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venerdì 28 agosto 2026

Cisgiordania: la banalità del Terrore - Claudia Carpinella

Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.

Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”. 

Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”

Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.

Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.

L’apartheid in Cisgiordania

Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).

Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.

L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.

Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900 i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.

Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.

Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al numero di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.

Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.

Fonti

UNWRA: https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026

HAARETZ: https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000

HUMAN RIGHTS WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement

da qui

sabato 1 novembre 2025

Il genocidio di Gaza e la complicità globale - Giuseppe Gagliano

Un crimine che non nasce da solo

Il genocidio in corso nella Striscia di Gaza non è un evento improvviso né isolato. È il risultato di un processo lungo, costruito su decenni di occupazione militare, impunità politica e complicità internazionale. Come documenta con precisione il rapporto presentato alle Nazioni Unite dalla relatrice speciale Francesca Albanese, si tratta di un crimine collettivo, in cui Stati terzi hanno avuto un ruolo determinante nel fornire supporto diplomatico, militare, economico e persino “umanitario”, consentendo a Israele di trasformare l’occupazione in una macchina di distruzione sistematica.

Dietro le macerie di Gaza non ci sono solo bombe e soldati. Ci sono governi che forniscono armi, porti che accolgono navi cariche di materiale bellico, banche che finanziano industrie, imprese che forniscono tecnologia dual-use, diplomazie che esercitano veti e silenzi che valgono come complicità. Il genocidio, come sottolinea il rapporto, non è mai opera di un solo attore.

Il quadro giuridico: obblighi chiari, responsabilità ignorate

Il diritto internazionale impone agli Stati non solo di non partecipare a crimini come genocidio, apartheid o aggressione, ma di prevenirli e punirli. La Corte internazionale di giustizia aveva già nel 2004 dichiarato illegale l’occupazione israeliana e ribadito gli obblighi di tutti gli Stati di agire. Questi obblighi non sono facoltativi: gli Stati hanno il dovere giuridico di non riconoscere situazioni illegali, di non prestare aiuto o assistenza e di intervenire per far cessare le violazioni.

Ma le misure previste — embarghi sulle armi, sospensioni di accordi commerciali, pressione diplomatica e cooperazione con i tribunali internazionali — non sono state adottate. Anzi, in molti casi è accaduto l’opposto: si è consolidato un sistema di relazioni che ha reso possibile, sul piano materiale e politico, la campagna di distruzione di Gaza.

La diplomazia come rete di protezione

Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Dopo il 7 ottobre 2023, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è diventato teatro di una paralisi sistematica. Gli Stati Uniti hanno posto il veto sette volte su risoluzioni per un cessate il fuoco permanente. Altri Paesi occidentali si sono limitati a sostenere tregue temporanee o corridoi umanitari, lasciando proseguire la macchina di guerra.

Il discorso pubblico si è allineato alla narrativa israeliana, dipingendo i palestinesi come “terroristi”, “scudi umani” o “obiettivi collaterali” e cancellando il loro status di popolazione occupata protetta dal diritto internazionale umanitario. Questa manipolazione linguistica è stata essenziale per giustificare l’inerzia diplomatica e normalizzare l’idea che la guerra a Gaza fosse una risposta legittima a un’aggressione, piuttosto che la prosecuzione di un’occupazione coloniale.

Stati arabi e musulmani hanno mantenuto un profilo ambiguo. Alcuni hanno denunciato pubblicamente la violenza, ma allo stesso tempo hanno preservato relazioni economiche e strategiche con Israele, in particolare dopo la normalizzazione sancita dagli Accordi di Abramo. Altri hanno tentato mediazioni parziali senza mai incidere realmente sull’equilibrio militare e politico.

Mentre pochi Stati — come Belize, Bolivia, Colombia e Nicaragua — hanno sospeso relazioni diplomatiche con Israele, la maggior parte ha continuato a mantenere contatti ufficiali, rafforzando la percezione che non ci sarebbero state conseguenze reali per il genocidio.

Le armi: il carburante della macchina di guerra

Il secondo pilastro è quello militare. La campagna israeliana a Gaza è stata sostenuta e resa possibile da un flusso costante e massiccio di armi provenienti in gran parte da Paesi occidentali. Gli Stati Uniti da soli coprono circa due terzi delle importazioni militari israeliane. Solo tra il 2023 e il 2025 hanno approvato 742 spedizioni di armi e munizioni, oltre a fornire accesso diretto ai depositi militari statunitensi presenti in Israele.

Bombe, artiglieria pesante, munizioni di precisione, caccia e componenti per sistemi avanzati di sorveglianza e targeting sono stati consegnati mentre la fame e la carestia colpivano la popolazione civile. La Germania è il secondo esportatore di armi verso Israele, con licenze di esportazione per centinaia di milioni di euro, mentre l’Italia, il Regno Unito, la Francia e altri Paesi hanno contribuito direttamente o indirettamente a questa catena.

Questa rete non riguarda solo armi finite, ma anche componenti e tecnologie. Il programma dell’F-35 coinvolge 19 Paesi, molti dei quali forniscono parti e sistemi integrati impiegati direttamente nei bombardamenti su Gaza. Il flusso di armi non si è interrotto nemmeno quando erano già note le violazioni del diritto internazionale umanitario.

I porti e le basi come arterie logistiche

Dietro ogni consegna militare c’è un’infrastruttura globale che rende possibile la guerra. Porti in Europa e nel Mediterraneo — in Turchia, Francia, Italia, Paesi Bassi, Grecia, Marocco e Belgio — sono stati usati per far transitare componenti e armamenti. Aeroporti in Irlanda, Belgio e Stati Uniti hanno garantito l’arrivo dei rifornimenti. Alcuni scali hanno addirittura deviato spedizioni per aggirare proteste sindacali o controlli politici.

La cooperazione militare non si è limitata al commercio di armi: Israele ha partecipato a esercitazioni multinazionali, ha ricevuto intelligence in tempo reale e ha integrato la propria macchina bellica con sistemi occidentali, in particolare statunitensi e britannici.

Gli aiuti umanitari trasformati in arma

Il terzo pilastro è quello “umanitario”. Gaza era già prima della guerra un territorio assediato e dipendente dagli aiuti: l’80% della popolazione viveva grazie ai programmi di assistenza, soprattutto dell’UNRWA. Con la guerra, il blocco si è trasformato in assedio totale. I camion umanitari sono stati ridotti a meno di un terzo dei livelli precedenti. Ospedali, scuole e centri di distribuzione sono stati bombardati, più di 370 operatori dell’UNRWA sono stati uccisi.

