governo israeliano? Il ministro della Difesa iraniano può minacciare di
morte il suo omologo israeliano? I commentatori nei notiziari israeliani
parlano della ‘caccia agli scienziati’ in Iran, forse alludendo alla caccia
agli scienziati tedeschi in Egitto da parte del Mossad negli anni ‘60. La
terminologia è importante ed è vile quanto il respiro del ministro della Difesa.
Non si ‘dà la caccia’ agli scienziati, perché non sono animali (la cui caccia è
comunque orribile), anche se sono iraniani. Chiedere l’assassinio di capi
di Stato non è mai giusto, da nessuna parte. Il nostro Netanyahu è ora responsabile
dell’uccisione di decine di migliaia di persone a Gaza. È lecito
invocare il suo assassinio per salvare ciò che resta della nazione lì? Molti
israeliani pensano che sia un tiranno che sta distruggendo il Paese e rovinando
la democrazia israeliana, che sia l’ebreo più spregevole della storia e gli
rivolgono una serie di altri insulti, ma nessuno, si spera, immagina nemmeno di
discutere della sua eliminazione”.
Le conclusioni a cui giunge il grande giornalista israeliano, indicano un
pericolo mortale in un mondo sempre più simile a una giungla globale, dove
sopravvive chi elimina il più debole. “Il dibattito sull’eliminazione di
Khamenei – avverte Levy – apre la porta alla legittimità:
d’ora in poi, l’eliminazione dei capi di Stato sarà considerata lecita. L’unica
cosa ancora in discussione è chi è un bersaglio legittimo e chi no. Gli
israeliani non lo sono”.
Caitlin Johnstone: Gli ospedali di Gaza SONO l'obiettivo
È un fatto relativamente noto che le forze israeliane hanno attaccato la
stragrande maggioranza degli ospedali di Gaza e hanno lanciato centinaia e
centinaia di attacchi contro i servizi medici dell'enclave.
Ogni volta che qualcuno menziona pubblicamente questo
fatto, gli apologeti di Israele iniziano a blaterare di “scudi umani” e cercano
assurdamente di sostenere che in tutti gli ospedali ci sono basi di Hamas. Ma
questi argomenti sono smentiti dal fatto che abbiamo visto diverse
testimonianze di medici che documentano come le forze israeliane siano
effettivamente entrate negli ospedali che hanno attaccato e abbiano distrutto
tutte le attrezzature mediche presenti in quelle strutture, una per una.
L'ultima di queste testimonianze è apparsa sul
quotidiano greco Efimerida ton Syntakton ed è stata fornita da un chirurgo
specialista di nome Christos Georgalas, che da aprile a maggio di quest'anno si
trovava all'ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud di Gaza.
Secondo il traduttore automatico, Georgalas definisce
l'attacco di Israele “una guerra principalmente contro i bambini” e descrive le
terribili ferite che le munizioni israeliane hanno inflitto ai giovani
palestinesi.
Georgalas descrive anche i ripetuti attacchi
israeliani all'ospedale in cui lavorava, tra cui:
"Un collega spagnolo mi ha detto che quando gli
israeliani sono arrivati all'ospedale dove si trovava la macchina per la
risonanza magnetica, hanno cercato di distruggere tutto. Ma la macchina per la
risonanza magnetica è un macchinario enorme. È come un'auto. Anche se la
colpisci con un proiettile, può essere riparata. Quindi hanno chiamato un
ingegnere specializzato per distruggerla definitivamente. Perché anche se una
bomba fosse esplosa accanto ad essa, avrebbe potuto comunque essere riparata.
Hanno dovuto chiamare uno specialista che conoscesse il cuore della macchina
per renderla inutilizzabile. Ed è proprio quello che ha fatto lo scorso
febbraio.
"Nel nostro ospedale, gli israeliani hanno
setacciato i reparti dove si trovavano le incubatrici e le hanno
sistematicamente distrutte una per una. Le incubatrici con il piede di porco!
