La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 19 settembre 2026
martedì 18 agosto 2026
Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie - Elena Basile
Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.
Nel marzo
del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e
russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di
sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire
sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i
successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime
ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro
la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese
mutilato del 20% delle sue terre.
I negoziati
potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del
Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra
doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica
andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.
Nel marzo
del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in
massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di
avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in
bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30
marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni
Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non
con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi
del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle
vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni
ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri.
La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.
Alla Croce
rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario
dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette
la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di
presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle
vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle
modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa
quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto
immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media
mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre
giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le
notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a
Istanbul.
Non so cosa
sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest”
(strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra
espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti
altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il
pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre
del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.
Leggo
intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha
fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex
ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO,
chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della
carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo
slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di
informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una
nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale
invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo
federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il
14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia.
A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è
successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi
semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione,
sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni,
in Occidente.
venerdì 7 agosto 2026
La diplomazia del bluff - Elena Basile
La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.
Attraverso
Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come
testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione
mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli
Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella
narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare
all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il
golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza
strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti
occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi
dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono
stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad
Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.
“Ambasciatrice,
ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in
un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva
posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono
difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le
religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno
scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la
diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la
mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti,
sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità:
stabilità e pace.
Gli
americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi
strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di
indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché
culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la
sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di
sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono
abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente,
accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e
preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a
fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi
energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale,
fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.
Il
presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e
tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di
novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno
permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di
sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti
eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie
prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi
vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in
quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero
sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei
proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.
Si tratta di
un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema
bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex
Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è
evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto
un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato
è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e
rendono probabile una crisi finanziaria.
Questo MOU (Memorandum
of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico,
formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche)
purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto
malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una
capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana.
L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i
rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme,
resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una
certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è
costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere
voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica
sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di
fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo
l’Iran.
mercoledì 29 luglio 2026
Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile
Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.
L’atlantismo
filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da
destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la
differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni.
Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:
- Le destre, più pragmatiche nei confronti
della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono
però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
- Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle
ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio
contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
- Le destre sono negazioniste della
minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara
falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.
La
differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati
Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.
Generalizzando,
possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno
abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi
della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità.
Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche,
per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il
gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza
uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è
“buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di
luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte
dell’elettorato di destra.
Il
centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia
rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio
arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una
popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi
sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o
povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le
disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza
climatica in modo puramente strumentale contro le destre.
Si tratta di
una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i
socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense.
Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio
quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti
umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore
delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran
nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la
transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le
politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più
poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo
militare.
È difficile
capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la
più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da
parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che
minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i
socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in
quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece
svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il
ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa
trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la
democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono
invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.
Insomma, non
si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda,
Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori
della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al
referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i
media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero
diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla
partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente
ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della
Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed
egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari
del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.
In sintesi:
- Le destre sono espressione di un
vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto
radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come
Trump.
- I socialisti europei sono vicini allo Deep
State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere
considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno
recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle
istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici
più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di
ricerca e nell’accademia.
La
direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici
americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente
chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un
articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di
giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica
militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del
carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di
libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del
fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla
virilità e al sacrificio per la Patria.
Per molti di
noi le domande ricorrenti sono:
- Come è possibile che le
marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro
riservato ai loro stessi figli e nipoti?
- Come è possibile che non temano
un’escalation militare con una potenza nucleare?
Se leggiamo
la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e
il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a
una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile
che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa
c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?
Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le
parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai
crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni
che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele
si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia
occidentale”.
Bisogna
svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti
perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel
non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che
il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti
cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in
grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle
tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella
più sofisticata della Gruber.
Chi è bravo
e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti
che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il
programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una
brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa
comune: la creazione di un’informazione veramente libera.
No, non ho
preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa
ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà
differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.
Purtroppo la
storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle
sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare
il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene
ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.
Come non
essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che
snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un
grande dibattito pubblico.
Oggi la
contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe
che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso
di esse che entra la luce.
Il
capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e
senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre
suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a
garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della
ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono
insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e
sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca
scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono
tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.
Dividere il
mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido
per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere
informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e
raggiunga il suo scopo.
Contro le
lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence
e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non
dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada,
riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.
venerdì 16 gennaio 2026
Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio - Elena Basile
Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.
Volevo
combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle
allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese
come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e
sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani.
Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete
come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei
terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della
dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la
libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte
di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici
e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.
Il soggiorno
è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un
Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica,
culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non
rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette
tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea.
Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per
strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti
a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una
gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono
considerati fuori luogo. Un popolo ospitale, profondamente colto e sofisticato,
sembra dimenticare di essere quotidianamente sotto attacco israelo-americano e
tratta il turista occidentale come se non provenisse da Stati che hanno
dichiarato una guerra militare, politica ed economica al loro Paese.
Dispiace che
la diplomazia europea a Teheran, invece di testimoniare la realtà del Paese, si
conformi al catechismo imposto dalle capitali e allarmi il malcapitato turista,
descrivendo i rischi terribili che il sistema di polizia iraniano potrebbe
fargli soffrire. Di fatto, il maggiore pericolo per i turisti è rappresentato
dall’aggressione israelo-americana, dai bombardamenti che possono avvenire da
un momento all’altro.
Le
manifestazioni dovute alla crisi economica degli strati popolari più poveri,
dei piccoli commercianti dei bazar, a cui si affiancano studenti e una
generazione giovane, laica e insofferente verso il regime teocratico, stanca
dell’immobilismo del potere politico, non costituiscono un rischio diretto per
il turista. È comprensibilmente sconsigliabile prendere parte alle
manifestazioni, anche pacifiche, fotografare la polizia o le istituzioni
iraniane. Esistono scontri cruenti con la polizia, soprattutto nelle città al
confine con l’Iraq e la Turchia, tra manifestanti armati accompagnati da agenti
stranieri del Mossad e della CIA. Muoiono civili e poliziotti. Washington
fomenta le rivolte armate nella speranza, improbabile, che una combinazione tra
bombardamenti e instabilità possa portare a un cambio di regime.
Nelle
principali città iraniane le manifestazioni cominciano alle otto di sera e
sembrano insurrezioni di qualche centinaio di persone. Si tratta di proteste
violente, con atti di vandalismo e assalti con esplosivi artigianali contro la
polizia, che risponde brutalmente. A Isfahan mi sono ritrovata a qualche
centinaio di metri dall’insurrezione: avvertivo il rumore di armi da fuoco e
degli esplosivi dei manifestanti; eppure i quartieri adiacenti non erano
bloccati. Vi era ancora un esiguo traffico di automobili e di passanti; ho
cenato tranquillamente in un ristorante insieme ad altri pochi turisti.
Non vorrei
creare malintesi. Non difendo il potere teocratico né la sua polizia, che in
passato ha represso con violenza anche manifestazioni pacifiche. Migliaia di
vittime sono state registrate nel Paese, mi riferiscono i riformisti e gli
iraniani laici con cui sono stata in contatto. Oggi il Paese appare più aperto.
La gente parla liberamente. Le critiche al potere sono il pane quotidiano. Mi
sono ritrovata in discussioni nei bar e negli hotel e nessuno aveva timore di
esprimere le proprie opinioni.
In Paesi che
hanno sofferto vere e proprie dittature, come quelli latino-americani o i Paesi
dell’Est — nella Romania di Ceaușescu — si evitava di parlare persino in casa
propria; se un vicino scompariva, non si aveva il coraggio di menzionarlo
neppure in conversazioni private. Ho raccolto testimonianze di diplomatici
rumeni a questo riguardo.