Parallelamente, Israele e Stati Uniti hanno tentato di creare strutture umanitarie alternative, controllate militarmente, come la Gaza Humanitarian Foundation. Gli aiuti sono stati usati per spostare forzatamente civili, mentre le principali potenze occidentali paracadutavano cibo e medicinali in modo spettacolare ma inefficace, spostando l’attenzione dalla responsabilità politica alla gestione tecnica della crisi.

Economia e profitti: l’altra faccia della guerra

Il quarto pilastro è quello economico. Israele è un’economia fortemente integrata nei mercati globali: il commercio estero vale oltre la metà del PIL. L’Unione Europea è il principale partner commerciale, seguita da Stati Uniti, Asia e alcuni Paesi arabi. Le esportazioni di armi e tecnologia dual-use — in particolare circuiti integrati e sistemi di sorveglianza — sono cresciute durante la guerra.

Mentre Gaza veniva rasa al suolo, i flussi commerciali non si sono ridotti: anzi, in alcuni casi sono aumentati. Paesi europei e arabi hanno incrementato gli scambi con Israele, garantendo risorse e stabilità all’economia di guerra. I gasdotti nel Mediterraneo orientale hanno continuato a funzionare e, nell’agosto 2025, l’Egitto ha firmato un accordo energetico da 35 miliardi di dollari con Israele, proprio mentre la fame devastava la popolazione di Gaza.

Le tecnologie militari israeliane testate sui palestinesi sono diventate un prodotto da esportare: sistemi di sorveglianza, droni, software di controllo. La guerra non è solo sostenuta dall’economia: è essa stessa un motore economico.

La crisi della legalità internazionale

Questa catena di complicità diplomatica, militare, economica e logistica non è solo una questione morale: mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Il genocidio di Gaza mostra quanto siano fragili gli strumenti di tutela collettiva. Le decisioni della Corte internazionale di giustizia, i richiami delle Nazioni Unite, le norme del diritto umanitario internazionale vengono sistematicamente ignorati da Stati potenti, che le applicano selettivamente secondo convenienza geopolitica.

Il doppio standard è palese: sanzioni immediate contro alcuni Paesi, complicità silenziosa con altri. Questa incoerenza alimenta sfiducia globale e offre terreno fertile a potenze che contestano l’ordine internazionale esistente, rafforzando fratture già profonde.

Un sistema di potere da smontare

Il rapporto Albanese è esplicito: il genocidio di Gaza non può essere affrontato solo chiedendo un cessate il fuoco. Bisogna smantellare la rete di sostegno internazionale che lo rende possibile. Ciò significa sospendere immediatamente tutte le relazioni militari, commerciali e diplomatiche con Israele, imporre un embargo sulle armi, interrompere i rapporti economici legati a tecnologie dual-use, sostenere l’UNRWA e cooperare pienamente con la giustizia internazionale.

La storia offre precedenti: la fine dell’apartheid in Sudafrica fu accelerata da un regime di sanzioni e isolamento diplomatico. Le stesse leve possono — e secondo il diritto internazionale devono — essere usate per porre fine al genocidio.

Una frattura tra governi e popoli

Mentre i governi occidentali continuano a sostenere Israele, le opinioni pubbliche si muovono in direzione opposta. Milioni di persone in Europa, Stati Uniti, America Latina e mondo arabo hanno manifestato chiedendo un cessate il fuoco e sanzioni. Questa distanza tra società e istituzioni rischia di erodere la legittimità politica interna e di accelerare una crisi di credibilità internazionale per quelle democrazie che proclamano principi universali ma li applicano in modo selettivo.

La responsabilità della comunità internazionale

Il genocidio di Gaza è una prova storica. Ogni veto, ogni contratto d’armi, ogni accordo commerciale firmato mentre Gaza veniva distrutta rappresenta un atto di complicità documentabile. In un futuro inevitabile di tribunali e commissioni, la catena delle responsabilità non si fermerà a Tel Aviv: risalirà a Washington, Londra, Berlino, Bruxelles e alle capitali arabe che hanno permesso, con azioni o omissioni, che tutto ciò avvenisse.

Come scrive Albanese, il mondo è oggi sospeso tra due possibilità: lasciar crollare definitivamente il sistema di diritto internazionale oppure ricostruirlo attraverso la giustizia. In questo bivio, la neutralità non esiste.

Conclusione: Gaza come spartiacque

Il genocidio in corso non è solo una tragedia umanitaria. È uno spartiacque storico e giuridico. Se la comunità internazionale continuerà a proteggere Israele, accettando che un regime di apartheid e occupazione possa condurre un genocidio senza conseguenze, allora le norme che hanno retto l’ordine mondiale dal 1945 diventeranno carta straccia.

Se invece Stati, istituzioni e società civili sceglieranno di agire, applicando le norme e interrompendo la catena della complicità, Gaza potrà segnare non solo una catastrofe, ma anche l’inizio di una ricostruzione del diritto internazionale.

Il mondo guarda. E la storia, prima o poi, presenterà il conto.

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mercoledì 30 luglio 2025

Oltre il diritto, contro l'ordine: Gaza è il volto della verità - Pasquale Liguori

Siamo alla carestia. Non è una metafora. È una condanna a morte pronunciata per fame. Dopo oltre venti mesi di bombardamenti incessanti, di intere città rase al suolo, di ospedali distrutti e campi profughi trasformati in fosse comuni, a Gaza non resta più nulla da annientare se non la carne viva dei sopravvissuti. Ed è quella che oggi si vuole distruggere: con l’assedio, con il calcolo lucido dello sterminio per denutrizione.

Chi ha un briciolo di lucidità morale non può non vedere che siamo di fronte allo stadio estremo della strategia genocida. La fame non è un effetto collaterale: è un’arma. Ed è stata concessa, favorita, accettata da tutte le potenze che in questi mesi hanno predicato la diplomazia, il negoziato, i riti giuridico-amministrativi. Gli stessi che per mesi hanno recitato l’inetta illusione dei “due popoli, due stati”, mentre uno dei due – privato dei propri territori e della possibilità di autodeterminazione - veniva sistematicamente fatto a pezzi con il pieno contributo delle capitali occidentali. La fame è oggi il volto più atroce della menzogna liberale.

Eppure, c'è chi ancora si appella al diritto, come se potesse redimere ciò che ha strutturalmente reso possibile. Chi ha dichiarato “condanniamo il 7 ottobre senza se e senza ma” ha inaugurato, molto spesso consapevolmente, il terreno morale su cui si è costruita la legittimazione del genocidio. Ha separato il gesto dalla sua storia, la resistenza dal contesto, la politica dall’orrore, applicando una sensibilità selettiva alle vittime: tanto assoluta e totalizzante per quel preciso giorno - sempre richiamato come formula imprescindibile a premessa di qualsiasi enunciato – quanto anestetizzata, resa tollerabile nei venti mesi successivi di genocidio dei palestinesi. È questa ipocrisia ad aver fornito carburante alla ferocia, al disumano. Condannare “senza se e senza ma” un atto di rivolta e poi restare muti, moderati, di fronte all’ecatombe sistemica quotidiana, è il crimine morale da cui tutto è partito.

