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giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

da qui


lunedì 1 novembre 2021

ROMA 9 0TTOBRE: RIFLESSIONI - Juan A. Guerrero


Sottoponiamo alla vostra attenzione questo documento di riflessione riguardo ai recenti fatti di Roma accaduti dopo la manifestazione di Piazza del Popolo del 9 scorso.

Se è vero che sul palco degli organizzatori c’erano gli esponenti di FN, già questa cosa, di per sé, la dice lunga sulla natura ambigua dei promotori della manifestazione, in particolare quella del giudice (o ex giudice) Angelo Giorgianni.

Quello che è successo poi sembra seguire un vecchio copione ben collaudato degli anni ’70, dei tempi di Cossiga per intenderci.

Un gruppo di estrema destra che costituisce, oggi come ieri, una creatura per li rami degli arcana imperii del Viminale (come lo fu ad es. a suo tempo Avanguardia nazionale di Delle Chiaie), viene usato dal Ministero dell’interno per dare l’assalto ad una sede della CGIL (sede vuota e chiusa, molto distante da Piazza del Popolo): per chi legge la cosa con lenti non offuscate è chiaro che Castellino e c. sono stati fatti arrivare fin lì di proposito da parte di Questura, Prefetto e Capo della polizia, dopo che già intorno alle 16.30 l’azione era stata preannunciata a chiare lettere dal palco. L’obiettivo del Governo era confezionare il casus belli per poter poi far gridare ai quattro venti, da parte di tutti quanti (stampa, sindacati ecc.) che si tratta di  “squadrismo fascista”, di aggressione al mondo del lavoro ecc.

L’episodio, come sempre organizzato by design per fini molteplici, viene allora usato come un randello per poter “demonizzare” il dissenso, strillare contro le piazze “no vax” ingestibili e potenzialmente violente, dare addosso a chi si ribella a questo governo di scellerati e provare a disinnescare la carica contestataria che sta montando nelle piazze e in tutto il paese. Tutto calcolato e coordinato, come da copione.

Si è fornita poi l’occasione a Draghi, sempre sulla scia del vecchio modello di Cossiga, di fare la sua processione laica presso la sede della CGIL, sua complice e partner in tutto l’affaire, come si può intuire. Il vile affarista di Palazzo Chigi va poi a deprecare l’accaduto di fronte ai media, offrendo una nuova vetrina politica ad usum delphini proprio a chi, in ultima analisi, ha orchestrato tutto quanto. Il che ha poi messo il governo nella condizione di promettere nuove pesanti restrizioni alla libertà di manifestazione. Risalta così ancora meglio tutta l’ambiguità e il gioco di ruolo di un personaggio di natura profondamente cetopolichese (di matrice togata, per giunta) come Angelo Giorgianni, così come emerge alla luce del sole la natura perversa e strumentale del suo rapporto con le piazze, ovvero con le ignare persone che si sono mobilitate in Piazza del Popolo e che costui ha pensato di usare come massa di manovra per gli scopi della sua agenda, affidandosi tuttavia per la gestione della manifestazione a Castellino e ai suoi scherani.

La prova provata di tutta questa sottile organizzazione dell’affaire e della sua più intima natura di operazione false flag (una prassi più che rodata nei decenni postbellici nel nostro paese), ci è data poi dai numerosi video che mostrano alcuni poliziotti travestiti da manifestanti (esattamente come a suo tempo quelli di Cossiga) dare l’assalto ad alcune camionette della polizia per poi presentarsi di nuovo sulla scena, sempre con gli stessi abiti civili più mascherina, per picchiare in modo brutale alcuni manifestanti (probabilmente gente in buona fede) e arrestarli: il tutto circondati da altri agenti che osservano e lasciano fare.

Anche i sindacati, per conto loro, collusi come sono col governo, puntano ad incassare una parte del “bottino” politico, giacché facendo leva sull’aggressione alla sede romana della CGIL possono di nuovo resuscitare il loro antifascismo di facciata (dietro cui hanno sempre occultato la loro complicità col Viminale e la strategia della tensione) e per un po’ piangere sull’attacco subito di fronte ad un mondo del lavoro che non rappresentano più ormai da decenni. Tentano così di spartirsi anch’essi le spoglie politiche di un’operazione gestita dall’alto dal potere politico, di cui sono divenuti da tempo un apparato incastonato nel mondo dei salariati, pubblici e privati. Non solo.

I sindacati avranno anche la possibilità, in sintonia di nuovo con Draghi e le sue nuove misure restrittive, di organizzare una loro manifestazione a ridosso del prossimo sciopero nazionale (l’hanno infatti indetta per sabato 16), allo scopo di dividere nuovamente e approfondire la spaccatura tra le varie anime della popolazione italiana in rivolta, contrapponendo le loro “masse di manovra” a tutti gli altri cittadini che protestano contro questo governo di criminali, tentando per la via di recuperare anche un po’ di consenso (di nuovo occultando dietro la loro finta “protesta” contro il presunto “neofascismo” di FN, di per sé una mistificazione del resto, la loro connivenza con l’esecutivo). C’è anche da temere che possano riuscirci, il che sarebbe un altro scopo perseguito dalla messa in scena andata in onda sabato scorso (non a caso censurata dai media e fatta sparire dagli schermi del mainstream soltanto per la parte che riguarda i video degli agenti in borghese che prima attaccano la polizia e poi, sempre loro, malmenano i manifestanti in Corso Italia).

Una orchestrazione di questo tipo ha il fine di occultare la vera natura delle cose e soprattutto l’autentica natura di Fiore, Castellino & Co., facendo così sparire dalla scena la longa manus del Viminale e del governo dietro l’esistenza e le gesta di questo gruppo. In altre parole, si vuole rendere impossibile capire il vero carattere di FN, fare il gioco di Draghi e portare acqua al mulino di coloro che stanno facendo di tutto per dividere l’opposizione sociale a questo governo di farabutti.

Come è possibile che gli organizzatori della manifestazione di Roma non fossero a conoscenza dei potenziali esiti politici, poi puntualmente verificatisi, di quelle presenze sul loro palco? Possiamo davvero pensare che persone navigate come quelle ignorassero la cosa? Dobbiamo davvero crederli così ingenui? O abbiamo invece a che fare con un classico “doppio gioco” politico?

D’altronde, il trucco è vecchio come il mondo ed è stato sperimentato della CGIL e attuato a lungo in Italia. Un apparente dissenso democratico nei confronti del governo, congegnato in modo da apparire verosimile (e che a prima vista si distingue dalle altre componenti dell’opposizione invece di favorire la loro unificazione), ospita nel suo seno degli “agenti politici” sotto copertura dello stesso esecutivo, che così li può usare sia contro gli stessi organizzatori della piazza di Roma, sia contro tutta quella parte della popolazione che si riconosce nel “Fronte del dissenso” (nel quale peraltro lo stesso Giorgianni col suo L’Eretico aveva tentato di entrare, almeno all’inizio).

Pensiamo che si possa e si debba trarre qualche lezione politica dagli avvenimenti di Roma, quanto meno una più chiara analisi delle vere forze in campo e dei loro metodi, se effettivamente, come tutto lascia credere, le circostanze reali fossero corrispondenti alle nostre impressioni. Non si possono tacere le corrispondenze rivelatrici che emergono dall’osservazione di questi fatti più recenti e del loro strettissimo rapporto con la storia d’Italia del dopoguerra. Della serie: va bene senz’altro l’ottimismo della volontà contro il pessimismo dell’intelligenza, ma, oggi più di ieri, il primo non può fare a meno di un sano e intelligente realismo politico che sappia sempre distinguere il grano dal loglio pur dovendo noi calpestare politicamente questa subdola via.

