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giovedì 26 marzo 2026

Anni d’oro delle armi in Europa, ma incassano gli Usa - Giorgio Beretta

I Paesi europei si stanno sempre più armando, ma le armi continuano ad acquistarle soprattutto dagli Stati Uniti: i dati sull’import-export armiero dello Stockholm international peace research institute nel quinquennio 2021-2025 con focus sull’Italia.

I Paesi europei si stanno sempre più armando, ma le armi continuano ad acquistarle soprattutto dagli Stati uniti. È questo il dato cruciale che emerge dal rapporto sui trasferimenti internazionali di armamenti pubblicato ieri dallo Stockholm international peace research institute (Sipri). Nel quinquennio dal 2021 al 2025 le importazioni dei Paesi europei sono più che triplicate rispetto al quinquennio precedente.

Raggiungendo così il massimo storico e ricoprendo col 33% il primo posto nelle importazioni mondiali di armamenti davanti ai Paesi dell’Asia e dell’Oceania (31%) e del Medio oriente (26%). «Il forte aumento dei flussi di armi verso gli Stati europei ha spinto i trasferimenti globali di armi ad un aumento di quasi il 10 percento», osserva il Sipri.

Quasi la metà delle armi destinate ai Paesi europei proviene dagli Stati Uniti (48%), seguiti da Germania (7,1%) e Francia (6,2%). «La percezione di una minaccia della Russia, aggravata dalle incertezze sull’impegno degli Stati uniti nella difesa dei propri alleati europei, ha fatto aumentare la domanda di armi tra gli Stati membri europei della Nato», si legge nel rapporto. Le importazioni complessive di armi dei membri europei della Nato sono infatti più che raddoppiate e gli Stati uniti hanno fornito il 58% di queste importazioni. «Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi», ha commentato la Rete italiana Pace e Disarmo. «Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati uniti». Va inoltre notato che i maggiori fornitori europei hanno continuato ad esportare la gran parte di armi al di fuori dell’Europa.

Il rapporto del Sipri analizza il volume dei trasferimenti internazionali di grandi sistemi d’arma completi, non il loro valore finanziario. Nel periodo 2021-2025 gli Stati Uniti hanno ricoperto il 42% dei trasferimenti in aumento rispetto al 36% del quinquennio precedente. La quota maggiore delle esportazioni di armi statunitensi è ricoperta dall’Europa (38%), ma il principale destinatario è stata l’Arabia saudita (12%), seguita da Ucraina (9,4%) e Giappone (8,9%). «Gli Stati uniti hanno ulteriormente consolidato il loro predominio come fornitori di armi, anche in un mondo sempre più multipolare», ha commentato Pieter Wezeman, ricercatore senior del Sipri. «Per gli importatori, le armi statunitensi offrono capacità avanzate e un modo per promuovere buoni rapporti con gli Stati uniti, mentre gli Stati uniti considerano le esportazioni di armi uno strumento di politica estera e un modo per rafforzare la propria industria militare, come dimostra ancora una volta la nuova strategia America first arms transfer dell’amministrazione Trump», ha aggiunto.

La Francia è stata il secondo fornitore mondiale di armi, ricoprendo il 9,8% con un aumento di esportazioni del 21%: le quote maggiori sono state destinate a India (24%), Egitto (11%) e Grecia (10%). Le esportazioni di armi della Francia all’interno dell’Europa sono più che quintuplicate, ma quasi l’80% è ancora destinato all’estero, segnala il rapporto.

La Russia è stata l’unico tra i primi dieci fornitori a vedere le proprie esportazioni di armi diminuire toccando il minimo storico del 6,8% a livello globale. La gran parte delle armi russe sono andate a India (48%), Cina (13%) e Bielorussia (13%).
La Germania ha superato la Cina, diventando il quarto maggiore esportatore di armi con il 5,7% di esportazioni mondiali. Quasi un quarto di tutte le esportazioni tedesche è stato destinato all’Ucraina come aiuto e un altro 17% è andato ad altri stati europei.

Ma soprattutto il Sipri riporta che sono raddoppiate le esportazioni di armi dell’Italia che nell’ultimo quinquennio è salita al sesto posto nella graduatoria mondiale davanti a Israele, Regno unito e Corea del Sud. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura di precise scelte politiche: il 59% va infatti al Medio oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre solo il 13% rimane in Europa. Non si tratta quindi di esportazioni finalizzate a difendere le democrazie.

«Questo dato – ha commentato la Rete italiana Pace e Disarmo – smonta definitivamente la narrazione che governo per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90: quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi. I dati Sipri mostrano il contrario: l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo. Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90. La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello».

Articolo pubblicato da il manifesto del 9 marzo 2026

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domenica 15 gennaio 2023

Il paese delle armi – Giorgio Beretta

 recensione di Francesco Masala

(il libro è pubblicato da Altreconomia, ottobre 2022, 15 €)

 

Si tratta di un libro che fa il punto sull’Italia e le armi, ed è un libro che fa la radiografia delle mille contraddizioni e omissioni sia nella produzione e commercio delle armi che nelle informazioni che latitano.

“L’Italia è il Paese delle armi, ma è un Paese strano. È il Paese delle opacità e delle reticenze, dei silenzi e delle connivenze: atteggiamenti mirati soprattutto a nascondere i fatti – e i dati – ma perfettamente funzionali per alimentare la retorica.” (pag.10)

Non si conosce il numero di persone in possesso di una licenza o di un permesso per detenere armi, e i numeri ufficiali sono pochi, incompleti e contradditori e quindi inaffidabili, “soprattutto se si pensa che il ministero dei Trasporti rende noti non solo i dati sul numero di mezzi in circolazione, di nuova immatricolazione, sul numero e tipo di patenti di guida (per regione e genere), ma finanche sul numero di candidati bocciati all’esame di guida.” (p.12)

 

Giorgio Beretta ci dice che esiste una lobby delle armi, che sostiene ed è sostenuta da diversi politici, anche nel governo.

