Visualizzazione post con etichetta palestinesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta palestinesi. Mostra tutti i post

giovedì 20 novembre 2025

Medici per i diritti umani denuncia uccisioni prigionieri di Gaza nelle carceri israeliane

 

Il nuovo rapporto diffuso da Medici per i diritti umani-Israele (Phri) apre uno squarcio ulteriore su un sistema detentivo che negli ultimi due anni ha raggiunto un livello di letalità senza precedenti. 98 prigionieri politici palestinesi sono morti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani, il bilancio più alto degli ultimi decenni. 94 di queste morti sono documentate tra il 7 ottobre 2023 e l’agosto 2025. Le altre quattro si collocano nei due mesi successivi, in un quadro che gli autori dello studio definiscono l’esito di una escalation sistemica.

Il rapporto, intitolato Deaths of Palestinians in Israeli custody: enforced disappearances, systematic killings and cover-ups, descrive una macchina repressiva che con l’inizio dell’offensiva contr0 Gaza ha acquisito una forza inedita. La maggioranza dei palestinesi provenienti dalla Striscia e deceduti in detenzione non era classificata come combattente dalle stesse autorità israeliane. Erano civili arrestati in modo arbitrario, in un contesto di prigionia, sparizioni e punizioni collettive della popolazione di Gaza. Phri parla senza mezzi termini di morti frutto di gravi violenze, omissioni e abusi strutturali.

Nei primi otto mesi dopo il 7 ottobre un prigioniero palestinese moriva in media ogni quattro giorni. Una frequenza che rischia persino di essere sottostimata, perché centinaia di persone arrestate a Gaza non risultano ufficialmente detenute e molte famiglie non hanno ricevuto alcuna comunicazione sulla sorte dei propri cari. Diciotto cittadini di Gaza morti in custodia restano privi di identità. In passato l’esercito ha negato detenzioni poi rivelatesi tali solo con la morte degli arrestati, e questo precedente alimenta il sospetto che il numero reale sia più alto.

 

I referti medici esaminati dai ricercatori raccontano un repertorio ricorrente di maltrattamenti. Percosse prolungate e concentrate su parti vitali del corpo. Malnutrizione e rifiuto delle cure. Mancata somministrazione di farmaci a pazienti con patologie croniche gravi. Condizioni di vita insostenibili che in alcuni casi hanno portato alla setticemia o a complicazioni respiratorie. Le dieci autopsie disponibili non lasciano spazio all’ambiguità. Costole spezzate, lacerazioni interne, lesioni compatibili con ripetuti colpi contundenti.

Oneg Ben Dror, tra i ricercatori che hanno contribuito all’inchiesta, descrive questo insieme di evidenze come la manifestazione di un disegno deliberato. “Quelle che emergono” afferma “non sono morti accidentali o il risultato di episodi isolati ma uccisioni di palestinesi durante la detenzione. La totale assenza di indagini credibili sui responsabili trasforma il quadro giuridico israeliano in una copertura formale che legittima l’impunità”.

Le autorità carcerarie, sotto la linea dura promossa dal ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, hanno intensificato restrizioni e abusi, mentre in Parlamento prende forma una proposta di legge per introdurre la pena di morte per i “terroristi palestinesi”.

Il centro di detenzione di Sde Teiman emerge come il punto più nero della mappa. Ventinove dei novantotto morti sono passati da lì. Il luogo è tornato al centro dell’attenzione pubblica dopo l’incriminazione di cinque soldati accusati di torture, stupro e lesioni aggravate contro un prigioniero palestinese, in un caso reso noto dalla procuratrice militare Yifat Tomer Yerushalmi. L’inchiesta ha scosso l’apparato militare ma la procuratrice, invece di essere tutelata, è stata arrestata con l’accusa di aver diffuso immagini riservate e arrecato un danno allo Stato. L’unica sentenza definitiva riguarda per ora un soldato condannato a sette mesi per aggressioni a detenuti, un epilogo che conferma la difficoltà di spezzare il muro di omertà.

Dopo Sde Teiman seguono, per numero di decessi, le prigioni di Ketziot, Megiddo e Nitzan. Cinque prigionieri sono morti all’ospedale Soroka di Beersheva, spesso dopo settimane di detenzione in condizioni dure. Sessantotto delle vittime provenivano da Gaza, ventitré dalla Cisgiordania e tre erano cittadini palestinesi di Israele. Sette casi si collocano prima del trasferimento formale in carcere, un’ulteriore zona d’ombra che riguarda i centri di detenzione militare.

 

Nel carcere di Megiddo gli esiti delle autopsie indicano emorragie interne e traumi da impatto violento, come nel caso di Omar Daraghmeh. Poco dopo è deceduto Abdul Rahman Marai, le cui costole e il cui sterno risultavano fratturati. Un testimone riferisce che quindici agenti lo picchiarono per diversi minuti colpendo soprattutto la testa. Il quadro non cambia per i più giovani. Walid Ahmed, diciassette anni, è morto nel marzo scorso in uno stato di denutrizione estrema, con ferite non curate e gravi infezioni intestinali. Un destino analogo ha colpito Mohammed Al Sabbar, ventun anni, deceduto nel febbraio 2024.

La sequenza dei decessi descrive un sistema che opera fuori dalle leggi internazionali, sostenuto da una combinazione di violenza sistematica e mancanza di responsabilità. Il rapporto di Phri rappresenta una delle documentazioni più profonde di questa realtà, ma sfiora soltanto la superficie. Le famiglie palestinesi continuano a cercare risposte, i centri di detenzione restano opachi.

da qui

sabato 18 ottobre 2025

Chiedo scusa ma non ho capito: per il genocidio non pagherà nessuno? - Pietro Francesco Maria de Sarlo

 

Chiedo scusa ma non ho capito. Mi baso sui fatti raccontati sui giornali e in TV, per cui se non capisco la colpa è di tv, giornali o dei fatti. Per carità potrebbe essere anche colpa mia, in tal caso, sono certo, che me lo farete notare.

Da due anni assistiamo in diretta al genocidio dei palestinesi. Biden prima e Trump poi ogni tanto hanno invitato l’amico Bibi a moderarsi. Le cancellerie europee e le nostre massime istituzioni, Quirinale e Chigi, hanno tuonato, si sono indignate, hanno invocato il diritto internazionale e indicato… Putin come nemico della civiltà occidentale. Persino Mattarella si è lanciato con gli occhiali vibranti di sdegno in ricostruzioni storiche, un po’ stiracchiate a dire il vero, per dimostrare la ferocia dell’orco sovietico. Ma di fronte al genocidio di Gaza tutti muti fino a pochi giorni fa. Al massimo qualche rimprovero, o qualche intimazione verbale a favore di telecamere data con tono fermo e cipiglio austero da Tajani: ho detto di fermarsi!

Noi italiani, che al fondo siamo sempre brava gente, abbiamo mandato aiuti, affidandone la distribuzione agli israeliani, ospitato e curato bambini e famiglie di giorno. Di notte invece commerciavamo in armi con un paese in guerra, vietato dalla Costituzione, che commetteva genocidio. Visto che le massime cariche dello Stato si appellano sempre al diritto internazionale occorre ricordare che, se provato, chi ha consentito questo commercio è complice di genocidio.

