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mercoledì 22 luglio 2026

Come il nuovo fascismo ci costringe a essere stranieri - Chris Hedges

 

Stiamo diventando degli stranieri. Stranieri nei nostri stessi Paesi, stranieri nel mondo. I valori che ci stanno a cuore, le libertà che un tempo davamo per scontate e la possibilità di un futuro democratico stanno lentamente svanendo. Le comunità in cui trovavamo significato e scopo vengono smantellate, mentre la morsa del fascismo si consolida. L'assalto decennale alle istituzioni democratiche in nome del neoliberismo — o meglio, del capitalismo spietato — sta raccogliendo il suo triste raccolto.

In “Nation of Strangers: Rebuilding Home in the 21st Century”, Ece Temelkuran attinge alla sua esperienza di esilio dalla Turchia — come già fatto nel precedente “Come far cadere un paese. Dalla democrazia alla dittatura” — per prepararci a un futuro che non desideriamo, ma che saremo costretti a sopportare.

Nation of Strangers è una raccolta di quaranta lettere scritte tra giugno 2022 e aprile 2025. Ogni lettera si apre con l'incipit «Caro straniero», sottolineando gradualmente come presto anche noi, proprio come l'autrice, diventeremo stranieri: prima nella nostra terra e poi, per alcuni, in esilio.

Temelkuran si fa beffe della nostra mania di speranza, della convinzione ingenua che le nostre istituzioni, ormai svuotate e corrotte, possano respingere l'ondata fascista.

«Non credo nella speranza», scrive, «ma nella determinazione, nell'avere fede e nel fare tutto il possibile per sopravvivere quando non c'è speranza».

Temelkuran è stata una celebre scrittrice, saggista e giornalista turca: firmava una rubrica molto letta e conduceva un programma sulla televisione nazionale. Era anche la spina nel fianco del governo di Recep Tayyip Erdo?an, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 2016, del volume "Turchia: la follia e la malinconia".

Ha lasciato la Turchia dopo essere stata incessantemente diffamata dai media di regime, dopo che i suoi colleghi hanno iniziato a finire in carcere, dopo che le minacce di morte sono diventate troppo frequenti per essere ignorate e dopo aver perso il lavoro.

Il 6 novembre 2016, Temelkuran ha telefonato a sua madre da Zagabria, in Croazia: «Mamma, non tornerò a casa».

«È stata una telefonata di un minuto», spiega. «Metà del tempo è trascorsa in silenzio. Ma è bastato questo perché, nell'autunno del 2016, mi ritrovassi senza una casa». Aveva 43 anni.

Il fallimento del liberalismo e la perdita della casa politica

«La realtà del sistema neoliberista — l'estrema disuguaglianza — annulla la promessa fondamentale della democrazia, ovvero l'uguaglianza. È per questo che l'idea di proteggere la democrazia significa sempre meno per le persone», scrive.

Siamo diventati "senza casa" non solo a causa di chi detiene il potere — che si tratti di Vladimir Putin, Narendra Modi, Benjamin Netanyahu, Donald Trump o Erdo?an — ma a causa di un liberalismo fallito, di una falsa opposizione asservita agli stessi padroni corporativi e oligarchici.

«Dato che la nostra indignazione politica è considerata irrilevante dai circoli della realpolitik e dai vecchi partiti, ci ritroviamo politicamente senza casa», osserva Temelkuran. «Non sappiamo più attraverso quale mezzo politico unire le nostre voci per farci ascoltare dai governanti. Come rifugiati, alloggiamo in luoghi temporanei: tende di protesta, accampamenti improvvisati o tendoni di sciopero. Al freddo o sotto il sole, immaginiamo e reimmaginiamo una nuova casa politica, come un esule che sa che non potrà mai tornare alla sua vecchia casa, ma ne sente comunque la mancanza».

La linfa vitale del fascismo è la demonizzazione dell'altro, dello straniero. Entro il 2050, oltre un miliardo di persone si troverà a rischio sfollamento a causa di cambiamenti climatici, conflitti e disordini civili. Entro il 2070, tra 1 e 3 miliardi di persone potrebbero trovarsi al di fuori delle condizioni climatiche che hanno favorito l'umanità negli ultimi 6.000 anni.