E non è nemmeno più sufficiente denunciare quest’ipocrisia. Occorre disarticolarne la struttura, rifiutarne i presupposti. Il genocidio in corso a Gaza non è un’anomalia del sistema internazionale: ne è l’espressione più coerente. È il risultato di un ordine giuridico-politico fondato sul potere, sulla riproduzione dei rapporti di forza, non sull’universalità della giustizia.

Tutti coloro che oggi parlano di “giustizia futura”, di “tribunali internazionali”, di “una nuova Norimberga” - persino quelli animati da sincera indignazione - continuano a muoversi dentro la gabbia ideologica di un ordine che ha già fallito. È proprio tale ordine che ha reso possibile lo sterminio del popolo palestinese. È lo stesso diritto internazionale, agito con doppi e tripli standard, che ha permesso a Israele di godere da sempre dell’impunità strutturale, garantita nonostante crimini sistematici, documentati, reiterati. È questo sistema multilaterale che, con le sue assemblee, i suoi consigli, le sue commissioni, i suoi organismi indipendenti, le sue risoluzioni ignorate, ha coperto l’assedio, la colonizzazione, l’apartheid.

Non ci sarà nessuna giustizia futura, se continuiamo a concepirla nei termini di questo paradigma. In definitiva, non ci sarà nessuna Norimberga per Gaza, perché Gaza non è stata generata dalla rottura dell’ordine internazionale, ma dal suo funzionamento ordinario. Norimberga fu possibile perché, dopo la disfatta totale del nazismo, chi vinse volle legittimare un nuovo ordine mondiale. Oggi, invece, questa “nuova Norimberga” sarebbe presieduta da alleati, finanziatori, complici dell’accusato. Seduti sul banco dei giudici - o appostati alle loro spalle - troveremmo gli stessi che hanno reso materialmente possibile, e politicamente sostenibile, il genocidio. Gaza non è una falla della civiltà giuridica liberale, è la sua verità nuda, esibita al mondo.

È tempo di prendere atto che l’intero edificio della legalità liberale - con la sua retorica dei diritti, dei trattati, della propagandata imparzialità - è parte integrante della macchina di guerra occidentale. Un dispositivo che non garantisce protezione ai popoli aggrediti, ma solo legittimità agli aggressori. Che non previene i genocidi, ma li istituzionalizza. Che non condanna, ma dilaziona. Del resto, lo scriveva con lucidità lo stesso Walter Benjamin: non si può criticare il diritto senza smascherare la violenza che lo istituisce. E quella violenza, oggi, ha un nome preciso: Israele, insieme all’apparato globale che lo protegge e lo legittima.

La raccolta di firme, gli atti dimostrativi effimeri, le petizioni, i premi per la pace - spiace dirlo, ma occorre farlo - sono il vezzo di una società corrotta che ha trasformato il dissenso in performance e la solidarietà in happening. La nostra indignazione è stata neutralizzata da decenni di rituali “democratici” senza conseguenze. Non c’è nulla da firmare, nulla da attendere, nulla da commemorare. C’è solo da disobbedire.

Questa tragedia non appartiene a una futura storiografia: è la soglia davanti alla quale si misura la possibilità stessa della politica, oggi. O si è contro questo ordine globale, contro i suoi codici morali, giuridici ed economici, o si è suoi complici.

La lezione che ci arriva da Gaza non è solo una lezione di resistenza. È una chiamata all’insurrezione etica e intellettuale contro ogni forma di pacificazione retorica. È una verità che squarcia la menzogna fondativa dell’Occidente: l’idea che possa esser sufficiente un sistema di norme e tribunali per garantire la giustizia e che l’umanità possa convivere con il crimine se sufficientemente legalizzato, negoziato.

Dunque, Gaza non chiede solidarietà farlocca. Chiede verità. E verità, oggi, significa dire che l’unica posizione moralmente e politicamente legittima è il rovesciamento di questo ordine imperiale. Senza se. Senza ma.

da qui

giovedì 26 giugno 2025

“Perché dovrebbe essere giusto uccidere Khamenei e non Netanyahu?”, la riflessione di Gideon Levy

di Umberto De Giovannangeli

 

“Putin sì, Trump no? Chi può dire quale capo di stato rappresenta un pericolo maggiore?” si chiede su Haaretz. “La risposta non può essere che a Israele è tutto permesso: il mondo si sta stancando”

La domanda che pone Gideon Levy a fondamento delle sue riflessioni è tutt’altro che retorica. E nell’Israele dei Netanyahu, dei Ben-Gvir, dei Katz, dei Smotrich, la risposta è la chiave per provare a guardare ad un futuro sempre più oscuro, non solo per Israele ma l’intero Medio Oriente. E per il mondo. È giusto uccidere un capo di Stato?

Così Levy su Haaretz: “È giusto parlare di uccidere il capo supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei? È giusto uccidere un capo di Stato, tranne in casi super rari? Se sì, chi decide quali capi di Stato sono un bersaglio giusto e quali no? Chi può affermare con certezza che Khamenei può essere ucciso, ma Netanyahu no? Che Vladimir Putin può essere ucciso, ma Donald Trump no? Chi di loro rappresenta un pericolo maggiore per il mondo? Tutto dipende dal punto di vista di chi guarda. Quali scienziati possono essere uccisi? Gli scienziati nucleari iraniani sì, quelli israeliani no? Su quali basi? Entrambi i gruppi sono scienziati al servizio della più mostruosa industria di morte. Ciò porta naturalmente alla domanda se un paese abbia il diritto di possedere armi nucleari, mentre un altro no”. Chi decide in un mondo dove il diritto internazionale è diventato carta straccia e l’unico “diritto” che conta è quello del più forte?