 

Viene poi fatta un’importante distinzione fra le armi “per uso civile” e quelle “per uso militare”.

Per superare l’insufficienza di dati Giorgio Beretta si serve di una ricerca dell’Università di Urbino.

 

Per le armi “per uso civile” il business principale per le impresa italiane è quello delle esportazioni, ma tutti i dati relativi sono coperti da un quasi segreto di stato, i numeri forniti dall’Istat sono parziali e incompleti, alla faccia della trasparenza. Le forniture di armi “per uso civile” sono indirizzate spesso a regimi autoritari e repressivi, con aiutini di decreti legge ad hoc, quando si scopre qualche grave problema nei comportamenti delle imprese produttrici.

 

Gli Usa sono il paese che acquista più della metà delle esportazioni “ad uso civile” dalle industrie italiane (più di 14mila persone morte per arma da fuoco nei primi otto mesi del 2022, da qui) e sono il paese nel quale “il mito del “libero possesso” delle armi permane indisturbato negli Stati Uniti soprattutto per l’influenza sul Congresso della National Rifle Association (NRA)” (p.32)

Ricorda Michael Moore:

 

La mancanza di trasparenza si ripete anche per le armi ad uso militare:

“…la comunicazione agli organi preposti, sebbene richiesta dall’adesione a trattati e alle norme comunitarie, avviene su base volontaria e non è prevista alcuna sanzione in caso di inadempienze o insufficienze…” (p.53).

 

Il concetto di responsabilità sociale d’impresa fa ridere quando si parla delle imprese che producono armi.

Lo dimostra il fatto che l’unica fiera nei Paesi dell’Unione Europea che presenta armi e materiali per diversi settori è “IWA Outdoor Classi- cs” che dal 1974 si tiene a Norimberga, in Germania21. Ma da subito si è caratterizzata per permettere l’accesso solo ad operatori professionali di settore, richiedendo di accreditarsi in anticipo e, soprattutto, vietando espressamente l’ingresso al pubblico generalista, cacciatori e tiratori sportivi compresi, oltre ovviamente ai minorenni (p.62).

Le fiere che si tengono in Italia permettono l’ingresso ai minori di 14 anni, “Che i minori potessero scorrazzare indisturbati in fiera impugnando armi vere – anche se scariche – schiacciandone il grilletto e provando a sparare è stato documentato da un’ampia serie di servizi giornalistici39: un fenomeno che si reiterato anche negli anni successivi alle richieste delle due amministrazioni comunali, al netto dei divieti e delle misure – in buona parte palliative – messe in atto dagli organizzatori della fiera” (p.64)

“EOS consente l’ingresso ai minorenni, basta che siano accompagnati da un adulto. Anche in questo caso – come hanno prontamente notato l’Osservatorio OPAL e Rete italiana pace e disarmo45 l’intento propagandistico è evidente: incentivare il possesso delle armi.” (p.65)

 

“È necessario analizzare con attenzione la narrazione che viene propagandata riguardo alla crescente insicurezza in Italia, alla presunta necessità di armarsi per contrastare le rapine nelle abitazioni e negli esercizi commerciali – rapine che vengono artatamente descritte dai media e da alcuni partiti come in forte crescita e fonte di grande apprensione per i cittadini -, e soprattutto di verificare l’impatto delle armi legalmente detenute riguardo a due fenomeni di chiara rilevanza sociale: gli omicidi in famiglia e i femminicidi.” (p.66)

 

Beretta analizza come viene creata l’insicurezza, in Italia, “L’insicurezza come sentimento diffuso nella popolazione italiana trova perciò in questi programmi televisivi una cassa di risonanza e di amplificazione: crimini come gli atti di violenza e gli omicidi per furti e rapine nelle abitazioni che, come abbiamo visto, sono fenomeni gravissimi ma statisticamente marginali, vengono di conseguenza percepiti come vicini, pervasivi, continuativi. (p.82).

Eppure l’Italia è uno dei paesi più sicuri del mondo, dice il Ministero degli interni ( leggi qui)

 

Giorgio Beretta non inventa niente, la bibliografia ricchissima e le citazioni puntuali.

 

 

 

 

 

domenica 5 dicembre 2021

Le armi del femminicidio - Alessio Lerda


Gli ultimi dati ufficiali mostrano che il possesso di armi da fuoco incide notevolmente sul rischio di omicidi familiari

 

Ad una settimana di distanza dalla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, torniamo sul tema per soffermarci su un particolare aspetto della questione, affrontato sulle frequenze di Radio Beckwith Evangelica nella trasmissione Cominciamo Bene. 

A partire dalle rilevazioni della Commissione del Senato riguardo alle sentenze e alle indagini sui femminicidi nel 2017 e 2018, è stato intervistato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL) di Brescia. In particolare, è il rapporto tra alcuni numeri a saltare all’occhio. Si comincia dagli oggetti utilizzati per commettere questo tipo di omicidio: dietro al 32% rappresentato da armi da taglio, segue l’utilizzo di armi da fuoco, che sono usate nel 25% dei casi; il 16% se si contano soltanto le armi legalmente detenute.

Il dato, da solo, dice poco. Ma a fianco possiamo mettere la percentuale di persone che in Italia detiene legalmente armi, ovvero circa l’8% della popolazione adulta. Questo significa che una percentuale significativa di femminicidi è eseguita da chi possiede una licenza per armi, smentendo la posizione che spesso assume chi difende il loro possesso sostenendo  che “Non sono le armi ad uccidere, bensì le persone”. Se questo fosse vero, le due percentuali dovrebbero coincidere, o quantomeno essere molto più vicine. Invece è evidente che un’arma da fuoco, sebbene regolarmente detenuta, sia un fattore rilevante e decisivo nell’aumentare il rischio di femminicidio.

