Visualizzazione post con etichetta Elena Basile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elena Basile. Mostra tutti i post

martedì 18 agosto 2026

Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie - Elena Basile

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

da qui

venerdì 7 agosto 2026

La diplomazia del bluff - Elena Basile

 

La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.

Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.

“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti, sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità: stabilità e pace.

Gli americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente, accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale, fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.

Il presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.

Si tratta di un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e rendono probabile una crisi finanziaria.

Questo MOU (Memorandum of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico, formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche) purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana. L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme, resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo l’Iran.

da qui

mercoledì 29 luglio 2026

Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile

Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.

L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:

  1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
  2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
  3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.

La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.

Generalizzando, possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità. Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche, per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è “buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte dell’elettorato di destra.

Il centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza climatica in modo puramente strumentale contro le destre.

Si tratta di una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense. Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo militare.

È difficile capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.

Insomma, non si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda, Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.

In sintesi:

  1. Le destre sono espressione di un vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come Trump.
  2. I socialisti europei sono vicini allo Deep State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di ricerca e nell’accademia.

La direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla virilità e al sacrificio per la Patria.

Per molti di noi le domande ricorrenti sono:

  1. Come è possibile che le marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro riservato ai loro stessi figli e nipoti?
  2. Come è possibile che non temano un’escalation militare con una potenza nucleare?

Se leggiamo la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?

Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia occidentale”.

Bisogna svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella più sofisticata della Gruber.

Chi è bravo e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa comune: la creazione di un’informazione veramente libera.

No, non ho preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.

Purtroppo la storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.

Come non essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un grande dibattito pubblico.

Oggi la contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso di esse che entra la luce.

Il capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.

Dividere il mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e raggiunga il suo scopo.

Contro le lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada, riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.


da qui

venerdì 16 gennaio 2026

Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio - Elena Basile

Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.

Volevo combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani. Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.

Il soggiorno è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica, culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea. Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono considerati fuori luogo. Un popolo ospitale, profondamente colto e sofisticato, sembra dimenticare di essere quotidianamente sotto attacco israelo-americano e tratta il turista occidentale come se non provenisse da Stati che hanno dichiarato una guerra militare, politica ed economica al loro Paese.

Dispiace che la diplomazia europea a Teheran, invece di testimoniare la realtà del Paese, si conformi al catechismo imposto dalle capitali e allarmi il malcapitato turista, descrivendo i rischi terribili che il sistema di polizia iraniano potrebbe fargli soffrire. Di fatto, il maggiore pericolo per i turisti è rappresentato dall’aggressione israelo-americana, dai bombardamenti che possono avvenire da un momento all’altro.

Le manifestazioni dovute alla crisi economica degli strati popolari più poveri, dei piccoli commercianti dei bazar, a cui si affiancano studenti e una generazione giovane, laica e insofferente verso il regime teocratico, stanca dell’immobilismo del potere politico, non costituiscono un rischio diretto per il turista. È comprensibilmente sconsigliabile prendere parte alle manifestazioni, anche pacifiche, fotografare la polizia o le istituzioni iraniane. Esistono scontri cruenti con la polizia, soprattutto nelle città al confine con l’Iraq e la Turchia, tra manifestanti armati accompagnati da agenti stranieri del Mossad e della CIA. Muoiono civili e poliziotti. Washington fomenta le rivolte armate nella speranza, improbabile, che una combinazione tra bombardamenti e instabilità possa portare a un cambio di regime.

Nelle principali città iraniane le manifestazioni cominciano alle otto di sera e sembrano insurrezioni di qualche centinaio di persone. Si tratta di proteste violente, con atti di vandalismo e assalti con esplosivi artigianali contro la polizia, che risponde brutalmente. A Isfahan mi sono ritrovata a qualche centinaio di metri dall’insurrezione: avvertivo il rumore di armi da fuoco e degli esplosivi dei manifestanti; eppure i quartieri adiacenti non erano bloccati. Vi era ancora un esiguo traffico di automobili e di passanti; ho cenato tranquillamente in un ristorante insieme ad altri pochi turisti.

Non vorrei creare malintesi. Non difendo il potere teocratico né la sua polizia, che in passato ha represso con violenza anche manifestazioni pacifiche. Migliaia di vittime sono state registrate nel Paese, mi riferiscono i riformisti e gli iraniani laici con cui sono stata in contatto. Oggi il Paese appare più aperto. La gente parla liberamente. Le critiche al potere sono il pane quotidiano. Mi sono ritrovata in discussioni nei bar e negli hotel e nessuno aveva timore di esprimere le proprie opinioni.

In Paesi che hanno sofferto vere e proprie dittature, come quelli latino-americani o i Paesi dell’Est — nella Romania di Ceaușescu — si evitava di parlare persino in casa propria; se un vicino scompariva, non si aveva il coraggio di menzionarlo neppure in conversazioni private. Ho raccolto testimonianze di diplomatici rumeni a questo riguardo.

In Iran oggi non si avverte la presenza pervasiva della polizia. Le donne in chador camminano per strada accanto a quelle vestite all’occidentale. Si incontrano ragazze con capelli tinti di azzurro, tatuaggi e jeans. Gli uomini sembrano indifferenti, poco curiosi nei confronti sia delle ragazze che investono nell’esibizione della propria femminilità sia di quelle che ostentano l’adesione ai precetti islamici. Nei locali la sera vi sono donne sole, di una certa età, che fumano e hanno volti un po’ artefatti, come in Occidente, per il botox o per interventi estetici.

Sembrerà strano, ma la maggior parte delle donne impegnate che ho incontrato — scrittrici, professoresse universitarie, manager, donne di scienza, attiviste per la donazione degli organi — è incline a rispettare il dressing code dell’hijab e talvolta del chador. Sono donne di carattere, protagoniste della propria vita, abituate al comando, a dirigere uomini. Affermerò qualcosa che, data la retorica sottoculturale occidentale, suonerà blasfemo. Ho incontrato in Occidente donne insicure, attente al proprio aspetto femminile, pronte a vendersi all’uomo più ricco o a fare un passo indietro in famiglia e in coppia rispetto alle esigenze dell’altro sesso.

Le donne iraniane impegnate mi hanno rivelato — e sembravano sincere — che nel loro lavoro non hanno mai dovuto pensare al proprio genere: con l’hijab o senza, hanno potuto fare tutto ciò che fanno gli uomini, senza discriminazioni. In casa sono state aiutate da mariti comprensivi, non frustrati e non competitivi, cosa che anche in Occidente è piuttosto rara.

Esistono dati sui traguardi professionali e sportivi delle donne che ora, per questioni di spazio, non riesco a citare. Una scrittrice di gialli storici, sull’esempio di Dan Brown, mi raccontava in un ristorante come il foulard sulla testa sia per lei un tratto identitario, così come per alcuni uomini lo è la cravatta fuori dal lavoro, in contesti amichevoli e non professionali.

Non voglio negare che esista un obbligo, mal sopportato nelle istituzioni, nei ministeri, persino nelle università, di un abbigliamento rispettoso dei precetti della Repubblica islamica teocratica. È importante sfuggire alla retorica e andare un po’ oltre le apparenze. Il femminismo è una cosa seria, non l’idiota moda occidentale in cui le donne sono ancora utilizzate dagli uomini, il loro corpo è esibito come merce, vivono in carriera una solitudine feroce e fingono di essere come gli uomini mentre ingoiano ogni giorno piccoli soprusi.