Gaza e la manipolazione del linguaggio

Temelkuran avverte che il genocidio di Gaza è un modello per ciò che accadrà in futuro: un test da parte della classe dominante globale per vedere quanta carneficina può infliggere impunemente.

Descrive Gaza come «una lunga e sanguinante cicatrice sulla mappa del mondo» che «si sta allargando fino a diventare una cancrena fatale, inghiottendo l'intera umanità». Avverte che verranno stabiliti nuovi standard di brutalità e che troppi diventeranno senzatetto alla fine di questa storia — e non solo coloro le cui case verranno bombardate. Tutto inizierà con la perdita di una parola.

«Non sarà necessario alcun accordo esplicito», prosegue, «ma gradualmente le persone eviteranno la parola considerata "problematica". Oggi in Germania è la parola genocidio; in altri Paesi saranno altre parole».

Il vuoto lasciato dalla parola perduta verrà presto riempito da termini innocui, suggeriti con garbo dal potere, come "guerra", anche se l'altra parte è composta principalmente da civili. «Non chiamiamolo genocidio, ma "atrocità"». Alla fine, diventerà impossibile partecipare al dibattito pubblico senza pronunciare esclusivamente le parole approvate. Funzioneranno come segnali luminosi per indicare che non si sta usando il termine criminalizzato. È così che funziona il fascismo: non si limita a mettere a tacere le persone, le costringe a parlare in un determinato modo.

Le illusioni dell'Occidente e il trauma dell'esilio

Temelkuran racconta le umiliazioni affrontate per superare gli ostacoli burocratici necessari a ottenere permessi di soggiorno e visti, in sale d'attesa che prosciugano l'anima. Si chiede, come gli altri stranieri, se alla scadenza del permesso questo verrà rinnovato o se sarà costretta a cercare un altro rifugio. L'esilio l'ha temprata e il suo umorismo è diventato nero. Osservando i profughi della guerra in Ucraina arrivare in Germania, nota come siano ignari di ciò che li attende:

«Gli ucraini ancora non lo sanno», sostiene. «Non dubitano che la promessa fatta loro dal mondo occidentale verrà mantenuta. Credono ancora che saranno accolti con dignità e senso civile. Una parte molto oscura e ferita dentro di me vorrebbe ridere con una risata ripugnante. Magari! Non ti accolgono mai senza prima averti schiacciato. Ti disprezzerai, odierai tutto, ti arrenderai, diventerai insensibile, e solo allora tutto inizierà ad accadere. Sarai accolto solo quando ti sarai arreso».

La sua esperienza di esule mette in discussione la concezione stessa che l'Occidente ha di sé:

«Gli occidentali continuano a pensare all'Europa come al rifugio sicuro per gli intellettuali oppressi del Sud del mondo, ma questo significa dare troppo credito all'Europa mentre migliaia di persone vengono respinte in mare a morire», insiste. «Puntare i riflettori sull'«esilio» per distogliere l'attenzione dal «rifugiato» funziona come strumento di gestione delle crisi, oltre che come strategia di branding per l'immagine che l'Europa ha di se stessa».

La persecuzione da parte del regime non è, paradossalmente, la cosa più difficile da digerire per chi è costretto all'esilio.

«Ciò che gli occidentali non hanno ancora capito è che molti di noi non scappano di casa per paura di un dittatore», scrive. «Continuano a fare una distinzione mentale tra "buoni" e "cattivi". Ma ciò che recide davvero i legami con un Paese è vedere così tante persone comuni sostenere il regime anche dopo aver assistito alla sua malvagità; vedere così tante persone scegliere deliberatamente di essere malvagie. È allora che la fede nell'umanità vacilla. È questo che ci emargina e ci rende senza casa anche quando siamo ancora a casa nostra: la sensazione di essere sotto assedio da parte dell'inumanità, della follia e della brutalità».

Il colpo finale, dice Temelkuran — quello che ti spezza davvero — non arriva dall'altra parte, ma da coloro che consideri la tua gente:

«Quando il senso di sconfitta prende il sopravvento sulla fazione a cui appartieni, la rabbia o il disgusto per essere dalla parte dei perdenti si trasformano in odio verso se stessi. Quest'odio mette le persone l'una contro l'altra e poi — come è successo a me prima di lasciare definitivamente il Paese — ti ritrovi sotto attacco, con una ferocia che la parte avversa non potrebbe mai eguagliare. Ti dicono che non sei abbastanza. Non c'è ferita più profonda di questa. Quello è il momento preciso in cui diventi un perfetto estraneo a casa tua: quando non è il dittatore, ma sono i tuoi stessi concittadini a recidere i tuoi legami con il Paese».