Il problema parallelo è la quasi totale mancanza di attenzione su questo tema, una grave disattenzione della classe politica che sembra sottovalutare la capacità dei cittadini di ottenere armi da fuoco. In realtà i requisiti per ottenere una licenza sono relativamente semplici da dimostrare. A qualsiasi cittadino esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicodipendente, è consentito di ottenere una licenza per armi dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi e un controllo da parte della Questura sui suoi precedenti penali. In seguito, non c’è modo da parte della polizia di compiere verifiche sulla consapevolezza da parte del nucleo familiare del fatto che ci sia un’arma in casa, perché da dieci anni manca il regolamento attuativo della legge.

Ci sono quindi alcune leggi che non vengono applicate, ma occorrerebbe anche introdurne di nuove. Se non è infatti possibile prevedere sempre la deriva violenta di una persona, sarebbe necessario restringere la possibilità di ottenere un’arma, passando ad esempio da una verifica  psichiatrica e da un esame tossicologico annuale sui detentori di licenza per armi. Andrebbe anche rivista la tipologia di armi che si possono detenere secondo il tipo di licenza: chi ha quella per uso sportivo non dovrebbe essere in grado di possedere legalmente armi che esulano da quell’ambito, commenta Beretta; lo stesso dovrebbe valere per la caccia o per la difesa abitativa. Nodo cruciale, infine, le munizioni, che sia dal punto di vista della loro accessibilità in casa, sia da quello della loro letalità, possono fare un’enorme differenza sul rischio di essere uccisi in casa.

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lunedì 30 agosto 2021

Affari armati e «guerra permanente» - Francesco Vignarca, Giorgio Beretta

 

Afghanistan. Boom in borsa e mega profitti per le aziende militari. L’offensiva sull’Afghanistan ha spianato la strada ai conflitti successivi e sdoganato l’uso dei contractors. Tutti i dati degli ultimi 20 anni: affari armati e «guerra permanente»

 

La missione militare in Afghanistan è stata un fallimento. Ma non per tutti. Non lo è stata per chi la lanciato l’offensiva militare e l’ha sostenuta per 20 anni: il complesso militare-industriale americano e i suoi alleati. Partiamo dall’andamento in borsa.

Secondo un’analisi condotta da The Intercept, l’acquisto di 10mila dollari in azioni equamente divise tra i principali fornitori militari del governo Usa (Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics) effettuato il 18 settembre 2001 – giorno dell’autorizzazione di George W. Bush all’intervento militare in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre – varrebbe oggi, con utili reinvestiti, oltre 97mila dollari.

I rendimenti delle aziende

Un rendimento dell’872%, ben superiore a quello realizzato nello stesso periodo dalle aziende del listino Standard & Poor’s 500 che si ferma al 516% (dai 10mila dollari iniziali se ne sarebbero ricavati “solo” 61mila). Il «boom» in borsa è sotto gli occhi di tutti. Un’azione Lochkeed Martin (famosa in Italia per la produzione degli F-35) è passata da 44,6 a 356,6 dollari; una di Raytheon (la compagnia che inserisce le guide laser sulle bombe MK prodotte in Sardegna e poi usate dai sauditi in Yemen) valeva 30,8 dollari nel 2001 ed è ora quotata a 85,4.

Lo stesso vale per Northrop Grumman (da 42,8 a 363,16) e General Dynamics (da 41,2 a 196,8). Queste quattro aziende ricevono la maggior parte delle loro entrate dal governo degli Stati uniti. Ma la crescita è evidente anche per Boeing. Con un portafoglio più differenziato anche sul civile, ha sperimentato un balzo delle proprie azioni da 33,1 a 219 dollari.

L’elemento chiave della profittabilità delle aziende del complesso militare-industriale non è principalmente legato alle loro performance azionarie. Queste possono essere influenzate dai giochi di Borsa degli investitori o da scelte strutturali ed errori dei manager. Ad esempio questo è avvenuto nel caso dell’italiana Leonardo/Finmeccanica che, a differenza delle aziende americane, ha più che dimezzato il proprio prezzo di listino. Il cuore del successo economico dei produttori di sistemi militari risiede invece nel «fatturato sicuro» e nella conseguente capacità di garantire dividendi sempre più alti, che contribuiscono per oltre un terzo del rendimento finale.

Il fatturato sicuro

La già citata Lockheed Martin garantiva un dividendo di 0,44 dollari ad azione nel 2001, mentre l’anno scorso ne ha distribuiti 9,80 (massimo storico). Raytheon è passata da 56 centesimi all’anno a oltre due dollari, mentre Northrop Grumman da 72 centesimi a ben 5,67 dollari all’anno per azione. Tutto questo grazie proprio al «fatturato sicuro» garantito anche dal conflitto in Afghanistan.

Gli 83 miliardi di dollari investiti nelle forze afghane sono quasi il doppio del budget annuale per l’intero corpo dei marines. Superano i fondi stanziati l’anno scorso da Washington per l’assistenza in buoni pasto a circa 40 milioni di americani.

Ovviamente le aziende produttrici di armamenti non hanno venduto i propri prodotti solo ed esclusivamente per la guerra in Afghanistan. Ma proprio questo conflitto è alla base della crescita poderosa e inarrestabile delle spese militari mondiali. Comprese quelle dedicate a nuove armi, dopo il calo post Guerra fredda. L’infinita «guerra al terrorismo», emersa come mantra politico nelle relazioni internazionali dopo l’attacco alle Torri gemelle ha fornito agli Stati di tutto il mondo e alle lobby transnazionali degli armamenti il pretesto e la giustificazione politica per dedicare sempre più risorse e fondi a eserciti e armamenti.

I dati SIPRI

Lo testimoniano i dati del Sipri di Stoccolma, che evidenziano l’enorme crescita delle spese militari. Quasi un raddoppio tra il 2001 e il 2020 (da 1.044 a 1.960 miliardi di dollari a valori costanti comparabili) con un trend in aumento che è destinato a rafforzarsi negli anni a venire. E che ha garantito in questi ultimi due decenni risorse e contratti facili ai produttori di armamenti.

