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venerdì 27 agosto 2021

Afghanistan, il silenzio dei musulmani - Tahar Ben Jelloun

C'è bisogno che gli islamici di tutto il mondo reagiscano a questa orribile deviazione della loro religione da parte di delinquenti e barbari.

Un silenzio assordante dei paesi musulmani ha accolto la vittoria dei talebani in Afghanistan. Indifferenza o semplice passività, o piuttosto una vecchia abitudine a non dire nulla, a non fare nulla quando l'Islam viene usato per un compito indegno dei suoi valori?

Il Qatar, che ha aiutato discretamente i talebani, si comporta come se non avesse nulla a che fare con loro. Non una parola. Né l'Arabia Saudita ha fatto alcun commento. Eppure c'è molto da dire sul modo in cui l'Islam viene deviato per diventare bandiera e ideologia del terrorismo talebano.

Perché i popoli musulmani di tutto il mondo non reagiscono a questa orribile deviazione della loro religione da parte di delinquenti e barbari? Perché un'istituzione come Al Azhar, al Cairo, non si esprime con fermezza e senza ambiguità contro queste bande di distruttori dell'Islam? Perché assistiamo quotidianamente al trionfo dell'orrore in Afghanistan come in alcuni Paesi africani, senza muoverci, senza gridare, senza manifestare nelle strade il rifiuto assoluto di questa barbarie arrogante e trionfante?

Boko Haram significa "libro proibito". Talebani significa "studenti". Sia il primo che i secondi si incontrano nel tunnel dell'oscurantismo. Entrambi i fenomeni sono segnati dall'odio per i libri e la cultura. Dall'odio e l'asservimento della donna.

Da molto tempo l'Islam è usato da dei criminali come ideologia e bandiera di un nuovo ordine, quello della sottomissione e della schiavitù dei bambini e delle donne. Inutile ricordare che niente di tutto questo esiste nell'Islam, ma si lascia aperta la porta alla possibilità che la gente creda che l'Islam sia questo.

I testi, letti con intelligenza, scagionano l'Islam da questi atti di violenza. Ma è necessario mobilitarsi ovunque nel mondo musulmano per rifiutare questi abusi che negano ogni civiltà, ogni cultura, ogni umanità.

In Nigeria, Boko Haram rapisce giovani liceali per indurre i genitori a non mandare più le loro figlie a scuola. I talebani fanno traffico di droga per comprare armi e conquistare un intero Paese. L'11 marzo 2001, il patrimonio culturale mondiale subì un danno irreparabile con la distruzione delle monumentali statue di Buddha a Bamiyan. Il mondo musulmano, contrariamente al mondo occidentale, non reagì.

Vent'anni dopo, gli insorti si sono impadroniti delle principali città senza nemmeno dover combattere. Kabul si è arresa. Nel frattempo, il presidente del Paese è fuggito all'estero. L'esercito regolare afghano è così corrotto che non ha opposto resistenza. Ha consegnato il Paese a una banda di uomini armati fino ai denti, pronti a imporre le proprie regole sul funzionamento di una società in cui le donne sono considerate schiave degli uomini.

Un abitante di Baghlan (una provincia del Nord) racconta: "Tutte le forze governative sono fuggite subito dopo l'arrivo dei talebani senza la minima resistenza".

Le donne fuggono prima che arrivino i talebani. Sanno che saranno violentate o costrette a sposare uno dei capi. Una giovane donna afghana ha detto all'Afp che "piange giorno e notte nel vedere i talebani costringere le ragazze a sposare i loro combattenti". Piange perché sa quale destino l'aspetta se cade nelle mani di questi individui.

Per ordine di Joe Biden, gli americani, dopo vent'anni di presenza, si sono ritirati da questo pantano. Ci si chiede perché si siano imbarcati in questa avventura. I vari leader americani non hanno tratto alcuna lezione dalla sconfitta in Vietnam.

Certo, c'è stato prima l'intervento sovietico, poi la lotta contro il comunismo e l'ateismo dell'Arabia Saudita e infine l'arrivo degli americani con l'intenzione di addestrare l'esercito afghano per difendere il Paese dalla barbarie. Un fallimento su tutti i fronti. La guerriglia urbana ha più risorse della guerra convenzionale. E così l'Afghanistan diventerà il centro del terrorismo su scala globale.