In Iran oggi
non si avverte la presenza pervasiva della polizia. Le donne in chador
camminano per strada accanto a quelle vestite all’occidentale. Si incontrano
ragazze con capelli tinti di azzurro, tatuaggi e jeans. Gli uomini sembrano
indifferenti, poco curiosi nei confronti sia delle ragazze che investono
nell’esibizione della propria femminilità sia di quelle che ostentano
l’adesione ai precetti islamici. Nei locali la sera vi sono donne sole, di una
certa età, che fumano e hanno volti un po’ artefatti, come in Occidente, per il
botox o per interventi estetici.
Sembrerà
strano, ma la maggior parte delle donne impegnate che ho incontrato —
scrittrici, professoresse universitarie, manager, donne di scienza, attiviste
per la donazione degli organi — è incline a rispettare il dressing code
dell’hijab e talvolta del chador. Sono donne di carattere, protagoniste della
propria vita, abituate al comando, a dirigere uomini. Affermerò qualcosa che,
data la retorica sottoculturale occidentale, suonerà blasfemo. Ho incontrato in
Occidente donne insicure, attente al proprio aspetto femminile, pronte a
vendersi all’uomo più ricco o a fare un passo indietro in famiglia e in coppia
rispetto alle esigenze dell’altro sesso.
Le donne
iraniane impegnate mi hanno rivelato — e sembravano sincere — che nel loro
lavoro non hanno mai dovuto pensare al proprio genere: con l’hijab o senza,
hanno potuto fare tutto ciò che fanno gli uomini, senza discriminazioni. In
casa sono state aiutate da mariti comprensivi, non frustrati e non competitivi,
cosa che anche in Occidente è piuttosto rara.
Esistono
dati sui traguardi professionali e sportivi delle donne che ora, per questioni
di spazio, non riesco a citare. Una scrittrice di gialli storici, sull’esempio
di Dan Brown, mi raccontava in un ristorante come il foulard sulla testa sia
per lei un tratto identitario, così come per alcuni uomini lo è la cravatta
fuori dal lavoro, in contesti amichevoli e non professionali.
Non voglio
negare che esista un obbligo, mal sopportato nelle istituzioni, nei ministeri,
persino nelle università, di un abbigliamento rispettoso dei precetti della
Repubblica islamica teocratica. È importante sfuggire alla retorica e andare un
po’ oltre le apparenze. Il femminismo è una cosa seria, non l’idiota moda
occidentale in cui le donne sono ancora utilizzate dagli uomini, il loro corpo
è esibito come merce, vivono in carriera una solitudine feroce e fingono di
essere come gli uomini mentre ingoiano ogni giorno piccoli soprusi.
La
contraddizione evidente in Iran è quella tra una società civile sempre più
laica e occidentalizzata e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione
del 1979 obblighi istituzionali e sociali. La grande insofferenza della
borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un potere teocratico
immobile è ormai dirompente. Molti giovani con cui ho avuto occasione di
parlare, e che partecipavano alle manifestazioni, esibiscono un’ostilità non
più contenibile. Non sembrano avere una visione politica: hanno l’urgenza di
insorgere contro il potere.
Le rivolte
sono state guidate dal malcontento dei poveri, schiacciati da un’inflazione
insostenibile che ha raggiunto il 50%, e dai giovani contro la pressione
sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.
Credo che un
cambiamento politico reale, possibile solo attraverso riforme interne e
modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne
nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla
commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere. Un giovane mi ha
chiesto: «Lei crede che io sia un terrorista? Così la TV di Stato iraniana
chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare». Ho dovuto rispondergli che,
legalmente, sì: se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e
della CIA, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo
Shah Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e Netanyahu, possono essere considerati
terroristi.
A Londra
manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati a
migliaia. Cosa accadrebbe se i propal venissero armati e addestrati dall’Iran e
dalla Cina?
Un gruppo di
giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan — un’ex casa
della dinastia Qajar — uomini e donne, mi ha colpita per la loro ignoranza e
inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del
pensiero unico, si lamentavano del fatto che il Paese investisse nella difesa e
sostenesse il nucleare, anche solo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è
sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile
che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo
sotto attacco da nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese
militari. Rimanevano interdetti.
Mi hanno
confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben
vestiti: una borghesia che non vive la crisi dei poveri e dei piccoli
commercianti dei bazar, che può permettersi alberghi costosi. Sognano tuttavia
gli standard occidentali, la possibilità di viaggiare all’estero, di essere più
ricchi, e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna.
Quando
sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario,
pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i
palestinesi hanno i loro problemi, che gli iraniani non possono farci nulla e
devono risolvere i propri. Il film Barbie ha vinto anche in
Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una
libertà mitizzata e in larga parte irreale, si nutre di CNN ed è disposta a
svendere il Paese a Netanyahu e allo Shah, nell’ingenua speranza che anche come
colonia statunitense il Paese conoscerà un progresso economico e sociale oggi
calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dall’assedio occidentale.
In una casa
a Yazd, tra iraniani benestanti — imprenditori, professoresse, guide turistiche
— ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale molto
simile a quello che un tempo sosteneva lo Shah. Un medico mi ha raccontato che
il settore sanitario ha qualche difficoltà a causa delle sanzioni, in
particolare per quanto riguarda medicinali e strumentazioni, ma che i dottori
hanno un’ottima preparazione e che un malato di cancro, anche se povero, può
essere operato immediatamente negli ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che
questa è una conquista rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato come in
Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino sempre di
più. Mi ha guardata con occhi vuoti e, poco dopo, parlando di un cambio di
regime offerto dall’intervento israelo-americano, è sbottato in un «I love
Netanyahu».
Non si
tratta di un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole
un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro,
detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica ed è pronta a svendere
il Paese ad attacchi stranieri, arrivando persino a prostrarsi davanti ai
nemici storici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi si tratta tuttavia di
minoranze nel Paese. Lo Shah è delegittimato. Il suo appello a nuove
manifestazioni, sabato 10 dicembre, è stato poco ascoltato.
Ero a Shiraz
quella sera e, in automobile, ho potuto perlustrare le aree nelle quali
avrebbero dovuto riunirsi i manifestanti. Non c’era nessuno. Pochi i poliziotti
per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì,
all’inizio del weekend; il venerdì l’impatto è già inferiore, il sabato
scemano.
Il confine
occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino in Iran e che
le insurrezioni diventino più cruente è probabile. La reazione governativa sta
cambiando. La comprensione per la giusta protesta dei lavoratori, schiacciati
dalla crisi economica, e le promesse di riforme — nelle dichiarazioni di
Khamenei, del presidente Pezeshkian, di politici ancora influenti come Zarif o
del riformista Khatami — si alternano a un’intransigenza crescente contro le
violenze terroristiche guidate da agenti stranieri.
Prevedo una
maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state. Ripeto:
ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran senza blocchi, senza strade
chiuse, senza presenza visibile della polizia, con una vita che continuava
tranquilla in locali e ristoranti come in Occidente. Tuttavia il clima sta
cambiando. E potrebbe essere altrimenti per un Paese attaccato militarmente da
nemici esterni?
La signora
Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita
come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in
Ucraina e rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza mai
menzionare l’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese nel quale
pullulano Mossad e CIA — per ammissione di Netanyahu e Pompeo — nel tentativo
illegale di un cambio di governo.
Lunedì 12 è
il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico
anacronistico e da un governo politico immobile. Piango una borghesia che,
paradossalmente, si appella agli Stati nemici che hanno cercato di schiacciare
politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e
una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano il
benessere economico e standard di vita occidentali, prive di una visione
politica.