Nessuna sanzione a Israele, nessuna convocazione dell’ambasciatore neanche quando cittadini italiani venivano rapiti in acque internazionali. Anzi il governo ha chiesto la cortesia di non maltrattare troppo questi cittadini italiani che, al contrario delle istituzioni, non hanno girato il capo dall’altro lato. Non solo ma, a quanto pare, consentiamo al Mossad di scortare la squadra israeliana a Udine.

All’improvviso cambia il clima. L’indignazione popolare sale in tutto il mondo quando l’amico Bibi ordina di radere al suolo Gaza City, mettendo sempre più in difficolta l’ignavia e la vigliaccheria dei governi Ue che sono sempre più in imbarazzo. Tanto che atterriti all’idea che nella vicenda Flotilla ci scappasse il morto hanno pregato e implorato, quelli che i leoni da tastiera e Renzi chiamano croceristi, di fermarsi. Persino Mattarella è intervenuto con un accorato appello, ma si sa la gesuitica saggezza o la si pratica da bambini o non la si può insegnare.

Se siamo intellettualmente onesti se i governanti italiani e Ue possono sentirsi, ovviamente in pubblico, un filo imbarazzati dal comportamento degli israeliani dato lo sdegno popolare, a Trump non gliene po frega’ de meno. La svolta c’è stata per un errore fatale di Bibi, senza il quale il massacro sarebbe continuato fino allo sterminio totale. Le bombe sul Qatar e su chi stava negoziando. E questo persino a Trump è parso troppo.

Non certo per aver tentato di uccidere le delegazioni del nemico, che neanche nel Medioevo era lecito, ma perché in Qatar ci sono i soldi. Quelli veri. Oltre alle fonti energetiche che servono tanto a quel che resta dell’Occidente e a Trump e ai suoi affari. Bombardare proprio l’amichetto del cuore che gli aveva appena regalato un aereo, mica il Kugel o la crostata ricotta e visciole!

E poi il mondo arabo in subbuglio che parla di Nato araba, i Sauditi che firmano accordi di assistenza bellica reciproca con il Pakistan, potenza atomica. Insomma il terrore che saltasse tutto il cucuzzaro della influenza occidentale in Medio Oriente. Errore fatale. In un amen e senza difficoltà Trump vede gli arabi e intima a Bibi di fermarsi.

Ecco non capisco. Trump merita il Nobel per la Pace per aver fermato gli assassini dell’IDF o di essere processato per averlo fatto prima? Come direbbe Lucrezio ‘medio de fonte leporum surgit amari’. Insieme alla felicità della pace c’è l’amaro della certezza che nessuno pagherà. A parte i leader di Hamas uccisi e i poveri palestinesi, non Bibi e neanche i nostri vigliacchi governanti.

da qui

giovedì 16 ottobre 2025

Dal Ringraziamento alla Nakba, le origini genocide legano Stati Uniti e Israele - Omar Shabana

Stati Uniti e Israele sono stati forgiati nel Genocidio. Per quanto nascondano le loro origini, non sono riusciti a cancellare i popoli indigeni rimasti. 

Varie tonalità di rosso e arancione decorano ora gli alberi in tutto l’emisfero settentrionale, annunciando l’arrivo dell’autunno. Quegli stessi colori mettono in risalto scene brutalmente diverse a Gaza, in Palestina. I barbari bombardamenti ricordano ai cittadini i primi giorni del Genocidio in corso, e l’attuale invasione di Gaza sta dicendo al suo milione di residenti che il peggio deve ancora venire.

Nel frattempo, dall’altra parte del globo, dove molte di queste armi vengono progettate e prodotte, si avvicina una festività molto nota. Tra soli due mesi, gli Stati Uniti celebreranno il Giorno del Ringraziamento.

Se avete visto qualche serie televisiva ambientata a New York, probabilmente avrete familiarità con i riferimenti al tacchino arrosto, a una grande parata e ai racconti dei Padri Pellegrini. Nelle scuole americane, ai bambini viene insegnata una versione romanzata del passato.

Secondo questa storia, i Padri Pellegrini salparono a bordo della Mayflower in cerca di libertà religiosa. Dopo aver sopportato un inverno rigido e aver lottato per procurarsi il cibo, furono aiutati dai nativi americani che insegnarono loro a cacciare, pescare e piantare il mais. L’autunno successivo, i Padri Pellegrini invitarono i loro nuovi amici a festeggiare un raccolto abbondante. Insieme, sedettero in armonia, condivisero il cibo e resero grazie. Questo viene comunemente presentato come il primo Giorno del Ringraziamento.

La versione semplificata ci racconta che un gruppo in fuga dalla persecuzione religiosa cercò una terra aperta per trovare libertà e sicurezza. Avevano bisogno di imparare come vivere in questa nuova terra, e poi condivisero gentilmente i loro successi con la popolazione nativa.

Eppure questa narrazione suona stranamente familiare a coloro che studiano il Colonialismo di Insediamento. Gli inglesi che arrivarono erano coloni, non semplici pellegrini. Le competenze non venivano donate liberamente dai nativi americani, ma scambiate nell’ambito di alleanze politiche contro i nativi rivali.

Queste stesse tribù furono in seguito sottoposte a violenza sistematica e, in molti casi, all’annientamento. Per molti nativi americani oggi, il Giorno del Ringraziamento non è un giorno di festa, ma di lutto.

Non è solo una narrazione propagandistica condivisa con il Colonialismo israeliano; anche i metodi di Sterminio sono gli stessi. L’espulsione forzata della Nazione Cherokee negli anni ’30 dell’Ottocento ai sensi della Legge sulla Rimozione dei Nativi un agghiacciante promemoria di come le campagne di reinsediamento distruggano interi popoli e culture.

All’inizio del diciannovesimo secolo, i Cherokee avevano adottato molti elementi della società euroamericana. Pubblicavano un giornale bilingue, il Cherokee Phoenix, adottarono una costituzione modellata su quella degli Stati Uniti e fondarono scuole.

Niente di tutto ciò li proteggeva. Quando fu scoperto l’oro nelle loro terre, le autorità federali e statali li costrinsero ad andarsene. Nel 1838, le truppe americane espulsero 16.000 nativi Cherokee dalle loro terre. Quattromila morirono di malattie, fame e freddo durante la marcia verso ovest, oggi ricordata come il Sentiero delle Lacrime.

Il Massacro dei Bufali del diciannovesimo secolo fu un’altra strategia deliberata, privando i popoli nativi di una delle loro fonti di cibo primarie e facendoli morire di fame fino alla sottomissione. Le epidemie introdotte attraverso la guerra e l’insediamento hanno aggravato la devastazione. La fame e la malattia sono diventate armi di conquista. 

Oggi, le immagini native americane sopravvivono spesso solo in mascotte o come frammenti della storia. Molti americani non possono nominare una singola persona nativa che conoscono personalmente. Anche la rappresentanza in politica è minima.

Forse ironicamente, nei plessi universitari negli Stati Uniti, gli studenti di tutto lo spettro politico stanno ora mettendo in discussione il sostegno alle azioni di Israele a Gaza. La relazione coraggiosa dei giornalisti palestinesi ha rivelato l’uso della fame forzata, della Tortura, della distruzione delle strutture sanitarie e della guerra psicologica, tutti diretti a spezzare il popolo palestinese. Queste tattiche riecheggiano quelle usate un tempo contro i nativi americani. 

