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lunedì 25 maggio 2026

Se Israele occupasse Linosa, che farebbe il Governo? - Domenico Gallo

 

Questa mattina alle prime luci dell’alba un commando di incursori della Marina israeliana è sbarcato nell’isola di Linosa e ha sequestrato dodici pescatori che in quel momento stavano sbarcando il pesce pescato nella notte. Nell’azione lampo durata appena quattro minuti, è stato sequestrato il pescato e le barche dei pescatori sono state affondate. Poche ore dopo Netanyahu si è recato nel bunker della Marina per complimentarsi con gli incursori e ha dichiarato che la loro sagace azione è servita a sventare un grave pericolo per la sicurezza d’Israele. Infatti, gli attivisti antisemiti, travestiti da pescatori; si preparavano a sbarcare il pesce in Palestina, imitando quell’agitatore che tanto fastidio aveva dato alle Autorità ebraiche 2000 anni fa con la sua pretesa di distribuire pani e pesci alle folle affamate di Galilea. Naturalmente quest’azione proditoria non è passata inosservata. La premier Meloni ha tuonato: noi siamo un paese sovrano, nessun può permettersi di violare la nostra sovranità e di rapire cittadini italiani, darò mandato a Tajani perché l’Europa applichi ad Israele 20 pacchetti di sanzioni come ha fatto con la Russia. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha tuonato contro la mollezza dei magistrati e ha dichiarato che si aspetta il massimo rigore nella persecuzione dei reati commessi in territorio italiano.

Forse sta sognando, le cose non si sono svolte così. I dodici italiani sono stati sequestrati in alto mare su navi battenti bandiera italiana, quindi i reati di sequestro di persona e di rapina a mano armata comunque sono stati commessi in Italia. Dopo il sequestro dei dodici italiani, Israele ha attaccato tutte le altre imbarcazioni della Flotilla sequestrando oltre 400 persone, fra cui altri 29 italiani. Dal punto di vista del diritto non vi è nessuna differenza fra un rapimento avvenuto sulla spiaggia di Linosa e un rapimento avvenuto in alto mare su una nave italiana, né la durata del sequestro, concluso in pochi giorni, può incidere sulla sostanza del reato.

Questi fatti offendono lo stesso bene giuridico protetto dalle norme penali. Il pigolio delle autorità italiane, l’imbarazzo a reagire a un’offesa così grave portata contro lo Stato italiano, ci fanno capire quanto sia cialtronesco il nazionalismo di Meloni e compagni. Di fronte a questa scena muta, pur apprezzando l’impegno del Ministro Tajani a far rientrare subito in Italia i sequestrati, quello che viene in evidenza è la totale mancanza di dignità nazionale dei “patrioti” al governo. Soltanto dopo la diffusione del video degli ostaggi prostrati di fronte a Ben Gvir, è ritornata la parola alla Meloni, che ha qualificato come inaccettabile quello che tutti gli italiani avevano visto, senza trarne conseguenza alcuna. Il servilismo dei governi italiani (non solo la Meloni) verso l’alleato americano ci ha fatto accettare umiliazioni di ogni sorta della sovranità nazionale purché avvenissero riservatamente, si pensi al rapimento di Abu Omar effettuato da agenti della CIA a Milano il 17 febbraio 2003, ma ha anche incontrato dei limiti nel caso di violazioni commesse alla luce del sole, si pensi alla notte di Sigonella (10-11 ottobre 1985) quando i Carabinieri circondarono, armi alla mano, i militari della Delta Force per impedire l’estradizione illegale dei terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro.

È curioso che da Israele, che non è nostro alleato e non fa parte della NATO, si accettino umiliazioni della nostra sovranità molto più gravi di quelle che abbiamo subito degli USA. L’unica spiegazione è la simpatia ideologica fra Fratelli d’Italia e Lega e le coordinate politiche che guidano l’azione del governo Netanyahu: disprezzo del diritto internazionale, suprematismo bianco, apartheid. Queste caratteristiche in Israele sono spinte fino all’estremo. In Italia un simile percorso non sarebbe possibile finché resiste la Costituzione, ma la Meloni appartiene alla stessa famiglia politica di Netanyahu e di Trump. Gli abbracci della Meloni a Netanyahu, i ripetuti viaggi di Salvini in Israele dove ha espresso sostegno politico incondizionato al Governo israeliano, definendo “assurda” la richiesta di arresto avanzata dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu, testimoniano l’esistenza di uno stretto legame politico fra i due governi. Un legame che emerge con chiarezza quando il veto italiano (assieme a quello della Germania) impedisce la sospensione dell’Accordo di associazione dell’UE con Israele. Un legame che va molto oltre la simpatia politica.

L’assordante silenzio del Governo italiano verso il massacro della popolazione palestinese di Gaza, verso le stragi commesse in Libano e la criminale pulizia etnica in Cisgiordania, non esprime soltanto indifferenza alle tragedie in corso. L’espresso boicottaggio per i provvedimenti delle Corti internazionali, trasforma l’italica ignavia in complicità. Questi ultimi eventi dimostrano quanto sia indispensabile una svolta politica per restituire al nostro paese la dignità politica perduta. Le forze politiche democratiche devono unirsi in un nuovo Comitato di liberazione nazionale per liberare l’Italia dalla nuvola nera che sta intossicando la nostra vita e oscurando il nostro futuro.

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martedì 10 marzo 2026

Morire per Israele?