 

Prosegue Levy: “Dopotutto, il livello di pericolosità di un paese può cambiare nel tempo. L’Iran non è sempre stato un paese pericoloso e Israele non sarà sempre un paese non pericoloso. In Israele ci sono già molti politici pericolosi che rappresentano un rischio per l’intera regione. Sarebbe legittimo affidare loro il codice segreto? Sarebbe legittimo ucciderli? Queste domande sono estremamente delicate e Israele evita di discuterle e di dare risposte, citando l’argomento sacrosanto: ‘Come si può fare un paragone?’. Israele non può essere paragonato a nessun’altra entità al mondo. Yigal Amir, che ha assassinato l’ex primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995, credeva che Rabin rappresentasse una minaccia esistenziale per lo Stato di Israele. Non sono molti gli israeliani che pensano che questo desse ad Amir il diritto di uccidere il primo ministro. Ora Israele ritiene che Khamenei costituisca una minaccia esistenziale e quindi è lecito ucciderlo: ‘uccidere’ è il termine corretto in questo caso, il più preciso. Se mettiamo da parte l’idea che Israele si è inventato, secondo cui può fare ciò che è proibito al resto del mondo, è davvero difficile rispondere a queste domande. Dire che Israele è un caso speciale, perché a noi è permesso tutto, perché siamo sopravvissuti all’Olocausto e al massacro del 7 ottobre, non è una risposta adeguata. Anche il mondo si sta stancando di questa storia. La risposta a queste domande deve essere universale”.

Universale. Perché crea un precedente che può diventare normalità, prassi consolidata. Che disegna un mondo-giungla o, in “onore” del tycoon, Far West globale.
“Israele – rimarca Levy – invoca un paragone tra Khamenei e Hitler per giustificare l’imminente assassinio. È evidente che Hitler doveva essere eliminato, ma Khamenei non è Hitler. Israele sostiene di astenersi dal danneggiare i civili. Khamenei è un civile, non il capo di stato maggiore o un generale. Possiamo anche mettere da parte, per un momento, la questione della legittimità e chiederci se sia saggio ucciderlo”. Qui sta il passaggio cruciale. Che richiama al vero obiettivo in testa a chi governa oggi Israele. Che non è quello, sbandierato per avere la benevolenza del “mondo libero” – impedire la bomba atomica a un regime che ha dichiarato di voler cancellare dalla faccia della terra Israele e il popolo ebraico – ma è quello, che i più estremisti nel governo estremista di Netanyahu, dicono ormai apertamente: cancellare il regime degli ayatollah una volta per tutti. Farli fuori, a cominciare dalla Guida suprema.

Avverte Levy: “La guerra in Iran sta per diventare più complicata. Yaniv Kubovich ha riferito che i funzionari militari israeliani stanno improvvisamente affermando che Israele non può essere soggetto a scadenze temporali. È così che si rischia di affondare nella palude. Assassinare Khamenei non farebbe che peggiorare le cose. Nel frattempo, il ministro della Difesa sta facendo il Dio in persona. In questa veste, Israel Katz ha annunciato che Khamenei non può essere autorizzato a “continuare a esistere”. Quali sono i criteri di Katz per poter “esistere”? È lui a decidere chi deve vivere e chi deve morire? Un tribunale celeste presieduto da un ridicolo membro del governo israeliano? Il ministro della Difesa iraniano può minacciare di morte il suo omologo israeliano? I commentatori nei notiziari israeliani parlano della ‘caccia agli scienziati’ in Iran, forse alludendo alla caccia agli scienziati tedeschi in Egitto da parte del Mossad negli anni ‘60. La terminologia è importante ed è vile quanto il respiro del ministro della Difesa. Non si ‘dà la caccia’ agli scienziati, perché non sono animali (la cui caccia è comunque orribile), anche se sono iraniani. Chiedere l’assassinio di capi di Stato non è mai giusto, da nessuna parte. Il nostro Netanyahu è ora responsabile dell’uccisione di decine di migliaia di persone a Gaza. È lecito invocare il suo assassinio per salvare ciò che resta della nazione lì? Molti israeliani pensano che sia un tiranno che sta distruggendo il Paese e rovinando la democrazia israeliana, che sia l’ebreo più spregevole della storia e gli rivolgono una serie di altri insulti, ma nessuno, si spera, immagina nemmeno di discutere della sua eliminazione”.

Le conclusioni a cui giunge il grande giornalista israeliano, indicano un pericolo mortale in un mondo sempre più simile a una giungla globale, dove sopravvive chi elimina il più debole. “Il dibattito sull’eliminazione di Khamenei – avverte Levy – apre la porta alla legittimità: d’ora in poi, l’eliminazione dei capi di Stato sarà considerata lecita. L’unica cosa ancora in discussione è chi è un bersaglio legittimo e chi no. Gli israeliani non lo sono”.

da qui


martedì 3 giugno 2025

scrive Caitlin Johnstone su Gaza

 

Caitlin Johnstone: Gli ospedali di Gaza SONO l'obiettivo


È un fatto relativamente noto che le forze israeliane hanno attaccato la stragrande maggioranza degli ospedali di Gaza e hanno lanciato centinaia e centinaia di attacchi contro i servizi medici dell'enclave.

Ogni volta che qualcuno menziona pubblicamente questo fatto, gli apologeti di Israele iniziano a blaterare di “scudi umani” e cercano assurdamente di sostenere che in tutti gli ospedali ci sono basi di Hamas. Ma questi argomenti sono smentiti dal fatto che abbiamo visto diverse testimonianze di medici che documentano come le forze israeliane siano effettivamente entrate negli ospedali che hanno attaccato e abbiano distrutto tutte le attrezzature mediche presenti in quelle strutture, una per una.

L'ultima di queste testimonianze è apparsa sul quotidiano greco Efimerida ton Syntakton ed è stata fornita da un chirurgo specialista di nome Christos Georgalas, che da aprile a maggio di quest'anno si trovava all'ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud di Gaza.

Secondo il traduttore automatico, Georgalas definisce l'attacco di Israele “una guerra principalmente contro i bambini” e descrive le terribili ferite che le munizioni israeliane hanno inflitto ai giovani palestinesi.

Georgalas descrive anche i ripetuti attacchi israeliani all'ospedale in cui lavorava, tra cui:

"Un collega spagnolo mi ha detto che quando gli israeliani sono arrivati all'ospedale dove si trovava la macchina per la risonanza magnetica, hanno cercato di distruggere tutto. Ma la macchina per la risonanza magnetica è un macchinario enorme. È come un'auto. Anche se la colpisci con un proiettile, può essere riparata. Quindi hanno chiamato un ingegnere specializzato per distruggerla definitivamente. Perché anche se una bomba fosse esplosa accanto ad essa, avrebbe potuto comunque essere riparata. Hanno dovuto chiamare uno specialista che conoscesse il cuore della macchina per renderla inutilizzabile. Ed è proprio quello che ha fatto lo scorso febbraio.

"Nel nostro ospedale, gli israeliani hanno setacciato i reparti dove si trovavano le incubatrici e le hanno sistematicamente distrutte una per una. Le incubatrici con il piede di porco! Questo è stato documentato dai miei colleghi. L'ospedale dove lavoravo è stato occupato dagli israeliani per due mesi, febbraio e marzo 2024. I medici che erano rimasti in ospedale sono stati torturati. Sono stati messi in fila uno per uno e picchiati. In totale sono stati rapiti circa 80 di loro. Di questi, non sappiamo dove siano 40 né se siano vivi. Molti sono stati uccisi sul posto".

