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martedì 16 gennaio 2024

LA CORTELLESI VUOL CANCELLARE LE FIABE, JUNG E I FRATELLI GRIMM - Katia Migliore

Paola Cortellesi ha inaugurato l’anno accademico 2023-2024 dell’università Luiss Guido Carli con un monologo sul “sessismo nelle fiabe” [1], sostenendo che le favole sono piene di quei luoghi comuni che costruiscono l’immaginario collettivo delle donne, dove l’unica dote delle protagoniste è quella di essere belle, mentre il potere salvifico è affidato agli uomini, soprattutto se potenti, come il Principe Azzurro. Le donne, invece, spesso sono personaggi negativi, come la strega di Biancaneve. Il discorso, tenuto davanti agli accademici, si è arricchito di alcune “perle” riportate su tutti i quotidiani nazionali:

«Biancaneve faceva la colf ai sette nani».

Oppure

«Siamo sicuri che se Biancaneve fosse stata una cozza il cacciatore l’avrebbe salvata lo stesso?».

E ancora:

«Perché il principe ha bisogno di una scarpetta per riconoscere Cenerentola, non poteva guardarla in faccia?».


Sorvolando sull’efficacia di queste infelicissime battute, e in barba alla cultura e al buonsenso, l’attrice si è lanciata in un’azzardata rivisitazione e banalizzazione del mondo fiabesco in chiave femminista. Il risultato è stato imbarazzante, da quel che si legge, soprattutto perché la Cortellesi dimostra di non conoscere evidentemente l’importanza delle fiabe per il mondo infantile, e gli studi autorevolissimi riguardo a questo tema.

“Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli delle fiabe;

se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più“.

diceva Albert Einstein [2].

Bruno Bettelheim [3], psicopatologo dell’età evolutiva, sosteneva che la fiaba non solo accresce la creatività e l’immaginazione del bambino, ma lo aiuta a sviluppare l’intelletto e a familiarizzare con le sue emozioni più profonde: la funzione della fiaba tradizionale è quella di consentire al bambino di scindere il bene dal male attraverso la loro rispettiva personificazione nella mamma accudente e nella strega, nel cacciatore eroe e nel Lupo malvagio, nel salvatore e nel predone egoista [4].

Jacob Grimm, filologo, linguista e scrittore tedesco, più conosciuto come il maggiore dei due fratelli Grimm, famosi per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca, scriveva nel 1812:

“Sono fermamente convinto che tutte le fiabe della nostra raccolta, con tutte le loro particolarità, venivano narrate già millenni fa … in questo senso o tutte le fiabe si sono codificate come sono da lunghissimo tempo, mentre si spostano di qua e di là in infinite variazioni … tali variazioni sono come i molteplici dialetti di una lingua e come quelli non devono subire forzature [5]”.

Uno dei principali intellettuali del 900, Carl Gustav Jung [6], psichiatra, psicoanalista, antropologo e filosofo svizzero, era affascinato e interessato al mondo delle fiabe, sostenendo che esse sono l’espressione più genuina e pura dei processi dell’inconscio collettivo che si esprime attraverso gli archetipi. L’analisi delle fiabe secondo i principi della psicologia analitica junghiana è stata portata avanti da Marie-Louise von Franz che ha dedicato a questo soggetto ben cinque saggi.

La fiaba è prodotta dalla fantasia e dell’ingegno umano; incarna ed esprime sentimenti, emozioni, aspirazioni, speranze comuni a tutta l’umanità. Non esiste praticamente popolo che, accanto alla sua mitologia, non abbia le sue fiabe. In tutte si riscontra una singolare analogia di temi e motivi costanti.

La fiaba rappresenta gli archetipi[7] nella loro forma più pura, riflettendo i modelli fondamentali della psiche. Attraverso la via dell’immaginario, la fiaba accomuna e avvicina civiltà e culture lontanissime, dimostrando come nell’intimo di ciascun uomo alberghino i medesimi pensieri, speranze, bisogni, aspirazioni.

Pensiero, Sentimento, Sensazione, Intuizione.