 



di Francesco Masala

Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista.

Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini).

La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa, qualcuno ha tentato di ribellarsi all’occupazione Usa, Enrico Mattei e Aldo Moro, fra i tanti, l’hanno pagata cara.

Anche questa volta potrebbe non andare bene per l’Italia, che, con orgoglio, fa parte a pieno titolo della coalizione Epstein, quella che si proccupa per le bambine e le donne iraniane, e non solo.

Ci ricorderemo della Resistenza?

La Germania ha continuato a vivere, smettendo di essere nazista.

Anche Israele continuerà a vivere, in qualche modo, se smetterà di essere sionista, colonialista, terrorista, genocida, espansionista.

La Germania nazista, l’Israele sionista e gli Usa hanno sempre pensato di essere popoli eletti, benedetti da qualche dio guerriero e gli altri di conseguenza sono maledetti.

Gli Usa, quelli delle guerre di sterminio e dei nazisti del Minnesota, crolleranno col dollaro in tramonto, quando molti non compreranno più niente dagli Usa e gli stessi molti smetteranno di vendergli i loro prodotti.

 

per approfondire:

https://www.remocontro.it/2026/03/06/in-che-mani-e-finito-il-mondo-e-la-nostra-piccola-italia/, di Ennio Remondino

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__dopo_limmorale_aggressione_alliran_le_macerie/45289_65636/, di Alberto Bradanini

https://www.youtube.com/watch?v=lVn5QY8Ymjo, di Matteo Saudino

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/03/02/aggredire-liran-e-meno-grave-che-aggredire-lucraina/, di Domenico Gallo

https://altrenotizie.org/iran-laggressione-della-coalizione-epstein/, di Fabrizio Casari

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32451-enrica-perucchietti-le-10-notizie-piu-importanti-e-verificate-contenute-negli-epstein-files.html, di Enrica Perucchietti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/annessione-cisgiordania-israele-palestina-notizie/8311465, di Riccardo Noury

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/, di Riccardo Taddei

https://www.youtube.com/watch?v=cdNgqTjr4uc, intervista a Minoo Mirshahvalad

https://www.ambienteweb.org/2026/03/08/dichiarazione-degli-ebrei-di-neturei-karta-sulla-guerra-in-corso-con-liran/, di Neturei Karta

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sabato 7 marzo 2026

Aggressione all’Iran: le parole per dirlo - Domenico Gallo

 

Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazione. L’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetario. Come ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.

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lunedì 8 dicembre 2025

Giustizia. L’Egitto è vicino - Domenico Gallo

 

Sono già in circolazione i primi sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani al preannunciato referendum sulla legge di riforma costituzionale dell’assetto della magistratura. I sondaggi mostrano una prevalenza del SI di oltre 10 punti. Questo pronostico in realtà non deve impressionare perché nel referendum costituzionale, nel quale non c’è quorum, quello che conta è il numero degli elettori dell’uno e dell’altro schieramento che si recheranno effettivamente a votare. La falsa denominazione della riforma come separazione delle carriere propone un tema astruso per la gran parte del corpo elettorale che, nel referendum sul tema che si svolse il 12 giugno del 2022 vide una scarsissima partecipazione al voto. L’affluenza alle urne fu appena del 20% e votarono Si a un quesito illeggibile, divulgato come separazione delle carriere, appena 5.661.880 elettori. Nel prossimo referendum il corpo elettorale sarà chiamato a pronunciarsi col voto su questioni tecniche relative all’ordinamento giurisdizionale che per la gran parte dei cittadini risultano incomprensibili. Come fa il cittadino comune ad orientarsi sulla separazione delle carriere, sulla divisione in tre del Consiglio Superiore della magistratura, sulla scelta per sorteggio dei membri togati di tali organismi?

Per poter effettuare una scelta il giorno del voto gli elettori dovranno necessariamente affidarsi all’interpretazione autentica della riforma, e agli effetti che potrebbe produrre, come ci vengono prospettati dai suoi artefici. Ha cominciato la presidente del Consiglio Meloni che, di fronte alla bocciatura da parte della Corte dei Conti della delibera CIPESS sul Ponte dello Stretto, ha reagito stizzita qualificando il provvedimento come: «l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento» e ha precisato che la riforma costituzionale della giustizia rappresenta «la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza». Il concetto che la riforma serve a bloccare l’invasione di campo della magistratura nelle scelte del potere politico è stato maggiormente specificato dal sottosegretario alla presidenza Mantovano: «Oggi c’è il blocco delle espulsioni grazie a decisioni giudiziarie, c’è il blocco della sicurezza, della politica industriale che voglia raggiungere certi obiettivi, si pensi all’Ilva grazie a decisioni giudiziarie. C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta». Ha ulteriormente chiarito gli effetti desiderati della riforma il ministro Nordio quando, in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». In altre parole, una magistratura addomesticata gioverebbe a qualunque maggioranza politica.

Al di là di tutti i tecnicismi, il senso della riforma è quello di impedire che la magistratura possa fare un’invasione di campo nelle scelte del Governo, anche laddove quelle scelte riguardano settori suscettibili di impattare diritti fondamentali della persona come la salute, la libertà del dissenso, il diritto di essere salvati per i naufraghi. Secondo questa concezione la magistratura deve tutelare i diritti ma non può spingere questa tutela fino al punto di interferire con le scelte della politica.