La contraddizione evidente in Iran è quella tra una società civile sempre più laica e occidentalizzata e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione del 1979 obblighi istituzionali e sociali. La grande insofferenza della borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un potere teocratico immobile è ormai dirompente. Molti giovani con cui ho avuto occasione di parlare, e che partecipavano alle manifestazioni, esibiscono un’ostilità non più contenibile. Non sembrano avere una visione politica: hanno l’urgenza di insorgere contro il potere.

Le rivolte sono state guidate dal malcontento dei poveri, schiacciati da un’inflazione insostenibile che ha raggiunto il 50%, e dai giovani contro la pressione sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.

Credo che un cambiamento politico reale, possibile solo attraverso riforme interne e modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere. Un giovane mi ha chiesto: «Lei crede che io sia un terrorista? Così la TV di Stato iraniana chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare». Ho dovuto rispondergli che, legalmente, sì: se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della CIA, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Shah Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e Netanyahu, possono essere considerati terroristi.

A Londra manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati a migliaia. Cosa accadrebbe se i propal venissero armati e addestrati dall’Iran e dalla Cina?

Un gruppo di giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan — un’ex casa della dinastia Qajar — uomini e donne, mi ha colpita per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano del fatto che il Paese investisse nella difesa e sostenesse il nucleare, anche solo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo sotto attacco da nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese militari. Rimanevano interdetti.

Mi hanno confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben vestiti: una borghesia che non vive la crisi dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi alberghi costosi. Sognano tuttavia gli standard occidentali, la possibilità di viaggiare all’estero, di essere più ricchi, e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna.

Quando sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario, pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i palestinesi hanno i loro problemi, che gli iraniani non possono farci nulla e devono risolvere i propri. Il film Barbie ha vinto anche in Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una libertà mitizzata e in larga parte irreale, si nutre di CNN ed è disposta a svendere il Paese a Netanyahu e allo Shah, nell’ingenua speranza che anche come colonia statunitense il Paese conoscerà un progresso economico e sociale oggi calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dall’assedio occidentale.

In una casa a Yazd, tra iraniani benestanti — imprenditori, professoresse, guide turistiche — ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale molto simile a quello che un tempo sosteneva lo Shah. Un medico mi ha raccontato che il settore sanitario ha qualche difficoltà a causa delle sanzioni, in particolare per quanto riguarda medicinali e strumentazioni, ma che i dottori hanno un’ottima preparazione e che un malato di cancro, anche se povero, può essere operato immediatamente negli ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che questa è una conquista rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino sempre di più. Mi ha guardata con occhi vuoti e, poco dopo, parlando di un cambio di regime offerto dall’intervento israelo-americano, è sbottato in un «I love Netanyahu».

Non si tratta di un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro, detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica ed è pronta a svendere il Paese ad attacchi stranieri, arrivando persino a prostrarsi davanti ai nemici storici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi si tratta tuttavia di minoranze nel Paese. Lo Shah è delegittimato. Il suo appello a nuove manifestazioni, sabato 10 dicembre, è stato poco ascoltato.

Ero a Shiraz quella sera e, in automobile, ho potuto perlustrare le aree nelle quali avrebbero dovuto riunirsi i manifestanti. Non c’era nessuno. Pochi i poliziotti per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì, all’inizio del weekend; il venerdì l’impatto è già inferiore, il sabato scemano.

Il confine occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino in Iran e che le insurrezioni diventino più cruente è probabile. La reazione governativa sta cambiando. La comprensione per la giusta protesta dei lavoratori, schiacciati dalla crisi economica, e le promesse di riforme — nelle dichiarazioni di Khamenei, del presidente Pezeshkian, di politici ancora influenti come Zarif o del riformista Khatami — si alternano a un’intransigenza crescente contro le violenze terroristiche guidate da agenti stranieri.

Prevedo una maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state. Ripeto: ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran senza blocchi, senza strade chiuse, senza presenza visibile della polizia, con una vita che continuava tranquilla in locali e ristoranti come in Occidente. Tuttavia il clima sta cambiando. E potrebbe essere altrimenti per un Paese attaccato militarmente da nemici esterni?

La signora Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in Ucraina e rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza mai menzionare l’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese nel quale pullulano Mossad e CIA — per ammissione di Netanyahu e Pompeo — nel tentativo illegale di un cambio di governo.

Lunedì 12 è il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico anacronistico e da un governo politico immobile. Piango una borghesia che, paradossalmente, si appella agli Stati nemici che hanno cercato di schiacciare politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano il benessere economico e standard di vita occidentali, prive di una visione politica.

Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello, l’ennesimo complesso commerciale migliore di quelli occidentali. Strutture nuove di zecca, capaci di competere e superare quelle europee, offrono spa e gastronomia a prezzi bassi. Il turismo potrebbe essere una risorsa enorme per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran.

da qui

lunedì 27 ottobre 2025

La guerra come spettacolo e menzogna - Elena Basile

Il mese durante il quale si ebbero maggiori vittime statunitensi durante la Seconda guerra mondiale fu aprile, uno degli ultimi prima della fine del conflitto. La guerra in Ucraina, che secondo molti strateghi militari non è lontana da una soluzione sul campo di battaglia, sarà accompagnata anche nelle sue ultime fasi da un aumento delle vittime. Il numero giornaliero di soldati ucraini caduti è enorme in una guerra di attrito. Si dovrebbe ricordare ai politici europei, agli analisti, ai giornalisti che la decisione di continuare una guerra suicida, sulla pelle degli ucraini, a cui tutti loro, con una propaganda elementare, contribuiscono, non è un giochino di società ma implica ulteriore sangue versato, di cui, se fossimo in democrazia, dovrebbero essere considerati responsabili.

Siamo abituati, purtroppo, ad attori sul piano internazionale come George W. Bush e Tony Blair che, dopo aver scatenato con menzogne ormai provate una guerra priva di obiettivi strategici e mirata alla destabilizzazione del Paese, malgrado la morte di 500.000 civili, sono impegnati a tenere lezioni di politica internazionale e ad arricchirsi con prestigiosi incarichi. Sarkozy, artefice della guerra in Libia che ha creato un nuovo Stato fallito, viene celebrato come un eroe in Francia, malgrado la condanna penale subita.

Immagino che le signore in tailleur e gli uomini che, con le loro facce perbene, si alternano sugli schermi per spiegarci come una soluzione diplomatica dei conflitti sia impossibile e come sia importante che gli ucraini, popolo da loro amato, continuino a sacrificarsi, non subiranno alcuna conseguenza per le azioni intraprese a sostegno di una carneficina di innocenti.

Pennivendoli senza vergogna affermano che lo Zar (così è di moda chiamare il Presidente della Russia) prenderebbe in giro gli occidentali. Di fatto, alla coerenza della posizione russa, basata sulla rimozione delle cause del conflitto, rispondono le piroette trumpiane e gli oscillamenti dei volenterosi, che un giorno difendono la ripresa di tutti i territori, inclusa la Crimea, e un altro sostengono la necessità di truppe NATO in Ucraina. Inutile cercare un minimo di razionalità nella stampa o nelle dichiarazioni dei politici europei.