Guardo
l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale
caratteristico e di alto livello, l’ennesimo complesso commerciale migliore di
quelli occidentali. Strutture nuove di zecca, capaci di competere e superare
quelle europee, offrono spa e gastronomia a prezzi bassi. Il turismo potrebbe
essere una risorsa enorme per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di
Teheran.
lunedì 27 ottobre 2025
La guerra come spettacolo e menzogna - Elena Basile
Il mese durante il quale si ebbero maggiori vittime statunitensi durante la Seconda guerra mondiale fu aprile, uno degli ultimi prima della fine del conflitto. La guerra in Ucraina, che secondo molti strateghi militari non è lontana da una soluzione sul campo di battaglia, sarà accompagnata anche nelle sue ultime fasi da un aumento delle vittime. Il numero giornaliero di soldati ucraini caduti è enorme in una guerra di attrito. Si dovrebbe ricordare ai politici europei, agli analisti, ai giornalisti che la decisione di continuare una guerra suicida, sulla pelle degli ucraini, a cui tutti loro, con una propaganda elementare, contribuiscono, non è un giochino di società ma implica ulteriore sangue versato, di cui, se fossimo in democrazia, dovrebbero essere considerati responsabili.
Siamo abituati, purtroppo, ad attori sul piano internazionale come George
W. Bush e Tony Blair che, dopo aver scatenato con menzogne ormai provate una
guerra priva di obiettivi strategici e mirata alla destabilizzazione del Paese,
malgrado la morte di 500.000 civili, sono impegnati a tenere lezioni di
politica internazionale e ad arricchirsi con prestigiosi incarichi. Sarkozy,
artefice della guerra in Libia che ha creato un nuovo Stato fallito, viene
celebrato come un eroe in Francia, malgrado la condanna penale subita.
Immagino che le signore in tailleur e gli uomini che, con le loro facce
perbene, si alternano sugli schermi per spiegarci come una soluzione
diplomatica dei conflitti sia impossibile e come sia importante che gli
ucraini, popolo da loro amato, continuino a sacrificarsi, non subiranno alcuna
conseguenza per le azioni intraprese a sostegno di una carneficina di
innocenti.
Pennivendoli senza vergogna affermano che lo Zar (così è di moda chiamare
il Presidente della Russia) prenderebbe in giro gli occidentali. Di fatto, alla
coerenza della posizione russa, basata sulla rimozione delle cause del
conflitto, rispondono le piroette trumpiane e gli oscillamenti dei volenterosi,
che un giorno difendono la ripresa di tutti i territori, inclusa la Crimea, e
un altro sostengono la necessità di truppe NATO in Ucraina. Inutile cercare un
minimo di razionalità nella stampa o nelle dichiarazioni dei politici europei.
Si ha l’impressione che il filo si tenda. Le provocazioni occidentali,
accompagnate da una guerra economica sempre più serrata, potrebbero riuscire a
ottenere la risposta di Mosca all’altezza dell’escalation in corso. Il bluff
occidentale sarebbe allora smascherato, in quanto una rappresaglia dura nei
confronti di Kiev e di basi anglosassoni in Ucraina non avrebbe conseguenze
alcuna. Lutti e disperazione delle vittime non vedrebbero la discesa in campo
delle potenze NATO. Nessuno rischierà un attacco missilistico russo sul proprio
territorio, nessuno aiuterà Kiev. La leadership ucraina dovrebbe averlo capito
da tempo, eppure sta al gioco.
Non ci resta che guardare il mondo inventato dall’Impero. In TV un ex
comico, che ha svenduto il proprio Paese a interessi stranieri lasciando
massacrare il proprio popolo, entra spavaldo nella sala dove lo attendono i
volenterosi al Vertice di Londra e reciterà alla perfezione. Il nuovo
Churchill, nello scenario costruito dai globalisti, farà nascere un tremito
d’orgoglio nei fan della signora Picierno.
Del resto, sull’altro versante, il Medio Oriente, assistiamo al trionfo del
colonialismo che credevamo seppellito negli anni Sessanta. Si procede in
mondovisione verso il protettorato anglosassone a Gaza, sbandierando progetti
deliranti quali la “Riviera”. Viene esclusa l’UNRWA contro il parere della CIG
e la soggettività palestinese non viene tenuta in conto. L’islamofobia è
celebrata: un nuovo strumento della propaganda israeliana, che sa di non poter
attirare simpatie e di dover agitare lo spettro del terrorismo affinché ancora
una volta tutto sia perdonato.
Si possono torturare i prigionieri nelle carceri israeliane, stuprarli con
oggetti di metallo, perché è sacrosanto il diritto israeliano e occidentale di
difendersi dai barbari. I crimini del 7 ottobre – gli stupri e le decapitazioni
da parte di Hamas – non sono mai stati provati e sono ormai smentiti dalla
maggioranza; eppure, politici e giornalisti che li hanno considerati e
presentati al lettore come veri non sentono il dovere di scusarsi.
Il tracollo morale dell’Occidente è stampato sul volto dei suoi principali
attori. Basta osservarli per comprenderne il vuoto e il cinismo. Ci ritroviamo
impotenti, anche se ad aver dato loro lo scettro siamo stati noi. J. Sachs,
politologo ed esperto di Nazioni Unite, la cui onestà intellettuale è
ampiamente riconosciuta, è stato insultato in
TV. Quando non si hanno argomenti, si preferisce l’ingiuria.
Trionfa l’ignorante arroganza guerrafondaia, che ricorda per molti versi la
retorica fascista. Del resto, razzismo e demonizzazione del nemico, tipici del
Ventennio, sono ormai ostentati nel dibattito pubblico.
mercoledì 3 settembre 2025
Dall’Ucraina a Gaza: il doppio standard dell’Occidente - Elena Basile
Se vogliamo avere contezza delle contraddizioni delle oligarchie illiberali bisogna concentrarsi sul pensiero progressista e stanare l’ipocrisia che lo domina. Sono colpita da come i media più ascoltati riescano a continuare a sabotare i deboli tentativi di mediazione che Mosca e Washington potrebbero raggiungere sull’Ucraina e presentarsi, insieme alle classi dirigenti europee, come i detentori di una morale basata su Rule of Law e diritti umani. Era chiaro ai più che la difesa di questa narrativa non era conciliabile con il sostegno al genocidio in corso a opera di Netanyahu.
Questo
spiega come mai su alcuni giornali del mainstream la denuncia dei crimini di
guerra in Cisgiordania, del genocidio di Gaza e del regime fascista di
Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir sia ormai comune. Articoli che ci consolano e
che potrebbero uscire dalla nostra penna. La denuncia del terrorismo di Stato
di Israele non è tuttavia accompagnata dalla proposizione realistica di
politiche di concreto isolamento del Paese. L’unica possibilità di frenare la
hybris israeliana sarebbe costituita dalla fine della cooperazione
politico-militare, economica ed energetica con Israele da parte dei Paesi
europei. Sanzioni dure, diciotto pacchetti di sanzioni alla stregua di quelle
applicate alla Russia, dovrebbero essere fortemente sostenute. Ursula von der
Leyen e Kallas potrebbero essere assediate e costrette ad affermare che l’UE ha
raggiunto una decisione comune dalla quale si astengono l’Ungheria, l’Italia e
pochi altri. Non avviene, purtroppo.
Messi alle
strette, i Macron, Starmer e Scholz, per citare i più influenti, che fingono di
disapprovare il genocidio, l’apartheid e l’invasione di Gaza, non oserebbero
prendere alcuna misura concreta che penalizzi Israele. Si tratta della stessa
posizione di tanta parte della diaspora ebraica che si mette la coscienza a
posto con la critica al genocidio di Netanyahu, considerato un incidente di
percorso di una storia di Israele mai esaminata nelle sue premesse, che hanno
determinato i crimini odierni.
Si comprende
allora come Trump, Meloni, Orbán e la destra radicale che sta crescendo in
Europa non siano poi così differenti dal partito trasversale DEM al potere. È
vero che la forma ha una sua rilevanza politica. Tra Hitler e i ceti
capitalistici che si esprimevano nei liberali tedeschi, e che hanno permesso
l’ascesa del dittatore al potere, esisteva una differenza. Churchill non era
Hitler, sebbene durante i primi incontri sia stato favorevolmente colpito dalla
personalità del razzista psicopatico. Rimane importante comprendere che la
Meloni oggi è al potere perché abbiamo sperimentato la politica del pensiero
unico DEM, la cui migliore manifestazione si è avuta in Draghi. E in effetti la
destra radicale è oggi sdoganata e benedetta.
