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sabato 26 aprile 2025

Trump non è un cialtrone da circo - Paolo Cacciari

È un terribile errore liquidare Trump come uno sbruffone psicopatico. Il suo lavoro – ahinoi! – lo sta portando avanti. Non per “fare grande l’America” – questo è quello che vuol far credere ai suoi fan – ma, a suo modo, per salvarla. The Trump sa di essersi impadronito di un impero fragile, “dai piedi d’argilla”, zavorrato da “40 mila miliardi di dollari di debito – poco meno di metà del Pil del mondo, presenti nei portafogli di privati, fondi, banche e banche centrali del pianeta” (vedi Federico Fubini sul Corriere della sera del 17 febbraio) e fa quello che pensa debba fare ogni nazione in un mondo iper competitivo regolato dalla logica ferrea del capitalismo: aumentare la capacità produttiva interna per migliorare la bilancia commerciale, tenere alto il valere della moneta per drenare investimenti dall’estero, colonizzare quanto più possibile altri territori per avere accesso a materie prime a basso costo e per garantirsi mercati di sbocco delle merci marchiate Usa, mantenere la supremazia militare (ma senza sprecarla in conflitti “non strategici” come quello ucraino), mantenere alto il morale del proprio popolo in vista dei salassi che gli saranno imposti (smantellamento del welfare, inflazione, tasse al consumo). Poco altro.

A farne le spese sono per prime le persone tenute ai margini del sistema: gli immigranti, quelli che sono dentro i confini fortificati dell’Impero e quelli che non hanno altra alternativa che sperare di entrarci. Per secondi sono le popolazioni delle periferie del Sud globale che cercano di resistere alla rapina delle proprie risorse e del proprio lavoro. Inoltre, – ed è questa la vera novità – ad essere colpiti sono i popoli dei paesi vassalli della costellazione degli stati dell’ex alleanza imperiale nordatlantica che non potranno più godere delle clausole di maggiore favore negli scambi commerciali e nella difesa militare. Infine, ogni essere vivente, umano e non umano pagherà le conseguenze della sfrenata corsa alla predazione della terra, degli oceani, delle foreste, dell’Artico, dello spazio.

Ovviamente, per avere le mani libere nella vera competizione globale che l’Impero si gioca con la Cina e gli altri paesi emergenti, The Tramp deve fare carta straccia di tutti gli accordi, i trattati, i patti di cooperazione internazionale e delle relative istituzioni e agenzie interstatali. L’Onu è il primo della lista. Altro che democratizzazione. Il multipolarismo assomiglia più ad una rissa da saloon che a una danza armoniosa.

Gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto tutto ciò che potevano ottenere dalla globalizzazione delle merci e della finanza, sono ora obbligati dalla “stagnazione secolare” dei tassi di profitto a cambiare strada, a rinserrare le fila e provare a ripartire da sé. Per questo hanno bisogno come il pane della retorica patriottica, dei bagni di folla negli stadi, della investitura divina, della reinvenzione della Nazione bianca e di un nuovo grande nemico esterno: la Cina, i Brics e il loro (per ora solo ipotizzato) mezzo di pagamento indipendente dal dollaro per gli scambi internazionali.

No, Trump non è un cialtrone da circo, segue un copione ben studiato, e il trumpismo non è una accolita di sciamani, imbottiti di fake news da canali social e predicatori/trici televisivi/e. Così come le destre-destre europee non sono un rigurgito romantico d’altri tempi. Hanno in testa un disegno di moderna restaurazione dell’”ordine naturale” delle cose: capofamiglia, capofabbrica, capobastone, capi di stato plebiscitati. Forse sono queste cose che accumunano Trump a Putin e, temo, anche a Xi Jinping.

La pericolosa sottovalutazione – da parte dei liberaldemocratici come dei socialdemocratici – dell’avvento delle destre in tutto il mondo dipende dalla rimozione delle ragioni che stanno alla base del loro consenso popolare. Le varie famiglie politiche progressiste e i loro maîtres à penser, ben insediati nelle accademie e nei mass media, sono alla deriva, frastornati e afoni, perché si rifiutano di ammettere la caduta verticale di credibilità e legittimità delle istituzioni rappresentative liberai da loro mitizzate, plasmate e malgovernate. È probabilmente vero: siamo a un passaggio di regime. La lunga golden age del compromesso keynesiano nell’ex Primo mondo è terminata. Siamo entrati nella stag-flation. Non aver preso sul serio e per tempo questa “crisi terminale” (per dirla con Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, 2024) del modello sociale liberaldemocratico ha inevitabilmente lasciato dietro di sé una marea montante di insoddisfazioni, risentimenti e odi verso le élite al potere. Dalla lenta decomposizione della “post democrazia” (C. Crunch, 2003) è sorto il nuovo mostro della “internazionale bianca” suprematista, nazionalista, patriarcale, neocolonialista, xenofoba, sessista, classista e tecno-modernista – tanto per gettare un po’ di polvere di stelle negli occhi!. Fino a che le socialdemocrazie e le liberaldemocrazie non faranno i conti con le ragioni del loro fallimento – in tutti i campi: socioeconomico, geopolitico e soprattutto ordinamentale – non riusciranno mai a capire e, quindi, a fronteggiare la nuova situazione. Sono crollate le promesse di benessere (ricordate la retorica del “non lasceremo indietro nessuno”?), di esportazione pacifica della democrazia in ogni dove (ma sotto l’ombrello della Nato), di rigenerazione green del pianeta (ma senza eliminare i sussidi ai fossili). Ma ciò che ha smesso di funzionare è stato proprio il sistema della rappresentanza e dei poteri con la consegna delle decisioni pubbliche ai gruppi di potere economici-finanziari transnazionali (le giant corporation americane) e, a cascata, ai faccendieri sotto casa. Il risultato è stato lo smantellamento del sistema delle imprese e dei patrimoni pubblici, la privatizzazione del welfare, politiche fiscali regressive, inattivismo ambientale. Soprattutto, svuotamento e squalificazione delle assemblee elettive, ridotte ad accrocchi di lobbisti.

Siamo giunti così al più paradossale e – questo sì, sorprendente – rovesciamento mentale, prima che politico e geopolitico, sulla questione della guerra in Ucraina. A fronte di una realistica valutazione dell’imperatore The Donald circa l’insostenibile costo della guerra, i vassalli europei, traditi nel loro orgoglio, non trovano di meglio che chiedere soldi ai propri sudditi (leggi: superamento del Patto di stabilità) per comprare più baionette e mandare alla morte ancora più soldati. Se questi sono gli eletti, i custodi dell’ordine democratico, povere liberaldemocrazie. Non si stupiscano poi se il “popolo sovrano” cerca altre vie per farsi rappresentare.

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sabato 15 marzo 2025

Guerre e pace - Paolo Cacciari

  

Ci sono due modi per pensare alla sicurezza tra i diversi popoli e paesi. Uno è la deterrenza armata secondo l’abusata locuzione latina: Si vis pacem, para bellum («se vuoi la pace, prepara la guerra»). L’altro, all’opposto, è la ricerca dell’appianamento preventivo dei motivi di conflittualità e la de-escalation militare. Il primo atteggiamento si basa sul presupposto che tra i popoli e i rispettivi stati vi sia una inimicizia ontologica insuperabile, culturale, o religiosa, o di mera volontà di potenza. L’altro approccio ritiene invece che sia possibile contemperare pacificamente ogni tipo di diversità nel riconoscimento delle rispettive ragioni, senza farsi del male.

Si tratta di due strategie politiche opposte che hanno segnato a tratti la storia dell’umanità portando ad esiti diversi. La prima è quella seguita dalle potenze imperiali e coloniali (non solo europee, ma prevalentemente europee). La seconda è quella emersa dalle macerie lasciate dal secondo conflitto mondiale con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), la nascita dell’Onu con la creazione della Corte internazionale di giustizia e molte agenzie specializzate (come l’Organizzazione mondiale della sanità, il Programma alimentare mondiale, l’Unesco, l’Unicef, ecc.). L’idea di un diritto internazionale condiviso e rispettato dagli stati ha portato ad importantissimi trattati, convenzioni e accordi, tra cui il Trattato di non proliferazione delle armi nucleare (TNP, firmato nel 1960) e vari accordi contro gli inquinamenti, per la salvaguardia dei mari, dell’atmosfera, della biodiversità. In Europa lo spirito di convivenza pacifica tra i “blocchi” occidentali e dell’Est portò agli accordi di Helsinki (1975) con la costituzione della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione tra tutti gli stati europei, gli Usa e l’Urss.

Tutta questa già fragile e incompleta impalcatura istituzionale sta da tempo traballando. L’Onu, inerte, umiliata e scavalcata dai veti incrociati delle grandi potenze nei momenti più acuti delle crisi internazionali (Palestina, Jugoslavia, Iraq, Libia e altrove) è oggi presa di mira esplicitamente dal nuovo corso della amministrazione degli Stati Uniti. Il nazionalismo suprematista e sciovinista di Trump sta inaspettatamente demolendo anche i legami storici esistenti tra gli stati del blocco atlantico. Il messaggio che viene da Washington è tanto brutale quanto coerente con l’ideologia iperliberista, competitiva e mercatista delle destre: ognuno pensi per sé, ognuno si faccia i business suoi, se ne è capace.

Tutto ciò ha, da un lato, il merito di far cadere i veli ipocriti con cui venivano coperte operazioni di potere gestite dalla Nato (“guerre umanitarie”, “missioni di pace”, rispetto dei principi democratici, ecc.), dall’altro però dà il via libera a un Risiko globale dove ciò che conta è solo la forza economica e militare che ogni stato, solo o alleato con altri, saprà mettere sul campo di battaglia. Prima commerciale, poi militare. Il risultato sarà tutt’altro che rappacificante. Altro che premio Nobel! Le relazioni internazionali tra gli stati si acuiranno, la spesa per armamenti ed eserciti crescerà ancora di più, dispotismo e militarismo prenderanno il sopravvento all’interno dei singoli paesi. In generale sta crescendo l’idea – anche nell’opinione pubblica – che non sia più possibile regolare pacificamente le relazioni tra i popoli e gli stati. Il pendolo della storia che oscilla tra pace e guerra sta di nuovo pericolosamente muovendosi dalla parte della guerra. Quasi fosse un destino inevitabile. Poco importa sapere contro chi va fatta, poiché qualunque “altro” può rappresentare una minaccia. La “cultura della difesa” è propinata dagli stati maggiori dell’esercito nelle scuole. Le università e i centri di ricerca pubblici lavorano senza distinzioni e senza vergogna per lo sviluppo delle tecnologie “duali” (leggi anche Maledetti i costruttori di morte). Come il nucleare. I principi del pacifismo vengono derisi, la non interferenza negli affari interni degli altri paesi svillaneggiata, la cooperazione internazionale abolita per decreto.

