lunedì 30 novembre 2020

Cadaveri ammassati e case bruciate: viaggio nel Karabakh dopo l’armistizio - Luca Steinmann

  

La sera del 9 novembre il premier armeno Nikol Pashinyan ha annunciato al suo paese di aver firmato un accordo con Russia e Azerbaigian per cessare il fuoco in Nagorno Karabakh. Gli scontri erano iniziati la mattina del 27 settembre. Le vittime totali sono state oltre quattromila. L’accordo è stato siglato dopo la presa di Shushi, il secondo più grande insediamento nella regione. Dopo l’armistizio, a Yerevan sono scesi in migliaia per chiedere le dimissioni di Pashinyan, reo, secondo le accuse, di aver tradito il proprio popolo.

Il giornalista Luca Steinmann (le foto di questo articolo sono state scattate da lui) è stato sul fronte nelle ultime settimane della guerra e ha seguito alcuni dei momenti più significativi dell’epilogo del conflitto: la ritirata armena, i bombardamenti sulla capitale Stepanakert, l’evacuazione di massa dei civili armeni, le proteste degli esuli a Yerevan. E ancora, lo scambio dei cadaveri, l’arrivo dei russi e l’ultimo pellegrinaggio di massa al monastero di Dadivank per l’ultima preghiera prima che venga consegnato agli azeri. Tatjana Đorđević Simic ha intervistato Luca Steinmann per Frontiere News.

 

Luca, come sei entrato in Nagorno Karabakh?

Siamo partiti da Yerevan, la capitale dell’Armenia, per raggiungere la città di Goris da dove avremmo dovuto imboccare il corridoio di Lachin, cioè il passaggio che collega l’Armenia al Nagorno Karabakh. Da Goris non abbiamo però potuto proseguire perché proprio in quelle ore l’esercito azero aveva lanciato un attacco per conquistare lo stretto. Il giorno dopo abbiamo allora preso un’altra strada più a nord che attraversando i monti del Kelbajar ci ha condotti fino a Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh. Ci siamo trovati in una città fantasma.

La maggior parte dei civili era fuggita e per le strade non si incontrava quasi nessuno. I pochi rimasti vivevano in bunker sotterranei per ripararsi dai bombardamenti. Gli unici rumori che si sentivano erano quelli dei bombardamenti sulla città e le esplosioni dei bombardamenti provenienti dai vicini campi di battaglia, soprattutto dalla vicina città di Shushi. Nel corso dei giorni le esplosioni si facevano sempre più vicine, segno che la linea del fronte stava arretrando verso di noi. Finché il 7 novembre le autorità armene hanno ordinato un’evacuazione generale. Siamo precipitosamente stati fatti salire su dei pulmini insieme agli ultimi civili rimasti e durante la notte siamo stati evacuati in Armenia. Probabilmente Stepanakert sarebbe caduta se due giorni dopo non fosse stato firmato l’accordo di pace.

In un reportage realizzato insieme a Filippo Rossi per Sky hai intervistato dei giovani soldati armeni che difendevano le loro case a Shushi. Che cosa vi hanno raccontato? Cosa spinge così tanti ragazzi giovani a combattere?

Mi sembra che la memoria per il genocidio armeno sia il grande collante che spinge tante persone così diverse a combattere per il Nagorno Karabakh. Quello armeno è un popolo sparso in tutto il mondo. Sono tre milioni gli armeni che vivono in Armenia e undici milioni quelli della diaspora che generalmente sono profondamente integrati nei paesi in cui vivono. Si tratta quindi di un popolo molto eterogeneo ma profondamente unito dal ricordo dei drammi del passato. Non soltanto dal genocidio del 1915 ma anche delle stragi e dalle deportazioni che gli armeni, come anche gli azeri, hanno subito con il primo conflitto tra Armenia e Azerbaigian, sempre per il Nagorno Karabakh, nei primi anni ‘90.

Quest’ultima guerra ha dunque implicazioni emotive ed identitarie molto profonde. Il Nagorno Karabakh è considerato terra ancestrale dagli armeni, perderla significa perdere uno dei principali collanti che tiene insieme tutto un popolo sparso per il mondo. Inoltre dopo questa guerra oltre centomila armeni devono abbandonare le proprie case. È un vero e proprio esodo che riapre di nuovo il ricordo del genocidio.

Di fronte a questa situazione si sono mobilitati armeni da tutto il mondo, molti dei quali sono andati sul territorio per dare il proprio contributo. Chi combattendo, chi in veste di medico o infermiere, chi come semplice attivista. Ho incontrato per esempio un medico armeno-americano che era lì come volontario per medicare i soldati. Dei combattenti armeni venuti dalla Russia e anche tanti attivisti europei e americani.

Che cosa hai fatto una volta che sei stato evacuato in Armenia?

 

Sono stato nella capitale Yerevan per qualche giorno. Due giorni dopo il mio arrivo l’Armenia ha firmato la resa e di conseguenza sono scoppiate le proteste in città che sono andate avanti per diversi giorni. Ho avuto l’impressione di essere di fronte al grande shock collettivo di un intero popolo che non si capacitava della sconfitta. Tra chi protestava c’erano molti esuli dal Nagorno Karabakh, ma anche tanti soldati e cittadini comuni che chiedevano le dimissioni e l’esilio del premier Nikol Pashinyan, colpevole di avere accettato l’accordo. In molti avrebbero voluto continuare a combattere e si chiedevano per cosa fossero morti i circa 2000 soldati uccisi in battaglia. Al contempo però c’erano tante altre persone che litigavano con i manifestanti e sostenevano il premier, segno di una grande divisione interna.

Che situazione hai trovato quando sei tornato per la seconda volta a Stepanakert?

Ho trovato una città ancora più spettrale rispetto a prima, in cui c’erano solo soldati armeni, russi e qualche giornalista. L’unico posto in cui si poteva dormire era un albergo abbandonato, senza personale né servizi, riscaldamento o acqua calda e con internet che andava e veniva. Non c’era la possibilità di cucinare né di comprare del cibo caldo ma solo di mangiare degli snack oppure cibo pronto che avevamo portato con noi da Yerevan. Da Stepanakert abbiamo poi preso la strada che salendo portava verso Shushui. Ai lati c’erano molti cadaveri di giovani soldati azeri mentre quelli armeni erano già stati portati via. Qualche ora dopo i russi e la Croce Rossa Internazionale hanno mediato uno di scambio di cadaveri tra le due parti. I corpi degli azeri sono stati raccolti, caricati su dei furgoncini e portati verso Shushi. Prima di venire caricati  venivano controllate le tasche dei cadaveri. Uno di questi soldati teneva una lettera macchiata di sangue nella tasca all’altezza del cuore. Era stata scritta probabilmente da un parente e recitava:

“Ciao soldato, non ti chiedo come stai. Sono sicuro che stai bene. L’umore di una persona che combatte per la patria non può essere diverso. Se tu ci sei, c’è la patria. Se c’è la patria, ci sei tu. Nessuno può cambiare la tua strada, la tua santa causa. Né la pioggia né la neve possono mai farti stancare. Perché sappi che anche la tua patria ti difende, come tu la difendi. Non preoccuparti per noi. Siamo onorati di te.”

 

Hai partecipato all’ultima preghiera degli armeni al monastero di Dadivank prima che lo stesso venisse consegnato agli azeri. Come è andata?