Il nostro
Presidente della Repubblica, emblema del pensiero liberale e democristiano,
progressista, filo-atlantico e subordinato alla lobby dei DEM, convive con la
Meloni, sostiene la guerra in Ucraina e, molto cautamente, ha iniziato a
pronunciare qualche parola di condanna contro la violenza esercitata contro i
Palestinesi, i nuovi paria, i nuovi ebrei. Per stanare i farisei di regime, le
opposizioni dovrebbero, con una mobilitazione costante in Parlamento e nella
società civile, pretendere dai governi europei sanzioni durissime e
l’isolamento dello Stato canaglia. Disperdersi in mille iniziative, rilevanti
in quanto prova dell’indignazione civile ma prive di effetto, non giova alla
nostra causa.
Ho letto con
molto interesse gli articoli di Migone e D’Orsi, di cui ammiro da tempo il
pensiero e la passione civile. Dubito tuttavia che riusciremo a resuscitare i
caschi blu dell’ONU, che dovrebbero cimentarsi in un confronto militare con
Israele coperto e difeso dagli USA. Cina, Russia e Paesi arabi non potrebbero
sostenere un’azione in grado di provocare un’escalation verso la terza guerra
mondiale. La sola azione unitaria che rimane è una guerra economica a Israele.
Cerchiamo di svelare l’ipocrisia dei DEM al potere per mostrare all’opinione
pubblica moderata e manipolata che essi non sono diversi da Trump o dalla
destra radicale che si fa i selfie con Netanyahu. Si potrà in questo modo
ricostruire il filo di una politica europea che ha tradito i suoi principi ed è
divenuta, come volevano i suoi artefici da Draghi a Gentiloni, da Macron a
Starmer, il braccio operativo della NATO per le guerre imperiali in Ucraina
come in MO.
Nel discorso
surrealistico di Rimini, Draghi ha criticato l’UE che si arrende a Trump,
accettando i dazi e il diktat su energia e investimenti. Ha finto di non sapere
che l’UE mercato e burocrazia sottomessa alle lobby degli affari è stata
costruita da lui, da Monti, da Prodi, da Gentiloni e dai loro colleghi europei.
Almeno i nordici e i britannici non piangono lacrime di coccodrillo. Loro sanno
bene che l’UE odierna è una cinghia di trasmissione degli interessi di
BlackRock. L’osmosi è evidente. Il cancelliere Scholz, come è noto, lavorava
per Larry Fink. Le politiche neoliberiste e di austerità, volute fortemente da
Draghi, sono state alla base della dipendenza dell’Europa dal capitalismo
finanziario USA, dell’affossamento dell’euro, di una relazione
debitori-creditori che è stata a vantaggio dei creditori. I debitori, chiamati
gentilmente PIIGS, hanno ceduto sovranità economica senza ottenere solidarietà
e meccanismi di compensazione.
L’accettazione
del sistema creato a Maastricht e dei fiscal compact ha portato a un drenaggio
di risorse dai più poveri Stati meridionali ai più ricchi del Nord. Il
“quantitative easing”, le iniezioni di liquidità promosse da Draghi a
imitazione di quanto andava facendo la FED a Washington, e le politiche di
austerità hanno contribuito alla crescita dei profitti bancari e finanziari a
spese delle classi lavoratrici europee. Chiedere oggi un mercato di capitali
europei, debito comune, unione bancaria e fiscalità comune da parte di Draghi è
un paradosso tragicomico.
L’UE che
questa classe dirigente ha voluto è stata un’organizzazione burocratica,
dominata economicamente dai tedeschi e colonia geopolitica degli USA.
L’allineamento alle guerre dei neoconservatori USA in Ucraina e Medio Oriente
ha tolto all’UE quel residuo di dignità che le era rimasto. Il tradimento degli
interessi del popolo europeo è eclatante. Draghi ha inoltre difeso a Rimini
l’integrazione UE, fingendo di non sapere che essa, senza legittimità
democratica, rafforzerebbe la burocrazia al servizio dell’imperialismo USA.
L’UE
federale non può essere costruita con piccoli emendamenti. Non è il voto a
maggioranza che renderà l’UE capace di una politica estera autonoma e di perseguire
gli interessi geopolitici ed economici delle classi lavoratrici europee. Il
popolo europeo esiste se viene individuato un interesse comune basato sul
compromesso geopolitico ed economico tra Nord e Sud dell’Europa. L’interesse
comune esiste se ci limitiamo all’Europa continentale del nocciolo duro, non a
quella dei 27 Stati, di cui una buona parte vuole soltanto partecipare ai
benefici economici e obbedire agli interessi di Washington.
L’Europa
federale, unione politica democratica, si può perseguire soltanto con una
rivoluzione dell’impianto istituzionale e una revisione importante dei
Trattati. Il progetto di Draghi e di Gentiloni è tuttavia differente: essi
perseguono una UE burocratica e asservita agli interessi non di Trump ma dello
stato profondo USA, del partito trasversale DEM di cui la loro carriera
politica è debitrice. Bisogna vincere le resistenze nazionali e statali, la
maggioranza deve schiacciare la minoranza per rafforzare il potere di
un’organizzazione senza anima che ha tradito gli ideali di pace e prosperità,
il sogno federale e di una politica estera basata sull’autonomia strategica da
Washington, lo Stato sociale, un modello di società opposto a quello
neoliberista statunitense. Lo stato profondo USA si sposta a Bruxelles. L’Occidente
non si è spezzato: rantola e sopravvive nel contrasto ai parvenu alla Trump,
generati da un sistema fallito.
Ripetita
iuvant e con
riluttanza ritorno sulla possibile pace in Ucraina. Premetto che la difesa
delle ragioni geopolitiche della Russia mi porta soltanto svantaggi, ad esempio
l’ostracismo dell’establishment, la mancanza di incarichi cosmetici e danarosi
che tanti ex ambasciatori ottengono, soprattutto la mancanza di recensioni sui
giornali più letti e nei media più ascoltati dei miei sette libri di narrativa.
Sono l’unica donna in Italia, ex ambasciatrice, che scrive romanzi e racconti.
Soltanto per questo dovrei forse ricevere un minimo di attenzione, di critica
anche soltanto negativa. Premessa necessaria per rispondere ai filoatlantici,
che dalle loro esternazioni a favore della narrativa NATO traggono benefici e
prebende. Con una protervia unica gli stessi accusano i dissenzienti di
filoputinismo, come se noi avessimo dei tornaconti personali, come loro,
nell’ascoltare la nostra coscienza e nell’analizzare le dinamiche
internazionali con onestà intellettuale.
La Russia
non ha chiesto il vertice in Alaska ma lo ha concesso. Il Paese avanza sul
campo militare e il tempo gioca a suo favore. Avanza lentamente per non
sprecare le vite dei russi e per non commettere crimini di guerra contro una
popolazione affratellata come quella ucraina. Potrebbe radere al suolo le città
come noi abbiamo fatto con Dresda, oppure più recentemente con Baghdad. Invito
coloro che si deliziano nel chiamare Putin il mostro, il macellaio, a spiegarmi
il contrario. Contiamo le vittime civili di questo conflitto e paragoniamo il
numero con altri conflitti durati tre anni. Cerchiamo di essere onesti.
Soprattutto, vergognamoci di paragonare la Russia a Israele.
Mosca non ha
cambiato la sua posizione. Vuole una pace durevole in Europa che annulli le
cause del conflitto. La neutralità ucraina deve tornare in costituzione, il
Paese deve essere smilitarizzato oppure contare su un esercito nazionale
ridimensionato, non su una piattaforma occidentale, anglosassone per l’attacco
alla Russia.
