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martedì 3 giugno 2025

Pericolose rimozioni - Lorenzo Guadagnucci

 

Mentre il parlamento fa diventare un reato il dissenso, a Roma, il portavoce della rete No dl sicurezza e assessore municipale, Luca Blasi, viene manganellato nel corso di una mediazione tra manifestanti e poliziotti. Intanto a Monza viene nominato questore un poliziotto condannato a tre anni e otto mesi nel processo Diaz. Tutto questo accade in un paese nel quale le forze di polizia – i loro vertici ma anche i loro sindacati – non hanno voluto affrontare il caso Genova 2001 per quel che è stato e per quanto lasciava intravedere. Un paese che 2020, con le violenze contro i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, ha preso atto che la tortura fa parte della nostra storia e del nostro presente. “In una situazione così critica – scrive Lorenzo Guadagnucci – avremmo bisogno di forze di polizia autenticamente democratiche nella vita interna e nella dialettica col resto della società, in grado di sottrarsi alle ingerenze del potere politico, capaci di ispirarsi solo ed esclusivamente ai dettami e allo spirito della costituzione. Non abbiamo niente del genere…”

Vorrei partire in questa mia breve riflessione dalla definizione che lo staff di Amnesty International ha scelto per annunciare il mio intervento (durante la giornata di riflessione promossa a Roma in occasione dei cinquant’anni di Amnenesty international): “Vittima di tortura durante il G8 di Genova”. In effetti è così, la notte del 21 luglio 2001 mi trovai fra i 92 malcapitati presenti alla scuola Diaz al momento dell’irruzione della polizia di stato. Fummo picchiati selvaggiamente e subito dopo arrestati con accuse inventate, molto fantasiose anche sul piano strettamente giudiziario – primo caso nella storia di arresto in flagranza per associazione a delinquere (finalizzata nel nostro caso alla devastazione e al saccheggio) – e sulla base di false ricostruzioni dei fatti e perfino con prove costruite ad hoc: le due bombe molotov introdotte nella scuola dalla stessa polizia. E tuttavia è solo dal 2015 che parliamo della vicenda Diaz come di un caso di tortura. Da quando l’Italia, su nostro ricorso, fu condannata dalla Corte europea per i diritti umani per non avere fatto giustizia, nonostante le condanne inflitte in via definita a una decina di funzionari e dirigenti di polizia. La Corte di Strasburgo, per la prima volta, definì come tortura la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, secondo la colorita rappresentazione che ne diede uno dei funzionari responsabili dell’intervento. Fino al 2015 si parlava di blitz, di irruzione, o di pestaggio e spedizione punitiva, oppure – in modo metaforico – appunto di macelleria messicana o ancora di tonnara, come ebbi a scrivere io stesso nel mio libro Noi della Diaz. Non so perché non abbiamo parlato fin da subito di tortura, e perché nemmeno i media lo abbiano mai fatto prima del 2015: eppure l’operazione Diaz, violentissima, durò ben due ore, in un luogo chiuso nel pieno controllo della polizia, insomma aveva tutti i crismi di un caso di tortura, secondo la definizione accettata a livello internazionale.

Forse l’omissione è avvenuta perché la tortura è istintivamente associata alle carceri, a persone detenute e sottoposte a violenze nel rapporto molti a uno, col torturato solo in una stanza chiusa di fronte ai suoi aguzzini, o forse perché prevalevano nei media e nella società italiano il pudore, o perfino la paura, nel dover riconoscere che in Italia si era potuto praticarla in modo così plateale, in una scuola adibita a dormitorio, contro decine di persone inermi, utilizzando reparti specializzati e alla presenza fisica di quasi tutti i dirigenti di rango più alto della polizia di stato.

Anch’io ho avuto bisogno di un po’ di tempo per accettare questa definizione: vittima di tortura. Ma poi ho capito – studiando un po’ – che la tortura fa parte della nostra storia e del nostro presente. Al G8 di Genova fu praticata su larga scala: alla Diaz, nella caserma di polizia di Bolzaneto – oggetto di uno specifico processo – e anche nella centrale operativa dei carabinieri, a Forte San Giuliano, per quanto su quest’ultimo caso non ci siano state inchieste della magistratura. Le torture a Genova hanno coinvolto centinaia e centinaia di agenti di tutte le forze dell’ordine – polizia di stato, carabinieri, polizia penitenziaria – come autori o come agenti necessariamente consapevoli di quel che avveniva attorno a loro, e qui mi riferiscono in particolare alla caserma di Bolzaneto, dove le torture fisiche e psicologiche andarono avanti per ben tre giorni.