Il monastero di Davidank si trova nella regione del Kalbajar, che a seguito dell’accordo di pace verrà ceduta dall’Armenia all’Azerbaigian. Questa regione non è mai stata persa militarmente dagli armeni che pertanto si ritrovano letteralmente a consegnare al nemico un territorio che considerano proprio. Appena la cessione è stata annunciata, migliaia di armeni si sono precipitati a Dadivank per le ultime preghiere. Centinaia di famiglie hanno portato lì i propri figli per farli battezzare. C’era una grande tristezza, da parte di alcuni anche molta rabbia. In realtà non è ancora chiaro cosa ne sarà in futuro del monastero. Alcune persone che vivono lì, a partire da padre Ter Hovhannes, hanno annunciato che non se ne andranno. Nelle ultime ore sono arrivati sul posto alcuni peacekeeper russi che forse garantiranno i pellegrinaggi degli armeni anche dopo che il Kelbajar sarà passato agli azeri. Per ora mi sembra che ci sia ancora molta incertezza. Quello che è certo è che negli ultimi giorni decine di migliaia di armeni hanno lasciato il Nagorno Karabakh. In molti prima di partire hanno dato fuoco alle proprie case per evitare che vengano abitate dagli azeri quando arriveranno.

 

Quanto reggerà questo cessate il fuoco?

Anche se Pashinyan desse ordine di tornare a combattere, mi sembra che in questo momento le autorità armene abbiano capacità decisionale limitata. Ormai sono entrati in gioco i loro protettori russi, che hanno grande potere. Dopo qualche giorno a Yerevan sono tornato a Stepanakert e ho assistito all’arrivo dei peacekeeper russi.

Sono arrivati, hanno piazzato i loro posti di controllo agli svincoli strategici della città e sulla vicina collina di Shushi e hanno iniziato a gestire loro la situazione, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con le vicinissime truppe azere. I soldati armeni erano lì a guardare e nonostante vedessero le bandiere azere sventolare all’orizzonte non potevano attaccare altrimenti sarebbero stati fermati dai russi stessi.

 

Secondo te la guerra tra Armenia e Azerbaigian si potrebbe descrivere come parte di un conflitto nascosto tra Mosca e Ankara?

La Russia in questo momento ha tutto l’interesse a mantenete la situazione attuale. Per Mosca è molto importante avere una presenza militare diretta nel Nagorno Karabakh, dunque nel cuore del Caucaso. Che è una regione storicamente sotto la propria influenza, che sta però diminuendo a favore di quella della Turchia che manderà presto le proprie truppe direttamente sul territorio.

Sostenendo l’Azerbaigian in questa guerra, Ankara ha messo un piede alle porte della Russia e si aggiudica l’utilizzo di un corridoio attraverso Armenia e il Nagorno Karabakh che collega la Turchia direttamente all’Azerbaigian e al Mar Caspio. Inoltre attraverso il Nagorno Karabakh Turchia e Azerbaigian potranno collegare le riserve azere di olio, di greggio e in generale di gas e di altri idrocarburi presenti nel Mar Caspio con il Mar Nero e poi con l’Europa senza passare attraverso la Russia.

Dal punto di vista geopolitico la Turchia esce quindi molto rafforzata da questa guerra e la Russia deve tenerne conto. Mosca non si può permettere di indietreggiare dal punto di vista militare altrimenti rischierebbe di diventare veramente subalterna rispetto alla Turchia. Credo quindi che la Russia farà tutto il possibile per mantenete le posizioni militari attuali e che quindi imporrà all’Armenia lo status quo attuale.

da qui

Enrico Galiano, professore, racconta di scuola

 

 

Appello contro le misure di sorveglianza speciale inflitte a Maria Edgarda Marcucci

 


Oltre 1500 firme in 24 ore ha raccolto l’appello, lanciato dall’Osservatorio permanente sulla Legalità Costituzionale del Comitato Rodotà, per chiedere l’immediata cessazione delle misure di sorveglianza speciale inflitte all’attivista Maria Edgarda Marcucci, che ha combattuto in Rojava contro Isis per difendere la costruzione di una società dei beni comuni.

L’appello, promosso da Ugo Mattei e Alberto Lucarelli, insieme a dieci colleghi fra cui i costituzionalisti Enrico Grosso e Anna Poggi,  gli esperti di diritto e procedura penale Davide Petrini ed Elisabetta Grande, nonché l’internazionalista Pasquale de Sena, denuncia l’incostituzionalità delle misure di sorveglianza speciale, triste retaggio dell’epoca fascista e chiede l’immediata apertura di un confronto politico volto al loro superamento.

In poche ore le adesioni hanno superato le 1500 firme: fra quelle più illustri anche dal mondo dello spettacolo sono pervenute le firme di Dori Ghezzi, Mario Martone, Emanuele Trevi, Paolo Virzì, Maya Sansa, Massimo Ghini, Valerio Mastrandrea, Francesco Bruni, Antonio Manzini, Pippo Civati, Linda Brunetta, Nina di Majo, Elena Stancanelli, Majid Valcarenghi, Mario Canale, Valentina Amurri, Mimmo Calopresti, Alessandro Rossellini.

 Appello di giuristi contro le misure di sorveglianza speciale inflitte a Maria Edgarda Marcucci, che tacitano il dibattito politico su questioni di fondamentale interesse internazionale in pregiudizio dell’agibilità democratica e dell’alfabetizzazione popolare sulle istituzioni del comune

Il 3 gennaio 2019 la procura di Torino ha proposto cinque persone per la sorveglianza speciale – una donna e quattro uomini – tutte accomunate dall’essere stati in Siria, tra il 2016 e il 2018, per supportare i curdi nella loro lotta contro l’Isis e le invasioni turche, arruolandosi in alcuni casi nell’esercito delle Ypg-Ypj. Nel Rojava si stavano sperimentando, in condizioni difficilissime, alcune delle più avanzate istituzioni giuridiche e politiche dei beni comuni, in assenza di Stato e proprietà privata, fondate sull’accesso, l’inclusione ed il superamento di ogni discriminazione (in primis quella di genere).

I faldoni preparati dalla questura sottolineavano come l’aver contribuito a quella causa anche a rischio della vita non potesse che evidenziare la pericolosità dei cinque per la società italiana. Contro questa iniziativa il Comune di Torino ha approvato il 17 gennaio, all’unanimità, una mozione che prende le parti dei cinque e impegna la sindaca a intitolare uno spazio pubblico nella città alle cadute e ai caduti delle Ypj-Ypg.

Nel giugno 2019 il Tribunale (sezione per le misure di prevenzione) si pronuncia respingendo le richieste per due dei proposti e prendendosi altro tempo per approfondire le indagini sugli altri tre, definiti, nel decreto, impegnati politicamente in Italia. Il 17 marzo del 2020, con un secondo decreto, applica la misura della Sorveglianza speciale alla sola Maria Edgarda Marcucci, unica donna, ex combattente delle Ypj ad Afrin nel 2018, perché le sue attività politiche dopo il ritorno sarebbero state particolarmente pericolose per la società.

Vengono elencati il corteo in via Po durante la Festa dei lavoratori del 2019, un apericena musicale davanti a un locale che non pagava da mesi un suo dipendente, una manifestazione No Tav in Val Susa e uno speakeraggio con il megafono alla Camera del commercio di Torino contro la sponsorizzazione di una kermesse commerciale dove di discuteva la vendita di tecnologie militare, da parte italiana, alla Turchia. La Marcucci è incensurata e, per la maggior parte di questi episodi – durante i quali non ha mai mai usato violenza – non ha subito neanche un processo.

Da marzo 2020 la giovane attivista politica deve rincasare dalle 21 alle 7 del mattino, non può avvicinarsi a locali pubblici dopo le 18, deve notificare ai commissariati qualsiasi spostamento fuori dal comune di Torino, non può partecipare a riunioni pubbliche (quindi ha dovuto interrompere le decine di conferenze che teneva in tutta Italia per raccontare la situazione femminile, curda e siriana) e deve portare su di sé un libretto rosso,  su cui gli agenti di polizia possano scrivere le loro annotazioni. E’ evidente che in queste condizioni la sua importante azione politica e culturale di eco-alfabetizzazione sui beni comuni emergenti dalle lotte dei movimenti sociali, dal Rojava alla Valsusa è impossibilitata a proseguire.