Come opporsi a questa deriva guerrafondaia? Come fare a risollevare le ragioni e le pratiche della pace vera?

Per riuscirci servirebbe domandarci – con pazienza e rigore – quali sono oggi i principali motivi di attrito tra gli stati (le “determinanti materiali dei conflitti militari”, per dirla con Emiliano Brancaccio, Le condizioni economiche per la pace, Mimesis, 2024) e, poi, quali sono i mezzi per risolverli senza far ricorso alle armi?

Questa è la faglia politica “contro-egemonica” che segna la distinzione tra la barbarie e la civiltà, tra il dispotismo e la democrazia, o, se volgiamo dare ancora un senso alle vecchie parole, tra la destra e la sinistra.

La prima causa di conflitto è sicuramente la competizione per l’uso delle risorse del pianeta, inteso sia come accesso alle materie prime, sia come distruzione delle condizioni di vita sulla Terra. L’enorme sete di energia e di materie naturali di un sistema industriale mondiale ipertrofico condanna intere regioni del Sud globale al ruolo di “zone di sacrificio”. Rapporti commerciali iniqui, ragioni di scambio capestro e la corruzione dei governi locali completano la endemica marginalità cui è condannata la gran parte delle popolazioni del pianeta. A questo aggiungiamo i cambiamenti climatici che rendono inabitabili le fasce costiere e le aree tropicali. Tutto ciò sta generando mostruose urbanizzazioni e migrazioni bibliche all’interno dei continenti africano, latino-americano e asiatico, ma anche – in piccola proporzione – verso i paesi del Nord globale. Nel breve arco di un ventennio saremo dieci miliardi: un miliardo abiterà nell’Occidente e tutti gli altri nel resto del mondo. Una questione che non potrà essere gestita dagli xeno-guerrieri che crescono nelle curve degli stadi e siedono nelle aule dei parlamenti.

La seconda causa capace di innescare conflitti tra gli stati è l’oppressione operata in misure diverse dai governi di molti Paesi ai danni delle minoranze interne (religiose, etniche, politiche) oltre che delle persone del genere femminile, ingabbiate in ordinamenti statali autoritari e mono-identitari (leggi anche Femminismi e nonviolenza). Movimenti che sollecitano il giusto sostegno internazionale alle lotte di liberazione e di indipendenza. Mandela in Sud Africa, le Giunte del buon governo in Chiapas, le comunità dei popoli indigeni andini e oggi, meravigliosamente, i curdi ci indicano la strada da seguire e il modello ideale di ordinamento democratico per rifondare dal basso una cooperazione internazionale multilaterale e multiculturale: il municipalismo confederale (Abdullah Öcalan, Gli eredi di Gilgamesh. Dai sumeri alla civiltà democratica, Edizioni Punto Rosso, 2011).

Non mi illudo certo che sia facile trovare soluzioni a problemi così vasti e complessi. Ma averne la consapevolezza è già un buon inizio e, soprattutto, è necessario entrare nell’ordine di idee che sia possibile dare risposte a ciascuna di queste questioni con mezzi pacifici, diplomatici, democratici, nonviolenti. Ci conforta sapere che comunque è vero il contrario: nessuna soluzione verrà da campagne militari, bombardamenti, fortificazioni delle frontiere, deportazioni e campi di concentramento.

Forse, in teoria, potrebbe nascere del bene dal crollo dell’alleanza imperiale occidentale a guida statunitense. La de-globalizzazione è una sfida anche per quelli di noi che hanno immaginato una riterritorializzazione (Alberto Magnaghi, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, 2020) dei sistemi di sostentamento e delle istituzioni di autogoverno delle comunità locali (leggi anche Riscoprire il territorio). Il ridimensionamento delle ambizioni e del raggio d’azione delle vecchie potenze coloniali potrebbe, forse, diminuire l’appetito dei “divoratori del mondo” (Malcom Ferdinand, Un’ecologia decoloniale. Pensare l’ecologia dal mondo caraibico, TAMU, 2024), l’abbandono di modalità d’azione predatorie da parte delle grandi imprese transnazionali, l’alleggerimento e il riequilibrio del carico antropico sui sistemi vitali terrestri. Insomma, un bagno di modestia, un’apertura alle ragioni degli altri, il rispetto e la condivisione e la presa in cura dei beni comuni naturali.

https://comune-info.net/guerra-e-pace/

venerdì 1 novembre 2024

Maledetti i costruttori di morte - Paolo Cacciari

 

Migliaia di persone condividono i propri saperi e il proprio tempo per immaginare, disegnare, costruire, commerciare e utilizzare nuove armi. Stanno nelle università, nei centri di ricerca, negli uffici di progettazione delle industrie, oltre che nelle accademie militari. Il peso della loro responsabilità assassina viene nascosto in tanti modi. Ogni tanto si ritrovano, in cenacoli come quelli di Aspen Institute e producono rapporti, con il contributo, ad esempio, della Leonardo Spa, della Marina Militare, di Intesa Sanpaolo e dell’Università degli Studi di Pavia

 

Costruiscono strumenti di morte sempre più sofisticati e letali. Progettano armi di sterminio capaci di colpire autonomamente e automaticamente senza un controllo umano diretto. Così non c’è più bisogno di uomini che si infanghino gli stivali, che premano il grilletto e che rischino di intaccare la propria psiche. Nulla in confronto alla affidabilità dei sistemi unmanned: droni di superficie, siluri sottomarini, missili ipersonici manovrabili a distanza da personale in camice bianco tramite reti cyber satellitari. Nulla di diverso – del resto – da ciò che avviene nelle fabbriche, nei magazzini robotizzati, negli uffici automatizzati; ogni mansione è calcolata, procedimentalizzata, mirata. Nessun pericolo di errore, nessuna responsabilità individuale. La lontananza e l’invisibilizzazione del comando creano una idea di astrazione della violenza inferta. Apparentemente, almeno. Perché invece il peso della responsabilità assassina è stato solo verticalizzato e accentrato in capo a coloro che hanno deliberatamente deciso di mettere la propria (umana) intelligenza e le proprie personali conoscenze a disposizione della progettazione dei nuovi “sistemi d’arma”. Macchine e programmi, dati e codici in funzione di prestabiliti obiettivi di distruzione. Questi signori sono tra noi: stanno nelle università, nei centri di ricerca, negli uffici di progettazione delle industrie, oltre che nelle accademie militari.

Ogni tanto si ritrovano, in cenacoli come quelli di Aspen Institute e producono rapporti, vedi l’ultimo (link) redatto con il contributo di Leonardo e la collaborazione della Marina Militare, di Intesa Sanpaolo e dell’Università degli Studi di Pavia. Un piccolo spaccato dell’élite del potere. Il rapporto redatto da un pull di esperti si presenta come linee guida per operatori economici e decisori politici al fine di incrementare la filiera produttiva delle armi e, prima ancora, sdoganarne l’impiego. È qui infatti che i generali vincono le guerre – prima ancora che vengano combattute – nel legittimare la produzione di armi.

Con piglio militare veniamo informati dal Rapporto che “Il dominio militare è stato storicamente caratterizzato dall’essere un terreno fertile per l’innovazione, poiché la capacità di innovare le operazioni militari costituisce uno dei vantaggi che le forze armate possono mettere a frutto per ottenere la superiorità e la vittoria”. Per chi non l’avesse già capito e sperimentato: “La storia militare è in effetti costellata da innovazioni che hanno spesso, e sempre più frequentemente con la crescita delle capacità tecnologiche, riguardato gli equipaggiamenti prima ancora che la strategia e la dottrina, la cui evoluzione è stata anzi spesso costruita proprio sulla disponibilità di nuovi sistemi di attacco o difesa o informazione”.

Da queste considerazioni d’ordine storico-generale ne derivano un caldo invito rivolto ai governi a spendere sempre di più in R&S per mantenere una strategia di deterrenza basata sull’asimmetria dei mezzi tecnici a disposizione, sul “surclassamento tecnologico” e sulla “superiorità informativa” nei confronti dei potenziali nemici (individuati nella Russia, nella Cina e in imprecisati “attori non statuali”). L’importante è che nuove tecnologie militari rimangano “non alla portata di qualsiasi attore si affacci all’orizzonte geostrategico”. Da qui l’invito affinché l’Europa (“Anche senza gli Stati Uniti”) metta in sicurezza i suoi assetti realizzando “nuove capacità [di] natura sia difensiva sia offensiva, poiché la deterrenza si costituisce con un’appropriata combinazione delle due”. A minacce potenziali interventi preventivi.

Impariamo dal Rapporto che oggi, oltre ai tradizionali “domini” sui campi di battaglia (terrestre, navale e dell’aviazione), la sfida tecnologica si gioca sulle armi ipersoniche, sulle armi a energia diretta (come il laser), sullo spazio digitale (cyberspazio). In tutti questi campi l’intelligenza artificiale agisce da dirompente “moltiplicatore di effetto”, per velocità e molteplicità di impiego, più “di quanto realizzabile con strumenti gestiti da un operatore umano”.

Ma ciò comporta una preoccupazione che gli esperti dell’Aspen, di Leonardo e della Marina definiscono di “natura etica e operativa”. I sistemi d’arma autonomi (AWS Autonomus Weapon System) infatti operano sulla base di una profilazione preventiva algoritmica che si aggiorna automaticamente e con programmi Machine Learning (autoapprendimento) capaci di identificare, scegliere e attaccare (Observe, Orient, Decide) un bersaglio senza il coinvolgimento umano. In pratica, algoritmi armati, macchine appositamente addestrate a fare cose originariamente non prevedibili. Gli obiettivi e le persone vengono colpite sulla base di pacchetti di informazioni dedotte dai sistemi di riconoscimento e di identificazione (sensori, foto, comportamenti, ecc.).

