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martedì 30 maggio 2023

Holocausto gitano - La persecuzione infinita

Melissa Cicchetti intervista María Sierra

Come sempre, anche quest’anno non ne ha parlato quasi nessuno. Dire che si tratta di un silenzio fragoroso sarebbe un ossimoro segnato da pura retorica: non c’è alcun fragore. Il 16 maggio scorso, tuttavia, la gente romaní non ha certo dimenticato di ricordare quella notte del 1944, quando 6mila donne, uomini, bambini e anziani del campo di Auschwitz II Bikernau, lo “Zigeunelager”, seppero che si sarebbe posto fine alle loro inaudite sofferenze nelle camere a gas. Raccolsero quel che capitava, insorsero contro le SS ed evitarono il genocidio. Una rivolta epocale. La vendetta nazista, più spietata che mai, si compì il 2 agosto successivo, il culmine del Porrajmos, il grande divoramento. Una giornata internazionale, si sa, ormai non si nega a niente e nessuno, ma probabilmente la gran parte dei media che contano avrà trovato più attraente e interessante dedicarsi al giorno successivo: il 17 maggio è la giornata mondiale delle torte. A noi di Comune di quelle scelte editoriali e politiche fregherebbe ben poco, se non fosse che – come ricorda in questa gran bella intervista María Sierra, che ha appena pubblicato in Spagna “Holocausto gitano. El genocidio romaní bajo el nazismo”- il processo di sterminio della popolazione romaní europea aveva costruito le condizioni per verificarsi ben prima della II Guerra Mondiale ed esiste una linea di continuità molto forte tra gli stereotipi culturali antizigani che hanno preceduto quello sterminio a lungo negato e quelli attuali. L’autorevole docente di Storia Contemporanea all’Università di Siviglia dice a Melissa Cicchetti che l’Olocausto non si ripeterà come tale, naturalmente, ma il rischio di cadere in un abisso di antiziganismo assassino quanto quello hitleriano esiste, eccome. Le affermazioni sui Rom di parecchi esponenti di nuovi e meno nuovi governi europei, a cominciare da quello italico, lo confermano in modo eclatante. “Sei nomade? Devi nomadare, poi trànsumi e vai”, dice in questo video esemplare con il consueto aplomb Giorgia Meloni. È impossibile leggere i documenti sulla persecuzione nazista dei gitani senza rabbrividire, ma il libro di María Sierra ha, tra gli altri, un altro enorme merito, quello di portare alla luce testimonianze dirette in cui emerge il protagonismo di sopravvissute che raccontano cosa hanno subito, in quanto donne e in quanto gitane, ma anche che sono state loro proprio loro a fare il primo passo per raccontare cos’era successo. La loro dignità, soprattutto emotiva, quella che nei campi di concentramento uomini nazisti si erano tanto sforzati di annichilire, vince così proprio affermando il diritto alla memoria e ad avere emozioni. C’è da svolgere ancora un compito contro-narrativo molto lungo, loro, le donne gitane, hanno dimostrato di saperselo assumere come ben pochi hanno saputo fare nella storia

Specialista in storia culturale della politica, María Sierra insegna Storia Contemporanea all’Università di Siviglia. Negli ultimi anni si è dedicata allo studio del popolo romaní, in Spagna e in Europa, scrivendo alcuni dei più brillanti contributi a questa linea di ricerca. L’anno passato ha ricevuto il premio per il miglior articolo scientifico sulla condizione della popolazione gitana nell’Europa post-nazista (disponibile in inglese qui). Ci riceve nella sua stanza della Facoltà, piena di foto di cigarreras sivigliane, le lavoratrici della fabbrica di sigari, che raccontano la storia dell’edificio, dove parliamo del suo ultimo libro: “Holocausto gitano. El genocidio romaní bajo el nazismo”.

Cos’è l’Holocausto gitano di cui si parla così poco? E perché hai scelto di definirlo in questo modo?
È un processo di sterminio della popolazione romaní europea avvenuto prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto il regime nazista. Ha avuto luogo contemporaneamente a quello degli Ebrei, di cui invece sappiamo molto, essendo esso entrato nell’immaginario delle nostre società attraverso molta letteratura e tanti film. Della morte di almeno mezzo milione di Gitani europei, invece, si è soliti saper pochissimo.

Ho scelto questi termini, “olocausto” e “gitano” (1), proprio per collegarlo all’olocausto ebraico. Ho utilizzato la parola “olocausto” perché è una definizione scientificamente e socialmente riconosciuta, che spiega molto bene un processo di persecuzione e sterminio così sistematico e brutale come quello compiuto contro il popolo gitano sotto il regime nazista.

Il termine “gitano” forse richiede più spiegazioni. In lingua castigliana è corretto usarlo, in quanto non è considerato offensivo per le popolazioni che chiamiamo in questo modo. Va sottolineato, infatti, che la stessa comunità gitana spagnola ha espresso positivamente la propria identità attorno a questo termine, cosa che generalmente non accade in altre lingue, come spiego nel mio libro. Se avessi scritto in inglese, ad esempio – è in corso di pubblicazione una traduzione proprio in inglese e sto affrontando questa sfida – avrei dovuto scegliere sistematicamente altri termini, Romaní, per parlare in generale della popolazione gitana in Europa, oppure Sinti se ci riferiamo a quella gitana in Germania.

Insomma, bisogna essere molto attenti e rispettosi, perché questa attenzione ci aiuta a renderci conto e capire quanto interiorizzati possano stati essere da noi alcuni nomi dispregiativi per le persone a cui sono stati storicamente assegnati.

Nella prima parte del libro, tracci la storia dell’antiziganismo che culmina nella persecuzione nazista. Quali elementi evidenzieresti dalla storia dell’antiziganismo prima dell’Olocausto?
Per me è molto importante sottolineare che esiste una tradizione di antiziganismo. Non possiamo limitare il discorso alla storia occidentale moderna e contemporanea; al contrario, dobbiamo inserirlo in una lunga tradizione di antiziganismo e così comprendere quanto fosse già preparata la persecuzione della popolazione gitana quando arrivò il regime nazista.

Ritengo inoltre fondamentale la consapevolezza di quante di queste tradizioni siano ancora vive e di quanti episodi di persecuzione continuino ancora oggi. Questa è la cosa più importante per me, perché in questo unisco la preoccupazione di storica con quella civica di cittadina. L’Olocausto non si ripeterà come tale, ma il rischio di cadere in un abisso di antiziganismo assassino quanto lo fu quello della Seconda Guerra Mondiale esiste.

Per questo, nella prima parte del libro, traccio la storia dell’antiziganismo molto brevemente, ma in vari registri. Da un lato, quello giuridico e istituzionale, descrivo l’affermazione di un quadro legislativo che, fin dall’inizio, è andato costruendo i Gitani come la parte della popolazione su cui caricare tutti i problemi della società insediata. Dall’altro, parlo dell’antiziganismo culturale che è più intriso nella mentalità della società maggioritaria sotto forma di stereotipi. Esiste una linea di continuità molto forte tra gli stereotipi culturali antizigani che hanno preceduto l’Olocausto e quelli attuali.