Questo è stato documentato dai miei colleghi. L'ospedale dove lavoravo è stato
occupato dagli israeliani per due mesi, febbraio e marzo 2024. I medici che
erano rimasti in ospedale sono stati torturati. Sono stati messi in fila uno
per uno e picchiati. In totale sono stati rapiti circa 80 di loro. Di questi,
non sappiamo dove siano 40 né se siano vivi. Molti sono stati uccisi sul
posto".
Poiché Israele ha impedito ai giornalisti di entrare
nella Striscia di Gaza, i medici sono diventati di fatto i reporter sul campo.
Abbiamo visto un altro reportage che documentava il
comportamento sistematico di Israele nel distruggere singole apparecchiature
mediche nel febbraio di quest'anno, questa volta all'ospedale indonesiano nel
nord di Gaza. Caroline Seguin, coordinatrice delle emergenze di Medici Senza
Frontiere, ha riferito quanto segue:
"Non esiste più alcun sistema sanitario nella
parte settentrionale di Gaza. L'ospedale Kamal Adwan è stato raso al suolo,
mentre gli ospedali Al Shifa, Al Awda e Indonesian sono gravemente danneggiati
e funzionano solo in parte. Siamo rimasti profondamente scioccati nel
constatare che nell'ospedale indonesiano tutte le apparecchiature mediche
sembravano essere state deliberatamente distrutte; erano state ridotte in
pezzi, una per una, per assicurarsi che non fosse più possibile fornire
assistenza medica. È lecito chiedersi: qual è la motivazione di tale azione?
Queste apparecchiature sono state realizzate per salvare la vita delle persone,
madri, padri, bambini. È devastante vedere lo stato in cui versano questi
ospedali".
Nell'aprile di quest'anno, il rapporto di Seguin
sull'ospedale Indonesian è stato confermato da un medico di pronto soccorso di
nome Clayton Dalton, che ha scritto quanto segue per The New Yorker:
"Sultan mi ha portato al piano superiore, al
reparto di terapia intensiva, dove il vento soffiava attraverso le finestre
rotte. Voleva mostrarmi qualcosa che aveva scoperto dopo che le forze
israeliane avevano lasciato l'ospedale. Ha indicato un monitor cardiaco vicino
a una parete. Sembrava avere un foro di proiettile sullo schermo. Accanto c'era
un elettrocardiografo il cui schermo era stato distrutto.
Siamo entrati in un grande magazzino nell'angolo
dell'unità di terapia intensiva, pieno zeppo di apparecchiature mediche:
ecografi, pompe per flebo, macchine per dialisi, misuratori di pressione
sanguigna. Ognuna di esse era stata apparentemente distrutta da un proiettile,
non in modo casuale come ci si aspetterebbe da una sparatoria, ma piuttosto in
modo metodico. Ero sbalordito. Non riuscivo a pensare a nessuna giustificazione
militare possibile per la distruzione di attrezzature salvavita".
In effetti, non esiste alcuna giustificazione militare
per la distruzione di attrezzature mediche salvavita. Sono state distrutte
affinché non potessero essere utilizzate per salvare vite umane. Israele ha
sistematicamente distrutto le infrastrutture sanitarie di Gaza con l'obiettivo
di renderla inabitabile, in modo da poterla conquistare.
Si tratta di tre resoconti distinti che descrivono la
distruzione sistematica di attrezzature mediche a Gaza da parte delle forze
israeliane, forniti da medici che non hanno nulla da guadagnare mentendo su una
cosa del genere. Le prove sono troppo schiaccianti per poter essere negate.
Non c'erano combattenti di Hamas nascosti nella
macchina per la risonanza magnetica. Non c'erano tunnel nelle incubatrici. Non
c'erano depositi di armi nella macchina per l'elettrocardiogramma. Israele ha
mentito sul fatto che Hamas si nascondesse negli ospedali per tutto questo
tempo. Hamas non è mai stato l'obiettivo. Gli ospedali sono l'obiettivo.