Questi quattro tipi permettono di descrivere varie figure archetipiche che rappresentano i diversi aspetti della psicologia maschile e femminile. I personaggi della fiaba sono sempre un’espressione di queste figure archetipiche e quindi sono molto spesso riconducibili ad un aspetto particolare di una data funzione psicologica.


Qui alcune tra le figure archetipe più diffuse nelle fiabe tradizionali per l’infanzia:

Il Vecchio Sapiente (Il Vecchio Saggio) – compare spesso quando l’individuo, o l’eroe della fiaba, si trova in una situazione disperata dalla quale solo l’intervento dello spirito può liberarlo, spesso galvanizzando le riserve di energia dell’inconscio per raggiungere il suo scopo. Il Vecchio Sapiente è molte volte fonte d’ispirazione, di entusiasmo, di perspicacia, di intuito, di comprensione.

Il Padre / il Re – Questa figura e la personificazione dell’autorità, della legge, dell’ordine, delle convenzioni sociali, dei comportamenti esemplari, ecc. e inoltre della protezione maschile.

L’Orco / il Re cattivo – Il padre oppressivo, che minaccia di modellare la personalità in un modo conformistico. Tutti i problemi che l’individuo ha nei confronti della disciplina (un atteggiamento di ribellione oppure un atteggiamento di sottomissione) risalgono di solito al suo rapporto con il padre-orco.

Il Giovane / l’Amante – Equivalente maschile della Principessa; per questa sua giovinezza, ha in sé il seme della potenziale trasformazione nell’Eroe e, successivamente, nel Vecchio Sapiente, incarnando così tutti gli aspetti dell’Io.

L’Esploratore, o Eterno Bambino – L’errante, chi va alla deriva: privo di ogni altra influenza, questo aspetto delle forze vitali interiori evita ogni impegno, rifiuta di diventare adulto e finisce col restare sempre infantile, anche nella vecchiaia, piuttosto che accettare la sua condizione di uomo. Una passione piena di curiosità per l’avventura, che contrasta con la pazienza, il sacrificio, la dedizione.

L’Eroe – L’audacia e lo spirito d’iniziativa dell’individuo, la sua volontà e il suo potere di comando.

Il Cattivo / il Ribelle – Poiché rappresenta le radici dell’inconscio, o il complemento del pensiero cosciente e dell’ego, questo archetipo ha una propensione all’egoismo che può portare alla megalomania.

Mago Bianco / Mago Nero – Questa figura è inafferrabile quanto la stessa intuizione: i lati oscuri e quelli luminosi sembrano molto meno differenziati che negli altri archetipi. Può essere utile in un primo tempo e poi diventare pericoloso, o viceversa.

La “Magna Mater” (La Grande Madre) – Questo archetipo è l’equivalente del Vecchio Sapiente e presenta la totalità nella donna o la sua potenziale integrità.

La Madre / la Creatrice – È l’aspetto materno protettivo della donna, le sue qualità legate alla casa e alla famiglia: la creatrice del focolare, colei che dà il cibo, che è il rifugio, l’amore, la tenerezza.

La Madre Terrificante – È l’aspetto possessivo, divorante e distruttivo della maternità. Può sorgere in una madre comprensiva, iperprotettiva, che però ad un tratto minaccia la crescita, lo sviluppo, l’indipendenza dell’individuo. L’archetipo della Madre Terrificante simboleggia anche la dea irata che ha dato origine a tutte le infamie del mondo, a tutto ciò che è cattivo e malvagio.

La Principessa – È la “ragazza”, l’amore, la qualità eternamente giovane della spontaneità e del calore umano. Non è solamente la capacità di attrarre, ma anche quella di essere attratta.

La Fata saggia – Uso dell’intuizione e forza positiva del mondo interiore femminile.

La Strega / la Maga – come figura delle fiabe, può riferirsi a uno degli aspetti negativi della femminilità, in particolare alla Madre Terrificante. Per indicare invece questo archetipo la fiaba sottolineerà il suo magico potere d’intuizione: essa potrà infatti comportarsi come una versione femminile del Mago Nero/Mago bianco.