Il 12 novembre 2020, in occasione dell’udienza di appello, la procura generale ha contestato la richiesta di revoca della misura da parte del difensore affermando che, sebbene combattere nelle Ypj-Ypg sia una cosa nobile, è pericoloso se a farlo è Maria Edgarda Marcucci, le cui attività politiche in Italia (in verità del tutto paragonabili a quelle degli altri originari proposti) sarebbero non gravi di per sé (il procuratore ha ammesso la loro irrilevanza penale) ma come “reati spia” per evidenziare la personalità “da soldato” della ragazza.

Oltre trecento intellettuali, artisti e personalità delle istituzioni hanno sottoscritto un appello pubblico in favore della sorvegliata speciale Maria Edgarda Marcucci nel 2019. Durante il 2020 migliaia di persone hanno fatto circolare il suo diario online, pubblicato con post Facebook e Instagram, in cui ha denunciato la sua condizione e l’assurdità delle argomentazioni contro di lei. Il 13 novembre, subito dopo l’udienza d’appello, i suoi profili Facebook e Instagram sono stati oscurati senza notifiche o spiegazioni.

Di fronte a questa situazione, resa possibile da normative sulla sorveglianza speciale risalenti al regime fascista ed incompatibili con lo spirito della Costituzione Repubblicana, l’Osservatorio Permanente per la Legalità Costituzionale del Comitato Rodotà, nelle more della preparazione di un ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo, propone alla cittadinanza di sottoscrivere il presente appello volto al mantenimento dell’ agibilità democratica nel nostro paese:

Voglia l’Autorità Giudiziaria torinese adoperarsi per l’immediata restituzione a Maria Edgarda Marcucci della propria agibilità politica, fisica ed informatica, affinchè essa possa continuare nella propria battaglia politica e culturale a favore del Rojava. Si voglia altresì aprire immediatamente una rinnovata discussione politica e giuridica sull’incompatibilità della sorveglianza speciale rispetto ai parametri della nostra Costituzione e della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo.

Primi firmatari:

Fabrizio Arossa, (Foro di Roma, Componente Osservatorio Permanente Legalità Costituzionale); Alessandra Camaiani, (Foro di Firenze, Comitato Rodotà);  Pasquale de Sena (Ordinario Diritto Unione Europea, Università Cattolica, Milano, Componente Osservatorio Permanente Legalità Costituzionale); Elisabetta Grande (Ordinario di Diritto Comparato, Università Piemonte Orientale); Enrico Grosso, (Ordinario di diritto Costituzionale Università di Torino); Alberto Lucarelli, (Ordinario di Diritto Costituzionale, Università di Napoli, Direttore Osservatorio Permanente Legalità Costituzionale); Ugo Mattei (Presidente Comitato Rodotà, Ordinario Diritto Civile Univ. Torino); Anna Poggi, (Ordinario di Diritto Costituzionale, Università di Torino); Livio Pepino (già magistrato e componente Consiglio Superiore magistratura); Davide Petrini, (Ordinario di Diritto Penale, Università di Torino); Alessandra Quarta, (Associato di Diritto Privato, Università di Torino, Comitato Rodotà).

Appello per Eddi

Per firmare l’appello compilare il Google Form cliccando qui:

SOTTOSCRIVI L’APPELLO

Comitato Rodotà

da qui

domenica 29 novembre 2020

la polizia (egiziana?) a casa di Cristian

 

Solidarietà a Cristian: Meno repressione e più ospedali

 

Ogni attivista che immagina una Sardegna diversa dall’isola delle diseguaglianze che viviamo e libera dall’occupazione militare rischia di imbattersi nelle intimidazioni poliziesche della Questura di Cagliari.

Intimidazioni puntuali, come orologi svizzeri che arrivano solo quando sono presenti iniziative e mobilitazioni. L’idea è antica, ignorare e sospendere la costituzione italiana per costruire una atmosfera di tensione e violenza e per spaventare chiunque possa avvicinarsi alle iniziative democratiche di dissenso all’attuale modello di società. Un clima di violenza gratuita che dovrebbe preoccupare e allarmare ogni persona sensibile all’azzeramento delle garanzie costituzionali e delle libertà individuali. Queste forme di violenza della polizia italiana non sono nuove e non colpiscono solo gli attivisti e le attiviste ma tutti coloro che frequentano la dimensione delle loro vite, familiari, amicizie e coinquilini, addirittura circoli privati. La redazione del manifesto sardo esprime la sua vicinanza e solidarietà a Cristian riportando il suo post su quanto accaduto stamattina.

“Oggi ho subito una perquisizione da parte della forza pubblica. Alle 8.00 mi suona il campanello con un uomo che mi dice “posta”: alle 8. Chiaramente avevo capito che si trattava di altro tipo di servizio pubblico. Sei agenti della digos sono entrati così in casa mia. Hanno frugato in camera mia, tra le mie cose. Hanno aperto libro per libro (magari ci avessero capito qualcosa).Mi hanno sequestrato il telefono, il computer, il tablet ed ogni tipo di memoria esterna che potessi avere. Mi hanno sequestrato una giacca e un paio di scarpe, gli unici decenti che avessi. Mi hanno sequestrato otto fumogeni definiti come “razzi”, perchè il fumo uccide. Non contenti di ciò sono andati a casa mia a Capoterra, da mio padre, appena dimesso dall’ospedale, per puro atto di intimidazione. Sono rimasti per intere ore in casa fotografando il loro “materiale probante” per passare così la velina a qualche giornalaio. Tutto questo perchè secondo loro farei il paparazzo. Entro oggi mi farò un nuovo numero e forse anche un nuovo profilo social. Per adesso non mandatemi messaggi. Salvo foto di ghigni da fargli trovare quando accenderanno il pc. Non posso tra l’altro accedere ai miei social, in quanto ho l’autenticazione a due fattori. Le lotte non si fermano anche se questi “signori” continueranno a intimidirci, perquisirci e reprimerci. A innantis ”Cristian”

da qui

 

 

La politica alternativa fatta con gli stessi mezzi della controparte non è una politica alternativa - Omar Onnis

 

In diverse occasioni ho argomentato su queste pagine la sostanziale inesistenza storica della politica in Sardegna. La condizione di subalternità economica e culturale ha impedito negli ultimi due secoli il maturare di dinamiche socio-politiche autonome, situate, pienamente dispiegate.

L’essere una porzione territoriale marginale e tributaria di qualcos’altro ha prodotto e perpetuato dinamiche sociali e politiche degeneri, che si sono riprodotte in modo estremamente resiliente anche dentro il mutare del contesto.

Certe forme di diseguaglianza, la concezione feudale dei rapporti politici e della stessa amministrazione pubblica, il debordare delle misure assistenziali e clientelari, la stessa debolezza del tessuto produttivo sono tutti fattori di un circolo vizioso che non si è mai interrotto.

Le cattive prove della politica sarda pressoché in ogni epoca, con evidenti degenerazioni negli ultimi lustri, non sono casuali. La feroce transizione storica in cui ci ritroviamo coinvolti non fa che peggiorare le cose. L’epidemia di covid-19 ne è parte integrante, non un caso straordinario e irripetibile.

Che in Sardegna sia necessario, storicamente necessario, un cambio di rotta deciso, lo sappiamo e lo diciamo da tanti anni. Lo dicono anche coloro che in realtà agiscono in senso contrario, ossia affinché le cose vadano avanti ancora allo stesso modo.

Ma è davvero possibile questo cambio di rotta? In quali condizioni dovrebbe avvenire? E cosa significa concretamente un auspicio del genere? Chi dovrebbe promuoverlo? Come?

Sono tante domande che bisognerebbe farsi ogni volta che si fa questo discorso. Spesso le diamo per scontate o facciamo finta di conoscere tutte le risposte. Io non credo che sia vero. E credo anche che siano ancora troppe le cose di cui non parliamo o su cui stendiamo uno spesso velo di ipocrisia, o di rimozione. Anche per paura, non solo e non necessariamente per nascondere cattive intenzioni.