 

Sembra che da tempo in sede Onu si stia discutendo per stabilire delle “regole di ingaggio” condivise per l’uso di questi sistemi d’armi. Nello specifico si tratta di decidere quale debba essere il “livello appropriato di giudizio” che deve rimanere in capo ad un essere umano. Per gli “ottimisti tecnologici” tali sistemi dovrebbero essere considerati come un semplice valido supporto decisionale offerto agli agenti umani affinché possano colpire più rapidamente, profondamente ed efficacemente il nemico. I più dubbiosi ritengono che i margini di errore (“pregiudizi” incorporati nel software) contenuti nel design del sistema, nel suo addestramento e nell’operazionalità sono tali da non consentire il loro uso.

Per noi fa rabbrividire il solo porsi tali quesiti. Esiste una campagna per chiedere la proibizione di queste armi: stopkillerrobots.org. Se la produzione di qualsiasi tipo di arma da guerra è un insulto alla vita, quelle “tecnologicamente avanzate” funzionano incorporando l’intera società nella logica del conflitto. Nella guerra ibrida (che comprende attacchi cibernetici e cinetici usando bande di frequenza diverse per distruggere o disabilitare infrastrutture collettive ed equipaggiamenti personali) vi è una “commistione tra difesa civile e militare”, senza alcuna possibilità nemmeno teorica di separare i due ambiti. Ammonisce il citato Rapporto: “Un attacco cibernetico può ad esempio avere come obiettivo il sistema sociale per un’operazione di disinformazione, il sistema economico per un’operazione di frode informatica, il sistema industriale per un’operazione di ransomware, un intero sistema paese per un’operazione di blocco o danneggiamento di infrastrutture critiche”. Quindi “competenze e attribuzioni si sovrappongono e solo una fattiva collaborazione tra civile e militare può portare alla piena efficacia delle linee di difesa”. In tal modo tutte le strutture e le istituzioni sociali vengono chiamate a costruire un sistema intrecciato di monitoraggio, controllo e sorveglianza. In tempo di pace e in tempo di guerra, a difesa dei confini esterni e dell’ordine interno. Tecnologie militari e civili si sovrappongono in modo inestricabile. La “dualità” (applicazioni civili di ricerche militari e viceversa) si va unificando.

Si chiude così il cerchio della militarizzazione della società in nome della sicurezza e dello sviluppo tecnologico. E si capisce anche quale sia l’interesse di industrie come Leonardo ad entrare nelle università e i militari nelle scuole.

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lunedì 30 settembre 2024

La finanziarizzazione della natura - Paolo Cacciari

 

L’obbligo di sottoscrivere una polizza contro rischi naturali è da tempo una richiesta delle classi dirigenti globali. La natura, già ridotta a capitale nella contabilità di imprese e stati, diventa sempre di più merce di scambio intermediata dalla finanza. Intanto cresce il mercato “al dettaglio” per assicurarsi i clienti finali e quello “all’ingrosso”, tra le grandi compagnie di assicurazione, gran parte delle quali si divertono da tempo a giocare in borsa tra loro. Abbiamo bisogno di rilanciare una nuova stagione di finanza critica che reinventi i principi e le pratiche del mutualismo, per costruire relazioni solidali e pratiche cooperative fuori mercato in grado di affrontare le fragilità delle nostre vite. La cura e la manutenzione del territorio, scrive Paolo Cacciari, fanno parte di queste attività non lucrative.


 

Con la assicurazione obbligatoria dei rischi ambientali il cerchio della finanziarizzazione della natura si chiude. La natura, già ridotta a “capitale naturale” nella contabilità nazionale, ovvero stock di servizi ecosistemici da includere negli asset patrimoniali delle imprese, diventa a tutti gli effetti merce di scambio intermediata dalla finanza. La shock economy (già ben descritta da Naomi Klein al tempo dell’uragano Katrina a New Orleans) è un potente mezzo per drenare denaro dai “risparmiatori”, ricavare profitti e far crescere il Pil.

Perché preoccuparsi di prevenire i danni alle cose e alle case se poi, con gli indennizzi, le si possono riavere più belle di prima? È questa la logica che muove l’economia della crescita. Se manca l’acqua desalinizziamo quella del mare. Se è inquinata beviamo quella minerale. Se c’è troppa CO2 in atmosfera catturiamola e rimettiamola nel sottosuolo. Se manca il gas russo costruiamo centrali nucleari. Se non ci basta il sole che abbiamo sulla nostra testa andiamo a costruire centrali a concentrazione nel Sahara. Se il mare inonda le coste facciamo come Giacarta (Indonesia) costruiamo una nuova capitale più in alto (per la cronaca, si chiama Nusantara). Se ad andare sotto acqua è Venezia, val la pena costruire un Mose da sei miliardi di euro e centodieci milioni l’anno di manutenzione. E così via, nel nome dell’innovazione scientifica e del progresso.

Ma per “ricostruire” bisogna che il sistema accumuli prima le risorse finanziarie necessarie. È questo il compito assegnato alle compagnie di assicurazione. La cinica privatizzazione dei rischi è un fenomeno crescente che l’economista Luigino Bruni tempo fa definì «ipertrofia assicurativa, “assicurarizzazione” del mondo, e cioè il progressivo e veloce allargamento dell’area della vita sociale (sanità, scuola, welfare…) coperta da contratti assicurativi». Con il risultato di spaccare ancora di più la popolazione tra chi si può permettere assicurazioni “integrative” e chi no, e di mandare in frantumi quel poco che rimane della mutualità disinteressata comunitaria e pubblica (garantita dallo stato e da un sistema fiscale equo e proporzionale).

La assicurazione contro le “calamità naturali” è stata incoraggiata anche dall’Onu (vedi i Principles for Sustainable Insurance) e dall’Unione Europea nell’ambito delle strategie di “resilienza” e “adattamento” delle aziende e dei territori ai cambiamenti climatici. I nostri ministri sovranisti Musumeci e Giorgetti non si inventano nulla che non sia già stato richiesto dalle classi dirigenti globali.

Ma, fino ad ora, le raccomandazioni lanciate dai decisori politici in fuga dalle loro responsabilità non hanno avuto grande ascolto. Infatti, le compagnie di assicurazione sono state molto “prudenti” di fronte al crescere degli eventi estremi metereologici (alluvioni, frane, incendi, ecc.), nonché dei contenziosi che inevitabilmente si aprono sulle responsabilità umane nella gestione delle infrastrutture e nell’uso scellerato del territorio, che non hanno nulla a che fare con la “violenza” della natura. Da qui polizze alte e premi che non indennizzano determinati rischi. Ora la obbligatorietà per legge (come avviene per gli incidenti automobilistici) porterà sicuramente maggiore serenità e “coraggio” nei consigli di amministrazione delle compagnie di assicurazione. Esse, comunque, sono da tempo corse ai ripari ri-assicurandosi a loro volta. Si è così formato un doppio mercato: uno “al dettaglio” per i clienti finali, l’altro “all’ingrosso”, per le stesse compagnie di assicurazione (pensiamo a Axa, Allianz, Aviva, Legal & General, Generali). Inoltre, le grandi compagnie sono quotate in borsa e hanno imparato a “giocare” su sé stesse. Da tempo circolano titoli di risparmio detti “Catastrophe bond” (Cat bond, “obbligazioni catastrofe”, indice del settore lo Swiss Re Global Cat Bond). La Banca Mondiale ha insegnato come si fa ad usarli durante il Coronavirus finanziando in questo modo il progetto Pandemic Emergency Financing Facilithy. Nel casinò delle borse, con i titoli “derivati” (che sono forme sofisticate di assicurazioni) si guadagna anche sulle sciagure altrui. Si può scommettere (tanto al ribasso quanto al rialzo) sull’eventualità che si verifichino determinati eventi catastrofici (epidemie, uragani, terremoti, maremoti, crisi idriche, ecc.) in determinati luoghi. Se non accade nulla, chi ha comprato i bond partecipa all’extraprofitto realizzato dalle compagnie di assicurazione e riceve una cedola monetaria oltre al premio assicurativo – spiega il Sole 24Ore – se invece l’evento si verifica proverà la prossima volta (sempre che io abbia capito bene). Rosso o nero; rien ne va plus.

«Che fare allora? – si chiedeva Luigino Bruni, su Avvenire qualche anno fa – Vedo due strade, una interna e una esterna al mondo assicurativo. Le assicurazioni, non dobbiamo dimenticarlo, sono nate come strumenti a garanzia soprattutto dei più fragili e dei più vulnerabili: all’origine è stato così. Oggi c’è bisogno di rilanciare una nuova stagione di assicurazione etica, sulla scia del Nobel M. Yunus, che sta inventando assicurazioni per i poveri, con premi di pochi dollari. Le società assicurative sarebbero per natura imprese civili, cioè non a scopo di lucro, proprio perché i contratti che vendono hanno a che fare con un bene primario, proteggersi contro la vulnerabilità cattiva devastante, e renderla più sostenibile; un bene che è un diritto fondamentale di ogni persona, e non si dovrebbe speculare sui diritti fondamentali dell’uomo. Ciò non è fantascienza (come verrebbe da dire oggi pensando a chi ha in mano le grandi imprese assicurative), ma democrazia e libertà». La seconda strada – complementare – consiste nel non illudersi che possa esistere una vita a “rischio zero”. Le nostre fragilità e vulnerabilità vanno affrontate costruendo relazioni sociali solidali, pratiche mutuali, azioni cooperative “fuori mercato”. La cura e la manutenzione del territorio fanno parte di queste attività non lucrative.

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domenica 16 aprile 2023

Degrowth communism - Paolo Cacciari

 


La ripresa di interesse al pensiero ecomarxista – penso ad autori come John Bellamy Foster, Ian Angus, Paul Burket, Michael Löwy, Jason W. Moore, Andreas Malmo – con al vertice il caso dello straordinario successo dei libri di Kohei Saito, il giovane studioso giapponese che ha portato in luce una vena protoecologista del pensiero marxiano (Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, di Kohei Saito, Università di Tokyo), ci riporta alla vexata questio che ha tormentato le avanguardie politiche rosso-verdi fin dagli anni Settanta del Novecento: come riuscire a connettere i diversi aspetti della critica al capitalismo? Come fare in modo che il “rosso” e il “verde”, ma anche il “rosa” del femminismo, il “bianco” del pacifismo antimilitarista, antinucleare e nonviolento, il “nero” dell’antiautoritarismo libertario, la “linea del colore” contro cui si scontano le lotte di liberazione postcoloniali, l’“arcobaleno” delle lotte per i diritti civili e le libertà individuali… insomma, l’intero spettro delle resistenze alle pluriverse contraddizioni scatenate dal sistema capitalista possa connettersi e convergere in un movimento d’opinione, culturale e politico capace di impensierire il comune nemico?