Aggiungiamo alcune altre brevi considerazioni.

Da un lato, tutte le maggiori forze di governo, PD e 5 Stalle sostanzialmente, appoggiati dai nuovi/vecchi apparati di stato che sono i sindacati, segnatamente la CGIL e il suo segretario (passato dall’originaria tuta blu alle auto blu odierne, come tutta la sua casta del resto), invocano misure draconiane contro il presunto “neofascismo” per tre scopi:

·         sia per attaccare politicamente e magari mettere in prospettiva fuori gioco, dal punto di vista elettorale quanto meno, le forze che fanno loro concorrenza presso l’opinione pubblica moderata e di “destra” del paese (Lega e FdI, in sostanza);

·         sia soprattutto per occultare dietro quella cortina fumogena quanto già detto in merito alla simbiosi storica tra FN (e gruppi neofascisti più in generale) e apparati di sicurezza dello Stato, facendo sparire dalla scena così il fatto che è precisamente il potere politico ad orchestrare, dietro le quinte, tutto quanto, a creare il contesto funzionale ai proprio scopi (come nel caso della cosiddetta “emergenza sanitaria”, altra creatura del ceto politico nostrano e degli apparati di Stato);

·         sia poter introdurre nuove misure restrittive delle libertà politiche, garantite dalla Costituzione, con la scusa di prevenire nuovi disordini e garantire così la “sicurezza delle città”, approdo paradossale senz’altro visto che sono stati proprio gli apparati di Stato, in primis il Viminale, a creare le condizioni perché potessero verificarsi.

Si noti la logica circolare di tutto l’affaire. Il potere politico, tramite FN che è una sua creatura e i suoi agents provocateurs nelle vesti della polizia di Stato, organizza tafferugli e disordini nel centro di Roma:

·         tanto per poter stigmatizzare ed esporre al pubblico ludibrio, tramite i media da esso stesso pagati per farlo, la piazza e le decine di migliaia di persone che la gremivano, bollandoli come violenti “no vax”, facendo credere che sia in atto una “radicalizzazione” delle loro presunte “frange estremiste”;

·         quanto per poter poi invocare l’adozione di provvedimenti atti a contrastare e prevenire presunti disordini e violenze che esso stesso ha organizzato e mandato ad effetto, perché creassero precisamente le precondizioni di un suo intervento. Proprio come l’industria degli armamenti crea le guerre per poter esitare i suoi prodotti bellici (la produzione di tali merci si crea il proprio mercato), così lo Stato si crea da solo, pianificandole e orchestrandole in anticipo, le condizioni al contorno che poi possano permettergli di disciplinare e ingabbiare a suo arbitrio, di norma contro la Carta costituzionale del paese, la società complessiva (il dissenso, le opposizioni sociali alle sue misure politiche ecc.).

A tutto questo si deve poi aggiungere il fatto che la “destra” istituzionale odierna semina di suo  nuovo fumo ancora sull’intero panorama, dichiarando per bocca dei suoi esponenti attuali (vedi ad es. Ignazio La Russa sulla stampa) che il fascismo in Italia è tramontato sin dai tempi di Almirante (lo fa per disinnescare politicamente “l’antifascismo” dei suoi alleati al governo), nel mentre sappiamo benissimo che gruppi neofascisti, clandestini e ufficiali (vale a dire dentro l’MSI), persino sin da prima della fine della guerra erano stati cooptati dentro gli apparati della nascente e poi neonata Repubblica, nonché in seguito della NATO.

In pratica, li hanno subito incorporati nelle strutture dei servizi e dell’Arma in funzione antipopolare. Per cui dire che il fascismo è finito negli anni 70 o “è stato sdoganato” con la cosiddetta seconda repubblica è solo un’altra, l’ennesima, impostura interessata a occultare anch’essa l’effettiva realtà dei fatti. Precisamente come fa adesso l’”antifascismo” di cartapesta, falso come una gamba di legno, delle istituzioni e dei sindacati attuali.

Paradossalmente, alle stesse fuorvianti sponde è approdato anche chi, dentro il marxismo del passato e la sinistra di un tempo, sosteneva che in Italia si parlasse inutilmente di fascismo in “assenza di fascismo”, come se quest’ultimo fosse sparito dalla scena nazionale ormai da tempo e non contasse più nulla: altro clamoroso fraintendimento del reale stato delle cose, la cui natura più intima è rimasta sostanzialmente ignota a tutti questi personaggi (filosofi, politologi, storici ecc.).

Inutile dire che tutti questi soggetti han finito con l’occultare anch’essi quanto invece prendeva forma, in segreto, dentro gli apparati di Stato, in cui neofascisti e monarchici venivano reclutati al servizio del potere politico dell’epoca e degli Usa per dare vita ad un terrorismo di Stato avente come proprio bersaglio sia la popolazione civile di allora, sia i partiti dei lavoratori e le loro organizzazioni di categoria.

Mutatis mutandis, la stessa tattica viene utilizzata oggi per dividere l’opposizione sociale e la rivolta contro le politiche dell’attuale governo, coadiuvato in questo dai diversi soggetti attualmente in campo che invece di progettare e partecipare all’unificazione della protesta la frammentano ulteriormente, depistano e fanno il gioco, scientemente verrebbe da dire, dell’odierno esecutivo: e gli facciamo un encomio sostenendolo, visto che in caso contrario li si dovrebbe ritenere degli sprovveduti, se non degli avventuristi che si rivelano agenti di fatto e forse di diritto di quest’ultimo (proprio come nella tattica dell’infiltrazione di vecchia memoria novecentesca, in cui agenti addestrati a combattere un’ideologia, un partito ecc. ne vestivano i panni per poterlo poi meglio affossare dall’interno.

Ci tocca ancora una volta citare un maestro a suo modo in tale arte di Stato:


da qui


domenica 2 maggio 2021

Della difficoltà di essere sindacato - Giovanni Iozzoli

Parlare di “crisi della CGIL” è un po’ come parlare della crisi del PD – il racconto di una criticità eterna, estenuante, che ti costringe a rimestare argomenti triti e antichi. La Cgil, per definizione, è sempre “in crisi” (come il PD): e le diverse manifestazioni di questo malessere endemico – strategiche, programmatiche, di insediamento, di immagine e rapporto con i lavoratori – si riproducono fase dopo fase, in uno smottamento costante e mai definitivo.

Raccontare della crisi della CGIL vuol dire misurarsi con le colossali trasformazioni negli ultimi 30 anni della società italiana e del suo capitalismo sempre più asfittico: le privatizzazioni e lo spezzatino delle eccellenze industriali, il nanismo d’impresa, il decalage degli investimenti pubblici e privati. Come in ogni grande naufragio, anche quello della CGIL presenta un elemento oggettivo – la famosa “crisi dei corpi intermedi”, tipica delle società tardo liberali – e un elemento di responsabilità soggettiva: l’inadeguatezza di una classe dirigente cresciuta negli anni d’oro della concertazione e incapace di adeguarsi a scenari mutati.

