I Talebani governano Kabul, il paese è al collasso. Che cosa possiamo fare
oggi? E come affrontiamo le tensioni tra Occidente e Russia sull’Ucraina? E le
decine di altri conflitti in tutto il mondo? La prefazione dell’ebook
‘Afghanistan senza pace, 2001-2021’.
Che cosa
fare oggi con l’Afghanistan riconsegnato ai Talebani? E con le nuove tensioni
tra Occidente e Russia sull’Ucraina? E con le decine di altri conflitti,
striscianti o violenti, in tutto il mondo? Torna alla mente uno degli slogan
dei pacifisti degli anni ’80, un’importante verità che nell’Europa della nuova
guerra fredda il movimento aveva affermato: “I patti non si fanno con gli
amici, ma con i nemici”.
Voleva dire
no all’arroccamento nell’Alleanza atlantica, sì al dialogo e alla ricerca di un
compromesso con gli avversari. Ed era il corollario di un’altra verità: “la
guerra è un retaggio del passato, la politica estera non può più affidarsi a
soluzioni militari, la sicurezza va assicurata da strumenti politici”.
Quando i
potenti Stati Uniti annunciarono, ad agosto 2021, che dopo aver massacrato per
20 anni l’Afghanistan, avrebbero ordinato alle loro truppe e a quelle di
noialtri alleati della Nato di abbandonare il paese, queste sagge
considerazioni, che avevano ispirato la mobilitazione pacifista quarant’anni
fa, sono tornate d’attualità. Generali, ministri, giornalisti per vent’anni
hanno affermato di poter conquistare l’Afghanistan e trasformarlo, senza fare i
conti con la realtà di quel paese. C’è stato anche chi ha pensato che i
bombardamenti e i droni americani avrebbero potuto liberare le donne dal burka.
Ahimè, non è stato così.
Dopo le
grandi manifestazioni dei primi anni di guerra – raccontate negli articoli
della prima parte di questo ebook – anche le nostre proteste sono cadute e i
nostri democratici governi europei sono andati avanti tranquillamente con le
operazioni militari nel quadro Nato al servizio della strategia americana. In
Afghanistan per fortuna sono rimaste le Ong, a cominciare da Emergency,
impegnate ad aiutare con scuole e ospedali la società civile del paese anziché
ad armare le bande di altre fazioni.
“Fare accordi”
con i nemici non vuol dire riconoscere il governo dei Talebani (non l’hanno del
resto fatto nemmeno Russia e Cina). Vuol dire tenere aperto un confronto
politico, dopo che per vent’anni a parlare sono state solo le armi. Vuol dire
strappare qualche spazio per fare quanto non abbiamo fatto prima: aiutare la
società civile afghana, le donne, i giovani a liberarsi di chi li opprime,
maturando autonomia culturale e capacità di organizzarsi per diventare
protagonisti della loro liberazione. E gli strumenti non sono missioni
ufficialmente“umanitarie” sebbene portate avanti da militari
armati fino ai denti. Sono gli aiuti per un paese alla fame, il sostegno
all’azione delle Ong, la solidarietà.
E serve
davvero salvare chi ora rischia la vita – e sono in tanti – ottenendo vie
d’uscita dal paese e l’impegno dei nostri paesi ad accogliere i fuggitivi. A
Doha, nel negoziato promosso da Trump e poi proseguito da tutta la Nato, non
c’è stata una trattativa sull’Afghanistan, ma solo sulle garanzie a favore dei
militari Nato che se ne volevano andare, i soli per i quali è stata espressa
preoccupazione dal presidente Biden: “Riportare a casa i nostri ragazzi”. E
tanto peggio per quelli che vivono in un paese che i “nostri ragazzi” hanno
massacrato in questi 20 anni, in nome della guerra come risolutrice dei
conflitti.
Occuparci di
Afghanistan oggi vuol dire anche occuparsi di Iran, dove ci sono migliaia di
profughi afghani, e dove c’è un nuovo terreno di scontro con gli Stati Uniti e
con Israele, sul nucleare e sulle strategie regionali. Vuol dire occuparsi di
Medio Oriente: Israele, Palestina, Libano, Siria, Turchia, Arabia Saudita,
Yemen, tutti posti dove i conflitti sembrano irrisolvibili, i diritti sono
calpestati, la pace è introvabile.