A questo punto bisogna chiedersi qual è il modello ideale di giustizia a cui aspirano i riformatori nostrani? C’è un paese che nella sua Costituzione assicura la massima protezione alla dignità di ogni persona (articolo 51: «La dignità è un diritto di ogni persona che non può essere violato»), bandisce la tortura (articolo 52), riconosce come inviolabile la libertà personale e garantisce in modo scrupoloso i diritti dell’imputato (articolo 54: «La libertà personale è un diritto naturale che è tutelato e non può essere violato. Salvo i casi di flagranza di reato, i cittadini non possono essere fermati, perquisiti, arrestati […] se non in base a un mandato di arresto giudiziario […]. Tutti coloro la cui libertà è stata limitata devono essere immediatamente informati dei motivi che ne hanno determinato la limitazione, […] e tradotti dinanzi all’autorità inquirente entro ventiquattro ore». È persino prevista in Costituzione l’istituzione di una sorta di Tribunale della libertà: «Coloro che hanno subito una limitazione della libertà hanno diritto di ricorso dinanzi all’autorità giudiziaria. La sentenza deve essere emessa entro una settimana da tale ricorso, altrimenti il ricorrente deve essere immediatamente rilasciato». La Costituzione detta anche le norme sul giusto processo (articolo 55: «Tutti coloro che sono arrestati, detenuti o hanno la libertà limitata devono essere trattati in modo da preservare la loro dignità. Non possono essere torturati, terrorizzati o sottoposti a coercizione. Non possono essere danneggiati fisicamente o mentalmente. […] Ogni violazione di quanto sopra costituisce un reato e il colpevole sarà punito a norma di legge»). Ovviamente questa Costituzione riconosce formalmente l’indipendenza della magistratura (art. 184), istituisce un Consiglio Superiore presieduto dal Capo dello Stato (art. 185); come la Costituzione italiana, prevede che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 186). Ma le norme che disciplinano il potere giudiziario svuotano di contenuto l’indipendenza attribuendo al Capo dello Stato il potere di nominare i vertici degli organi giudiziari. Questo paradiso dei diritti ha un solo neo: si tratta dell’Egitto.

Com’è possibile che in un paese con una Costituzione così “garantista”, un giovane come Giulio Regeni venga arrestato segretamente, torturato e ucciso e che i suoi assassini vengano protetti fino al punto che sia negata all’autorità giudiziaria italiana la possibilità di citarli in giudizio? La risposta è semplice. In quel paese l’indipendenza è stata taroccata per cui non si consente alla magistratura di fare invasioni di campo o di ficcare il naso nelle scelte della politica che riguardano la “sicurezza” del potere politico. L’esperienza egiziana dimostra che tutte le carte dei diritti, anche se fondate su Costituzione, sono carta straccia in assenza di un potere giudiziario realmente indipendente dal potere politico.

L’intento di Giorgia Meloni di addomesticare l’esercizio della giurisdizione per renderlo funzionale alle scelte politiche della maggioranza ha un impatto immediato sulla sicurezza dei diritti dei cittadini. Si possono fare tanti esempi. Quello più eclatante è rappresentato dai fatti del G8 di Genova del luglio 2001, quando il nuovo Governo di destra al potere sperimentò un nuovo modello di gestione dell’ordine pubblico. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, circa 300 agenti di polizia fecero irruzione nella scuola Diaz-Pertini, dove erano accampati i manifestanti, sostenendo di cercare i black bloc responsabili di devastazioni in città. Sottoposero tutte le persone che dormivano nella struttura a un violento pestaggio che provocò lesioni gravi e gravissime, arrestò 93 persone e falsificò le prove per giustificare il blitz. Amnesty International definì l’episodio come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale». Questo nuovo modello di gestione dell’ordine pubblico, che uno dei suoi artefici (il vicequestore Michelangelo Fournier) qualificò come “macelleria messicana” (forse sarebbe più esatto definirlo modello egiziano) fallì miseramente. Tutte le persone arrestate furono immediatamente liberate dalla magistratura ligure. La Procura incriminò 25 funzionari e dirigenti di polizia, che poi furono condannati, con sentenza definitiva della Cassazione del 5 luglio 2012 per falsi ideologici e calunnie (nessuno fu condannato per le violenze dirette poiché i reati di lesioni nel frattempo si erano prescritti). I fatti di Genova non si sono più ripetuti per la semplice ragione che il potere politico non può garantire l’impunità per fatti simili fin quando resiste la garanzia di un potere giudiziario indipendente. Taroccare l’indipendenza della magistratura è una via che ci conduce dritti in Egitto.

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giovedì 20 novembre 2025

La distruzione definitiva della Palestina

 

Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” – Gisella Ruccia

“È un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo”. Con questa frase icastica, Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale all’Università di Torino, adjunct professor alla Luiss School of Government e finalista del premio nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo saggio Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803 su Gaza, approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo della Striscia per due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il “Consiglio di Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente statunitense.

Ospite di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la natura “talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti alle risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno definito il quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi di Oslo, che stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania; nessun richiamo alla risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio di Sicurezza aveva ribadito che l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile. La nuova risoluzione, osserva lo storico, “va sostanzialmente in una direzione opposta”, cristallizzando la separazione tra i due territori palestinesi e impedendo all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire a Trump e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente “qualsiasi sforzo della controparte palestinese”, anche in una situazione ipotetica in cui i palestinesi “divenissero la Norvegia del Medio Oriente”.