Si ha l’impressione che il filo si tenda. Le provocazioni occidentali, accompagnate da una guerra economica sempre più serrata, potrebbero riuscire a ottenere la risposta di Mosca all’altezza dell’escalation in corso. Il bluff occidentale sarebbe allora smascherato, in quanto una rappresaglia dura nei confronti di Kiev e di basi anglosassoni in Ucraina non avrebbe conseguenze alcuna. Lutti e disperazione delle vittime non vedrebbero la discesa in campo delle potenze NATO. Nessuno rischierà un attacco missilistico russo sul proprio territorio, nessuno aiuterà Kiev. La leadership ucraina dovrebbe averlo capito da tempo, eppure sta al gioco.

Non ci resta che guardare il mondo inventato dall’Impero. In TV un ex comico, che ha svenduto il proprio Paese a interessi stranieri lasciando massacrare il proprio popolo, entra spavaldo nella sala dove lo attendono i volenterosi al Vertice di Londra e reciterà alla perfezione. Il nuovo Churchill, nello scenario costruito dai globalisti, farà nascere un tremito d’orgoglio nei fan della signora Picierno.

Del resto, sull’altro versante, il Medio Oriente, assistiamo al trionfo del colonialismo che credevamo seppellito negli anni Sessanta. Si procede in mondovisione verso il protettorato anglosassone a Gaza, sbandierando progetti deliranti quali la “Riviera”. Viene esclusa l’UNRWA contro il parere della CIG e la soggettività palestinese non viene tenuta in conto. L’islamofobia è celebrata: un nuovo strumento della propaganda israeliana, che sa di non poter attirare simpatie e di dover agitare lo spettro del terrorismo affinché ancora una volta tutto sia perdonato.

Si possono torturare i prigionieri nelle carceri israeliane, stuprarli con oggetti di metallo, perché è sacrosanto il diritto israeliano e occidentale di difendersi dai barbari. I crimini del 7 ottobre – gli stupri e le decapitazioni da parte di Hamas – non sono mai stati provati e sono ormai smentiti dalla maggioranza; eppure, politici e giornalisti che li hanno considerati e presentati al lettore come veri non sentono il dovere di scusarsi.

Il tracollo morale dell’Occidente è stampato sul volto dei suoi principali attori. Basta osservarli per comprenderne il vuoto e il cinismo. Ci ritroviamo impotenti, anche se ad aver dato loro lo scettro siamo stati noi. J. Sachs, politologo ed esperto di Nazioni Unite, la cui onestà intellettuale è ampiamente riconosciuta, è stato insultato in TV. Quando non si hanno argomenti, si preferisce l’ingiuria.

Trionfa l’ignorante arroganza guerrafondaia, che ricorda per molti versi la retorica fascista. Del resto, razzismo e demonizzazione del nemico, tipici del Ventennio, sono ormai ostentati nel dibattito pubblico.

da qui

mercoledì 3 settembre 2025

Dall’Ucraina a Gaza: il doppio standard dell’Occidente - Elena Basile

Se vogliamo avere contezza delle contraddizioni delle oligarchie illiberali bisogna concentrarsi sul pensiero progressista e stanare l’ipocrisia che lo domina. Sono colpita da come i media più ascoltati riescano a continuare a sabotare i deboli tentativi di mediazione che Mosca e Washington potrebbero raggiungere sull’Ucraina e presentarsi, insieme alle classi dirigenti europee, come i detentori di una morale basata su Rule of Law e diritti umani. Era chiaro ai più che la difesa di questa narrativa non era conciliabile con il sostegno al genocidio in corso a opera di Netanyahu.

Questo spiega come mai su alcuni giornali del mainstream la denuncia dei crimini di guerra in Cisgiordania, del genocidio di Gaza e del regime fascista di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir sia ormai comune. Articoli che ci consolano e che potrebbero uscire dalla nostra penna. La denuncia del terrorismo di Stato di Israele non è tuttavia accompagnata dalla proposizione realistica di politiche di concreto isolamento del Paese. L’unica possibilità di frenare la hybris israeliana sarebbe costituita dalla fine della cooperazione politico-militare, economica ed energetica con Israele da parte dei Paesi europei. Sanzioni dure, diciotto pacchetti di sanzioni alla stregua di quelle applicate alla Russia, dovrebbero essere fortemente sostenute. Ursula von der Leyen e Kallas potrebbero essere assediate e costrette ad affermare che l’UE ha raggiunto una decisione comune dalla quale si astengono l’Ungheria, l’Italia e pochi altri. Non avviene, purtroppo.

Messi alle strette, i Macron, Starmer e Scholz, per citare i più influenti, che fingono di disapprovare il genocidio, l’apartheid e l’invasione di Gaza, non oserebbero prendere alcuna misura concreta che penalizzi Israele. Si tratta della stessa posizione di tanta parte della diaspora ebraica che si mette la coscienza a posto con la critica al genocidio di Netanyahu, considerato un incidente di percorso di una storia di Israele mai esaminata nelle sue premesse, che hanno determinato i crimini odierni.

Si comprende allora come Trump, Meloni, Orbán e la destra radicale che sta crescendo in Europa non siano poi così differenti dal partito trasversale DEM al potere. È vero che la forma ha una sua rilevanza politica. Tra Hitler e i ceti capitalistici che si esprimevano nei liberali tedeschi, e che hanno permesso l’ascesa del dittatore al potere, esisteva una differenza. Churchill non era Hitler, sebbene durante i primi incontri sia stato favorevolmente colpito dalla personalità del razzista psicopatico. Rimane importante comprendere che la Meloni oggi è al potere perché abbiamo sperimentato la politica del pensiero unico DEM, la cui migliore manifestazione si è avuta in Draghi. E in effetti la destra radicale è oggi sdoganata e benedetta.

Il nostro Presidente della Repubblica, emblema del pensiero liberale e democristiano, progressista, filo-atlantico e subordinato alla lobby dei DEM, convive con la Meloni, sostiene la guerra in Ucraina e, molto cautamente, ha iniziato a pronunciare qualche parola di condanna contro la violenza esercitata contro i Palestinesi, i nuovi paria, i nuovi ebrei. Per stanare i farisei di regime, le opposizioni dovrebbero, con una mobilitazione costante in Parlamento e nella società civile, pretendere dai governi europei sanzioni durissime e l’isolamento dello Stato canaglia. Disperdersi in mille iniziative, rilevanti in quanto prova dell’indignazione civile ma prive di effetto, non giova alla nostra causa.

Ho letto con molto interesse gli articoli di Migone e D’Orsi, di cui ammiro da tempo il pensiero e la passione civile. Dubito tuttavia che riusciremo a resuscitare i caschi blu dell’ONU, che dovrebbero cimentarsi in un confronto militare con Israele coperto e difeso dagli USA. Cina, Russia e Paesi arabi non potrebbero sostenere un’azione in grado di provocare un’escalation verso la terza guerra mondiale. La sola azione unitaria che rimane è una guerra economica a Israele. Cerchiamo di svelare l’ipocrisia dei DEM al potere per mostrare all’opinione pubblica moderata e manipolata che essi non sono diversi da Trump o dalla destra radicale che si fa i selfie con Netanyahu. Si potrà in questo modo ricostruire il filo di una politica europea che ha tradito i suoi principi ed è divenuta, come volevano i suoi artefici da Draghi a Gentiloni, da Macron a Starmer, il braccio operativo della NATO per le guerre imperiali in Ucraina come in MO.