Inadeguatezza, quindi, non intelligenza col nemico. Questo punto è essenziale: è sbagliato dare dei “venduti” a questi dirigenti, non lo sono; si sono trovati ad agire in una fase storica di epocale sterilizzazione del conflitto, accompagnata da un aumento artificioso del ruolo “politico” del sindacato, a cui ha fatto seguito una repentina stagione di disintermediazione; il tutto sullo sfondo di una mutazione potente della composizione sociale delle  classi che dovrebbero rappresentare. La confusione e la paura hanno prevalso in questa generazione di dirigenti – quella formatasi nel corso degli anni 90 – incapaci di una lettura sistemica di questi fenomeni contraddittori. Salvare le strutture, i bilanci, il tesseramento, salvare le apparenze in termini di rappresentatività formale (il livello di quella reale è ben noto anche a loro): fare sindacato è diventata un’attività di sopravvivenza, gioco forza condizionata sempre più dai meccanismi simoniaci della bilateralità, della gestione dei servizi, dei fondi negoziali. Le risorse finanziarie che arrivano da questi dispositivi – estranei e nemici di ogni pratica rivendicativa – sono una droga ottundente che da dipendenza e paralizza. Nessuna partita importante si può condurre in queste condizioni, si gioca sempre per lo zero a zero. Salvare la pelle e tirare su la saracinesca ogni mattina: questa è diventata la priorità in casa CGIL.

L’elezione a segretario di Maurizio Landini, avvenuta nel gennaio 2019 dopo un congresso fintamente unitario, in cui lo scontro tra pezzi di apparato trovò una sua mediazione e si risolse appunto con l’elezione dell’ex metalmeccanico, è stata solo la conferma della crisi di prospettiva della confederazione. La scelta degli apparati ha rappresentato il tentativo di cavalcare il residuo appeal mediatico di Landini per surrogare al drammatico vuoto politico e culturale di una stagione: l’equivalente della scarica elettrica applicata alle anguille, che certi pescivendoli napoletani un tempo usavano per offrire un illusione di vitalità alla merce esposta. L’arrivo di Landini in via del Corso, non ha rappresentato in alcun modo una svolta o un’uscita dallo stallo, anzi ha accentuato la tendenza al vivacchiamento spacciato per “tenuta”, alla politica del giorno per giorno, all’invenzione estemporanea a mezzo intervista, all’impaludamento unitario che ucciderebbe qualsiasi buona intenzione programmatica.

Che le speranze sinistroidi su Landini fossero malriposte, lo confermava tutta la sua storia dal 2010 in avanti – che è stata essenzialmente la storia del percorso di normalizzazione dell’anomalia Fiom, che pure una funzione aveva avuto nel dibattito pubblico italiano negli anni dell’offensiva Fiat. Del resto il viatico per avanzare la sua candidatura a segretario, fu la firma apposta nel 2016 al peggior contratto della storia dei metalmeccanici, un obbrobrio in cui gli aumenti in paga base risultavano quasi azzerati; quella firma rappresentò quell’“atto di responsabilità” che rendeva Landini potabile anche agli occhi dei pezzi di burocrazia che lo avevano osteggiato negli anni dell’effimero protagonismo Fiom. Della serie: nel mondo alla rovescia dei vertici CGIL vieni premiato se hai il coraggio di firmare delle schifezze e rinnegare la storia da cui provieni. Il senso di responsabilità è il male storico della sinistra italiana.

Oggi il governo Draghi, in questa fase balordissima di “unità nazionale” , ha bisogno di esibire un qualche revival concertativo – per completare in santa pace (sociale) l’apparecchiata del Recovery Fund. Il passaggio dalla disintermediazione ostentata dagli ultimi governi, a questa nuova visibilità mediatica – tavoli, consultazioni, conferenze stampa – ha lusingato e confuso ancora di più i gruppi dirigenti Cgil, persi nell’illusione di essere tornati in qualche modo in pista. Anche a livello regionale fioccano intese e protocolli di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno.

Correre dietro alle “nuove identità del lavoro” – iperprecari o riders – inventandosi strumenti di intervento, è doveroso ma nella situazione attuale non può servire a molto. Il calo delle tessere dei “produttivi “ è irreversibile – i mutamenti in atto nella vecchia base industriale saranno, nella fase post Covid, pesantissimi. Sarebbe necessaria una trasformazione in senso sociale delle Camere del Lavoro, che dovrebbero ridiventare epicentri di conflitto e organizzazione sui territori, stravolgendo filtri e prassi ormai ossificati, rimettendo in moto energie e strutture; provando a investire in progetti vertenziali nel nodo non lavoro/reddito intorno a cui si giocheranno molte partite del futuro. Ma con quale personale politico, con che elaborazione? Sono scenari impossibili anche solo da immaginare , visto che la concezione “proprietaria” dei gruppi dirigenti negli anni si è ulteriormente incarognita (la “roba” – risorse, sedi, strumenti, distacchi – appartiene a chi comanda, non ai lavoratori).

Peccato perché nel disastro civile e antropologico della società italiana, il volume di fuoco di cui dispone la Cgil è ancora robusto: non tanto per il numero di iscritti (dato ormai poco indicativo), quanto per la disponibilità gratuita, di migliaia di delegati, piantati in ogni ambito della produzione e della riproduzione sociale; una enorme ricchezza che nessuna organizzazione sociale italiana può vantare, che nessuno coltiva e che continua a stagnare e deperire, nell’assenza di conflitto e protagonismo. Con un simile patrimonio organizzativo (pensiamo alla presenza nella sanità pubblica e privata) un’altra CGIL avrebbe potuto esercitare un ruolo di governo dal basso, nella gestione schizofrenica della crisi pandemica. Invece non è riuscita a portare a casa neanche qualche soldo in più per gli “eroi” dell’emergenza. Il basso profilo è diventato una condizione, non una scelta.

La Cgil ha visto essiccare la sua area di influenza sociale sui posti di lavoro, soprattutto dentro l’industria – e soprattutto dopo il 2008. Nel gorgo della crisi generale, paure ed egoismi hanno prevalso nel corpo centrale di classe; le liste nere si sono moltiplicate ovunque – Marchionne ne fece addirittura esibito strumento di governance aziendale. L’impegno sindacale di fabbrica viene oggi considerato rischioso o non utile; lo slabbramento e lo sfilacciamento delle catene di produzione, finanche dentro i medesimi perimetri aziendali, ha spezzettato tragicamente le figure di classe ben oltre la tradizionale distinzione tra impiegati e produttivi: con un esercito di interinali, stagisti, contratti a termine e appalti interni, l’iniziativa sindacale la tieni solo se hai un profilo politico alto, intrepido, in grado di spaventare gli avversari e produrre egemonia nelle sfere di prossimità in cui operi.

Ovviamente, parlare della crisi della Cgil, significa parlare della crisi generale dell'”agire sindacale”, delle sue pratiche, dei suoi obiettivi, soprattutto della sua efficacia dentro un mondo del lavoro globalizzato e liquido, con milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela contrattuale e la giornata lavorativa sociale in piena destrutturazione. In Italia ormai si è sedimentata da trent’anni un’area di sindacalismo di base, coraggiosa, orgogliosa, eppure restia a fare un bilancio della sua storia. Forse perché sarebbe un bilancio complicato e non lusinghiero. E questo non solo per la nota frammentazione settaria delle sigle, quanto per un ritardo complessivo, lungo l’arco di questo trentennio, in termini di crescita, maturazione e influenza di tali aree: la crisi del confederalismo corre più veloce della capacità di queste forme sindacali di intercettarne gli esiti; le tessere non rinnovate alla Cgil spesso defluiscono nel qualunquismo aziendalista, non si trasformano in consenso a sinistra.