La casa, per l'abisso di un sé senza dimora, non è più un luogo fisico. Non è una cosa del passato né una meta futura. Si trova in «questi momenti di piena presenza in me stessa, un senso intermittente di completezza, una rara ma preziosa sensazione di normalità: solo qui e ora».

Anche se la casa che ci lasciamo alle spalle non esiste più, ci sono «nuove case in costruzione che regalano momenti di pace quando meno ce lo aspettiamo».

Questa, forse, è una forma di speranza. Ma è una speranza accompagnata da un lutto e da un'alienazione eterni.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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mercoledì 24 giugno 2026

Da Gramsci ai cabaret nazisti: l'inganno della risata che ci sta portando alla dittatura - Chris Hedges

 

I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l'élite "illuminata e colta", e loro, il "cesto di deplorevoli" da deridere e disprezzare.

Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l'industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l'alienazione che nutrono il fascismo.

Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un "sarcasmo appassionato" capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere. La satira, scriveva, deve fustigare i miti e le ideologie dominanti che sostengono il capitalismo e il fascismo. Deve smascherare la bancarotta morale dell'autoritarismo, ma anche riconoscere le legittime rimostranze di coloro che ne sono vittime, concentrandosi sulle istituzioni che perpetuano l'ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

"Trump è stato necessario anche per smascherare i progressisti di plastica", scrive l'analista Nate Bear. "Gli imperialisti liberali anti-Trump, nella loro opposizione all'accordo con l'Iran, appaiono come psicopatici guerrafondai. Dai democratici che denunciano l'accordo sui social ai comici come Jimmy Fallon che attaccano Trump per aver restituito a Teheran i fondi che gli Stati Uniti avevano congelato, non esiste alcuna alternativa al bombardamento incessante dell'Iran. Non c'è rabbia da parte dei liberali per le vittime iraniane, o verso lo stato imperialista, il sionismo e la macchina di morte che rende possibile questa violenza. No, sono solo imbarazzati per le crepe dell'impero, di cui non vogliono riconoscere i limiti."

La satira elitaria, che vada in onda al Saturday Night Live o nei programmi notturni, finisce per accanirsi contro i più deboli. Induce i liberali a credere che i delinquenti e gli imbroglioni al potere siano troppo stupidi e inetti per durare. Milioni di esuli politici sanno bene come questa autoillusione – l'incapacità di prendere sul serio i fascisti – sia il principale motore del fascismo stesso. Anche loro, un tempo, liquidavano come ridicoli i teppisti che oggi governano i loro paesi d'origine.

La scrittrice turca Ece Temelkuran, costretta all'esilio dal regime di Erdogan, nel suo libro Nazione di stranieri descrive un modello preciso:

Tutto inizia con un movimento che spacca la società in due: il "vero popolo" contro l'"élite corrotta", guidato da un leader che pretende di essere l'unico rappresentante dei giusti. Il passo successivo è la dissoluzione della verità e la priorità della fedeltà sulla decenza. Poi viene smantellata la vergogna: il leader infrange il consenso politico e morale con una spietatezza senza precedenti. Più a lungo rimane al potere, più i limiti di ciò che è accettabile si allargano. Ciò che un tempo sembrava impensabile o spregevole diventa gradualmente la normalità. Mentre le istituzioni democratiche vengono svuotate dall'interno, i valori universali – la dignità umana e lo stato di diritto – vengono sostituiti da un nazionalismo feroce, da un fiero vittimismo e da una riscrittura della storia. La crudeltà diventa una virtù, infiltrandosi nella vita quotidiana. La cerchia del "noi" si restringe, mentre milioni di concittadini vengono etichettati come sospetti permanenti.

Come avverte Temelkuran, gli americani placano le loro paure ripetendo la stessa illusoria frase: "Le istituzioni reggeranno". Non osano guardare in faccia il proprio futuro, e presto non saranno più riconosciuti come cittadini a meno che non si conformino alle nuove regole dell'America di Trump.

