venerdì 28 agosto 2026

Cisgiordania: la banalità del Terrore - Claudia Carpinella

Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.

Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”. 

Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”

Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.

Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.

L’apartheid in Cisgiordania

Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).

Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.

L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.

Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900 i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.

Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.

Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al numero di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.

Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.

Fonti

UNWRA: https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026

HAARETZ: https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000

HUMAN RIGHTS WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement

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