Poiché Israele ha impedito ai giornalisti di entrare nella Striscia di Gaza, i medici sono diventati di fatto i reporter sul campo.

Abbiamo visto un altro reportage che documentava il comportamento sistematico di Israele nel distruggere singole apparecchiature mediche nel febbraio di quest'anno, questa volta all'ospedale indonesiano nel nord di Gaza. Caroline Seguin, coordinatrice delle emergenze di Medici Senza Frontiere, ha riferito quanto segue:

"Non esiste più alcun sistema sanitario nella parte settentrionale di Gaza. L'ospedale Kamal Adwan è stato raso al suolo, mentre gli ospedali Al Shifa, Al Awda e Indonesian sono gravemente danneggiati e funzionano solo in parte. Siamo rimasti profondamente scioccati nel constatare che nell'ospedale indonesiano tutte le apparecchiature mediche sembravano essere state deliberatamente distrutte; erano state ridotte in pezzi, una per una, per assicurarsi che non fosse più possibile fornire assistenza medica. È lecito chiedersi: qual è la motivazione di tale azione? Queste apparecchiature sono state realizzate per salvare la vita delle persone, madri, padri, bambini. È devastante vedere lo stato in cui versano questi ospedali".

Nell'aprile di quest'anno, il rapporto di Seguin sull'ospedale Indonesian è stato confermato da un medico di pronto soccorso di nome Clayton Dalton, che ha scritto quanto segue per The New Yorker:

"Sultan mi ha portato al piano superiore, al reparto di terapia intensiva, dove il vento soffiava attraverso le finestre rotte. Voleva mostrarmi qualcosa che aveva scoperto dopo che le forze israeliane avevano lasciato l'ospedale. Ha indicato un monitor cardiaco vicino a una parete. Sembrava avere un foro di proiettile sullo schermo. Accanto c'era un elettrocardiografo il cui schermo era stato distrutto.

Siamo entrati in un grande magazzino nell'angolo dell'unità di terapia intensiva, pieno zeppo di apparecchiature mediche: ecografi, pompe per flebo, macchine per dialisi, misuratori di pressione sanguigna. Ognuna di esse era stata apparentemente distrutta da un proiettile, non in modo casuale come ci si aspetterebbe da una sparatoria, ma piuttosto in modo metodico. Ero sbalordito. Non riuscivo a pensare a nessuna giustificazione militare possibile per la distruzione di attrezzature salvavita".

In effetti, non esiste alcuna giustificazione militare per la distruzione di attrezzature mediche salvavita. Sono state distrutte affinché non potessero essere utilizzate per salvare vite umane. Israele ha sistematicamente distrutto le infrastrutture sanitarie di Gaza con l'obiettivo di renderla inabitabile, in modo da poterla conquistare.

Si tratta di tre resoconti distinti che descrivono la distruzione sistematica di attrezzature mediche a Gaza da parte delle forze israeliane, forniti da medici che non hanno nulla da guadagnare mentendo su una cosa del genere. Le prove sono troppo schiaccianti per poter essere negate.

Non c'erano combattenti di Hamas nascosti nella macchina per la risonanza magnetica. Non c'erano tunnel nelle incubatrici. Non c'erano depositi di armi nella macchina per l'elettrocardiogramma. Israele ha mentito sul fatto che Hamas si nascondesse negli ospedali per tutto questo tempo. Hamas non è mai stato l'obiettivo. Gli ospedali sono l'obiettivo. L'assistenza sanitaria è l'obiettivo. Questo è ormai accertato al di là di ogni ragionevole dubbio.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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"Mi spiace se può sembrare antisemita, ma penso che sia sbagliato bruciare bambini vivi" - Caitlin Johnstone

Israele sta bruciando bambini vivi a Gaza. E chiamatemi pure antisemita, amante dei terroristi nazisti che odiano gli ebrei, se volete, ma si dà il caso che io creda che questo sia sbagliato.

Ora che è stato chiarito che l'obiettivo di Israele a Gaza è la completa pulizia etnica di tutti i palestinesi, gli apologeti di Israele si sono spostati dai piagnistei sugli ostaggi e su Hamas a sostenere che la pulizia etnica è in realtà buona e giusta. Il che ha senso: è davvero l'unica argomentazione che possono avanzare a questo punto.

Non dimenticate mai che il Congresso degli Stati Uniti ha tributato a Netanyahu decine di standing ovation durante un singolo discorso mentre era nel bel mezzo della perpetrazione del primo genocidio della storia trasmesso in diretta streaming. Questo è ciò che sono. E lo saranno sempre.

Israele ha fatto di più per promuovere l'odio verso gli ebrei nell'ultimo anno e mezzo di quanto abbia fatto Stormfront nella sua intera esistenza. Nessuna propaganda suprematista bianca sarà mai così efficace nel diffondere l'odio contro gli ebrei come l'assassinio di massa di bambini sotto una bandiera con la stella di David.

Un tempo il sostegno a Israele era l'opinione dominante nel mondo occidentale. Per fortuna la situazione sta cambiando, ma il fatto che questo fosse il caso fino a quando Israele non si è esposto dimostra che non si può semplicemente seguire l'opinione della maggioranza su qualsiasi questione. Bisogna pensare con la propria testa.

Ignorare ciò che dice la folla. Ignorate le persone che vi urlano contro perché non siete d'accordo con la loro posizione. Guardate i fatti nella loro crudezza, il più possibile liberi dai vostri pregiudizi cognitivi, e abbiate il coraggio di farvi valere da soli, se necessario.

Gaza è una questione morale talmente facile da risolvere che non è possibile che chi sbaglia non sia una persona di merda anche in altri ambiti della sua vita. Mi dispiace per chiunque abbia rapporti interpersonali con i sostenitori di Israele, perché sarebbe uno schifo averli intorno.

La direttrice del Programma Alimentare Mondiale, Cindy McCain, afferma di non aver visto alcuna prova del fatto che Hamas rubi gli aiuti che entrano a Gaza. L'unico argomento di Israele per continuare a bloccare gli aiuti a Gaza è stato pubblicamente sfatato da un membro di una delle famiglie più pro-Israele della politica statunitense.

Gli Stati Uniti avrebbero consegnato circa 90.000 tonnellate di armi a Israele dall'ottobre 2023.

In questi giorni mi concentro soprattutto sul genocidio di Gaza, ma a volte cifre come questa mi fanno fare qualche scatto in avanti e pensare a quanto sia folle la nostra civiltà nel suo complesso. Pensate a quanto di buono potremmo fare nel mondo se non riversassimo le nostre risorse in cose malvagie come questa.