Ognuno capisce da sé che le dolorose crisi finanziarie, economiche, sociali, demografiche, alimentari, migratorie, ambientali… sono concatenate e hanno un’origine comune. C’è una fonte avvelenata che origina ogni male; ci sono un insieme di relazioni (non solo produttive), c’è un ordine sociale (non solo economico) e un potere simbolico che sfibrano i tessuti della solidarietà sociale e minano la convivenza civile, che generano insopportabili discriminazioni e ingiustizie, che mettono a repentaglio le stesse basi biologiche della vita, che mortificano gli individui fino a metterne in discussioni l’esistenza, la “nuda vita”. La guerra è forse l’esito finale, l’apoteosi di una logica di violenza ubiquitaria e strutturale.

Non è questa la sede per dimostrare questa realtà. Ci basti qui ricordare la fallacia della teoria di base del liberalismo secondo la quale il commercio globale e il desiderio di benessere materiale dei popoli avrebbero pacificato i rapporti tra gli stati moderni. Non serve qui elencare le molte evidenze fattuali per dimostrare che vale esattamente il contrario. È proprio la competizione economica tra le imprese di capitale finalizzata alla massimizzazione dei profitti, all’accumulazione “primitiva” permanente, all’aumento della produttività e alla crescita a tassi compositi del valore delle merci sui mercati a creare uno stato permanete di prevaricazione, sfruttamento dei “fattori” di produzione, espropriazione, estrazione e dissipazione dei beni comuni naturali. Un sistema che cannibalizza – per dirla con Nancy Fraser (Il capitale cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Laterza, 2023) – i supporti stessi del suo funzionamento.

Come fermare la bestia biblica, il mostro leviatano?

Nel corso della storia a ogni fase di espansione della marcia trionfale del capitalismo (del processo di occidentalizzazione del pianeta) si sono affacciate varie forze di opposizione e resistenza. Innanzitutto le comunità autoctone, indigene e contadine che, difendendo il loro territorio, hanno tentato di impedire la predazione coloniale dei mezzi naturali di sussistenza. Poi le masse proletarie inurbate attraverso le varie formazioni del movimento operaio hanno tentato di contrastare l’estrazione diretta di plusvalore. Le donne, per parte loro, hanno da sempre denunciato il disconoscimento del “lavoro riproduttivo” e di cura, la divisione sessista dei ruoli sociali, il patriarcato come forma primaria di dominio. Inoltre, con l’evidenziazione della “frattura metabolica” (per usare il linguaggio marxiano) provocata dall’industrializzazione gli abitanti dei territori in tutti i luoghi del pianeta hanno manifestato la loro contrarietà alla deturpazione e alla mercificazione della natura. Aggiungiamoci i gruppi di pressione e i movimenti che sono mossi direttamente da motivazioni etiche, come gli animalisti antispecisti, i pacifisti nonviolenti, la cittadinanza attiva impegnata nel far valere i diritti civili individuali… e raggiungeremo a contare quel 99% della popolazione della Terra che viene costantemente depredato dal’1% dei super-ricchi.

Come è possibile che si verifichi una tale schiavitù di massa (più o meno) volontaria?

Sono due le principali abilità con cui il capitalismo supera le sue criticità: da una parte la capacità plastica di assorbire e trasformare le disfunzioni che genera in stimoli di cambiamento (innovazioni organizzative e tecnologiche) spostando sempre in avanti la frontiera delle condizioni di riproducibilità del sistema; dall’altra la capacità di rovesciare e distribuire i costi delle crisi sui diversi costrutti sociali (classi, nazioni, etnie, generazioni, generi…) in modo da mettere in contrasto gli uni agli altri. Non serve ricordare casi già noti come il ricatto costante esercitato dal sistema imprenditoriale sulle forze del lavoro poste di fronte all’alternativa tra accettare condizioni di lavoro insalubri e la perdita del reddito. “Lavoro contro salute è una partita impossibile da giocare, perché i giocatori appartengono a entrambe le squadre – Ha scritto Stefania Barca (Ecologia operaia, in Trame, Tamu, nov. 2021, p.78) – L’unico modo di vincere è non giocare”. Scrivevano, tanti anni fa, i pionieri dell’ecologismo operaio del collettivo di medicina democratica di Castellanza: “La minaccia del posto di lavoro spinge gli operai a una oggettiva alleanza con il padrone. […] L’operaio come figura sociale entra in conflitto con sé stesso: la sua lotta contro l’inquinamento prodotto dalle aziende entra in contraddizione con le sue possibilità di occupazione” (Edoardo Bai, Una nuova ecologia, Cooperativa Smemoranda, Milano, 1983).

Analoghe situazioni conflittuali si trovano abitualmente nelle comunità urbane schiacciate tra una condizione abitativa che obbliga gli abitanti a consumi energetici assurdi (mobilità privata, raffrescamento, servizi tecnologici sempre più raffinati) e l’avvelenamento dell’aria, la scarsità idrica, la perdita degli spazi comuni e della biodiversità.

La progressiva dipendenza delle singole vite umane dalla disponibilità economica individuale porta le persone a introiettare fino ad accettare condizioni e stili di vita autodistruttivi oltre che alienanti. L’ordine economico capitalista non ha solo diviso le popolazioni a seconda delle funzioni loro assegnate nella catena di produzione del valore economico, ma è penetrato fin dentro i singoli individui riuscendo a suddividere il loro quadrante biologico in comparti separati: lavoro, consumo, spostamenti, cura, svago. A ogni dimensione del vivere vengono assegnati tempi, dosi di risorse psicofisiche da impegnare, modelli comportamentali, rituali. Il tutto mediato indissolubilmente dal denaro a disposizione, o meglio, dall’accesso al credito, dai limiti di solvibilità del ricorso al debito. Ordini sociali e sistemi di vita non capitalisti non sono tollerati, ovvero, costituiscono il campo su cui le imprese – come tanks in battaglia – penetrano, distruggono, conquistano, investono, colonizzano; in competizione tra loro. L’economia di mercato mutua i propri modelli di azioni da quelli della guerra. “La competizione – ha affermato qualche tempo fa una commissaria europea per la ricerca, Máire Geoghegan-Quinn (citata da Alice Benessa e Silvio Funtowics in L’innovazione tra utopia e storia, Codice edizioni, 2013) – è la nuova legge di gravità dell’economia, che nessuno può sfidare”.

Per coloro che desiderano tentare una fuoriuscita politica dal presente ordine sociale si pone quindi la necessità di ricondurre a unità le identità sociali frammentate, di superare le separazioni, di unificare le opposizioni, le lotte, le proposte alternative. Per riuscirci servono una teoria critica generale capace di cogliere la centralità del sistema che domina le relazioni sociali esistenti e un progetto di emancipazione che vada bene per tutte le popolazioni variamente soggiogate dal sistema; una visione e un progetto di società alternativa, plausibile, desiderabile oltre che necessaria, capace di mobilitare i soggetti della trasformazione.

Come noto, i molti tentativi fin qui prodotti non hanno dato buon esito. Perché? Quali sono stati i loro limiti? Ogni movimento antagonista ha creduto di aver trovato il bandolo giusto della matassa. Cosicché ognuno ha tirato il suo rendendo la matassa ancora più intricata. Le organizzazioni politiche del movimento operaio hanno pensato che il motore del processo di trasformazione fosse il proletariato industriale, liberato il quale tutti ne avrebbe tratto beneficio. Scrisse Giuseppe Prestipino a proposito delle pretese universalistiche della teoria marxista ortodossa: “I vecchi marxisti ripetevano che la classe operaia, in quanto ‘classe generale’, avrebbe avuto il compito di abolire tutte le classi e che, liberando se stessa, avrebbe liberato tutta l’umanità da ogni forma di servaggio” (in Accadde domani, Centro per la filosofia italiana, Aracne 2005).

I partiti verdi, dal canto loro, hanno ritenuto che la preservazione dell’ambiente naturale avrebbe dovuto interessare e mobilitare l’intera umanità. I movimenti femministi, come quelli anticoloniali e antirazzisti, hanno creduto che senza l’abbattimento delle discriminazioni di genere, razza, religione nessuna persona si sarebbe mai potuta sentire davvero libera.

Soffermiamoci sulle ragioni dei “rossi” e dei “verdi”.

C’è uno scritto illuminante di Alex Langer del 1985 (Il verde non passa per la cruna dell’ago rosso, pubblicato su “il manifesto” del 26/01/85) che spiega molto chiaramente la situazione. Come noto, Langer rifiutava di schiacciare il neopartito verde sul lato della sinistra parlamentare, non solo o tanto per ragioni tattiche di opportunità elettorale e nemmeno per la differenza di contenuti, alle volte davvero grande (pensiamo al nucleare), ma su questioni più di fondo. Scrive il fondatore dei Verdi italiani: “Bisognerà interrogarsi anche sull’utilità pratica di certe classificazioni, e trarne le conseguenze. […] Ci sono oggi più cose tra cielo e terra di quante non se ne riescono ad afferrare con categorie politiche che già in passato faticavano a rendere l’idea e oggi sono manifestazioni in crisi”. Langer rinfaccia alle sinistre di aver perduto una dimensione utopica ed etica e di occuparsi solo di “giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale” rinunciando alla “critica di fondo alla civiltà dominante”. Per contro Langer paragonava la battaglia dei verdi per la “sopravvivenza della specie” a quella dei cristiani delle origini che scelsero il Nuovo Testamento e rifiutano i profeti e le leggi di Israele. I verdi quindi non si consideravano una “terza posizione” tra le destre e le sinistre, ma una cosa altra, un’altra categoria politica alla ricerca di un “proprio progetto complessivo” che Langer delinea attorno ad alcune missioni di base: dare risposte a “una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell’iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell’’ente pubblico’; una ricerca di comunità non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra…”. Da qui l’inevitabile profetico pessimismo: “A ben guardare e per tutto un periodo non breve l’approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai più marcate tra ‘verde’ e ‘rosso’ di quanto oggi non si pensi, e i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla ‘fuoriuscita dall’industrialismo’, sul sindacato e più in generale sulla concezione del ‘progresso’ che si preannunciano saranno assai dolorosi”.