Kamel ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione sono guidati da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Leader che, osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica ed economica “passa dal piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si attendono concessioni sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a breve cosa riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma Kamel, lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.

Alla domanda del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via libera dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha dato origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di Oslo del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente, non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è totalmente dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu Mazen, è un leader totalmente screditato e corrotto che non ha nessuna aderenza con la società palestinese, dunque non ha alternativa se non quella appunto di piegarsi totalmente a quello che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa e privata della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la causa palestinese.

Sul futuro, Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a protrarsi nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è occupato dalle autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più fertile e agricola. La zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la linea del governo israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il più possibile e di espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il risultato sarebbe una mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A e B della Cisgiordania e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione vitale dal punto di vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo israeliano.

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L’Onu e la seconda Nakba dei palestinesi - Alberto Negri

La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due Stati” lasciando un assai vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa nulla. Ma conferma, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso. A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare polvere negli occhi a una comunità internazionale che non vede l’ora di essere accecata e voltare la testa dall’altra parte.

Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due Stati ma quello ebraico occupava il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione. La narrativa comune dice che gli arabi rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu sono stati chiari: non ci sarà mai uno Stato palestinese. La pax trumpiana, imposta dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman – quello che fece fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul – intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.

Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila palestinesi. Oggi Israele occupa oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.

Secondo i documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan Pappé l’operazione della prima catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato britannico, il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più (la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto Gaza). Tutti sapevano cosa stava accadendo ma, come oggi, nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della pulizia etnica.

Quanto valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i precedenti. L’Onu stabilì che i profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei palestinesi. Come scrive il manifesto l’idea è totalmente diversa, ovvero procedere, in ogni modo possibile, alla loro deportazione (articoli di Michele Giorgio domenica e ieri di Wahid Tamimi).

È interessante notare un altro parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti. Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo diventò un monopolio americano. Gli Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo, normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli insediamenti. La risoluzione Onu votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile alla comunità internazionale e agli europei.

Per questo credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla buona per un film già visto. La fine è nota.

da qui

Genocidio senza sanzione? - Domenico Gallo

Pubblichiamo alcuni stralci della introduzione di Domenico Gallo al libro dell’editore Edimedia dal titolo: “Genocidio, la verità dell’ONU su Gaza” (con la Convenzione e i rapporti dell’ONU sul genocidio):

1. Genocidio: la parola che non c’era

Le parole non sono solo dei segni che ci aiutano a orientarci nella mappa concettuale dei significati. La parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva.

Costituita dal prefisso greco genos (tribù, popolo) e dal suffisso latino caedo (l’atto di uccidere), la parola genocidio illustra la metodica e glaciale intenzionalità di cancellare un intero gruppo nazionale assieme alle condizioni basilari per la sua esistenza: cultura, religione, istituzioni, costumi, salute, dignità.

E’ stata proprio la parola “genocidio”, coniata mentre i campi di sterminio lavoravano a pieno regime, a consentirci di guardare dentro l’orrore per distinguere la specificità di questa tecnologia del massacro, che dispiega nella Storia umana la geometrica potenza delle energie distruttrici.

[…] il 6 agosto 1945, il tragico fungo atomico di Hiroshima annunziava che la notte di orrore dell’umanità non era passata e che la belva aveva ripreso a ruggire.

4. Da Auschwitz a Hiroshima, dal Tribunale di Norimberga alla Convenzione internazionale per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio.

Ha scritto il premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “E’ Auschwitz che genererà Hiroshima, e se il genere umano scomparirà a causa della bomba atomica, questo sarà il castigo di Auschwitz, dove, nella cenere, si spensero le promesse dell’uomo.”[1]

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio è il capostipite dei Trattati internazionali sui diritti umani che saranno sviluppati in seguito nell’ambito dell’ONU. Infatti la Convenzione, in quanto primo strumento giuridicamente impegnativo, idoneo a limitare la potestà d’imperio degli Stati sui propri cittadini, ha aperto la strada all’elaborazione di tutta la successiva normativa pattizia sui diritti umani. Essa  fu approvata con voto unanime dall’Assemblea generale il 9 dicembre 1948, in stretto rapporto con la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo di cui costituisce un’appendice ideale. Entrambi questi documenti concorrono a delineare il quadro con cui la Comunità internazionale, appena uscita della Seconda guerra mondiale, promise alle generazioni future che quella barbarie che aveva sconvolto il mondo non sarebbe ritornata mai più. 

6. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

La Convenzione consta di un preambolo e XIX articoli. Nel preambolo le Alte Parti Contraenti prendono atto che “l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella Risoluzione 96/1. dell’11 dicembre 1946 ha dichiarato che il genocidio è un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle Nazioni Unite e condannato dal mondo civile”. Pertanto: “riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”, si dichiarano convinte “che la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello così odioso”.

La Convenzione conferma che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale, che le parti contraenti si impegnano a prevenire ed a punire, definisce la nozione di genocidio e identifica le condotte punibili che contribuiscono a realizzarlo o ad agevolarlo negli articoli II e III, che conviene riportare per intero.

Articolo II.

Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Articolo III.

Saranno puniti i seguenti atti:

a) il genocidio;

b) l’intesa mirante a commettere genocidio;

c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;

d) il tentativo di genocidio;

e) la complicità nel genocidio.