L'altro giorno la testata The Australian, di proprietà di Murdoch, mi ha dato la caccia per aver twittato: "Due dipendenti dell'ambasciata israeliana colpiti da un proiettile a Washington DC fanno meno notizia di decine di migliaia di palestinesi uccisi nel genocida accaparramento di terre da parte di Israele. È meno importante. Merita meno attenzione. Non è la storia principale. Il genocidio di Israele a Gaza è la storia principale".

Mi hanno definita “giornalista” tra virgolette, il che dovrebbe essere un insulto, ma provenendo dalla stampa di Murdoch può essere visto solo come un complimento.

Secondo la narrazione ufficiale occidentale, gli americani che si radicalizzano violentemente a causa di un genocidio sostenuto dagli Stati Uniti sono un problema più grande del genocidio sostenuto dagli Stati Uniti.

Secondo la narrazione ufficiale, le proteste universitarie contro una trasparente operazione di pulizia etnica sono una preoccupazione maggiore della trasparente operazione di pulizia etnica.

Secondo la narrazione ufficiale, gli ebrei sionisti occidentali che si sentono emotivamente turbati dall'opposizione a un olocausto moderno sono un problema più urgente di un olocausto moderno.

Tutte le nostre istituzioni sono arretrate e malvagie. I nostri media. La nostra politica. Il nostro sistema educativo. I nostri produttori di cultura mainstream. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.

Ogni male storico che ci è stato insegnato a non ripetere mai più viene ripetuto dai nostri stessi governanti.

Tutto ciò che ci è stato insegnato ad avere paura dei Paesi che l'impero occidentale odia è vero per l'impero occidentale.

Ogni futuro oscuro di cui siamo stati avvertiti nella narrativa distopica è vero della distopia in cui viviamo attualmente.

Viviamo in un incubo di civiltà, sotto un impero alimentato dal sangue umano. Più lo si esamina da vicino, più diventa brutto.

Non si può permettere che questo continui. Non si deve permettere che continui.

L'impero deve cadere.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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giovedì 29 maggio 2025

L’Occidente e l’apartheid: Trump e non solo - Sergio Labate

 

Cos’è l’apartheid? È una politica di segregazione. Un regime di separatezza che si rivolge a certi gruppi in base a delle caratteristiche comuni: razza, ceto, genere ecc. Dunque c’è apartheid dove c’è una politica che separa e perseguita delle persone non in termini individuali o in relazione a gesti delittuosi, ma per il solo fatto di essere se stesse e di appartenere a un gruppo sociale più o meno riconoscibile. Cos’è la proiezione, in psicologia? È un elementare meccanismo di difesa, per cui proiettiamo sugli altri sentimenti o azioni o convinzioni che proviamo o mettiamo in atto e che non riusciamo o non vogliamo o non possiamo attribuire a noi stessi.

Pensavo a questi due semplicissimi concetti, mentre ascoltavo le ultime puntate dei deliri di Trump. Nell’ordine, la sua accusa al Presidente del Sud Africa di essere razzista nei confronti dei bianchi e, poche ore dopo, la decisione di proibire a una delle più grandi e prestigiose Università americane di ammettere studenti stranieri.

La scenetta col Presidente sudafricano è simile a quella con Zelensky, se non fosse per la prontezza di riflessi dell’interlocutore. Una vera e propria trappola a favore di telecamere, con la costruzione artificiale di fake news per legittimare quella che non è una semplice tesi bislacca, ma rappresenta precisamente un rovesciamento proiettivo. L’unico dato di realtà da cui parte questa narrazione palesemente falsa è che vi è una legge che permette l’esproprio (del tutto risarcito, salvo casi di terreni abbandonati a se stessi da tempo) di terra a fini pubblici, in un paese in cui il latifondo non è un’arcaica categoria dell’Ottocento. Per il resto, accusare il Paese dell’apartheid di perseguitare i bianchi in quanto bianchi non è solo un oltraggio alla memoria, ma è anche una follia rispetto al presente. Un presente in cui i bianchi continuano ad essere i ricchi e i neri ad essere i poveri. Non c’è stato nessuno spostamento economico e l’apartheid è rimasto dov’era, fondato ora su basi economiche e non più politiche. In fin dei conti, la pace non è stata che la continuazione dell’apartheid con altri mezzi. Ma perché quest’accusa di apartheid non può che essere interpretata nei termini d’un rovesciamento proiettivo, avendo a che fare con le politiche che il Presidente statunitense mette in atto?

Per rispondere a questa domanda, veniamo al secondo episodio. Quel geniaccio di Trump continua la sua guerra alle università americane (che peraltro non sono università pubbliche, ma sono fortemente elitarie sia nel reclutamento dei docenti sia soprattutto nella selezione degli studenti. Sono insomma modelli di un sapere esclusivo ed escludente, che dovrebbe piacere molto agli esponenti della destra). L’ultimo plateale gesto è quello di prendersela con gli studenti universitari “stranieri”: un gruppo sociale piuttosto cospicuo ed eterogeneo, ad occhio. Con un gesto di puro maccartismo, la sua amministrazione ha sospeso le iscrizioni per gli studenti stranieri. Perché prendersela con loro? Per punire le posizioni “antisemite” dell’Università, ufficialmente. Scelta interessante. In primo luogo, perché punisce solo indirettamente l’Università, punendo direttamente persone che – non avendo nome e cognome ma essendo un gruppo sociale piuttosto corposo – non possono essere accusate di condividere quelle idee che a quanto pare in una democrazia liberale non possono essere diffuse. In secondo luogo, perché si basa su un’ennesima contraffazione della realtà, definendo ogni critica alle politiche israeliane come “antisemitismo”. Il che ci permette di correggere la declinazione di un’altra domanda che ricorre sempre di più in queste settimane. La questione non è: “perché assistiamo alle semplificazioni che prendono il posto della complessità?” ma piuttosto: “perché assistiamo alle contraffazioni che prendono il posto della complessità?”. La differenza tra semplificazione e contraffazione è evidente e concerne l’uso politico delle parole. Quando semplifichiamo qualcosa, l’accusa che ci viene rivolta è che le cose non stanno esattamente così come le stiamo descrivendo. Ma la contraffazione non è per forza una semplificazione. Mentre la semplificazione conserva in sé parti di verità che magari distorce, la contraffazione non si occupa più di dir male la verità, ma si occupa direttamente di dire il falso come fosse vero. Questa non è più l’epoca della semplificazione, è ormai l’epoca della contraffazione.