Gli europei temono un afflusso massiccio di rifugiati afghani. L'Iran ha già accolto 3,5 milioni di afghani in fuga e il Pakistan 1,4 milioni. Gli europei sono pronti a dare soldi a questi due Paesi perché accettino altri rifugiati. La paura di vedere arrivare sul suolo europeo delle famiglie afghane è reale. L'asilo politico per questi milioni di rifugiati non funziona più.

Il mondo ha assistito al crollo di un esercito e di uno stato in pochi giorni. Si dice che alcuni governatori abbiano negoziato con gli insorti per fuggire, lasciando le città aperte ai talebani. Il male viene da lontano. La corruzione e la mancanza di legittimità dei governanti hanno contribuito alla rapida vittoria dei talebani.

Il silenzio del mondo musulmano ha sorpreso tutti. Un paese, una società, sono caduti nelle mani di persone che non sanno nulla dell'Islam e della sua filosofia. La vittoria dei talebani è il trionfo dell'oscurantismo religioso, la sottomissione delle donne e la fine della cultura. E tutto questo viene imposto a un popolo in nome dell'Islam.


da qui

mercoledì 27 luglio 2016

Appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam - Tahar Ben Jelloun

L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.

Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

(traduzione di Elisabetta Horvat)

martedì 21 giugno 2016

Lo scrivano – Tahar Ben Jelloun

un po' libro di ricordi, ma anche di ossessioni, di viaggi e ritorni, di amori e disamori, di (poche) amicizie e di rancori, di chi guarda la vita, e la vive e la scrive in prima persona.
scrittura fatta di frasi martellanti, scandite, con un ritmo implacabile.
non sarà perfetto, ma è un libro vivo, Tahar Ben Jelloun sa come si scrive e, sopratutto, come farsi leggere - franz





Due sole frasi tratte dal libro per indicare cosa non si trova nello stesso. Non è un testo che parla di scrittura. É però un libro che vaga nella vita di un bambino malato che si rifugerà nell'immaginazione. Un bambino malato che sognava la vita, ma da adulto nostalgico non potendo viverla, la scriverà.
«Dunque scrivo invece di vivere. Seduto al tavolo stendo sulle pagine tutta la violenza accumulata, tutti i conflitti che ho sfiorato.»
«Il potere della scrittura mi affascina. Mi ci rifugio ogni qualvolta dovrei agire. L'esorcismo attraverso le parole costituisce il mio scudo, il mio velo, il mio rifugio e la mia passione.»

…Scriba di se stesso, e reveur della propria vita, Ben Jelloun si divide in questo libro - soglia di un nuovo errare - che si perpetuerà nei romanzi successivi, "Creatura di sabbia" (1985, e Einaudi 1987), e "Notte fatale" (1987, e Einaudi 1988) - tra lo "scrittore pubblico" che raccoglie il racconto, e l'uomo privato, scrittore anch'egli, che, con la complicità ambigua del "doppio" che lo abita (I'"immensa" presenza che permette ai ricordi, confusi anch'essi, di rivivere), offre allo scrivano la propria esistenza.
All'abolizione di sé era promesso sin dall'infanzia il bambino malato, confinato in una camera dalla quale si faceva "spia" dei corpi degli altri; la sua guarigione - il recupero del corpo - è però condizione della perdita dello spazio dei sogni nel buio delle notti attraversate "danzando sul filo, sempre lo stesso, teso tra il crepuscolo e l'alba". Bambino malato, sognava la vita, adulto nostalgico della cesta che gli serviva da letto e da dimora e che non gli impediva di vivere, scriverà "invece di vivere".
Se, nella "Creatura di sabbia", Ahmed, nato donna "per errore" e obbligato dal padre, che non può sopportare il disonore di un'ottava figlia, a ricevere l'educazione di un ragazzo e a essere trattato come tale, era costretto a un'erranza continua alla ricerca di un patto tra il suo corpo e la sua immagine; se tutti gli scritti di Ben Jelloun sono attraversati dalla ferita inflitta dalla estraneità e dalla solitudine di un'esistenza segnata dall'esilio perpetuo, in questo romanzo l'autore si fa interprete di una scelta: quella di chi, diviso tra due lingue e due culture - francese e araba - ha fatto della lingua francese il luogo stesso del suo esilio, e della scrittura il luogo della separazione.
Scrivere, per "Lo scrivano", è ripercorrere la genealogia di una fatalità che vota l'essere alla scrittura: "Non smetto di rientrare a casa per non morire. Sento la mancanza del mio paese ovunque io vada, poi, quando ci torno non faccio che ripercorrere grandi passi il cammino dell'inverno, cercando un'uscita dal labirinto, una porta che si dia su uno spazio nudo, bianco, al riparo dal pensiero e dalla memoria".