I comici di oggi funzionano un po' come Fritz Grünbaum, la star del cabaret che durante il nazismo, quando mancò la corrente durante uno spettacolo, disse ironicamente: "Non vedo niente, proprio niente; devo essere finito nella cultura nazionalsocialista". Grünbaum finì i suoi giorni nel campo di concentramento di Dachau, dove morì di tubercolosi insieme ad altri artisti e satirici.

I nazisti si mossero rapidamente per chiudere i cabaret e tutte le istituzioni che sfidavano il loro controllo, sostituendoli con spettacoli di varietà insignificanti. Detestavano la derisione tanto quanto Trump, che dopo una puntata dello show di Stephen Colbert ha definito il conduttore un "idiota totale", condividendo un video generato dall'intelligenza artificiale in cui lo gettava in un cassonetto, scrivendo che quella era "l'inizio della fine" per i talk show notturni.

Nei regimi totalitari, le battute sui dittatori sono un reato. La satira è ammessa nello Stato fascista solo quando serve a deridere gli oppositori politici e le minoranze demonizzate, mai quando è diretta contro i veri centri di potere. Come sottolineava Gramsci, il consolidamento del potere richiede di vincere la "battaglia culturale", dominando il discorso pubblico, controllando il linguaggio e ridefinendo le norme sociali.

La satira elitaria non è altro che una valvola di sfogo. Rifiutandosi di affrontare le radici della degenerazione politica, sociale e culturale – che ha preceduto la presidenza Trump – consolida il progetto autoritario che finge di combattere. Riduce la catastrofe a uno spettacolo circense: i ministri servili, le nomine grottesche o la guerra di Robert F. Kennedy Jr. contro la scienza medica. Non affronta il fallimento sistemico delle istituzioni democratiche: l'accademia, le elezioni, i tribunali, il Congresso o i media. Distoglie l'attenzione dai miliardari e dalle multinazionali che hanno imposto l'austerità e la deindustrializzazione, facilitando il più grande trasferimento di ricchezza verso l'alto nella storia degli Stati Uniti. Ignora la micidiale industria bellica e l'apparato di sorveglianza interna che ci rende la popolazione più monitorata e spiata della storia umana.

Questa satira elitaria semplifica forze complesse, sminuendo le correnti sotterranee che hanno generato Trump. Il "sarcasmo appassionato" di Gramsci è troppo rivoluzionario e troppo veritiero per essere trasmesso dai colossi mediatici.

"La risata è la nostra reazione alle incongruenze immediate e a quelle che non ci riguardano direttamente", osservava il teologo Reinhold Niebuhr in Umorismo e fede. "La fede è l'unica risposta possibile alle incongruenze ultime dell'esistenza, che minacciano il senso stesso della nostra vita. Nel Santo dei Santi non c'è spazio per le risate: lì sono soffocate dalla preghiera e l'umorismo trova compimento nella fede".

Quando la satira diventa il punto di arrivo, è deleteria, perché maschera la realtà. Deve essere, come comprese Niebuhr, solo il punto di partenza. Deve spingerci, come aveva capito Gramsci, verso un'analisi rigorosa e l'organizzazione di movimenti di massa, gli unici in grado di salvarci dalla tirannia. Deve smettere di fare il gioco di una nazione polarizzata. Data la gravità della situazione, la risata non basta più.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)


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venerdì 25 luglio 2025

Cittadini e intellettuali non contano più nulla - Ece Temelkuran

 

Proprio mentre il dibattito politico globale riconosceva finalmente che l’umanità ha di fronte un male radicale – detto anche fascismo – su Teheran cadevano le bombe. Prima di arrivare in Iran il mostro informe e gigantesco del fascismo aveva già messo nettamente in chiaro a Gaza che noi, il popolo, non contiamo nulla. Da due anni l’umanità urla nelle strade con milioni di voci, scrive miliardi di parole per gridare una morale minima: non si possono uccidere bambini affamati che fanno la fila per un pezzo di pane. Eppure, da più di 630 notti, dal 7 ottobre 2023, l’umanità vive questo incubo, urlando inascoltata.

In passato ci sono state guerre che abbiamo cercato di impedire, senza riuscirci, e genocidi che non siamo stati in grado di fermare. Tuttavia, questa è stata la prima volta dopo la seconda guerra mondiale che l’umanità ha dovuto assistere a una scena da guerra apocalittica combinata a un genocidio, trasmessa in diretta come mai prima nella storia, temendo la distruzione totale della civiltà umana. In fondo, lo sappiamo tutti: anche se manifestiamo a milioni nelle piazze o organizziamo la più grande petizione per la pace, probabilmente non ne vedremo traccia sui social media o nei notiziari in televisione. L’umanità è stata hackerata dai pirati del cinismo, frutto di quell’abisso morale che chiamiamo neoliberismo.