I territori
occupati, soprattutto quelli già annessi del Donbass, le cui popolazioni
russofone, bombardate dal governo centrale ucraino con la complicità
occidentale durante la guerra civile durata otto anni, hanno da tempo espresso
il desiderio di fare parte della Russia. Dopo tre anni di guerra Mosca, che per
tasso demografico decrescente, estensione della sua superficie e materie prime
non è interessata alla conquista di nuovi territori, non potrà che fare minime
concessioni. La maggiore è fermarsi. No Ucraina nella NATO significa no NATO in
Ucraina. La Russia considera la NATO ai suoi confini una minaccia esistenziale.
Le garanzie di sicurezza NATO all’Ucraina permetterebbero a Kiev di ritornare
con mille provocazioni al conflitto, trascinando i Paesi NATO o alcuni di essi.
Le garanzie possono essere soltanto quelle dei Paesi europei e BRICS, come
comprenderebbe anche un bambino, in nome dell’equità e di una pace duratura.
Altre concessioni vi potrebbero essere in un negoziato aperto con un Occidente
che ha cambiato postura, elimina le sanzioni e torna ai principi di Helsinki,
difesi recentemente dal Papa.
Gli europei
e il loro fantoccio, Zelenski, chiedono invece il cessate il fuoco che
consentirebbe all’Ucraina di meglio armarsi e riprendere la guerra. Impongono
condizioni alla potenza che vince sul campo militare, cosa mai vista nella
storia, e accentuano una postura bellicista, continuando a utilizzare Kiev per
erodere il potere russo, in accordo al piano ben illustrato da Brzezinski nella
Grande scacchiera pubblicata nel 1997. Si permettono ancora di affermare che
l’Ucraina entrerà un giorno nella NATO. Esitano tuttavia a farla entrare in
Europa, malgrado Putin abbia affermato di non essere contrario a un percorso di
avvicinamento di Kiev all’UE.
Qualcuno ha
avuto la brillante idea di affermare che le sorti del conflitto con la Russia
possono essere mutate come è avvenuto con la Germania nazista durante la
Seconda guerra mondiale. Dimenticano che all’epoca non avevamo l’arma nucleare,
un piccolo dettaglio che strateghi e politici occidentali continuano a
cancellare. La Russia in caso di sconfitta, essendo la NATO molto più potente
politicamente, economicamente e militarmente, ricorrerebbe all’arma nucleare in
propria difesa, come è chiaramente sancito nella dottrina militare russa. A
prescindere dal nucleare, Mosca può essere sconfitta da un’entrata in guerra,
con gli stivali sul campo, di americani ed europei per contrastare un milione e
trecentomila unità russe. Proporrei che i figli dei leader guerrafondai diano
l’esempio e comincino da ora a combattere per Kiev.
Vaneggiano.
Non so se ne sono consapevoli. In effetti per ora obbediscono agli ordini.
Bisogna continuare il conflitto fino all’ultimo ucraino a beneficio della
finanza e delle lobby delle armi. Naturalmente non lo confessano la sera
guardandosi nello specchio. Non ascoltano il grillo parlante come Pinocchio, si
sono ormai immedesimati nei loro alibi, nella favola di Parsi: la difesa di una
democrazia aggredita contro un mostro, un autocrate senza scrupoli.
In Medio
Oriente il progetto del Grande Israele continua. La tappa più recente è
costituita dall’invasione di Gaza. Il governo neonazista di Netanyahu realizza
in modo coerente la cancellazione di un popolo, massacrato, torturato,
affamato. Bambini mutilati, denutriti, senza soccorsi sono ritratti da
giornalisti e civili palestinesi. Al netto della retorica, dei piagnistei e dei
finti riconoscimenti della Palestina, l’Occidente è complice del genocidio.
Soltanto la fine di ogni cooperazione politica, economica e militare,
accompagnata da sanzioni economiche durissime, potrebbe temperare la violenza
di uno Stato canaglia come Israele. Tel Aviv attacca i vicini contro ogni norma
internazionale. Gli Houthi sono, come gli Hezbollah, gli unici che sulla
propria pelle si ribellano all’azione nazista di Israele, incarnando un’eroica
resistenza. Sono puniti da una potenza militare, nucleare e tecnologica senza
uguali nella regione.
Il governo
della destra messianica israeliana ha bisogno delle guerre per restare in piedi.
Le campagne contro la Siria, il Libano, l’Iran si alternano a quelle contro
Gaza. Il 7 ottobre ha reso maggiormente evidente l’illegalità internazionale,
l’ideologia nazista e razzista e la violenza militare di un Paese che,
tuttavia, in passato non ha rispettato il diritto internazionale e le
Risoluzioni, anche quelle vincolanti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha
colonizzato terre non proprie, ha creato forme di apartheid, ha incarcerato
minori, ha praticato la tortura contro civili inermi, non solo contro i
miliziani di Hamas. In Cisgiordania il sopruso razzista e l’illegalità non sono
cessati, malgrado Hamas non esista in questo territorio vessato da decenni da
Tel Aviv.
Hamas è
un’organizzazione dedita alla lotta armata, segretamente finanziata dalla CIA e
da Israele contro al-Fatah al fine di rompere l’unità palestinese. È stata
eletta democraticamente e nel 2007 ha cercato un dialogo politico. L’Occidente
non ha mai voluto iniziare con Hamas quel processo virtuoso realizzato con
l’OLP, nata come organizzazione terrorista e che ha permesso i negoziati di
Oslo. Dal 2000 in poi la destra israeliana ha sconfessato la soluzione dei due
Stati e il progetto del Grande Israele è stato portato avanti con la complicità
dell’Occidente.
Queste
premesse hanno portato al genocidio odierno, giustificato dall’attacco subito
il 7 ottobre, un attacco feroce e terrorista anche contro la popolazione
civile. Si attende, tuttavia, un’inchiesta indipendente internazionale al fine
di verificare quanti morti siano dovuti al fuoco amico e alla direttiva
israeliana Hannibal, che permette l’uccisione da parte dell’esercito nazionale
di civili israeliani al fine di non farli divenire ostaggi. Le atrocità
attribuite dalla propaganda occidentale a Hamas, quali decapitazione di bambini
e stupri di donne, sono state smentite. Si deve ancora verificare se il
governo israeliano ha peccato di negligenza o di complicità, al fine di
permettere l’attacco del 7 ottobre, utilizzato da Netanyahu e dall’Occidente
come alibi per giustificare il genocidio del popolo palestinese.
Tutti gli
intellettuali, gli attivisti e gli esperti giuridici dell’ONU sono costretti
dalla stampa di regime a una condanna astorica e moralistica del terrorismo di
Hamas, per poter dare credibilità alla denuncia delle attività criminali di
Israele.
La verità è
che Hamas esiste perché esiste la violenza razzista e illegale di Israele
contro una popolazione indifesa. Condannare Hamas senza tenere conto della
realtà storico-politica nella quale nasce è un’operazione sottoculturale e di
regime.
Se ci fosse
stata la volontà politica israeliana e occidentale, oggi in Palestina avremmo
due Stati che convivono e hanno risolto diplomaticamente le loro controversie.
Come ho scritto in Occidente e il nemico permanente, il fallimento della
diplomazia è dovuto in gran parte all’Occidente e alle lobby di Israele. I
Paesi arabi hanno perseguito i propri interessi, utilizzando la causa
palestinese per i propri giochi geopolitici. La miopia politica di al-Fatah e
il massimalismo hanno contribuito a far morire un dialogo a vantaggio dei
Palestinesi. Il terrorismo di Hamas è una conseguenza di un quadro geopolitico,
di un processo storico e della distruzione del multilateralismo.
Repetita
iuvant, ma la
lotta è impari. Il soft power occidentale è invincibile. La maggioranza è
manipolata o impotente. L’autoritarismo avanza. L’assurdo è che l’Occidente,
artefice principale dell’illegalità internazionale e del disordine nel quale
viviamo, si presenta come il difensore della pace, della democrazia e dei
diritti umani. Orwell, uno scrittore visionario, aveva previsto la
manipolazione a opera di un potere dittatoriale e l’adesione surrealistica
della società civile. L’assurdo e il grottesco sono le dimensioni consone al
XXI secolo.
domenica 10 agosto 2025
Variabili di potere e sovranità: le guerre per procura dell’Occidente - Elena Basile
Attualmente, ancora più che in passato, è essenziale, per condurre
un’analisi corretta delle dinamiche internazionali, comprendere la differenza
tra variabili indipendenti e non, che operano in un contesto complesso e
fortemente strutturato.