Ma forse serve ancora un ulteriore sforzo di verità e di onestà intellettuale. Bisogna parlarsi chiaro e bisogna calare le carte.

Di ieri è la notizia della perquisizione domiciliare di Cristian Perra, studente, militante molto impegnato su più fronti politici e sociali. Una figura nota e stimata del variegato movimento che si oppone all’occupazione militare, alle politiche di saccheggio del territorio, all’oscurantismo moralista, alle politiche padronali e anti-popolari dominanti.

Un’operazione di polizia che sa molto di rappresaglia e intimidazione. Solo venerdì scorso, il 13 novembre, Cristian, con altre decine di militanti, aveva dato vita a un sit-in presso il poligono di Capo Frasca, sede tuttora di esercitazioni militari, a dispetto della pandemia e delle restrizioni anche economiche che i cittadini devono sopportare in questi mesi.

L’intimidazione naturalmente non è solo a carattere individuale, benché naturalmente il bersaglio non sia scelto a caso, ma colpisce un intero ambito politico e tende a lanciare un avvertimento generalizzato.

È inevitabile che la Sardegna, considerata dalla classe dominante italiana, dalla politica e dal deep state alla stregua di una colonia oltremarina, debba essere tenuta sotto controllo, con ogni mezzo. Un po’ come chiedevano gli USA negli anni ’60. Non solo per ragioni geo-strategiche pure e semplici, ma anche per garantire la mole di affari che l’occupazione militare dell’isola consente. E questa è una faccenda che dobbiamo sempre tenere ben presente.

Non è un caso se le azioni intimidatorie più forti da parte delle forze dell’ordine colpiscano preferibilmente chi appare più esposto sul fronte della lotta contro l’occupazione militare.

Non c’è solo questo, naturalmente. Le partite strategiche in cui la Sardegna è inserita, sia pure come pedina sacrificabile, sono anche altre. C’è quella energetica, con tutte le sue implicazioni. Ci sono le relazioni conflittuali tra medie potenze dell’area turco-arabo-persiana (il Qatar, che domina la scena in Sardegna, è ormai ai ferri corti con l’Arabia Saudita ed altri attori di quello scenario, compresi quelli europei ed extra-europei). Ci sono partite economiche in cui l’isola può avere un ruolo di fornitore di materia prima, o di territorio da sfruttare, ma non può avere ambizioni di protagonismo e di autonomia strategica.

La mediocrità e il discredito della nostra classe politica complicano una situazione già aggravata da una crisi ormai strutturale e da una pandemia gestita male e dagli esiti incerti.

Se pensiamo al susseguirsi delle giunte regionali delle ultime legislature è facile constatare come di volta in volta si sia pensato di aver toccato il fondo e invece al giro successivo ci si debba sempre confessare di essere stati troppo ottimisti.

La sconfitta di Renato Soru nel 2009, chiaramente una sorta di restaurazione oligarchica e anti-democratica, era stata anche responsabilità – e in qualche caso opera diretta – di alcune parti dello stesso centrosinistra.

La giunta Cappellacci, pur non avendo conseguito alcuni degli scopi fondamentali per cui era stata promossa (in primis lo smantellamento del PPR), aveva però rimesso a posto dinamiche di spartizione e assetti di potere che per un attimo erano stati minacciati. Il banco tuttavia sarebbe potuto saltare già al giro successivo, nel 2014, se non fosse stato per la trovata estemporanea ma invero efficace della candidatura Pigliaru.

L’esperimento normalizzatore della “giunta dei professori” garantiva il perpetuarsi delle relazioni e delle forme di potere consolidate, ma con un’aura di rispettabilità che consentiva di svolgere i peggiori magheggi al riparo da troppe critiche. Non a caso quella giunta, nominalmente di centrosinistra, è riuscita a realizzare obiettivi che i suoi dirimpettai politici non sarebbero riusciti a realizzare così a buon mercato. Per esempio la privatizzazione sistematica di ampie porzioni di beni comuni (con una generalizzata licenza di occupare suolo fertile a scopi speculativi) e lo smantellamento o l’indebolimento drastico di ambiti democraticamente vitali come la scuola e la sanità pubbliche. Lo ricordo a vantaggio dei tanti che credettero di votare quella compagine per “battere le destre” o come “il meno peggio”.

Oggi ci ritroviamo nelle mani di una giunta sardo-leghista che al suo massimo splendore potremmo definire imbarazzante, sennò si va da lì all’indietro, in un’ipotetica classificazione della qualità politica. La cialtronaggine e la subalternità erette a regola aurea dell’amministrazione pubblica. Di male in peggio, appunto.

Il guaio è che, come dicevo, tale decadenza politica si inserisce in un quadro più ampio di disarticolazione sociale e politica e di estrema incertezza. A livello italiano, europeo, mediterraneo e globale.

Questo è il quadro in cui deve muoversi qualsiasi proposta di mutamento politico radicale in Sardegna. Che significa anche mutamento sociale ed economico, oltre che culturale. Un mutamento che, se innescato, rimetterebbe in discussione interessi corposi a un livello più ampio di quello locale, non solo le aspirazioni di carriera a spese pubbliche dei vari arrivisti da quattro soldi nostrani.

I quali, però, servono ancora, magari camuffati da qualcos’altro. Le manovre di ricomposizione o ricollocazione politica già in atto evidenziano la precisa coscienza della debolezza delle compagini che hanno garantito fin qua gli assetti di potere vigenti ed evocano il conseguente obiettivo di accaparrarsi o quanto meno sabotare eventuali aggregazioni politiche alternative.

Io leggo anche in questo senso l’appello fatto da Paolo Maninchedda, su cui mi sono soffermato nell’ultimo post su SardegnaMondo. Di cui ribadisco le argomentazioni.

Non si può pretendere di essere un’alternativa se si fa parte del meccanismo di potere a cui si dichiara di volersi contrapporre. Ciò significa che non se ne possono nemmeno mutuare metodi, scopi, personale.

Noto invece con una certa costernazione, benché senza grande sorpresa, che anche l’ambito indipendentista-autodeterminazionista è percorso da tentazioni pericolose, in questo senso. Si equivoca la furbizia tattica e opportunistica di alcuni soggetti, prendendola per intelligenza politica; si ritiene la capacità di entrare nel Palazzo a qualsiasi prezzo l’unico modo pragmatico di agire; si allentano i filtri etici e ideali in nome di una malintesa necessità di conquistare il consenso elettorale pur che sia.

È un problema. Questo modo di agire nega in partenza la possibilità di costruire il cambiamento politico che si pretende di perseguire. Per altro, sul piano meramente pragmatico, si accetta di giocare con le regole e secondo i criteri di un meccanismo di selezione e di gratificazione gestito da vecchi marpioni di questo gioco, a cui non si potrà mai insegnare come vincere. Si accettano le condizioni e il terreno di gioco altrui, finendo per ridursi a semplici strumenti di una tattica che non si padroneggia e da cui si viene facilmente irretiti.

E per cosa, poi? Per poter “contaminare dall’interno” i meccanismi di spartizione e di potere di intermediazione a cui è da tempo ridotta la politica sarda contemporanea? O per ricevere gratificazioni al proprio ego, per compiere una scalata sociale altrimenti impossibile?

I mezzi sono giustificati dal fine, si dice, ma, anche se questo fosse sempre vero ed accettabile, resta la necessità che siano adeguati. Cedere ai meccanismi di contrattazione e di compromesso richiesti dalla gestione della politica podataria sarda, oltre che inaccettabile, è anche pragmaticamente controproducente. È una pia illusione quella di avere la forza e la capacità di mutare questi meccanismi politici facendone pienamente parte e dunque legittimandoli.