Vuol dire
occuparsi di Europa, Ucraina, Bielorussia: a Bruxelles si insegue il progetto
di esercito europeo e si finanzia la ricerca e produzione di nuove armi, in
Ucraina si prepara un nuovo scontro militare est-ovest, alla frontiera tra
Polonia e Bielorussia si ripete lo scandalo di un’Europa capace solo di alzare
muri contro i profughi. E vuol dire occuparsi di Italia, dove le spese militari
crescono al ritmo del 5%, più di ogni spesa corrente per il 2022, più della
sanità nel mezzo della pandemia. I vent’anni trascorsi dalle torri gemelle alla
ritirata Usa da Kabul ci ricordano che non possiamo non occuparci della pace.
Anche se si può pensare che il referendum può essere usato solo come
occasione per pronunciarsi contro, o a favore, dell’attuale governo, non credo
che sia così.
Il taglio dei deputati che verrebbe operato se vincesse il Sì è grave
perché la questione riguarda un problema generale: le sorti della democrazia.
Non solo per il valore simbolico dell’immagine di quelle poltrone svuotate
euforicamente mostrate davanti a Montecitorio, come a dire il parlamento non
serve a niente.
È grave perché quella proposta che il Sì avallerebbe si inserisce nel
contesto di una crisi molto pesante, e ormai di lunga data, dell’intero sistema
democratico. Crisi principalmente italiana, ma non solo: di tutto l’Occidente
che pure continua a sbandierare la democrazia rappresentativa come il punto di
per sé più alto della storia dell’umanità. Quella che avrebbe giustificato
tutti i tanti interventi militari «umanitari» intesi a instaurare la democrazia
dove non era stata mai sperimentata.
Intendiamoci: diritto universale al voto, libertà di opinione e Parlamento
sono beni essenziali, ma di per sé non bastano affatto. Hanno valore e senso se
sono accompagnati da una consapevole e generalizzata partecipazione dei
cittadini alle scelte politiche che vengono assunte, altrimenti si riducono ad
un esercizio formale.
Oggi come sappiamo bene questa partecipazione è minima: un voto sempre più
casuale per candidati ai più semisconosciuti, al meglio in base al giudizio su
problemi di cui si ignorano le complessità, perché manca ogni occasione di
confronto se non quello passivo di auditore (o lettore di media detti non si sa
perché «social»). Basterebbe in queste condizioni anziché procedere alla
faticosa pratica delle elezioni ricorrere al tiro a sorte, così, anzi, si
avrebbe anche una rappresentanza più «autenticamente» popolare, non contaminata
dalla politica. (Chissà che un giorno non si arrivi anche a questo !) .
OPPURE scelti in base al richiamo comunitario, senza valutare che le
comunità locali sono importantissime ma possono anche essere pessime se
diventano autoreferenziali e xenofobe contro chiunque non faccia parte della
propria. Ricordo – permettetemi questo mio consueto richiamo nostalgico – le
vecchie sezioni del Pci, tutte radicatissime nel proprio territorio ma che ogni
settimana dedicavano una serata a conoscere e riflettere su quanto accadeva nel
mondo, in Europa, in Italia, alla propria città, poi anche al tram che non
arrivava, o alla fontanella senza acqua . Ma così a lottare perché questi
problemi locali fossero risolti, uno non si sentiva un povero disgraziato, ma
parte di un grande movimento mondiale che voleva cambiare il mondo. Dove
avviene oggi una simile riflessione, dove si incontra chi sa cosa si deve fare
e ne discute con la propria comunità?
POTREMMO, per l’ennesima volta, piangere perché non ci sono più i partiti, o meglio
quelli che erano davvero partiti. Io piango, o meglio rimpiango, e credo che
non dovremmo farci travolgere dall’odio e discredito che ormai li accompagna. Ma
non c’è dubbio che occorre ormai reinventare nuove forme di espressione e
partecipazione. Sapendo che questa non si ottiene con una nuova legge
elettorale pur indispensabile.