Nel discorso surrealistico di Rimini, Draghi ha criticato l’UE che si arrende a Trump, accettando i dazi e il diktat su energia e investimenti. Ha finto di non sapere che l’UE mercato e burocrazia sottomessa alle lobby degli affari è stata costruita da lui, da Monti, da Prodi, da Gentiloni e dai loro colleghi europei. Almeno i nordici e i britannici non piangono lacrime di coccodrillo. Loro sanno bene che l’UE odierna è una cinghia di trasmissione degli interessi di BlackRock. L’osmosi è evidente. Il cancelliere Scholz, come è noto, lavorava per Larry Fink. Le politiche neoliberiste e di austerità, volute fortemente da Draghi, sono state alla base della dipendenza dell’Europa dal capitalismo finanziario USA, dell’affossamento dell’euro, di una relazione debitori-creditori che è stata a vantaggio dei creditori. I debitori, chiamati gentilmente PIIGS, hanno ceduto sovranità economica senza ottenere solidarietà e meccanismi di compensazione.

L’accettazione del sistema creato a Maastricht e dei fiscal compact ha portato a un drenaggio di risorse dai più poveri Stati meridionali ai più ricchi del Nord. Il “quantitative easing”, le iniezioni di liquidità promosse da Draghi a imitazione di quanto andava facendo la FED a Washington, e le politiche di austerità hanno contribuito alla crescita dei profitti bancari e finanziari a spese delle classi lavoratrici europee. Chiedere oggi un mercato di capitali europei, debito comune, unione bancaria e fiscalità comune da parte di Draghi è un paradosso tragicomico.

L’UE che questa classe dirigente ha voluto è stata un’organizzazione burocratica, dominata economicamente dai tedeschi e colonia geopolitica degli USA. L’allineamento alle guerre dei neoconservatori USA in Ucraina e Medio Oriente ha tolto all’UE quel residuo di dignità che le era rimasto. Il tradimento degli interessi del popolo europeo è eclatante. Draghi ha inoltre difeso a Rimini l’integrazione UE, fingendo di non sapere che essa, senza legittimità democratica, rafforzerebbe la burocrazia al servizio dell’imperialismo USA.

L’UE federale non può essere costruita con piccoli emendamenti. Non è il voto a maggioranza che renderà l’UE capace di una politica estera autonoma e di perseguire gli interessi geopolitici ed economici delle classi lavoratrici europee. Il popolo europeo esiste se viene individuato un interesse comune basato sul compromesso geopolitico ed economico tra Nord e Sud dell’Europa. L’interesse comune esiste se ci limitiamo all’Europa continentale del nocciolo duro, non a quella dei 27 Stati, di cui una buona parte vuole soltanto partecipare ai benefici economici e obbedire agli interessi di Washington.

L’Europa federale, unione politica democratica, si può perseguire soltanto con una rivoluzione dell’impianto istituzionale e una revisione importante dei Trattati. Il progetto di Draghi e di Gentiloni è tuttavia differente: essi perseguono una UE burocratica e asservita agli interessi non di Trump ma dello stato profondo USA, del partito trasversale DEM di cui la loro carriera politica è debitrice. Bisogna vincere le resistenze nazionali e statali, la maggioranza deve schiacciare la minoranza per rafforzare il potere di un’organizzazione senza anima che ha tradito gli ideali di pace e prosperità, il sogno federale e di una politica estera basata sull’autonomia strategica da Washington, lo Stato sociale, un modello di società opposto a quello neoliberista statunitense. Lo stato profondo USA si sposta a Bruxelles. L’Occidente non si è spezzato: rantola e sopravvive nel contrasto ai parvenu alla Trump, generati da un sistema fallito.

Ripetita iuvant e con riluttanza ritorno sulla possibile pace in Ucraina. Premetto che la difesa delle ragioni geopolitiche della Russia mi porta soltanto svantaggi, ad esempio l’ostracismo dell’establishment, la mancanza di incarichi cosmetici e danarosi che tanti ex ambasciatori ottengono, soprattutto la mancanza di recensioni sui giornali più letti e nei media più ascoltati dei miei sette libri di narrativa. Sono l’unica donna in Italia, ex ambasciatrice, che scrive romanzi e racconti. Soltanto per questo dovrei forse ricevere un minimo di attenzione, di critica anche soltanto negativa. Premessa necessaria per rispondere ai filoatlantici, che dalle loro esternazioni a favore della narrativa NATO traggono benefici e prebende. Con una protervia unica gli stessi accusano i dissenzienti di filoputinismo, come se noi avessimo dei tornaconti personali, come loro, nell’ascoltare la nostra coscienza e nell’analizzare le dinamiche internazionali con onestà intellettuale.

La Russia non ha chiesto il vertice in Alaska ma lo ha concesso. Il Paese avanza sul campo militare e il tempo gioca a suo favore. Avanza lentamente per non sprecare le vite dei russi e per non commettere crimini di guerra contro una popolazione affratellata come quella ucraina. Potrebbe radere al suolo le città come noi abbiamo fatto con Dresda, oppure più recentemente con Baghdad. Invito coloro che si deliziano nel chiamare Putin il mostro, il macellaio, a spiegarmi il contrario. Contiamo le vittime civili di questo conflitto e paragoniamo il numero con altri conflitti durati tre anni. Cerchiamo di essere onesti. Soprattutto, vergognamoci di paragonare la Russia a Israele.

Mosca non ha cambiato la sua posizione. Vuole una pace durevole in Europa che annulli le cause del conflitto. La neutralità ucraina deve tornare in costituzione, il Paese deve essere smilitarizzato oppure contare su un esercito nazionale ridimensionato, non su una piattaforma occidentale, anglosassone per l’attacco alla Russia.

I territori occupati, soprattutto quelli già annessi del Donbass, le cui popolazioni russofone, bombardate dal governo centrale ucraino con la complicità occidentale durante la guerra civile durata otto anni, hanno da tempo espresso il desiderio di fare parte della Russia. Dopo tre anni di guerra Mosca, che per tasso demografico decrescente, estensione della sua superficie e materie prime non è interessata alla conquista di nuovi territori, non potrà che fare minime concessioni. La maggiore è fermarsi. No Ucraina nella NATO significa no NATO in Ucraina. La Russia considera la NATO ai suoi confini una minaccia esistenziale. Le garanzie di sicurezza NATO all’Ucraina permetterebbero a Kiev di ritornare con mille provocazioni al conflitto, trascinando i Paesi NATO o alcuni di essi. Le garanzie possono essere soltanto quelle dei Paesi europei e BRICS, come comprenderebbe anche un bambino, in nome dell’equità e di una pace duratura. Altre concessioni vi potrebbero essere in un negoziato aperto con un Occidente che ha cambiato postura, elimina le sanzioni e torna ai principi di Helsinki, difesi recentemente dal Papa.

Gli europei e il loro fantoccio, Zelenski, chiedono invece il cessate il fuoco che consentirebbe all’Ucraina di meglio armarsi e riprendere la guerra. Impongono condizioni alla potenza che vince sul campo militare, cosa mai vista nella storia, e accentuano una postura bellicista, continuando a utilizzare Kiev per erodere il potere russo, in accordo al piano ben illustrato da Brzezinski nella Grande scacchiera pubblicata nel 1997. Si permettono ancora di affermare che l’Ucraina entrerà un giorno nella NATO. Esitano tuttavia a farla entrare in Europa, malgrado Putin abbia affermato di non essere contrario a un percorso di avvicinamento di Kiev all’UE.