Di fatto, anche questo piccolo episodio dimostra come l’apartheid è diventato un principio politico che unisce l’Occidente contro coloro che decide di designare come i suoi nemici. In questo caso i nemici contro cui agire sono duplici: sono gli stranieri e sono coloro che credono ancora al valore dell’istruzione. Sono dunque da perseguitare perché non appartengono alla nostra comunità e perché pretendono di imparare a maneggiare lo strumento di emancipazione e di critica al potere per eccellenza, la cultura. Ma il modo in cui si agisce risponde perfettamente ai canoni che definiscono l’apartheid. Che è esattamente una persecuzione che non è fondata su alcuna notizia di reato ma esclusivamente sull’appartenenza a un gruppo razziale (gli stranieri) e a un gruppo sociale (il “ceto medio riflessivo”, avremmo detto un tempo). Ma non è lo stesso apartheid che vediamo in azione nelle politiche securitarie del nostro Paese? Oppure nelle direttive europee sulla migrazione e sul diritto d’asilo? O ancora a Gaza, dove la segregazione e l’apartheid non hanno nemmeno il bisogno di celarsi dietro il rispetto di leggi e di diritti?

Sono due piccoli episodi, apparentemente minimi rispetto a tutto ciò che ci sta esplodendo in mano. Ma non fanno che confermare il fatto che è l’Occidente tutto oggi a poter essere accusato di aver plasmato le proprie politiche a immagine e somiglianza dell’apartheid che in Sud Africa è invece per fortuna solo un tragico ricordo del passato, almeno come fenomeno politico.

Se le cose stanno cosi, non riesco a trovare altre spiegazioni se non ricorrendo al buon vecchio Freud. Accusare l’altro di ciò che di fatto si persegue con accanimento ormai reiterato ed esplicito. Oltretutto, non è ciò che accade costantemente anche nelle nostre relazioni private? Non trovo più una persona violenta che non rivendichi alla fine di essere essa stessa vittima della violenza. Mentre alle vittime è tolto il diritto di parola, i carnefici si difendono facendo le vittime. Piccolo inciso che conferma questa sommaria analisi di psicologia sociale: nei giorni scorsi ho avuto la pessima idea di ascoltare cinque minuti di dibattito politico in televisione. Qualcuno ha provato a dire che a Gaza si sta consumando un genocidio. Apriti cielo. La conduttrice progressista e di sinistra si è indignata dicendo che non vuole che nella sua trasmissione si pronuncino simili parole. Dopo qualche minuto un brillante (sono decisamente ironico) esponente della destra, uno di quelli che sta trovando una nuova giovinezza perché disposto a difendere in ogni occasione l’indifendibile, ha detto testualmente: “il 7 ottobre si è consumato un vero e proprio genocidio del popolo ebraico”. In questo caso, la nostra conduttrice progressista e di sinistra non ha ritenuto di interrompere né di indignarsi (e con questo, è inutile dirlo, non voglio in alcun modo minimizzare la crudeltà del 7 ottobre).

Il piccolo insegnamento che dobbiamo trarne è immediatamente politico e attraversa tutto questo tempo così poco chiaro che ci accade di vivere. La domanda giusta non è: “perché i carnefici fanno i carnefici?”, ma è: “perché i carnefici rappresentano sistematicamente se stessi come vittime?”. Qualcuno direbbe per autoassolversi. Forse non sarebbe una contraffazione, ma certamente sarebbe una semplificazione. Perché ciò che l’Occidente fa non è solo non sentirsi in colpa per quel che ha scelto di diventare, ma accusare gli altri di essere ciò che esso stesso è diventato. Dietro il vittimismo c’è non solo la necessità di non sentirsi in colpa, ma anche il bisogno di far sentire in colpa coloro che si perseguitano, in modo da legittimare i propri comportamenti.

Tra muri e deportazioni, mi pare che la cartografia che stiamo cercando di imporre al mondo intero sia fondata sulla segregazione e il controllo di interi gruppi sociali, estesi a livello planetario. Non più guerre tra Stati, ma guerre di un gruppo sociale minoritario a gruppi sociali a cui vengono ormai negati senza ragione i diritti più elementari. Sono gruppi sociali eterogenei, ho scritto. Ma se dovessi indicarne un tratto comune, direi che sono tutti gruppi sociali non abbienti. Palestinesi, stranieri in genere, ceto medio riflessivo, persone non binarie, donne: ho certamente dimenticato qualcuno nell’elenco. Di fatto poveri, sottoposti a un regime di apartheid plateale da parte dei ricchi. Si chiama apartheid, si legge neo-capitalismo: non più soltanto un dispositivo economico, ma un vero e proprio dispositivo economico-politico.

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martedì 13 maggio 2025

La società distoglie lo sguardo da Gaza - Caitlin Johnstone

 

Può farti sentire come se stessi impazzendo. Quanto sia tutto falso e superficiale. Come siamo a un anno e mezzo dal primo genocidio della storia trasmesso in diretta streaming e tutta la nostra società si comporta come se andasse tutto a gonfie vele.

Stiamo uccidendo bambini. Li stiamo facendo morire di fame. Stiamo lanciando esplosivi militari ad alta tecnologia su di loro. Facciamo saltare loro gli arti. Strappiamo loro le viscere. Spariamo loro in testa. Questo non viene fatto solo da "Israele". Viene fatto dall'intero impero occidentale che sostiene queste atrocità.

Eppure, se accendete la TV, vedrete personaggi famosi ridere e scherzare su sciocchezze, esprimendo opinioni politiche senza più spessore e significato di quelle sulla necessità o meno di un film al femminile di Ghostbusters. Andate a leggere le notizie e troverete solo futili sciocchezze su celebrità e politici, e l'ultima sciocchezza uscita dalla bocca di Donald Trump. Andate a una festa e tutti blaterano di sciocchezze insulse, urlando "Niente politica!" se provate a dire qualcosa sull'elefante nella stanza a forma di olocausto.

I nuovi lettori potrebbero non saperlo, ma un tempo mi divertivo molto di più sulla mia piattaforma. Tanto umorismo. Poesia psichedelica. Spiritualità e filosofia. Ma da quando è iniziato l'olocausto di Gaza, quel tipo di scrittura mi è spesso sembrato irriverente e frivolo. Quasi sacrilego. Mi sembrava di unirmi alla follia della cultura mainstream voltando le spalle a tutti quei corpi emaciati e bambini mutilati.

Quindi nell'ultimo anno e mezzo mi sono limitata a fare ciò che ritengo tutti sulla Terra dovrebbero fare: denunciare il genocidio e dire che deve cessare.