Le torture al G8 di Genova hanno avuto due principali caratteristiche. Hanno colpito non carcerati ma gente comune, attivisti, manifestanti qualunque, persone fermate per strada sostanzialmente a casaccio, e sono state praticate per ragioni prettamente politiche, cioè per colpire e mettere fuori gioco un movimento nascente, giudicato politicamente pericoloso – per la fase espansiva che stava attraversando – dall’establishment internazionale.

Un’operazione di verità

Le torture al G8 di Genova sono state un’operazione di verità. Hanno mostrato il lato oscuro delle nostre forze dell’ordine, un lato che avevamo dimenticato, o che fingevamo di non vedere; i fatti del luglio 2001 hanno chiarito che la tortura è una pratica che accompagna tutta la storia delle polizie dell’Italia repubblicana: a Genova fu praticata su larga scala e su cittadini qualunque, ma fu possibile perché c’era una “tradizione” pregressa.

Il G8 di Genova è stato anche un disastro per la gestione dell’ordine pubblico, che fu colpevolmente militarizzata, con esiti fallimentari: l’uccisione a colpi di pistola di un ragazzo di 23 anni, centinaia di arresti arbitrari e illegittimi, una catena di abusi e violenze di strada da parte delle forze di polizia. Il G8 di Genova è stato inoltre un festival del falso in atto pubblico, con innumerevoli verbali infedeli consegnati alla magistratura, il festival della menzogna messa nero su bianco su carta intestata.

Le violenze di Genova ci hanno fatto poi capire che la riforma del 1981, quella che aveva smilitarizzato la polizia di stato, quella che aveva introdotto la nozione di “polizia democratica”, ad appena vent’anni dalla sua introduzione era già evaporata. Ci hanno fatto capire che la pratica della tortura è una presenza costante, e incombente, nella vita delle forze dell’ordine, e che perciò andrebbe portata alla luce, dovrebbe essere discussa e combattuta insieme con gli agenti e nel discorso pubblico, invece di negarla, di sottovalutarla, di fingere che non ci sia.

Voglio ricordare che a Genova, alla scuola Diaz, alcuni agenti usarono perfino strumenti portati alla bisogna, non solo i manganelli in dotazione – fra l’altro erano i tonfa, classificati come armi potenzialmente letali dalla stessa polizia – ma anche mazze fuori ordinanza, e manganelli elettrici, che io stesso ho provato sulla mia schiena. E voglio anche ricordare che le varie tecniche di tortura praticate a Bolzaneto – il “comitato di accoglienza” con le due file di agenti a colpire i detenuti, costretti a passare in mezzo, con sputi, calci, pugni; la posizione del cigno; le nudità imposte; i segni a pennarello sul viso; e poi gli insulti, le derisioni, le minacce (sulle ragazze anche minacce di violenza sessuale) e via elencando – fecero sorgere il legittimo dubbio che ci fosse una competenza specifica, una pratica diffusa, una trasmissione “professionale” di tali tecniche fra una generazione e l’altra di agenti. Un dubbio legittimo.

Di tutto questo non si è mai parlato. Le forze di polizia – i loro vertici ma anche i loro sindacati – non hanno voluto affrontare il caso Genova per quel che è stato e per quanto lasciava intravedere. Non hanno voluto un’operazione di verità, di presa di coscienza, di ripudio degli abusi e quindi di ripartenza su nuove basi, con trasparenza, in dialogo col resto della società. Le forze di polizia si sono arroccate, anche rispetto alle inchieste della magistratura, affrontate con spirito omertoso e non collaborativo, al punto – cito dalla sentenza Diaz della Corte di Strasburgo – che la polizia di stato ha “ostacolato impunemente” l’azione della magistratura. La sentenza della Corte, come sappiamo, è stata subita quasi come un affronto e disapplicata nelle sue parti più significative, dove chiedeva il licenziamento dei condannati in via definitiva e l’introduzione dei codici identificativi obbligatori per gli agenti in servizio di ordine pubblico. La stessa legge sulla tortura del 2017 è stata approvata in un clima ostile, senza alcun serio dibattito interno alle forze di polizia, che l’hanno vissuta come un’impropria invasione di campo, dimostrando tutta la propria immaturità democratica.