Questo momento probabilmente costringerà i giovani americani a guardare dentro di sé. Dopotutto, l’America moderna è per i nativi americani ciò che Israele è per i palestinesi. Dall’inquadrare la narrazione attorno all’avventura e alla libertà religiosa (attualmente erosa dal Partito Repubblicano) al discutere se la cancellazione dei nativi americani rientri tecnicamente nella definizione di Genocidio, i parallelismi sono infiniti.

Per Israele, gli Stati Uniti sono un esempio di successo di Colonialismo dei coloni. Per gli Stati Uniti, Israele rappresenta uno specchio del proprio passato, una nazione che afferma di costruire la civiltà da zero. Il legame tra le due nazioni si estende oltre la religione o la geopolitica. Riflette un’ideologia condivisa di Conquista e Insediamento.

Se gli Stati Uniti dovessero mai riconoscere il genocidio di Israele, sarebbero anche costretti a confrontarsi con la propria storia di Sterminio e furto di terre. Man mano che le narrazioni cambiano nelle università americane, i giovani potrebbero arrivare a considerarsi discendenti di coloni violenti, non semplicemente eredi di un passato roseo e avventuroso.

I parallelismi tra le due nazioni servono anche a evidenziare importanti differenze. Mentre gli Stati Uniti si spacciano per sostenitori dei principi di libertà religiosa, democrazia e giustizia per tutti, Israele è uno Stato etnico religioso, il che significa automaticamente che la loro democrazia e giustizia diventano discutibili. Israele è anche uno Stato di Apartheid, dove i palestinesi sono giudicati da tribunali militari. Gli Stati Uniti riconoscono pieni diritti costituzionali ai nativi americani, e lo fanno da tempo. Per molti versi, il Colonialismo israeliano è più estremo e sempre più fragile.

Eppure, nella tragedia del Genocidio dei nativi americani si cela un’altra verità. I ​​popoli indigeni sono sopravvissuti. Hanno preservato lingue, costumi e identità nonostante le Campagne di Sterminio. Continuano a lottare per il riconoscimento e la giustizia. Forse, mentre gli americani etici assistono alla distruzione della Palestina, presteranno maggiore attenzione alla causa dei nativi di quella terra.

Omar è uno studente di dottorato egiziano-britannico all’Università di Cambridge e un attivista pro-palestinese. Mentre la sua ricerca si concentra sull’immunologia e sulle malattie, Omar ha ulteriori interessi per la politica, la religione e la sociologia.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

da qui

mercoledì 12 marzo 2025

L’arresto senza accuse di Mahmoud Khalil, studente pro Palestina della Columbia, preoccupa il mondo - Sara Pierri

 


Mahmoud Khalil, leader delle proteste pro Palestina nelle università americane, è stato arrestato sabato notte. Si trovava nella sua residenza alla Columbia University con la moglie incinta di otto mesi quando gli agenti dell’ufficio americano dell’immigrazione (ICE) hanno fatto irruzione e, mostrando un mandato, hanno preso in custodia l’uomo senza presentare alcun tipo di accusa formale.

L’arresto senza accuse 

Khalil ha origini siriane e palestinesi ed è in regolare possesso di green card oltre a essere sposato con una cittadina americana. Nonostante questo, gli agenti hanno comunicato la revoca del suo visto studentesco. Un visto che però non esiste, essendo l’uomo ufficialmente cittadino americano e non avendo necessità di un visto per restare nel paese. La sua avvocata, Amy Greer, si è detta sorpresa del provvedimento senza precedenti e ha raccontato alla BBC che Khalil è detenuto in un centro dell’ICE in New Jersey.

La moglie, anche lei minacciata di arresto quando ha cercato di opporsi all’irruzione, non è stata autorizzata a fargli visita e gli agenti hanno negato l’uomo si trovasse lì. Dopo due giorni senza notizie, si è scoperto che è detenuto in un centro per migranti in Louisiana. Trump sperava in una deportazione lampo ma
un giudice federale di New York ha bloccato ogni pratica almeno fino a mercoledì 12 marzo, giorno in cui lo studente attivista potrebbe comparire in tribunale.

Le proteste pro Palestina alla Columbia University

Khalil, l’anno scorso, è stato tra gli attivisti più impegnati nelle proteste a favore della Palestina nei campus universitari americani. Il suo arresto arriva dopo le recenti dichiarazioni di Trump sull’inasprimento delle repressioni contro le università. Prima ha ordinato il taglio dei fondi alla Columbia per la cifra di 400 milioni di dollari, poi l’arresto del leader del movimento pacifico, a suo dire per difendere gli studenti ebrei da quelle che il presidente definisce «violenze antisemite».

La Columbia ha voltato le spalle ai propri studenti e ha cercato di preservare i propri fondi intensificando “le punizioni” verso gli studenti più impegnati. Maryam Alwan, studentessa dell’università, ha ricevuto una mail disciplinare che la accusava di molestie e discriminazioni dopo un editoriale uscito sul giornale universitario in cui chiedeva di disinvestire da Israele.

Un altro attivista è sotto inchiesta per aver affisso dei manifesti fuori dal campus e un altro è stato sanzionato per una mostra d’arte sull’occupazione israeliana a opera di artisti palestinesi. La direzione della Columbia University si è rifiutata di commentare l’arresto del suo studente.

Sempre più repressione, sempre più estrema

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha paragonato gli studenti ai terroristi di Hamas e Trump ha proposto l’uso dell’intelligenza artificiale per identificarli attraverso le loro attività sui social network. I due promettono di revocare la green card agli studenti coinvolti, una pratica legalmente impossibile visto che la decisione di revoca avviene solo in casi estremamente gravi e viene decisa esclusivamente da un giudice. Trump aveva preannunciato la svolta repressiva qualche giorno fa, utilizzando la parola Shalom, un saluto ebraico che significa pace, sul suo account X.

Le reazioni all’arresto tra solidarietà e sgomento

Le reazioni degli ebrei americani non si sono fatte attendere, particolarmente significativa quella dello scrittore David Grossman:

«Rendere le parole e le frasi ebraiche intercambiabili con la detenzione dell’ICE significa fare dell’ebraismo il volto del fascismo. Questo è successo in Israele e succederà qui se lo permettiamo»

L’arresto ha provocato sgomento e una serie di critiche da parte di associazioni sui diritti umani, singole personalità politiche e addirittura dalla Procuratrice Generale di New York Letitia James che ha dichiarato di star «monitorando attentamente la situazione». In seguito al suo arresto numerose protese spontanee hanno invaso le strade di New York, le petizioni per la sua scarcerazione aumentano e numerose associazioni ebraiche si sono dette contrarie all’arresto.

https://www.ultimavoce.it/arresto-senza-accuse-mahmoud-khalil/

venerdì 30 agosto 2024

La disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana è ormai assoluta - Meron Rapoport

 

 

In passato, il dibattito morale di Israele sulle sue azioni militari poteva essere limitato e ipocrita, ma almeno esisteva. Non questa volta.

 

Alle 5:40 del mattino del 10 agosto, il portavoce dell’IDF ha inviato un messaggio ai giornalisti informandoli di un attacco aereo israeliano su un “quartier generale militare situato nel complesso scolastico di Al-Taba’een vicino a una moschea nell’area di Daraj [e] Tuffah, che funge da rifugio per i residenti di Gaza City”.