Nell’articolo IV sono previste le categorie degli autori dei reati che gli stati si impegnano a punire; non solo gli individui privati ma anche i governanti ed i pubblici funzionari.

Le norme successive riguardano le disposizioni relative alla repressione del genocidio: obbligo degli Stati contraenti di emanare delle norme interne necessarie a dare attuazione alla Convenzione (art.V); competenza a giudicare dei tribunali interni e del Tribunale penale internazionale (art. VI); esclusione del carattere politico del delitto di genocidio ai fini dell’estradizione (art. VII); garanzie internazionali della Convenzione (art. VIII e IX). Seguono poi le norme procedurali e finali.

La Convenzione è stata ratificata dall’Italia con la legge n. 153 dell’11 marzo 1952 ma la sua effettiva esecuzione in Italia è rimasta sospesa per 15 anni… Con la legge 9 ottobre 1967 n. 962 è stata data piena attuazione della Convenzione nel nostro ordinamento.

Il problema più arduo che la Convenzione ha dovuto superare è stato quello della punibilità del genocidio in concreto. Prevedere l’obbligo degli Stati parte di emanare una legislazione che assicurasse la punizione dei responsabili di atti di genocidio è un passaggio obbligato ma si tratta sostanzialmente di un’arma spuntata. Il genocidio può provenire soltanto da un’organizzazione statale ed implica necessariamente delle responsabilità governative; sarebbe ingenuo prevedere la responsabilità dei governanti e dei funzionari pubblici rimettendo esclusivamente agli organi nazionali la repressione dei relativi atti delittuosi.[2]

Con un atto di creatività giuridica e di lungimiranza la Convenzione ha previsto che il delitto di genocidio, in alternativa ai Tribunali nazionali, potesse essere giudicato da un Tribunale penale internazionale, che all’epoca non esisteva.

9. Il contrasto di USA e Israele alla Corte penale internazionale.

Il Congresso degli Stati Uniti ha adottato un provvedimento legislativo, firmato il 2 agosto 2002 dal Presidente George W. Bush, denominato: American Service members’  Protection Act (ASPA), che contiene disposizioni volte a impedire che militari statunitensi (e certe altre persone legate al governo USA) possano essere consegnati o giudicati dalla Corte Penale Internazionale.

Il provvedimento autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad usare “tutti i mezzi necessari e appropriati” per liberare membri dell’esercito USA (o persone alleate) detenute per conto della Corte Pe nale Internazionale.  Per questo motivo è talvolta chiamato “Hague Invasion Act”.

Quando la Corte penale internazionale ha cominciato ad interessarsi dei crimini di guerra commessi da tutte le parti in Afganistan, immediata è scattata la rappresaglia americana.

Nell’era del primo mandato di Trump sono partite le minacce e le sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte per impedire che svolgessero il loro lavoro di accertamento e di repressione dei crimini internazionali. Il 2 settembre 2020 il Segretario di Stato dell’epoca Mike Pompeo ha annunciato che gli USA avrebbero applicato delle sanzioni contro la Corte penale internazionale definita come “un’istituzione totalmente perduta e corrotta”.  Tutto questo sulla base dell’Ordine Esecutivo 13928, firmato da Donald Trump l’11 giugno 2020, intitolato “Blocking Property of Certain Persons Associated With the International Criminal Court”.  L’ordine dichiara che la CPI — con l’autorizzazione di indagini contro personale statunitense o personale di Paesi alleati senza consenso del governo USA — rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Le sanzioni erano dirette contro la Procuratrice dell’epoca, Fatou Bensouda, e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, che furono entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated Nationals” del Dipartimento del Tesoro americano. Le agenzie ci informarono che l’ordine esecutivo emesso da Trump era stato concordato con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si congratulò con l’amico americano per la decisione di imporre sanzioni alla “corrotta e faziosa Corte penale internazionale”, da lui definita: “una Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani “. Netanyahu accusò la Corte di aver inventato “accuse stravaganti”, come quella secondo cui “gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra”. Questa viscerale critica di Netanyahu ora come allora si fondava evidentemente sulla concezione che il territorio dell’ex Mandato britannico sulla Palestina fosse stato assegnato direttamente da Dio allo Stato di Israele, mentre la Corte, che non ha competenza in materia di diritto biblico, trae la sua legittimazione dalle fonti del diritto internazionale, fra cui  la terza Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta ad una Potenza occupante di trasferire la sua popolazione nei territori occupati.

Netanyahu aveva ben motivo di dolersi dell’ingerenza della CPI nelle vicende del Medio-Oriente perché l’Autorità nazionale palestinese il 2 gennaio 2015 ha aderito allo Statuto della Corte penale internazionale. Il 5 febbraio 2021 la Pre-Trial Chamber, accogliendo le richieste formulate dalla Procuratrice Fatou Bensouda, ha statuito che la Corte penale internazionale ha competenza a giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da chiunque in Palestina, vale a dire nei territori occupati da Israele dal 1967, Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Con la loro decisione i giudici hanno respinto la tesi di Israele dell’inammissibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. «La Palestina – affermano – ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto».

Immediata è stata la reazione del premier israeliano Netanyahu che ha bollato come «puro antisemitismo» il passo mosso dai giudici internazionali. «La Corte – ha commentato  – ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto (.) – aggiungendo che la decisione – va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo». Poi ha avvertito che «in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze».