Un ponte fra passato e futuro

Perciò oggi, a quasi venticinque anni dal G8 di Genova, tocca dire che il luglio genovese, anziché un punto di rottura e di frattura quale poteva essere, un’occasione cioè per un cambio di passo, è stato in verità un ponte fra passato e futuro, nel segno della continuità, e se vogliamo – visto quanto quei fatti sono stati plateali – una legittimazione anticipata del futuro, una sorta di annuncio che quanto accaduto sarebbe stato destinato a ripetersi. Come altro leggere quanto avvenuto in questi venticinque anni, i tanti troppi casi di abuso di potere e di violenza di polizia, in che altro modo interpretare le sconvolgenti, ma non sorprendenti, immagini registrate nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, immagini che invito a guardare rileggendo, simultaneamente, le testimonianze dei torturati di Bolzaneto: le immagini del 2020 corrispondono alle testimonianze del 2001, sono sovrapponibili. Santa Maria Capua a Vetere sembra, anzi è Bolzaneto: allora non vi fu alcuna vera autocritica e l’orrore si è immancabilmente ripetuto tale e quale.

Genova G8 poteva essere un momento oscuro, una caduta grave e forse gravissima della legalità e dell’etica costituzionale nelle forze dell’ordine, ma era una caduta rimediabile, poteva essere una pagina nera da superare attraverso una seria assunzione di responsabilità. Dobbiamo invece considerarla un biglietto da visita, un precedente, una storia che non cessa di produrre effetti.

Genova G8 non è finita

Genova G8 è ancora nelle notizie di cronaca. E fa impressione, in questi giorni, sentire dell’ex capo della polizia e di un suo storico stretto collaboratore, Gianni De Gennaro e Francesco Gratteri (condannato quest’ultimo a quattro anni nel processo Diaz), nel frattempo diventati uno manager e l’altro consulente di importanti aziende private costruttrici, fa impressione saperli chiamati in causa per la vicenda del pm Michele Prestipino, cioè per i presunti scambi di informazioni riservate sulla vicenda del Ponte di Messina, il tutto sulla base di intercettazioni disposte per indagare su un depistaggio successivo alla strage di via D’Amelio (1993) e sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, per i quali i sospetti sono concentrati su un defunto (nel 2002) funzionario, Arnaldo La Barbera, che partecipò, come dirigente più alto in grado (era il vice di De Gennaro), all’operazione Diaz. La cronaca ci consegna anche la nomina a questore di Monza di Filippo Ferri, un altro condannato – a 3 anni e 8 mesi – nel processo Diaz.

Tutto questo allarma, specie in una fase storica come l’attuale, attraversata da evidenti pulsioni autoritarie, ben rappresentate dal recente decreto sicurezza. In una situazione così critica avremmo bisogno di forze di polizia autenticamente democratiche nella vita interna e nella dialettica col resto della società, in grado di sottrarsi alle ingerenze del potere politico, capaci di ispirarsi solo ed esclusivamente ai dettami e allo spirito della costituzione. Non abbiamo niente del genere e la preoccupazione è quindi legittima, perché siamo coscienti di non avere una soluzione a portata di mano, in un paese che dimostra di avere rimosso l’esperienza del G8 di Genova e che sembra assecondare le tensioni autoritarie in atto.

Io non ho indicazioni da dare: dico solo che dobbiamo stare molto attenti, e ricordare, ricordare sempre tutto.

da qui

martedì 26 luglio 2022

Genova, Bolzaneto - Simone Pieranni

 

Ma a Bolza in realtà ignoravano che dentro a quel delirio sarebbe finito anche il nostro piccolo stagno periferico, perché noi che abitavamo vicino alla caserma non eravamo di Genova ma neanche di Bolzaneto: eravamo in una zona senza nome

(Questo racconto del giornalista e scrittore genovese Simone Pieranni è parte del terzo numero di dinamoprint: Dov’è finita la globalizzazione? ORDINALO)

 

All’inizio a noi di Bolza dava un po’ fastidio che Genova (come chiamavamo noi il “centro”) fosse blindata. Significava non poter partire verso mezzanotte per andare andare in giro nella vicolanza a raccogliere quello che rimaneva dell’alcool nei locali – che non erano mica tanti come adesso, anzi – e cercare un po’ di scitto da fumarsi tornando indietro o da lasciare a quelli che poi andavano a fare le scianche sui rettilinei verso la Caserma o in Fillak che allora il Ponte stava su bello fermo e a noi piaceva tutto sommato, anche perché altrimenti per andare di là, a ponente, dovevi fare delle strade che puzzavano già di Savona al primo metro.