L'assistenza sanitaria è l'obiettivo. Questo è ormai accertato al di là di ogni
ragionevole dubbio.
"Mi spiace se può sembrare antisemita, ma penso che sia sbagliato
bruciare bambini vivi" - Caitlin Johnstone
Israele sta bruciando bambini vivi a Gaza. E
chiamatemi pure antisemita, amante dei terroristi nazisti che odiano gli ebrei,
se volete, ma si dà il caso che io creda che questo sia sbagliato.
Ora che è stato chiarito che l'obiettivo di Israele a
Gaza è la completa pulizia etnica di tutti i palestinesi, gli apologeti di
Israele si sono spostati dai piagnistei sugli ostaggi e su Hamas a sostenere
che la pulizia etnica è in realtà buona e giusta. Il che ha senso: è davvero
l'unica argomentazione che possono avanzare a questo punto.
Non dimenticate mai che il Congresso degli Stati Uniti
ha tributato a Netanyahu decine di standing ovation durante un singolo discorso
mentre era nel bel mezzo della perpetrazione del primo genocidio della storia
trasmesso in diretta streaming. Questo è ciò che sono. E lo saranno sempre.
Israele ha fatto di più per promuovere l'odio verso
gli ebrei nell'ultimo anno e mezzo di quanto abbia fatto Stormfront nella sua
intera esistenza. Nessuna propaganda suprematista bianca sarà mai così efficace
nel diffondere l'odio contro gli ebrei come l'assassinio di massa di bambini
sotto una bandiera con la stella di David.
Un tempo il sostegno a Israele era l'opinione
dominante nel mondo occidentale. Per fortuna la situazione sta cambiando, ma il
fatto che questo fosse il caso fino a quando Israele non si è esposto dimostra
che non si può semplicemente seguire l'opinione della maggioranza su qualsiasi
questione. Bisogna pensare con la propria testa.
Ignorare ciò che dice la folla. Ignorate le persone
che vi urlano contro perché non siete d'accordo con la loro posizione. Guardate
i fatti nella loro crudezza, il più possibile liberi dai vostri pregiudizi
cognitivi, e abbiate il coraggio di farvi valere da soli, se necessario.
Gaza è una questione morale talmente facile da
risolvere che non è possibile che chi sbaglia non sia una persona di merda
anche in altri ambiti della sua vita. Mi dispiace per chiunque abbia rapporti
interpersonali con i sostenitori di Israele, perché sarebbe uno schifo averli
intorno.
La direttrice del Programma Alimentare Mondiale, Cindy
McCain, afferma di non aver visto alcuna prova del fatto che Hamas rubi gli
aiuti che entrano a Gaza. L'unico argomento di Israele per continuare a
bloccare gli aiuti a Gaza è stato pubblicamente sfatato da un membro di una
delle famiglie più pro-Israele della politica statunitense.
Gli Stati Uniti avrebbero consegnato circa 90.000
tonnellate di armi a Israele dall'ottobre 2023.
In questi giorni mi concentro soprattutto sul
genocidio di Gaza, ma a volte cifre come questa mi fanno fare qualche scatto in
avanti e pensare a quanto sia folle la nostra civiltà nel suo complesso.
Pensate a quanto di buono potremmo fare nel mondo se non riversassimo le nostre
risorse in cose malvagie come questa.
L'altro giorno la testata The Australian, di proprietà
di Murdoch, mi ha dato la caccia per aver twittato: "Due dipendenti
dell'ambasciata israeliana colpiti da un proiettile a Washington DC fanno meno
notizia di decine di migliaia di palestinesi uccisi nel genocida accaparramento
di terre da parte di Israele. È meno importante. Merita meno attenzione. Non è
la storia principale. Il genocidio di Israele a Gaza è la storia
principale".
Mi hanno definita “giornalista” tra virgolette, il che
dovrebbe essere un insulto, ma provenendo dalla stampa di Murdoch può essere
visto solo come un complimento.