Chiaro, il percorso realmente alternativo, che passa per il confronto aperto, la lealtà, la trasparenza degli scopi, la rispondenza dell’azione politica a reali interessi collettivi e a una prospettiva di emancipazione democratica generalizzata, è difficile. Molto più facile accettare di entrare in combutta con i vari maneggioni delle clientele e del consenso sotto ricatto, o allearsi con centri di potere opachi, oligarchici, coloniali, ma che assicurano – almeno nelle promesse iniziali – la partecipazione al bottino. Ma se si vuole questo, che almeno si abbia il coraggio di schierarsi coerentemente, senza fingere di aspirare a qualcosa di radicalmente diverso.

Esiste anche l’eventualità di operazioni scientemente finalizzate a debilitare i percorsi alternativi. In questo caso la contaminazione dall’interno sarebbe del tutto sensata. Ne ho già fatto cenno. È del tutto possibile e direi anche probabile che chi ha qualcosa da perdere da un mutamento drastico degli assetti di potere lavori a colonizzare, inquinare e al limite sabotare il processo di costruzione di un fronte democratico e popolare. Non sarebbe nemmeno difficilissimo (e perdonatemi se non scendo nei particolari). Chi può escludere che non sia già successo?

Alle difficoltà oggettive si sommano dunque anche difficoltà soggettive e contingenti. È una partita estremamente complessa, ma decisiva. Il processo in corso ormai da alcuni anni va avanti con la forza di un’inerzia storica difficile da arrestare. Ciò significa che qualcosa succederà. Potrebbe essere un esito democratico ed emancipativo, da difendere strenuamente, oppure l’aggravamento definitivo della nostra condizione di subalternità, di povertà, di degrado ambientale, sociale e culturale, di spopolamento.

La ragione, oggi come oggi, suggerisce che quest’ultimo sia l’esito più probabile. Per scongiurarlo non servirà la retorica da social media, non servirà la presunzione di chi mette se stesso o il proprio gruppo davanti a tutto e a tutt*, non basterà la furbizia da ladri di polli, né garantirà il successo la malleabilità ideale ed etica.

La democrazia si conquista e soprattutto si garantisce esclusivamente con la democrazia stessa. Idem la libertà e le conquiste sociali. Che si chiamano conquiste perché sono il frutto di una lotta collettiva, l’esito di un conflitto, non certo la concessione di un potente magnanimo o il premio per un tradimento. Se qualcuno pensa il contrario, quale che sia la bandiera sotto cui si presenta, non stiamo dalla stessa parte né abbiamo gli stessi obiettivi politici.

da qui

Proibizionismo e polizia, intervista a Benedicte Desforges

(di Fabrizio Dentini)

 

Il collettivo PCP (Poliziotti contro il Proibizionismo) è composto da agenti di polizia e gendarmi francesi, in attività o meno, che, grazie all’esperienza della loro professione, hanno deciso di unirsi per promuovere una riforma della legge sugli stupefacenti e per testimoniare l’inefficacia del divieto e della repressione del consumo di droga. Benedicte Desforges, portavoce del collettivo, spiega perché un’altra polizia è possibile e soprattutto necessaria in Italia come in Francia.

Perché un poliziotto decide di mettersi dall’altro lato del proibizionismo?

Essere poliziotto significa anche essere un cittadino all’interno della società, significa essere autorizzati a pensare in maniera indipendente e a esercitare una critica rispetto alle proprie funzioni, all’applicazione della legge e al suo contenuto. Avendo la sorte di essere posizionati all’ultimo gradino della catena penale, siamo in contatto diretto con la delinquenza e con alcuni aspetti della società. Si tratta di un contatto che, prima dell’intervento della magistratura, non è mediato da nessun prisma mediatico o politico. La nostra conoscenza della società, per chi ha voglia di osservarla, è unica. Parlando della repressione dei consumatori di sostanze stupefacenti, siamo probabilmente i meglio posizionati per capire che non serve a nulla e che genera degli effetti perversi. I consumatori, nel peggiore dei casi, fanno solo male a se stessi. Noi possiamo arrestarli o denunciarli in maniera sempre più intensa, ma il narcotraffico non ne risente in maniera alcuna.

Penalizzare i consumatori non serve a nulla?

Si tratta di una repressione inutile che, in più, non ha alcun impatto pedagogico o sanitario. È quindi abbastanza semplice, quando si è poliziotti, adoperare indulgenza nei confronti dei consumatori. Anche perché, professionalmente, la repressione di questo delitto, una disobbedienza senza conseguenza, non è molto valorizzante.

Come si passa dalla repressione quotidiana dei consumatori al loro sostegno politico?

Adottando una posizione contro il proibizionismo, il nostro collettivo è in linea con le aspettative dei consumatori. Inoltre proponiamo un modello di polizia differente, più interessante per noi poliziotti e per i cittadini. Senza la repressione dei consumatori verrebbe meno la «politica dei numeri», cioè la politica dell’amministrazione che in luogo della qualità del lavoro svolto, predilige ed esige la quantità. L’esercizio quotidiano del nostro impegno potrebbe calibrarsi verso una delinquenza più pericolosa come il narcotraffico. In Francia, più della metà dell’attività proattiva della polizia è dedicata al consumo di sostanze: uno spreco di tempo per polizia e magistratura e uno spreco di risorse pubbliche. I rapporti fra polizia e popolazione ne risulterebbero migliorati: la repressione dei consumatori diventa infatti, spesso, un pretesto per il controllo di certe fasce della popolazione, in particolare i più giovani e i più precari.

Quale impatto ha il vostro collettivo sulle politiche antidroga del vostro paese?

Il collettivo esiste da soli due anni e il nostro impatto a livello di politiche nazionali è nullo. Ciononostante, le nostre argomentazioni risultano d’interesse per alcuni parlamentari. Ad esempio, in tema di correlazione fra la repressione di questi delitti e la politica dei numeri. Convincere chi scrive le leggi è un lavoro di pazienza e perseveranza. Il collettivo, comunque, porta una voce inedita perché siamo poliziotti e andiamo ad integrare efficacemente, col nostro punto di vista, il contesto antiproibizionista. Abbiamo suggerito diverse proposte con lettere aperte o trasmesse ai deputati. Ci auguriamo, tra le altre cose, che i test salivari eseguiti su chi guida vengano sostituiti con testi comportamentali. Suggeriamo, poi, che la prevenzione delle droghe nelle scuole non venga affidata ai poliziotti, ma a specialisti e auspichiamo, infine, che la polizia venga provvista di kit al naloxone per venire in aiuto alle vittime di overdose. Quest’ultima proposta, che ci sta particolarmente a cuore, perché ci darebbe la possibilità di non svolgere un ruolo esclusivamente repressivo, è stata presa in considerazione dal Ministero della Salute.

Vuole mandare un messaggio ai suoi colleghi italiani?

I danni del proibizionismo sono gli stessi in Francia ed in Italia. I poliziotti non possono che tirare le stesse somme: perdono il loro tempo con gli stessi arresti e con le stesse procedure. L’opinione deve essere per forza la stessa. Ai nostri colleghi italiani quindi voglio di dire: riflettete sulla società nella quale vorreste vivere, riflettete sulla possibile rivalorizzazione del vostro mestiere, sulle relazioni che intrattenete con la popolazione… Una persona che fuma o coltiva cannabis o sniffa un riga di cocaina nel week end, è il delinquente che sognavate di arrestare prima di diventare poliziotti? Non possiamo cercare tutti insieme di fare in modo di lavorare per svolgere un mestiere più efficace e più concentrato sui «veri» delinquenti? E perché concedere a chiunque la libertà di scegliere cosa fare con il proprio corpo e con il proprio stato di coscienza fino a quando non nuoce al prossimo, potendo contare su di un’informazione corretta, è cosa impossibile quando si è immersi nella politica proibizionista? Per concludere direi loro di interessarsi alla politica del Portogallo dove, da quasi 20 anni, il consumo di tutte le droghe è stato depenalizzato. Questa scelta è stata un successo da tutti i punti di vista e i poliziotti possono dedicare il loro tempo alla delinquenza di livello e non si lamentano affatto di questa politica più coerente e più umana.

da qui

un documentario sugli Squallor - Carla Rinaldi, Michele Rossi

 

sabato 28 novembre 2020

Come funziona una guerra? - Miguel Martinez

Ogni guerra ci sembra speciale. In realtà tutte le guerre moderne seguono approssimativamente le stesse fasi, a prescindere dalle cause o da quale sia il nemico. In questo breve saggio, non abbiamo alcuna pretesa quindi di dire se una guerra sia giusta o no, ma semplicemente come funzionano le società in guerra.

