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giovedì 24 aprile 2025

ricordando papa Francesco

Perché i non credenti hanno amato papa Francesco - Alessandro Gilioli

C’è un motivo semplice per cui oggi Bergoglio sembra pianto dai non credenti o dagli incerti più che dai credenti certi e decisi: questo è stato il papa dell’etica cristiana e non della metafisica cristiana. Almeno nella comunicazione, che oggi è tutto o quasi. Ma anche in un paio di encicliche, specie la Laudato si’.

L’etica cristiana è quella semplice di base: i poveri, gli ultimi, i fragili, la pace, la natura. Poca metafisica, pochissima teologia, pochissimi dogmi, rarissimi i divieti che tanto piacevano al suo predecessore.

Noi non credenti e laici, nello sfacelo etico dei valori non agganciati ontologicamente con cui faticavamo fin dall’illuminismo e che oggi vediamo devastati dalla contemporaneità magico-carismatica, ci siamo così attaccati a questo profeta dell’etica cristiana, che facevamo nostra spogliandola dal suo corredo ontologico e teologico – alla quale per agnosticismo o ateismo o razionalismo non potevamo aderire.

Detta più semplicemente: noi non credenti ci siamo avvicinati a questo papa (alle sue parole) perché abbiamo avvertito un’interiore empatia “politica” ai messaggi etici del cristianesimo senza bisogno senza la necessità di fare nostra la metafisica e la teologia cattolica.

Questo ha prodotto peraltro una certa avversione verso questo papa in due categorie diverse.

La prima è quella composta dai cattolici metafisici per i quali il centro del cristianesimo è mistico, teologico e perfino miracolistico molto prima che etico, sociale e ambientale (per semplicità e banalizzazione: i ratzingeriani).

La seconda categoria a cui questo avvicinamento dei laici al papa ha dato fastidio è quella dei laicisti, di cui il pezzo di Cinzia Sciuto è lucido esemplare, timorosi di una subornazione del pensiero laico a Santa Romana Chiesa.

È curiosa questa pur occasionale alleanza di opposti, ratzingeriani e laicisti, che per provocazione scherzosa e affettuosa chiamerei asse Viganó-Sciuto.

Personalmente sì, sono tra i laici che hanno apprezzato il messaggio sociale, pacifista e ambientalista di Bergoglio. Lo rivendico, lontano da ogni possibile conversione. Ma forse è solo perché da ragazzo non credente ascoltavo il cristianesimo laico di Fabrizio De André studiando quello teologico di Sant’Anselmo, preferendo decisamente il primo.

da qui

 

 

Il saluto di un non credente materialista - Stefano Risso (Attac Torino)

Benché io sia non credente e la mia intuizione del mondo sia totalmente e serenamente materialistica, ho provato un grande senso di tristezza e di solitudine per la scomparsa del Pontefice Papa Francesco.

Non ci ha lasciato solo la più eminente figura, a livello mondiale, di questo XXI secolo.

Secolo ancora giovane certo, ma non più in fasce; e non si vedono ancora all’orizzonte figure in grado di eguagliarne la statura.

Una perdita grandissima per i movimenti sociali di tutto il pianeta.

Ho avuto la fortuna di essere presente al terzo incontro del Pontefice con i movimenti sociali, in sala Nervi nel 2016. Mai, in questo secolo, da una posizione così eminente, si è sentita una così dura condanna dell’ingiustizia sociale, sia che si manifesti sul piano economico che su quello ecologico.

L’analisi della causa dell’ingiustizia e delle modalità concrete del suo operare, fu chiarissima, come la denuncia delle responsabilità. In quella sala il numero di non credenti era, per il luogo, insolitamente alto. Ed eravamo, tutti noi non credenti, meravigliosamente stupefatti (e credo anche commossi) dalla piena compatibilità, per non dire coincidenza, con le nostre analisi.

Una sala piena di attivisti di movimenti sociali e sindacalisti di ogni parte del mondo; credenti e non.