10. Il mandato di cattura a Netanyahu e Gallant e le sanzioni USA.

Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024. La Corte ha ritenuto che vi siano fondati motivi per ritenere che entrambi gli imputati siano responsabili penalmente del crimine del ricorso alla fame come metodo di guerra; e dei crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani. Più specificamente la Corte ha ritenuto che Netanyahu e Gallant: “abbiano intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicinali e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità, almeno dall’8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024. Tale conclusione si basa sul ruolo svolto da Netanyahu e Gallant nell’impedire gli aiuti umanitari in violazione del diritto internazionale umanitario e sulla loro incapacità di agevolare i soccorsi con tutti i mezzi a loro disposizione. La Corte ha rilevato che la loro condotta ha compromesso la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire cibo e altri beni essenziali alla popolazione bisognosa di Gaza. Le suddette restrizioni, unitamente all’interruzione dell’elettricità e alla riduzione della fornitura di carburante, hanno avuto un impatto significativo anche sulla disponibilità di acqua a Gaza e sulla capacità degli ospedali di fornire assistenza medica.”

Le reazioni di Netanyahu sono state immediate. In un video diffuso sui social, Netanyahu ha detto: “Oggi è un giorno oscuro nella storia dell’umanità(..) la Corte internazionale dell’Aia, che è stata inventata per proteggere l’umanità, è oggi divenuta il nemico dell’umanità.” Ha aggiunto che il mandato è un “passo antisemita” la cui funzione è intimidire Israele e impedirgli di difendersi.

Ciò ha provocato la reazione indispettita di Trump che ha accusato la Corte di lesa maestà per aver osato incriminare il suo alleato. La preoccupazione principale degli Stati Uniti è stata quella di spegnere la voce della giurisdizione internazionale per consentire ad Israele di portare avanti indisturbato il suo programma di massacri e pulizia etnica della popolazione palestinese. Con l’Ordine Esecutivo n. 14203 emesso il 6 febbraio 2025, Donald Trump. si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti e Israele affermando che la Corte ha abusato del proprio potere emettendo mandati di arresto infondati contro Netanyahu e Gallant. Secondo Trump la Corte penale internazionale non ha alcun motivo per indagare su USA e Israele perché «entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra». Proseguendo, Trump annuncia: «qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti e i militari israeliani) costituisce una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia. […] Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti». L’ordine esecutivo ha sanzionato direttamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, ma Trump non si ferma qui e ha delegato il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI. Dopo il Capo della Procura, sono stati sanzionati a cascata altri otto magistrati: il 5 giugno 2025 quattro giudici della CPI: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia); e il successivo 20 agosto due ulteriori giudici – Nicolas Guillou (Francia) e Kimberly Prost (Canada) – e due vice-procuratori – Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

Seguendo questo filone a Francesca Albanese sono state applicate, con un decreto di Marco Rubio del 9 luglio 2025, le medesime sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale  del Consiglio (ONU) dei Diritti umani sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati da Israele nel 1967: «ha manifestato uno sfacciato antisemitismo, ha espresso sostegno al terrorismo e aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera, inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere mandati di cattura contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant». Nel suo decreto Rubio lamenta, inoltre, che Albanese «di recente ha intensificato questa azione scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, formulando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di avviare indagini e procedimenti penali contro queste aziende e i loro dirigenti». Quindi Rubio conclude: «Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e la nostra sovranità nazionale. Gli Stati Uniti continueranno a intraprendere tutte le azioni che riterranno necessarie […] per controllare e prevenire gli abusi di potere e gli abusi illegittimi della CPI e per proteggere la nostra sovranità e quella dei nostri alleati». Cosa significano queste sanzioni lo ha spiegato Francesca Albanese in una conferenza stampa il 4 settembre 2025.

Le sanzioni USA alla CPI hanno suscitato un’immediata ondata di indignazione a livello globale. In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma, il 7 febbraio 2025, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando il loro «continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI» perché «la Corte rappresenta un pilastro fondamentale del sistema giudiziario internazionale, garantendo l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali più gravi e la giustizia per le vittime». La Dichiarazione è stata firmata da tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne l’Italia, la Repubblica ceca e l’Ungheria (che ha avviato la procedura per ritirarsi dalla CPI). Evidentemente l’insofferenza del Governo Meloni per la giurisdizione non si arresta alle frontiere nazionali e non esita a rovesciare le tradizioni costituzionali del nostro paese che è stato capofila dell’iniziativa diplomatica sfociata nella sottoscrizione a Roma, il 17 luglio 1998, dello Statuto della CPI.

La pretesa di bloccare l’operatività della Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia a un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità degli Stati si è data per cercare di rafforzare la debole trama del diritto internazionale dei diritti umani.   

11. Israele accusata di genocidio: il processo dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia

Il 28 dicembre 2023 il Sud Africa ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia la richiesta di istituire un procedimento contro Israele.