In questa parte del libro mi interessa evidenziare la complessità di questi stereotipi, che è ciò che li rende convincenti. La società maggioritaria naturalizza molto gli stereotipi antizigani, inserendovi sia elementi negativi sia l’idealizzazione della figura del Gitano e, in particolare, della Gitana. Sono stereotipi complessi, che fanno coesistere l’idealizzazione etnica con la stigmatizzazione razziale. Essendo molto convincenti per noi a causa della loro complessità, questi stereotipi rimangono molto ancorati nella nostra mente. Non dobbiamo far altro che rivedere come sono visti i Gitani dalla società maggioritaria ancora oggi per renderci conto che questi stessi stereotipi continuano ad operare. Per non parlare, poi, di film e cartoni animati: la Esmeralda del Gobbo di Notre Dame ne è un buon esempio.

Nella seconda parte del libro il focus è sui ricordi di sei sopravvissuti all’Olocausto. Perché hai deciso di concentrarti sulle emozioni usando quello che definisci un approccio storico emozionale?
La seconda parte per me è stata la parte più positiva del processo di scrittura del libro, perché la prima parte si è rivelata un’immersione molto dolorosa in un inferno di maltrattamenti che raggiunge livelli inimmaginabili. Non si possono leggere la bibliografia e i documenti sulla persecuzione nazista del popolo gitano senza rabbrividire.

Tuttavia, nelle memorie, nonostante una narrazione in prima persona di una sofferenza così profonda, è possibile apprezzare anche un’agire vivace, una capacità di agire in positivo. Diventa ancora più evidente una volta terminato il processo persecutorio, quando le persone sopravvissute riescono a dotarsi degli strumenti per parlare in pubblico di quanto accaduto, per rivendicare il diritto al riconoscimento della propria sofferenza e ad avere un posto nella storia del proprio Paese .

Ho scelto quelle memorie perché parlano in prima persona, perché è la voce dei sopravvissuti. Ho cercato di rispettare molto la loro originalità, pur sottoponendole alla critica a cui una storica o uno storico deve sottoporre qualsiasi documento, detto in altre parole, contestualizzando la fonte storica. Questo vuol dire specificare chi ha fatto qualcosa, a quali condizioni, e se c’è stato qualcuno che l’ha aiutato o se c’è stato un editore che ha avuto un ruolo di primo piano.

Questo processo di contestualizzazione storica non è un modo per rimuovere autorevolezza alla voce stessa dell’autrice o dell’autore, ma viceversa, di collocarla nel suo contesto storico in modo che non sia discutibile. La memoria, sia quella romaní che quella ebraica, viene spesso accusata di essere soggettiva, selettiva e imperfetta. Ed è vero. Però, per me, quella è anche la sua ricchezza. Perché se si critica, si contestualizza e si studia con gli strumenti propri della disciplina storica, si può riconoscere che le memorie parlano non solo di ciò che accadde al tempo dell’Olocausto, ma anche di tutto ciò che è accaduto dopo.

Sono memorie passate al setaccio di una sofferenza che, nel caso del popolo gitano, si sono prolungate per 40 anni in una Germania e in un’Europa che hanno riconosciuto l’Olocausto gitano solo molto più tardi. Per me tutto questo è una sorta di scatola nera della memoria che trovo molto interessante da analizzare.

Ho scelto l’approccio della storia delle emozioni, perché avevo già praticato questa prospettiva in altri lavori precedenti. Contrariamente a quanto la definizione usata potrebbe far pensare, la storia delle emozioni non afferma che le emozioni siano qualcosa di naturale, istintivo: la paura viene fuori se sei in una situazione di paura, l’amore viene fuori se sei di fronte a uno stimolo amoroso. Al contrario, ciò che la storia delle emozioni afferma è che emozioni e sentimenti sono storicamente modulati.

Vale a dire che in ogni momento, in ogni epoca, in ogni società, tutte e tutti noi abbiamo imparato a esprimere le nostre emozioni in modo diverso, e perfino a sentire in modo diverso. Le emozioni, del resto, sono anche uno strumento cognitivo, uno strumento per gestire noi stessi nel mondo che ci circonda. Pertanto, ho trovato molto interessante analizzare le memorie dei Gitani sopravvissuti all’Olocausto da questa prospettiva, perché essa ci permette anche di approfondire i ruoli di genere all’interno della memoria.

Le donne gitane sono state le pioniere della memoria romaní dell’Olocausto. Perché sono state proprio loro a fare il primo passo per raccontare cosa era successo? E che ruolo hanno, in generale, le donne nei tuoi lavori?
Penso a Philomena Franz, la prima sopravvissuta all’olocausto gitano che ha pubblicato le sue memorie con il titolo “Tra l’amore e l’odio. Una vita gitana”. Lei, così come altre sopravvissute (tra cui Ceija Stojka e Lily Van Angeren), è riuscita a trasformare le proprie emozioni in qualcosa che le forniva strumenti utili per esprimersi, per rivendicare dignità. Quella dignità che i campi di concentramento e di dominio si erano tanto sforzati di rubarle, soprattutto la dignità emotiva, il diritto ad avere emozioni, soprattutto quelle positive. Nei campi l’affetto era una debolezza. Dunque, per me, questa è una rivendicazione tanto politica quanto può esserlo affermare di avere il diritto di essere presenti nella storia del proprio Paese. Dire, una volta fuori dai campi di concentramento, che si ha il diritto di provare emozioni, anche positive, in funzione delle quali organizzare un proprio racconto di quanto è avvenuto è insieme coraggioso e degno quanto politico.

Queste donne sono consapevoli di rompere tabù come donne gitane, vale a dire in quanto donne e in quanto gitane. Non bisogna dimenticare che è una costruzione diversa essere gitano o gitana.

Da Philomena Franz, che nelle sue memorie parla da donna sinti, cioè da gitana tedesca, fino ad altre donne gitane che, nel parlare delle violenze anche sessuali esercitate su di loro, tutte sanno di star rompendo dei tabù sessuali. In ogni occasione, queste donne sopravvissute dicono di parlare a proprio nome e per se stesse nella speranza che il loro sforzo serva per tutti. In nessun momento si attribuiscono la voce dell’intera comunità, perché rispettano molto le altre donne, soprattutto le più anziane, che non hanno voluto rompere il velo del silenzio che è stato imposto in seguito. Per me questo è un esercizio molto coraggioso di femminismo, se così vogliamo chiamarlo, che si trova all’intersezione di una doppia persecuzione. La questione dell’essere donna e quella di essere parte di un gruppo stigmatizzato da un punto di vista razzista.