 

L’identificazione permette ai bambini di sperimentare una condizione di fiducia e speranza: come accade a loro, anche i personaggi della storia narrata vivono difficoltà spesso analoghe, per le quali, nonostante gli ostacoli e le peripezie incontrate nel loro cammino, saranno in grado di trovare una soluzione. Se anche le soluzioni individuate dai personaggi non saranno le stesse che troveranno i bambini, loro scopriranno che è possibile trovare soluzioni ai problemi; quindi, come diceva lo scrittore Chesterton [8]:

“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono.

Perché i bambini lo sanno già.

Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”.


[1] https://www.lastampa.it/cronaca/2024/01/10/news/paola_cortellesi_tra_donne_e_stereotipi_nel_monologo_alla_luiss_poi_agli_studenti_rimanete_originali_e_pazzi-13985909/

[2] https://www.guidapsicologi.it/articoli/8-ragioni-per-cui-le-favole-sono-importanti-per-linfanzia

[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/bruno-bettelheim_(Enciclopedia-Italiana)/

[4] https://psichenessunoecentomila.wordpress.com/2016/10/22/fiabe-da-paura/

[5] https://www.psicoterapiapsicologia.it/articoli-psicologia-psicoterapia/la-fiaba-e-la-psicologia-analitica-di-jung

[6] https://www.treccani.it/enciclopedia/carl-gustav-jung/

[7] Nel pensiero di Jung (1875-1961), immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni.

[8] https://www.treccani.it/enciclopedia/gilbert-keith-chesterton/


da qui

sabato 31 ottobre 2020

Dialogo di Carl Gustav Jung con il capo indiano Ochwìa Biano (Lago di Montagna)

[…] Abbiamo sempre bisogno di un punto esterno sul quale poggiare per poter adoperare efficacemente la leva della critica. Questo vale particolarmente per i fatti psicologici, in cui, per natura, siamo molto più coinvolti con la nostra soggettività che in qualsiasi altra scienza.

Per esempio, come potremmo renderci conto delle caratteristiche nazionali, se non avessimo mai avuto l’occasione di considerare la nostra nazione dall’esterno? Considerarla dall’esterno significa considerarla dal punto di vista di un’altra nazione. Per poterlo fare dobbiamo acquistare una sufficiente conoscenza dell’anima collettiva straniera, e nel corso di questo processo di assimilazione urtiamo in tutte quelle incompatibilità che costituiscono il pregiudizio e le caratteristiche nazionali. Tutto ciò che ci irrita negli altri può così portarci alla comprensione di noi stessi.

Capisco l’Inghilterra soltanto quando vedo in che cosa io, svizzero, non mi adatto ad essa. Capisco l’Europa, il nostro problema più grande, solo quando vedo in che cosa io, come europeo, non mi adatto al mondo.

Grazie alla mia conoscenza di molti americani, e ai miei viaggi in America e all’interno di quel continente, ho acquistato una considerevole conoscenza e capacità di critica del carattere europeo; mi è sempre parso che non ci possa essere nulla di più utile, per un europeo, che osservare l’Europa, una volta o l’altra, dalla cima di un grattacielo.

Quando contemplai perla prima volta lo spettacolo europeo dal Sahara, mi resi conto di quanto completamente, persino in America, fossi ancora impacciato e legato dalla coscienza culturale dell’uomo bianco.

Fu allora che maturò in me il desiderio di portare più a fondo i paragoni storici. Il viaggio seguente mi condusse in compagnia di alcuni amici americani, a visitaregli indiani del Nuovo Messico, i Pueblos, costruttori di città. “Città”, tuttavia, è una parola troppo grossa: ciò che essi costruiscono in realtà sono solo villaggi; ma le loro case assiepate, costruite l’una sull’altra, suggeriscono la parola “città”, come pure il loro linguaggio e tutte le loro maniere.

Fu quella la prima volta che ebbi l’occasione di parlare con un non-europeo, cioè con un non-bianco. Era un capo dei Pueblos Taos, un uomo intelligente, dell’età di quaranta o cinquant’anni. Il suo nome era Ochwìa Biano (Lago di Montagna). Potei parlare con lui come raramente ho potuto con un europeo. Certamente era prigioniero del suo mondo, così come un europeo lo è del proprio, ma che mondo era!