Secondo la narrazione ufficiale occidentale, gli
americani che si radicalizzano violentemente a causa di un genocidio sostenuto
dagli Stati Uniti sono un problema più grande del genocidio sostenuto dagli
Stati Uniti.
Secondo la narrazione ufficiale, le proteste
universitarie contro una trasparente operazione di pulizia etnica sono una
preoccupazione maggiore della trasparente operazione di pulizia etnica.
Secondo la narrazione ufficiale, gli ebrei sionisti
occidentali che si sentono emotivamente turbati dall'opposizione a un olocausto
moderno sono un problema più urgente di un olocausto moderno.
Tutte le nostre istituzioni sono arretrate e malvagie.
I nostri media. La nostra politica. Il nostro sistema educativo. I nostri
produttori di cultura mainstream. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.
Ogni male storico che ci è stato insegnato a non
ripetere mai più viene ripetuto dai nostri stessi governanti.
Tutto ciò che ci è stato insegnato ad avere paura dei
Paesi che l'impero occidentale odia è vero per l'impero occidentale.
Ogni futuro oscuro di cui siamo stati avvertiti nella
narrativa distopica è vero della distopia in cui viviamo attualmente.
Viviamo in un incubo di civiltà, sotto un impero
alimentato dal sangue umano. Più lo si esamina da vicino, più diventa brutto.
Non si può permettere che questo continui. Non si deve
permettere che continui.
Cos’è
l’apartheid? È una politica di segregazione. Un regime di separatezza che si
rivolge a certi gruppi in base a delle caratteristiche comuni: razza, ceto,
genere ecc. Dunque
c’è apartheid dove c’è una politica che separa e perseguita delle persone non
in termini individuali o in relazione a gesti delittuosi, ma per il solo fatto
di essere se stesse e di appartenere a un gruppo sociale più o meno riconoscibile. Cos’è
la proiezione, in psicologia? È un elementare meccanismo di difesa, per cui
proiettiamo sugli altri sentimenti o azioni o convinzioni che proviamo o
mettiamo in atto e che non riusciamo o non vogliamo o non possiamo attribuire a
noi stessi.
Pensavo a
questi due semplicissimi concetti, mentre ascoltavo le ultime puntate dei
deliri di Trump. Nell’ordine, la sua accusa al Presidente del Sud Africa di
essere razzista nei confronti dei bianchi e, poche ore dopo, la decisione di
proibire a una delle più grandi e prestigiose Università americane di ammettere
studenti stranieri.
La scenetta
col Presidente sudafricano è simile a quella con Zelensky, se non fosse per la prontezza di
riflessi dell’interlocutore. Una vera e propria trappola a favore di
telecamere, con la costruzione artificiale di fake
news per
legittimare quella che non è una semplice tesi bislacca, ma rappresenta
precisamente un rovesciamento proiettivo. L’unico dato di realtà da
cui parte questa narrazione palesemente falsa è che vi è una legge che permette
l’esproprio (del tutto risarcito, salvo casi di terreni abbandonati a se stessi
da tempo) di terra a fini pubblici, in un paese in cui il latifondo non è
un’arcaica categoria dell’Ottocento. Per il resto, accusare il Paese
dell’apartheid di perseguitare i bianchi in quanto bianchi non è solo un
oltraggio alla memoria, ma è anche una follia rispetto al presente. Un
presente in cui i bianchi continuano ad essere i ricchi e i neri ad essere i
poveri. Non c’è stato nessuno spostamento economico e l’apartheid è rimasto
dov’era, fondato ora su basi economiche e non più politiche. In fin dei conti,
la pace non è stata che la continuazione dell’apartheid con altri mezzi.
Ma perché quest’accusa di apartheid non può che essere interpretata nei
termini d’un rovesciamento proiettivo, avendo a che fare con le politiche
che il Presidente statunitense mette in atto?