Nel tuo libro parli molto del brodo di coltura che ha aperto la via alle politiche naziste e che ha giustificato il fatto che molte persone rimanessero in silenzio guardando da un’altra parte di fronte a tante persecuzioni e violenze. Pensi che l’incitamento all’odio di oggi stia creando un nuovo pericoloso terreno fertile? E quali pensi siano le chiavi affinché il passato non si ripeta? Detto in altre parole, come possiamo riuscire a creare una preoccupazione pubblica ampia per questo rischio?
È una domanda interessante e molto importante, proprio come chiusura della nostra conversazione, perché il fatto che ci sia una possibile connessione tra passato e presente riprende quanto si diceva nella prima domanda. Trovo particolarmente inquietante che alcune tradizioni dell’immaginario, profondamente intrise nella cultura occidentale fatta di stereotipi che non siamo stati in grado di smantellare né di decostruire, siano ancora vive e possano essere il fondamento per giustificare azioni contro qualsiasi tipo di gruppo collettivo umano. Alcuni di questi stereotipi, infatti, oggi, senza cessare di essere applicati al popolo gitano, vengono trasferiti e applicati a nuove minoranze vulnerabili, come le persone migranti di diverso tipo. Quindi è ovvio che c’è una connessione tra l’incitamento all’odio del passato e qiello del presente. Sì, c’è un pericolo reale, soprattutto perché quei discorsi oggi hanno piattaforme su cui vengono diffusi e una possibilità di estensione in molteplici reti sociali che non c’erano nel passato.

Cosa possiamo fare? C’è molto da fare, ognuna e ognuno nel suo ambito. Io, ad esempio, sono uscita anche dai binari classici della mia professione per provare a fare qualche cosa in più. Credo sia necessario uscire dall’ambito accademico e che la battaglia vada condotta negli spazi della divulgazione, del trasferimento del sapere dalla ricerca scientifica alla strada, a ciò che la società gestisce come conoscenza comune. Abbiamo girato un documentario basato sulle interviste a Philomena Franz, intitolato “Mi Holocausto”, proprio per mettere in prima persona la sofferenza causata dagli stereotipi. È disponibile liberamente per tutti a questo link .

Credo sia del tutto possibile collegare la ricerca universitaria con l’inquietudine sociale. Quello che dobbiamo fare è cercare format che siano interessanti e accessibili a un vasto pubblico. Con il libro Holocausto Gitano sono rimasta piacevolmente sorpresa dal fatto che sia riuscito a uscire dall’Accademia, dagli studenti, dall’università e che viene letto da persone con preoccupazioni simili. Ad ogni modo, voglio lasciar da parte il mio lavoro personale, che è solo una piccola goccia in tutto ciò che possiamo fare, per non sembrare poi così ottimista.

Penso che ci sia ancora moltissimo da fare e le associazioni romaní, sono le principali attiviste. Ci sono giornate della memoria, ci sono musei o spazi museali che fanno interventi su questi temi. C’è già il cinema, che è molto importante, ci sono i cineasti gitani e poi la letteratura. Sono tutti modi per entrare nel senso sociale, nel senso comune della società. Senso comune è un’espressione che utilizziamo dall’antropologia e dalla storia per parlare di ciò che una società ha assunto come naturale. Il senso comune è ciò che consideriamo vero senza doverci chiedere nulla ed è lì si infiltra lo stereotipo anti-gitano. C’è da svolgere un compito contro-narrativo molto lungo che arrivi a quegli spazi potenti nella creazione del senso comune sociale. E penso che sia nella letteratura, nel cinema, nella divulgazione in generale, nei luoghi della memoria e nei musei che bisogna entrare.


L’intervista di Melissa è uscita in precedenza anche sul quotidiano El Salto in lingua castigliana e si può leggere qui

La traduzione per Comune-info è di marco calabria

 

Nota terminologica tratta da wikipedia

(1) Rom sta ad indicare un determinato popolo romaní, ed è il termine con il quale molti non-romaní oggi usano indicare (in maniera inesatta) tutti i gruppi romaní. I documenti del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea utilizzano il termine plurale Roma come termine generico per indicare tutti i popoli romanì nel loro insieme.

Spesso, per indicare i popoli romaní, vengono usati anche altri termini: ad esempio, in italiano “zingari” (o “zingani” o “zigani”) e “gitani”; in inglese gypsies e travellers (“viandanti”); in francese gens du voyage (“viaggiatori”), tsiganes, gitans e manouches; in spagnolo e in catalano gitanos; in tedesco Zigeuner; in ungherese cigány; in polacco cyganie, ecc. Tali termini, usati per indicare le popolazioni romaní da parte di chi non ne fa parte (esonimi), sono percepiti da gran parte delle persone romaní come dispregiativi e offensivi,[2] oltre che negativamente connotati nella gran parte delle lingue.

Secondo diversi studiosi, il termine corretto da utilizzare sarebbe quello proprio dell’etnia o, più in generale, la locuzione popolazione romaní, sostituendo quindi i termini zingaro/zingari, laddove usati come aggettivi, con i corrispondenti aggettivi romanó/romaní.[2][3] In Italia, tuttavia, in documenti di emanazione ministeriale come ad esempio gli studi del Ministero dell’Interno,[4] si continua a utilizzare il termine “zingari” per indicare l’insieme delle etnie e l’aggettivo “romaní” viene utilizzato solo in relazione alla lingua propria dei rom e sinti.

Sulla parola zingaro, zingano o zigano esistono diverse ipotesi etimologiche. La parola è chiaramente imparentata con il francese tsigane, il portoghese cigano, il rumeno țigan, l’ungherese cigány e il tedesco Zigeuner. Fino all’inizio del XX secolo molti studiosi collegavano “zingaro” ad Athingan, una popolazione mista sira, etiope e nubiana, che si sarebbe stabilita in Tracia in seguito alle vittorie dell’imperatore Costantino V, e che sarebbe stata poi dispersa dalle invasioni turche (è l’opinione fra gli altri di Ottorino Pianigiani, autore del Dizionario etimologico italiano del 1907).[5] Attualmente, gli studiosi fanno risalire la parola dal greco medievale (Α)τσίγγανοι (A)tsínganoi (greco moderno Τσιγγάνοι, Tsingáni), tribù dell’Anatolia.[6][7] Non è escluso che l’etimo originario sia indo-ario, atzigan.[8] La stessa parola greca Ατσίγγανος viene collegata da alcuni studiosi[9] ad Αθίγγανοι Athínganoi, “intoccabili”, nome di gruppi eretici stanziati nelle regioni anatoliche di Frigia e Licaonia, che imponevano di non toccare le persone considerate impure. Il significato “intoccabili” però ha fatto pensare anche alla quinta casta indiana, i paria, considerati appunto impuri ed intoccabili. Questo ha indotto molti a immaginare che la connotazione della parola sia sempre stata negativa.