Libro senza una vera storia, una sorta di mille e una notte oscura e densa d'inquetudine. Jelloun opera incursioni nelle illusioni, nei desideri, nelle paure e nelle angoscie che lo hanno accompagnato durante la sua vita, affrontandoli con il potere esorcizzante della scrittura.
Certo è disturbante, eccessivo ma anche poetico e affascinante.
da qui

venerdì 20 novembre 2015

L'importanza della cultura contro la barbarie dell'Isis

Tahar Ben Jelloun ha raccontato il mondo arabo e l'emigrazione in libri che sono ormai dei capolavori, come Partire o Il razzismo spiegato a mia figlia. Il 14 novembre, subito dopo gli attentati di Parigi, ha rilasciato una dichiarazione che può suonare controversa: "La risposta è la poesia". 
Una radio belga, RTBF, l'ha intervistato insieme al disegnatore Nicolas Vadot e allo studioso Pierre Kroll, in una "analisi incrociata" disponibile in podcast sulla Rete. Perché e come la poesia può essere una soluzione per dei fatti inquietanti come gli attacchi terroristici che hanno causato la morte di oltre 140 persone nella capitale francese lo scorso weekend? 
"I terroristi attaccano l'arte, la cultura, i musei e i monumenti. Attaccano la civiltà. Boko haramper esempio significa 'l'educazione occidentale è peccato', è da vietare, e così in Africa vengono chiuse le scuole, distrutte le biblioteche etc. La poesia può essere una soluzione perché, con la nostra libertà di scrivere, di fare musica, anche solo di ritrovarsi per il piacere di stare insieme o di fruire della cultura e dei beni della nostra civiltà, ribadisce il valore della vita".
Un valore, questo, che hanno voluto ribadire non solo gli altri due studiosi interpellati, che hanno partecipato in questi giorni a numerose edizioni della carta stampata e del sistema radiotelevisivo con vignette e dichiarazioni improntate alla pace e alla tolleranza, ma anche le principali autorità islamiche, come l'imam della moschea Al Azhar in Egitto, che ha condannato gli attentati. 
Un altro studioso musulmano, Felix Marquardt, fondatore del centro Al-Kawakibi e del think tank Youthonomics in Israele, ha richiamato la necessità per gli islamici di "lottare contro il culto di morte" che pervade le società ispirate all'Islam. Un fenomeno che non è estraneo neanche alla cultura occidentale - si pensi al successo dei siti Web negazionisti o di propaganda "antisionista" - ma che ora, legato all'infamia dei terroristi dell'Isis, che si proclama "Stato islamico", rischia di conferire un'aura maledetta a tutta una religione comprendente oltre un miliardo di fedeli. 
L'islam, sostiene Marquardt, "deve riportare in auge la primazia dell'educazione, della scienza, dell'estetica e dei principali principi di libertà umana", evitando "l'impoverimento del pensiero" e "la fine del ricorso a una salutare ijtihad o interpretazione del dettato coranico"; deve "rispettare e celebrare la vita", deve "sostituire la sacralizzazione della morte onnipresente in molte società islamiche con una 'biofilia', che includa anche la parità tra uomo e donna". Questi sono anche antidoti al culto della morte che è latente anche nelle società occidentali, secondo questo commentatore, che hanno dato vita, ad esempio, al pensiero razzista di Gobineau. 