Parlando con un europeo ci si incaglia sempre nei banchi di sabbia delle cose conosciute da tempo ma mai comprese; con questo indiano invece la nave galleggiava su mari profondi, sconosciuti. E non si sa che cosa sia più affascinante, se la vista di nuove spiagge o la scoperta di nuove vie d’accesso a ciò che ci è noto da sempre e che abbiamo quasi dimenticato.

“Vedi” diceva Ochwìa Biano “quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa.

Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualche cosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.” Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. “Dicono di pensare con la testa” rispose.” Ma certamente. Tu con che cosa pensi?” gli chiesi sorpreso. “Noi pensiamo qui”, disse, indicando il cuore.

M’immersi in una lunga meditazione. Per la prima volta nella mia vita, così mi sembrava, qualcuno mi aveva tratteggiato l’immagine del vero uomo bianco. Era come se fino a quel momento non avessi visto altro che stampe colorate, abbellite dal sentimento.

Quell’indiano aveva centrato il nostro punto debole, svelato una verità alla quale siamo ciechi. Sentii sorgere dentro di me, come una informe nebulosa, qualcosa di sconosciuto ma pure di profondamente intrinseco. E da questa nebulosa, immagine dopo immagine, si districarono dapprima le legioni dei Romani che piombavano sulle città dei Galli, e i tratti decisi di Cesare, di Scipione l’Africano, di Pompeo; poi vidi l’aquila romana sul Mare del Nord e sulle rive del Nilo Bianco; e poi sant’Agostino che portava ai Britanni il credo cristiano sulla punta delle lance romane, e la più gloriosa conversione dei pagani ottenuta con la forza da Carlo Magno; infine le schiere predatrici e omicide dei Crociati. Con una fitta segreta mi resi conto della vuotezza del tradizionale romanticismo intorno alle Crociate! Poi seguirono Colombo, Cortés, e gli altri conquistadores che con il fuoco, la spada, la tortura e il cristianesimo atterrirono persino questi remoti Pueblos, che sognavano pacificamente, al sole, loro padre. Vidi le isole dei Mari del Sud, con la loro popolazione decimata dall’acquavite, dalla sifilide, dalla scarlattina; contagio mutuato dai panni che erano costretti a indossare. Era abbastanza.

Ciò che noi dal nostro punto di vista chiamiamo colonizzazione, missioni per la conversione dei pagani, diffusione della civiltà e via dicendo, ha anche un’altra faccia, la faccia di un uccello da preda, crudelmente intento a spiare una preda lontana, una faccia degna di una razza di pirati e di predoni.

Tutte le aquile e le altre fiere che adornano i nostri stemmi mi parvero gli adatti rappresentanti psicologici della nostra vera natura.[…]

 

Nell’estate del 1959 a Bollingen, Jung scrisse per la sua autobiografia il capitolo sul Kenya e l’Uganda. Il capitolo relativo agli indiani del Nuovo Messico – i Pueblo – è tratto
da un manoscritto inedito.

 

(Ricordi, sogni, riflessioni di Carl Gustav Jung - raccolti ed editi da Aniela Jaffé
traduzione di Guido Russo edizione riveduta e cresciuta)

 

da qui

venerdì 8 novembre 2019

La vita non vissuta accumula rancore verso di noi. Una lettera di Jung sulla perdita e l’andare avanti - Emanuele Casale




Una bellissima lettera che Jung inviò ad una sua amica in seguito alla perdita di suo marito…
Il senso ultimo di questa lettera ci indica l’importanza di dover continuare a vivere, nonostante ciò che può succederci di spiacevole durante il nostro cammino. In tal senso possiamo leggerla anche come un vero e proprio inno alla vita, all’esistenza, ma…
…Ma Jung tiene a precisare, così come fa a più riprese nella sua opera, come esistere non basta, è necessario vivere, ovvero dobbiamo porci nei confronti del nostro mondo interno ed esterno in maniera tale da compiere ciò che la propria natura e la propria “ghianda” (processo di individuazione) ci chiede di vivere, altrimenti produrremo quella vita non vissuta di cui accenna, e che io ho chiamato  lutti interiori.
In ultimo, questa è una lettera che potrebbe sembrare di mera consolazione, ma che in realtà mette proprio in guardia da quelle “consolazioni” troppo spicciole e comuni che ci vengono fatte in momenti di forte perdita e disagio, e ci indica la necessità – nonostante un evento doloroso – di continuare a vivere, di ricercare il significato della vita incessantemente, di rispondere a questo imperativo categorico chiamato VITA!
BUONA LETTURA!