Altri ancora ritengono invece che la connotazione del significato fosse positiva, portando a sostegno di ciò un documento del 1387 di Nauplia, in Grecia, dove i veneziani confermarono i privilegi agli zingari concessi a loro dai bizantini.[10] Privilegi che ritroviamo per questi popoli in diversi documenti per un centinaio di anni in diversi luoghi dell’Europa, come quella, per esempio, del 1423:

«Noi Sigismundo, per grazia di Dio sempre Augusto Re dei Romani, Re d’Ungheria, di Boemia, di Dalmazia, di Croazia… Per la quale cosa dovunque il detto Ladislao Voivoda e la sua gente giungano nei nostri domini, città e castella, con la presente lettera comandiamo e ordiniamo alle nostre fedeltà che il medesimo L.V. e gli zingari i suoi sudditi, tolto ogni impedimento e difficoltà debbano essere favoriti e protetti e difesi da ogni attacco e offesa. Se poi tra loro stessi sarà sorta qualche zizzania o contesa, allora né voi, né nessun altro di voi, ma lo stesso Ladislao Voivoda, abbia facoltà di giudicare e liberare.»

(da Jean-Paul Clébert, Les Tziganes)

Intorno al XVI secolo il termine avrebbe assunto la connotazione – negativa – che troviamo ancora oggi.

La parola gitano, come l’inglese gypsy e il francese gitan deriva dallo spagnolo gitano a sua volta derivato dal latino *aegypt(i)anus, “egiziano” (aggettivo derivato da Aegyptus, “Egitto“). Questo appellativo è sicuramente collegato alla leggenda di una provenienza dei Romaní dall’Antico Egitto: secondo il mito, i Romaní sarebbero discendenti da Ismaele, figlio che Abramo ebbe dalla sua schiava Agar[senza fonte]

Piero Colacicchi[11] sostiene che “nomade“, riferito ai Rom, è un termine ottocentesco, usato non tanto per indicare lo stile di vita di questi quanto piuttosto con intento discriminatorio verso coloro che ritenevano “uomini inferiori” poiché “pigri, vagabondi, caratterialmente instabili”, in contrapposizione a quello dell’uomo eletto, amante della patria, posato e seguace della morale. Il termine è peraltro in contraddizione con le effettive condizioni sociali della popolazione romaní, che almeno in Italia è in gran prevalenza stanziale.

da qui

martedì 7 febbraio 2023

a proposito di memoria

Il ricordo sbiadito – Gianni Lixi

Come sempre gli ultimi giorni di gennaio assistiamo ad una grande quantità di manifestazioni che vogliono ricordare la Shoa’. Dovrei essere contento. Dovrei trovare conforto dal fatto che tante persone vogliono ricordare una delle pagine più tristi del genere umano. Eppure no, non solo non trovo conforto ma anzi provo un certo disagio, anzi un vero e proprio fastidio. Ho cercato di interrogarmi, ed ho provato a mettere in fila alcune considerazioni che potessero spiegare questo mio stato d’animo. Una delle prime cose che credo mi abbiano indisposto è il percepire che il coinvolgimento di molte delle persone che ricordavano era un coinvolgimento, nel migliore dei casi formale (e più avanti mi spiegherò). Badate bene la stragrande maggioranza delle iniziative condotte nelle scuole da bravissimi insegnanti non si discute ed è anzi da ammirare. Non è a queste che mi riferisco. Mi riferisco soprattutto a quelle istituzionali.

Ma perché ricordare? Ricordare perché queste cose non abbiano più a ripetersi. Ma che cosa non deve più ripetersi? Non deve più ripetersi la bestializzazione del genere umano per dirla con Primo Levi. La bestializzazione incomincia con la sua deumanizzazione, quindi il ricordo serve a riconoscere se e dove si stanno perpetrando forme di deumanizzazione che spianano la strada alla bestializzazione.  “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione…era stata portata a compimento…” ( “Se questo è un uomo”. Primo levi).

La storia purtroppo si ripete ma quasi mai ha gli stessi nomi e cognomi. Questa è la difficoltà, sapere riconoscere i suoi nomi e cognomi. Il popolo ebraico, i rom, gli omossessuali, le persone con disabilità hanno patito la raffinata tecnica nazista della deumanizzazione. Ma ora chi sono gli esseri umani che corrono più di altri il rischio di essere “bestializzati”? Gli ebrei? Sono loro che nel mondo attuale corrono quel rischio? Vediamo.

Come molti ebrei ci insegnano l’appartenenza all’ebraismo è aderire ad una religione. E’ una scelta di fede. Non appartieni ad uno stato. Oggi gli ebrei nel mondo sono 13 milioni circa. Una parte di questi ebrei occupa un’area del pianeta infliggendo atroci sofferenze alla popolazione che quell’area già l’occupava. In quell’area, la Palestina storica, esiste un paese, Israele, che attua nei confronti della popolazione locale politiche discriminatore e deumanizzanti. La stragrande maggioranza dei palestinesi è governata da leggi che non sono scelte da loro ed è per questo che due grosse organizzazioni internazionali HRW ( qui rapporto HRW ) ed Amnesty International ( qui sintesi del rapporto in italiano ), dopo dettagliato e minuzioso studio fornito di numerosissime argomentazioni molto ben documentate hanno dichiarato il regime di Israele un regime di Apartheid ( qui rapporto completo in inglese ) . Nonostante questo è di pochi giorni fa la notizia che in seguito ad una interrogazione sionista al parlamento europeo questo ha stabilito che, in questa istituzione, non si possa usare il termine apartheid perché secondo i criteri della assemblea plenaria dell’IHRA è un termine che sottace l’antisemitismo (qui). Ma che cosa è l’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). E’ una organizzazione formata da 35 paesi. Ogni membro di ciascun paese è un fidato sionista. Prendiamo il nostro rappresentante Luigi Maccotta (ora ambasciatore a Città del Messico ad inizio carriera lavorava all’ambasciata di Tel Aviv). Fa parte di una rivista ebraica online, “Riflessi Menorha” (qui) che seppure critica con le rovinose iniziative di Netanyhau , ha però tra i suoi scopi principali quella di sostenere Israele. Cioè non sostiene solo gli ebrei sostiene uno stato. Nella definizione dell’IHRA di antisemitismo si sostiene che criticare Israele è antisemita. Come potrebbero questi 35 fidati membri che devono curare gli interessi di israele, dire qualcosa di diverso. Se 35 membri sionisti che sostengono Israele si incontrano per aiutarlo il minimo che possono fare e cercare di usare l’antisemitismo per associare gli ebrei agli israeliani in modo che si possa impedire di parlare male degli israeliani sennò puoi essere tacciato di antisemitismo. Non è quindi la definizione dell’IHRA che mi stupisce. Mi stupisce e mi preoccupa che il parlamento europeo scelga questa definizione chiaramente strumentale ed anzi sollevi perplessità sul grosso lavoro fatto da organizzazioni internazionali, riferimento per tanti che si occupano di diritti umani, e segnatamente per il lavoro fatto da Amnesty che ha accertato con prove documentali che Israele applica un regime di Apartheid nei confronti della popolazione palestinese. Mi preoccupa perchè da questo deduco che il parlamento non è imparziale. Sceglie senza se e senza ma Israele. La Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui oPt (territori palestinesi occupati) Francesca Albanese ha espresso seria preoccupazione per l’assenza di imparzialità del parlamento europeo (qui ). Non è difficile immaginare che alla base della mancanza di imparzialità ci sia il lavoro della lobby israeliana impegnata non a difendere l’ebraismo ed i suoi insegnamenti di fratellanza ma a difendere Israele e tutte le nefandezze che compie.