Un nuovo razzismo è proprio quello che temono i giovani musulmani, per esempio in Belgio, dove è nato l'hashtag #OnEstLà, "noi ci siamo, facciamo parte della soluzione e non del problema". Tutti i commentatori sono concordi nell'affermare che ciò che l'ISIS vuole, come ha osservato anche Gabriele Nissim ieri al Monte Stella, "è la guerra civile tra tutte le componenti della società francese: ebrei, cristiani e musulmani". Un pericolo che proprio con la dedica di un albero, di un cippo e di un importante riconoscimento accademico a Khaled al-Asaad il 18 novembre abbiamo cercato di contrastare. 

venerdì 19 giugno 2015

Fuoco - Tahar Ben Jelloun

si racconta la piccola storia di Mohamed Bouazizi, che dopo mille amarezze della vita e altrettante angherie della polizia ha scelto di darsi fuoco, nel 2010.
il suo gesto ha dato inizio e forza alla primavera tunisina.
è un libri di poche pagine, inizi e non ti stacchi più, Tahar Ben Jelloun sa scrivere davvero bene, Mohamed non te lo dimentichi più.
alla fine del libro viene ricordata la storia di Hamza al-Khatib, un ragazzini di 13 anni, arrestato, torturato e ammazzato in Siria dalle milizie di Bashar alAssad, nel 2011.
quella tunisina poi è stata l'unica primavera che ancora dura, quella siriana, libica, egiziana, sono più o meno rapidamente diventate inverni/inferni.
cercate Fuoco, un libro che merita, per continuare a ricordare - franz






…Raccontando di Bouazizi, Jelloun ritrae con una prosa asciutta e senza sbavature la vita dei tunisini sotto il regime di Ben Ali: soprusi e prepotenze di politici e polizia da una parte, e dall’altra l’estrema povertà, ma anche la solidarietà della gente comune. La polizia in borghese è ovunque, lo spionaggio capillare: non appena Mohamed interrompe i contatti con il gruppo dei laureati disoccupati (probabilmente infiltrato o comunque controllato), riceve una visita dalle forze dell’ordine; subito dopo aver incontrato di nuovo uno dei vecchi compagni di lotta, viene interrogato e picchiato. Spesso Jelloun lascia parlare i fatti: “A casa, la vecchia televisione era accesa. Una trasmissione stava celebrando i trent’anni di regno del Presidente della Repubblica”. A tratti la ricostruzione ricorre ad un simbolismo poetico di grande efficacia: nel corso di una retata contro un gruppo di giovani venditori ambulanti, un dvd di Spartacus “finisce spiaccicato sotto le ruote del furgoncino”.
E celebrando Bouazizi, uno studente di storia che ha fatto la Storia solo dopo aver bruciato il proprio diploma, Jelloun ci ricorda che che c’è ben altro che dovremmo importare dal continente africano piuttosto che gli anticicloni e il petrolio libico.

…Fuoco è scritto con una chiarezza ed insieme una delicatezza disarmanti. Ti fa insorgere per la prepotenza, ti fa respirare la polvere. Mohamed è un giovane laureato che, alla morte del padre, non può far altro per mandare avanti la propria famiglia che raccoglierne il testimone: diventa un piccolo ambulante di frutta e verdura. Non sfugga e certamente non sfuggirà ai lettori attenti che il racconto non parla di “altri mondi” arretrati culturalmente ma di un desiderio di umanità che coglie impreparate le istituzioni. Mohamed ha una ragazza, Zineb, che lo proteggerà pur spingendolo a rivendicare i propri diritti, naturali ed irrinunciabili, come quello di determinare le proprie fortune. Tahar Ben Jelloun fa direttamente luce sul male che dilaga in Tunisia, come in Italia: la corruzione perpetrata da piccoli e grandi miserabili, funzionari di stato, semplici agenti di polizia. Anche ciò che trasforma gli uomini in bestie insensate è uguale ovunque…

…Ben Jelloun ne esce benissimo. Racconta un dramma, un clima, aggiunge, proprio sulla primavera araba una postfazione per l’edizione italiana, ma conta il testo sulla vita e sulla morte di Mohamed Bouazizi. E quella scrittura, e quel modo di raccontarlo hanno forza perché parola dopo parola, leggendo questo testo, ti convinci che Mohamed potresti essere tu, e tu ovunque, nello spazio, come nel tempo. Tu oggi e in Svezia, tu domani e in Pakistan. Non ha importanza. Ha importanza solo una cosa, che le storie vere raccontate possano diventare storie eterne. Ed è questo il sottotitolo che mi sarebbe piaciuto a questo Fuoco: una storia eterna, una storia di sempre.
da qui