Naturalmente non si possono ignorare gli sforzi neo-confederali dell’USB o l’eroismo del Si Cobas, che nella logistica ha raggiunto risultati straordinari – e che, bando alle chiacchiere, rappresenta l’unica novità reale dell’ultimo decennio, in termini di organizzazione operaia. Ma è necessario interrogarsi sulla limitatezza e la rigida perimetrazione di questi insediamenti: la logistica è strategica, lo dicono tutti, ma perchè questo nuovo sindacalismo non riesce a penetrare nei settori di classe più “tradizionali”? Si rischia la ghettizzazione settoriale degli insediamenti. La possibilità che il nuovo sindacalismo si “adatti” alla struttura castale del mercato del lavoro, accontentandosi di presidiare questo o quel segmento lasciato libero dall’insipienza confederale, anziché puntare alla ricomposizione di classe. Che significa: tenere insieme quello che l’organizzazione capitalistica del lavoro divide. Non sarebbe male riprendere in mano alcune elaborazioni della stagione dell’autorganizzazione, tra il 1987 e i primissimi ani 90, quando la forma dei Comitati di Base veniva ipotizzata non come matrice di una pletora di neo-sindacati, ma come nuova organizzazione di massa – aperta e trasversale – del protagonismo operaio, con suggestioni persino neo-soviettiste. Un’altra epoca, un altro mondo – la storia ha preso una diversa direzione. Ma solo tenendo aperta la discussione, il ragno della nostra confusione sarà cavato dal buco in cui ci siamo cacciati.

Stesso discorso per la piccola e residuale sacca di opposizione interna alla CGIL. Attenzione: parliamo dell’Opposizione non delle “sinistre sindacali” – che storicamente sono state solo cordate di poltronisti e buoni a nulla. L’Opposizione CGIL esiste da circa vent’anni e si è definita in una discontinuità radicale rispetto alla storia del sindacato confederale post 92, sempre sul filo di lama che divide l’eresia dall’apostasia. Una presenza urticante, mai alla ricerca dello strapuntino del ”diritto di tribuna”. Tutte le condizioni della fase storica in cui questa esperienza nacque, sono oggi profondamente mutate, a partire dal terreno di gioco – la CGIL stessa. Varrebbe la pena anche qui aprire un dibattito coraggioso su questo impegno duro, snervante, fatto di espulsioni ed ostracismi, che pure così poco ha sedimentato nel tempo: per capire come valorizzare quel che resta di questi anni di sforzi e coerenza (anziché sfibrarsi in microscissioni o fingere continuità, rispetto ad una stagione ormai chiusa).

All’inizio dicevamo che è sbagliato e fuorviante parlare di “sindacalisti venduti”, espressioni che generano polemiche volgari e rischiano di offendere impunemente migliaia di quadri e delegati onesti e puliti; sono argomenti che non fanno crescere politicamente il dibattito tra lavoratori e ci condannano ad una eterna pantomima populista tra “onesti e corrotti” che già tanto male ha fatto alla sinistra. Questo, però, non ci esime dall’usare un’altra categoria, quella del tradimento: non come faccenduola morale, ma come grande fenomeno storico, il tradimento di classe di cui tutte le espressioni organizzate  del movimento operaio europeo si sono macchiate a partire dagli anni 90 (ne parlava Hobsbawm anni fa, quando furoreggiavano le terze vie). Questa categoria del tradimento ci torna in mente, leggendo l’esposto “all’illustrissimo sig. Prefetto e all’Ill.imo sig. Questore” presentato dalla Filt Cgil di Piacenza  il 4 febbraio del 2021. In esso si denunciava il fatto che un picchetto sindacale organizzato dal Si Cobas impediva l’ingresso e l’uscita delle merci ai cancelli del grande magazzino Tnt Fedex, dov’era in corso una durissima vertenza. Nella sostanza la dinamica era: driver organizzati dalla CGIL che reclamavano la “libertà del lavoro” (come un qualsiasi sindacatino giallo) contro il loro colleghi facchini iscritti maggioritariamente ai Cobas. Si era nel pieno della lotta contro la chiusura di quell’impianto e il segretario della categoria Cgil più importante del territorio, chiamava le forze di polizia a rimuovere un picchetto sindacale.

Naturalmente è andata a finire che la TNT-Fedex ha portato a compimento lo smantellamento di quel centro di distribuzione e 300 famiglie sono rimaste per strada. Senza addentrarci nei meandri di una vertenza complicata – per l’intreccio di appalti e società coinvolte e per la ridda di accuse e contraccuse tra sindacati – fa impressione vedere un gruppo dirigente Cgil invocare la polizia contro le iniziative di sciopero in difesa dei posti di lavoro organizzate da un altro sindacato. Non una lotta per l’egemonia: ma il più sbrigativo ricorso alla celere. Sarà sulla base di quell’esposto, oltre che di uno parallelo dell’azienda, che la Procura di Piacenza avvierà la nota inchiesta [QUI] finita con arresti e denunce – quella in cui una PM ha candidamente detto in conferenza stampa che i Cobas non sono un sindacato e che le loro rivendicazioni erano pretestuose perché in quei magazzini , “acquisiti agli atti le buste paga”, la Procura giudicava ingiustificati simili eccessi rivendicativi! In questo grumo collusivo tra strategie aziendali, corporativismo sindacale, intervento giudiziario e questurino, c’è un crudo e impietoso ritratto d’epoca. Qui non si tratta di essere “venduti” (nessuno realisticamente pensa questo) quanto di tradimento storico delle ragioni sociali che difendi: e, di sicuro, tradimento di ogni statuto o Carta dei valori o di qualsiasi altra documento identitario o valoriale stia nella storia del sindacato di Giuseppe Di Vittorio; e non è un fatto morale, è una grave questione maledettamente politica, che racconta molto della crisi di identità della CGIL.

Un vecchio sindacalista ormai in pensione, che aveva visto gli anni d’oro del protagonismo consiliare, e le grandi sconfitte, tra il 1980 e il 1984, ha detto: “l’attività sindacale, in ogni epoca, anche nei periodi straordinari, è fatta al 90% di tante piccole cose, microvertenze, tutele individuali, rotture di maroni quotidiani; però nei decenni passati, tutti, ma proprio tutti quelli che lavoravano in CGIL, erano convinti di incarnare una qualche verità storica, una marcia di emancipazione collettiva; ognuno a suo modo – chi pensando alla Costituzione, chi al socialismo – ma ognuno sentiva di stare dentro questo orizzonte di emancipazione, dentro una funzione storica, un progresso. Oggi, smarrito quell’orizzonte collettivo, restano le piccolezze quotidiane della pratica sindacale e ti trasformi in un impiegato che deve arrivare a sera e chiudere le sue pratiche.” E questa è oggi la CGIL: un corpaccione sfibrato e disilluso che non evoca alcuna suggestione né tra i lavoratori né tra i suoi dipendenti; nessun lavoratore conta più su quell’affiliazione per migliorare la propria condizione; nessun iscritto conosce le parole d’ordine della Confederazione; al sindacato ci si rivolge quando le cose cominciano ad andare male e si sente puzza di esuberi o di chiusure, allora i lavoratori si indirizzano alla struttura come ad un ufficio parastatale o ai servizi sociali: gli esperti degli ammortizzatori sociali che dovranno “ammortizzare” gli effetti della crisi.

C’è una “specificità italiana” nella crisi dell’agire sindacale? Siamo dentro l’onda lunga di una nemesi storica che ci condanna in un virtù di un passato glorioso – il partito comunista più forte dell’occidente e anche il laboratorio rivoluzionario più avanzato nel decennio 68-78? O la nostra crisi è lo specchio fedele di quella che attanaglia l’intero movimento sindacale in Europa e negli Usa? Una buona domanda da porci, in questo primo maggio delle piazze vuote.