Era presente anche l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica (ricordiamolo: ateo e già guerrigliero di inspirazione marxista) che, in quell’occasione il Pontefice chiamò: “il mio amico Pepe Mujica”!

Grande assente: l’intellettualità italiana. Assenza che palesa una decadenza di importanza storica.

Rimasi colpito anche dal profondo rispetto mostrato dal Pontefice per i non credenti. Il suo discorso si concluse così: “Vi chiedo per favore di pregare per me, e quelli che non possono pregare, lo sapete, pensatemi bene e mandatemi una buona onda. Grazie.”

Un distacco, da chi strumentalizza la Fede come elemento identitario per fini di potere, totalmente implicito; ma che non poteva essere più completo ed elegante.

Non avremmo dovuto essere sorpresi. Già all’inizio del pontificato, nella Evangelii Gaudim c’è l’affermazione: “questa economia uccide”.

Non l’economia in senso lato, come una dimensione, tra le tante, delle relazioni tra esseri umani; ma questa economia, con questa forma che ha assunto in questo momento storico con queste relazioni tra queste classi sociali nell’uso di queste risorse.

Per condannare i danni (forse bisognerebbe scomodare la parola “male”) di “questa economia” fu scelta l’epitome di ogni danno: “uccide”.

Per un Pontefice, anche se non solo per lui, l’uccisione è sempre l’uccisione del fratello.

 

Un altro aspetto di importanza storica che non ci deve sfuggire è il profondo rispetto per la libertà di pensiero per tutti, compresi i non credenti. Il Pontefice che ci ha appena lasciato ha portato la più grande autorità dell’Islam sunnita Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam dell’Università Islamica di Al-Azhar, a firmare la dichiarazione di Abu Dhabi il 4 febbraio del 2019 in cui si afferma:

“questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà”.

Per la prima volta un’autorità religiosa islamica riconosce il principio della libertà religiosa non solo come diritto di credere in un’altra religione; ma anche di non credere in alcuna religione.

Se il cosiddetto “Occidente” non sono solo le cannoniere della Regina Vittoria, Gran Madre del Liberalismo, che hanno imposto con la violenza il consumo dell’oppio al popolo cinese; nessun leader del cosiddetto “Occidente” ha fatto di più per l’affermazione universale dei principi “occidentali”.

 

La dichiarazione di Abu Dhabi riflette anche la comune preoccupazione delle due alte personalità, rappresentative delle due confessioni religiose più praticate al mondo, sul tema del pace e della “terza guerra mondiale a pezzi”.

Occorre sempre tenere a mente che quest’espressione, condivisa anche dal Grande Iman di Al-Azhar, è di molto precedente sia il 24 febbraio 2022 che il 7 ottobre 2023.

La scomparsa di Papa Francesco si fa particolarmente sentire, anche perché avviene nel momento in cui i pezzi del mosaico delle varie guerre potrebbero comporsi rapidamente in un unico, non voluto da nessuno ma progressivamente inevitabile, vortice di un’unica grande guerra.

Al dolore della sua scomparsa si aggiunge un elemento di profonda preoccupazione per il subitaneo venir meno dell’unico interlocutore rispettato da tutte le parti in causa nelle guerre in atto.

Il pensiero non può non correre al fatto che un altro Pontefice morì il 20 agosto del 1914 quando iniziava la grande “inutile strage”.

 

Un condolente saluto a tutti

 

da qui

 

 

 

scrive Angelo Inglese

 

…e mentre versano viscidissime lacrime, e le loro pompose dichiarazioni offuscano, con putrido incenso, la scena d’un tragico teatrino, preparano l'undicesimo pacchetto di armi…

Poi, però, con volti pii e cristiane cere incipriate, assisteranno al mondano rito funebre di Piazza San Pietro…

«Serve il coraggio della bandiera bianca: il negoziato non è mai una resa.»