E’ stato diffuso in rete per la prima volta il video shock che mostra il corpo martoriato del bambino Hamza Alì  Al Khatib, sequestrato, torturato e ucciso dalle milizie di bashar al assad nel 2011. Le immagini sono agghiaccianti, consigliate ad un pubblico di adulti. Ora il mondo può capire perché la madre, quando le hanno riportato il corpo esanime, ha detto loro: “No, questo non è mio figlio”. Sono passati tre anni da allora. La morte di questo innocente non deve essere dimenticata. I suoi carnefici sono liberi, la loro presenza è ancora legittimata dal resto del mondo. In questo lasso di tempo sono stati uccisi altri 12 mila Hamza.
Ecco la storia di questo angelo, diventato simbolo dell’infanticidio siriano…



venerdì 5 luglio 2013

La sconfitta dell'Islam di governo - Tahar Ben Jelloun

La prova è evidente: con le preghiere non si governa. Il fondamentalismo islamico continua a dimostrare la sua inadeguatezza. La sua incapacità a trovare soluzioni ai problemi quotidiani della popolazione. Più di due anni fa gli egiziani si sono rivoltati contro il regime autoritario di Mubarak. Oggi non si tratta più di rabbia transitoria o di rivolta, ma proprio di rivoluzione. Il popolo è diviso ma la maggioranza ha constatato che il fondamentalista Mohammed Morsi non è più democratico o più competente di Mubarak. Può anche sbandierare la "legittimità" conferitagli dalle elezioni, ma il popolo ha voluto la sua destituzione reclamando una vita giusta e dignitosa. La gente ha bisogno di azioni concrete che cambino la sua vita quotidiana. Invece il regno di Morsi è stato caratterizzato dalla violenza. Violenza contro le donne, linciaggio di una piccola comunità sciita, mancata protezione dei copti, arresto degli oppositori, torture, sparizioni. I Fratelli musulmani hanno creduto che l'Egitto appartenesse a loro. La cosa nuova è che gli egiziani non hanno più paura della repressione, della prigione e neppure della morte. È una questione di dignità, di valori e principi morali. La rivoluzione non si svolge solo in Piazza Tahrir, ma anche a Suez, ad Alessandria, in altre città. Non è il cattivo umore di un popolo, ma un violento desiderio di cambiamento. Morsi non l'ha accettato, pensava che sarebbe stato protetto dalla sua "legittimità". Errore.

I fondamentalisti sono riusciti a far coalizzare contro di loro più della metà della popolazione. Venti milioni di persone sono scese in piazza. La soluzione è nelle mani dei militari, che però, sapendo che non potrebbero trovare le soluzioni agli infiniti problemi della società egiziana, non vogliono prendere il potere. Gli alti ufficiali hanno una doppia veste: militari e uomini d'affari. Mubarak, per avere la pace, aveva offerto ai generali dei posti nell'industria e in altri affari redditizi. Alcuni hanno allevamenti di polli, altri vendono cemento. Oggi quasi il 25% dell'economia del paese è nelle mani degli ufficiali superiori. Se quei generali prendono il potere, dovranno assumere decisioni impopolari che avranno la conseguenza di mettere contro l'esercito tanto i laici quanto i religiosi. In più, se riconoscessero che la destituzione di Morsi è un golpe perderebbero gli aiuti americani. Perciò il generale Abdel Fattah el Sissi ha rimesso il potere a Mansour e ha preso diverse decisioni dopo una riunione con elementi della società civile e con religiosi. Per non lasciar credere che si possa trattare di una rivoluzione contro l'Islam, ha intriso di religiosità il tono del suo discorso. Nondimeno, la destituzione e l'arresto di Morsi pongono un problema costituzionale: è stato eletto democraticamente ed è per mezzo delle elezioni che avrebbe dovuto essere battuto. Ma è la presenza straordinaria del popolo nelle strade a fare da contrappeso alla sua legittimità elettorale.

L'Egitto è il più grande paese arabo. Ma è un gigante malato, i suoi bisogni sono difficili da soddisfare. Ma una cosa è stata appena dimostrata in modo eclatante: la religione non risponde a tutte le aspettative di un popolo. Il fondamentalismo islamico è in declino. L'Islam è più che mai invitato a restare nei cuori e nelle moschee: la scena politica non gli si addice.
(traduzione di Elda Volterrani)
da qui