A Langer, quindi, (ma anche a Ernesto Balducci e alla corrente cattolica che militava nel Pci, Franco Rodano, Claudio Napoleoni, Raniero La Valle) non bastavano né le risposte apparentemente inoppugnabili, neutrali che venivano dall’“ambientalismo scientifico”, né quelle dell’ecomarxismo di James O’Connor (teorico della “seconda contraddizione” tra capitale e natura)e dell’”ecologismo sociale” di Barry Commoner, Richard Levins e altri. Le prime finivano nell’affidare le sorti del pianeta alla tecnoscienza, le seconde all’automatico rovesciamento dei rapporti di potere tra le classi sociali.

Era quindi chiaro fin dall’inizio della storia del pensiero politico ecologista che la convergenza tra verdi e rossi, tra l’ecologia pura (conservazionista, profonda) e l’ecologia sociale (operaia), non si sarebbe potuta realizzare per giustapposizione aritmetica, ma attraverso un processo alchemico, fusionale che avrebbe dovuto modificare la natura stessa delle parti coinvolte e dei loro punti di vista.

Il pensiero ecologico stesso (sistemico, complesso, relazionale) è un modo di pensare il mondo e di pensare sé stessi in rapporto a ogni altro ente. È una “scienza sovversiva”, diceva Giorgio Nebbia, poiché riunisce le conoscenze fisiche, geologiche, biologiche, climatiche… e le pone in relazione con le scienze che studiano i comportamenti umani. L’ecologia non è una branca della biologia è piuttosto una “superscienza”, una “filosofia globale”, poiché “nella grande concatenazione di causa ed effetto nessuna materia, nessuna attività può essere considerata isolatamente” (Ludwig Trepl, in Profeti verdi, a cura di Gianfranco Bettin, 2022). Se presa sul serio, l’ecologia rimette in discussione alla base i miti fondativi della civiltà occidentale, la separazione tra essere umano e natura, la cosificazione della natura e così via. “In questo universo tutto ha a che fare con tutto, formando una incommensurabile rete di relazioni” (Leonardo Boff, La terra è nelle nostre mani, edizioni Terra Santa, 2017).

L’ecologismo, quindi non è solo anticapitalista, anche se per andare oltre dovrà necessariamente abbatterlo.

Un primo tentativo di connessione tra le istanze ecologiste e sociali venne dalla proposta ecosocialista (vedi, di Antunes, Jaquin, Kemp, Krieger, Stengers, Telkamper, Wolf, Ecosocilaismo, Per un’alternativa verde in Europa, pubblicato in Metafora verde, n.1 1990) che si ispirava alle posizioni di Barry Commoner, Gorz e che in Italia prese la via dei Verdi Arcobaleno, dove confluivano spezzoni della “nuova sinistra”.

L’ecosocialismo, il bio-umanesimo, il “comunismo di base” di Luis Munford (Tercnica e potere), il “comunismo dei beni fondamentali” di Giorgio Nebbia, l’“ecologia rivoluzionaria” e ora il “comunismo decrescente” di Saito indicano sentieri di riconciliazione della società umana con la natura che implicano una rivoluzione antropologica. Una rivoluzione del sentire comune, nel senso di coscienza di specie che si recepisce come parte integrante della rete della vita, non soggetti esterni superiori. E ciò può avvenire solo riscoprendo un rapporto empatico, emozionante (non solo razionale e utilitaristico) con la natura, a partire dal proprio corpo. Nulla di new age. Nessuna fuga nell’intimismo individuale o nel metafisico. Al contrario, un processo di liberazione – non solo dell’immaginario – dalle costrizioni materiali che compromettono le possibilità di una vita piena e sana, ricca e soddisfacente. Timothée Parrique, commentando i lavori di Saito ha confermato che non potrà esserci mai un ridimensionamento pianificato democraticamente delle produzioni e dei consumi (al fine di alleggerire le pressioni ambientali) senza fare uno “sforzo di condivisione delle ricchezze e del benessere”. Il “regno della libertà” auspicato dal comunismo è quindi un mondo liberato dall’ossessione della crescita, della produttività, del denaro. Un “socialismo senza crescita”, un “comunismo decrescente”.


Testo, rivisto dall’autore, dell’intervento al seminario Decrescita: una via ecosociale al cambiamento, promosso a Brescia dalla Fondazione Micheletti il 31 marzo 2023.

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mercoledì 9 novembre 2022

Ciò che nutre il potere - Paolo Cacciari

 

La guerra ha derubricato ogni altra questione. Ed è un vero peccato, perché la stessa soluzione alla guerra sta nell’altro, in ciò che è a monte del crepitare delle armi. Nell’energia, innanzitutto. Il potere, le gerarchie geopolitiche sono da sempre sedute sull’energia a basso costo. Quella fornita dagli schiavi nelle e dalle colonie, quella estratta dalle miniere di carbone, prima, e dai pozzi di petrolio, poi. Ora, la “linfa vitale del capitalismo” (scrive dall’Egitto Omar Robert Hamilton, in: Africa is a Country) è il gas naturale che la Federazione russa fornisce a mezzo mondo.

Il Nord globale, i paesi ricchi capitanati dagli Stati Uniti hanno due modi per ottenere dal Sud del mondo gli approvvigionamenti che gli sono necessari (non solo energia, ma materie prime in genere): sfiancare con conflitti armati i paesi produttori mantenendoli in una condizione di perenne instabilità e subalternità, o tentare un inedito accordo epocale per la decarbonizzazione del pianeta. Pace e transizione ecologica sono due facce della stessa medaglia. Irrisolvibili separatamente. Ecco perché l’ennesima (29) Conferenza sul clima che inizierà il 7 novembre a Sharm el-Sheikh non servirà a nulla. Specularmente, non ci sarà mai pace nel mondo se l’energia non uscirà dalla guerra attraverso un patto di giusta condivisione a beneficio di tutti gli abitanti della Terra – presenti e futuri. La transizione ecologica, per poter funzionare, deve comportare una ridislocazione dei poteri sull’utilizzo delle comuni risorse naturali. Ciò richiede la tessitura di equilibrate relazioni multipolari paritarie. O l’Onu ha la forza di trasformare la prossima Conferenza sul clima in una sorta di conferenza mondiale per la pace o sarà il solito inganno: un po’ di green-washing aziendale e un po’ di corrompimento dei governi.

Uscire dai combustibili fossili, far tornare a respirare la Terra, implica una riconversione radicale degli apparati tecnologici installati sulla superficie del pianeta (impianti industriali, infrastrutture, agricoltura e zootecnia, mezzi di trasporto, edifici…). Un’impresa che per riuscire ha bisogno di una mobilitazione generale delle risorse scientifiche ed economiche, ma anche della disponibilità delle popolazioni a modificare comportamenti e stili di vita. Ad incominciare da chi genera gli impatti ambientali più gravi, cioè noi che viviamo in questa parte del mondo. Ridurre drasticamente la domanda di energia e di materia impiegati nei cicli di consumo è un atto di pacificazione nei confronti della Terra e, con essa, anche della vita dei nostri simili più esposti alle pressioni del sistema produttivo. Sono centinaia di milioni le persone colpite dai disastri ambientali e decine di milioni i profughi e i rifugiati climatici. Una maggiore attenzione verso tutto ciò che usiamo è quindi un atto di attenzione e di rispetto verso chi produce le cose che poi noi consumiamo. Un atteggiamento esattamente opposto e contrario all’idea di “sovranità” delle destre nazionaliste. Nell’energia, come in quasi tutte le materie prime che utilizziamo non siamo affatto sovrani, ma debitori dal lavoro e dal patrimonio di altri nostri simili. La proposta ecopacifista è mettere in comune ciò che abbiamo, disarmando i confini degli stati-nazione e scardinando i diritti proprietari esclusivi.

Una nota a margine. Cosa andrà a fare il governo italiano a Sharm el-Sheikh? Due parole la nuova presidente del Consiglio non ha pronunciato: pace e clima. Incredibile, ma vero.

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lunedì 17 gennaio 2022

Non in mio nome - Paolo Cacciari


Non in mio nome. Per piacere, da vaccinato, vi chiedo di non giustificare politiche sanitarie dispotiche e repressive usando l’argomento della tutela della mia salute. La metafora fuorviante della “guerra al virus” sta dando i suoi frutti avvelenati. Non sono i renitenti, i disertori, gli obiettori di coscienza e nemmeno gli “imboscati” che pregiudicano la “causa comune” complottando con il “nemico”. Piuttosto sono i generali dello stato maggiore che preferiscono indirizzare l’attenzione verso facili obiettivi di comodo piuttosto che affrontare le cause profonde della disfatta socio-sanitaria-ecologica in atto. Le pandemie da zoonosi, che diventeranno sempre più endemiche (a causa della evoluzione dei virus per adattarsi alle specie ospitanti, spillover), sono la inevitabile reazione (feedback) delle forze della natura alla vera guerra che la megamacchina termo-industriale ha lanciato alla Terra distruggendo habitat naturali, rompendo equilibri vitali millenari, liberando virus e batteri dalle loro nicchie ecologiche. È esattamente lo stesso meccanismo dell’anidride carbonica che modifica la composizione chimica dell’atmosfera, delle molecole di sintesi non biodegradabili che avvelenano gli oceani ed entrano nelle catene trofiche, di tutte le altre forme di inquinamento (chimico, radioattivo, elettromagnetico …) che stanno producendo la “sesta estinzione di massa” delle forme di vita animale e vegetale sulla Terra. Un vero biocidio. Domando agli scienziati della vita, biologi e virologi compresi: che strategie consigliate ai vostri governanti per riuscire a tenere separati i microrganismi patogeni da quelli che sostengono la vita (compresa la nostra) da tre miliardi di anni prima della comparsa della nostra specie?