Nel corso delle primavere arabe, il malcontento popolare albergava nei
Paesi del Nord Africa da tempo, ma ha costituito un fattore in grado di
destabilizzare le società soltanto quando la politica neoconservatrice
statunitense ha deciso, con finanziamenti e organizzazione, di puntare sui
Fratelli Musulmani per una forma di dominio più solida rispetto ai dittatori
tradizionali.
La defenestrazione di Moubarak, l’elezione di Morsi — in seguito abbandonato
da Washington a vantaggio dell’odierno Presidente dell’Egitto, Al Sisi — è la
rappresentazione evidente della strategia ondivaga che ha sede a Washington.
Ugualmente, la guerra civile in Siria non sarebbe scoppiata, seminando
lutti e dolore nel popolo siriano per circa un decennio, se Obama, nel 2015,
non avesse deciso, con l’operazione Sycamore e d’accordo con i servizi segreti
sauditi, di utilizzare le fisiologiche proteste anti-Assad quale fattore di
destabilizzazione della società siriana.
Ricordo che all’epoca ero in Svezia e restavo allibita nell’osservare la
bella intellighenzia del Paese che aveva d’obbligo un libro in tasca contro il
pericolosissimo dittatore Assad. Sicuramente gli Assad, soprattutto il padre,
avevano commesso crimini e favorito il loro potere alaudita con la repressione.
Non diversamente da come molti dittatori, nostri alleati, hanno sempre fatto.
Oggi, come sappiamo, la politica occidentale sostiene Al Jolani, che ha
spodestato gli Assad e compie stragi di Alauditi con l’appoggio della
democratica Europa e di Washington.
Le rivoluzioni arancioni nel vicinato russo si sono basate sulle stesse
tattiche: il fisiologico malcontento diviene una variabile indipendente in
grado di far cadere i governi grazie a una manina invisibile esterna che lo
rafforza e lo struttura.
Bisogna chiedersi: quali Stati sono oggi in grado di avere una politica
estera sovrana? L’indipendenza si manifesta come capacità di scegliere la linea
politica consona ai propri interessi, pur tenendo in conto i condizionamenti
esterni. I BRICS sono un esempio concreto di sovranità e si sono uniti in un
gruppo ancora poco strutturato per difendere il perseguimento dei propri
obiettivi contro il ricatto e l’arbitrio statunitense.
Per questo motivo credo che l’India, sottoposta alla minaccia di dazi
americani al 50%, colpevole di importare gas russo a basso prezzo, vitale per
la propria economia, farà di tutto per resistere alle pressioni trumpiane.
L’Europa, da Maastricht in poi, è stata costruita come un’appendice del
capitalismo finanziario di Washington e non può portare avanti una politica
estera ed economica consona ai propri interessi. La guerra per procura contro
la Russia, condotta da Ucraina e UE per gli interessi statunitensi, è l’esempio
emblematico di rinuncia all’esercizio della sovranità.
Anche un dottorando in politica internazionale, in grado di ragionare con
la propria testa, comprenderebbe che gli interessi europei sono individuabili
nella cooperazione con Mosca, nell’importazione di gas russo a basso prezzo —
essenziale al nostro sviluppo economico e industriale — e nella stabilità
dell’area geopolitica grazie alla neutralità ucraina.
La classe dirigente europea, legata allo Stato profondo statunitense,
importa invece gas USA a prezzo quadruplicato, compra armi statunitensi e le
invia all’Ucraina per far continuare un conflitto che sostiene i profitti dei
fondi sovrani.
Ugualmente, attribuire a Zelenski la dignità di una variabile indipendente
è uno sbaglio frequente di molti analisti. L’Ucraina non esiste quale Stato
sovrano: essa obbedisce a interessi stranieri e continua la guerra con la
Russia fino all’ultimo ucraino, come vogliono la burocrazia del Dipartimento di
Stato, il Pentagono, il complesso militare-industriale e l’intelligence
anglosassone.
Perverrebbe a una pace sporca — sostenuta finalmente anche da Limes senza
ambiguità, l’unica opzione, come andiamo affermando da almeno due anni, basata
sul compromesso possibile — se Trump non oscillasse nella sua strategia,
impersonata da Witcoff e Kellog, sostenitori di due linee opposte. Il braccio
di ferro in corso tra potentati diversi a Washington si manifesta nella
strategia contraddittoria di Trump.
Il malcontento contro Zelenski esiste da tempo. Soltanto analisi
ideologiche hanno potuto credere alla rivolta partigiana della popolazione
contro lo straniero. Il dittatore ucraino è restato a galla grazie alla
repressione. Oggi, tuttavia, il dissenso contro il Presidente ucraino diventa
visibile sui media occidentali: si è forse deciso di rendere il malcontento
popolare un fattore efficace di destabilizzazione? Si prepara la capitolazione
del Paese? Zelenski può essere liquidato?
L’avanzata russa, sebbene l’esercito non abbia mai dispiegato il suo
potenziale e abbia avuto ritmi lenti essenziali a salvare vite umane, appare
inarrestabile. Le infrastrutture civili sono colpite, gli ucraini massacrati al
fronte. Il Paese è fallito, la classe dirigente si mantiene in vita grazie a
corruzione e repressione della popolazione.
Di fronte all’imminente capitolazione di Kiev, la diplomazia europea non dà
segnali di vita. La strategia suicida, basata prima sull’obiettivo della
vittoria sul campo (parole di Meloni, Macron, von der Leyen, Kallas), ora sul
rafforzamento dell’Ucraina in vista della “pace giusta”, perpetuando il
conflitto, indebolisce sempre di più l’Ucraina che, in un eventuale negoziato,
non potrà mantenere gli obiettivi raggiungibili nel marzo del 2022, quando le
delegazioni russa e ucraina si incontrarono a Istanbul.
La Russia sarà irremovibile su due condizioni: no all’Ucraina nella NATO né
alla NATO in Ucraina, quindi no ai deliri anglo-francesi relativi alla presenza
di loro truppe a Kiev al fine di garantire la pace. Maggiore flessibilità vi
sarà sull’avvicinamento dell’Ucraina dimezzata all’Europa, sui territori a
ovest del Dniper. La Russia potrà rinunciare ad avanzare se in cambio vengono
ritirate le sanzioni occidentali e favorito un cambiamento di regime a Kiev.
Trump accetterebbe volentieri queste condizioni in cambio di accordi bilaterali
sulle terre rare, nello spazio e in altri settori economici redditizi.
Purtroppo le mafie internazionali, le lobby delle armi e del business,
cercheranno di far durare il conflitto a lungo al fine di alimentare il
keynesianesimo militare, la bolla speculativa in Europa e i propri interessi. I
Dem e i loro accoliti europei demorderanno a fatica dai loro intenti criminali,
aiutati da un’accademia e uno spazio mediatico al loro servizio.
Israele non è uno Stato sovrano: la sua politica estera dipende interamente
dal sostegno statunitense. Le sue campagne contro Siria, Libano e Iran non
sarebbero possibili se dovesse contare soltanto sulle proprie forze. Il
genocidio di Gaza e l’annessione graduale ma continua della Cisgiordania, realizzata
con forme di apartheid e crimini di guerra, avviene in virtù del sostegno
esplicito oppure mascherato degli americani. Biden o Trump sono criminali
genocidari alla stessa stregua di Netanyahu.
L’anomalia è data dal fatto che la potenza sponsorizzata, la variabile
dipendente, Israele, controlla — attraverso la lobby israeliana — l’intera
classe dirigente statunitense, ne condiziona la politica estera anche a spese
degli interessi nazionali americani.