 

Fase Uno.

La guerra parte dall’informazione.

L’informazone dà l’allarme, che significa insieme una notizia di pericolo, e un richiamo alle armi.

Quando l’informazione è inseparabile dalla mobilitazione, diventa propaganda. Siccome la “propaganda” ha oggi una brutta nomea, precisiamo subito: la propaganda può dire cose assolutamente vere e difendere cause giuste, ma sempre propaganda è.

Lo stato di mobilitazione pone fine alle dispute: in guerra tutti devono essere solidali attorno a una figura umana, il Condottiero, in grado di incarnare tutte le passioni.

I giovani corrono per arruolarsi volontari. Paura, eccitazione, ottimismo. Andrà Tutto Bene!

 

Stringiamo i denti, ogni cittadino si igienizzi col suo gel e smascheri i traditori, anzi li mascheri – ma vinceremo presto!

Gente che fino alla sera prima era pronta a sporgere denuncia perché non gli servivano il cocktail come voleva lui, o perché l’aereo partiva con cinque minuti di ritardo, si chiude mitemente in casa, mette fuori la bandiera tricolore e si prepara a veder stramazzar al suolo il nemico.

I primi morti vengono celebrati: sia come vittime innocenti della malvagità del nemico, sia come coraggiosi combattenti.

 

Ma ci sono anche le prime vittorie, un popolo unito, spalanchiamo le finestre, è primavera!

Il nostro Condottiero ci sta portando al trionfo e balleremo in Sardegna tutta l’estate!

 

Fase Due.

Arrivano autunno e buio, e si scopre che la guerra non l’abbiamo affatto vinta e che dopo qualche mese, vivere nei rifugi antiarei perde di fascino.

Improvvisamente ci accorgiamo davvero del costo della guerra, che non sono tanto i morti, quanto la possibile distruzione di un intero ceto – la maggioranza scopre la scomoda verità, cioè che è inessenziale.

Improvvisamente, la società che sembrava così unita inizia a spaccarsi, secondo linee nuove, che non erano quelle della recita politica precedente.

L’euforia è finita per tutti, ma la maggioranza ancora crede al Condottiero.

Tanti però iniziano a dubitare persino della causa. La propaganda onnipresente comincia a suonare stranamente vuota, quasi ridicola.

Il dubbio sorge in mille modi diversi, ma soprattutto perché tutto ciò in cui qualcuno aveva investito la propria vita sembra perso per sempre.

Poi basta un sopruso vero o presunto, una fola che gira, un ragionamento ben fatto, il sospetto – non sia mai! – che qualcuno ne stia approfittando: il segreto di ogni guerra sono i mercanti d’armi, e quando il mercante d’armi è anche il proprietario del sistema di comunicazioni (non solo dei media, proprio del sistema), è anche quello che decide cosa si consideri la verità, i sospetti si scatenano.

E’ un momento di visionitutti conoscono la Madonna di Fatima che brontolava i volontari portoghesi partiti in guerra, ma lo storico Cesare Bermani ha scoperto una proliferazione di Madonne pacifiste anche in Italia, sorvegliate dai Carabinieri e tenute segrete.

Crollano i mestieri, chiudono le aziende, il Condottiero inizia a stampare soldi e lanciarli sulla testa della folla, che all’inizio applaude, grata.

 

Fase Tre

La società si spacca, in gran parte secondo la prospettiva che ognuno ha per il proprio futuro. Chi si sente garantito, in genere resta con il Condottiero.

Una parte sempre più numerosa inizia a ribellarsi, perché non ha nulla da perdere, ma nel ribellarsi, deve inventarsi una spiegazione propria del mondo. Il Condottiero ha dalla sua il monopolio degli accademici, e chi non si allinea rischia grosso.

Gente non abituata a concedersi il lusso del pensiero teorico viene chiamata a darsi una ragione.

E persone senza precedenti politici, prendono le armi, certo come possono farlo generazioni come le nostre.

 

Quelli rimasti fedeli reagiscono con rabbia: i ribelli, dicono, stanno spalancando le porte al Nemico, che ci massacrerà tutti.

All’inizio, i Traditori vengono soltanto derisi, o accusati di appartenere a qualche setta malvagia: il Journal of American Medical Association spiega seriamente che chi non si allinea è probabilmente affetto da demenza fronto-temporale.

E all’inizio, potrebbero anche avere un po’ ragione. Siamo esseri selezionati per il conformismo sociale; e i primi che rompono i ranghi possono essere davvero un po’ matti. Il 14 maggio scorso:



Poi, quando si scopre che sono tanti, si cerca di dividerli: quelli buono sono solo vittime dei Manipolatori. Sono dei sempliciotti, che si fanno convincere dalla prima cosa che sentono.

Un po’ strano, che gli stessi non si lascino convincere dalla televisione, dalla scuola, dagli avvisi affissi per strada, dai medici. In realtà, i ribelli restano folgorati da affermazioni (non importa se fattualmente vere o false) che rispondono a qualcosa che sentono già dentro: cioè che chi ha il potere non la conta giusta, e che dietro una guerra che chiede enormi sacrifici, ci possano essere interessi ancora più enormi.

O che governi che introducono leggi di emergenza non siano necessariamente solo benintenzionati.

Parte così la guerra interna contro i Traditori: vanno censurati, manganellati, processati, e si spulcia le cronache per trovare nelle parole dei ribelli le frasi più assurde e confuse, che ovviamente non mancano.

Ma i Traditori sono potenzialmente un’intera società in disfacimento.

Il Condottiero raddoppia il lancio di soldi dalle finestre del palazzo, e annuncia che la Wunderwaffe è quasi pronta.

Il Condottiero è ancora seguito dalla maggioranza, ma sa che anche chi oggi lo incita a impiccare i traditori dai pali della luce, domani potrebbe chiedere la sua di testa.

Perché proprio come la gente attribuisce erroneamente a un individuo le vittorie, è prontissima ad attribuirgli le sconfitte.

Il Condottiero governa per decreto, può imporre cose che si pensava impossibili, ma – come il Dittatore nell’Antica Roma – poi deve comunque rendere conto a tutto un sistema politico, e sa che un giorno dovrà andarsene.

 

Fase Quattro

La Wunderwaffe esiste davvero? E se sì, porterà la Vittoria?

La rivolta sarà schiacciata a suon di multe, derisione, stroncature mediatiche, censure, o dilagherà ovunque prima della Vittoria?

La maggioranza di solito resta alla finestra fin quasi all’ultimo momento, sostenendo a parole il più forte, ma con le antenne dritte per percepirne ogni debolezza, e le svolte possono avvenire in un istante.

Diamoci una data, in primavera, per vedere come sta andando. Diciamo attorno al 25 aprile vi andrebbe bene?

 

Nota:

Ovviamente qui stiamo parlando di ciò che avviene all’interno di un sistema chiuso. L’Italia di oggi fa parte di un sistema globale, da cui non può prescindere. Ma anche il sistema globale è coinvolto in questa guerra, e probabilmente questi ragionamenti valgono anche per diversi altri paesi.

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Come ti trasformo Riace in un reato - Giovanna Procacci

 

Il processo di Locri contro Mimmo Lucano continua, sia pure a rilento, sostanzialmente ignorato dalla stampa. Dal mio ultimo articolo di inizio luglio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/), ci sono state 4 udienze, due a luglio e due a settembre.