Mi si obietterà che non c’è tempo per pensieri lunghi, per imbastire cambiamenti profondi e duraturi. Siamo in presenza – si dice – di una urgenza che impone azioni reattive emergenziali. Il “subdolo nemico” – che però i virologi conoscevano da anni – ci ha presi alla sprovvista. Dobbiamo difenderci. Poi (speriamo) si penserà alla prevenzione primaria e ai piani pandemici. I vaccini servono se non altro a mitigare l’impatto più letale di questo virus. Un rapido calcolo matematico dei rischi sanitari (effetti avversi oggi conosciuti) in rapporto ai risultati statistici attesi, ed economico, costi dei vaccini in confronto ad altre strategie possibili di contenimento della circolazione del virus (lockdown estesi, maggiori cure domiciliari personalizzate, miglioramento delle difese immunitarie individuali, ecc.), conferma che la strada giusta è quella della vaccinazione di massa permanente. Questo chiede l’“etica della responsabilità” che – da Creonte fino a Machiavelli e Max Weber – deve guidare principi, re e capi di governo. Gli interessi della maggioranza devono prevalere sulle convinzioni personali dei singoli individui, quali che siano. Principio condivisibile quando le azioni dei singoli dovessero mettere in pericolo le libertà fondamentali di tutti/e. Ma siamo davvero in questa situazione? E, se anche i “non vaccinati” fossero mediamente più contagiosi dei vaccinati e se le loro affezioni pesassero sulle strutture sanitarie in modo da pregiudicarne il funzionamento, la loro repressione e punizione (economica, amministrativa, giudiziaria …) sarebbe davvero la soluzione più efficace? Alla base della obbiezione ai vaccini vi sono molteplici e molto diverse motivazioni. Se davvero si crede che sia necessario superarle, allora bisognerebbe ascoltarle, prenderle in considerazione sul serio e tentare di argomentare delle risposte di merito, diversificate. Non basta appellarsi alla scienza, quando la scienza è costellata da “scienziati in affitto” che per decenni l’hanno screditata negando gli effetti cancerogeni del tabacco, la tossicità dei pesticidi, l’effetto serra dei gas climalteranti, le controindicazioni di molti farmaci prodotti dalle stesse Big Pharma che oggi si presentano come salvatrici del mondo. Se davvero i governi volessero superare queste diffidenze e questi retropensieri basterebbe fare come fece Albert Bruce Sabin, inventore del vaccino antipolio: rinunciare al brevetto, rendere di pubblico dominio le ricerche e l’accesso universale ai ritrovati della scienza, evitare monopoli e facili guadagni privati sulla salute di tutti/e. Scommetto che se ci fosse un vaccino pubblico le ritrosie sarebbero molto minori. Non basta nemmeno affidarsi ad un’idea astratta di diritto, quando le corti dei tribunali non sanno trovare i colpevoli delle stragi sul lavoro, ambientali, politiche. L’autorevolezza delle autorità costituite (scusate il bisticcio) non è divisibile. Quel 50 per cento della popolazione che non va più a votare dovrebbe pur dire qualche cosa.

Ma poi ci sono obbiezioni di principio, che vanno oltre le paure sugli effetti indesiderati sulla propria salute e che sono – io ritengo – insuperabili. Forse il Governo dei migliori non lo sa, ma c’è chi, per convinzioni etiche e/o religiose, non usa abitualmente sul proprio corpo ritrovati di sintesi o di derivazione (e sperimentazione) animale. Il pensiero e i comportamenti antispecisti e vegani – da Pitagora a Gandhi, da Spinoza a Tolstoj, da Leonardo da Vinci a Einstein – hanno qualche millennio di tradizione e non credo che un DPCM di Draghi possa fare cambiare idea ai loro seguaci. Gli arrestiamo tutti e gli sottoponiamo a “rieducazione” tramite alimentazione forzata a base di lardo e mortadella? Minoranze, si dirà. Per l’appunto. E il rispetto della loro scelta esistenziale (qualsiasi sia la loro motivazione) che distingue una democrazia piena (convivenza paritaria tra tante minoranze) da tutte le altre forme di governi dispotici e autoritari.

https://comune-info.net/non-in-mio-nome/

sabato 1 gennaio 2022

fermare la crescita

 

Cinquant’anni buttati - Paolo Cacciari


Quest’anno saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del Rapporto The Limits to Growth elaborato da un gruppo di ricercatori del Massachussets Institute of Technology guidato da Donella e Dennis Meadows, commissionato dal Club di Roma (un “circolo di discussione” o, come diremmo ora, un think tank, finanziato da imprese e istituzioni pubbliche, guidato da Aurelio Peccei, un illuminato economista e amministratore delegato della Olivetti, formato da scienziati, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti funzionari internazionalii), pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo I limiti dello sviluppo. Il Rapporto conteneva una grande quantità di dati e grafici elaborati con avanzati programmi informatici per spiegare una cosa in realtà molto semplice – “abbastanza scontata”, come ebbe a dire in seguito Giorgio Nebbia in un libro intervista a Valter Giuliano (Non superare la soglia, edizioni Gruppo Abele, 2016) -: una crescita esponenziale della popolazione e dell’uso industriale delle risorse naturali avrebbe finito per compromettere gli equilibri ambientali e mettere in pericolo lo stesso sviluppo economico. Dimenticarsi della base materiale su cui poggia la tecnostruttura sociale conduce inevitabilmente ad una catastrofe ecologica.

L’allarme non era certo nuovo. Per rimanere nel secondo dopoguerra, già altri l’avevano lanciato ad incominciare dalla biologa Rachel Carson (con il suo meraviglioso racconto di un mondo avvelenato dai pesticidi e privato del canto degli uccelli; Primavera silenziosa, del 1962), dall’economista Kenneth Boulding (che fece sua l’efficace metafora del pianeta Terra come una navicella spaziale; The Economics of the Coming Spaceship Earth, del 1966), da Robert Kennedy (il suo celebre discorso di critica alla divinizzazione del Pil, “che misura tutto ad eccezione di ciò che davvero conta”, è del marzo del 1968), dal biologo Barry Commoner (il suo The Closing Circle: Nature, Man, and Technology  è del 1971, tradotto e commentato da Virginio Bettini per Garzanti), da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia (il suo The Entropy Law and the Economic Process, è del 1971), dalle stesse Nazioni Unite che, sulla spinta di grandi movimenti di contestazione ecologica e a difesa dell’ambiente negli Stati Uniti, istituirono la giornata mondiale della Terra il 22 aprile (equinozio di primavera) nel 1970. Nel discorso alla Nazione dello stesso anno il presidente degli US, Richard Nixon, affermava: “La grande domanda degli anni Settanta è: ci arrenderemo a ciò che ci circonda, o faremo pace con la natura e cominceremo a riparare i danni che abbiamo arrecato alla nostra aria, alla nostra terra e alla nostra acqua? Riportare la natura al suo stato naturale è una causa comune a tutto il popolo di questo Pese” (citazione in P.P. Poggio e M. Ruzzenenti, “Primavera ecologica” mon amur, Jaca Book, 2020).

Anche nel nostro “piccolo”, nei primi anni Settanta la nozione di ecologia si era affermata per merito di grandi personalità come Giorgio Nebbia e Laura Conti e associazioni come Wwf, Pro Natura, Italia Nostra. Nel 1970 la Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche promosse alla Fiera di Milano il convegno “L’uomo e l’ambiente” e l’anno dopo l’Istituto Gramsci organizzò alla scuola di partito del Pci, alle Frattocchie, il convegno “Uomo, natura, società” (novembre 1971). La stessa Chiesa conciliare si era spesa sulle questioni ambientali. In una lettera pubblica del 1971 papa Montini, Paolo VI, così si esprimeva: “Un’altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica quanto inattesa dell’attività umana. L’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile” (Citazione tratta da G. Nebbia in Non superare la soglia).

Tutti i temi dell’intreccio ambiente/economia, natura/cultura, tecnoscienza/umanesimo, benessere psicofisico/crescita industriale erano già squadernati sul banco di studio della politica

Il 1972 segna il punto più alto dell’emergere della nuova cultura ecologista e della comprensione della questione ambientale con il primo grande summit delle Nazioni unite a Stoccolma, il 6 giugno, dal titolo: Unite Conference on Human Environment. Tutti i protagonisti della politica erano alla ricerca di un “eco-sviluppo” che riducesse le logiche dell’economia all’interno delle leggi naturali ecosistemiche che regolano i grandi cicli biologici della vita sul pianeta. Un passo che sembrava essere non solo desiderabile, ma anche alla portata delle possibilità tecno-scientifiche e delle ambizioni (come si direbbe oggi) dell’azione umana civilizzatrice. Tanto da far ritenere al filosofo e sociologo Edgar Morin, maestro del pensiero complesso, che l’umanità entrava nel “primo anno di una nuova era” grazie alla nascita di una “ecologia generalizzata, scienza delle interdipendenze, delle interazioni, delle interferenze tra sistemi eterogenei, scienza al di là delle discipline isolate, scienza realmente transdisciplinare” (E. Morin, L’anno I dell’era Ecologica, in Le Nouvel Observateur, 1972. Armando Editore, 2007). Oggi, con le parole di Bergoglio nella Ludato si’, useremo l’espressione: “ecologia integrale”. Morin non sarà il solo a confidare su un ravvedimento generalizzato e su una svolta radicale del “modello di sviluppo” post miracolo economico e post Trenta Gloriosi anni della ricostruzione. Giorgio Nebbia, padre dell’ambientalismo italiano amava ricordare quegli anni come l’“alba dell’ecologia” o la “primavera ecologica” (Vedi, di Giorgio Nebbia, Fatti, idee e movimenti dell’ambientalismo italiano negli ultimi vent’anni, in N.Greco, Il difficile governo dell’ambiente, Edistudio, Roma 1988).

Il 1973 è un anno davvero magico per la fondazione del pensiero ecologico. Arrivano in Italia, di Gregory Bateson, antropologo e psicologo britannico, Verso un’ecologia della mente; di Konrad Lorenz, zoologo ed etologo austriaco, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà; di Barry Commoner, ecologo statunitense, Il cerchio da chiudere; di Friedrich Schumacher, filosofo ed economista tedesco, Piccolo è bello; di Ivan Illich, filosofo, pedagogista austriaco, La convivialità: di Herman Daly, economista ecologico statunitense, Toward a Steady-State Economy, di Arne Naess, fondatore della Deep ecology e critico dell’utilitarismo antropocentrico, The Shallow and the Deep, Long-Range Ecology Movements. In questo stesso anno viene firmato a Nyach, nello stato di New York, il Manifesto per una economia umana, con N. Georgescu-Roegen, K. Boulding, H. Daly e molti altri. Qualche anno dopo, nel 1979, James Lovelock formulava la sua ipotesi di Gaia pianeta vivente nel 1979 e Carolyn Merchant, nel 1980, scriveva La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica, un testo di riferimento per l’ecofemminismo che fa discendere la critica al capitalismo da quella al patriarcato e all’androcentrismo. Da noi Giulio Maccacaro e Luigi Marra fondano Medicina democratica (1976), Enrico Berlinguer fa il discorso sull’“austerità” al teatro Eliseo nel 1977.