Dal fruttivendolo o nei bar marci, con vista campo rom e più indietro lo scheletro della raffineria Sanac abbandonato, c’era tutto sto parlare, in particolare delle mutande appese nei vicoli e del pesto senza aglio che voleva fortemente Berlusconi, infastidito da questa città di mare che con quelli come lui, come dire, aveva già ampiamente dato.

Anche se la scelta di Genova era stato di baffetto D’Alema, un’altra cosa che non dimentichiamo, neanche oggi.

La vita da reclusi dei fighetti del centro storico sinceramente ci faceva ridere, sai che menata, oddio, non poter comprare la spezia cool, non poter sfoggiare il vestito etnico comprato in Uganda o non poter fare i milanesi di merda con sti aperitivi ridicoli che noi a Bolzaneto i milanesi li avremmo impallinati già all’uscita dell’autostrada; i più social già allora, che significava leggere qualche giornale e farsi qualche domanda, il contrario di quanto significhi oggi, si chiedevano che delirio sarebbe successo.

 

Ma diciamoci la verità: sapevamo tutti che sarebbe venuto giù il mondo. Bastava passare per “le alte” per andare in centro, con la macchina di sera nei giorni precedenti al 19 luglio 2021, per capire anche senza averli vissuto che il clima era quello del 1960. Si sentiva che il momento sarebbe stato storico e secondi alcuni – ma eravamo ancora in vena di risate – tutto era cominciato con il concerto di Manu Chao e via a mettere gli Iron nello stereo della Ritmo nera. Solo che stavolta non ci sarebbero stati i fascisti dall’altra parte, ma tutto lo Stato, anzi gli 8 Stati.

E le avvisaglie erano già state abbastanza chiare, almeno che uno veramente non volesse vedere per principio: alle guardie a marzo era già stata concessa una giostra gratis a Napoli, per allenarsi.


Ma a Bolza in realtà ignoravano che dentro a quel delirio sarebbe finito anche il nostro piccolo stagno periferico, perché noi che abitavamo vicino alla caserma non eravamo di Genova ma neanche di Bolzaneto: eravamo in una zona senza nome, che infatti sarebbe stata da lì a poco perfino cancellata; quelle case non esistono più oggi, e non esistevano più prima che Genova tornasse nelle cronache quotidiane con un altro disastro, il crollo del ponte Morandi. Ora non è per questione di campanilismo ma quando dite Genova per parlare della caserma di Bolzaneto o del ponte Morandi dovreste imparare anche a dire dove si trovano: nella Valpolcevera.

Non so dire se ho mai visto in vita mia il Polcevera, questo torrente arido come i nostri sentimenti di allora, con un po’ d’acqua; forse in occasione di qualche alluvione, parola che dalle nostre parti impari presto, perché prima o poi accade.

E non pensavamo che nella nostra faretra delle sfighe dovesse arrivare anche quella di una caserma lì vicino, che quasi non sapevi neanche ci fosse, che lo sapevi perché qualche caramba ogni tanto si fermava in qualche bar e l’aria diventava pesante, che quelle erano zone vicino al Giro del vento, dove un tempo la malavita aveva detto la sua e che a nessuno piaceva frequentare granché.


E ovviamente poi sarebbero spuntati i grossi, quelli che fanno i pazzeschi e che in piazza mai visti: belin belan dovevamo menarli mentre si bevevano il bianchino, e giù leggende metropolitane di ho sentito un canazzo dire che, di ho sentito sbirri che avrebbero detto che, di giornalisti che avrebbero detto che. Ma poi il 20 e il 21 saranno stati a Vesima: di sicuro non erano in piazza. Resta il fatto che le abbiamo prese e le abbiamo date, sul campo. Ma in realtà abbiamo preso un cappotto storico, roba da 8-0 e a casa.