«Indagare se a Gaza c’è un genocidio.» «Disarmare le parole per disarmare le menti e la Terra.»

«Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza di difesa non può trasformarsi in corsa generale al riarmo.»«Forse l'abbaiare della Nato alla porta della Russia ha indotto il capo del Cremlino a reagire…»

da qui

 

 


A NOI CI PIACE RICORDARLO COSI'!

Nel 2021 Papa Francesco incontrò i portuali di Genova in sciopero per bloccare le armi in transito verso l'Ucraina.

Nella foto si vede uno dei lavoratori del CALP, il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, porgergli la loro maglietta!

In quei giorni i Camalli genovesi erano sotto inchiesta della polizia e rischiavano il licenziamento.

Il Papa li volle incontrare e dopo avergli manifestato il proprio sostegno gli disse: “Bravi! Continuate così!”

da qui

 

 

scrive Roberto Vallepiano

Trovo mille volte più anticonformista l'accoglienza della Pachamama in Vaticano e la celebrazione del culto della Madre Terra nei giardini vaticani, in omaggio alle culture ancestrali indigene e amazzoniche, che il lugubre nichilismo liberal che vuole soltanto atomizzare e frammentare qualsiasi entità collettiva per celebrare il dogma individualista del Dio denaro e il culto tossico del libero mercato.

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venerdì 5 aprile 2024

Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti, chi l’avrebbe mai detto…

articoli e video di Jeffrey Sachs, Miguel Ruiz Calvo, Ron Aledo, Ariel Umpierrez, George Galloway, Jesús López Almejo, Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP), Jafar Salimov, Piero Bevilacqua, Richard Black, Raniero La Valle


Prof. Sachs: “Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti da più di 45 anni…”

“Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti da più di 45 anni… nei Balcani, in Medio Oriente, in Asia centrale, e avrebbero potuto benissimo farlo, o avrebbe potuto farlo il loro cliente in Ucraina”. Lo ha affermato l’economista statunitense Jeffrey Sachs in un’intervista a Judging Freedom. Gli Stati Uniti, ha proseguito il prof. Sachs nel corso della sua intervista, continuano a vivere secondo il principio che tutto sarà come desiderano. Di conseguenza, Washington ha seppellito la diplomazia e sta distruggendo i paesi uno dopo l’altro. Ora l’Ucraina è dilaniata, diverse centinaia di migliaia di ucraini sono morti lì, e ancora di più moriranno se gli Stati Uniti non si ricorderanno che devono almeno provare a dialogare con l’altra parte.
Di seguito una sintesi delle sue parole:

“Gli Stati Uniti hanno offerto all’Ucraina e alla Georgia l’adesione alla NATO senza alcun negoziato con la Russia. Gli Stati Uniti hanno partecipato a un brutale colpo di Stato contro il governo ucraino senza alcuna diplomazia con la Russia. 
 
Gli Stati Uniti hanno minato e di fatto silurato gli accordi di Minsk senza alcuna diplomazia con la Russia. Quando il Presidente Putin ha detto… Devo aggiungere che gli Stati Uniti hanno abbandonato unilateralmente l’Accordo sulle Forze Nucleari Intermedie nel 2019 senza alcun negoziato con la Russia. 
 
Nel 2021, quando il Presidente Putin ha detto: ‘Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo accordo di sicurezza’, il 15 dicembre 2021, gli Stati Uniti hanno esplicitamente rifiutato di impegnarsi. 
 
Quando l’Ucraina e la Russia hanno raggiunto un accordo di pace preliminare nel marzo 2022, gli Stati Uniti hanno ordinato: ‘Nessuna firma, nessun negoziato’. Quando il Presidente Putin ha detto: ‘Siamo pronti a negoziare’, la risposta degli Stati Uniti è stata: ‘Non abbiamo nessuno con cui negoziare’. 
 