In America gli ebrei sono determinanti in ogni elezione presidenziale. I soldi dei cittadini americani vengono utilizzati per fornire armi agli israeliani che così possono continuare ad occupare terre che per il diritto internazionale non sono loro (30 miliardi di dollari in 10 aa solo in spese militari). Ed a parte il diritto internazionale, in tutto il mondo ci sono più di 7 milioni di rifugiati palestinesi cacciati via dalle loro terre non 2000 aa fa ma alcuni decenni fa che ogni giorno ce lo ricordano. Voglio sgombrare il campo da facili critiche. E’ assolutamente vero che esistono soprattutto in America delle frange di popolazione appartenenti all’area dei suprematisti bianchi che inneggiano all’antisemitismo e questo ci deve certamente preoccupare. E’ paradossale però che proprio Israele non se ne preoccupi. Non è un mistero che le più grandi concessioni che Israele ha avuto dall’America le ha avute con l’amministrazione Trump (vedi il riconoscimento di Gerusalemme capitale ecc..). Trump ha tra il suo bacino elettorale proprio i suprematisti bianchi che inneggiano all’antisemitismo. La destra più nera e fascista che ci sia in America. Anche in Italia Salvini e Meloni, in prima linea a “ricordare” , hanno tra il loro bacino elettorale esponenti dichiaratamente antisemiti. L’unica spiegazione che sono riuscito a darmi è che agli israeliani più che gli ebrei interessano gli israeliani e fra destre si intendono molto anche a scapito dell’interesse del popolo ebraico. Sono moltissimi ormai nel mondo gli ebrei che si stanno discostando dal feroce governo di Apartheid israeliano.

Sono quindi gli ebrei quelli che rischiano di più una ghettizzazione e deumanizzazione nel mondo contemporaneo? Come già detto le ideologie di destra, in America ed in Europa inneggiano ancora all’antisemitismo e non bisogna abbassare la guardia. Ma ci sono anche gli ebrei che non sono d’accordo con Israele che sono isolati e ghettizzati in America e nello stesso Israele. Gli ebrei ortodossi che seguono la religione ebraica e che sostengono che nella Torà non c’è nessuno riferimento ad uno stato ebraico, vengono picchiati dai coloni israeliani così come accade ai palestinesi. Le loro manifestazioni in favore dei palestinesi vengono violentemente represse dall’esercito israeliano. Si, questi ebrei vengono trattati così per la loro fede nell’ebraismo e gli israeliani hanno quindi verso questi ebrei un comportamento antisemita. Ma a parte questi ebrei ed i palestinesi sottoposti a trattamenti deumanizzanti a causa dall’Apartheid israeliana, nel mondo ci sono altri gruppi etnici che vengono sempre più ostracizzati. L’ISC (Islamophobic study center) ha redatto nel 2021 un interessante rapporto sull’islamofobia in America (qui ). L’ISPU (Istitution for Social Policy and Understnding) ha elaborato una esauriente guida dal titolo “Countering and Dismantlig Islamophobia” (contrastare e smantellare l’Islamophobia qui) . Con lo stesso titolo c’è in rete un seminario organizzato dall’ISPU e disponibile su you tube (qui). In questi interessantissimi documenti si fa notare come ci sia una stretta relazione tra Islamofobia, Antisemitismo e Razzismo contro le persone nere.

In tutte le iniziative per ricordare la Shoà, da molti anni a questa parte non si cerca di analizzare atteggiamenti o anche scelte politiche che possono essere in qualche maniera legate all’antisemitismo , ma si celebra in maniera formale e distaccata il ricordo dei morti. In qualche occasione lo si utilizza addirittura per poter far sventolare la bandiera di uno stato che sta disumanizzando un intero popolo. Non è questo che intendo io per ricordo. Ed infatti mi è sembrato totalmente inopportuno e fuori luogo accostare, come ha fatto il presidente Mattarella, la guerra in Ucraina alla Shoà. Così si svilisce il termine di “antisemitismo”. Quella è una aggressione di una nazione su un’altra nazione così come molti paesi Europei ed America hanno fatto e continuano a fare con motivazioni molto discutibili, ma che non c’entra niente con l’antisemitismo.

Dobbiamo ricordare, dobbiamo farlo perché la storia si ripete, ma dobbiamo anche saper riconoscere i nuovi nomi ed i nuovi cognomi!

da qui


qui il rapporto della Relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese: Diritti umani in Palestina



Porrajmos, il genocidio dimenticato - Francesca de Carolis

Porrajmos. Non tutti, forse, conoscono questa parola. Eppure, è una delle parole del genocidio. Porrajmos, in lingua romanì, che può essere tradotto con “il grande divoramento” oppure “devastazione”, è lo sterminio di sinti, rom e camminanti di cui raramente si parla. Eppure, le stime parlano di un numero che va dalle 300mila alle 500mila vittime. E nonostante le ricerche e gli studi siano andati avanti, questa tragedia collettiva non ha ancora avuto il giusto riconoscimento.