Non si tratta di regole o leggi. Si tratta di riaffermare nella pratica
l’importanza della politica come solo strumento che consente agli umani di
controllare le decisioni che li coinvolgono senza farsi abbindolare dall’idea
che le scelte sono «oggettive», e misurate dal famoso pilota automatico, il
mercato. E perciò vanno affidate ai tecnici, come quelli che guidano i Cda
delle Banche o delle aziende, altrimenti detta «governance».
SE SI È ARRIVATI alla crisi democratica attuale è perché è finita per prevalere in
buona parte della sinistra l’ossessione governista, quasi che tutto dipendesse
dall’andare o meno ad occupare l’esecutivo. Abbandonando a sé stessa la
società, via via sempre più ripiegata sull’«io forse me la cavo», quasi che la
maggior parte dei problemi di ognuno non fosse uguale a quella del vicino.
Dunque problema collettivo, e dunque, proprio per questo, politico. Colpe
anche, diciamocelo con franchezza, della sinistra-sinistra, che questo guasto
dei partiti che ha otturato i canali di partecipazione l’ha subito, senza avere
le fantasia e la forza di dare ai movimenti che pure ha continuato ad animare,
la indispensabile ulteriore capacità di inventarsi forme stabili di gestione
della società, (i «Consigli», come suggeriva Gramsci) in grado di
riappropriarsi attraverso la partecipazione politica, dell’amministrazione dei
beni comuni. (Non dello Stato, i comunisti sono antistatalisti!).
Capaci, però, anche, a partire da questi nuovi punti di forza, di tener
aperti i canali di comunicazione con le istituzioni democratiche
rappresentative, che se non ridotte a forma è bene averle a cuore.
ANCHE QUESTO non è problema che risolverà neppure la migliore riforma della legge
elettorale. Ma è certo che tagliare il numero dei deputati renderebbe questo
difficile tentativo di rianimazione della democrazia anche più difficile,
perché una volta che il Parlamento diventasse preda di una maggioranza e di una
opposizione inevitabilmente non più articolata, anche più distante dalle
pulsioni, esigenze, proposte, energie della società, il senso di impotenza e
dunque la spoliticizzazione diventerebbero ben più gravi.
VOGLIO DIRE che certo il No non risolverà tutti questi problemi, ma la vittoria
del Sì non comporterebbe solo una riduzione dei parlamentari con tutte le
ripercussioni negative che quasi tutti i costituzionalisti ci hanno indicato
nella battaglia che stanno conducendo. Significherebbe molto di più: accelerare
ulteriormente il già pericolosissimo processo di svuotamento della democrazia
rappresentativa che gestisce le nostre società occidentali. E a quel punto i
rischi di ogni possibile avventura autoritaria sarebbero gravi.
Samir Amin, come metafora dell’emancipazione umana e dei popoli delle periferie in primo luogo - Giorgio Riolo
Scrivevo a suo tempo – alla scomparsa di
François Houtart – che era difficile riassumere la ricchezza di una vita,
pensiero e azione, così straordinaria. Così si può esordire per questa figura
altrettanto straordinaria.
Houtart
e Amin, accomunati dall’impegno internazionalista, dall’avere il mondo come
orizzonte e come casa. Mondo tuttavia irrimediabilmente diviso, a causa dello
sviluppo ineguale, del colonialismo e dell’imperialismo, fra centri sviluppati
e periferie condannate al sottosviluppo, fra Nord e Sud. Accomunati dall’aver
concepito e fondato nel 1997 il Forum Mondiale delle Alternative, organismo
precursore dei successivi Forum Sociali Mondiali. Persone (compagni, amici)
fortunate, come dice Massimiliano Lepratti, valente studioso italiano
dell’opera di Amin. Hanno dato tanto, e molto continueranno a dare, e molto
hanno ricevuto, dalla vita così intensa e così degnamente vissuta.