“Il quartier generale”, ha continuato il portavoce, “è stato utilizzato dai terroristi dell’organizzazione terroristica di Hamas per nascondersi e da lì hanno pianificato e promosso attacchi terroristici contro le forze dell’IDF e i cittadini dello Stato di Israele. Prima dell’attacco, sono state prese molte misure per ridurre le possibilità di danneggiare i civili, tra cui l’uso di munizioni di precisione, equipaggiamento visivo e informazioni di intelligence”.

Poco dopo questo annuncio, sono circolate in tutto il mondo immagini scioccanti della scuola di Al-Taba’een, che mostravano mucchi di carne smembrata e parti del corpo rimosse in sacchetti di plastica. Le immagini erano accompagnate da resoconti secondo cui circa 100 palestinesi erano stati uccisi nell’attacco israeliano, con molti altri ricoverati in ospedale. La maggior parte delle vittime si trovava nel mezzo del fajr, o preghiera dell’alba, in uno spazio designato all’interno del complesso scolastico.

Nelle ore e nei giorni successivi, come previsto, si è sviluppata una guerra di narrazioni sul numero di vittime civili. Il portavoce dell’IDF ha pubblicato le foto e i nomi di 19 palestinesi che, a suo dire, erano “operativi” di Hamas o della Jihad islamica uccisi nell’attacco; a molti è stata data l’etichetta senza specificare la loro presunta posizione o grado.

Hamas ha negato le accuse. Anche l’Euro-Med Human Rights Monitor ha contestato le informazioni dell’esercito israeliano: la ONG ha scoperto che alcune delle persone sulla lista dell’esercito erano state in effetti uccise in precedenti attacchi a Gaza, che altri non avevano mai sostenuto Hamas e che alcuni si erano persino opposti al gruppo. L’esercito ha poi pubblicato un elenco aggiuntivo di altri 13 palestinesi che, secondo quanto sostiene, erano operativi uccisi nel bombardamento.

Mentre solo un’indagine indipendente potrebbe determinare in modo definitivo l’identità di tutte le vittime dell’attacco, la dichiarazione iniziale del portavoce dell’IDF è indicativa del drammatico cambiamento che la società israeliana ha subito per quanto riguarda la vita dei palestinesi a Gaza.

Protesta contro la detenzione di soldati di riserva israeliani sospettati di aver aggredito sessualmente un prigioniero palestinese, alla base militare di Beit Lid, 29 luglio 2024. (Chen Leopold/Flash90)

L’annuncio dell’IDF affermava esplicitamente che la scuola “serve come rifugio per i residenti di Gaza City”, il che significa che l’IDF sapeva che i rifugiati erano fuggiti lì per paura dei bombardamenti dell’esercito stesso. La dichiarazione non affermava che ci fossero stati attacchi con armi da fuoco o missili dalla scuola, ma che “i terroristi di Hamas … hanno pianificato e promosso … atti terroristici” da essa. Né affermava che i civili che si erano rifugiati nella scuola avevano ricevuto alcun avvertimento, solo che l’esercito aveva usato “armi di precisione” e “intelligence”. In altre parole, l’esercito ha bombardato un rifugio popolato sapendo benissimo le ripercussioni mortali che il suo assalto avrebbe inflitto.

Come se affamare milioni di persone fosse un hobby

Non dovrebbe sorprendere che i media israeliani abbiano appoggiato le affermazioni del portavoce dell’IDF. Quando si tratta dei clamorosi fallimenti della sicurezza che hanno portato al 7 ottobre, ai media israeliani, e in particolare ai media di destra, è concesso di essere critici e scettici nei confronti dell’esercito. Ma quando si tratta di uccidere palestinesi, tale scetticismo viene gettato dalla finestra: a Gaza, l’esercito ha sempre ragione.

“In guerra, le scuole sono off limits”, ha scritto il Prof. Yuli Tamir, ex ministro dell’istruzione israeliano, su Haaretz. “Non c’è un singolo comandante che dirà: ‘Basta così’?” La risposta è un sonoro no. Ogni guerra comporta un certo livello di disumanizzazione del nemico. Ma sembra che nell’attuale guerra a Gaza, la disumanizzazione dei palestinesi sia quasi assoluta.

Dopo ogni guerra degli ultimi decenni in cui gli israeliani hanno combattuto, ci sono state pubbliche manifestazioni di rimorso. Questo è stato spesso criticato come una mentalità di “sparare e piangere” – ma almeno i soldati piangevano.

Dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, fu pubblicato il libro di enorme successo “The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day War”, contenente testimonianze di soldati che cercavano di confrontarsi con i dilemmi morali che avevano affrontato durante i combattimenti. Dopo i massacri di Sabra e Shatila nel 1982, centinaia di migliaia di israeliani – tra cui molti che avevano prestato servizio nella guerra del Libano – scesero in piazza per protestare contro i crimini dell’esercito.

Durante la prima Intifada, molti soldati parlarono degli abusi sui palestinesi. La seconda Intifada diede origine alla ONG Breaking the Silence. Il discorso morale sull’occupazione potrebbe essere stato ristretto e ipocrita, ma esisteva.

Non questa volta. L’esercito israeliano ha ucciso almeno 40.000 palestinesi a Gaza, circa il due percento della popolazione della Striscia. Ha causato il caos totale, distruggendo sistematicamente quartieri residenziali, scuole, ospedali e università. Centinaia di migliaia di soldati israeliani hanno combattuto a Gaza negli ultimi 10 mesi, eppure il dibattito morale è quasi inesistente. Il numero di soldati che hanno parlato dei loro crimini o difficoltà morali con seria riflessione o rammarico, anche in forma anonima, può essere contato sulle dita di una mano.

Paradossalmente, la distruzione insensata e gratuita che l’esercito sta scatenando a Gaza può essere vista dalle centinaia di video che i soldati israeliani hanno filmato e inviato ad amici, familiari o partner per orgoglio delle loro azioni. È dalle loro registrazioni che abbiamo visto le truppe far saltare in aria le università di Gaza, sparare a caso alle case e distruggere un impianto idrico a Rafah, per citare solo alcuni esempi.

Il generale di brigata Dan Goldfuss, comandante della 98a divisione, la cui lunga intervista nell’occasione del suo pensionamento è stata presentata come un esempio di comandante che sostiene i valori democratici, ha detto: “Non mi dispiace per il nemico… non mi vedrete sul campo di battaglia provare pena per il nemico. O lo uccido o lo catturo”. Non è stata detta una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi dal fuoco dell’esercito o sui dilemmi che hanno accompagnato tale massacro.

Allo stesso modo, il tenente colonnello A., comandante del 200° squadrone che gestisce la flotta di droni dell’aeronautica militare israeliana, ha rilasciato un’intervista a Ynet all’inizio di questo mese, in cui ha affermato che la sua unità aveva ucciso “6.000 terroristi” durante la guerra. Quando gli è stato chiesto, nel contesto dell’operazione di salvataggio per liberare quattro ostaggi israeliani a giugno, che ha portato all’uccisione di oltre 270 palestinesi, “Come si identifica chi è un terrorista?”, ha risposto: “Abbiamo attaccato sul ciglio della strada per allontanare i civili e chiunque non fosse fuggito, anche se era disarmato, per quanto ci riguardava, era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”.