1.

Nell’udienza del 6 luglio, il colonnello Sportelli ha ripreso il tema del Riace in festival, la manifestazione culturale estiva organizzata dalla Rete dei Comuni Solidali, con riferimento, in particolare, alle edizioni del 2017 (in pieno periodo di intercettazioni da parte della Guardia di Finanza) e del 2015 (per dei riferimenti presenti in alcune intercettazioni raccolte due anni più tardi, che in realtà non si riferiscono al Festival, ma ad altri eventi culturali organizzati dal Comune in occasione della festa dei santi patroni). I reati ipotizzati sono quelli di distrazione di fondi, di falso ideologico e di favoreggiamento personale. Del Festival Sportelli aveva già parlato, affermando che sarebbe stato finanziato con quelle “economie” realizzate sui fondi dell’accoglienza che la Procura tratta tutte indistintamente come distrazione di fondi. Questa volta vi ritorna su per parlare delle case in cui venivano alloggiati quelli che Sportelli definisce come “gli ospiti del Festival”, oppure “gli invitati di Lucano”, o addirittura “gli amici di Lucano”. Uno slittamento di linguaggio indicativo del carattere approssimativo delle accuse, ma anche del tentativo di insinuare continuamente che possa esserci un interesse privato di Lucano, sebbene l’accusa non l’abbia dimostrato. Le case, dunque: emergerebbe dalle intercettazioni che nel 2017 Lucano avrebbe sistemato le persone arrivate a Riace per il Festival non solo nelle case del turismo solidale, ma anche in alcune case destinate ai progetti Sprar e Cas. Il Festival dura solo qualche giorno e le case in questione erano comunque vuote, ma l’ospitalità di persone estranee ai progetti non sarebbe comunque prevista dalle Linee Guida dello Sprar e avrebbe pesato sui fondi Sprar in termini di consumo di acqua e elettricità. E però, mentre parla delle case, Sportelli fa balenare di nuovo l’idea che il Festival stesso, gli artisti, il palco ecc., tutto fosse pagato da Lucano e/o dalle associazioni dell’accoglienza a Riace, quindi con fondi pubblici. E questo sebbene sia semplice verificare che il Festival si è sempre finanziato in modo autonomo, su fondi di ReCoSol e della Tavola valdese.

Anche nell’udienza del 22 luglio è tornato un altro grande tema: il teste Leone Vadalà, maresciallo della Polizia giudiziaria di Locri, ha deposto sul presunto carattere fraudolento della raccolta dei rifiuti svolta a Riace da due cooperative sociali. Ha a lungo argomentato su quelle cooperative (che non erano iscritte ai registri e non avevano i requisiti), sull’affidamento diretto del servizio, sulla mancanza della gara e della pubblicità, sostenendo che Lucano avrebbe avuto motivi personali per affidare loro il servizio. L’ipotesi di reato è di turbata libertà di scelta del contraente, di turbata libertà degli incanti e di abuso d’ufficio. Sembra di sognare, siamo ben oltre il déjà vu. Se ricordate, quando nell’ottobre 2018 il Gip di Locri aveva imposto a Lucano le misure cautelari (arresto domiciliare, poi tramutato in esilio), aveva giudicato inconsistenti la gran parte delle accuse, accogliendone solo due: i matrimoni irregolari e l’assegnazione del servizio di raccolta rifiuti, per l’appunto. Nel febbraio 2019, però, era intervenuta la Corte di Cassazione che aveva demolito le argomentazioni della Procura sul servizio di raccolta rifiuti, sostenendo che non c’erano «indizi di comportamenti fraudolenti». Anzi, tutto era stato regolare, le decisioni erano state prese in modo collegiale e supportate dai pareri di regolarità sotto il profilo tecnico e contabile, il carattere di pubblica notorietà dei provvedimenti era garantito dall’affissione all’albo comunale e le somme previste per il servizio erano al di sotto della soglia stabilita dall’UE. Aveva anche respinto la pretesa della Procura di fondare il reato sulla mancata iscrizione delle due cooperative al registro regionale, per il semplice fatto che tale registro regionale non era in realtà esistito fino al 2016, cosicché nel periodo in esame (2011-2015) non si poteva pretendere l’iscrizione delle cooperative a quell’albo. La Cassazione aveva fatto anche di più, affermando che i comportamenti ritenuti penalmente rilevanti dalla Procura nella vicenda dell’affidamento del servizio di raccolta rifiuti erano «solo assertivamente ipotizzati».

La ripresa del processo dopo la pausa estiva si è aperta con l’udienza del 14 settembre, dedicata al contro-esame da parte degli avvocati della difesa: contro-esame di Sportelli sul reato di peculato e di Vadalà sulla raccolta di rifiuti. Gli avvocati chiedono ai testi dell’accusa chiarimenti su punti di dettaglio in relazione alle posizioni dei loro assistiti, fanno emergere contraddizioni e carenze nell’esposizione della Procura e annunciano che tutti questi punti saranno successivamente ripresi nelle presentazioni difensive.

L’udienza del 15 settembre, invece, è stata un’udienza importante, perché Sportelli ha affrontato due capi d’accusa pesanti, due macigni che la Procura scaglia contro l’esperienza stessa di Riace. Il primo è il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso il tentato matrimonio, mai realizzato, fra una ex-rifugiata ormai cittadina italiana e un uomo etiope. Il secondo è il reato di associazione a delinquere che, nella visione dell’accusa, costituirebbe il quadro d’insieme in cui s’inseriscono i reati illustrati nel corso delle precedenti udienze. I soggetti che avrebbero partecipato al reato associativo vengono ridotti ai soli Lucano, Capone, Ierinò e Tornese, con Lucano nella posizione apicale di capo dell’associazione. Questi si sarebbero associati allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti. Per usare le parole di Sportelli, «per fini diversi, di lucro o elettorali, si è voluto portare avanti un progetto, che era il modello Riace, nato in maniera egregia, che però pian piano è andato alla deriva». Una deriva che non sarebbe, però, imputabile ad errori, anomalie, o incapacità di gestione di numeri cresciuti a dismisura, ma a volontà collettiva di realizzare truffe, falsi, abusi e via dicendo. È in questo quadro che l’accusa legge l’esperienza di Riace come un piano preordinato per distrarre fondi e truffare lo Stato; certo, riconosce Sportelli, i rifugiati erano trattati bene, ma all’interno di un disegno criminale. Con l’illustrazione del capo di accusa di associazione a delinquere si esaurisce la lunga deposizione del colonnello Sportelli, durata un intero anno.

Parallelamente, anche in questi mesi estivi è successo altro. Fuori dal processo, certo, eppure è difficile immaginare che non risuoni in qualche modo anche in quell’aula, perché getta un po’ di luce sulle tante ombre che vi emergono.

 

2.

Il 7 luglio il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha respinto il ricorso della Procura di Locri contro l’annullamento delle misure cautelari riguardanti Lucano, che ancora oggi vorrebbe ai domiciliari; nella sentenza, il Tribunale ha sostenuto che non c’è prova del reato associativo, né del perseguimento da parte di Lucano di un vantaggio patrimoniale. A fine agosto, poi, è arrivata un’altra notizia eclatante: Salvatore del Giglio, funzionario della Prefettura di Reggio Calabria, autore di una relazione che costò a Riace l’avvio dell’indagine e la chiusura dei progetti d’accoglienza (che aveva testimoniato in Tribunale nel luglio 2019), è indagato per falso ideologico in atti pubblici. Avrebbe falsificato una relazione sul Centro di accoglienza “Villa Cristina” del Comune di Varapodio, gestito dal sindaco Fazzolari di Fratelli d’Italia, omettendo di indicare le criticità riscontrate, proprio quelle criticità che aveva invece sottolineato nell’operato di Lucano a Riace: chiamata diretta degli enti gestori, affidamento dei servizi senza gara, assunzione fiduciaria degli operatori ecc. Che credibilità può avere – se il fatto sarà accertato – un funzionario infedele che falsifica le relazioni delle ispezioni?