Ciò
che ora possiamo fare, subito dopo la triste notizia della scomparsa di Amin, è
solo un doveroso rendergli omaggio in poche righe. Ben altra riflessione, ben
altro impegno, in incontri, seminari, saggi, occorrerebbe dedicare a una delle
maggiori personalità del Novecento. Giunta intatta, nello spirito, nella
lucidità mentale e nell’impegno militante, ai primi decenni del terzo millennio.
Dire
marxista e comunista è sicuramente giusto. Ortodosso/eterodosso a suo modo.
Militante infaticabile e grande intellettuale. Le formule, le etichette, le
definizioni sono importanti e orientano, ma sono anche gabbie che imprigionano.
Samir era figlio del suo tempo. Profondamente convinto che la storia reale e la
cultura determinano, agiscono sempre, non solo i modi di produzione, non solo
il “determinismo economico” ecc. Allora il suo profondo convincimento, l’intimo
orgoglio di appartenere a una grande civiltà millenaria, come quella egizia:
egiziana, seppure fusa nelle successive acquisizioni delle idee chiare e
distinte dell’illuminismo e della rivoluzione francese (la parte materna e
l’educazione scolastica e universitaria) e del patrimonio ideale e culturale
del marxismo, del movimento operaio, dei movimenti di emancipazione dei popoli
coloniali.
Per
capire la sua critica a quella che definiva “alienazione economicistica”, fra i
tanti suoi saggi, basta ricordare le belle pagine dedicate alla cultura, alla
religione, alla filosofia, alla politica, alla ideologia in generale, contenute
nel libro fondamentaleL’eurocentrisme.
Critique d’une ideologie (e qui un personale rammarico per non averlo
pubblicato assieme ai tanti libri, saggi, articoli tradotti e promossi come
responsabile dell’Associazione Culturale Punto Rosso, ma si può adesso
rimediare). E la decisiva nozione di eurocentrismo è una delle chiavi per
capire la storia globale, per capire il colonialismo e l’imperialismo. E per
capire anche molta deformazione di alcuni marxismi e di alcuni movimenti
operai, socialisti e comunisti.
Dalla
tesi di laurea degli anni cinquanta, poi confluita nella prima grande operaL’accumulazione su scala mondiale. Critica
della teoria del sottosviluppo (in Italia presso Jaca Book), al punto
fermo teorico de Lo sviluppo
ineguale (nel 1977 presso Einaudi), alla collaborazione dei primi anni
ottanta con Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e Giovanni Arrighi per Dinamiche della crisi globale (adattamento
presso Editori Riuniti), a La teoria
dello sganciamento (il termine italiano che adottammo per rendere la
nozione fondamentale di deconnexion,
delinking, la necessità per i Paesi e i popoli delle periferie di
rompere con la logica dello sviluppo capitalistico e di ricercare un modello di
“sviluppo autocentrato” ecc.), ai tanti libri nei quali, tra la fine degli anni
ottanta e gli anni novanta, ha sostanziato la sua critica radicale del
neoliberismo, dell’egemonismo e unipolarismo Usa e del suo “controllo militare
del pianeta”, del sempre più evidente divenir “obsoleto” del sistema
capitalistico, malgrado la vittoria definitiva sul sistema sovietico, del quale
Amin è stato uno dei più intelligenti critici ecc. Il capitalismo realmente
esistente altrettanto obsoleto del socialismo realmente esistente.
La
tendenza a uniformare il mondo, a omogeneizzare-omologare, da parte del
capitalismo e dell’imperialismo ha prodotto e produce reazioni identitarie,
“culturalistiche” come dice Amin, da parte dei popoli oppressi. Da qui il
pericolo di fenomeni come l’Islam politico e le tante sue forme
fondamentalistiche, fuorvianti e oppressive. Le sue analisi del fenomeno
dell’Islam politico e in generale del mondo arabo rimangono come pietre miliari
del suo itinerario politico e intellettuale.