Qualcuno ha avuto la brillante idea di affermare che le sorti del conflitto con la Russia possono essere mutate come è avvenuto con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Dimenticano che all’epoca non avevamo l’arma nucleare, un piccolo dettaglio che strateghi e politici occidentali continuano a cancellare. La Russia in caso di sconfitta, essendo la NATO molto più potente politicamente, economicamente e militarmente, ricorrerebbe all’arma nucleare in propria difesa, come è chiaramente sancito nella dottrina militare russa. A prescindere dal nucleare, Mosca può essere sconfitta da un’entrata in guerra, con gli stivali sul campo, di americani ed europei per contrastare un milione e trecentomila unità russe. Proporrei che i figli dei leader guerrafondai diano l’esempio e comincino da ora a combattere per Kiev.

Vaneggiano. Non so se ne sono consapevoli. In effetti per ora obbediscono agli ordini. Bisogna continuare il conflitto fino all’ultimo ucraino a beneficio della finanza e delle lobby delle armi. Naturalmente non lo confessano la sera guardandosi nello specchio. Non ascoltano il grillo parlante come Pinocchio, si sono ormai immedesimati nei loro alibi, nella favola di Parsi: la difesa di una democrazia aggredita contro un mostro, un autocrate senza scrupoli.

In Medio Oriente il progetto del Grande Israele continua. La tappa più recente è costituita dall’invasione di Gaza. Il governo neonazista di Netanyahu realizza in modo coerente la cancellazione di un popolo, massacrato, torturato, affamato. Bambini mutilati, denutriti, senza soccorsi sono ritratti da giornalisti e civili palestinesi. Al netto della retorica, dei piagnistei e dei finti riconoscimenti della Palestina, l’Occidente è complice del genocidio. Soltanto la fine di ogni cooperazione politica, economica e militare, accompagnata da sanzioni economiche durissime, potrebbe temperare la violenza di uno Stato canaglia come Israele. Tel Aviv attacca i vicini contro ogni norma internazionale. Gli Houthi sono, come gli Hezbollah, gli unici che sulla propria pelle si ribellano all’azione nazista di Israele, incarnando un’eroica resistenza. Sono puniti da una potenza militare, nucleare e tecnologica senza uguali nella regione.

Il governo della destra messianica israeliana ha bisogno delle guerre per restare in piedi. Le campagne contro la Siria, il Libano, l’Iran si alternano a quelle contro Gaza. Il 7 ottobre ha reso maggiormente evidente l’illegalità internazionale, l’ideologia nazista e razzista e la violenza militare di un Paese che, tuttavia, in passato non ha rispettato il diritto internazionale e le Risoluzioni, anche quelle vincolanti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha colonizzato terre non proprie, ha creato forme di apartheid, ha incarcerato minori, ha praticato la tortura contro civili inermi, non solo contro i miliziani di Hamas. In Cisgiordania il sopruso razzista e l’illegalità non sono cessati, malgrado Hamas non esista in questo territorio vessato da decenni da Tel Aviv.

Hamas è un’organizzazione dedita alla lotta armata, segretamente finanziata dalla CIA e da Israele contro al-Fatah al fine di rompere l’unità palestinese. È stata eletta democraticamente e nel 2007 ha cercato un dialogo politico. L’Occidente non ha mai voluto iniziare con Hamas quel processo virtuoso realizzato con l’OLP, nata come organizzazione terrorista e che ha permesso i negoziati di Oslo. Dal 2000 in poi la destra israeliana ha sconfessato la soluzione dei due Stati e il progetto del Grande Israele è stato portato avanti con la complicità dell’Occidente.

Queste premesse hanno portato al genocidio odierno, giustificato dall’attacco subito il 7 ottobre, un attacco feroce e terrorista anche contro la popolazione civile. Si attende, tuttavia, un’inchiesta indipendente internazionale al fine di verificare quanti morti siano dovuti al fuoco amico e alla direttiva israeliana Hannibal, che permette l’uccisione da parte dell’esercito nazionale di civili israeliani al fine di non farli divenire ostaggi. Le atrocità attribuite dalla propaganda occidentale a Hamas, quali decapitazione di bambini e stupri di donne, sono state smentite. Si deve ancora verificare se il governo israeliano ha peccato di negligenza o di complicità, al fine di permettere l’attacco del 7 ottobre, utilizzato da Netanyahu e dall’Occidente come alibi per giustificare il genocidio del popolo palestinese.

Tutti gli intellettuali, gli attivisti e gli esperti giuridici dell’ONU sono costretti dalla stampa di regime a una condanna astorica e moralistica del terrorismo di Hamas, per poter dare credibilità alla denuncia delle attività criminali di Israele.

La verità è che Hamas esiste perché esiste la violenza razzista e illegale di Israele contro una popolazione indifesa. Condannare Hamas senza tenere conto della realtà storico-politica nella quale nasce è un’operazione sottoculturale e di regime.

Se ci fosse stata la volontà politica israeliana e occidentale, oggi in Palestina avremmo due Stati che convivono e hanno risolto diplomaticamente le loro controversie. Come ho scritto in Occidente e il nemico permanente, il fallimento della diplomazia è dovuto in gran parte all’Occidente e alle lobby di Israele. I Paesi arabi hanno perseguito i propri interessi, utilizzando la causa palestinese per i propri giochi geopolitici. La miopia politica di al-Fatah e il massimalismo hanno contribuito a far morire un dialogo a vantaggio dei Palestinesi. Il terrorismo di Hamas è una conseguenza di un quadro geopolitico, di un processo storico e della distruzione del multilateralismo.

Repetita iuvant, ma la lotta è impari. Il soft power occidentale è invincibile. La maggioranza è manipolata o impotente. L’autoritarismo avanza. L’assurdo è che l’Occidente, artefice principale dell’illegalità internazionale e del disordine nel quale viviamo, si presenta come il difensore della pace, della democrazia e dei diritti umani. Orwell, uno scrittore visionario, aveva previsto la manipolazione a opera di un potere dittatoriale e l’adesione surrealistica della società civile. L’assurdo e il grottesco sono le dimensioni consone al XXI secolo.

da qui

domenica 10 agosto 2025

Variabili di potere e sovranità: le guerre per procura dell’Occidente - Elena Basile


Attualmente, ancora più che in passato, è essenziale, per condurre un’analisi corretta delle dinamiche internazionali, comprendere la differenza tra variabili indipendenti e non, che operano in un contesto complesso e fortemente strutturato.

Nel corso delle primavere arabe, il malcontento popolare albergava nei Paesi del Nord Africa da tempo, ma ha costituito un fattore in grado di destabilizzare le società soltanto quando la politica neoconservatrice statunitense ha deciso, con finanziamenti e organizzazione, di puntare sui Fratelli Musulmani per una forma di dominio più solida rispetto ai dittatori tradizionali.

La defenestrazione di Moubarak, l’elezione di Morsi — in seguito abbandonato da Washington a vantaggio dell’odierno Presidente dell’Egitto, Al Sisi — è la rappresentazione evidente della strategia ondivaga che ha sede a Washington.

Ugualmente, la guerra civile in Siria non sarebbe scoppiata, seminando lutti e dolore nel popolo siriano per circa un decennio, se Obama, nel 2015, non avesse deciso, con l’operazione Sycamore e d’accordo con i servizi segreti sauditi, di utilizzare le fisiologiche proteste anti-Assad quale fattore di destabilizzazione della società siriana.