Il male radicale che conduce lo show ci ignora così profondamente che abbiamo la sensazione di essere assolutamente inesistenti. Non possiamo rivolgerci alle istituzioni democratiche, perché sappiamo che molte delle decisioni che riguardano l’umanità sono prese nel chiuso di stanze segrete, con modalità che ricordano quelle mafiose, attraverso messaggi WhatsApp tra leader inaccessibili a qualsiasi strumento di democrazia rappresentativa. Insomma, in quanto cittadini del mondo siamo tagliati fuori. Una perdita così netta della possibilità di agire non si era mai vista, almeno nel mondo occidentale.

I paesi del sud globale l’hanno sperimentata molto prima che sulla scena politica occidentale comparissero dei leader come Trump. Molte di noi hanno scritto libri su libri e innumerevoli tesi di dottorato su come succede e sulle conseguenze che ha. Eppure, alla luce di vent’anni di esperienza in Turchia, questo è il nocciolo della questione: quando la gente è ignorata nonostante tutti i suoi sforzi e il concetto di cittadinanza diventa politicamente superato, le persone tendono a fare scelte politiche che mettono in discussione la nostra immagine idealistica degli esseri umani amanti della libertà, della dignità e dell’azione politica. La maggioranza si rimette in riga, magari per pura sopravvivenza o per provare un senso di “grandezza”. Con il tempo, questo male radicale trasforma gran parte della società in un organismo moralmente miserabile, più realista del re, o semplicemente anestetizzato. E molti sono così sfiancati dallo scontro da rinunciare alla possibilità di agire. Per sopravvivere scelgono di ritirarsi.

Dopo un po’, nessun livello di immoralità, nessun atto politico vergognoso commesso dal potere susciterà l’indignazione o la ribellione a cui eravamo abituati. Su come ci siano riusciti il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan in Turchia o il presidente Vladimir Putin in Russia sono stati già scritti molti libri. Ma non è stato studiato abbastanza il modo in cui noi abbiamo contribuito a questo processo, noi intellettuali, scrittrici, politici antifascisti, che avremmo dovuto fermarlo. E la risposta, in parole povere, è che perdiamo la capacità di agire quando non smettiamo la nostra recita.

A giugno ho tenuto varie conferenze e ho partecipato ad alcune tavole rotonde in Polonia, Italia, Austria e Paesi Bassi, affrontando innanzitutto la responsabilità urgente di prendere atto della nostra monumentale sconfitta. Il gioco politico, per come lo conoscevamo, è finito. La moralità in politica non esiste più, neanche per salvare la faccia. Il cittadino inteso come attore politico sta per sparire. La politica che si affida alla ragione o almeno la prende in considerazione è solo un’illusione alla quale continuiamo ostinatamente ad aggrapparci. Il ritegno che un tempo limitava il potere politico è ormai scomparso.

Tutti i dibattiti innocui e addomesticati sulla democrazia che organizziamo o a cui partecipiamo sono pressoché inutili. Gli editoriali che scriviamo sperando di arrivare al cuore e alla mente di chi ci rappresenta in parlamento o al governo sono impotenti. Il presupposto secondo cui “quando le persone conoscono la verità agiscono di conseguenza” non vale più. La spietata macchina neoliberista e i padroni del mondo non hanno più bisogno della democrazia, dello stato di diritto o di qualsiasi altro abbellimento liberale, e così le tradizionali élite politiche, accademiche e culturali che abitano ai margini del vecchio sistema di potere non sono più necessarie. Siamo semplicemente stati sconfitti dal nuovo ordine mondiale, che ha non solo il potere di commettere genocidi, ma anche quello di creare algoritmi che ci rendono invisibili.

Dopo essersi abituata negli ultimi dieci anni all’ottimismo e alla retorica motivazionale che chiude sempre con una nota positiva sulla democrazia, l’élite politica e culturale tradizionale ha paura di parole come “sconfitta”, che la espongono alla realtà e la costringono a cambiare radicalmente posizione. Eppure, “riconoscere la sconfitta” per me suona come la parola “liberazione”: è l’opportunità di liberarsi finalmente dalla sfibrante messinscena che continuiamo a interpretare, come se contassimo ancora qualcosa, come se la democrazia che conoscevamo potesse essere rimessa in piedi.