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domenica 27 dicembre 2020

Se questo è un sindacato… - Sergio Scorza

Fatti e antefatti dell’inesorabile declino dei principali sindacati italiani.

Le vicende della CISL documentate dall’eccellente inchiesta di Report, andata qualche giorno fa su Rai3, avrebbero fatto arrossire anche uno come Jimmi Hoffa, se fosse ancora vivo.

Ispezioni pilotate, dimissioni forzate, opacità, omertà, violenze psicologiche, mobbing, abusi, distrazione di fondi, arricchimenti illeciti ai danni degli iscritti et.

Tutto in un quadro di omertà e di opacità assoluta in cui il dirigente apicale di turno, pur di difendere il proprio ruolo di padrone assoluto del sindacato e pappone alle spalle dei lavoratori, non va mai per il sottile quando si tratta di bastonare duramente qualche dirigente periferico che abbia osato – anche solo minimamente – criticare il suo sistema di potere personale ed i suoi enormi privilegi.

Ma, riassumiamole per sommi capi, le vicende raccontate da Report:

1. SUPERSTIPENDI E PENSIONI D’ORO. Nel 2015, un ex dirigente della #CISL, Fausto Scandola, aveva denunciato che alcuni dirigenti di quel sindacato avevano accumulato un lordo previdenziale ben superiore a quanto stabilito dal regolamento dell’epoca. In alcuni casi si arrivava anche al doppio, 200mila euro, quando il limite previsto era ca. 87mila.

Poco dopo Scandola viene espulso dai probiviri, una sorta di magistratura interna al sindacato: l’accusa è aver leso l’onore della segretaria, Anna Maria Furlan. Dopo poco Scandola muore. Non c’è più neppure la collega Nadia Toffa, che aveva realizzato per “Le iene” un’inchiesta memorabile su questa vicenda, pur non avendo ricevuto una risposta.

2. LA COMMISTIONE TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CISL. L’attuale vice-segretario della CISL nazionale, Luigi Sbarra, dal 2000 al 2009 è stato segretario regionale della Cisl Calabria. In quegli anni è stato anche assunto all’Anas. “Abbiamo provato a chiedergli in che anno“, dice la giornalista di Report, ma Sbarra non ha voluto rispondere.

3. SEMPRE DUE PESI E DUE MISURE, ANCHE QUANDO RUBANO I SOLDI DEGLI ISCRITTI. L’ex segretaria della Cisl Campania, Lina Lucci, oggi è sotto processo per una presunta appropriazione indebita di 206 mila euro, ridotti a 77mila per avvenuta prescrizione. La Cisl si è costituita parte civile.

Ma non lo ha fatto nei confronti del funzionario amministrativo del sindacato Salvatore Denza, tirandolo così fuori dal processo. Il Tribunale aveva rinviato a giudizio anche lui per una presunta appropriazione indebita di 172 mila euro.

4. PORTE GIREVOLI TRA PARTITI E CISL. A giugno del 2018 il sottosegretario all’economia Pierpaolo Baretta perde l’incarico di sottosegretario, e subito la sua portavoce Stella Teodonio trova casa nella Fim-Cisl, di cui Baretta in passato è stato segretario generale.

5. IL SINDACALISTA CADE SEMPRE IN PIEDI. Tra il 2015 e il 2016, mentre fioccano i licenziamenti, solo alcuni dipendenti IAL Sicilia (formazione professionale) riescono a mantenere la continuità lavorativa e a passare ad altro ente di formazione: quelli che avevano condotto la trattativa con la Regione.*

*Da Report, Rai3, puntata del 14/12/2020

Insomma, Furlan e soci prendono stipendi d’oro e percepiranno pensioni d’oro, come quella dell’ex segretario CISL Bonanni (330mila euro annui). Per tutti gli altri, stipendi e salari al limite – se non al di sotto – della soglia di povertà e pensione a 67 anni (fino al prossimo scalino) o giù di lì, con importi da fame nera. Oppure fai un’“Ape social” che ti costa come un mutuo casa fino al trapasso, e alleluia.

Ma come siamo arrivati a questo punto? E, sopratutto, che senso ha continuare a trattenere migliaia di euro all’anno su salari e stipendi per fantomatici fini previdenziali visto che, se permangono l’attuale sistema di calcolo contributivo (legge Dini) e l’agganciamento dell’età pensionabile all’indice della speranza di vita previsto dalla riforma Fornero, una pensione vera non la vedrà quasi più nessuno?

Invece “loro”, i vertici dei sindacati complici, continueranno ad andare in pensione con un fantastico importo raggiunto mediante il vecchio calcolo retributivo e parametrato sull’ultimo mese di stipendio percepito dal sindacato stesso.

E come possono, solo loro? Possono eccome, grazie ad una legge del 1996 [1]: i trenta denari (si fa per dire) per cui si sono vendute le pensioni di anzianità – guarda un po’- proprio un anno prima, ovvero, nel 1995 [2] quando, CGIL CISL e UIL concorsero attivamente alla stesura ed all’approvazione della Legge Dini che abrogò le pensioni di anzianità, estese a tutti i lavoratori dipendenti il famigerato metodo di calcolo contributivo ed introdusse la previdenza complementare.

Il nuovo metodo di calcolo non si basava più sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite, come nel sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Una controriforma a tutti gli effetti che decretò la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà ed su un minimo di equa redistribuzione dei contributi versati da tutte le categorie, da quelle più fortunate a quelle meno retribuite.

Ma perché soppressero le pensioni di anzianità? Perché introdussero il calcolo contributivo, che ti costringe a lavorare una vita per non prendere una pensione da fame? Perché quella complicità di CGIL, CISL e UIL nell’approvazione di una norma che faceva a pezzi uno dei pilastri principali del nostro stato sociale?

Eppure si trattava degli stessi sindacati che, il 12 novembre 1994, fermarono la riforma delle pensioni di Berlusconi quando, sotto la guida di Cofferati, lanciarono una manifestazione che rimane tutt’ora la più grande manifestazione sindacale dell’Italia del dopoguerra.

Era una protesta contro la finanziaria ’95 di Berlusconi, che riformava il sistema pensionistico in modo quasi identico a quella che fu approvata da governo Dini (che era stato ministro del Tesoro nel governo Berlusconi), appena un anno dopo.

Ma allora come fece Dini ad ottenere il consenso dei tre principali sindacati italiani?

Entrambi i disegni di riforma prevedevano l’introduzione dei fondi pensione, che proprio la drastica riduzione degli importi per effetto del nuovo calcolo contributivo avrebbero dovuto agevolare. Ma mentre Berlusconi, co-proprietario di Mediolanum, voleva i Consigli di Amministrazione dei fondi pensione aperti solo “al mercato”, Dini concesse ai sindacati di inserirsi nei CdA chiusi dei Fondi di previdenza complementare, previsti dalla legge (Dm 703/1996 e poi dal D.Lgs. 252/2005).

Dunque, anziché difendere le pensioni dei lavoratori, ne accettarono la distruzione per compartecipare al passaggio al nuovo sistema articolato su due gambe: quella pubblica (Inps, ecc, sempre più povera) e quella privata complementare offerta dalla grandi compagnie assicurative (Unipol, Generali, Ras, ecc).