Per
un mondo multipolare, per la ripresa dello spirito della “era di Bandung”, per
il costituirsi di un polo “antiegemonico” (contendente l’egemonia Usa) anche se
non “antisistemico” (anche se non anticapitalistico) in prima fila Cina, India,
Russia, per un’Europa come progetto autentico e non rispondente ai bisogni
dell’egemonia della Germania, ai bisogni del neoliberismo ecc. Per il rinnovato
risveglio e protagonismo di Africa, Asia e America latina. Il suo impegno in
tal senso è stato negli anni recenti senza posa.
Innovatore,
nel solco di Marx, senza dogmi e senza scolastica. “La vocazione africana e
asiatica” (semplificata in “terzomondista”) del marxismo, la teoria del valore
mondializzato, lo scambio ineguale, correlato al valore mondializzato, lo
sviluppo ineguale, il ruolo delle campagne e dei contadini nelle varie
rivoluzioni avvenute (Russia, Cina, Vietnam, Cuba, Algeria, Nicaragua ecc.) e
nei movimenti di liberazione come progetti nazionali e popolari nelle varie
aree del mondo. Solo per elencare alcuni di questi avanzamenti e apporti oltre
i vari marxismi irrigiditi, ripetitivi, dogmatici, eurocentrici.
Samir
era un rivoluzionario anche nella persona. Disponibile, ilare, ironico, gran
narratore, non logorroico, attento e pronto ad ascoltare. Egizio-egiziano,
appunto. Il capitalismo ha contribuito fortemente a sviluppare le capacità
umane (scienza, tecnica, specialismi, macchine, mezzi di produzione, “forze
produttive” in generale). E questo è importante, sempre comunque ricordando lo
sviluppo apportato dalle tante civiltà extraeuropee della storia globale.
In
gioco però è soprattutto lo sviluppo della personalità umana. Vale a dire
l’etica, le qualità umane di relazione, la cultura, l’apertura mentale e morale
ecc. La lotta per il socialismo, oltre al cambiamento economico-sociale,
strutturale, è anche questo.
A mo’ di provvisorio congedo. Con il proposito di tornare a studiare e a valorizzare la
sua figura.
L’amico
e compagno Enrico mi ha inviato (fra i tanti) un semplice e bellissimo
messaggio per salutare degnamente Samir. “Coloro che abbiamo amato e che
abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo”
(Sant’Agostino o Agostino d’Ippona). Grazie Enrico.
Addio a Samir Amin, uno degli ultimi grandi
intellettuali. Amico del Manifesto - Luciana Castellina
Il ricordo. Uno degli ultimi
grandi intellettuali impegnati a 180 gradi nelle battaglie dei movimenti di
questo scorcio di secolo, sempre pronto a partecipare e a confrontarsi coi
ragazzi come chiunque abbia preso parte ai Forum Sociali Mondiali sa bene
La mia mail si è riempita in poche ore: messaggi da ogni parte del mondo
per la morte di Samir Amin. Uno schiaffo, perché la scomparsa non è stata
annunciata da una lunga malattia ma da un recente trasferimento da Dakar in un
ospedale di Parigi. Isabelle, la sua compagna da più di mezzo secolo, presente
al decesso inatteso, tornata a casa si è sentita mancare, si è rotta il femore
ed ora è a sua volta in ospedale; e così allo scoramento si aggiunge la
tristezza di non poterla nemmeno abbracciare per telefono.
La provenienza dei messaggi – Africa soprattutto ma anche Asia America Latina
Europa – testimoniano di per sé la personalità e il ruolo che ha avuto nella
sinistra mondiale: non solo come marxista capace di aggiornare senza dogmatismi
il suo pensiero agli sconvolgenti mutamenti del dopoguerra, ma come militante
politico. Uno degli ultimi grandi intellettuali impegnati a 180 gradi nelle
battaglie dei movimenti di questo scorcio di secolo, sempre pronto a
partecipare e a confrontarsi coi ragazzi come chiunque abbia preso parte ai
Forum Sociali Mondiali sa bene. Portando in ogni assemblea il suo ostinato
ottimismo della volontà: «Dobbiamo costruire la V Internazionale», ci ammoniva,
e non si stancava di ripeterlo, sebbene i Forum, gli appuntamenti più
variopinti della storia, facessero talvolta fatica a capire il messaggio; ma
aveva ragione Samir ad insistere che gli arcobaleni sono belli ma non bastano
se si vuole costruire «l’altro mondo possibile».