Non a caso i dati dello stesso Sipri relativi al fatturato militare delle prime quindici aziende del settore registrano un aumento complessivo del 30% tra il 2002 e il 2018 (ultimo dato disponibile). Da 199 a 256 miliardi di dollari. Lockheed Martin è la compagnia che è riuscita ad approfittare maggiormente di questa congiuntura favorevole quasi raddoppiando il proprio fatturato militare (da 26,3 a 47,2 miliardi di dollari a valori costanti) seguita da General Dynamics (da 13,7 a 22 miliardi) e Raytheon (da 16,7 a 23,4 miliardi).

In questo senso anche le aziende non statunitensi sono riuscite a seguire la scia di denaro aumentando di molto i propri ricavi armati. La britannica BAE Systems è passata da 18,2 a 21,2 miliardi di dollari mentre l’italiana Leonardo (in precedenza Finmeccanica) è passata da 6 a 9,8 miliardi di dollari.

I contractors

Il conflitto in Afghanistan ha dato il via a questa dinamica di profitto armato permettendo di giustificare costosi interventi internazionali e dispiegamenti di truppe fino a quel momento non previsti e comunque non tollerabili dalle opinioni pubbliche e dai parlamenti. Dopo il dispiegamento contro Kabul è stato più semplice intervenire militarmente in Iraq e in tutte le altre zone di tensione che vedono attualmente impegnati gli eserciti occidentali con nuovi armamenti, logistica e servizi.

Ma c’è di più. Il conflitto afghano ha permesso anche di sdoganare l’utilizzo su ampia scala delle compagnie private non solo di natura militare, ma anche e soprattutto con funzioni logistiche e di ricostruzione. Il tutto iscritto però in un sistema impostato in modo da permettere ai cosiddetti contractors di frodare a piacimento il Pentagono che spesso firmava i cosiddetti accordi «costo zero»: qualunque fosse l’ammontare per un progetto presentato, il governo avrebbe pagato.

Attirando dunque chiunque cercasse un profitto facile, ma con un prezzo alto: in Afghanistan sono morti più dipendenti di queste compagnie che soldati americani. Anche questo è servito a rendere sempre più «accettabile» la guerra ai decisori politici e ai portatori di interessi economici.

(Affari armati e «guerra permanente», Fonte: il manifesto, EDIZIONE DEL 20.08.2021)

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sabato 30 gennaio 2021

Blocchiamo quei traffici di morte - Giorgio Beretta

  

E’possibile bloccare le forniture di sistemi militari all’Egitto. Non solo dell’Italia ma di tutti i paesi dell’Unione europea. E’ il punto centrale di una lettera che la Rete Italiana Pace e Disarmo ha inviato nei giorni scorsi al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in occasione del quinto anno dal rapimento in Egitto di Giulio Regeni e del Consiglio dei ministri degli Affari esteri dell’Unione europea di oggi, lunedì 25 gennaio.

“Rifiutando di concedere l’autorizzazione all’esportazione di sistemi militari all’Egitto, l’Italia ha la possibilità di bloccare simili forniture da parte di tutta l’Unione Europea” – riporta la nota diffusa oggi dalla Rete Pace e Disarmo

“Si tratta di una misura – spiegano i promotori della missiva – che non penalizzerebbe il nostro Paese, ma anzi avrebbe l’effetto di coinvolgere tutti gli Stati membri dell’Unione europea bloccando a livello europeo per almeno tre anni tutte le licenze di esportazione di sistemi militari sostanzialmente identici a quelli rifiutati dall’Italia”.

In proposito, la Rete pacifista richiama la norma prevista dalla Posizione Comune del Consiglio 2008/944 (“Norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”) per contrastare la concorrenza sleale tra i Paesi dell’UE e fare in modo che le licenze per forniture di sistemi militari non rilasciate da un Stato non vengano concesse da altri Stati membri.

Una norma che fu introdotta nella Posizione Comune su richiesta delle aziende nazionali del settore militare proprio per evitare che i dinieghi emessi da un governo finissero per favorire le aziende di altri paesi dell’Ue: va ricordato che le autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari sono tuttora rilasciate dai singoli Stati membri secondo le proprie normative nazionali.

La “commessa militare del secolo” che imbarazza il governo

La nota di Rete Italiana Pace e Disarmo fa riferimento non solo alle due fregate Fremm originariamente destinate alla Marina Militare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi) sulla cui autorizzazione all’esportazione all’Egitto il governo Conte non ha mai dato annuncio ufficiale e di cui la prima (la Spartaco Schergat ribattezzata al-Galala) è salpata prima di Natale dai cantieri del Muggiano a La Spezia in sordina senza alcuna cerimonia ufficiale. Ma si riferisce soprattutto alle trattative in corso per quello che è stata definita la “commessa militare del secolo”: la fornitura all’Egitto quattro fregate Fremm e 20 pattugliatori, 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto da 10,7 miliardi di dollari, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopoguerra, che farebbe dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani.

Non rilasciando l’autorizzazione per questo contratto l’Italia potrebbe di fatto bloccare simili forniture all’Egitto da parte di altri paesi UE per almeno tre anni. Non è una questione astratta: nei giorni scorsi il presidente egiziano al-Sisi ha incontrato per la seconda volta l’amministratore delegato della società tedesca di costruzioni navali Lürssen, Peter Lürssen, con il quale ha discusso la collaborazione per la costruzione in Egitto di navi militari, tra cui fregate e corvette, molto simili a quelle di cui sta trattando con Fincantieri.

Che la Germania stia facendo affari con il Cairo nel settore navale militare è un dato di fatto: lo scorso settembre la Alexandria Shipyard Company ha annunciato ufficialmente l’implementazione di un contratto in collaborazione con la tedesca ThyssenKrupp Marine Systems (TKMS) per la produzione locale della prima fregata egiziana di classe Meko A-200EN.