In ballo c’era la grande torta dei trattamenti di fine rapporto (le vecchie liquidazioni): quasi 20 miliardi. Mediante un incentivo si cercò di convincere i lavoratori, pubblici e privati, a destinare il proprio TFR al pagamento della quota di adesione ai vari fondi pensione.

Ma, grazie ad una grande campagna di controinformazione imbastita dai sindacati di base, molti lavoratori non caddero nella trappola e mantennero il Tfr nelle proprie mani.

Ecco, era un po’ di storia per capire come siamo arrivati alla costituzione di una casta di sindacalisti di vertice che vanta stipendi stellari e superpensioni d’oro, alla progressiva trasformazione delle sedi sindacali in agenzie assicurative e dei delegati sindacali in procacciatori di ogni genere di polizza.

Tutto ciò mentre i lavoratori italiani hanno il duplice record delle retribuzioni più basse e dell’età pensionabile più alta di tutti i paesi dell’aerea UE.

D’altronde, dopo la demolizione dell’art.18 (contro cui la CGIL fece sole 2 ore di sciopero, neanche la finta) recentemente Furlan, Landini e Barbagallo si sono opposti fermamente sia al Reddito di Cittadinanza che al salario minimo.

Non fa una piega: sono posizioni assolutamente coerenti con la storia che vi ho qui raccontato e che ha raggiunto il suo acme con l’accordo firmato unitamente dalla maggiore associazione padronale italiana, ovvero Confindustria, con CGIL, CISL e UIL in cui si impegnano a “fare sistema”.


NOTE

[1] Legge n. 564/1996; scritta nel 1996 da Tiziano Treu, prima commissario INPS poi Direttore del CNEL di cui voleva però l’abrogazione. Si tratta di una norma che permette ai sindacalisti apicali – segretari e cariche di vertice – di ottenere una pensione d’oro dopo soltanto un mese di lavoro.

[2] Legge n. 335/1995, meglio conosciuta come “Riforma Dini”, che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo per chi ha meno di 18 anni di anzianità lavorativa alla data di entrata in vigore della norma ed un sistema progressivo di “finestre d’uscita”, successivamente superato da vari interventi normativi ed infine dalla “Riforma Fornero”.

 

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giovedì 7 maggio 2020

L’acqua minerale, l’ambiente, la CGIL - Pierluigi Sullo




Gabriele Polo è un mio vecchio compagno del manifesto, lo stimo molto e in una parola lo considero un amico. Così che quando mi disse, tempo fa, che era stato incaricato di riorganizzare la comunicazione della Cgil, mi sono congratulato: il sindacato ha bisogno di parlare di più e meglio a tutti quanti, secondo me. E il Primo Maggio sono andato a vedere il nuovo sito internet approntato appunto da Gabriele e che andava on line quel giorno. Vario, vivace e interessante, si chiama collettiva.it e, nel presentarlo, Gabriele scrive che lo scopo è «curare il lavoro per curare il nostro territorio».
Siccome sono curioso ho fatto un largo giro nel sito, ho visto la sezione “ambiente” (https://www.collettiva.it/copertine/ambiente/) e sono corso a vedere. C’era un unico articolo, quel giorno, anzi un comunicato. I sindacati degli alimentaristi della Basilicata, tutti e tre, protestano contro una nuova norma regionale che, raddoppiando le royalties regionali, «rischia di mettere in ginocchio il settore delle acque minerali». Questa norma regionale, si spiega, «interviene sul prezzo del canone delle concessioni, incrementando le royalties». I tre sindacati aggiungono che «mentre il Governo nazionale decide di rimandare una tassa sbagliata come la plastic tax […] la Regione Basilicata decide di approvare nella distrazione generale una norma poco ponderata e non suffragata da un’analisi comparata della profittabilità del settore, che rischia di determinare ricadute negative anche sui posti di lavoro». L’occupazione prodotta dalle acque minerali è, dicono i sindacati lucani, di 400 posti circa. La conclusione è: «Non è corretto applicare alle acque minerali la stessa logica utilizzata per l’estrazione degli idrocarburi».
Leggendo, mi venivano in mente una sacco di obiezioni, e di dubbi. Per esempio: di quale cifra stiamo parlando, tanto gravosa da mettere in difficoltà la «profittabilità del settore»? E la tassa sulla plastica perché è «sbagliata»? E la causa di quella «distrazione generale» sarebbe la pandemia, presumo, che la Regione Basilicata usa come schermo per una operazione come questa, alla maniera dei decreti balneari dei tempi della Democrazia cristiana. Si allude infine alle royalties del petrolio, troppo basse per i danni ambientali che i pozzi hanno prodotto sull’ambiente, con imbrogli colossali da parte delle compagnie petrolifere (e poi, comunque, in generale mettere a paragone petrolio e acqua è tutt’altro che dissennato, date le analisi globali sul fatto che l’acqua potabile, grazie alla siccità e agli sprechi, è sempre più rara e preziosa, mentre il prezzo del petrolio precipita).
In ogni modo mi metto a trafficare su internet, in base a un vecchio ricordo di circa 15 anni fa, quando l’acquisizione delle fonti del Vulture, a Rionero, da parte di Coca Cola, provocò proteste a causa del prezzo bassissimo che la multinazionale avrebbe pagato in base alla normativa sui diritti minerari. Ma anche la privatizzazione suscitò critiche: infatti un referendum sull’acqua pubblica lo abbiamo perfino vinto, qualche anno dopo.
Cercando, trovo la presentazione di un progetto di legge, alla Regione Basilicata, da parte di alcuni consiglieri delle varie sinistre, incluso il Pd. Era il 2011, e in base ai dati di otto anni prima, le aziende del settore avevano messo in vendita un miliardo di litri per un incasso di 283 milioni. Le concessioni sono costate per anni poco più di 300 mila euro, mentre alla Regione toccavano analisi e adempimenti e controlli vari, sulle fonti, per cui si spendevano più di 300 mila euro. Sono canoni antichi, si dirà, e infatti le ultime proposte regionali parlano di 1,5 euro ogni 1000 litri nella plastica, e 1 euro per l’acqua in vetro. Nel dicembre del 2019 il Sole 24 ore intitolava sul “record”: oltre un miliardo di litri imbottigliati nel bacino lucano, che rappresenta più del 30 per cento delle riserve di acqua potabile del paese. Le imprese quindi pagherebbero un milione e mezzo, di meno se in vetro. Fate il confronto con il fatturato.
A fine 2019 gli industriali erano per altro in guerra contro la cosiddetta «plastic tax», quella «sbagliata» per i sindacati, che avrebbe penalizzato il settore, con ricadute sull’occupazione ecc. E infatti il Governo (uno a caso) ha in pratica congelato quella misura, che sarebbe servita, nelle intenzioni, ad abbassare la quantità di plastica in giro ovunque, compreso il mare, lo stomaco dei pesci e di conseguenza il nostro organismo, come ormai tutti sanno. Ma no  ‒ dicono gli industriali ‒ le nostre bottiglie di plastica (un cui esercito bene allineato opportunamente illustra, sul sito della Cgil, il comunicato dei sindacati lucani) sono «riciclabili al 100 per cento», e hanno una percentuale di materiale effettivamente biodegradabile. E certo, per riciclarle basta raccoglierle una a una, le bottiglie di plastica, e mandarle negli appositi impianti di riciclaggio, solo che la prima cosa non si fa che in minima parte e i secondi quasi non esistono.
Per non farla lunga: che senso che la Cgil si faccia portavoce, anzi parte attiva in una protesta che definirei reazionaria? L’aggettivo non è scelto a caso. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, in epoca di “spillover” dei virus, che invadere, spremere, anzi “emungere” tutto il possibile dalla natura, in questo caso l’acqua, e invadere l’ambiente con la plastica, e deprimere gli acquedotti pubblici (l’Italia detiene il record mondiale di consumo di acqua minerale e si sta avviando al record di perdite dagli acquedotti, privatizzati e con scarsa manutenzione) non è il modo migliore di dare il via a un cambiamento. La “normalità” cui non vogliamo tornare è questa. E sarebbe utile che Maurizio Landini, il quale in tv parla a favore di «un nuovo modello di sviluppo», chiarisse nei dettagli di che parla, e se la «sicurezza» che giustamente pretende per i lavoratori riguardi anche l’aria che respirano, quel che mangiano e così via.
Ho trovato, nel sito della “vecchia” Rassegna sindacale, sempre della Cgil, non solo una vibrante protesta contro Coca Cola e il suo atteggiamento nei confronti dei lavoratori durante la pandemia (forse non erano i lavoratori lucani), un bell’articolo di due membri del Dipartimento ambiente e lavoro della Flai Cgil nazionale (lo stesso sindacato che in Basilicata protesta), Tina Balì e Andrea Coinu, i quali, in occasione della giornata mondiale per la Terra, scrivono della «differenza tra un passato fallimentare che mitizza il profitto e un’ipotesi di benessere diffuso, dove sia favorita la nascita di nuova occupazione nella cura dei prodotti, del territorio, delle persone e del rispetto». E la segretaria della Fiom, Francesca Re David, intervistata da un altro vecchio compagno del manifesto e mio amico intimo, Loris Campetti, dice: «Abbiamo maltrattato la Terra, ferito gravemente l’ambiente. Non serve uno scienziato per capire che questo virus, la sua velocità e la sua pervasività hanno molto a che fare con le ferite inferte all’ambiente: il massimo dei danni il Covid-19 l’ha provocato dove sono maggiori produzione e consumi, in Italia come ovunque».
Non è che i sindacalisti siano ciechi e sordi, il messaggio del virus, nonché della crisi climatica, dei danni dello smog ecc., è chiarissimo. Il problema è come far cambiare rotta al Titanic. Ma, se prendiamo il caso della Basilicata come un paradigma, diciamo così, forse qualche risposta si trova. Ossia, capisco che cambiare radicalmente la situazione di Taranto, 10 mila operai, sia assai complicato, anche se io sto dalla parte dei polmoni dei cittadini di Taranto (e ovviamente anche di quelli degli operai), ma in questo caso parliamo di 400 posti di lavoro.
Bene, e se si cambiasse la normativa sui diritti minerari, roba che risale a un secolo fa o più? E se si nazionalizzassero, o regionalizzassero (non so se è possibile), tutte le fonti di acqua potabile? Se invece di bottiglie di plastica (non si riesce nemmeno a immaginare, una montagna di un miliardo di quelle bottiglie), sostituendole con bottiglie di vetro che a restituirle, come facevo io da bambino quando la mamma mi mandava a ridare indietro le bottiglie del latte vuote, si ha un piccolo premio? E se i profitti di aziende rese pubbliche cadessero a, poniamo, 200 milioni? Non sarebbero a quel punto disponibili, quei soldi, per rimettere a posto colline e boschi della Basilicata e aggiustare gli acquedotti, far sì che l’agricoltura locale non sprechi troppa acqua e promuovendo quindi la piccola agricoltura individuale e cooperativa ecc., avendo mantenuto intatta l’occupazione e anzi assumendo persone per il rimboschimento, il cablaggio dei piccoli paesi, l’edilizia del restauro…? E non si potrebbe realizzare, anno dopo anno, quel che a Matera, molto amata come capitale europea della cultura, manca da sempre, ossia una ferrovia (che potrebbe essere elettrica, non inquinante), per fare un solo esempio?
Se la Cgil facesse uno sforzo di immaginazione, si troverebbe accanto migliaia di associazioni di ogni tipo e di amministrazioni locali e costringerebbe la politica, di sicuro in Basilicata, a fare la cosa giusta. Forse, per farlo, occorrerebbe una nuova contabilità: il “lordo” di un salario o stipendio non è solo quel che si versa in tasse e contributi, ma anche i danni ai diritti ambientali e sociali della collettività che la produzione causa, cioè quel che nel calcolo capitalista sono le “esternalità negative”, che non vengono nemmeno conteggiate.