Ma per tutti i partecipanti la sua autorità è stata indiscussa. Ha avuto
impatto anche la sua ultima sfuriata contro i catalani: «L’ideologia dominante
– ha scritto ancora pochi mesi fa – ha così raggiunto il suo obiettivo:
sostituire alla priorità della coscienza sociale il primato di altre identità,
in questo caso nazionale. E’una deriva tragica». E, aveva aggiunto dopo aver
assistito a un dibattito a Barcellona: «Ho sentito uno solo dei presenti, uno
di Podemos, dire che non avrebbero mai sostenuto un governo di destra ancorché
catalano».
Per noi del manifesto Samir Amin è stato molto importante:
l’abbiamo conosciuto all’inizio degli anni ’70, ricordo ancora il primo
incontro a casa mia, con lui altri due egiziani, i loro nomi coperti da un
unico poi divenuto celebre pseudonimo – Mahmud Hussein (il loro primo libro ci
fece scoprire la lotta di classe nell’Egitto di Nasser) – e anche, non ricordo
se già la prima volta o solo la seconda, con lui anche André Gunder Frank,
tedesco ma ormai da tempo cileno.
Erano i primi marxisti del terzo mondo, e ci insegnarono a ragionare in
termini globali, fuori dal ghetto eurocentrico, e dunque di cosa significava
“l’accumulazione su scala mondiale”. Se il manifesto è stato
l’espressione di una sinistra ricca e articolata, lo dobbiamo a questo innesto.
Che non ebbe mai i caratteri di un terzomondismo disinteressato alle
problematiche del capitalismo avanzato, o, peggio, venato da diffidenze
identitarie. Samir è stato infatti protagonista di tutte le reti internazionali
marxiste, ortodosse e eterodosse, che da cinquant’anni a questa parte hanno
animato il dibattito della sinistra mondiale: gli annuali incontri a New York
della Socialist ScholarsConference, oggi Left
Conference, così come, per fare un altro esempio, della Round Table
for Socialism che, anche questa ogni anno fino alla fine della
Jugoslavia, si teneva a Cavtat, presenti, anche nel furore della rottura,
sovietici e cinesi albanesi e americani (Sweezy sempre), il Pci come il
manifesto.
Vorrei ricordare due incontri fra gli ultimi con Samir, e scusatemi se mi
riguardano: uno, ormai già lontano, in occasione del suo ottantesimo
compleanno. I suoi compagni egiziani invitarono una ventina di amici
provenienti da tutto il mondo per un simposium in suo onore che si tenne a
bordo di una nave partita da Assuan per percorrere tutto il Nilo, a bordo ogni
giorno un confronto su temi diversi, in ogni porto una visita alle meraviglie
dell’antico Egitto di cui Samir non finiva di essere orgoglioso. L’ultimo, non
molti mesi fa, a Mosca, per il centenario della rivoluzione d’Ottobre. Eravamo
stati ambedue invitati dal gruppo “Alternative” di Alex Buzgalin, comunisti ma
non ortodossi, che avevano organizzato una straordinaria conferenza
internazionale sul ’17.Per la seduta conclusiva Alex, che è anche un compagno
stravagante, aveva allestito un teatrino chiedendo ad alcuni di noi di
impersonare un protagonista della storia e di improvvisare uno show. A me toccò
essere Alexandra Kollontaj, a Samir Stalin, a un compagno greco Trozki, e così
via. Prima fra chi doveva prendere la parola, chiesi a Samir:
«Compagno Stalin, ma era proprio necessario assassinare Trozki?». E Samir,
pronto, mi ha risposto:«No, no, è stato un vero errore. Un errore dei miei
servizi di informazione: mi avevano detto che era ancora importante e invece
non contava più nulla, perciò è stato del tutto inutile». Perchmir era
anche molto, molto spiritoso.
appare stamattina una controproposta di Tsipras (qui) nella quale si (ri)propongono, a Juncker, Draghi e Lagarde, cinque punti, tra cui aumento delle imposte per i redditi più alti e riduzione delle spese militari, due tabù intoccabili per lorsignori.