Per
rispondere a questa domanda, veniamo al secondo episodio. Quel geniaccio
di Trump continua la sua guerra alle università americane (che
peraltro non sono università pubbliche, ma sono fortemente elitarie sia nel
reclutamento dei docenti sia soprattutto nella selezione degli studenti. Sono
insomma modelli di un sapere esclusivo ed escludente, che dovrebbe piacere
molto agli esponenti della destra). L’ultimo plateale gesto è quello di prendersela
con gli studenti universitari “stranieri”: un gruppo sociale piuttosto cospicuo
ed eterogeneo, ad occhio. Con un gesto di puro maccartismo, la sua
amministrazione ha sospeso le iscrizioni per gli studenti stranieri. Perché
prendersela con loro? Per punire le posizioni “antisemite”
dell’Università, ufficialmente. Scelta interessante. In primo luogo, perché
punisce solo indirettamente l’Università, punendo direttamente persone che –
non avendo nome e cognome ma essendo un gruppo sociale piuttosto corposo – non
possono essere accusate di condividere quelle idee che a quanto pare in una
democrazia liberale non possono essere diffuse. In secondo luogo, perché si
basa su un’ennesima contraffazione della realtà, definendo ogni critica
alle politiche israeliane come “antisemitismo”. Il che ci permette di
correggere la declinazione di un’altra domanda che ricorre sempre di più in
queste settimane. La questione non è: “perché assistiamo alle semplificazioni che
prendono il posto della complessità?” ma piuttosto: “perché assistiamo
alle contraffazioni che prendono il posto della complessità?”.
La differenza tra semplificazione e contraffazione è
evidente e concerne l’uso politico delle parole. Quando semplifichiamo
qualcosa, l’accusa che ci viene rivolta è che le cose non stanno esattamente
così come le stiamo descrivendo. Ma la contraffazione non è per forza una
semplificazione. Mentre la semplificazione conserva in sé parti di verità che
magari distorce, la contraffazione non si occupa più di dir male la
verità, ma si occupa direttamente di dire il falso come fosse vero. Questa
non è più l’epoca della semplificazione, è ormai l’epoca della contraffazione.
Di fatto,
anche questo piccolo episodio dimostra come l’apartheid è diventato un
principio politico che unisce l’Occidente contro coloro che decide di designare
come i suoi nemici. In questo caso i nemici contro cui agire sono
duplici: sono gli stranieri e sono coloro che credono ancora al valore
dell’istruzione. Sono dunque da perseguitare perché non appartengono alla
nostra comunità e perché pretendono di imparare a maneggiare lo strumento di
emancipazione e di critica al potere per eccellenza, la cultura. Ma il modo in
cui si agisce risponde perfettamente ai canoni che definiscono l’apartheid. Che
è esattamente una persecuzione che non è fondata su alcuna notizia di reato ma
esclusivamente sull’appartenenza a un gruppo razziale (gli stranieri) e a un
gruppo sociale (il “ceto medio riflessivo”, avremmo detto un tempo). Ma
non è lo stesso apartheid che vediamo in azione nelle politiche securitarie del
nostro Paese? Oppure nelle direttive europee sulla migrazione e sul
diritto d’asilo? O ancora a Gaza, dove la segregazione e l’apartheid non hanno
nemmeno il bisogno di celarsi dietro il rispetto di leggi e di diritti?
Sono due
piccoli episodi, apparentemente minimi rispetto a tutto ciò che ci sta
esplodendo in mano. Ma non fanno che confermare il fatto che è
l’Occidente tutto oggi a poter essere accusato di aver plasmato le proprie
politiche a immagine e somiglianza dell’apartheid che in Sud Africa è invece
per fortuna solo un tragico ricordo del passato, almeno come fenomeno politico.
Se le cose
stanno cosi, non riesco a trovare altre spiegazioni se non ricorrendo al buon
vecchio Freud. Accusare l’altro di ciò che di fatto si persegue con
accanimento ormai reiterato ed esplicito. Oltretutto, non è ciò che accade
costantemente anche nelle nostre relazioni private? Non trovo più una persona violenta
che non rivendichi alla fine di essere essa stessa vittima della violenza.
