Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.
Preliminarmente
appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano
per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate
sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di
industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle
produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano
che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso
produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando
progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo
da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla
base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si
specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui
cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a
scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo
produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi
avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse
più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di
orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla
pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima
possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è
affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare
un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era
condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da
qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più
evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la
pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente
pianificata.
Lo sviluppo
cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può
fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e
contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina,
essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima
nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a
produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava
piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi
il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella
gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e
sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la
ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali.
Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non
avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si
tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi
comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende
all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le
minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del
paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente
si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare
ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati,
ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.
Come abbiamo
indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la
Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni
tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche
paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si
può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in
quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle
risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e
il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in
tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le
ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori
tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto
dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le
economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di
salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che
quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in
quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver
trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla
direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi,
riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche
tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado
di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui
che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo
impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le
due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e
decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal
crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in
realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di
là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è
riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di
qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i
progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.
La
situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere
guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione
Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud,
Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare
alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti
i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est
dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta
nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b).
Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad
alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti
finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora
essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi
li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto,
macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali
la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare
su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in
relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate
prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).
Nel 2025 i
paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina
di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi
cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con
un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da
tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori
del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle
vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di
salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui
piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial
Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare
da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore
industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai
mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per
certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity
Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori
provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il
Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al
30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato
ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da
rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus
commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora
Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a
tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la
Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente
autodistruttiva.
In ogni
caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la
Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano
invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non
dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la
Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese
(Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con
contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE
non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con,
tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti;
combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro
punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un
basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare
in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le
tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo
e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e
a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e
popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro
l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia
cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu,
2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi
dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione
nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da
altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto
stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità
di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle
esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno
stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece
permette all’industria domestica di innovare meno.
L’unica
risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un
grande accordo, come da
tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i
produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai
moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in
innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti
nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati
Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici
del paese asiatico (The Economist, 2026, c).
Testi citati
nell’articolo:
– Arlacchi
P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27
maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows
necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, www.ft.com, 1 giugno
2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c
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