domenica 7 luglio 2019

come farà Salvini a mascherarsi ancora da poliziotto?


Alcuni stralci dell'audizione parlamentare di Daniele Tissone del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia Cgil

Con amarezza assistiamo a una falsa quanto sfuggente rappresentazione della realtà in cui, invocando motivazioni di necessità e urgenza inesistenti, al Parlamento viene impedito di affrontare tematiche delicate attraverso la dialettica democratica del procedimento legislativo.
[...]
Tutte queste costruzioni giuridiche afflittive hanno come presupposto l’insicurezza, percepita e veicolata, in gran parte, da campagne propagandistiche che instillano le paure, mentre tutte le rilevazioni e i dati oggettivi indicano i vari fenomeni criminali in diminuzione o comunque, non rispondenti all’allarme sociale suscitato.
[...]
L’incremento dell’attività sul fronte repressivo e l’inasprimento delle pene, inevitabilmente si abbatterà sul “Pianeta Giustizia”, già gravato da un ingente numero di procedimenti e processi pendenti, che cresceranno per l’effetto domino dell’aumento delle pene e del blocco della prescrizione, nonchè a seguire, sul mondo carcerario, ove sono ben note le carenze di spazi e le difficoltà vissute dai magistrati di sorveglianza e dagli operatori penitenziari.
[...]
Si assiste a una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono opinioni.
[...]
La ricerca del consenso da una parte carica sulle spalle delle Forze di Polizia l’aspettativa dei risultati promessi con la propaganda, mentre dall’altra, specie durante le occasioni di protesta, inasprisce la contrapposizione tra i cittadini dissenzienti, che vengono etichettati come nemici, e chi è deputato a far rispettare la legalità quindi a contemperare la difesa dei diritti di tutti, viene visto, a sua volta, come il nemico dei nemici.
[...]
Questo peggiorato clima di relazioni sociali, che vede nella sola repressione di condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i desiderata di chi governa, rischia di portare alla strumentalizzazione delle FF.PP., viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento, quasi a voler far tornare indietro di quarant’anni la storia.
[...]
Il SILP, che si riconosce nel processo di cambiamento ed evoluzione della Polizia di Stato, avviato con la riforma attuata con la L.121/81, che ha portato alla smilitarizzazione, si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela di tutte le persone e della civile convivenza, bene supremo per uno Stato ed il suo popolo nella più ampia accezione.