L’Europa collabora al genocidio mantenendo in vita la cooperazione
politica, militare ed economica con Israele, schierandosi con gli Stati Uniti
per non porre fine al cessate il fuoco e assicurando l’impunità di Tel Aviv
grazie a una propaganda intesa a demonizzare Hamas, aumentarne la minaccia,
assolutizzare il diritto alla difesa di Israele e criminalizzare le critiche
allo Stato terrorista, considerate come antisemitismo e filoterrorismo,
perseguibili per legge.
Dopo sessantamila morti a Gaza, al fine di gestire il consenso nelle
oligarchie illiberali occidentali, accademia e spazio politico-mediatico
occidentale si dividono in diversi filoni. La destra oltranzista e moderata
vicina a Trump mette in discussione i crimini israeliani, considerandoli colpa
di Hamas, e nega il genocidio affermando che le vittime civili sono una
conseguenza della guerra, come è sempre stato nella storia.
I progressisti Dem e i loro accoliti europei, con spazio mediatico al loro
servizio (BBC, CNN, TV Sette), denunciano il genocidio attribuibile a un pazzo
— Netanyahu — e alle politiche criminali di Trump, e lo considerano una rottura
rispetto al passato. Lontano è il riconoscimento dell’essenziale continuità dei
crimini israeliani e della complicità di una politica occidentale che, dal
1967, assicura l’impunità di Israele. Il discorso su Hamas resta
propagandistico, in quanto non si riconosce che l’organizzazione è stata
rafforzata dai servizi segreti occidentali e che essa ha costituito l’alibi per
appoggiare politiche espansionistiche dell’impero in Medio Oriente, utilizzando
Israele come pedina della NATO.
Una minoranza, infine, vede nel genocidio una conseguenza naturale
dell’ideologia della destra israeliana, che dal 2000 in poi ha dominato il
panorama politico, e dell’obiettivo del Grande Israele. Si tende, da parte di molti,
a salvare il sionismo e il mito di Israele quale Stato che avrebbe garantito la
fine delle persecuzioni degli ebrei.
Ilan Pappé, Moni Ovadia e una parte importante dell’intellighenzia
riconoscono invece nel sionismo un’ideologia basata sul suprematismo bianco e
sull’espansione coloniale. Il genocidio ne sarebbe quindi l’inevitabile sbocco.
Credo sia importante comprendere che Gaza è il vero volto della politica
imperialistica occidentale, che Netanyahu ha portato alle estreme conseguenze
le premesse da noi difese. L’espansionismo del potere occidentale in Eurasia,
in Medio Oriente e nel Pacifico risponde alle profonde esigenze del capitalismo
finanziario in crisi. Il riciclaggio dei surplus e i processi di
rifinanziarizzazione del dollaro sono meccanismi inceppati, a cui le guerre
offrono una temporanea scappatoia. La trappola del debito è costituita dal
mostruoso minotauro che richiede sacrifici umani: un mare di sangue alimenta il
flusso di dollari necessario.
martedì 5 agosto 2025
Elena Basile e Matteo Saudino sul nongenocidio di Liliana Segre
Genocidio e
doppi standard: una riflessione sulle parole di Liliana Segre - Elena Basile
Il pensiero di Liliana Segre, esternato ripetutamente sulla stampa più letta, appare attualmente in minoranza. Non era così quando, dopo 10.000 morti, mi vidi accusata dall’intero arco costituzionale, nonché dallo spazio mediatico, per aver avuto l’ardire di rivolgermi alla Senatrice per condividere una riflessione sull’esistenza di una medesima mentalità — riassumibile nella disumanizzazione del nemico — che accomuna i nazisti di un tempo agli israeliani di oggi.
Mi rivolsi alla Senatrice in quanto la consideravo l’esponente più
influente della comunità ebraica. L’avevo ammirata per il coraggio e
l’indignazione morale espressi nella denuncia dei crimini nazisti che ella
stessa aveva patito.
Sono stata così ingenua da pensare che la Senatrice avrebbe potuto, insieme
al movimento di protesta contro il genocidio, levare la sua voce e condannare
Israele.
L’intervista che avevo letto su la Repubblica, credo, nella quale la
Senatrice — pilotata forse male dal suo intervistatore — esordiva affermando di
non riuscire a dormire pensando ai bambini israeliani sterminati dall’attacco
terroristico del 7 ottobre, per poi aggiungere, alla fine, che era spiacente
per la morte di tutti i bambini di ogni religione e nazionalità, mi colpì
sgradevolmente. Mi spinse a pubblicare un video sui social media in cui mi
appellavo a Liliana Segre per fare chiarezza.
Non avendo ritrovato l’intervista, aggredita persino da coloro che reputavo
amici, decisi di scusarmi. Lo feci in buona fede, pensando di essere stata
vittima di un’allucinazione.
Naturalmente, le mie scuse furono interpretate malignamente e subii un
linciaggio mediatico: si sostenne che mi ero scusata per paura delle querele
della Segre. Così, del resto, si può leggere su Wikipedia in inglese (non
quello italiano), che mi fa l’onore di uno spazio, elencando i miei incarichi
diplomatici e la mia attività di scrittrice ed editorialista.
Malgrado le due querele, civile e penale, per diffamazione con l’aggravante
della discriminazione razziale, stiano andando avanti, ho continuato, per
dimostrare che non mi lascio intimidire né silenziare, a confutare in diverse
occasioni il pensiero della Senatrice — non, e dico non, perché abbia qualcosa
di personale contro la donna Liliana Segre, e certamente non contro l’ebrea,
che rispetto e ammiro per la sua instancabile opera di testimonianza contro i
crimini nazisti — ma in quanto considero le sue dichiarazioni sul conflitto
israelo-palestinese pericolose e fuorvianti.
Purtroppo, nell’ideologia della Senatrice rintraccio quel pensiero binario,
quei doppi standard che mi avevano colpito fin dall’inizio e che avevo
denunciato, attirandomi le violente critiche di tutto lo spazio
politico-mediatico.
L’opposizione all’uso della parola “genocidio” per indicare quanto sta
avvenendo a Gaza, a mio avviso, è indicativa di una distinzione tra il popolo
ebraico — che merita il riconoscimento di avere patito lo sterminio — e tutti
gli altri popoli. Insomma, da una parte c’è il popolo eletto, dall’altra tutte
le altre vittime. È una logica terribile, non lontana, per certi aspetti, da
quella incarnata dalla Germania, la cui propaganda faceva credere ai tedeschi
di essere migliori degli altri.
La CIG, organo giudiziario principale dell’ONU, ha chiesto a Israele di
prendere misure concrete per evitare il genocidio, considerandolo quindi
plausibile. È stata adita dal Sudafrica, che nel 2024 ha rivolto questa
terribile accusa a Israele.
La Corte Penale Internazionale (CPI), di cui fanno parte molti Paesi
europei — Italia in primis — ha emesso un mandato di arresto contro il Primo
Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Gallant per crimini di guerra e
contro l’umanità, non eseguito (né eseguibile) da Washington e da vari Paesi
europei, tra cui Italia e Ungheria.
Se Israele venisse considerato uno “Stato genocida” dalla comunità
internazionale, scatterebbero misure di isolamento e sanzioni in grado di
colpire duramente Tel Aviv e indurre forse il governo terrorista a cessare la
sua attività criminale.
La Senatrice giustifica la sua opposizione al termine “genocidio”
affermando che questa accusa rivolta a Israele è piena di odio ed è
vendicativa. Essa sarebbe antisemita.
L’antisemitismo, un’accusa infamante, è oggi rivolta ai critici di Israele,
a coloro che odiano i crimini contro un popolo inerme. È una menzogna, che
serve a proteggere l’impunità dello Stato terrorista israeliano.
L’antisemitismo si è manifestato storicamente con la persecuzione della
minoranza ebraica, della diaspora: una minoranza nei vari Paesi europei,
discriminata, uccisa, torturata per i suoi usi e costumi, per la religione, per
l’etnia, addirittura per i tratti somatici. È durato secoli.