La parola “sconfitta” è liberatoria e al tempo stesso umiliante. C’è un’umiltà politica e morale nella sconfitta e, soprattutto, ci richiama alla solidarietà con l’urgenza della sopravvivenza. Ma se non smettiamo di recitare continueremo a rimandare l’urgenza e a ignorare il bisogno vitale di alzare il livello del nostro gioco politico. È per questo che contribuiamo alla perdita radicale di azione politica, perché la nostra posizione non tiene conto della radicale trasformazione del potere, e non accettiamo il fatto che non facciamo più parte della corte. Chi sta ai piani alti del potere non va più per il sottile, mentre noi ci comportiamo come se le vecchie regole di ingaggio civili fossero ancora valide.

Contribuiamo alla perdita di azione politica quando non diciamo la verità così com’è: noi non contiamo nulla. E non abbiamo nulla su cui contare, né le istituzioni né le leggi né i rifugi politici convenzionali. Possiamo contare solo gli uni sulle altre, ed è da qui che dobbiamo partire.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito sul numero 1622 di Internazionale, a pagina 42.

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venerdì 13 maggio 2022

La guerra abbonda nella bocca degli stoltenberg

 articoli e video di Paolo Rumiz, Peppe Sini, Daniela Fassini, Danilo Tosarelli, Andrea Zhok, Giorgio Bianchi, Vincenzo Costa, Franco Cardini, Barbara Spinelli, Sandro Mezzadra, Marco Bascetta, Alberto Bradanini, Enrico Vigna, Mario Agostinelli, Fulvio Scaglione, Alan Woods, Francesco Masala, Gaetano Lamanna, Maurizio Acerbo, Lucia Capuzzi, Lucio Caracciolo, Manlio Dinucci, Matteo Saudino, Vittorio Rangeloni, Ugo Giannangeli, Alessandro Ghebreigziabiher, Franco Astengo, Yanis Varoufakis, Jeremy Corbyn ed Ece Temelkuran

 

Memorie del fantapassato – Francesco Masala

 

A volte un atteggiamento rigido è conseguenza di una paralisi – Stanislaw J. Lec

Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso – Mark Twain

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita! – Ernest Hemingway

 

Dice qualcuno che l’undici settembre del 2001 è stato il primo passaggio (gestito dal complesso militare-industriale e politico) di una serie di eventi che spiegherebbero i decenni successivi.

Quello strano atto di terrorismo a New York, spettacolo al massimo grado, era necessario per la nuova strategia per il Nuovo Secolo Americano, per avere una scusa per rubare il petrolio iracheno, apparentemente, in realtà per installarsi in Afghanistan, e far sentire ai nemici il fiato americano sul collo.

Poi in Afghanistan le cose non sono andate bene per l’Impero e i suoi cavalieri serventi, allora verso il 2010 si è passati al piano B, attaccare i nemici uno per uno, la Russia per primo, attraverso la testa di ponte dell’Ucraina.

Solo così si spiega una quasi guerra mondiale, per una delle 169 guerre locali al mondo, per dei confini sacri, finché durano.

Chiunque avrebbe ceduto, con sollievo, ai russi le due province del Donbass e la Crimea, regioni russofone, per evitare una guerra.

Invece, a sorpresa, di chi non lo sapeva, la Nato (e tutti gli affiliati) ha usato la strategia della fornitura di armi all’esercito ucraino (neonazisti compresi), come sempre si è fatto, questa volta in maniera palese e in non modiche quantità, fino all’ultimo ucraino; materialmente, ma non formalmente, la Nato è in guerra.

Iran, India, Cina, anche se non si può dire, fanno il tifo per la Russia, se soccombe i prossimi saranno loro, lo sanno.

In Polonia qualcuno aspetta di riavere la Galizia e Leopoli, a proposito dei sacri confini.

L’Europa, intanto, ha abbandonato  qualsiasi politica industriale (ad eccezione della produzione di armi), ed è diventata, nei decrescenti spazi liberi da basi militari, un immenso villaggio-vacanze, finché dura il turismo.