Una data per quelli che noi frettolosamente e senza troppe sottigliezze chiamiamo “gli zingari”, per ricordare il loro dramma, c’è: è il 2 agosto, scelto in base a un accordo internazionale perché il 2 agosto del 1944 molti rom, donne bambini e anziani, furono sterminati a Birkenau. Ma chi lo sa?
Le nostre distrazioni sono tante, e vengono da lontano. Nel processo di Norimberga, ricordano gli storici, in alcune deposizioni qualcuno parlò di sterminio degli “zingari”, ma nessun rom o sinti fu chiamato a testimoniare.
Mentre non c’è stato posto per loro nella legge italiana che istituì il Giorno della Memoria.
Un’assenza che non è casuale. Il nostro pregiudizio è tanto, e l’emarginazione passa anche per la negazione del ricordo.
Certo, non aiuta il fatto che la memoria cui si affidano rom e sinti è prevalentemente orale. Ma voglio suggerire la lettura di un libro che tanto racconta: “Forse sogno di vivere”, testimonianza della terribile esperienza di una bambina rom deportata a 11 anni a Bergen-Belsen, insieme alla madre. La bambina, Ceija Stojka, da quel lager si è salvata, ha poi fatto la venditrice ambulante, a Vienna, e quei giorni tremendi ha continuato a testimoniare non solo con questo libro scritto cinquant’anni dopo, ma anche in tante sue poesie, in dipinti, che sono racconti di vita, che sono racconti di morte. E’ morta proprio sul finire del gennaio di dieci anni fa…
Porrajmos.
Gli studi storici continuano. Oggi sappiamo delle violenze e dei morti nei campi di concentramento europei, soprattutto di Auschwitz, Kulmhof, Bialystok e, ma anche in Italia. A Perdasdefogu (Nuoro), ad Agnone (Campobasso), a Tossicia, ai piedi del Gran Sasso, a Ferramonti (Cosenza), a Poggio Mirteto (Rieti), nel manicomio dell’Aquila, a Gries (Bolzano), come ha ricordato l’associazione Migrantes, che ha sottolineato anche che molti dei rom sopravvissuti “diedero un contributo significativo alla nascita della democrazia nel nostro Paese”. Ma chi lo ricorda? Chi li celebra oggi?
Ritornano le parole di Ceija Stojka: “Auschwitz non è morto, sta solo dormendo”. Monito cui dovremmo dare ascolto.
Non vi sembri troppo, ma il fantasma di Auschwitz (con quell’altra parola del genocidio, Porrajmos) che pure dorme, è lì, dietro tante storie dell’oggi che sono storie di emarginazione e di spregio cui non facciamo più caso. Chi si è accorto delle difficoltà delle famiglie rom “chiuse” nei campi durante la pandemia? Chi ne ha parlato? Ricordo la voce accalorata di Marcello Zuinisi, che aveva impegnato tutta la sua vita nella difesa dei diritti dei rom. Marcello, che ora non c’è più, allo scoppio della pandemia, denunciando il peggioramento delle condizioni che ne seguì per chi viveva nei campi, mi disse: “Possibile che nessuno si occupi della situazione nei campi rom? Dell’isolamento che rischia di portare alla morte per fame e malattie… Nessuno risponde, mentre le famiglie piangono dalla fame…”.
E che dire delle quotidiane forme di “respingimento” dettato dalla nostra idea di decoro, degli sgomberi per lo più forzati che tante famiglie hanno lasciato per strada. Anche se da tempo l’Associazione 21 luglio” (che appunto di diritti dei rom e sinti si occupa), ad esempio, spiega che il superamento dei campi rom è possibile tanto per cominciare “finendola di considerare gli abitanti dei campi rom dei ‘disabili sociali’, bisognosi di interventi rieducativi su base etnica”…
E parlando della difficile vita dei rom, come non pensare alla vicenda di Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto che il 25 luglio dello scorso anno è “caduto” dalla finestra della sua casa, nel quartiere romano di Primavalle, durante un intervento della polizia. Che volete, era un disabile, disturbava per strada, era pure un rom… Se ne è parlato davvero solo dopo che l’Associazione 21 luglio, insieme a Riccardo Magi che ha presentato un’interpellanza, ha denunciato l’episodio in Parlamento, ed è partita l’inchiesta che va avanti e oggi si allunga la lista degli indagati, lo svelamento di violenza e depistaggi…
Per la cronaca, Hasib Omerovic è uscito dal coma dopo due mesi, è ancora ricoverato, e solo adesso inizia a muovere autonomamente i primi passi. Mentre la sua famiglia è subito fuggita dalla casa in cui abitava. “Abbiamo paura”, avevano detto…
I momenti più bui della nostra Storia, sono lì, acquattati dietro le violenze, le discriminazioni, le offese che non sempre vogliamo vedere…
Pensando al “Porrajmos”, quella declinazione del genocidio che il Giorno della Memoria sembra dimenticare.

da qui

mercoledì 27 giugno 2018

Rom e Sinti - Mao Valpiana



Ce ne sono di stronzi e di bravi, di ladri e di onesti. Come in tutte le etnie, c’è del buono e del marcio. Come in ogni popolo, male e bene si mescolano. Ma c’è un punto sul quale gli “Zingari” sono davanti a tutti: non hanno l’esercito e non hanno mai fatto la guerra. Hanno subìto il “porajmos”, lo sterminio nazista. Basta questo per onorarli.

domenica 12 marzo 2017

le parole sono importanti

a proposito di un articolo e di una vivace discussione
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Il primo marzo nel campo Rom di Monserrato sono intervenuti Carabinieri e Vigili Urbani
ecco cosa hanno fatto

Il due marzo appare un articolo sull’Unione Sarda:
"Una discarica di 350 metri cubi di rifiuti pericolosi e speciali.
È stata questa la brutta sorpresa che ieri mattina i vigili, i carabinieri e gli amministratori comunali hanno trovato nel campo rom di proprietà del comune di Monserrato.
Durante un normale controllo programmato da tempo nell'area sportiva dell'ex aeroporto destinata ai nomadi, le autorità si sono ritrovate davanti una montagna di rifiuti tra bici, sedie, fili di rame, ruote, cassettiere e tanto altro.
«Per questo si è proceduto al sequestro penale dell'area interessata e a segnalare gli autori dell'illecito ambientale all'autorità competente», fa sapere il sindaco Tomaso Locci attraverso una nota ufficiale.
Non è stato però questo l'unico illecito registrato al campo rom. Perché sono state individuate quattro persone non autorizzate che vivevano nel campo, le quali sono state identificate e poi subito allontanate."
(di Virginia Saba)


allora per la Comunità Rom di Monserrato
Dosta, ASCE, Maikon Sulejmanovic, Ratko Halilovic e Antonello Pabis
indicono una conferenza stampa:

Il 2 Marzo 2017 sull'Unione Sarda abbiamo letto “Rifiuti speciali e abusivi: sequestrato il campo rom.”
Ancora una cronaca meschina per criminalizzare un'intera comunità e un'intera etnia.
Si parla di una intera discarica di 350 metri cubi di rifiuti pericolosi e speciali”.
E' FALSO! Come non esiste alcun sequestro del Campo. Basta andare per vederlo.
E con un poco di avvedutezza chi conosce il campo può comprenderlo dalla sola lettura e attraverso un banale ragionamento. Infatti per contenere 350 metri cubi ci vorrebbe un immenso capannone di 10 metri di larghezza, 12 di lunghezza e tre di altezza. Davvero troppo per un campo di poco più di 2000 metri quadri.
I pericolosi rifiuti speciali sono nient'altro che il deposito, nell'attesa di essere conferiti, di materiali metallici raccolti, come attività finalizzata all'unica possibilità di sopravvivenza attraverso il lavoro regolare.
Si tratta di condizioni ben note e perciò nessuna “brutta sorpresa” possono aver avuto i vigili urbani che possono godere a tutte le ore del giorno e della notte delle immagini provenienti da un sistema di video sorveglianza sistemato abusivamente e illegalmente sull'intero campo rom.
Ma le notizie pervenute o comunque pubblicate dal giornale appaiono giustificate solo da un intento persecutorio e inutilmente minaccioso: imprudenti le parole del sindaco che afferma che gli alloggi dei rom appaiono assegnati senza alcun titolo.
Se così fosse sarebbe un problema da addossare all'Amministrazione Comunale e non certo agli abitanti.
L'intento persecutorio appare infine simboleggiato dal sequestro della statua apposta nella Piazza della Pace (non della Guerra), un'opera donata al Comune dallo scultore Armandino Lecca che rappresenta il Porrajmos, lo sterminio dei rom perpetrato nei campi di concentramento nazisti.
Uno sfregio dettato forse soltanto dall'ignoranza e tuttavia simbolico di un razzismo istituzionale che prevede, quando si parla di rom, della sospensione dei diritti con conseguente negazione di ogni opportunità.
Nessuna parola positiva tendente a trovare soluzioni, ma solo un oggettivo incitamento a diffondere un'idea negativa dell'intera etnia (compresi molti italiani) che ci preoccupa moltissimo, tanto più considerando il ripetersi di fenomeni di rigurgito fascista e razzista che restano spesso impuniti.
Nella speranza di poter rimediare quanto possibile, la comunità ha chiesto al Sindaco l'apertura di un tavolo di confronto da attivare con urgenza per favorire la conoscenza e la responsabilizzazione di tutte le parti interessate.
Per approfondire l'argomento la comunità rom di Monserrato, con l'Associazione Dosta e l'Asce, invitano a partecipare alla Conferenza stampa che si terrà lunedì 6 alle ore 16.00 alla quale seguiranno un'ASSEMBLEA PUBBLICA al Campo Rom di Monserrato, nello spiazzo antistante la statua sequestrata e ripresa nel video allegato.
per la Comunità Rom di Monserrato
Dosta, ASCE, Maikon Sulejmanovic, Ratko Halilovic e Antonello Pabis