Non c’è diplomazia. L’idea è che tutto debba andare come vogliono gli Stati Uniti. Ma le cose non vanno come vogliono loro. Gli Stati Uniti stanno distruggendo un Paese dopo l’altro. Afghanistan, Siria, Ucraina, Libia. Perché se non si ha la diplomazia e si ricorre a presunte operazioni segrete o alla guerra aperta, si crea un fastidio. 
 
Gli Stati Uniti hanno dimenticato cosa sia la diplomazia. Non esiste più. Ed è per questo che siamo invischiati in una guerra in cui sono morti centinaia di migliaia di ucraini, in cui ne moriranno altre decine di migliaia o centinaia di migliaia, a meno che non riscopriamo in qualche modo la diplomazia. 
 
E come l’Ucraina venga fatta a pezzi. E non appaiono opzioni valide, ma solo peggiori, e peggiori, e peggiori, e peggiori, e peggiori. Perché ci viene sempre detto: ‘Non è il momento di negoziare!’ o ‘Non abbiamo nessuno con cui negoziare’. E il Paese viene fatto a pezzi. 
 
E non abbiamo mai nemmeno provato a parlare. Quindi questo è un completo fallimento del principio più elementare che si chiama ‘almeno provare a parlare con l’altra parte'”.

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martedì 18 aprile 2023

Gli imperi al tramonto sono troppo pericolosi

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Vincenzo Costa, Manlio Dinucci, Alessandro Marescotti, Enzo Jannacci, Carola Frediani, Calp, Gianandrea Gaiani, Valeria Poletti, Peacelink, Benito Mussolini, Alberto Bradanini, Alberto Negri, Lula, Giacomo Gabellini, Fernando Moragón, Sascha Picciotto, Stefano Orsi, Antonio Mazzeo, Lucio Caracciolo, Banjamin Abelow, Nicolai Lilin, Antonello Tomanelli, Clara Statello, Alexey Albu, Giuseppe Masala, Seymour Hersh, Diana Johnstone, Pepe Escobar, Jeffrey Sachs, Guido Viale, Michele Santoro, Gilberto Trombetta, Eirenefest, Jacques Prevert

 

Occidente contro resto del mondo: quando alzi la posta sai che non è a rischio zero – Vincenzo Costa

L’Occidente è stato tirato su a valori astratti e diritti universali, con l’idea che il mercato è il telos della storia. Visioni che oggi impediscono di leggere la storia, di capire ciò che accade. Il mondo sta andando in un’altra direzione.

Occidente contro resto del mondo

Borrell dice che ci sono gesti che distruggono il sistema di sicurezza internazionale. Credo sia l’unico a pensare che esista ancora qualcosa di simile. E mi piacerebbe pensare che lo dica per propaganda, e spero sia così, perché sarebbe tragico se lo credesse veramente. Avremmo uno sprovveduto, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.

Spero che sia solo propaganda, e che sappiano dove stiamo andando, che siano coscienti che si sta creando un fronte enorme: il resto del mondo contro l’Occidente.

Chi segue l’evoluzione in Africa sa come le potenze occidentali siano progressivamente estromesse, che tipo di legami e relazioni si stanno creando. La Francia è oramai un relitto del passato.

In Asia oramai è chiaro a tutti che si tratta di liberarsi dai ricatti occidentali, di seguire una via di modernizzazione che conti il meno possibile sull’occidente. E in meno di dieci anni l’arma usata di continuo, le sanzioni, avranno valore zero, mentre si potrebbero invertire i ruoli.

Non mi stupirei se in un futuro non troppo remoto fosse l’Europa ad essere sanzionata.

Le nuove forme di cooperazione internazionale hanno il senso di costruire un mercato con crescenti margini di autonomia dall’Occidente.

In Messico si nazionalizza il litio, il Brasile fa capire che, quale che sia il governo in carica, la direzione di politica estera non cambia, perché gli interessi nazionali restano gli stessi.