Dopo l’Olocausto, con il riconoscimento pieno delle comunità ebraiche e dei
crimini perpetrati, la nascita dello Stato di Israele — alleato dell’Occidente
— ha, a mio avviso, quasi del tutto cancellato un fenomeno che aveva radici
storiche e caratteristiche proprie.
L’odio odierno per Israele è odio politico, è indignazione nei confronti di
uno Stato terrorista, per i suoi crimini, per la sua illegalità, per il totale
disprezzo mostrato verso il diritto internazionale e verso le sue vittime.
Il rancore politico per il governo israeliano, sbagliando, viene trasferito
ai suoi sostenitori, ebrei e non. L’accusa agli ebrei della diaspora di
proteggere Israele sfocia in un odio politico che nulla ha a che vedere con la
discriminazione razziale.
Sarebbe pertanto importante che le comunità ebraiche prendessero tutte le
distanze da Netanyahu ma anche dai crimini passati di Israele, dalla sua
illegalità iniziata nel 1967, dalle spedizioni e punizioni collettive della
popolazione di Gaza, dalle forme di apartheid instaurate in Cisgiordania —
esattamente come i tedeschi hanno rinnegato i loro passati leader nazisti.
Hamas è una creazione occidentale e israeliana. La CIA e Netanyahu hanno
utilizzato il Qatar al fine di finanziare Hamas, in modo da erodere il potere
dell’Autorità Palestinese. Hamas, eletto nel 2006, fece non poche aperture
verso il riconoscimento di Israele.
L’Occidente, spinto da Israele e dagli Stati Uniti, non volle mai iniziare
un dialogo politico, né riconoscere una organizzazione democraticamente eletta
dai Palestinesi, né avviare quel processo virtuoso che negli anni Novanta
trasformò l’OLP — organizzazione allora armata e responsabile di attacchi
terroristici — in una entità politica con cui affrontare il conflitto nel
quadro del processo di Oslo.
Spiace notare che, accanto alla Segre, alcuni amici parlino del ritiro di
Sharon da Gaza nel 2005 come di un’occasione persa per i Palestinesi, che
invece di esserne felici elessero Hamas.
La Segre, e i tanti analisti che diffondono queste tesi false, non rivelano
come, immediatamente dopo, venne instaurato l’illegale blocco economico di Gaza
e si procedette alla violazione delle più elementari libertà individuali
palestinesi.
Fa tristezza pensare che la Segre e alcuni amici continuino a chiamare il 7
ottobre “pogrom”, espressione utilizzata per stigmatizzare le esplosioni di
odio razziale contro le comunità ebraiche. Come ho cercato di chiarire più volte,
Hamas è riconosciuta dal diritto onusiano come un’organizzazione con un braccio
politico e uno armato, per la liberazione di un popolo sotto occupazione
illegale e criminale.
Se Hamas uccide i soldati israeliani che mantengono il blocco e l’occupazione
di Gaza, condannata da tante risoluzioni ONU, agisce in linea con il diritto
internazionale, a protezione di un popolo oppresso.
Se Hamas, fuori da Gaza, uccide civili israeliani, compie atti di
terrorismo. Questi non sono atti antisemiti, ma atti terroristici contro una
potenza occupante, considerata nemica. Gli Ucraini colpiscono civili russi per
le stesse identiche ragioni.
L’odio per Israele, per i suoi sostenitori, ebrei e non, è politico e
ideologico: non è razziale né antisemita.
Se i tedeschi non avessero chiesto perdono per i crimini nazisti, ma
avessero cercato di giustificarli, sarebbero stati disprezzati — non in quanto
ariani, ma per l’indulgenza verso crimini inenarrabili.
Mi ripeto, ma credo sia importante fare chiarezza in una confusione che
semina il male. Essa non giova a nessuno: non alla diaspora ebraica, né a
Israele, né all’Occidente.
La nostra civiltà giudaico-cristiana sta perdendo l’anima. Israele si sta
autodistruggendo, come gli Stati Uniti di Biden e Trump, come l’Italia, governata
da una Presidente che rivendica di essere cristiana e donna, ma applica doppi
standard brutali e non condanna né sanziona Israele.
Il Presidente Mattarella non è da meno. Le sue affermazioni ingiuriose
contro la Russia, di cui ha offeso la memoria dei 27 milioni di caduti nella
guerra contro la Germania nazista, sono state accompagnate dai balbettamenti
nei confronti di Israele.
Appare tragicomico che Mattarella, dopo 60.000 civili morti, riconosca solo
ora una “ostinazione a uccidere a Gaza”.
Nelle sue dichiarazioni si è immediatamente soffermato sull’antisemitismo:
uno strumento, ormai, utile solo a silenziare le critiche e assicurare
l’impunità di uno Stato terrorista.
I nostri valori costituzionali sono allora rinnegati, la nostra
Costituzione tradita.
Pensate ai padri costituenti che si rivoltano nella tomba, mentre assistono
alla complicità dell’Italia con un genocidio che avviene accanto a noi, nel
Mediterraneo, grazie alla nostra cooperazione politica, militare ed economica.
Francesca Albanese, esperta giuridica dell’ONU che svolge in modo egregio
il suo lavoro, è stata sanzionata da una potenza straniera. Non ha diritto alla
protezione del Presidente della Repubblica né del Primo Ministro italiano.
Ex detenuti statunitensi, autori di omicidi, di cui si chiede giustamente
l’estradizione, sono invece accolti dalla Meloni in pompa magna all’aeroporto.
Un mondo surreale, orwelliano, che non dobbiamo stancarci di denunciare.
Tornando alla Senatrice Segre: non capisco dove sia finita la forza morale
che l’ha portata a stigmatizzare, con atroci dettagli, la crudeltà nazista. Non
mi sembra che stia facendo lo stesso con le crudeltà israeliane, che esistevano
anche prima del 7 ottobre.
Purtroppo, la tendenza a difendere l’esclusività del Giorno della Memoria,
riferito solo alle vittime dell’Olocausto, senza comprenderne il significato
più profondo — la difesa di tutti i popoli e di tutte le vittime della violenza
di Stato — è indicativa di doppi standard inaccettabili.
Il desiderio di proteggere a qualsiasi costo lo Stato terrorista Israele
dall’accusa di genocidio rivela una intenzione discriminatoria nel giudizio dei
fatti storici.
La Senatrice condanna Netanyahu, affermando tuttavia di saper distinguere
tra un governo democraticamente eletto, quello israeliano, e una organizzazione
terroristica come Hamas. A parte il fatto che Hamas è stata anch’essa eletta,
la dichiarazione della Segre è sintomo di un pensiero binario, incapace di
comprendere che maggiori sono le responsabilità di uno Stato rispetto a quelle
di un’organizzazione terroristica, che — dopo decenni di abusi e mancanza di
canali politici — si è ribellata brutalmente all’oppressore.
Rimpiangiamo Craxi, Andreotti, Barak: in grado di dichiarare che, se
fossero nati in un campo profughi palestinese, sarebbero stati terroristi.
Che sensibilità, che cultura, che senso obiettivo della storia — rispetto
alle affabulazioni razziste e al suprematismo bianco oggi in voga!
Oggi si considerano i terroristi di Hamas dei subumani, Untermenschen,
proprio come tutti i palestinesi, colpevoli di averli eletti o di simpatizzare
per loro.
Si finge di non sapere che il terrorismo nasce sempre dove cresce
l’oppressione e manca ogni dialogo politico.
I carbonari, che portiamo ad esempio nelle scuole elementari, erano
terroristi.
Menachem Begin era un terrorista, poi divenuto Primo Ministro israeliano.
La nascita dello Stato di Israele è stata accompagnata dal terrorismo ebraico.
Come ho detto in un video, e vorrei che fossimo tutti d’accordo — la Segre
inclusa — non esistono popoli eletti, non esistono potenze eccezionali o
indispensabili.
Esiste l’umanità, con i suoi diritti e la sua lotta perpetua contro la
barbarie.