ecco qui quello che è successo alla conferenza stampa

venerdì 27 gennaio 2017

Ad Auschwitz c'è una casa



(dal film "Latcho Drom", di Tony Gatlif)

[1944]
Testo di Růžena Danielová
Musica: Tradizionale
Lyrics by Růžena Danielová
Music: Traditional


Interpretazioni/Performances:
Růžena Danielová
Margita Makulová, nel film Latcho Drom di Tony Gatlif
 (1993)



AD AUSCHWITZ C'È UNA CASA

Ad Auschwitz c’era una casa
E c’era mio marito imprigionato
Seduto, seduto si lamentava
E a me lui pensava.

Oh tu uccello nero
Porta le mie lettere
Portale, portale a mia moglie
Perché sono imprigionato ad Auschwitz

Ad Auschwitz c’era una grande fame
E noi non avevamo nulla da mangiare
Nemmeno un pezzo di pane
E la guardia del blocco è cattiva.

Quando tornerò a casa
ammazzerò la guardia del blocco.
Quando tornerò a casa
ammazzerò la guardia del blocco.

mercoledì 9 dicembre 2015

Rom e sinti al confino in Sardegna e un museo online - Monia Melis

Non campi di concentramento, ma un generico confino. Al resto, pensavano le pietre polverose delle campagne sarde, la miseria dei paesi: i più ricchi sull’asino, gli altri a piedi. La Sardegna è stata anche terra di deportazione tra il 1938 e il 1940, una manciata d’anni anni alla fine del Fascismo, in cui l’Isola è diventata la meta – obbligata – dei rom dell’Istria. Il vero inizio di una politica di repressione tutta italiana, rimasta per decenni una pagina fumosa, tutta da studiare. Le storie di Rosa Raidich, dei suoi figli tra cui Graziella (Lalla) nata a Perdasdefogu rientrano nel Porrajmos: termine romanesh che significa “divoramento”, di fatto: sterminio.
I rom sinti erano infatti considerati “spie” da Mussolini, al pari degli ebrei: e quindi da isolare e neutralizzare, successivamente anche in veri lager nel Sud Italia (Molise e Abruzzo) e in Emilia Romagna. Fino alla deportazione negli ultimi anni del regime in Germania  e Polonia con l’uccisione di migliaia di uomini, donne, bambini: la stima è di 500mila.
Il lavoro di studio e ricerca di documenti e testimonianze è stato portato avanti dal Centro studi zingari di Roma e da vari giornalisti e storici, tra cui Mirella Karpati. Una rete in parte ricostruita di storie, racconti e vite di passaggio. Dopo il 1945 delleottanta persone confinate in Sardegna non c’è più traccia: sono tutte tornate nel continente, a caccia dei loro parenti che spesso non troveranno. Anche se è probabile che – in parte – alcuni siano rimasti. Ne è convinto Luca Bravi, dell’Università di Chieti, uno dei ricercatori che si è occupato dei rom in Sardegna. Autore, insieme a Matteo Bassoli, del “Porrajamos in Italia. La persecuzione di rom e sinti durante il fascismo”. Se ne è parlato in uno dei tanti appuntamenti della tre giornate del convegno organizzato dalla Caritas a Cagliari dal titolo “Da Zingaro a cittadino”.
L’ordine al confino, scritto, è stato dato nel 1941: una circolare arrivata dal ministro degli Interni, firmata dal capo della polizia Arturo Bocchini. Si ordinava: «gli zingari di nazionalità italiana certa aut presunta ancora in circolazione vengano rastrellati nel più breve tempo possibile et concentrati sotto rigorosa vigilanza in località meglio adatte a ciascuna provincia». Prima ancora c’era stato un rigido e dettagliato censimento. Poi, l’ordine delle partenze: fino a Civitavecchia, poi la nave. Ottanta persone sparpagliate in paesi minuscoli: nel Nuorese e nel Sassarese. A Lula, Perdasdefogu passaggi certi che si ritrovati anche nei documenti dell’Archivio di Nuoro e di Pasino, in provincia di Pola. Ma i movimenti verso l’Isola erano iniziati già prima, nel 1938: un’altra donna, Angela Levacovich: nessun reato a suo carico, solo l’essere rom. E così è arriva a Lula, poi spostata a Perdas. I cognomi sono soprattutto slavi: Levacovich, Poropat, Raidich, Stepich, Carri. Ma secondo gli studiosi non erano gli unici presenti in Istria in quegli anni. Le altre famiglie in quanto “zingari autoctoni nazionali” non subirono il confino, almeno fino al 1940, quando la persecuzione arrivò anche per i rom italiani.
Sulla nave per la Sardegna salirono anche molti bambini: anche se a conti fatti il viaggio per il confino sarebbe stato più costoso rispetto all’affidamento all’Opera maternità e infanzia.  All’arrivo lo smistamento a chilometri e chilometri di distanza: una o massimo due famiglie per paese, in alcuni casi anche donne sole. Una a Urzulei, una a Bortigali e così via: Ovodda, Talana, Loceri, Nurri, Posada, Padria, Martis, Chiaromonti e Illorai.
Della loro vita di tutti i giorni poche tracce scritte, nei racconti di chi riesce a tornare in Istria soprattutto la fame nera, gli stenti vissuti nella miseria sarda. Condizioni condivise e familiari con gli abitanti: “C’era una fame terribile – racconta Rosa Raidich – Un giorno, non so come, una gallina si è infilata nel campo. Mi sono gettata sopra come una volpe, l’ho ammazzata e mangiata dalla fame che avevo. Mi hanno picchiata e mi sono presa sei mesi di galera per furto”.
Partono tutti di nuovo verso il continente solo dopo il 1945, quando la guerra è di fatto finita e si smantellano pure i lager tedeschi. “Non esistono più testimoni diretti del confino, ma è di fatto un racconto corale e vivo nella tradizione orale delle famiglie rom”, spiega il ricercatore Bravi. I documenti scritti portano anche a una bimba rom, nata proprio a Perdasdefogu: Graziella detta Lalla, figlia di Rosa Raidich. Ed è un’eccezione quasi nazionale, perché di fatto venivano evitate le registrazioni. È la stessa Rosa Raidich a darne testimonianza: “Mia figlia Lalla è nata in Sardegna a Perdasdefogu il 7 gennaio 1943, eravamo lì in un campo di concentramento”. Nessun lager è stato, poi, accertato. Anche se non si esclude – spiega Bravi: “che esistessero zone recintate”, o aree in cui i confinati rom non potessero attraversare sempre “per motivi di sicurezza”.
Eppure Lalla di Perdas ebbe anche una madrina per il battesimo, come racconta Giacomo Mameli, in un articolo sui rom di Foghesu. Tra la miseria di quegli anni e qualche pezzo di pane diviso le donne spiccavano rispetto ai paesani: sapevano anche leggere e scrivere. Come dimostrano i documenti e le stesse lettere inviate dalla Raidich alle autorità: scrittura sghimbescia ma ferma soprattutto nelle intenzioni. Negli anni di confino scrive per reclamare l’indennizzo previsto per gli internati dal regime: “Ma che – spiega Bravi – lo Stato non corrispondeva praticamente a nessuno”. E ancora, ormai dopo molti anni dal ritorno nella penisola chiede i documenti di quella figlia nata a Perdas. E di cui, a dispetto di tutti, è rimasto segno nelle carte, del Comune e pure della parrocchia.
Monia Melis (da qui)