 

Le dichiarazioni di Di Maio

Oggi il ministro Di Maio dovrebbe partecipare al Consiglio dei ministri degli Affari esteri dell’UE: tra i temi in discussione vi saranno anche “i recenti sviluppi in Egitto”. In vista di questo Consiglio, nella diretta Facebook del 16 dicembre scorso, il ministro Di Maio aveva informato (vedasi anche qui) riguardo alla decisione, assunta al termine di una riunione di governo, di voler “coinvolgere le istituzioni europee e tutte le istituzioni internazionali per il riconoscimento del processo” nei confronti dei responsabili delle torture e della morte di Regeni.

Alla riunione di governo, durata diverse ore a Palazzo Chigi, erano presenti il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini e la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese. “Chiederemo a tutti i paesi europei, a tutti gli Stati membri di prendere posizione sulla verità per Giulio” – disse Di Maio nella diretta Facebook. Per il ministro, “la verità sul Giulio Regeni è un tema di diritti umani e sui diritti umani nessuno si deve tirare indietro”. Ma è chiaro a tutti che se l’Italia per prima non sospende le proprie forniture militari all’Egitto sarà difficile ottenere misure concrete nei confronti del Cairo da parte degli altri Paesi europei.

La credibilità di Conte

La questione investe direttamente anche la credibilità del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L’autorizzazione alla fornitura delle due fregate Fremm e, con ogni probabilità, alle trattative per la “commessa del secolo” da 10,7 miliardi di dollari, sarebbe infatti avvenuta – come riportava l’Ansa – l’8 giugno scorso durante una telefonata tra il premier italiano e il presidente egiziano al-Sisi: nella telefonata Conte avrebbe chiesto al presidente egiziano specifici progressi sul “caso Regeni”. Una richiesta che il 17 giugno Conte confermava nell’audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta per la morte di Giulio Regeni durante la quale il premier ha spiegato di aver chiesto ad al Sisi, “una manifestazione tangibile di volontà” e di aspettarsi nei prossimi giorni una risposta.

Risposta che è arrivata, ma non certo secondo le aspettative. Come noto, Il 30 dicembre scorsoil Procuratore Generale del Cairo non solo ha respinto la richiesta di fornire il domicilio dei quattro agenti della National Security egiziana che secondo la Procura di Roma sarebbero coinvolti nelle torture e nell’omicidio di Giulio Regeni, definendola “immotivata” e “basata su false conclusioni illogiche”, ma, gettando ulteriore discredito sul nostro connazionale, ha affermato che il comportamento di Giulio “non era consono al suo ruolo di ricercatore”.

Una dichiarazione che la Farnesina, in un comunicato, ha definito “inaccettabile”, ribadendo l’impegno “ad agire in tutte le Sedi, inclusa l’Unione europea, affinché la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni possa finalmente emergere”.

Gli impegni del PD

La questione investe direttamente anche il Partito Democratico. Nella Direzione Nazionale dello scorso 26 giugno è stato infatti approvato all’unanimità un Ordine del giorno denominato “Giulio Regeni” nel quale, dopo aver ribadito che “l’Egitto non può sottrarsi alla responsabilità di accertare la verità giudiziaria sull’omicidio di Giulio Regeni e per questo serve un deciso cambio di passo nella collaborazione da parte delle autorità egiziane”, “impegna il PD a discutere con la maggioranza e il governo la possibile sospensione degli accordi di fornitura militare in assenza di risposte immediate e concrete sull’uccisione di Giulio Regeni”.

Non solo. L’Odg ribadisce un ulteriore impegno del Partito Democratico: “Noi non rinunceremo mai a qualsiasi atto utile alla consegna dei responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni alla giustizia”. Considerate le recenti ignobili dichiarazioni della Procura egiziana è auspicabile che il Partito Democratico torni a prendere in esame la questione impegnandosi a discutere con il governo la sospensione delle forniture militari all’Egitto.

 

I silenzi di Renzi

A fronte delle dichiarazioni della Procura egiziana risultano, invece, assordanti i silenzi di Matteo Renzi. Lo scorso 24 novembre, nel corso dell’audizione in Commissione Regeni il leader di Italia Viva, aveva “rivendicato con forza” l’operato del Governo da lui presieduto proprio quando fu rapito e ucciso Giulio Regeni. “Abbiamo messo in campo tutti gli strumenti appena avuta la notizia” – ha detto Renzi durante l’audizione esprimendo il “rimpianto” di non aver saputo prima della scomparsa del ricercatore italiano: “Se avessimo saputo prima, forse, avremmo potuto intervenire. Fummo avvisati soltanto il 31 gennaio”. Una versione che è stata smentita dalla Farnesina. 

Renzi è stato il primo premier occidentale ad incontrare al Sisi al Cairo nell’agosto del 2014 dopo le elezioni che videro il Feldmaresciallo emergere come incontrastato presidente. In omaggio al nuovo faraone del Cairo, Renzi fece sbloccare la fornitura di 30 mila pistole Beretta per le forze di sicurezza egiziane voluta dal governo Letta.

Anche questo spiega i silenzi di Renzi, solitamente ciarliero, ma mai sulle questioni di esportazioni militari sulle quali il governo da lui presieduto detiene un record incontrastato. Per Renzi, del resto, al Sisi è “un grande leader”, come disse in unaintervista ad Al Jazeera.

L’esposto della famiglia Regeni

Nei giorni scorsi la famiglia Regeni ha presentato un esposto in Procura “contro il governo italiano per violazione della legge n. 185 del 1990”. La legge, avevano spiegato i genitori di Giulio Regeni, “vieta l’esportazione di armamenti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa”.

La motivazione è chiara: finché l’Italia continuerà ad esportare armamenti all’Egitto non avremo mai verità e giustizia per Giulio Regeni. E nemmeno per le migliaia di oppositori politici e attivisti per i diritti umani come Patrick Zaki. Per Rete Italiana Pace e Disarmo la possibilità c’è e permette di bloccare le forniture militari all’Egitto di tutta l’Unione europea. Manca solo la volontà politica del governo. Che oramai non può più accampare scuse.