Questa disumanizzazione ha raggiunto nuovi vertici nelle ultime settimane con il dibattito sulla legittimità dello stupro dei prigionieri palestinesi. In un dibattito sulla rete televisiva mainstream Channel 12, Yehuda Shlezinger, un “commentatore” del quotidiano di destra Israel Hayom, ha chiesto di istituzionalizzare lo stupro dei prigionieri come parte della pratica militare. Almeno tre membri della Knesset del partito al governo Likud hanno sostenuto che ai soldati israeliani dovrebbe essere consentito di fare qualsiasi cosa, incluso lo stupro.

Ma il trofeo più grande va al ministro delle Finanze e vice del ministero della Difesa di Israele, Bezalel Smotrich. Il mondo “non ci lascerà causare la morte di fame di 2 milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale, finché i nostri ostaggi non saranno restituiti”, si è lamentato in una conferenza di Israel Hayom all’inizio di questo mese.

Le osservazioni sono state duramente condannate in tutto il mondo, ma in Israele sono state accolte con indifferenza, come se far morire di fame milioni di persone fosse solo un banale passatempo. Se i semi della disumanizzazione non fossero già stati piantati e ampiamente legittimati, Smotrich non avrebbe osato dire una cosa del genere pubblicamente. Dopotutto, vede con quanta prontezza il governo e l’esercito israeliani hanno effettivamente abbracciato il suo “Piano decisivo” a Gaza.

“Finché uccidiamo, loro meritano di morire”

Quando parliamo della corruzione morale che l’occupazione porta con sé, spesso ricordiamo le parole del Prof. Yeshayahu Leibowitz. Nell’aprile del 1968, non ancora un anno dopo l’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, scrisse: “Lo stato che governa una popolazione ostile di 1,4-2 milioni di stranieri diventerà necessariamente uno stato Shin Bet, con tutto ciò che ciò implica per lo spirito di istruzione, la libertà di parola e di pensiero e la governance democratica. La corruzione che è caratteristica di tutti i regimi coloniali infetterà anche lo Stato di Israele”.

Quando consideriamo l’abisso morale in cui si trova ora la società israeliana, è difficile non attribuire capacità profetiche a Leibowitz. Ma un esame attento delle sue parole rivela un quadro più complesso. Si potrebbe sostenere che l’Israele del 1968 era ancora meno democratico di oggi. Era uno stato monopartitico governato dal Mapai (l’antecedente dell’attuale partito laburista), che escludeva non solo i suoi cittadini palestinesi, che erano emersi solo due anni prima dal governo militare israeliano, ma anche gli ebrei mizrahi dei paesi arabi e musulmani, e teneva all’angolo gli ebrei religiosi e ultra-ortodossi.

I media israeliani non hanno criticato molto il governo e i libri di testo scolastici da cui ho imparato negli anni ’60 e ’70 non erano particolarmente progressisti. All’interno della Linea Verde, Israele è molto più liberale oggi di quanto non lo fosse nel 1968. Le donne ricoprono sempre più posizioni di potere, per non parlare delle persone LGBTQ+, la cui stessa esistenza era un crimine. Economicamente, Israele è un paese molto più libero rispetto all’economia statalista centralizzata degli anni ’60 (e le disuguaglianze sono aumentate di conseguenza) e il paese è molto più connesso al resto del mondo. Si potrebbe sostenere che questa non è una contraddizione, ma piuttosto processi complementari.

L’occupazione non ha solo arricchito Israele (le esportazioni di difesa hanno raggiunto un record di 13 miliardi di dollari nel 2023, ad esempio), ma lo ha aiutato a mantenere due sistemi di governo paralleli: colonialismo e apartheid nei territori occupati e democrazia liberale per gli ebrei all’interno della Linea Verde, e forse anche due sistemi morali paralleli. La discrepanza tra l’espansione dei diritti dei cittadini israeliani e la cancellazione dei diritti dei sudditi palestinesi è diventata una parte inseparabile dello stato. “Villa nella giungla” non è solo un termine pittoresco; descrive l’essenza del regime israeliano.

L’attuale governo fascista ha sconvolto quello che un tempo era un equilibrio più delicato. Trasformando il “liberalismo” in un nemico, politici come Yariv Levin, Simcha Rothman e i loro soci stanno cercando di abbattere la barriera tra i mondi paralleli attraverso il loro colpo di stato giudiziario. Le posizioni di alto livello assegnate a razzisti e fascisti come Smotrich e Itamar Ben Gvir hanno contribuito a questo processo.

Di fronte alle atrocità inflitte da Hamas il 7 ottobre, il discorso di questi fascisti israeliani rimane la voce principale nel discorso pubblico, poiché il presunto Israele liberale, che ha ignorato l’occupazione per anni, non ha saputo collocare la violenza di Hamas in un contesto più ampio di oppressione strutturale e apartheid. È così che siamo arrivati ​​al punto in cui, nella società israeliana dominante, non c’è una vera opposizione alla totale disumanizzazione dei palestinesi.

La macchina per uccidere israeliana non sa come fermarsi, hanno scritto Orly Noy di +972 e Local Call su Facebook dopo il bombardamento della scuola di Al-Taba’een, perché agisce per inerzia e tautologia. “Sta agendo per inerzia perché fermarla costringerebbe Israele a interiorizzare ciò che ha causato, quale atrocità su scala storica è registrata nel suo nome… Ed è qui che entra in gioco la logica tautologica: finché uccidiamo, è ovvio che loro meritano ancora di morire”. Proprio come ha detto il comandante del 200° Squadrone qualche giorno dopo.

FOTO Soldati israeliani del Battaglione 8717 della Brigata Givati ​​in azione a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza settentrionale, 28 dicembre 2023. (Yonatan Sindel/Flash90)

“Mi annoio, quindi sparo”: l’approvazione da parte dell’esercito israeliano della violenza gratuita a Gaza

Tuttavia, all’interno della Linea Verde c’è ancora una società civile e un campo liberale che detiene un potere considerevole, come si vede dalle manifestazioni settimanali contro il governo. La domanda è cosa succederà se si raggiungerà un cessate il fuoco e la “macchina di sterminio” israeliana sarà costretta a fermarsi. Parti della società israeliana si renderanno conto che la violenza sfrenata che Israele ha scatenato dal 7 ottobre, e le forze di disumanizzazione che la guidano, minacciano l’esistenza stessa dello Stato?

“Il silenzio è miserabile”, scrisse Ze’ev Jabotinsky nella poesia che divenne l’inno del movimento sionista revisionista Beitar, il capostipite del Likud. Il fatto che Netanyahu e i suoi soci vogliano il rumore di una guerra costante è chiaro. La domanda è perché il campo liberale stia zitto.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org

da qui

giovedì 9 marzo 2023

Una strada battuta: il pogrom di Huwara - Yuval Abraham

 

Traduzione di Andrea Rivas

Il racconto di una famiglia palestinese sulla notte del pogrom di Huwara, articolo scritto dal giornalista e attivista israeliano, Yuval Abraham, pubblicato nel sito web israeliano +972, il 2/03/2023 (QUI).