La ricostruzione e la diffusione della conoscenza del Porrajmos, la persecuzione e lo sterminio dei rom durante il Nazismo – di cui il confino in Sardegna è una piccola pagina – rientra nel recupero della memoria. E di una parte di storia le cui prove scritte, schede biografiche, documenti di transito sono in parte ancora da rintracciare. La deportazione dall’Italia di rom e sinti, nella sua imponenza, è stata tramandata soprattutto dai racconti e dalle testimonianze orali. Il lungo lavoro di ricerca e catalogazione è partita dagli anni 2000 grazie al Centro studi zingari di Roma e a diversi ricercatori. Esiste in rete un vero museo virtuale, qui il link.
La raccolta Memors è un progetto finanziato dall’Unione Europea  nell’ambito del programma EACEA che si prefigge l’obiettivo di ricostruire storia e memoria della deportazione delle popolazioni sinte e rom. Al centro del lavoro, si legge, la diversità di queste minoranze linguistiche, spesso del tutto ignorata nel dibattito pubblico. Strumenti utili per smontare stereotipi che ancora resistono.
Non solo commemorazioni. Il materiale storico si affianca all’identificazione dei quattro campi di concentramento nella penisola, alla raccolta di testimonianze video e alla realizzazione di incontri e spettacoli.

venerdì 31 luglio 2015

Non chiamarmi zingaro – Pino Petruzzelli

ci sono libri necessari che, come I Promessi Sposi, andrebbero letti in tutte le scuole. 
Non chiamarmi zingaro è uno di quelli, parla di cose sconosciute, è istruttivo, smonta pregiudizi, ti costringe a prendere posizione, ti fa conoscere tanti fatti e storie che sono a portata di mano, basta non girare gli occhi.
alla fine del libro incontri Mariella Mehr, e il Porrajmos.
e avrai conosciuto Dragan, Walter, Doro, Alin, Mari, Florian, Elena, Bobby, Manush, Alma, Mirko, Mauso, Adamo, Carla, Vasko, Anna, Unica, Riccardo, Marsela, Joseph e Giovanni, tra gli altri.
cerca questo libro, ti mancava - franz






…è un libro itinerante che va direttamente al cuore. Racconta le storie e le tradizioni di una popolazione in fuga, da noi disprezzata ed etichettata con il termine "zingaro", che porta dietro di se' un lungo percorso di emarginazione, intolleranza e sofferenza. L'autore ci porta a conoscere questo popolo e le sue storie di vita quotidiana, raccontandoci le testimonianze degli uomini che ha incontrato nel suo cammino per le strade e i campi rom dell'Europa...
da qui

«Mi fate ridere quando vi sento dire che avete paura di noi. Ogni volta che ci fermiamo con la roulotte in una zona isolata, andiamo a dormire con la speranza che nella notte non arrivi qualche balordo a darci fuoco con una tanica di benzina. "Che facciamo stasera? ma sì, andiamo a bruciare questi zingari." Abbiamo paura. Prova a immaginare cosa accadrebbe se finissi nelle mani di un gruppo di naziskin. Mi taglierebbero a pezzi e mi metterebbero nel forno di casa. Perché devo vivere nel terrore? Per fortuna che c’è la polizia. Se non ci fossero loro non ci sarebbe più un sinto o un rom sulla faccia della Terra.»
Ecco un libro che dovremmo leggere tutti: giovani e meno giovani, di sinistra e di destra, italiani e non.
Gli zingari ci fanno paura, ce ne hanno sempre fatta, ma ora, com'é risaputo e come si percepisce benissimo anche senza guardare il telegiornale o leggere i quotidiani, la cosa, almeno in Italia, sta assumendo proporzioni enormi….


Campioni dell’illegalità, noi italiani. Ma i lavavetri no, per loro scatta la tolleranza zero. Tutti a correre come pazzi sull’autostrada, ma se un rom ubriaco provoca un incidente ecco che parte l’emergenza zingari, tutti colpevoli. Allora può essere utile saperne di più: leggere queste storie di rom e di sinti fa uno strano effetto. La zingara medico che sorveglia sulla nostra salute, lo zingaro responsabile degli antifurti di una banca (sic!), l’insegnante, i bambini che vanno a scuola (migliaia di zingari fanno gli infermieri e i fornai), il prete: realtà che sembrano straordinarie ma che appartengono alla vita quotidiana. E che Petruzzelli riporta dando la parola a loro, andandoli a trovare nelle periferie delle nostre città ma anche in Romania, Bulgaria, in Francia. Racconti di vita dura e sofferta, di miseria e di intolleranza, di forti tradizioni, diverse dalle nostre. E quindi da nascondere. L’autore ricorda anche le persecuzioni e le torture che gli zingari hanno subito in Germania e in Svizzera. Storie scomode, che nessuno vuole riconoscere, per evitare possibili risarcimenti. Chi difende gli zingari? Nessuno.