Mentre alle vittime è tolto il diritto di parola, i carnefici si difendono
facendo le vittime. Piccolo inciso che conferma questa sommaria analisi di
psicologia sociale: nei giorni scorsi ho avuto la pessima idea di ascoltare
cinque minuti di dibattito politico in televisione. Qualcuno ha provato a dire
che a Gaza si sta consumando un genocidio. Apriti cielo. La conduttrice
progressista e di sinistra si è indignata dicendo che non vuole che nella sua
trasmissione si pronuncino simili parole. Dopo qualche minuto un brillante
(sono decisamente ironico) esponente della destra, uno di quelli che sta
trovando una nuova giovinezza perché disposto a difendere in ogni occasione
l’indifendibile, ha detto testualmente: “il 7 ottobre si è consumato un vero e
proprio genocidio del popolo ebraico”. In questo caso, la nostra conduttrice
progressista e di sinistra non ha ritenuto di interrompere né di indignarsi (e
con questo, è inutile dirlo, non voglio in alcun modo minimizzare la crudeltà
del 7 ottobre).
Il piccolo
insegnamento che dobbiamo trarne è immediatamente politico e attraversa tutto
questo tempo così poco chiaro che ci accade di vivere. La domanda
giusta non è: “perché i carnefici fanno i carnefici?”, ma è: “perché i
carnefici rappresentano sistematicamente se stessi come vittime?”. Qualcuno
direbbe per autoassolversi. Forse non sarebbe una contraffazione, ma certamente
sarebbe una semplificazione. Perché ciò che l’Occidente fa non è solo non
sentirsi in colpa per quel che ha scelto di diventare, ma accusare
gli altri di essere ciò che esso stesso è diventato. Dietro il
vittimismo c’è non solo la necessità di non sentirsi in colpa, ma anche il
bisogno di far sentire in colpa coloro che si perseguitano, in modo
da legittimare i propri comportamenti.
Tra muri e
deportazioni, mi pare che la cartografia che stiamo cercando di imporre
al mondo intero sia fondata sulla segregazione e il controllo di interi gruppi
sociali, estesi a livello planetario. Non più guerre tra Stati, ma guerre
di un gruppo sociale minoritario a gruppi sociali a cui vengono ormai negati
senza ragione i diritti più elementari. Sono gruppi sociali eterogenei, ho
scritto. Ma se dovessi indicarne un tratto comune, direi che sono tutti gruppi
sociali non abbienti. Palestinesi, stranieri in genere, ceto medio riflessivo,
persone non binarie, donne: ho certamente dimenticato qualcuno nell’elenco. Di
fatto poveri, sottoposti a un regime di apartheid plateale da parte dei ricchi. Si
chiama apartheid, si legge neo-capitalismo: non più soltanto un dispositivo
economico, ma un vero e proprio dispositivo economico-politico.
Può farti sentire come se stessi impazzendo. Quanto sia tutto falso e
superficiale. Come siamo a un anno e mezzo dal primo genocidio della storia
trasmesso in diretta streaming e tutta la nostra società si comporta come se
andasse tutto a gonfie vele.
Stiamo uccidendo bambini. Li stiamo facendo morire di fame. Stiamo lanciando
esplosivi militari ad alta tecnologia su di loro. Facciamo saltare loro gli
arti. Strappiamo loro le viscere. Spariamo loro in testa. Questo non viene
fatto solo da "Israele". Viene fatto dall'intero impero occidentale
che sostiene queste atrocità.