(avrei aggiunto la requisizione dei capitali degli evasori fiscali depositati presso le banche dei paesi che aderiscono alle istituzioni di quei tre, così, per sputtanarli un po')
adesso vedremo con quale faccia insisteranno a schiacciare la Grecia, quelli lì - franz
Nonostante l’amichevole gesto con cui Matteo
Renzi, regalandogli una cravatta, accolse la prima volta il neo eletto
primo ministro greco, è proprio lui che, arrivati al dunque, ha ora reso il
peggior servizio a Alexis Tsipras. Dicendo che il referendum di Atene
avrà per oggetto un pronunciamento a favore dell’euro o della dracma.
Proprio il contrario di quanto il governo greco si è sforzato
di spiegare. E cioè che non intende affatto optare per un ritorno alla moneta
nazionale e uscire dall’eurozona, e invece aver più forza per imporre una
discussione – che fino ad ora non c’è stata mai — su quale debba essere in
materia la politica europea.
Finalmente qualcuno che, anziché cercare riparo dietro
la fatidica affermazione “ce lo chiede Bruxelles”, come ci hanno abituato
i governanti europei, pretende di dire la sua sulle scelte lì compiute.
E’ certo vero che nella stessa Grecia, come del resto
altrove in Europa e anche da noi, c’è chi vorrebbe dire tout court che
l’Unione è morta ed è meglio così, ma non è questo l’oggetto della consultazione.
Tsipras chiede più forza per negoziare ancora e il ritorno alla dracma è solo
il possibile eventuale e deprecato esito di un fallimento definitivo
del negoziato.
Un’eventualità che in queste ore sembra forse scongiurata,
sebbene il signor Tusk, il più rude delle istituzioni, abbia all’ultimo
appuntamento buttato fuori dal tavolo i negoziatori greci, dichiarando
che “the game is over”.(Perché così sono andate le cose e non il contrario).
E’ una speranza flebile, ma già dimostra che rifiutare i ricatti è giusto.
Purtroppo tutta la lunga trattativa è stata accompagnata
da un frastuono mediatico che ha creato grande confusione. E cosìla gente meglio intenzionata continua a chiedere se è proprio
vero che i greci hanno una pletora di dipendenti pubblici, quando invece ne
hanno, proporzionalmente, la metà della Germania.
Se è vero che vanno tutti in pensione nel pieno delle loro forze,
e invece la media degli anni di lavoro nel paese è superiore a quella
dell’Unione europeaela spesa pubblica per il pensionamento, sempre proporzionalmente,
metà di quella francese e un quarto di quella tedesca. La produttività
è bassa ma è cresciuta assai di più che in Italia e persino che in Germania.
Se poi si guardano nei dettagli i punti sui quali la squadra
greca ha trattato e si è rifiutata di accogliere le proposte delle istituzioni
europee è difficile rimanere insensibili alle sue ragioni:rifiutare un aumento dell’Iva sui generi di prima necessità (cibo,
prodotti sanitari, elettricità), e quello a carico delle isole che vivono
del solo turismo; respingere la richiesta di varare una legge che consenta
licenziamenti di massa.Rifiuto,
anche, a cancellare i prepensionamenti esistenti, ma bisogna ben tener
conto che una quantità di gente è stata licenziata e non ha altre fonti di
sostentamento. E inveceè Bruxelles che ha rifiutato
la richiesta greca di un aumento del 12 % di tasse sui profitti che superano
i 500.000 euro.
Si continua a ripetere ossessivamente che la Grecia
deve fare le riforme, ma, come del resto in Italia, non si dice mai esattamente
di quali riforme si tratti e in che modo quelle proposte, o attuate (vedi job
act o Italicum da noi) possano in qualche modo aiutare una ripresa economica.