Ricordo che all’epoca ero in Svezia e restavo allibita nell’osservare la bella intellighenzia del Paese che aveva d’obbligo un libro in tasca contro il pericolosissimo dittatore Assad. Sicuramente gli Assad, soprattutto il padre, avevano commesso crimini e favorito il loro potere alaudita con la repressione. Non diversamente da come molti dittatori, nostri alleati, hanno sempre fatto.

Oggi, come sappiamo, la politica occidentale sostiene Al Jolani, che ha spodestato gli Assad e compie stragi di Alauditi con l’appoggio della democratica Europa e di Washington.

Le rivoluzioni arancioni nel vicinato russo si sono basate sulle stesse tattiche: il fisiologico malcontento diviene una variabile indipendente in grado di far cadere i governi grazie a una manina invisibile esterna che lo rafforza e lo struttura.

Bisogna chiedersi: quali Stati sono oggi in grado di avere una politica estera sovrana? L’indipendenza si manifesta come capacità di scegliere la linea politica consona ai propri interessi, pur tenendo in conto i condizionamenti esterni. I BRICS sono un esempio concreto di sovranità e si sono uniti in un gruppo ancora poco strutturato per difendere il perseguimento dei propri obiettivi contro il ricatto e l’arbitrio statunitense.

Per questo motivo credo che l’India, sottoposta alla minaccia di dazi americani al 50%, colpevole di importare gas russo a basso prezzo, vitale per la propria economia, farà di tutto per resistere alle pressioni trumpiane.

L’Europa, da Maastricht in poi, è stata costruita come un’appendice del capitalismo finanziario di Washington e non può portare avanti una politica estera ed economica consona ai propri interessi. La guerra per procura contro la Russia, condotta da Ucraina e UE per gli interessi statunitensi, è l’esempio emblematico di rinuncia all’esercizio della sovranità.

Anche un dottorando in politica internazionale, in grado di ragionare con la propria testa, comprenderebbe che gli interessi europei sono individuabili nella cooperazione con Mosca, nell’importazione di gas russo a basso prezzo — essenziale al nostro sviluppo economico e industriale — e nella stabilità dell’area geopolitica grazie alla neutralità ucraina.

La classe dirigente europea, legata allo Stato profondo statunitense, importa invece gas USA a prezzo quadruplicato, compra armi statunitensi e le invia all’Ucraina per far continuare un conflitto che sostiene i profitti dei fondi sovrani.

Ugualmente, attribuire a Zelenski la dignità di una variabile indipendente è uno sbaglio frequente di molti analisti. L’Ucraina non esiste quale Stato sovrano: essa obbedisce a interessi stranieri e continua la guerra con la Russia fino all’ultimo ucraino, come vogliono la burocrazia del Dipartimento di Stato, il Pentagono, il complesso militare-industriale e l’intelligence anglosassone.

Perverrebbe a una pace sporca — sostenuta finalmente anche da Limes senza ambiguità, l’unica opzione, come andiamo affermando da almeno due anni, basata sul compromesso possibile — se Trump non oscillasse nella sua strategia, impersonata da Witcoff e Kellog, sostenitori di due linee opposte. Il braccio di ferro in corso tra potentati diversi a Washington si manifesta nella strategia contraddittoria di Trump.

Il malcontento contro Zelenski esiste da tempo. Soltanto analisi ideologiche hanno potuto credere alla rivolta partigiana della popolazione contro lo straniero. Il dittatore ucraino è restato a galla grazie alla repressione. Oggi, tuttavia, il dissenso contro il Presidente ucraino diventa visibile sui media occidentali: si è forse deciso di rendere il malcontento popolare un fattore efficace di destabilizzazione? Si prepara la capitolazione del Paese? Zelenski può essere liquidato?

L’avanzata russa, sebbene l’esercito non abbia mai dispiegato il suo potenziale e abbia avuto ritmi lenti essenziali a salvare vite umane, appare inarrestabile. Le infrastrutture civili sono colpite, gli ucraini massacrati al fronte. Il Paese è fallito, la classe dirigente si mantiene in vita grazie a corruzione e repressione della popolazione.

Di fronte all’imminente capitolazione di Kiev, la diplomazia europea non dà segnali di vita. La strategia suicida, basata prima sull’obiettivo della vittoria sul campo (parole di Meloni, Macron, von der Leyen, Kallas), ora sul rafforzamento dell’Ucraina in vista della “pace giusta”, perpetuando il conflitto, indebolisce sempre di più l’Ucraina che, in un eventuale negoziato, non potrà mantenere gli obiettivi raggiungibili nel marzo del 2022, quando le delegazioni russa e ucraina si incontrarono a Istanbul.

La Russia sarà irremovibile su due condizioni: no all’Ucraina nella NATO né alla NATO in Ucraina, quindi no ai deliri anglo-francesi relativi alla presenza di loro truppe a Kiev al fine di garantire la pace. Maggiore flessibilità vi sarà sull’avvicinamento dell’Ucraina dimezzata all’Europa, sui territori a ovest del Dniper. La Russia potrà rinunciare ad avanzare se in cambio vengono ritirate le sanzioni occidentali e favorito un cambiamento di regime a Kiev. Trump accetterebbe volentieri queste condizioni in cambio di accordi bilaterali sulle terre rare, nello spazio e in altri settori economici redditizi.

Purtroppo le mafie internazionali, le lobby delle armi e del business, cercheranno di far durare il conflitto a lungo al fine di alimentare il keynesianesimo militare, la bolla speculativa in Europa e i propri interessi. I Dem e i loro accoliti europei demorderanno a fatica dai loro intenti criminali, aiutati da un’accademia e uno spazio mediatico al loro servizio.

Israele non è uno Stato sovrano: la sua politica estera dipende interamente dal sostegno statunitense. Le sue campagne contro Siria, Libano e Iran non sarebbero possibili se dovesse contare soltanto sulle proprie forze. Il genocidio di Gaza e l’annessione graduale ma continua della Cisgiordania, realizzata con forme di apartheid e crimini di guerra, avviene in virtù del sostegno esplicito oppure mascherato degli americani. Biden o Trump sono criminali genocidari alla stessa stregua di Netanyahu.

L’anomalia è data dal fatto che la potenza sponsorizzata, la variabile dipendente, Israele, controlla — attraverso la lobby israeliana — l’intera classe dirigente statunitense, ne condiziona la politica estera anche a spese degli interessi nazionali americani.

L’Europa collabora al genocidio mantenendo in vita la cooperazione politica, militare ed economica con Israele, schierandosi con gli Stati Uniti per non porre fine al cessate il fuoco e assicurando l’impunità di Tel Aviv grazie a una propaganda intesa a demonizzare Hamas, aumentarne la minaccia, assolutizzare il diritto alla difesa di Israele e criminalizzare le critiche allo Stato terrorista, considerate come antisemitismo e filoterrorismo, perseguibili per legge.

Dopo sessantamila morti a Gaza, al fine di gestire il consenso nelle oligarchie illiberali occidentali, accademia e spazio politico-mediatico occidentale si dividono in diversi filoni. La destra oltranzista e moderata vicina a Trump mette in discussione i crimini israeliani, considerandoli colpa di Hamas, e nega il genocidio affermando che le vittime civili sono una conseguenza della guerra, come è sempre stato nella storia.