Nota del traduttore: “L’ho tradotto da “A l’encontre”, sito della rivista francese “La Brèche” (QUI).
Non ho aggiunto nulla. Mi sembrava del tutto non necessario”. 
Andrea Rivas

Sei anni fa, quando è nato il loro primo figlio, Uday Dumeidi e sua moglie Ahlas decisero di adottare una micina fulva. Costruirono una piccola casa accanto ad un oliveto, in una via laterale della occupata città di Huwara (a sud di Nablus, in Cisgiordania). Chiamarono loro figlio Taym, che proviene da una delle parole arabi che significano «amore», e la gattina Bousa, che significa «bacio». Così iniziò il racconto di Uday, tremando in piedi accanto ad una pozzanghera di sangue nero.
La notte del pogrom realizzato dai coloni a Huwara (26-27 febbraio 2023), qualcuno mutilò il gatto abbandonandolo nel cortile della famiglia Dumeidi, accanto alla stanza per gli invitati che restò completamente calcinata. La notte dopo il pogrom, Uday Dumeidi ed io abbiamo chiacchierato davanti ai muri anneriti ed al sangue coagulato per terra. Una scatola vuota di cibo per gatti, un cuscino colorato dove dormiva il gatto e frammenti di cristallo sporcavano il pavimento. Uday Dumeidi mi raccontò che amava gli animali fin da quando era bambino, che sapeva come comunicare con loro. «Sono una sorta di specchio delle mie emozioni», mi disse.
Dopo la violenza, il silenzio sommerse la città. Poche persone osavano uscire dalle loro case. Nelle prime ore del mattino ho camminato per la via principale verso la casa di Uday. C’erano soldati accanto a negozi chiusi e ad autovetture bruciate. L’ingresso in città era permesso solo ai veicoli israeliani malgrado la sua strada principale serva come arteria centrale ai coloni che si spostano da nord a sud della Cisgiordania.
Un’autovettura ha diminuito la sua velocità quando sono passato. «Cosa guardi?» urlò una voce dall’interno. Prima che potessi rispondere, due coloni israeliani sono scesi dall’auto. Solo dopo che avevo detto una parola in ebraico, sono risaliti in macchina e se ne sono andati.
Secondo il comune di Huwara, i coloni hanno incendiato almeno 10 abitazioni. Secondo i rapporti israeliani, 400 coloni hanno partecipato al pogrom per vendicare l’assassinio di Hillel e Yagel Yaniv, due fratelli che vivevano nel vicino insediamento di Har Bracha.

Questa è la storia di una delle famiglie sopravvissute al pogrom.

Far fronte a ciò che arriva dopo
Tutto è iniziato alle 6 del pomeriggio, racconta Uday Dumeidi. Era al lavoro quando l’ha chiamato sua moglie. «Mi disse che stavano entrando in casa. Ho sentito urla di sottofondo. I miei due figli urlavano al telefono: ‘Babbo vieni, babbo vieni’».
Ahlas, la moglie di Dumeidi, disse che aveva rinchiuso i loro due figli piccoli in bagno. Aveva visto gli aggressori attraverso la finestra. Raccontò i fatti senza fermarsi. «Fuori, decine di coloni hanno circondato la casa. Anzitutto hanno rotto tutte le finestre. Poi hanno dato fuoco a degli stracci bagnati con gasolina e hanno cercato di incendiare la casa dalle finestre. Sono riusciti a dare fuoco ad una stanza. Perché la finestra del bagno è molto piccola ho nascosto lì i bambini. Hanno cercato di entrare dalla porta. In quel momento, non so cosa sia successo, sono rimasta impietrita. Non riuscivo a muovermi». In qualche momento dell’attacco, i coloni hanno cercato anche di dare fuoco alla bombola di gas del cortile, sperando che esplodesse. Per fortuna, non è successo.
Ahlas abbandonò Huwara lunedì mattina e ritornò a casa dei suoi genitori nella città di Salfit (nel centro della Cisgiordania). Portò via con sé i loro due figli, Taym e Jood, che ha quattro anni, che la notte precedente avevano dovuto essere curati in seguito alle inalazioni di fumo. Da allora, hanno problemi per addormentarsi.
Diverse famiglie di Huwara hanno raccontato che avevano portato temporalmente i loro figli a un posto più sicuro, quasi sempre a casa di parenti in città più grandi come Nablus e Salfit.

Huwara è una piccola città della Zona B della Cisgiordania. In base agli Accordi di Oslo, ciò significa che la polizia palestinese non può esercitare alcuna autorità in materia di sicurezza e non può agire senza coordinarsi previamente con l’Esercito israeliano. Quindi, in questi luoghi sono i soldati israeliani a dover garantire la protezione dei palestinesi. Sufficienti testimonianze e prove dimostrano che in realtà i soldati sono una garanzia per gli attacchi dei coloni e che la popolazione palestinese è costretta a difendersi da sola.
Ho conosciuto Uday Dumeidi seduto da solo nella sua casa tra i vetri rotti. I membri della sua famiglia si unirono a lui più tardi, per proteggersi collettivamente se fossero stati ancora aggrediti.
Quella notte, preoccupata per la sua salute Ahlas lo chiamò più volte da Salfit. Ogni volta Uday Dumeidi si scusava, guardava da un’altra parte e parlava al telefono a voce bassa. Le disse che in quel momento era tranquillo, che erano preparati per qualsiasi cosa potesse succedere. Le chiese se aveva mangiato, poi le chiese cosa aveva mangiato, e all’improvviso i suoi occhi si riempirono di lacrime.

«Sei completamente solo»
La notte del pogrom, Uday Dumeidi tardò un’ora ad arrivare a casa sua per i controlli dell’Esercito. «Nel momento dell’attacco ero sulla strada principale, vicino a casa, ma i soldati non mi hanno fatto passare», disse. «Sono impazzito. So solo un po’ di ebraico. Mio padre era con me e urlò loro in ebraico: ‘Hanno dato fuoco alla nostra casa, ci sono bambini piccoli e donne all’interno’, ma non ci hanno fatto passare».
Uday Dumeidi mi ha fatto vedere come tirò fuori il suo telefonino per far vedere ai soldati una foto di Jood che usa come salvaschermo. «Ma non hanno fatto in tempo a vederla perché ha chiamato mia moglie. L’ho messo in viva voce perché potessero ascoltare. Si sentivano solo delle urla. Ricordo che ascoltai qualche colono gridare in ebraico: ‘Apri, puttana!’. È stato allora quando uno dei soldati mi ha lasciato passare».
Diversi altri testimoni feriti durante il pogrom hanno raccontato storie simili. Immediatamente dopo l’attacco, l’Esercito impose il coprifuoco ad Huwara. Il traffico verso e dentro la città è stato recintato dai posti di controllo. Verso le 6 del pomeriggio, centinaia di coloni hanno superato i posti di controllo. Durante almeno un’ora, gli aggressori hanno dato fuoco ad abitazioni all’interno della città mentre i soldati ne restavano fuori e impedivano fisicamente che i residenti potessero farne ingresso.
Uday Dumeidi è corso a casa sua. L’aria era viziata dal fuoco. Secondo i residenti, gli aggressori si erano divisi in gruppi e si comportavano in modo relativamente organizzato. Attorno alla casa di Uday Dumeidi c’era una trentina di persone, alcune mascherate. Alcune portavano sampietrini, bottiglie molotov e spranghe di metallo. Altre giravano armate esibendo le rivoltelle. Hanno cercato di incendiare la casa. Lui vi si è avvicinato da dietro.
«Ho pensato: Come faccio ad entrare così nella mia casa? Allora ho cercato di farmi passare per uno di loro. Ho preso alcune pietre, mi sono infilato il cappuccio in testa e mi sono messo accanto. Ha funzionato. Dalla finestra ho gridato alla mia moglie: Sono qui, sono qui». Allora hanno capito chi fosse, e cioè il proprietario della casa. Hanno cominciato a lanciarmi pietre.
La schiena di Dumeidi porta ancora i segni delle pietre. Quando ci siamo visti, zoppicava ancora per i colpi ricevuti.
Quando Uday Dumeidi si è avvicinato alla sua casa, ha trovato sua madre in stato incosciente, accanto alla porta d’ingresso della casa adiacente dove abita con la nonna. Ha attraversato immediatamente il cortile per arrivare alla casa contigua dove ha trovato la nonna nel salotto.
«Ha 87 anni e patisce una malattia neurologica. Era per terra nel salotto, tremava, e dalla bocca ne usciva una specie di schiuma. Aveva gli occhi aperti, ma non se ne intravvedevano le pupille. Non parlava. Non so come descrivere ciò che ho sentito. Dove dobbiamo andare per aiutare mia madre, mia nonna, i bambini? Mentre curo mia madre vedo i coloni rompere tutto dall’esterno. Sei completamente solo e devi proteggerti».