Eppure, se accendete la TV, vedrete personaggi famosi ridere e scherzare su
sciocchezze, esprimendo opinioni politiche senza più spessore e significato di
quelle sulla necessità o meno di un film al femminile di Ghostbusters. Andate a
leggere le notizie e troverete solo futili sciocchezze su celebrità e politici,
e l'ultima sciocchezza uscita dalla bocca di Donald Trump. Andate a una festa e
tutti blaterano di sciocchezze insulse, urlando "Niente politica!" se
provate a dire qualcosa sull'elefante nella stanza a forma di olocausto.
I nuovi lettori potrebbero non saperlo, ma un tempo mi divertivo molto di
più sulla mia piattaforma. Tanto umorismo. Poesia psichedelica. Spiritualità e
filosofia. Ma da quando è iniziato l'olocausto di Gaza, quel tipo di scrittura mi
è spesso sembrato irriverente e frivolo. Quasi sacrilego. Mi sembrava di unirmi
alla follia della cultura mainstream voltando le spalle a tutti quei corpi
emaciati e bambini mutilati.
Quindi nell'ultimo anno e mezzo mi sono limitata a fare ciò che ritengo
tutti sulla Terra dovrebbero fare: denunciare il genocidio e dire che deve
cessare.
Un tempo ero molto più poetica e creativa nel denunciare la criminalità
dell'impero, perché la sua depravazione era spesso difficile da comprendere
appieno, quindi ero sempre alla ricerca di nuovi modi per aiutare le persone a
vedere la sua mostruosità con occhi nuovi. Ora che si limitano a massacrare
bambini davanti ai nostri occhi, non è più proprio quello che serve. Ciò che
serve è continuare ad attirare l'attenzione di tutti sulla cosa terribile che
ci sta davanti agli occhi.
Questo compito non dovrebbe ricadere su attivisti universitari e oscuri
blogger pacifisti. Ogni testata giornalistica del mondo dovrebbe concentrarsi
esclusivamente su questo aspetto.
Se avessimo un sistema mediatico sano ed etico, questo è ciò che farebbe.
Tutti i titoli principali, ogni singolo giorno, riguarderebbero le ultime
azioni malvagie compiute da Israele e dai suoi sostenitori occidentali a Gaza,
affermando chiaramente in ogni titolo il ruolo del nostro governo nel rendere
tutto ciò possibile. Ogni conferenza stampa sarebbe completamente dominata da
domande che chiedono a ogni funzionario occidentale perché stiamo partecipando
a un genocidio attivo e pretenderebbero risposte su quando questo finirà.
Invece, ci ritroviamo con titoli in linguaggio passivo del tipo "I
palestinesi muoiono nell'esplosione", solitamente accompagnati da
"...dice il Ministero della Salute guidato da Hamas" per far sì che i
lettori non credano all'intera storia. E questo nelle rare occasioni in cui le
atrocità israeliane vengono riportate; normalmente Gaza è considerata una
questione di terzo o quarto livello, di gran lunga inferiore a qualche
lamentela infinitamente meno grave nel nostro Paese. Alle vite palestinesi
viene dato un peso enormemente inferiore rispetto a quelle occidentali, e i
nostri sentimenti e le nostre comodità vengono enfatizzati molto più della
questione della vita o della morte del popolo palestinese.
E può farti sentire come se stessi impazzendo. È come se andassimo tutti in
giro fisicamente inzuppati di sangue umano, con il sangue che inonda i nostri
salotti e arti mozzati sparsi per le nostre camere da letto e cucine, ma
nessuno ne parlasse. Provi a dire "Che succede con tutto questo sangue e questa
roba?" e ti zittiscono e ti dicono che è maleducato parlare di politica.
Un diluvio rosso scuro si riversa dalla portiera del tuo minivan quando la apri
per andare a prendere tuo figlio all'allenamento di calcio, e tutti distolgono
lo sguardo.
Sta succedendo. Sappiamo che sta succedendo. Sta succedendo proprio davanti
a noi e ci comportiamo come se non fosse così. È così esasperante e frustrante,
e può farti sentire impotente.
Ma continuiamo a puntare il dito contro Gaza, perché cos'altro potremmo fare?