Naturalmente, anche di fronte a questo atto Netanyahu ha reagito con rabbia definendo il processo innanzi alla CIG “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”, ma non ha potuto sottrarsi al procedimento perché la giurisdizione della Corte è obbligatoria per tutti gli Stati che abbiano sottoscritto la Convenzione

13. I segnali d’allarme provenienti dalla società israeliana.

E significativo registrare come anche in Israele si sono levate voci dalla società civile che hanno con coraggio denunciato i crimini commessi dal proprio paese e non hanno esitato a ricorrere al concetto di genocidio. L’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), Medici per i diritti umani-Israele, ha pubblicato il 2 luglio 2025 un documento intitolato “A Health Analysis of the Gaza Genocide” (una analisi sanitario del genocidio di Gaza). Questo documento esamina le azioni israeliane a Gaza negli ultimi 22 mesi, sostenendo che la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie e le condizioni di vita imposte alla popolazione costituiscono atti di genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.  Il rapporto documenta l’attacco a 33 dei 36 ospedali e cliniche di Gaza, l’evacuazione forzata di 22 ospedali nel nord e a Gaza City, e l’uccisione o detenzione di oltre 1.800 operatori sanitari. Il rapporto evidenzia, inoltre, le restrizioni imposte da Israele sull’ingresso di forniture mediche essenziali, come analgesici, disinfettanti, strumenti chirurgici e latte in polvere, che hanno contribuito a sofferenze e decessi evitabili. Sottolinea la creazione deliberata di condizioni di vita destinate a distruggere la popolazione palestinese, inclusi l’accesso limitato a cibo, acqua e assistenza sanitaria, e l’erosione dei determinanti sociali della salute. Secondo PHRI le azioni israeliane soddisfano almeno tre dei criteri stabiliti dall’Articolo II della Convenzione sul genocidio: a) uccisione di membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo c) imporre deliberatamente condizioni di vita destinate a distruggere il gruppo. In conclusione, l’organizzazione invita la comunità internazionale a intraprendere le opportune azioni per fermare il genocidio e garantire la protezione dei diritti umani a Gaza.

Ancora più perentoria risulta la conclusione del rapporto “il nostro genocidio” pubblicato Il 28 luglio 2025, da B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Con questo rapporto, B’Tselem documenta ciò che tutti i governi occidentali, a partire da quello italiano, fingono di non vedere: ovvero che da quasi due anni Israele sta portando avanti un genocidio a Gaza. Un genocidio deliberato e sistematico con uccisioni di massa, creando enormi danni fisici e mentali alla popolazione, usando la fame come arma di guerra e creando condizioni generali che impediscono ai palestinesi di continuare a vivere a Gaza. Israele sta pianificando e organizzando la pulizia etnica dei palestinesi. Per B’Tselem, il genocidio è stato sviluppato “cogliendo l’opportunità del 7 ottobre 2023” e, dopo oltre 21 mesi, continua a Gaza e, in forme specifiche, anche in Cisgiordania e all’interno di Israele. Ma non solo, fa parte della storia dello Stato israeliano, del patrimonio politico sionista. La politica dominante, di centro destra e di centro sinistra, in Europa, nel mondo occidentale, ma non solo (vedi i cosiddetti “Paesi fratelli” del mondo arabo e musulmano),non fa nulla di “reale” per fermare questo genocidio. Discute oziosamente di “eccessi”, di sanzioni contro Israele, parla di riconoscimento dello Stato di Israele quando per oltre 30 anni, dagli Accordi di Oslo, ha finto di non vedere che questi servivano ad aumentare l’oppressione e l’espropriazione territoriale dei palestinesi, rendendo impraticabile qualsiasi possibilità di “due popoli, due stati”. Intanto accordi militari, economici, politici, armi, materie prime e merci “dual use”, continuano a essere sottoscritti e a fluire verso Israele. Un genocidio dei palestinesi che avviene con l’attiva complicità dei paesi occidentali, ma anche con l’inesistente opposizione dei capitalismi russo e cinese, loro rivali nella spartizione del mondo.

15. L’accordo firmato in Egitto ferma il genocidio ma le sue conseguenze restano.

Il 10 ottobre finalmente si è giunti ad un cessate il fuoco, a seguito dell’accettazione da parte di Israele e di Hamas del piano di pace in 20 punti proposto da Donald Trump, il 29 settembre, con il supporto di Egitto, Qatar e Turchia. Il 13 ottobre, avvenuta la liberazione dei 25 ostaggi israeliani e di circa 2.000 detenuti palestinesi ostaggio di Israele, Trump è stato accolto trionfalmente alla Knesset dove ha celebrato il suo piano di pace come “l’Alba di un nuovo Medio Oriente”, annunciando che “Israele vivrà in pace per l’eternità”. 
Ma il genocidio rimane.
Ha scritto da Gaza la scrittrice Lina Ghassan Abu Zayed: “Quando le bombe smettono di cadere, il mondo presume che la guerra sia finita e la chiama pace. Ma a Gaza il silenzio che segue il bombardamento non è pace; è l’inizio di un confronto con il vero dolore”.

Domenico Gallo


[1] Elie Wiesel, l’ebreo errante, Firenze, 1986

[2] Roberto Barsotti, voce Genocidio in Codice degli atti internazionali sui diritti dell’uomo, Giuffrè, 1981

da qui


PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE - Pasquale Liguori

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile

Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale. Da decenni Israele moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale, mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza, legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.

De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.

Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove generazioni.

In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina” diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio metabolismo.

Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione, regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.

Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti, organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo – produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti, con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della frammentazione prodotta dall’occupazione.

Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione “palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.

Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora fumanti.

Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono. Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid, l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.

Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe, musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e complicità con il genocidio.

 

Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo liberale.

E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica. Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali, senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità. Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.

Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo, centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza, ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” – condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del carnefice.

 

La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti; università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti; parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore trasformandolo in questione di “aiuti”.