Via Tolemaide, foto in alto di Gianluigi Gurgigno e Valentina Fusco

Ancora oggi qualcuno mi chiede: ma dov’eri durante quei giorni? Ma davvero me lo stai chiedendo: dove poteva essere un avanzo di famiglia impiegatizia, fomentato dai racconti dei reduci a loro volta fomentati dai racconti dei reduci e chissà da quante generazioni di reduci che la voglia di menare le mani era talmente alta che quando si avvicinava i giorni clou sembravamo delle scimmie sotto cocaina.

Ma poi: ha davvero importanza dove era una persona, quando in trecentomila sono arrivati, si sono presi la città e per una volta i genovesi si sono mischiati e diventando parte di quei 300mila l’hanno anche lasciata a loro:

fate quello che volete e anzi vi diremo di più, se salta qualche aiuola me ne vado a battere il belino sugli scogli, “perché il 1960” e “La liberazione DA SOLI senza aiuto di nessuno”, e ci mancava che qualcuno tirasse fuori quando avevamo spaccato il culo ai pisani. Ha davvero importanza? No, non ne ha.


E quando poi torni a casa e dici, belin che delirio ma magari è finita, arriva una voce tonante e non è quella di tua madre che fa un sospiro quando sente le chiavi entrare nella stoppa e quando si apre la porta e vede che sei tu, e non uno sbirro, un infermiere, un amico con la faccia di chi sta per dire una cosa brutta, è una voce tonante interiore che dice, “ma magari”. Perché un ragazzo è morto intanto e hai voglia a consultare cartine, mappe e poi a distanza di anni rivedere video. E allora ti ritrovi lì, in via Tolemaide, ti volti e vedi i carabinieri che cominciano a caricare un corteo autorizzato e da lì parte quella gragnuola di sentimenti appesi ai caschi, agli scudi, svolazzanti tra bidoni della spazzatura e vie, via caffa, via crimea, via casaregis e indovina un po: piazza Alimonda.

Che fino ad allora ci andavo alle riunioni della Fossa, quando ancora si proponeva di buttare merda da un elicottero sulla gradinata di quegli altri. Ma non è finita lì, perché poi sto delirio arriva per forza e arriva sotto casa, anzi arriva vicino a casa. Camionette che scaricano immondizia: così ho immaginato, leggendo anni dopo gli atti del processo, le testimonianze, un due tre pinochet, ti stupro come in Bosnia, zecche, viva il duce e compagnia cantante, l’arrivo sul piazzale della caserma delle camionette piene di ragazzi e ragazze e a vedere le loro facce ci vuole poco a capire cosa è successo a Genova.

É successo che quelle facce non le abbiamo viste mai più, che a Genova via via si è passati dal dolore a una rabbia che è tornata a essere come quelle care ai genovesi, contenuta, repressa, sfogata via via con un po’ di cinismo o con l’oblio.

Se non fosse che quelle cazzo di giornate non finiscono mai, neanche vent’anni dopo. Perché prima c’è stato tutto il turbine processuale e quegli sguardi di quando dicevi che eri di Genova, se poi aggiungevi “di Bolzaneto”, ci voleva poco a vedere sbiancare chi era di fronte, come se dire di Bolzanetto volesse dire “della caserma”.

Ma che cazzo è, esiste forse un’osmosi carabinieresca che non conosciamo? Cioè abitare vicino a dove hanno menato, insultato, torturato è doversi portare anche sto fardello che hai quasi timore di dire che sei di Bolzaneto? Ma in fondo oggi finalmente ecco che quelle giornate il loro risultato forse lo hanno ottenuto ed eccomi a parlare come un reduce, che parla dei reduci, che racconta dei reduci, che quando eravamo noi giovani, eh belin mica come oggi che siete dei mollaccioni, noi abbiamo fatto cose.

Ma cosa? Abbiamo fatto cose che se oggi dici Genova, viene in mente il ponte Morandi. O che qualcuno dica ah sì Carlo Giuliani, ucciso dall’Isis (che è sempre più credibile che ucciso da un sasso).

O forse è che vivere vicino a quella caserma, più che a Genova o alla Diaz, che non so forse fa più glamour perché almeno c’era la crema della polizia italiana, che poi è la crema della polizia italiana di oggi, mentre a Bolzaneto c’erano mezze tacche, non può che farti sentire così: un posto che sembra non esistere più e infatti non esiste.

da qui