(Articolo pubblicato anche sul Blog Unimondo.org)

da qui

martedì 12 gennaio 2021

L’affare del secolo con l’Egitto - Giorgio Beretta

Ha suscitato forte attenzione l’annuncio fatto dalla famiglia Regeni alla vigilia del nuovo anno durante la popolare trasmissione televisiva Propaganda Live di presentare un esposto «contro il governo italiano» per «violazione della legge n. 185 del 1990».

 

Famiglia Regeni contro l’export di armi all’Egitto

La legge, hanno spiegato i genitori di Giulio Regeni, «vieta l’esportazione di armamenti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa».

La decisione dei Regeni arriva all’indomani delle dichiarazioni della procura generale del Cairo che – non solo ha respinto la richiesta della procura di Roma di fornire il domicilio dei quattro agenti della National Security dell’Egitto (il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il reato di sequestro di persona pluriaggravato) definendola «immotivata» e «basata su false conclusioni illogiche», ma, gettando ulteriore fango su Giulio Regeni – ha affermato che il comportamento di Giulio «non era consono al suo ruolo di ricercatore».

Navi vendute all’Egitto: consegnata in sordina la prima fregata della commessa militare

Non è casuale che le dichiarazioni della procura generale del Cairo siano state fatte all’indomani della consegna alla Marina militare egiziana della prima delle due fregate militari Fremm (leggi anche Armi all’Egitto: Italia punta a commessa del secolo, ma gli attivisti non ci stanno). La consegna, avvenuta lo scorso 23 dicembre presso i cantieri del Muggiano a La Spezia, in Liguria, è stata fatta – ha evidenziato la Rete italiana pace e disarmo in un comunicato – «con una cerimonia in sordina e non pubblicizzata».

«Il tentativo di tenere nascosta la consegna e la successiva partenza alla volta dell’Egitto manifesta chiaramente l’imbarazzo da parte del Governo italiano per tutta questa operazione: non solo nessun rappresentante dell’esecutivo ha partecipato alla cerimonia, ma non ci risulta alcun comunicato ufficiale da parte dei vari ministeri in qualche modo coinvolti», commenta Rete Pace e Disarmo.

 

Fremm all’Egitto e dichiarazioni del procuratore del Cairo

Il nesso tra l’invio all’Egitto della prima fregata militare e le dichiarazioni del procuratore generale del Cairo non è solo temporale. Vi è una precisa correlazione tra i due fatti: prima della consegna della nave militare, infatti, la procura egiziana si era limitata ad esprimere solo delle «riserve» sull’indagine dei magistrati italiani.

La recente dichiarazione della procura egiziana, all’indomani della consegna della nave militare, ha alimentato l’arroganza delle autorità egiziane e pone pesanti interrogativi sulla strategia finora adottata dal governo italiano e, in particolare, dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nei rapporti con l’Egitto. Non si tratta – si noti bene – delle normali relazioni commerciali tra due Paesi, ma di un aspetto preciso: la fornitura di sistemi militari italiani al regime di al Sisi.

 

Stop Armi Egitto: la società civile si mobilita

Fin dai primi annunci riguardo alla “commessa del secolo” – un colossale affare da 9 miliardi che farà dell’Egitto il maggiore acquirente di sistemi militari italiani – le associazioni della società civile hanno promosso l’iniziativa “#StopArmiEgitto” per chiedere al governo di riferire in parlamento riguardo alle forniture di armamenti all’Egitto. Cosa finora mai avvenuta.

Rete italiana Pace e Disarmo e Amnesty International si sono pertanto mobilitate di nuovo ai primi di dicembre, all’indomani dalla chiusura da parte della procura di Roma delle indagini sul caso Regeni, per chiedere al Governo l’immediato richiamo dell’ambasciatore italiano dall’Egitto e la cancellazione degli accordi di cooperazione e vendita di armamenti al regime di al Sisi.

La mobilitazione, convocata in brevissimo tempo e in un periodo di lockdown, ha visto la partecipazione di rappresentanze in oltre trenta città italiane.

 

Vendita di armi italiane all’Egitto: l’appello dei sindacati

In questo contesto è da segnalare la positiva presa di posizione unitaria dei sindacati Cgil, Cisl e Uil. Con una lettera inviata a tutte le strutture territoriali, le maggiori organizzazioni sindacali italiane hanno comunicato di aver formalizzato la propria adesione alla mobilitazione nazionale “Stop Armi Egitto” e hanno invitato a partecipare ai presìdi cittadini.

Una presa di posizione quanto mai rilevante e nient’affatto scontata perché l’obiettivo della manifestazione, chiaramente espresso nell’appello promosso dalla Rete italiana pace e disarmo, non era solo la richiesta di “verità e giustizia” per l’omicidio di Giulio Regeni e “libertà e giustizia” per Patrick Zaki, ma – come ribadiva anche un comunicato diffuso dalla Segreteria nazionale delle Cgil – la sospensione della vendita di armi all’Egitto.

Un passo importante che segna, per la prima volta dopo vari anni, una presa di posizione unitaria sulla questione delle esportazioni di sistemi militari italiani. Ed è auspicabile che diventi l’occasione per riaprire il confronto anche all’interno delle associazioni sindacali su un tema che interessa direttamente il mondo del lavoro: la produzione e il commercio di armamenti.

Egitto: l’Ue prende posizione su Regeni e repressione

Sempre sulla questione dell’omicidio di Giulio Regeni, va ricordata la risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 18 dicembre. La mozione – che è stata approvata con 434 voti favorevoli, 49 contrari e 202 astensioni – «deplora il tentativo delle autorità egiziane di fuorviare e ostacolare i progressi nelle indagini sul rapimento, sulle torture e sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016» e chiede «all’Ue e agli Stati membri di esortare le autorità egiziane a collaborare pienamente con le autorità giudiziarie italiane».

Non solo. La risoluzione deplora la crescente repressione in atto in Egitto per mano delle autorità statali e delle forze di sicurezza egiziane, ed evidenzia che «gli arresti e le detenzioni in corso rientrano in una strategia più generale di intimidazione delle organizzazioni che difendono i diritti umani nonché di crescenti restrizioni alla libertà di espressione».