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sabato 3 febbraio 2018

scrivono da Domusnovas


Il secondo comunicato stampa della nuova alleanza Confindustria, Cgil e Cisl, quasi fotocopia del precedente, ci ha lasciato stupefatti. Ha dell’incredibile, infatti, che dei sindacati si fermino alla valutazione della regolarità formale di un’attività produttiva e non prendano in esame la sostanza dei fatti. Organizzazioni che fondano sul principio di solidarietà il loro agire sociale non possono non fermarsi a considerare che i lavoratori ed i cittadini dello Yemen, vittime delle produzioni belliche della fabbrica di Domusnovas sono compagni, fratelli, amici di quelli di Domusnovas e Ghedi e nulla hanno fatto contro di loro o contro il nostro Paese.
Nel Comunicato, giustamente, si afferma che la nostra area è “caratterizzata da una profondissima crisi economica”; ci autorizza forse la crisi che stiamo vivendo a rifarci su una popolazione innocente basando sulla sua distruzione i nostri guadagni? Gli Statuti della CISL e della CGIL, agli articoli 2, fanno entrambi riferimento all’importanza del perseguire rapporti con i lavoratori di tutto il mondo volti alla costruzione della Pace; è producendo bombe per bombardare civili, ospedali, case e bambini in Yemen (Ban Ki-Moon, 5 febbraio 2016) che promuoviamo rapporti di pace?
I rappresentanti locali delle tre organizzazioni sostengono che la riconversione non è praticabile. Noi pensiamo di si e fondiamo la nostra convinzione, oltre che sul buon senso, anche sul dettato della L.185/90 che, all’art.1 – c.3, prevede che il governo predisponga piani di riconversione delle industrie belliche. In ogni caso, se la strada della riconversione fosse troppo in salita, quella produzione non potrebbe comunque andare avanti, in quanto contraria alle norme morali, etiche e giuridiche.
O la RWM decide di cambiare filosofia aziendale e sospende le forniture ai paesi in guerra come previsto dalle leggi di tutti i paesi europei, oppure la fabbrica va chiusa e sostituita con altre attività. Certo è che lo Stato, la Regione e le forze sociali se ne dovranno far carico, come prevede la legge! Dopo aver illuso per anni i lavoratori che tutto fosse regolare.
Si rendano conto, sindacati e Confindustria, che, a livello internazionale, il vento sta cambiando: nelle ultime 3 settimane, 3 paesi europei sono entrati nel novero di quelli che hanno sospeso ogni fornitura militare all’Arabia Saudita prendendo atto dei crimini umanitari commessi nella guerra in Yemen: sono la Germania (la Merkel, in visita a Rhiad, ha chiesto la fine dei raid aerei sullo Yemen), il Belgio e la Norvegia. Recentemente si è pronunciato nello stesso senso senso il governo canadese del presidente Trudeau. Che farà l’Italia? Per quanto tempo potrà continuare a negare l’evidenza?
Se non si costruisce ora l’alternativa alle bombe, domani potrebbe essere troppo tardi ma le organizzazioni sindacali e datoriali, anziché occuparsi della salvaguardia dei lavoratori, si ostinano a sostenere una impresa di proprietà tedesca che viene a fare in Italia ciò che non gli è consentito in Germania. Ci si rende conto che Rheinmetall, dopo aver delocalizzato nel Sulcis-Iglesiente nel 2010, ora lo sta facendo in Sudafrica ed in Arabia e la chiusura potrebbe essere veramente alle porte?
Quanto poi alla sicurezza che sarebbe messa a rischio dalle azioni di quanti vogliono la riconversione, ci preme solo evidenziare che la libertà di opinione e di informazione sono ancora alla base della nostra democrazia, così come dovrebbero esserlo per ogni organizzazione di questo Paese.
Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa sono i portavoce del comitato riconversione RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente.

Pubblichiamo la lettera aperta di Arnaldo Scarpa, portavoce del Comitato Riconversione RWM alla segretaria generale della CGIL Susanna Camusso. (red)
Compagna Susanna,
sono Arnaldo Scarpa, iscritto da lunga data alla CGIL, insegnante, da oltre 10 anni membro della RSU del mio Istituto, già componente del direttivo provinciale FLC del Sulcis-Iglesiente e del direttivo regionale della Sardegna.
Dal maggio scorso sono uno dei 2 portavoce del Comitato per la riconversione della RWM di Domusnovas-Iglesias, la fabbrica tristemente nota per produrre le bombe d’aereo che la coalizione saudita, dal 2015, sgancia sulle teste del popolo yemenita in una guerra che ha causato oltre 10.000 morti tra i civili ed una catastrofe umanitaria complicata da carestie e pestilenze, tanto da far affermare all’ONU che si tratta della maggiore emergenza verificatasi dal 1946 ad oggi.
Di tutto questo dolore siamo responsabili anche noi cittadini della Sardegna e dell’Italia, a causa delle scelte scellerate del governo che autorizza tali esportazioni mortifere e delle connivenze di parte delle forze politiche e sindacali.
Mi sconcerta assai e perciò chiedo il tuo autorevole intervento la posizione sull’argomento del mio Segretario generale territoriale e della segreteria FILCTEM in particolare. Il primo rifiuta ogni tentativo di dialogo sul tema della riconversione. La seconda ha, addirittura, firmato due comunicati insieme alla CONFINDUSTRIA (udite, udite!) ed alla CISL (non era di ispirazione cristiana?) nei quali si afferma che la produzione della RWM va tutelata in ogni modo in quanto perfettamente legale e necessaria per non deprimere ulteriormente i livelli occupativi del territorio.
Di fronte al comunicato stampa (che allego), mi chiedo e chiedo a te, Susanna, se il nostro Statuto valga ancora qualcosa. In particolare se l’articolo 2 che dichiara la “pace tra i popoli bene supremo dell’umanità”, la “conquista di rapporti internazionali in cui tutti i popoli vivano insieme nella sicurezza e in pace” ispiratrice dell’azione sindacale, la “solidarietà attiva tra i lavoratori di tutti i Paesi” … “fattore decisivo per la pace”, sia diventato solo carta straccia o un paravento che maschera ben altre pratiche.
Chi glielo dice agli yemeniti che muoiono sotto le nostre bombe, fatte ed esportate in barba alla Costituzione (cfr. art.11 e art.41) ed alla legge 185/90, che vogliamo essere solidali con loro? Che crediamo nella pace tra i popoli come bene supremo? Che siamo compagni, perché dividiamo il nostro pane, non solo tra di noi ma con tutti i lavoratori del mondo?
Non ritieni che sia il caso di iniziare all’interno del sindacato un urgente lavoro di revisione delle posizioni fin qui assunte dalle strutture territoriali ed anche dei silenzi del nazionale per recuperare quel minimo di coerenza senza la quale si perde in credibilità ma anche, in fin dei conti, in sostanza sindacale. Se il sindacato smette di perseguire il principio della tutela della dignità dell’uomo e si allea con chi, pur di fare del profitto, passa sopra ai più elementari principi etici, che cosa ci sta a fare? Da cosa si distingue rispetto a qualsiasi altra organizzazione lobbistica?
Nessun lavoratore della RWM si è mai espresso pubblicamente sulle scelte aziendali. Sono tutti “orgogliosi di lavorare nel settore della difesa”, come gli hanno fatto sottoscrivere su carta intestata della ditta? In che senso poi intendano la “difesa” sarebbe da spiegare ai compagni yemeniti.
Oppure siamo di fronte a persone tenute sotto ricatto dal padrone tedesco (in questo caso)? Che cosa ne pensa la RSU? E’ normale che nessuno si esprima personalmente o in gruppo? Che nessuno accetti di dialogare con noi che, prima che RWM delocalizzi, vorremmo che si creassero alternative valide per tutti i dipendenti.
Inoltre, da quale parte sta la CGIL rispetto alla questione degli armamenti esportati dall’Italia in tutto il mondo, perfino negli Stati dove sono più evidenti le violazioni dei diritti umani e, fra l’altro, prodotti, in larga misura, da società partecipate dallo Stato?
Ti sarei grato e ti saremmo grati in tanti iscritti – pronti anche a ritirare la delega se dovesse perdurare questa latitanza rispetto ad un punto fondante dello Statuto – se potessi rispondere fattivamente quanto prima.