In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate. Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma, selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto, spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.

Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica, non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti, gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.

Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.

La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza. Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.

Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione, tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo altrettanto complice e disarmato.

La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa emancipazione.

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L’omesso e il nascosto nella risoluzione Usa su Gaza all’Onu

«Il Consiglio di Sicurezza ha detto sì, ma ciò che resta sul tavolo somiglia più a un involucro che a un accordo di pace», introduce con efficacia il cattolico Avvenire. «La risoluzione americana su Gaza, approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni di Mosca e Pechino, segna certo un passaggio diplomatico rilevante, ma non offre alcun riferimento concreto all’unico sbocco riconosciuto dalla comunità internazionale come credibile: la soluzione a due Stati».

Assenza decisiva, lo Stato di Palestina

Dal premier Netanyahu l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese costretta dalla diplomazia. Senza ritegno il suo governo di estremisti. «La missione della mia vita è impedire la creazione di uno stato palestinese nel cuore della nostra terra», dichiara il ministro delle finanze Bezalel Smotrich. Peggio Itamar Ben Gvir, sottolinea il manifesto, che vorrebbe far fuori tutti i leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): «Se accelerano il riconoscimento dello stato palestinese, e l’Onu lo riconosce, dovrebbero essere ordinati omicidi mirati di alti funzionari dell’Anp». Per il 90enne  Abu Mazen, «C’è una cella di isolamento pronta per lui nella prigione di Ketziot», ha minacciato il suprematista ebraico. Un altro personaggio su cui la Corte penale dell’Aja continua ad essere distratta.

Ringhi elettorale ma di Stato Palestinese non c’è traccia

Ma Israele sa bene che nella risoluzione che gli Stati uniti hanno portato all’Onu non esiste un progetto chiaro per la nascita di uno stato palestinese. Il riferimento è stato inserito per volontà dei governi arabi, ma solo per non irritare l’alleato, e l’arzigogolo Trump: «percorso verso l’autodeterminazione». Il non dire per mai fare. Nella striscia intanto Israele continua a uccidere. Ad al-Daraj,sganciato un ordigno su una scuola-rifugio, ferendo 13 persone, tra cui diversi bambini. Almeno due palestinesi sono stati uccisi dai militari vicino alla ‘linea gialla. Nella Cisgiordania occupata, i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e automobili palestinesi vicino a Betlemme, mentre a Tzur Misgavi a centinaia hanno attaccato persino la polizia israeliana che tentava di sgomberare un avamposto illegale, denuncia Eliana Riva.

L’invenzione Onu

«Una forza internazionale sarà incaricata di stabilizzare la Striscia e disarmare Hamas. Donald Trump esulta, definendo il voto ‘storico’ e annunciando la creazione di un Board of Peace che guiderà personalmente». Oltre le sparate ormai caricaturali del personaggio che s’indora, i fatti purtroppo dicono altro.

Rigoroso Giulio Isola su Avvenire

«Un entusiasmo che stride con il contenuto del documento, nel quale la prospettiva della statualità palestinese viene solo evocata in forma condizionale e rinviata a un futuro indeterminato, subordinata a riforme dell’Autorità Palestinese e a un avanzamento della ricostruzione. Una formula di circostanza che non definisce tempi, garanzie né competenze».

Più diplomazia che contenuti

Russia e Cina, inizialmente pronte a mettere il veto, hanno scelto l’astensione, pur criticando l’opacità del processo. Mosca aveva depositato nei giorni scorsi una bozza alternativa: niente smilitarizzazione obbligatoria, nessun Board of Peace presieduto dallo stesso Trump, e una forza internazionale affidata alla supervisione del segretario generale dell’Onu, non a Washington. Posizioni condivise da Pechino e dall’Algeria, rimaste però isolate di fronte alla compatta pressione dei principali Paesi arabo-musulmani — Qatar, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Pakistan e Turchia — determinati a non rallentare la fase due del piano, dopo il cessate il fuoco, la liberazione dei prigionieri e il ritiro parziale dell’Idf dalla Striscia. L’Autorità Palestinese ha salutato con ‘soddisfazione’ il voto e chiesto una «attuazione immediata».

L’assenza di impegni chiari nel testo

La reazione dei diretti interessati denuncia la fragilità del tutto. Hamas ha respinto la risoluzione definendola un passo verso una tutela straniera su Gaza degli interessi israeliani, rifiutando ogni riferimento al disarmo. Netanyahu, stretto tra pressioni interne e la prospettiva di una governance internazionale della Striscia, ha ribadito che Israele «resta contrario allo Stato palestinese» e che la smilitarizzazione di Gaza sarà perseguita «con le buone o con le cattive». Sul terreno la tensione resta alta: gli scontri con i coloni nell’avamposto di Tzur Misgavi e le violenze a Jaba’a, vicino Betlemme, confermano che la Cisgiordania continua a essere un banco di prova instabile e infiammabile.

Russia e Cina astenuti ma arrabbiati

Da Mosca e Pechino, pur scegliendo l’astensione, molte critiche. Il rappresentante russo ha denunciato l’affrettatezza del processo e l’assenza di un impegno reale verso due Stati. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha parlato di un documento che «non riflette una visione adeguata per una soluzione politica complessiva» e che consegna agli Usa un ruolo dominante attraverso il Board of Peace e l’International Stabilization Force, di cui «non si conoscono né mandato né limiti».

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