L’austerità, è forse una riforma, o non invece una politica
tanto miope da impedirla? Questa è la lezione che viene dalla Grecia: se
invece di insistere su questa come sola ricetta già dal 2010 si fossero
invece sacrificati pochi soldi per consentire gli investimenti necessari
alla modernizzazione del paese non saremmo a questo punto.
I greci oltre che fannulloni sarebbero anche imbroglioni
perché hanno preso i soldi e non li restituiscono. Se qualcuno avesse memoria,
un bene che sembra ormai raro, ci si ricorderebbe di quanto divenne chiaro,
e forse a noi stessi per la prima volta, quando scoppiò il dramma del debito
accumulato dai paesi del terzo mondo da poco arrivati all’indipendenza.
Erano gli anni ’80 ed emerse che quei paesi erano stati vittime di quelli che
allora non si ebbe timore di chiamare “spacciatori”. Perché è così che si
indebitarono oltre il ragionevole: per l’insistente offerta di accedere a
un modello di consumo superfluo e dannoso, per il quale non c’erano risorse
e che fu indotto perché così conveniva ai prestatori che poi passarono a
chiedere il conto.
La Grecia non è l’Africa, ma gran parte del suo debito è
stata accumulata proprio così, per colpa di banche e di imprese senza scrupoli.
Che peraltro sono state oggi — erano tedesche sopratutto ma non solo — felicemente
ripagate con danaro pubblico europeo.
Quando, poco dopo l’ingesso della Grecia nella Comunità
Europea, nell’81, si arrivò al semestre di presidenza affidato per la
prima volta ad Atene, l’allora ministro degli esteri del governo di Andreas
Papandreu, Charampopulos, dichiarò: «Non possiamo restare silenziosi di
fronte a una linea politica che non prende in considerazione il fatto che
un’Europa a nove era un’Unione fra nove paesi ricchi, e un’Unione a dieci, e
ancor più quando saranno dodici con il prossimo ingresso di Spagna e Portogallo,
soffrirà di un drammatico gap nord-sud per affrontare il quale sarà necessario
un vasto trasferimento di risorse pubbliche e di un piano statale inteso
a condizionare le selvagge regole del mercato».
Si trattò di una saggia previsione. Di cui tuttavia
anche il governo socialista greco finì per dimenticarsi, sicché anche
quando i governi socialisti furono in maggioranza nel Consiglio europeo
non ci fu alcuna modifica sostanziale nella linea politica dell’Unione. Fu
proprio allora che fu decisa la libera circolazione dei capitali senza che
alcuna misura di controllo e di unificazione fiscale fosse assunta.
Renzi avrebbe avuto una buona occasione per riprendere il
discorso e far valere le ragioni dei paesi europei del Mediterraneo, contro
la logica assurdamente e falsamente omologante che pretende di adottare
linee di politica economica analoghe per realtà così diverse. Fa comodo,
naturalmente. A meno non si pensi ad una nuova Unione senza gli straccioni
del sud. Per di più comunisti. «Un’Europa senza il Mediterraneo sarebbe —
come ha scritto Peredrag Matvejevitch — un adulto privato della sua infanzia».
Cioè un mostro.
Quando l’altro giorno ho sentito nel corso di un medesimo
giornale radio che le ultime notizie da Bruxelles riguardavano un formaggio
senza latte, un cioccolato senza cioccolata, e sopratutto un territorio
senza immigrati, mi è venuta voglia di dire andate tutti al diavolo.
Ma non si può. Con la globalizzazione abbiamo perduto
quel tanto di sovranità che gli stati nazionali ci consentivano. A livello
mondiale è quasi impossibile costruire istituzioni che ce ne restituiscano
almeno una parte. La sola speranza è di ricostruirle ad un livello più ampio
del nazionale e più limitato del globale, quello di grandi regioni in cui il
mondo possa articolarsi. L’Europa è una di queste. Ma il discorso vale solo
se lo spazio comune non è solo un pezzo di mercato, ma una scelta, un modello
di produzione e di consumo diversi, una rivisitazione positiva di una
comune tradizione. Il negoziato di Atene ci aiuta, in definitiva, ad
andare in questa direzione. Ed è per questo che va sostenuto.