Da allora abbiamo rimasticato le stesse questioni in una interminabile sequenza di conferenze internazionali, protocolli, patti e accordi intergovernativi senza riuscire a spostare di una virgola l’incremento, anno dopo anno, di gas tossici e climalteranti emessi in atmosfera, di sostanze di sintesi non biodegradabili rilasciate nel suolo, nelle falde e nei mari, di materiali grezzi estratti da miniere, cave e pozzi, di foreste primarie distrutte, di chilometri quadrati di suolo impermeabilizzati, di specie animali e vegetali estinte, di epidemie da zonoosi a seguito della distruzione di habitat naturali. Il surriscaldamento globale è solo uno dei sintomi del collasso ecologico. Gli altri sono: la diminuzione dell’acqua potabile disponibile, la perdita di fertilità dei suoli, le polveri sottili in atmosfera, l’inquinamento chimico (vedi i 9 Planetary boundaries individuati da Johan Rockström,). Aggiungiamoci gli inquinamenti radioattivi, elettromagnetici, acustici, luminosi e, forse, la stessa diminuzione della capacità della fotosintesi clorofilliana della biomassa vegetale.

Il professore di fisica sperimentale dell’università di Ca’ Foscari e sostenitore di Extinction Rebellion, Francesco Gonella, ha elaborato una imbarazzante correlazione tra la curva della crescita del biossido di carbonio e le Conferenze delle Parti intergovernative dell’Onu sulla lotta ai cambiamenti climatici.


Com’è potuta accadere una rimozione così profonda e prolungata delle rilevanze scientifiche, oltre che sociali e morali del pensiero ecologista? Rispondere con sincerità a questa domanda è un passaggio indispensabile da compiere per chiunque desideri cercare una via di uscita alla degradazione della vita sulla Terra. Naomi Klein ha parlato di “dissonanza cognitiva”. Secondo il suo teorico, Leon Festinger, psicologo e sociologo statunitense, si deve intendere una dissociazione mentale tra la realtà e il proprio comportamento. Conosciamo razionalmente le conseguenze delle nostre azioni, ma non ne teniamo conto. Mentiamo a noi stessi pur di non mettere in discussione convinzioni secolari, abitudini e ciò che ci sembrano comodità. Più semplicemente, forse, la logica di funzionamento del sistema socioeconomico capitalista in cui siamo immersi mette in contrapposizione accesso al reddito e qualità dell’ambiente naturale; “la fine del mese e la fine del mondo” (per riprendere uno slogan polemico dei gilet gialli contro le tasse sui carburanti); “fame o fumo” (per ricordare già negli anni ’70 gli operai del Petrolchimico di Porto Marghera che accettavano condizioni di lavoro mortifere). Con il turbo-capitalismo neoliberista il ”rischio” personale è divento un valore enfatizzato e premiato dalla società individualizzata, come annotava Ulrich Beck, in La società del rischio. Verso una seconda modernità. Più semplicemente la nostra è la società dello “speriamo che me la cavo”. Ce ne freghiamo di ciò che accade agli altri e di chi verrà dopo di noi. I sentimenti di solidarietà, giustizia, convivenza nonviolenta, fratellanza/sorellanza, rispetto di ogni forma di vita o sono stati ammutoliti, o sono ridotti a retorica delle feste comandate. La religione della crescita economica è alimentata dalla competizione di tutti contro tutti. Tra le persone oltre che tra aree geopolitiche.

Cinquant’anni passati così dovrebbero essere sufficienti per convincerci a cambiare criteri di riferimento, immaginare cosmovisioni diverse, praticare relazioni di cura con gli altri e con la natura. È ciò che mi auguro avvenga nei prossimi cinquant’anni.


i Il Club di Roma è tutt’ora attivo. Il suo ultimo, interessantissimo rapporto si titola: 1.5-Degree Lifestyles: Towards A Fair Consumption Space for All. 2021.

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Conquiste che stiamo perdendo - Angelo Baracca


L’amara ricostruzione di Paolo Cacciari del patrimonio di elaborazione dagli anni ’60 – ’70 che sembra essersi perduto (Cinquant’anni buttati) è molto accurata e completa, ma dalla mia intensa esperienza nei movimenti a partire dalla contestazione studentesca e dall’Autunno Caldo (avevo trent’anni ed ero da poco laureato in Fisica) essa racconta solo una parte della storia: non è per un’astratta critica, poiché la ricostruzione di Cacciari è comunque molto importante, ma per un intento costruttivo e di completezza (per quanto possibile) della memoria storica che voglio brevemente discutere e ricostruire un’altra parte, che presumibilmente non sarà l’unica.

Cacciari discute gli aspetti che chiamerei, per capirci, di elaborazione intellettuale, di ricerca, le pubblicazioni che certo furono importanti per tutti, le iniziative istituzionali: rimane dalla mia esperienza attiva scoperto l’aspetto dei movimenti, delle lotte, ed anche delle conquiste importanti, aspetti che integrano in modo non marginale la ricostruzione, la tempistica, nonché le eredità e le prospettive.

Personalmente ho criticato esattamente un anno fa il concetto di “Primavera dell’Ecologia”, e in particolare l’affermazione del compianto Giorgio Nebbia che «[i]l 1973 fu l’ultimo anno della primavera dell’ecologia»1 (Baracca, «Dal ‘68 agli anni ‘70, una radice trascurata, di classe, dell’ambientalismo in Italia negli anni ‘70, e le sue valenze: il precoce ambientalismo “rosso”. Memorie dei movimenti e documenti», Altro900, dicembre 2020): quest’articolo, che sconfina anche negli anni ’80, è molto lungo e dettagliato e mi riferirò solo ai concetti essenziali che qui interessano.

Mi colpisce che Cacciari nella sua puntigliosa ricostruzione non citi Dario Paccino de L’Imbroglio Ecologico del 19722, un titolo che da solo dovrebbe sollevare qualche riserva sulla “armonia” di quella Primavera dell’Ecologia: Paccino era senza dubbio persona molto diversa da Nebbia per impostazione di fondo (come si può verificare anche dal carteggio fra di loro, conservato nell’archivio di Altro9003). Non è certo una considerazione del rispettivo valore, ma potrei dire che Paccino aveva individuato molto chiaramente e precocemente le insidie insite nei concetti e nell’impostazione dell’ecologia.

Quegli anni non furono solo la culla dell’ecologia, ma furono (sembra superfluo osservarlo) teatro di lotte di massa radicali che ebbero caratteristiche precipue:

§  coinvolsero tutti i soggetti sociali, dagli operai, agli studenti, alle donne, ai settori cattolici, agli scienziati e i tecnici, agli operatori di tutti i settori;

§  pur essendo i vari movimenti e settori attraversati da differenze profonde di concezioni e strategie politiche, quelle lotte coinvolsero tutti e tutte con un’impostazione radicale che puntava a una trasformazione profonda della struttura sociale e produttiva;

§  fin dall’Autunno Caldo furono trainanti le lotte operaie, che impressero una decisiva impronta di classe.

Il 1973, anno della crisi petrolifera, lungi dal chiudere una “primavera” segnò un deciso rilancio e una radicalizzazione delle lotte operaie, che trascinarono gli altri settori sociali. Dalle vertenze nelle fabbriche sui danni alla salute dei lavoratori causati dai cicli produttivi, le lotte operaie si estesero al territorio, investirono i problemi ambientali (1973, la crisi petrolifera e il problema energetico; 1976, i disastri di Seveso, di Manfredonia4 che vide successivamente un deciso protagonismo delle donne). Rimarrà nella storia l’esaltante manifestazione nazionale unitaria di 250.000 metalmeccanici a Roma5 (in pieno governo Andreotti di centrodestra), che rappresentò la spallata decisiva per il rinnovo contrattuale caratterizzato principalmente dalla conquista dell’inquadramento unico (operai-impiegati) e delle 150 ore, che aprivano agli operai la porta della cultura scevra da espliciti interessi professionali e produttivi.

Il movimento femminista portò nelle lotte una forte caratterizzazione, ad esempio per la conquista del diritto all’aborto. Le proteste contro la guerra al Vietnam produssero grandi manifestazioni con un carattere fortemente unitario e antimperialista: uno dei temi di discussione erano i sistemi di guerra tecnologica con i quali gli Stati Uniti aggredivano unitamente la popolazione e l’ambiente, come il famigerato Agente Orange, e la barriera elettrica per fermare i transiti dei Vietcong fra il Nord e il Sud del paese.

La trasversalità dei movimenti degli anni Settanta configurò un movimento complessivo che chiamerei un eco-gender-pacifismo di classe. Sul terreno dell’ambientalismo il “verde” trascolorò in “rosso” – Rossovivo, quale era il titolo della rivista fondata nei primi anni ’70 da Dario Paccino, di critica marxista all’ecologia dominante.

La redazione della rivista Sapere diretta da Giulio Maccacaro fu dal 1974 una fucina di elaborazione, riflessione, coordinamento che coinvolse insieme quadri operai di fabbrica, tecnici, scienziati, studenti, operatori della salute, ecc.. Per dare appena un’idea concreta di temi ambientali trattati nella rivista (e praticati dai movimenti) ne elenco appena alcuni che danno anche un segno dell’impostazione radicale e dell’attualità dei temi (rinviando per maggiori dettagli al mio articolo citato all’inizio):

 1974: la critica della “rivoluzione verde”; Virginio Bettini sull’Ecologia Atlantica, cioè controllata dalla NATO, legami fra ecologia e militari;

 1975: dossier “Ambiente e potere” (!); articolo di Barry Commoner “Le fabbriche del veleno”;

 1976: dossier curato da Virginio Bettini su Gioia Tauro “Ecologia della Piana: L’acciaio del sottosviluppo”; numero doppio novembre-dicembre “Seveso un crimine di pace”;

 1977: W. Ganapini “Agricoltura industriale e ambiente”; M. Boato sul disastro di Manfredonia e B. Terracini sulla diossina di Seveso;

 1978: energia nucleare, energie alternative, numero monografico “Il nucleare: una scelta imposta”; “Energia: condizioni per l’alternativa”, solare, geotermia, rifiuti, eolico, idroelettrico, agricoltura alternativa;

 1979: dossier “Agricoltura, Scienza e lotta di classe”;

 1980: Legge Merli sui limiti delle sostanze inquinanti negli scarichi delle acque.

Insomma, un ambientalismo integrale e radicale, praticato nelle lotte, che ebbero un culmine nel 1978 con le fondamentali conquiste della Riforma Sanitaria, della 194 e della Legge Basaglia. Indubbiamente un decennio fondamentale.

Poi certo venne la sconfitta dei movimenti, del sindacato di base (EUR), ma con tempi e cause diverse rispetto al preteso tramonto precoce della Primavera Ecologica.