I progressisti Dem e i loro accoliti europei, con spazio mediatico al loro servizio (BBC, CNN, TV Sette), denunciano il genocidio attribuibile a un pazzo — Netanyahu — e alle politiche criminali di Trump, e lo considerano una rottura rispetto al passato. Lontano è il riconoscimento dell’essenziale continuità dei crimini israeliani e della complicità di una politica occidentale che, dal 1967, assicura l’impunità di Israele. Il discorso su Hamas resta propagandistico, in quanto non si riconosce che l’organizzazione è stata rafforzata dai servizi segreti occidentali e che essa ha costituito l’alibi per appoggiare politiche espansionistiche dell’impero in Medio Oriente, utilizzando Israele come pedina della NATO.

Una minoranza, infine, vede nel genocidio una conseguenza naturale dell’ideologia della destra israeliana, che dal 2000 in poi ha dominato il panorama politico, e dell’obiettivo del Grande Israele. Si tende, da parte di molti, a salvare il sionismo e il mito di Israele quale Stato che avrebbe garantito la fine delle persecuzioni degli ebrei.

Ilan Pappé, Moni Ovadia e una parte importante dell’intellighenzia riconoscono invece nel sionismo un’ideologia basata sul suprematismo bianco e sull’espansione coloniale. Il genocidio ne sarebbe quindi l’inevitabile sbocco.

Credo sia importante comprendere che Gaza è il vero volto della politica imperialistica occidentale, che Netanyahu ha portato alle estreme conseguenze le premesse da noi difese. L’espansionismo del potere occidentale in Eurasia, in Medio Oriente e nel Pacifico risponde alle profonde esigenze del capitalismo finanziario in crisi. Il riciclaggio dei surplus e i processi di rifinanziarizzazione del dollaro sono meccanismi inceppati, a cui le guerre offrono una temporanea scappatoia. La trappola del debito è costituita dal mostruoso minotauro che richiede sacrifici umani: un mare di sangue alimenta il flusso di dollari necessario.

da qui

martedì 5 agosto 2025

Elena Basile e Matteo Saudino sul nongenocidio di Liliana Segre

 

Genocidio e doppi standard: una riflessione sulle parole di Liliana Segre - Elena Basile

Il pensiero di Liliana Segre, esternato ripetutamente sulla stampa più letta, appare attualmente in minoranza. Non era così quando, dopo 10.000 morti, mi vidi accusata dall’intero arco costituzionale, nonché dallo spazio mediatico, per aver avuto l’ardire di rivolgermi alla Senatrice per condividere una riflessione sull’esistenza di una medesima mentalità — riassumibile nella disumanizzazione del nemico — che accomuna i nazisti di un tempo agli israeliani di oggi.

Mi rivolsi alla Senatrice in quanto la consideravo l’esponente più influente della comunità ebraica. L’avevo ammirata per il coraggio e l’indignazione morale espressi nella denuncia dei crimini nazisti che ella stessa aveva patito.

Sono stata così ingenua da pensare che la Senatrice avrebbe potuto, insieme al movimento di protesta contro il genocidio, levare la sua voce e condannare Israele.

L’intervista che avevo letto su la Repubblica, credo, nella quale la Senatrice — pilotata forse male dal suo intervistatore — esordiva affermando di non riuscire a dormire pensando ai bambini israeliani sterminati dall’attacco terroristico del 7 ottobre, per poi aggiungere, alla fine, che era spiacente per la morte di tutti i bambini di ogni religione e nazionalità, mi colpì sgradevolmente. Mi spinse a pubblicare un video sui social media in cui mi appellavo a Liliana Segre per fare chiarezza.

Non avendo ritrovato l’intervista, aggredita persino da coloro che reputavo amici, decisi di scusarmi. Lo feci in buona fede, pensando di essere stata vittima di un’allucinazione.

Naturalmente, le mie scuse furono interpretate malignamente e subii un linciaggio mediatico: si sostenne che mi ero scusata per paura delle querele della Segre. Così, del resto, si può leggere su Wikipedia in inglese (non quello italiano), che mi fa l’onore di uno spazio, elencando i miei incarichi diplomatici e la mia attività di scrittrice ed editorialista.

Malgrado le due querele, civile e penale, per diffamazione con l’aggravante della discriminazione razziale, stiano andando avanti, ho continuato, per dimostrare che non mi lascio intimidire né silenziare, a confutare in diverse occasioni il pensiero della Senatrice — non, e dico non, perché abbia qualcosa di personale contro la donna Liliana Segre, e certamente non contro l’ebrea, che rispetto e ammiro per la sua instancabile opera di testimonianza contro i crimini nazisti — ma in quanto considero le sue dichiarazioni sul conflitto israelo-palestinese pericolose e fuorvianti.

Purtroppo, nell’ideologia della Senatrice rintraccio quel pensiero binario, quei doppi standard che mi avevano colpito fin dall’inizio e che avevo denunciato, attirandomi le violente critiche di tutto lo spazio politico-mediatico.

L’opposizione all’uso della parola “genocidio” per indicare quanto sta avvenendo a Gaza, a mio avviso, è indicativa di una distinzione tra il popolo ebraico — che merita il riconoscimento di avere patito lo sterminio — e tutti gli altri popoli. Insomma, da una parte c’è il popolo eletto, dall’altra tutte le altre vittime. È una logica terribile, non lontana, per certi aspetti, da quella incarnata dalla Germania, la cui propaganda faceva credere ai tedeschi di essere migliori degli altri.

La CIG, organo giudiziario principale dell’ONU, ha chiesto a Israele di prendere misure concrete per evitare il genocidio, considerandolo quindi plausibile. È stata adita dal Sudafrica, che nel 2024 ha rivolto questa terribile accusa a Israele.

La Corte Penale Internazionale (CPI), di cui fanno parte molti Paesi europei — Italia in primis — ha emesso un mandato di arresto contro il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità, non eseguito (né eseguibile) da Washington e da vari Paesi europei, tra cui Italia e Ungheria.

Se Israele venisse considerato uno “Stato genocida” dalla comunità internazionale, scatterebbero misure di isolamento e sanzioni in grado di colpire duramente Tel Aviv e indurre forse il governo terrorista a cessare la sua attività criminale.

La Senatrice giustifica la sua opposizione al termine “genocidio” affermando che questa accusa rivolta a Israele è piena di odio ed è vendicativa. Essa sarebbe antisemita.

L’antisemitismo, un’accusa infamante, è oggi rivolta ai critici di Israele, a coloro che odiano i crimini contro un popolo inerme. È una menzogna, che serve a proteggere l’impunità dello Stato terrorista israeliano.

L’antisemitismo si è manifestato storicamente con la persecuzione della minoranza ebraica, della diaspora: una minoranza nei vari Paesi europei, discriminata, uccisa, torturata per i suoi usi e costumi, per la religione, per l’etnia, addirittura per i tratti somatici. È durato secoli.

Dopo l’Olocausto, con il riconoscimento pieno delle comunità ebraiche e dei crimini perpetrati, la nascita dello Stato di Israele — alleato dell’Occidente — ha, a mio avviso, quasi del tutto cancellato un fenomeno che aveva radici storiche e caratteristiche proprie.

L’odio odierno per Israele è odio politico, è indignazione nei confronti di uno Stato terrorista, per i suoi crimini, per la sua illegalità, per il totale disprezzo mostrato verso il diritto internazionale e verso le sue vittime.