L'alternativa è unirci ai pazzi che fingono che non stia succedendo nulla.
Come minimo, è un modo per preservare la nostra sanità mentale. Per
preservare la nostra umanità. Anche se riuscissero a ripulire Gaza da ogni
forma di vita palestinese, almeno avremmo impedito a quei bastardi di
deformarci e trasformarci in psicopatici come loro. Anche se non possiamo
impedire loro di distruggere Gaza, possiamo almeno impedire loro di distruggere
i nostri cuori.
articoli di Norman Finkelstein, Michele Giorgio, Gideon Levy, Francesca Albanese, Piergiorgio Odifreddi, Primo Levi (ripresi da zeitun.info, ilfattoquotidiano.it, pagineesteri.it)
Atroce dichiarazione da parte di UK Lawyers for Israel (Uklfi), un gruppo di avvocati a sostegno di Israele, con sede in Gran Bretagna
Secondo l’associazione, la guerra in corso a Gaza avrebbe il benefico effetto di ridurre l’obesità nella popolazione della Striscia e quindi aumentare l’aspettativa di vita tra i palestinesi. Sinora i bombardamenti israeliani hanno causato circa 52mila morti, la metà dei quali donne e bambini. Diversi studi ritengono però queste cifre largamente sottostimate. Tutti gli operatori presenti sul posto segnalano inoltre situazioni di carenza di cibo e grave malnutrizione, specie tra i bambini. I camion di aiuti e beni alimentari sono infatti bloccati da settimane da Israele.
Come ricorda il quotidiano inglese Guardian, le dichiarazioni sono state fatte da Jonathan Turner, amministratore delegato di Uklfi, in risposta a una mozione che sarà discussa durante l’assemblea generale annuale del Co-operative Group e che chiede di interrompere la vendita di prodotti ortofrutticoli israeliani. Turner ha invitato quindi i proponenti a ritirare la mozione. In particolare l’avvocato critica una ricostruzione della rivista britannica specialistica Lancet secondo cui le vittime a potrebbero, in realtà, superare le 180mila.
Ha quindi affermato che la stima di Lancet “Ha anche ignorato i fattori che potrebbero aumentare l’aspettativa di vita media a Gaza , tenendo presente che uno dei maggiori problemi di salute a Gaza prima dell’attuale guerra era l’obesità”. Un altro studio pubblicato su Lancet ha rilevato che l’aspettativa di vita a Gaza è diminuita di 34,9 anni durante i primi 12 mesi di guerra, circa la metà (-46,3%) rispetto al livello prebellico di 75,5 anni.
I commenti degli avvocati britannici per Israele sono stati condannati come “ripugnanti” dalla Palestine Solidarity Campaign (PSC). Tra i sostenitori dell’Uklfi figurano anche l’ex giudice della Corte Suprema John Dyson, l’ex leader conservatore Michael Howard e David Pannick KC, che ha rappresentato anche Boris Johnson e la defunta regina.
Ben Jamal, direttore del PSC, ha dichiarato: “Mentre i bambini della Striscia di Gaza affrontano il crescente rischio di fame, malattie e morte, l’idea del capo degli avvocati britannici per Israele che potrebbero trarre beneficio dalla perdita di peso è assolutamente disgustosa. Questi commenti ripugnanti illustrano esattamente cosa significhi essere ‘per Israele’ e quanto in basso siano disposti a sprofondare i suoi apologeti nel tentativo di giustificare il genocidio a Gaza”.
Una denuncia dell’Uklfi ha spinto l‘ospedale Chelsea and Westminster di Londra a rimuovere nel 2023 un’opera d’arte realizzata da bambini palestinesi, dopo che il gruppo aveva affermato che essa faceva sentire i pazienti ebrei “vulnerabili, molestati e vittimizzati”. Ha inoltre minacciato di intraprendere azioni legali contro il governo del Regno Unito per la sua decisione di sospendere circa 30 licenze per l’esportazione di armi verso Israele.