Un meccanismo ben oliato
Due testimoni palestinesi hanno affermato che, nel frattempo, diversi soldati israeliani restavano accanto ai coloni. «Si limitavano a guardare», ha confermato Uday Dumeidi.
A un certo momento, quando sono arrivati alla casa altri familiari e vicini, i palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre, tazze ed altri utensili da cucina contro i coloni. Allora, i soldati hanno iniziato a respingere i coloni mentre sparavano gas lacrimogeno contro i palestinesi. Poi, un soldato ha aperto il fuoco contro i residenti. Secondo i testimoni e secondo il dispensario medico locale di Huwara, quattro palestinesi sono stati feriti con colpi d’arma da fuoco mentre difendevano le loro case; tre erano feriti ad una gamba e uno ad un braccio.

È un modello ben oliato che si ripete in attacchi simili in tutta la Cisgiordania. Un gruppo di coloni israeliani invade un paese e quando gli abitanti lanciano loro delle pietre, i soldati sparano contro i palestinesi per proteggere gli aggressori. Così l’attacco si prolunga risultando a volte mortale.
Dal 2021, l’Esercito ha ucciso almeno quattro palestinesi nel nord della Cisgiordania nel corso di attacchi portati avanti da coloni mascherati: Muhammad Hassan, 21 anni, a Qusra; Nidal Safdi, 25 anni, ad Urif; Hussam Asaira, 18 anni, ad Asira al-Qabilyia; Oud Harev, 27 anni, ad Ashaka. Probabilmente, Sameh Aqtesh, morto durante gli atti violenti di domenica notte ad Huwara, è stato ucciso in circostanze simili, ma gli esatti dettagli del suo decesso devono ancora essere stabiliti definitivamente.
Alla fine, i vicini accorsi ad aiutare Uday Dumeidi sono riusciti a respingere gli aggressori. I coloni hanno bruciato una stanza e rubato degli orologi, un televisore e un computer portatile. «Hanno portato via tutto e l’ultimo ad uscire ha bruciato la stanza». Quando la famiglia è uscita, ha trovato il suo gatto, Bousa, mutilato.

Non è un peccato morire così?
Ormai di notte, quando m’incamminavo verso la mia vettura per fare ritorno a Gerusalemme, ho sentito dei fischi provenienti da uno dei tetti. Un gruppo di 10 uomini palestinesi era sul tetto di una casa alla quale i coloni avevano rotto tutte le finestre e mi faceva segno di stare all’erta. Mi dissero di camminare piano verso di loro perché avevano visto dal tetto che i coloni erano appena entrati ancora in paese. Qualcuno scese, aprì una porta chiusa col lucchetto e mi portò su. Mi hanno proposto di attendere con loro fino a quando l’allarme fosse superato e si augurarono che non venisse bruciata la mia vettura, parcheggiata sulla strada principale.
Nel tetto ho visto due contenitori riempiti di pietre e alcune fionde. Il gruppo mi ha spiegato che durante il pogrom nessuno è riuscito ad arrivare in tempo a proteggere la propria casa e ciò spiega perché i coloni hanno potuto fare così tanti danni. Una quindicina di familiari e vicini ha viaggiato durante un’ora per strade impervie da Nablus per superare i controlli dell’esercito e arrivare a Huwara. Se succede qualcosa è importante trovarci insieme come se fossimo una famiglia, mi dissero.
Era buio. Qualcuno mi ha offerto un capotto. Anche i tetti circondanti erano occupati da famiglie che osservavano. In attesa. Sotto, nella tranquilla via principale, brillavano luci bianche. Sopra c’era un’alta montagna, con in cima una struttura rotonda con una fine aureola di luce. Sono le case dell’insediamento di Yitzhak. All’improvviso lampeggiò un telefonino. Qualcuno ricevette un messaggio. «C’è stato un attentato a Gerico, ci sono vittime». Un’altra persona mi chiese se era vero che c’erano manifestazioni contro il pogrom in Israele.
Quando ha saputo che ero ebreo, l’uomo più anziano del gruppo mi si avvicinò e mi disse in un ebraico fluente: «Che senso ha? Tutta questa gente muore, nel nostro e nel vostro campo. Non è una vergogna morire così, per una terra? Il nostro destino è vivere qui assieme». Mi raccontò che aveva lavorato tutta la sua vita in Israele, che aveva partecipato a gruppi di dialogo e che era necessaria una pace reale, con uguaglianza e rispetto per il suo popolo, che vive come suddito di seconda classe controllato dall’Esercito, con tessere d’identità verdi» (rilasciate dalla polizia israeliana).
Un giovane che si trovava accanto sorrise. Poi mi disse in arabo: «Guarda, guarda», mentre prendeva una pietra, la collocava sulla fionda e la lanciava. La pietra si scontrò con un tetto. Mi offrì una sigaretta. Ho cercato di rompere il ghiaccio dicendo che tutto faceva prevedere che presto ci potrebbe essere una guerra. «Mi piacerebbe», mi rispose con tono leggero.
Venne fuori che avevamo la stessa età. Ma non è mai uscito dalla Cisgiordania. Non ha mai visto il mare né visitato Gerusalemme. Suo padre è finito in galera durante la seconda Intifada (dal settembre 2000 al 2004/2005) e da allora tutta la famiglia è nella lista nera dello Shin Bet, il che significa che non possono ottenere permessi ed i soldati li fermano ogni tanto nei posti di controllo. Sapeva appena qualche parola di ebraico. Come tutti i giovani che aspettavano lì, vigilanti sul tetto, fa parte di una generazione nata nel regime dei diversi permessi concessi da Israele all’ombra del muro della segregazione.
Abbiamo parlato durante un’ora sulla violenza. Mi disse che era aumentata fin dalla elezione del nuovo governo, ma che c’era sempre stata. Mi parlò del suo senso di frustrazione nei confronti dell’Autorità Palestinese, che «fa tutto ciò che Israel le chiede» e non fa altro che mantenere l’occupazione. Mi parlò di quanto spera che qualcosa cambi presto – anche tramite una guerra – per vedere cosa significa un cambiamento. E mi parlò di un suo amico al quale i soldati spararono per aver lanciato pietre. Da allora sente una rabbia che non riesce a togliersi da dosso.
Sotto di noi, un gruppo di coloni con bandiere israeliane cercava di entrare nuovamente a Huwara. Ma questa volta i soldati gliel’hanno impedito. Almeno su questo tetto la notte è trascorsa tranquilla.