Il rancore politico per il governo israeliano, sbagliando, viene trasferito ai suoi sostenitori, ebrei e non. L’accusa agli ebrei della diaspora di proteggere Israele sfocia in un odio politico che nulla ha a che vedere con la discriminazione razziale.

Sarebbe pertanto importante che le comunità ebraiche prendessero tutte le distanze da Netanyahu ma anche dai crimini passati di Israele, dalla sua illegalità iniziata nel 1967, dalle spedizioni e punizioni collettive della popolazione di Gaza, dalle forme di apartheid instaurate in Cisgiordania — esattamente come i tedeschi hanno rinnegato i loro passati leader nazisti.

Hamas è una creazione occidentale e israeliana. La CIA e Netanyahu hanno utilizzato il Qatar al fine di finanziare Hamas, in modo da erodere il potere dell’Autorità Palestinese. Hamas, eletto nel 2006, fece non poche aperture verso il riconoscimento di Israele.

L’Occidente, spinto da Israele e dagli Stati Uniti, non volle mai iniziare un dialogo politico, né riconoscere una organizzazione democraticamente eletta dai Palestinesi, né avviare quel processo virtuoso che negli anni Novanta trasformò l’OLP — organizzazione allora armata e responsabile di attacchi terroristici — in una entità politica con cui affrontare il conflitto nel quadro del processo di Oslo.

Spiace notare che, accanto alla Segre, alcuni amici parlino del ritiro di Sharon da Gaza nel 2005 come di un’occasione persa per i Palestinesi, che invece di esserne felici elessero Hamas.

La Segre, e i tanti analisti che diffondono queste tesi false, non rivelano come, immediatamente dopo, venne instaurato l’illegale blocco economico di Gaza e si procedette alla violazione delle più elementari libertà individuali palestinesi.

Fa tristezza pensare che la Segre e alcuni amici continuino a chiamare il 7 ottobre “pogrom”, espressione utilizzata per stigmatizzare le esplosioni di odio razziale contro le comunità ebraiche. Come ho cercato di chiarire più volte, Hamas è riconosciuta dal diritto onusiano come un’organizzazione con un braccio politico e uno armato, per la liberazione di un popolo sotto occupazione illegale e criminale.

Se Hamas uccide i soldati israeliani che mantengono il blocco e l’occupazione di Gaza, condannata da tante risoluzioni ONU, agisce in linea con il diritto internazionale, a protezione di un popolo oppresso.

Se Hamas, fuori da Gaza, uccide civili israeliani, compie atti di terrorismo. Questi non sono atti antisemiti, ma atti terroristici contro una potenza occupante, considerata nemica. Gli Ucraini colpiscono civili russi per le stesse identiche ragioni.

L’odio per Israele, per i suoi sostenitori, ebrei e non, è politico e ideologico: non è razziale né antisemita.

Se i tedeschi non avessero chiesto perdono per i crimini nazisti, ma avessero cercato di giustificarli, sarebbero stati disprezzati — non in quanto ariani, ma per l’indulgenza verso crimini inenarrabili.

Mi ripeto, ma credo sia importante fare chiarezza in una confusione che semina il male. Essa non giova a nessuno: non alla diaspora ebraica, né a Israele, né all’Occidente.

La nostra civiltà giudaico-cristiana sta perdendo l’anima. Israele si sta autodistruggendo, come gli Stati Uniti di Biden e Trump, come l’Italia, governata da una Presidente che rivendica di essere cristiana e donna, ma applica doppi standard brutali e non condanna né sanziona Israele.

Il Presidente Mattarella non è da meno. Le sue affermazioni ingiuriose contro la Russia, di cui ha offeso la memoria dei 27 milioni di caduti nella guerra contro la Germania nazista, sono state accompagnate dai balbettamenti nei confronti di Israele.

Appare tragicomico che Mattarella, dopo 60.000 civili morti, riconosca solo ora una “ostinazione a uccidere a Gaza”.

Nelle sue dichiarazioni si è immediatamente soffermato sull’antisemitismo: uno strumento, ormai, utile solo a silenziare le critiche e assicurare l’impunità di uno Stato terrorista.

I nostri valori costituzionali sono allora rinnegati, la nostra Costituzione tradita.

Pensate ai padri costituenti che si rivoltano nella tomba, mentre assistono alla complicità dell’Italia con un genocidio che avviene accanto a noi, nel Mediterraneo, grazie alla nostra cooperazione politica, militare ed economica.

Francesca Albanese, esperta giuridica dell’ONU che svolge in modo egregio il suo lavoro, è stata sanzionata da una potenza straniera. Non ha diritto alla protezione del Presidente della Repubblica né del Primo Ministro italiano.

Ex detenuti statunitensi, autori di omicidi, di cui si chiede giustamente l’estradizione, sono invece accolti dalla Meloni in pompa magna all’aeroporto.

Un mondo surreale, orwelliano, che non dobbiamo stancarci di denunciare.

Tornando alla Senatrice Segre: non capisco dove sia finita la forza morale che l’ha portata a stigmatizzare, con atroci dettagli, la crudeltà nazista. Non mi sembra che stia facendo lo stesso con le crudeltà israeliane, che esistevano anche prima del 7 ottobre.

Purtroppo, la tendenza a difendere l’esclusività del Giorno della Memoria, riferito solo alle vittime dell’Olocausto, senza comprenderne il significato più profondo — la difesa di tutti i popoli e di tutte le vittime della violenza di Stato — è indicativa di doppi standard inaccettabili.

Il desiderio di proteggere a qualsiasi costo lo Stato terrorista Israele dall’accusa di genocidio rivela una intenzione discriminatoria nel giudizio dei fatti storici.

La Senatrice condanna Netanyahu, affermando tuttavia di saper distinguere tra un governo democraticamente eletto, quello israeliano, e una organizzazione terroristica come Hamas. A parte il fatto che Hamas è stata anch’essa eletta, la dichiarazione della Segre è sintomo di un pensiero binario, incapace di comprendere che maggiori sono le responsabilità di uno Stato rispetto a quelle di un’organizzazione terroristica, che — dopo decenni di abusi e mancanza di canali politici — si è ribellata brutalmente all’oppressore.

Rimpiangiamo Craxi, Andreotti, Barak: in grado di dichiarare che, se fossero nati in un campo profughi palestinese, sarebbero stati terroristi.

Che sensibilità, che cultura, che senso obiettivo della storia — rispetto alle affabulazioni razziste e al suprematismo bianco oggi in voga!

Oggi si considerano i terroristi di Hamas dei subumani, Untermenschen, proprio come tutti i palestinesi, colpevoli di averli eletti o di simpatizzare per loro.

Si finge di non sapere che il terrorismo nasce sempre dove cresce l’oppressione e manca ogni dialogo politico.

I carbonari, che portiamo ad esempio nelle scuole elementari, erano terroristi.

Menachem Begin era un terrorista, poi divenuto Primo Ministro israeliano. La nascita dello Stato di Israele è stata accompagnata dal terrorismo ebraico.

Come ho detto in un video, e vorrei che fossimo tutti d’accordo — la Segre inclusa — non esistono popoli eletti, non esistono potenze eccezionali o indispensabili.

Esiste l’umanità, con i suoi diritti e la sua lotta perpetua contro la barbarie.

da qui