«Mia cara amica,
lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. È questo è un interrogativo al quale, debbo confessarle, non so dare risposte.
Per quanto vittoriosa sia la fede, per quanta temperata, pure essa non sovrasta l’enigma della morte.
Quando la morte si manifesta sul nostro cammino, quando ci sottrae il nostro bene, è violenza insostenibile dalla quale sempre siamo sconfitti. E per quanto profonda possa essere, come lei gentilmente mi attribuisce, la conoscenza dell’animo umano, ebbene essa ci conduce solo là dove non si può che ammettere, per quanto a malincuore, la propria ignoranza.
Ugualmente lei mi impone di osare, e giustamente. Ebbene, per cominciare, debbo avvisarla di non prestare orecchio alle facili consolazioni che certamente riceve e riceverà e che sempre più d’altra parte si vanno facendo folla intorno a noi, complice la stessa psicologia di cui vorremmo essere fedeli e umili testimoni.
Le consolazioni consolano anzitutto i consolatori. Consentono a essi di coltivare l’illusione di essere immuni da ciò che agli altri è toccato in sorte, e ancor più d’essere saggi, prudenti e avveduti.
Così sentendosi al riparo e al sicuro, essi conservano la loro buona reputazione al prezzo di qualche buona parola. Ma, può esserne certa, se fossero onesti con se stessi, come dicono di esserlo, con gli altri, dovrebbero ammettere sinceramente che le consolazioni che offrono, consapevoli o meno che ne siano, nascondono null’altro che commiserazione per sé e risentimento per la vita.
Ecco dunque un primo consiglio: né commiserazione per sé né risentimento per la vita.
Benché oscuro sia lo sfondo sul quale la morte si manifesta, altrettanto oscuro quanto quello della vecchiaia e della malattia, per non dire di quello del peccato e della stoltezza, ebbene è lo stesso sfondo sul quale si staglia il sereno splendore della vita.
Per la nostra salute mentale sarebbe perciò un bene non pensare che la morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo e sconosciuto processo vitale: sia nei giorni dolorosi nei quali precipitiamo per la perdita di chi ci è caro sia nei giorni tristi nei quali siamo sorpresi dal pensiero della nostra stessa morte.
La nostra morte è un’attesa o, se vuole, una promessa che non è mai compiuta. Per questo essa non ci impone di vuotare la nostra vita ma piuttosto di procedere alla sua pienezza.
Mentre la morte ci toglie ciò che ci è più caro, al tempo stesso ci restituisce a ciò che ci è più prezioso. Non è il mistero della morte che siamo chiamati a sciogliere: piuttosto è quello della vita.
La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci paia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità.
È la vita che dobbiamo piuttosto, direi addirittura, arrenderci alla vita e al suo costante fluire. A questo scorrere non possiamo imporre alcun argine, né potremmo tentare di deviarlo o di mutarne la traiettoria. Ciò sarebbe assai sciocco e per molti versi pericoloso.
Se vogliamo inimicarci la vita, se vogliamo davvero averla contro sappiamo come fare: rinunciamo a viverla. Vi sono numerosi modi per ottenere questo, l’ultimo dei quali, il più stupido e spietato, è troncarla con le nostre stesse mani. Questo è il supremo peccato.
Se ci teniamo al di sopra di questo baratro potremo sempre, in ogni caso, imporre alla vita un corso predeterminato, forzarla o sospenderla, in una parola dirigerla.
Abbiamo infiniti compiti che possiamo imporci e infinite mete verso le quali orientarci. Tutto ciò fa pur sempre parte della nostra vita, ma è ciò che la nostra vita ci chiede? La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi.
Il problema è allora questo: giunto alla fine dalla mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa. Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio.
Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili.
Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.
Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. E’ nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di rispondere, a ogni passo, il nostro cammino.
Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.»

(C.G.Jung, citato in “Jung parla. Interviste ed incontri”, Adelphi, Milano, 1999)