 

Una risoluzione per dire “stop” alla fornitura di armi

La risoluzione è particolarmente rilevante perché non si ferma alle pur necessarie denunce delle violazioni dei diritti umani e a ribadire «la richiesta di un riesame approfondito ed esaustivo dei rapporti dell’Ue con l’Egitto», ma presenta una significativa novità. Chiede infatti agli Stati membri di dare seguito alle conclusioni del Consiglio Affari esteri del 21 agosto 2013 sull’Egitto, in cui si annunciava la sospensione delle licenze di esportazione di qualsiasi attrezzatura che potrebbe essere utilizzata a fini di repressione interna.

Di più: la risoluzione «invita gli Stati membri a sospendere tutte le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna» e chiede all’Unione di «dare piena attuazione ai controlli sulle esportazioni verso l’Egitto per quanto riguarda i beni che potrebbero essere utilizzati a fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale».

È ormai venuto il momento che anche il Parlamento italiano faccia sentire la sua voce riguardo alle forniture di sistemi militari all’Egitto. Non è più possibile tacere fingendo di non sapere.

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domenica 1 novembre 2020

Contro la guerra? Le parole e i fatti - Giorgio Beretta

Astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale attiva nel conflitto in Yemen, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”. “Sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia”. “Sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza”.

Lo chiede, senza troppi giri di parole, il Parlamento Europeo che lo scorso 16 settembre ha approvato un’importante risoluzione sulla “Esportazione di armi” in attuazione della Posizione comune 2008/944/PESC.

Una risoluzione beatamente ignorata da gran parte dei maggiori mezzi di informazione italiani, a parte qualche lodevole eccezione come il nuovo quotidiano “Domani” (che vi ha dedicato un ampio articolo), forse perché scomoda ai loro partiti di riferimento o anche solo per non inimicarsi gruppi industriali e fornitori di pubblicità.

L’Europa e la corsa agli armamenti

La risoluzione evidenzia innanzitutto un fatto preoccupante. “A livello mondiale – nota l’Europarlamento – si sta diffondendo una nuova corsa agli armamenti e le principali potenze militari non ricorrono più al controllo degli armamenti e al disarmo per ridurre le tensioni internazionali e migliorare il clima di sicurezza globale”.

In questo contesto non è da sottovalutare il ruolo che ricopre l’Europa: come riporta la risoluzione “le esportazioni di armi dall’UE a 28, nel periodo 2015-2019, ammontavano a circa il 26% del totale mondiale, facendo dell’UE a 28 nel suo complesso il secondo maggiore fornitore di armi del mondo dopo gli Stati Uniti (36%) e prima della Russia (21%)”.

Vi è quindi una “particolare responsabilità” degli Stati membri nelle esportazioni di armi e sistemi militari considerato che queste esportazioni possono “aggravare le tensioni e i conflitti esistenti”. In particolare “verso i Paesi di Medio Oriente e Nord Africa, regione teatro di vari conflitti armati, che continuano a essere la prima destinazione regionale delle esportazioni“.

L’Europa tra pulsioni nazionaliste e disarmo

Non solo. L’Europarlamento evidenzia un ulteriore elemento di crisi e, di conseguenza di particolare attenzione per l’Unione.

“In un mondo multipolare sempre più instabile, ove sono in aumento forze nazionaliste, xenofobe e antidemocratiche, è essenziale che l’Unione europea diventi un attore influente sulla scena mondiale e conservi il suo ruolo guida con un potere di persuasione (soft power) a livello globale, impegnata a favore del disarmo sia delle armi convenzionali che di quelle nucleari, e investendo nella prevenzione dei conflitti, nella gestione delle crisi e nella mediazione prima di prendere in considerazione le opzioni militari”.

Il richiamo al disarmo e alla prevenzione dei conflitti non è scontato ed è importante che l’Europarlamento abbia ribadito che l’industria della difesa debba servire innanzitutto a “garantire la difesa e la sicurezza degli Stati membri dell’Unione” rispetto alla “competitività” industriale: “l’ambizione di accrescere la competitività del settore europeo della difesa non deve compromettere l’applicazione degli otto criteri della Posizione comune poiché essi sono prioritari rispetto a eventuali interessi economici, commerciali, sociali o industriali degli Stati membri” – ribadisce la risoluzione.

E’ in questo contesto che il Parlamento europeo chiede agli Stati membri di sospendere le forniture di armamenti e sistemi militari non solo ai Paesi già sottoposti a misure di embargo da parte dell’UE (Bielorussia, Repubblica centrafricana, Cina, Iran, Libia, Myanmar, Corea del Nord, Federazione russa, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria, Venezuela, Yemen e Zimbabwe), ma anche a Paesi che, con il loro intervento militare, stanno aggravando conflitti regionali.

Stop alle forniture di armi alla coalizione saudita

Tra questi, innanzitutto, il conflitto in Yemen. Ricordando la risoluzione del 4 ottobre 2018 sulla situazione nello Yemen, l’Europarlamento “esorta tutti gli Stati membri dell’UE ad astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”.

La risoluzione, inoltre, “accoglie con favore le decisioni dei governi di Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Italia e Paesi Bassi di adottare restrizioni sulle loro esportazioni di armi verso paesi che sono membri della coalizione a guida saudita coinvolti nella guerra nello Yemen”.

Ed evidenzia che “tali esportazioni violano chiaramente la posizione comune”. Ricorda inoltre che tra il 25 febbraio 2016 e il 14 febbraio 2019 il Parlamento ha invitato, mediante risoluzioni in plenaria, almeno dieci volte il Vicepresidente/Alto rappresentante (che era Federica Mogherini) ad “avviare un processo finalizzato ad un embargo dell’UE sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, anche per quanto riguarda, nel 2018, altri membri della coalizione a guida saudita nello Yemen e ribadisce nuovamente tale invito”.