 

3.

Fin qui le “notizie” di questi mesi. Il processo è ora in un momento di transizione. L’illustrazione delle tesi d’accusa si è conclusa (salvo qualche piccola appendice) e sta finalmente per iniziare la fase dedicata alle difese. Ne approfitto per sintetizzare le impressioni che ho tratto in questi mesi di monitoraggio delle udienze:

a.       sin dall’inizio il processo è apparso viziato da una sorta di mancanza di distinzione fra il piano amministrativo e quello penale, con un continuo scivolamento fra l’uno e l’altro. Accuse di inadempienze, rendicontazione difettosa, database non accurato, comportamenti anomali rispetto alle Linee Guida dei programmi di accoglienza e integrazione rinviano tutte al piano amministrativo. Altra questione è, all’evidenza, un processo penale per reati anche molto gravi. Questa confusione è particolarmente critica in quanto l’accoglienza è materia amministrata di concerto con gli enti locali, cui lo Stato affida rifugiati e richiedenti asilo; il che presuppone, come ricorda la sentenza del Consiglio di Stato del 28 maggio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/), un rapporto di lealtà e reciproca fiducia ed esclude comportamenti ostili o demolitori da parte dello Stato. Quella sentenza non ha solo dichiarato illegittima la chiusura dello Sprar di Riace e il trasferimento dei rifugiati, ma ha affermato qualcosa di ancor più rilevante: che le inosservanze delle Linee Guida dello Sprar vanno trattate all’interno della logica amministrativa. Così non è avvenuto, spezzando il principio della leale collaborazione: lo Sprar non andava chiuso e nel chiuderlo i funzionari del servizio hanno disatteso le Linee Guida. Insomma, se è probabile che, nell’intento di costruire quel modello di sviluppo che nella sua visione poteva garantire ai migranti l’integrazione e ai locali il riscatto da un destino di abbandono e sottosviluppo, Lucano abbia contravvenuto ad alcune regole dello Sprar è invece certo ‒ perché lo stabilisce il Consiglio di Stato ‒ che quelle regole non sono state rispettate dai funzionari dello Sprar, e per il fine assai meno “nobile” di chiudere un servizio, di distruggere un’esperienza, di mortificare una comunità che aveva provato a rialzare la testa;

b.      fatta giustizia di questa confusione, cosa rimane nel processo? Il dolo, l’appropriazione, il vantaggio economico personale: tutto ciò che la Procura non ha potuto provare nell’azione di Lucano. In mancanza, l’accusa ha proposto una sorta di omogeneizzazione dei reati contestati, tutti praticamente ricondotti a una “distrazione di fondi”. Ma quali fondi venivano distratti? Quelli che Lucano dichiarava apertamente di riuscire ad economizzare sui fondi pubblici che riceveva, grazie ai costi contenuti della vita in un contesto come quello di Riace, ma anche grazie all’attenzione a che neanche un centesimo venisse usato per scopi diversi da accoglienza e integrazione. Per l’accusa proprio queste “economie” sono il cuore dei vari reati. Tutte le pratiche che da sempre hanno caratterizzato l’esperienza di Riace – le borse lavoro, i bonus locali, i lungopermanenti, le occasioni di lavoro create per rifugiati e autoctoni alla ricerca di quell’equilibrio fra ospitalità dei rifugiati ed economia locale che è considerato il tratto distintivo di quel modello ‒ sarebbero inficiate dal peccato originale di esser state realizzate grazie a quelle “economie”. Di fronte alle richieste del Presidente (che a più riprese ha domandato se quelle pratiche non fossero pur sempre finalizzate all’integrazione) e ai rilievi delle difese (che nel contro-esame hanno letto le Linee Guida dello Sprar nelle quali è ammessa una gamma variegata di azioni a fini integrativi) la Procura ha dovuto riconoscere che esse potevano rientrare nelle Linee Guida, ma ha affermato che, oltre una certa cifra, avrebbe dovuto esserci una richiesta specifica che è invece mancata. Ora, la mancanza di tale richiesta non ricadrebbe di nuovo fra le inadempienze amministrative?

c.       il cuore dei reati contestati a Lucano sta dunque, secondo l’accusa, nelle “economie” utilizzate per portare avanti la sua idea di integrazione. Come dice Sportelli, si tratta di «guadagno pulito», di soldi non spesi per i migranti, ma per “altro”. C’è però, in tutto questo, un punto debole. Non si tratta, infatti, di una clamorosa scoperta dell’indagine. A Riace le “economie” sono state fatte e usate alla luce del sole, sono state rivendicate come innovazioni importanti nel lavoro di integrazione, sono state oggetto di libri e articoli, film e documentari. Erano tutti fatti ben noti anche agli uffici dello Sprar o del Cas, che li hanno tollerati per anni e che hanno continuato ad approvare i progetti e a inviare rifugiati. Che cosa ha fatto sì che quelle pratiche abbiano cambiato di segno? L’impressione è che i reati attribuiti a Lucano siano reati ex-post: pratiche portate avanti alla luce del sole, ammesse per anni, diventano improvvisamente reati per effetto di quel cambiamento di prospettiva politica su immigrazione e asilo, che dal 2017 in poi ci ha precipitati nel baratro del razzismo, dei respingimenti, dei porti chiusi, del rifiuto del soccorso in mare. Insomma, una forzatura in nome di idee che pretendono di riscriverne il senso, con un’operazione tipica di ogni processo politico;

d.      fin dall’inizio, alle richieste del Presidente di chiarire il movente di rilevanza penale delle azioni esaminate, la Procura ha dovuto riconoscere la mancanza di qualsivoglia prova che Lucano sia stato mosso dalla ricerca di un vantaggio economico ed ammettere che, anzi, agiva per motivi ideali di umanità e accoglienza. A un certo punto, poi, ha avanzato un’ipotesi diversa: non c’era vantaggio economico, ma il perseguimento di un vantaggio “politico-elettorale”. Peccato che, dall’inizio dell’indagine, Lucano non si sia candidato in nessuna elezione politica tanto che il tema stesso del movente è stato quasi del tutto espunto dal processo.

Una prima conclusione è, a questo punto, possibile. La strategia dell’accusa, in questo processo, è quella di attaccare il cuore stesso del modello Riace. Se le economie sono di per sé un reato, indipendentemente da come sono state utilizzate, allora l’esperienza di Riace non ha più nulla di esemplare e diventa equiparabile a un qualsiasi business dell’accoglienza, dove parte dei fondi pubblici sono usati per tutt’altro. Ma se si guarda la modo in cui quelle economie sono state investite a Riace, si vede che non sono state spese per “altro”; al contrario, esse hanno reso possibili le borse lavoro, i lavori di restauro e di bonifica, i servizi, i laboratori, la fattoria didattica, il frantoio di comunità, il turismo solidale, le iniziative culturali e di spettacolo. Sono state insomma il motore di quel connubio riuscito di integrazione dei migranti e di sviluppo della comunità locale che è il cuore dell’anomalia di Riace. Spogliare quell’azione pubblica delle sue realizzazioni in termini di integrazione, significa privare del loro contenuto tutte quelle attività, togliere loro l’anima, ridurle a quel «gruzzolo» – per dirla con Sportelli – che Lucano «non ha speso e rimane a sua disposizione, cioè della sua associazione». Come dire: non c’era niente di particolare a Riace, c’erano solo gruzzoli a disposizione come in tanti altri posti. Così, insieme, si delegittima Lucano e a diventare reato è Riace stessa, l’idea di comunità, di sviluppo, di integrazione fra i popoli che rappresenta. Per questo il processo in corso a Locri contro Lucano è un processo politico che ci riguarda tutti.

(Una versione più ampia dell’articolo può leggersi in www.pressenza.com)

 

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