La Cina probabilmente inizierà a mandare armi alla Russia. I cinesi sanno che un crollo o anche un eccesso di difficoltà per Mosca sarebbe un pericolo per loro. Da un lato sanno che una volta liquidata la Russia toccherebbe a loro, e molti negli Usa premono per chiudere in un modo qualsiasi la partita con Putin per volgersi verso la Cina. Gioco spuntato.

La guerra in Ucraina ha chiarito alle due potenze asiatiche che insieme stanno e insieme cadono, almeno nel periodo dei prossimi decenni. Ma al di là di questo, una destabilizzazione asiatica come quella che vi sarebbe in caso di disgregazione della Federazione Russa sarebbe mortale per la Cina.

Del resto, la disgregazione della Federazione Russa resta una pia illusione. Le sanzioni avrebbero dovuto fare crollare l’economia russa, avrebbero dovuto ridurre nel giro di settimane o mesi la sua capacità bellica, i più scemi credevano vi sarebbe stato un golpe filoccidentale e che Putin sarebbe stato estromesso. Tutte scemenze, farneticazioni.

La realtà sta davanti a tutti. Sul lungo periodo favoriscono sviluppo interno e produzione nazionale, mentre il nostro PIL e i nostri risparmi ci salutano.

Il problema vero è che la classe dirigente occidentale è stata tirata su a valori astratti e diritti universali, con l’idea che il mercato è il telos della storia. Una classe dirigente e diplomatica incapace di comprendere le dinamiche storiche, i vincoli, i processi irreversibili, che crede ancora di essere negli anni ‘90, quando l’Occidente credeva di avere in mano le chiavi della storia e di poter essere il gendarme del pianeta.

Questi ancora hanno in mente le castronerie di Rawls sulle società liberali, quelle decenti e gli Stati fuorilegge. Scemenze che potevano avere un senso nel 1993 o 1999, ma che oggi sono foriere del disastro. Impediscono di leggere la storia, di capire ciò che accade.

La questione aperta è come si arriverà a un nuovo sistema di sicurezza europeo e mondiale.

Ci si può arrivare per la via del negoziato, che richiede una nuova concettualità, una diplomazia educata a comprendere il punto di vista degli altri, i movimenti storici, le costrizioni geopolitiche invece di rifarsi a schemi che il tempo ha usurato in breve. Oppure ci si arriverà con una tragedia immane.

Perché nessuno può più perdere, e il rischio è che la posta si alzi sempre un po’. E per dirla con Stoltenberg: quando alzi la posta sai che non è a rischio zero.

da qui

 

 

 

L’invio delle armi in Ucraina è stato un fallimento – Alessandro Marescotti

Invece di far diminuire le vittime le ha accresciute al punto tale che oggi è ufficialmente vietato dalle autorità fornire i dati. La retorica dell’aggressore e dell’aggredito sta saltando. Siamo di fronte alla logica della faida, non alla guerra di difesa.

Mai come ora, dopo l’inutile strage di Bakhmut, la guerra si sta dimostrando un fallimento, per entrambi gli attori.

Su Youtube si susseguono dibattiti e approfondimenti fra esperti militari. C’è modo di documentarsi da una pluralità di fonti bucando il muro della propaganda a reti unificate. Si trova di tutto su Internet, con aggiornamenti quotidiani. Cartine digitali dell’Ucraina, mappe geolocalizzate del Donbass, dettagliate ricostruzioni dei combattimenti con l’uso dei satelliti. E poi testimonianze oculari raccolte da giornalisti freelance, inchieste di approfondimento della stampa internazionale. Dopo mesi e mesi di attenta ricerca, osservazione e verifica ho imparato a distinguere le fonti più affidabili da quelle che non lo sono. 