Ma intanto erano sorti i grandi movimenti popolari contro i piani di sviluppo dell’energia nucleare che negli anni ’80 portarono alla grande vittoria della chiusura di questi programmi (referendum 1987). Un movimento che con la Crisi degli Euromissili sconfinò nelle lotte per il disarmo nucleare (le manifestazioni oceaniche del 1982-83, il primo accordo di disarmo Reagan-Gorbachev, 1987).

Attorno al 1980 il manifesto inaugurò la pubblicazione di inserti di quattro pagine dedicati a temi specifici denominati “La Talpa del giovedì”. Una “Talpa” del 14 febbraio 1985 intitolata esplicitamente “L’ecologia politica” fu incentrata proprio sui “Verdi”, con un articolo centrale di Rossana Rossanda, e fra gli altri due contributi da Sergio Bologna (sui verdi tedeschi) e del sottoscritto che iniziavo con le parole inequivoche: «Il verde non è rosso», e infra «La produzione sta cedendo il primato alla riproduzione sociale».

Senza dubbio crisi ci fu, sconfitta ci fu, una indubbia frammentazione dei movimenti, ma su una base a mio avviso diversa, con almeno altri due decenni di slancio e di produzione di elaborazioni e di movimenti. La crisi climatica non era ancora stata percepita con chiarezza, anche se è senz’altro vero che molte elaborazioni l’avevano chiaramente prevista. Ma ricordo nitidamente le tesi del Congresso di Democrazia Proletaria del 1987 basate sul concetto dello “sviluppo autocentrato” dei territori, che anticipava molte problematiche diventate poi di estrema attualità e importanza.

Una cosa che sembra essersi perduta è la connessione fra ambiente e guerra: sia Greta e i Fridays for Future, che Extinction Rebellion hanno trascurato, se non ignorato, l’impatto delle guerre, dei militari e degli armamenti sull’ambiente e le loro pesantissime emissioni climalteranti (per non citare le ambiguità sull’energia nucleare). Ma ancora nel 1991 conservo un vivo ricordo delle esperienze delle Tende della Pace, che riunivano tutte e tutti, dai cattolici ai comunisti, le donne, gli studenti; e nel 1999 l’opposizione alla guerra del Kossovo, nella quale si denunciavano i brutali metodi di devastazione dell’ambiente. Era in qualche modo l’onda lunga dei movimenti e delle lotte dei decenni precedenti.

Per concludere questi appunti, considero che sia un aspetto della storia ancora da approfondire e in sostanza da scrivere. Da anni lavoro per recuperare e tramandare la memoria storica, perché un popolo che perde la memoria non ha una bussola per il futuro, historia magistra.6.

Su una conclusione mi trovo in completa sintonia con Cacciari: gli anni ’70, in parte gli ’80, sono stati un periodo eccezionale, l’Italia era un paese completamente diverso, gli italiani erano in gran parte erano sensibili e attivi, mossi da sentimenti di solidarietà, impegno civile, rispetto per gli altri:

«I sentimenti di solidarietà, giustizia, convivenza nonviolenta, fratellanza/sorellanza, rispetto di ogni forma di vita o sono stati ammutoliti, o sono ridotti a retorica delle feste comandate. La religione della crescita economica è alimentata dalla competizione di tutti contro tutti. Tra le persone oltre che tra aree geopolitiche».


Note

1. G. Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, La Scuola di Pitagora, Napoli 2015, p. 102. Anche G. Nebbia, “Scritti di storia dell’ambiente e dell’ambientalismo, 1970-2013”, a cura di L. Piccioni, Quaderni di Altronovecento, n. 4, 2014, p. 135.

2. Recentemente ristampato e introdotto da Gennaro Avallone, Ombre Corte, 2021.

3. Ecologia e lotta di classe. Una corrispondenza tra Giorgio Nebbia e Dario Paccino, 1971-1972, di Luigi Piccioni (a cura di): “Salvare le carte!”. Il completamento del Fondo Giorgio e Gabriella Nebbia presso la Fondazione Luigi Micheletti, di Alberto Berton.

4. Si vedano le bellissime ricerche di Giulia Malavasi, il suo libro Manfredonia Storia di una Catastrofe Continua, Jaca Book, 2018; molto incisivo il suo articolo “Manfredonia: catastrofe continua, cittadinanza ritrovata e rimozione”, Epidemiologia e Prevenzione, 2016; 40 (6):389-394.

5. Archivi Fiom Cgil, Roma 9 febbraio 1973, “Unità, contratto, riforme, Mezzogiorno”, http://archivio.fiom.cgil.it/net/manifestazioni/9_02_73.htm.

6. Ho recentemente scritto insieme a Tiziano Cardosi un bilancio di prospettiva e attualizzazione nell’anniversario della caduta del Muro di Berlino: “Ricorsi storici: dalla cesura storica della Caduta del Muro, a quella della “prima pandemia dell’Antropcene”. Qualche possibile ispirazione”, PeaceLink, 19 novembre 2021, https://www.peacelink.it/pace/a/48865.html.

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I (presunti) limiti del capitalismo - Raúl Zibechi

Per molto tempo una parte dei marxisti ha sostenuto che il capitalismo ha dei limiti strutturali ed economici, stabiliti in “leggi” che ne renderebbero inevitabile l'(auto)distruzione. Quelle leggi sarebbero immanenti al sistema e in relazione con aspetti centrali del funzionamento dell’economia, come quella della caduta tendenziale del saggio del profitto, analizzata da Marx nel Capitale.

Questa tesi ha portato alcuni intellettuali a parlare del “crollo” del sistema, sempre come conseguenza delle sue stesse contraddizioni.

Più di recente, non pochi pensatori hanno sostenuto che il capitalismo ha dei “limiti ambientali” che lo porterebbero a distruggersi o quantomeno a cambiare i suoi aspetti più predatori, quando in realtà ciò che ha dei limiti è la vita stessa sul pianeta e, in particolare, quella della metà povera e umiliata della sua popolazione.

Oggi sappiamo che il capitalismo non ha limiti. Nemmeno le rivoluzioni sono state in grado di sradicare questo sistema perché, di volta in volta, i rapporti sociali capitalistici si espandono all’interno delle società post-rivoluzionarie e dentro lo Stato riemerge la classe borghese incaricata di farli prosperare.

L’espropriazione dei mezzi di produzione e di scambio è stata, e continuerà ad essere, un passo centrale nella distruzione del sistema, ma, a più di un secolo dalla rivoluzione russa, sappiamo che è insufficiente, se non c’è il controllo comunitario di quei mezzi e del potere politico a incaricarsi di gestirli.

Sappiamo anche che l’azione collettiva organizzata (lotta di classe, di genere e del colore della pelle, contro le oppressioni e gli oppressori) è decisiva per distruggere il sistema, ma anche questa formulazione è parziale e insufficiente, sebbene vera.

L’aggiornamento del pensiero sulla fine del capitalismo non può che andare di pari passo con le resistenze e le costruzioni dei popoli, in modo molto particolare degli zapatisti e dei curdi del Rojava, dei popoli originari di vari territori della nostra America, ma anche delle popolazioni nere e contadine, e in alcuni casi di ciò che facciamo nelle periferie urbane.

Le donne del Kongra Star, il movimento organizzato delle donne della Federazione della Siria del Nord, si dedica in ogni quartiere all’educazione popolare per pensare in modo libero e comunitario l’autonomia, l’autogoverno e l’autodifesa delle donne. Foto tratta da Kongra Star Women’s movement

Alcuni punti sembrano centrali per superare questa sfida.

Il primo è che il capitalismo è un sistema globale, che abbraccia l’intero pianeta e deve espandersi continuamente per non collassare. Come ci insegna Fernand Braudel, la scala è stata importante nell’insediamento del capitalismo, da qui l’importanza della conquista dell’America, perché ha permesso a un sistema embrionale di spiegare le sue ali.

Le lotte e le resistenze locali sono importanti, possono perfino piegare il capitalismo a quella scala, ma per porre fine al sistema è essenziale un’alleanza/coordinamento con i movimenti di tutti i continenti. Da qui l’enorme importanza della Gira por la Vida dell’EZLN in Europa.

Il secondo punto è che il sistema non viene distrutto una volta per sempre, come abbiamo discusso durante il seminario intitolato El pensamiento crítico frente a la Hidra capitalista, nel maggio 2015. Ma qui c’è un aspetto che ci sfida profondamente: solo la lotta costante e permanente può soffocare il capitalismo. Non lo si taglia con un solo colpo, come le teste dell’Idra, ma in un altro modo.

A rigor di logica, dobbiamo dire che non sappiamo esattamente come porre fine al capitalismo, perché non è mai stato fatto. Stiamo intuendo, tuttavia, che le condizioni per la sua continuità e/o rinascita debbano essere precisate, e sottoposte a uno stretto controllo, non da parte di un partito o di uno Stato, ma da parte di comunità e popoli organizzati.

Il terzo punto è che il capitalismo non può essere sconfitto se nello stesso tempo non si costruiscono un altro mondo e altre relazioni sociali. Quel mondo altro o nuovo non è un luogo di arrivo, ma un modo di vivere che nella sua quotidianità impedisce la continuità del capitalismo. I modi di vivere, le relazioni sociali, gli spazi che saremo capaci di creare, devono esistere in modo da essere in lotta permanente contro il capitalismo.

Il quarto punto è che, finché esiste lo Stato, ci sarà la possibilità che il capitalismo si espanda di nuovo. Contrariamente a quanto proclama un certo pensiero, diciamo progressista o di sinistra, lo Stato non è uno strumento neutrale. I poteri de abajo, che sono poteri non statali e autonomi, nascono ed esistono per impedire l’espansione dei rapporti capitalistici. Sono, quindi, poteri che derivano dalla lotta anticapitalista e ad essa sono finalizzati.

 

Il nuovo mondo dopo il capitalismo, infine, non è un luogo di approdo, non è un paradiso dove si pratica il buen vivir , ma uno spazio di lotta in cui, probabilmente, noi, i popoli, le donne, le dissidenze e le persone de abajo in generale, ci troveremo in un condizioni migliori per continuare a costruire mondi diversi ed eterogenei.

Credo che qualora smettessimo di lottare e costruire il nuovo, il capitalismo rinascerebbe, anche nel mondo altro. La storia del Vecchio Antonio che dice che la lotta è come un cerchio, che inizia un giorno ma non finisce mai, è di estrema attualità.

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