da qui

venerdì 8 ottobre 2021

ottobre 1985 - la crisi di Sigonella

 

Lunedì 7 ottobre 1985 la nave da crociera italiana Achille Lauro, alle ore 13:07, mentre si apprestava a lasciare le acque egiziane per approdare in Israele, venne sequestrata da quattro terroristi palestinesi armati, che si erano introdotti a bordo con passaporti falsi. I terroristi infatti, sorpresi da un componente dell'equipaggio mentre maneggiavano le armi destinate a una loro missione programmata durante lo sbarco nel porto israeliano di Ashdod, reagirono repentinamente e, dopo una sparatoria che coinvolse un membro dell'equipaggio successivamente ferito a una gamba, si impossessarono della nave.

L'equipaggio riuscì tuttavia ad inviare il Mayday, captato in Svezia, in cui segnalavano il dirottamento da parte di terroristi palestinesi che chiedevano la liberazione di 50 loro compagni imprigionati in Israele. Questi si dichiararono esponenti dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ma in realtà appartenevano alla fazione filosiriana di una sua componente minoritaria, il FPLP.

Ricevuta la notizia, il ministro degli affari esteri Giulio Andreotti e il ministro della difesa Giovanni Spadolini si attivarono per una trattativa che, sin dall'inizio, apparve particolarmente complessa ed assai rischiosa, anche alla luce delle diverse opinioni politiche all'interno del governo italiano. Spadolini convocò tutti i vertici delle forze armate e del controspionaggio. Andreotti, in serata, convocò alla Farnesina l'unità di crisi, attivando subito i suoi canali diplomatici, grazie alla storica amicizia con il mondo arabo moderato di cui appoggiava la politica. Alla persona del ministro degli esteri fu consegnato da Craxi il capitolo “Asad”: Hafiz al-Asad era il suo referente privilegiato nell'area e lo conosceva bene. In quel momento era considerato un "punto decisivo, anche perché la nave sequestrata sembrava puntare ad un attracco proprio in Siria, a Tartus"[2]. Andreotti riuscì a "trovare in poche ore il dittatore siriano: lo rintracciò addirittura in Germania, dove Asad risiedeva segretamente in quei giorni perché doveva sottoporsi ad un'operazione chirurgica. Come è altrettanto ovvio che il leader siriano si mosse subito a nostro favore non solo perché conosceva bene il ministro italiano che gli parlava al telefono. Asad agì immediatamente e duramente, obbligando chi controllava la nave ad invertire la rotta e a tornare a dirigersi verso le acque antistanti l'Egitto"[2].

Alle 22:10 dalla capitaneria di Porto Said vennero captate via radio la prima rivendicazione e la richiesta del commando, che consisteva nella liberazione di 50 loro compagni palestinesi detenuti nel campo israeliano di Nahariya[3]. La minaccia per il mancato accoglimento era quella di far esplodere la nave.

Dopo una telefonata tra Andreotti e Yasser Arafat (che dell'OLP era il presidente, oltre che capo di al-Fatah, la forza più importante all'interno dell'OLP), il leader palestinese con un comunicato stampa fece sapere di essere totalmente estraneo alle vicende del sequestro. Nel frattempo, il ministro degli esteri riuscì a mettersi in contatto con i vertici politici egiziani, al fine di poter agevolare una trattativa, mentre il presidente del Consiglio Craxi riuscirà anche ad assicurarsi l'appoggio del presidente della Tunisia (l'OLP si trovava in Tunisia al tempo).

Nella notte tra il 7 e l'8 ottobre, dopo un vertice al Ministero della difesa e una volta ottenute le autorizzazioni da Gran Bretagna e Stati Uniti d'America, partì ufficialmente l'operazione Margherita, che prevedeva la mobilitazione di 4 elicotteri da trasporto con 60 paracadutisti, di incursori e di ricognitori per individuare la posizione della nave[4]. Subito dopo, Craxi, Andreotti e Spadolini si dettero appuntamento a Palazzo Chigi per un vertice notturno.

Nella stessa notte Yasser Arafat mandò un messaggio personale a Craxi e Andreotti: «Due miei emissari stanno per raggiungere il Cairo e affiancheranno le autorità egiziane. Dalle prime notizie sembra che il gruppo sia filosiriano». I due inviati furono Hani El Hassan (uno dei bracci destri di Arafat) e Abu Abbas[5], capo fondatore del FPLP, di cui solo successivamente si apprese essere l'ispiratore del fallito piano di presa d'ostaggi ad Ashdod.

Andreotti e Craxi si espressero a favore di una trattativa diplomatica per «evitare una tragedia», ma vennero avvertiti dall'ambasciatore statunitense che il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa con i terroristi. Craxi lamentò di come gli USA ostacolarono l'Italia omettendo di fornire le informazioni rilevate dai loro satelliti.[5] La nave si diresse in Siria e stazionò al largo di Tartus, dove i dirottatori chiesero di entrare nel porto: il governo siriano comunicò all'Italia che avrebbe autorizzato l'attracco solo in seguito all'apertura di un negoziato diretto tra il governo italiano e i terroristi; gli Stati Uniti si opposero.[5]

I terroristi chiesero quindi un negoziato mediato dalla Croce Rossa Internazionale con gli ambasciatori d'Italia, degli USA, del Regno Unito e della Germania dell'Ovest.[6] Sulla nave intanto la situazione degenerò: i terroristi minacciarono ripetutamente di cominciare a uccidere ogni 3 minuti tutti i passeggeri, iniziando dai cittadini americani[3]. Leon Klinghoffer, cittadino statunitense ebreo e paraplegico, venne ucciso e gettato in mare. Tuttavia i sequestratori non proseguirono nell'attuare la loro minaccia, se non simulandola con diversi spari che intimorirono equipaggio e passeggeri…

continua qui

 

 

 

La morte di Klinghoffer è un'opera composta dal compositore statunitense John Adams, su libretto della poetessa Alice Goodman. L'opera è stata eseguita per la prima volta al Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles nel 1991.

L'opera si configura come una sorta di poema per musica[1], ed è tratta da un evento di cronaca di rilevanza internazionale: la tragica crociera dell'Achille Lauro del 1985, conclusasi con l'assassinio del paraplegico Leon Klinghoffer ad opera di terroristi palestinesi. La partitura si distende in lunghi passaggi corali o lunghissimi monologhi nei quali i singoli personaggi non dialogano ma affidano i propri pensieri a una sorta di diario sentimentale[2]. Il materiale musicale è molto vario: dalla polifonia corale al duetto vocale con strumenti solisti; dall'uso del minimalismo allo Sprechgesang.

https://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_di_Klinghoffer

The Death of Klinghoffer CH4 from Graham Smith Cinematographer on Vimeo.



il libretto completo dell'opera:

https://www.boosey.com/downloads/KlinghofferLibretto.pdf