Top secret il numero dei morti

Tantissimi elementi consentono di comprendere quello che avviene sui campi di battaglia. Possiamo conoscere giorno per giorno i movimenti delle truppe con una precisione straordinaria. I morti invece no: quelli non ce li dicono. Sono segreto militare. Né i governi occidentali li chiedono. Non li conoscono i parlamentari, i quali votano l’invio delle armi come puro atto di fede, senza alcuna possibilità di sapere se quelle armi hanno effettivamente salvato le vite umane degli aggrediti tenendo alla larga gli aggressori. Se non si hanno i dati dei morti in guerra nessuna verifica è possibile circa l’efficacia dell’invio delle armi, né si può verificare la coerenza degli effetti dell’invio delle armi rispetto ai fini auspicati in origine. Piaccia o non piaccia, anche la guerra ha una sua scienza statistica e si possono fare sofisticati calcoli prendendo come riferimento copiosi database con i dati delle vittime subite e di quelle inferte.

Il vero scopo dell’invio delle armi

Il fatto che non ci vengano comunicati i dati delle vittime la dice lunga sui veri fini della guerra e dell’invio delle armi. Che non sono più quelli di una romantica difesa della popolazione. Si combatte in realtà per sconfiggere la Russia, per ottenerne la capitolazione così come avvenne nella prima guerra mondiale quando la potente Germania nel 1918 stramazzò nella polvere, stremata, assieme all’Austria, il cui impero finì per smembrarsi. Se questo è il vero scopo della guerra in Ucraina, è ovvio che vengono messe nel conto vittime a non finire, da non conteggiare per non deprimere il morale della popolazione ucraina che dovrà immolarsi per una vittoria strategica dell’Occidente, il tutto in palese contraddizione con quanto dicono di voler fare i nostri governanti europei con l’invio delle armi.

 

Quello che emerge è drammaticamente evidente nell’assurdità di ciò che si è consumato a Bakhmut. Quelle armi inviate dall’Occidente sono servite per mandare allo sbaraglio e alla morte un numero impressionante e imprecisato di giovani, spesso privi di esperienza.

Lo sgomento degli esperti militari

Mai come ora gli esperti militari sono imbarazzati di fronte all’insensata serie di scelte fatte in questa lunghissima battaglia condotta alla fine per mere ragioni di immagine, senza rilevanza militare. Con effetti persino controproducenti rispetto agli obiettivi dichiarati e perseguiti settimana dopo settimana. Gli esperti e gli stessi militari – di ottimo livello tecnico – che partecipano a questi webinar sono stupiti e avviliti per l’insensata sequenza di scelte compiute con enormi sacrifici umani. Scelte compiute a volte varcando il labile confine che divide la ragion militare dall’idiozia. Noi pacifisti questa strage la vediamo sotto il profilo della “crudeltà”. Loro, gli esperti della guerra, la vedono sotto il profilo dell’inefficacia ai fini pratici del successo militare. Perché questa guerra è un affastellarsi di frustrazioni dall’una e dall’altra parte, con risultati attesi che non arrivano a fronte di enormi perdite umane e di mezzi. 

Dall’una e dall’altra parte vengono annunciate offensive e controffensive che si traducono in avanzate di poche centinaia di metri alla settimana e in capovolgimenti militari di modesta rilevanza che le vanificano. E nel frattempo si scavano doppie e triple linee di trincee. Lo spettro che si profila è quello di una guerra infinita. Altro che difesa della popolazione civile, si raschierà il fondo andando ad arruolare vecchi barbuti e giovani imberbi per buttarli nel tritacarne.

La guerra: da medicina amara a veleno

Quello che sta accadendo è il disvelamento dell’assurdità. La guerra, proposta come medicina amara ma necessaria, si sta rivelando veleno. Dopo averla trangugiata fa morire il paziente invece di guarirlo.

C’è materia di riflessione per gli interventisti democratici che, dopo oltre un secolo dalla fine della prima guerra mondiale, ricalcano oggi pari pari gli errori di cent’anni fa. L’interventismo democratico che spaccò il fronte del socialismo pacifista europeo risorge oggi per commettere gli stessi errori, come se la storia non fosse mai stata studiata…

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