Un tempo ero molto più poetica e creativa nel denunciare la criminalità dell'impero, perché la sua depravazione era spesso difficile da comprendere appieno, quindi ero sempre alla ricerca di nuovi modi per aiutare le persone a vedere la sua mostruosità con occhi nuovi. Ora che si limitano a massacrare bambini davanti ai nostri occhi, non è più proprio quello che serve. Ciò che serve è continuare ad attirare l'attenzione di tutti sulla cosa terribile che ci sta davanti agli occhi.

Questo compito non dovrebbe ricadere su attivisti universitari e oscuri blogger pacifisti. Ogni testata giornalistica del mondo dovrebbe concentrarsi esclusivamente su questo aspetto.

Se avessimo un sistema mediatico sano ed etico, questo è ciò che farebbe. Tutti i titoli principali, ogni singolo giorno, riguarderebbero le ultime azioni malvagie compiute da Israele e dai suoi sostenitori occidentali a Gaza, affermando chiaramente in ogni titolo il ruolo del nostro governo nel rendere tutto ciò possibile. Ogni conferenza stampa sarebbe completamente dominata da domande che chiedono a ogni funzionario occidentale perché stiamo partecipando a un genocidio attivo e pretenderebbero risposte su quando questo finirà.

Invece, ci ritroviamo con titoli in linguaggio passivo del tipo "I palestinesi muoiono nell'esplosione", solitamente accompagnati da "...dice il Ministero della Salute guidato da Hamas" per far sì che i lettori non credano all'intera storia. E questo nelle rare occasioni in cui le atrocità israeliane vengono riportate; normalmente Gaza è considerata una questione di terzo o quarto livello, di gran lunga inferiore a qualche lamentela infinitamente meno grave nel nostro Paese. Alle vite palestinesi viene dato un peso enormemente inferiore rispetto a quelle occidentali, e i nostri sentimenti e le nostre comodità vengono enfatizzati molto più della questione della vita o della morte del popolo palestinese.

E può farti sentire come se stessi impazzendo. È come se andassimo tutti in giro fisicamente inzuppati di sangue umano, con il sangue che inonda i nostri salotti e arti mozzati sparsi per le nostre camere da letto e cucine, ma nessuno ne parlasse. Provi a dire "Che succede con tutto questo sangue e questa roba?" e ti zittiscono e ti dicono che è maleducato parlare di politica. Un diluvio rosso scuro si riversa dalla portiera del tuo minivan quando la apri per andare a prendere tuo figlio all'allenamento di calcio, e tutti distolgono lo sguardo.

Sta succedendo. Sappiamo che sta succedendo. Sta succedendo proprio davanti a noi e ci comportiamo come se non fosse così. È così esasperante e frustrante, e può farti sentire impotente.

Ma continuiamo a puntare il dito contro Gaza, perché cos'altro potremmo fare? L'alternativa è unirci ai pazzi che fingono che non stia succedendo nulla.

Come minimo, è un modo per preservare la nostra sanità mentale. Per preservare la nostra umanità. Anche se riuscissero a ripulire Gaza da ogni forma di vita palestinese, almeno avremmo impedito a quei bastardi di deformarci e trasformarci in psicopatici come loro. Anche se non possiamo impedire loro di distruggere Gaza, possiamo almeno impedire loro di distruggere i nostri cuori.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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lunedì 12 maggio 2025

Israele nazione di criminali di guerra

articoli di Norman Finkelstein, Michele Giorgio, Gideon Levy, Francesca Albanese, Piergiorgio Odifreddi, Primo Levi (ripresi da zeitun.info, ilfattoquotidiano.it, pagineesteri.it)


Atroce dichiarazione da parte di UK Lawyers for Israel (Uklfi), un gruppo di avvocati a sostegno di Israele, con sede in Gran Bretagna

Secondo l’associazione, la guerra in corso a Gaza avrebbe il benefico effetto di ridurre l’obesità nella popolazione della Striscia e quindi aumentare l’aspettativa di vita tra i palestinesi. Sinora i bombardamenti israeliani hanno causato circa 52mila morti, la metà dei quali donne e bambini. Diversi studi ritengono però queste cifre largamente sottostimate. Tutti gli operatori presenti sul posto segnalano inoltre situazioni di carenza di cibo e grave malnutrizione, specie tra i bambini. I camion di aiuti e beni alimentari sono infatti bloccati da settimane da Israele.

Come ricorda il quotidiano inglese Guardian, le dichiarazioni sono state fatte da Jonathan Turner, amministratore delegato di Uklfi, in risposta a una mozione che sarà discussa durante l’assemblea generale annuale del Co-operative Group e che chiede di interrompere la vendita di prodotti ortofrutticoli israeliani. Turner ha invitato quindi i proponenti a ritirare la mozione. In particolare l’avvocato critica una ricostruzione della rivista britannica specialistica Lancet secondo cui le vittime a potrebbero, in realtà, superare le 180mila.

Ha quindi affermato che la stima di Lancet “Ha anche ignorato i fattori che potrebbero aumentare l’aspettativa di vita media a Gaza , tenendo presente che uno dei maggiori problemi di salute a Gaza prima dell’attuale guerra era l’obesità”. Un altro studio pubblicato su Lancet ha rilevato che l’aspettativa di vita a Gaza è diminuita di 34,9 anni durante i primi 12 mesi di guerra, circa la metà (-46,3%) rispetto al livello prebellico di 75,5 anni.

I commenti degli avvocati britannici per Israele sono stati condannati come “ripugnanti” dalla Palestine Solidarity Campaign (PSC). Tra i sostenitori dell’Uklfi figurano anche l’ex giudice della Corte Suprema John Dyson, l’ex leader conservatore Michael Howard e David Pannick KC, che ha rappresentato anche Boris Johnson e la defunta regina.

Ben Jamal, direttore del PSC, ha dichiarato: “Mentre i bambini della Striscia di Gaza affrontano il crescente rischio di fame, malattie e morte, l’idea del capo degli avvocati britannici per Israele che potrebbero trarre beneficio dalla perdita di peso è assolutamente disgustosa. Questi commenti ripugnanti illustrano esattamente cosa significhi essere ‘per Israele’ e quanto in basso siano disposti a sprofondare i suoi apologeti nel tentativo di giustificare il genocidio a Gaza”.

Una denuncia dell’Uklfi ha spinto l‘ospedale Chelsea and Westminster di Londra a rimuovere nel 2023 un’opera d’arte realizzata da bambini palestinesi, dopo che il gruppo aveva affermato che essa faceva sentire i pazienti ebrei “vulnerabili, molestati e vittimizzati”. Ha inoltre minacciato di intraprendere azioni legali contro il governo del Regno Unito per la sua decisione di sospendere circa 30 licenze per l’esportazione di armi verso Israele.

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Ora il governo italiano confessa: “Vendiamo armi a Israele, ma non colpiscono civili”

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