Un invito che l’Italia farebbe bene ad ascoltare almeno prorogando la sospensione di forniture di “bombe d’aereo e missili” verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti decisa nel giugno dell’anno scorso a seguito della mozione presentata dai partiti dell’allora maggioranza di governo (M5S e Lega) ed approvata col voto favorevole dei due suddetti partiti, con l’astensione di tutti gli altri e nessun voto contrario.

Come noto, una mozione per sospendere tutte le forniture militari a tutti i Paesi facenti parte della coalizione a guida saudita coinvolti nei bombardamenti in Yemen era stata fortemente richiesta, da almeno tre anni, da un ampio gruppo di associazioni tra cui Rete italiana per il disarmo, Amnesty International, Oxfam e Save the Children.

L’ultima Relazione governativa riporta invece che anche lo scorso anno sono state rilasciate ben 57 nuove autorizzazioni per forniture di sistemi militari per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti del valore complessivo di oltre 196 milioni di euro tra cui figurano “bombe, siluri, razzi e missili”, cioè proprio i sistemi militari che avrebbero dovuto essere sospesi.

Nessuna spiegazione è finora pervenuta né dal nuovo governo né dall’autorità preposta al rilascio delle autorizzazioni: l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA).

Sospendere le licenze di armi alla Turchia

Anche nei confronti della Turchia, l’Europarlamento invita il Vicepresidente/Alto rappresentante a “introdurre un’iniziativa in seno al Consiglio affinché tutti gli Stati membri dell’UE sospendano la concessione di licenze di esportazione di armi”.

La risoluzione “condanna fermamente la firma dei due memorandum d’intesa tra la Turchia e la Libia sulla delimitazione delle zone marittime e su una cooperazione militare e di sicurezza globale che sono interconnessi e violano chiaramente il diritto internazionale e la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impone un embargo sulle armi nei confronti della Libia”.

La risoluzione ricorda la “decisione presa da alcuni Stati membri di sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia”.

Decisione che l’anno scorso ad ottobre il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha annunciato di aver implementato firmando un “atto interno alla Farnesina” – che non è mai stato reso pubblico – per bloccare però solo le “vendite future di armi alla Turchia” e per “avviare un’istruttoria sui contratti in essere».

Come ha rivelato un’ampia inchiesta di Altreconomia, nonostante questi annunci, l’Italia ha continuato a fornire armamenti alle forze armate di Ankara.

Non solo: dai dati del registro dell’Istat sul commercio estero, analizzati dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono stati esportati in Turchia più di 85 milioni di euro di “armi e munizioni”, una cifra che costituisce il record storico dal 1991; solo nel primo semestre del 2020 l’export si attesta a quasi 60 milioni di euro.

Si tratta in gran parte di munizionamento pesante, prodotto ed esportato soprattutto all’azienda “Meccanica per l’elettronica e servomeccanismi” (MES) con sede a Colleferro in provincia di Roma: azienda che produce ed esporta munizionamento militare come il colpo completo di calibro 105/51 millimetri HEAT-T e di 120 millimetri HEAT-MP-T.

Ma sono continuate anche le esportazioni ad Ankara di bombe aeree prodotte dalla RWM Italia. Anche a fronte di queste nuove forniture, ieri con un comunicato la Rete Italiana Pace e Disarmo ha rinnovato la richiesta al governo italiano di bloccare le forniture di armamenti al regime di Erdogan.

Sospendere le esportazioni di armi all’Egitto

Ricordando che, a seguito del colpo di stato del generale Al Sisi, già nell’agosto del 2013 il Consiglio degli Affari esteri dell’UE aveva deciso che “gli Stati membri dell’Unione hanno convenuto di sospendere le licenze di esportazione verso l’Egitto di attrezzature che potrebbero essere usate a fini di repressione interna”, l’Europarlamento “condanna il mancato rispetto persistente di tali impegni da parte degli Stati membri” ed “invita pertanto gli Stati membri a sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna”. La risoluzione invita inoltre il Vicepresidente/Alto rappresentante “a riferire sullo stato attuale della cooperazione militare e di sicurezza degli Stati membri con l’Egitto” e chiede che “l’Unione dia piena attuazione ai controlli sulle esportazioni verso l’Egitto per quanto riguarda i beni che potrebbero essere utilizzati a fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale”.

In questi anni, nonostante il persistere della repressione interna, la mancata cooperazione da parte delle autorità egiziane a fornire le informazioni richieste dai magistrati italiani riguardo all’orribile uccisione di Giulio Regeni e anche all’incarcerazione illegittima di Patrick Zaki, l’Italia ha continuato a fornire armi e sistemi militari all’Egitto. Anche in questo caso, nonostante il ministro Di Maio lo scorso giugno abbia affermato che la vendita delle due fregate Fremm all’Egitto non è ancora conclusa, nei giorni scorsi un’ampia inchiesta de “L’Espresso” ha rivelato che l’affare è stato portato a termine. Amnesty International e Rete Italiana Pace e Disarmo con un comunicato hanno sollecitato il Governo a rivedere questa decisione “illegale e pericolosa” e hanno rinnovato la richiesta al Parlamento di esaminare con attenzione la questione e di manifestare pubblicamente il proprio parere. Non va dimenticato, inoltre, che l’Italia nonostante la decisione del Consiglio dell’UE, già dal 2014 ha continuato a inviare alle forze di sicurezza egiziane anche armi e munizioni che possono essere impiegate per la repressione interna.

E il Parlamento italiano?

E’ compito delle forze politiche che hanno promosso e votato la risoluzione al Parlamento europeo chiedere al governo italiano di sostenerla in sede di Consiglio Ue e, soprattutto, di cominciare ad attuarla con precise restrizioni che deve assumere il governo italiano. I due partiti al governo, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, a Bruxelles hanno votato a favore della risoluzione e, nelle loro dichiarazioni, hanno richiamato la necessità degli Stati di “essere credibili” nell’attuare le restrizioni previste sulle esportazioni di armi e sistemi militari. Ci auguriamo che vogliano esserlo anche i loro colleghi che siedono nel Parlamento italiano.

Articolo pubblicato anche sul blog Unimondo.org

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