domenica 29 novembre 2020

la polizia (egiziana?) a casa di Cristian

 

Solidarietà a Cristian: Meno repressione e più ospedali

 

Ogni attivista che immagina una Sardegna diversa dall’isola delle diseguaglianze che viviamo e libera dall’occupazione militare rischia di imbattersi nelle intimidazioni poliziesche della Questura di Cagliari.

Intimidazioni puntuali, come orologi svizzeri che arrivano solo quando sono presenti iniziative e mobilitazioni. L’idea è antica, ignorare e sospendere la costituzione italiana per costruire una atmosfera di tensione e violenza e per spaventare chiunque possa avvicinarsi alle iniziative democratiche di dissenso all’attuale modello di società. Un clima di violenza gratuita che dovrebbe preoccupare e allarmare ogni persona sensibile all’azzeramento delle garanzie costituzionali e delle libertà individuali. Queste forme di violenza della polizia italiana non sono nuove e non colpiscono solo gli attivisti e le attiviste ma tutti coloro che frequentano la dimensione delle loro vite, familiari, amicizie e coinquilini, addirittura circoli privati. La redazione del manifesto sardo esprime la sua vicinanza e solidarietà a Cristian riportando il suo post su quanto accaduto stamattina.

“Oggi ho subito una perquisizione da parte della forza pubblica. Alle 8.00 mi suona il campanello con un uomo che mi dice “posta”: alle 8. Chiaramente avevo capito che si trattava di altro tipo di servizio pubblico. Sei agenti della digos sono entrati così in casa mia. Hanno frugato in camera mia, tra le mie cose. Hanno aperto libro per libro (magari ci avessero capito qualcosa).Mi hanno sequestrato il telefono, il computer, il tablet ed ogni tipo di memoria esterna che potessi avere. Mi hanno sequestrato una giacca e un paio di scarpe, gli unici decenti che avessi. Mi hanno sequestrato otto fumogeni definiti come “razzi”, perchè il fumo uccide. Non contenti di ciò sono andati a casa mia a Capoterra, da mio padre, appena dimesso dall’ospedale, per puro atto di intimidazione. Sono rimasti per intere ore in casa fotografando il loro “materiale probante” per passare così la velina a qualche giornalaio. Tutto questo perchè secondo loro farei il paparazzo. Entro oggi mi farò un nuovo numero e forse anche un nuovo profilo social. Per adesso non mandatemi messaggi. Salvo foto di ghigni da fargli trovare quando accenderanno il pc. Non posso tra l’altro accedere ai miei social, in quanto ho l’autenticazione a due fattori. Le lotte non si fermano anche se questi “signori” continueranno a intimidirci, perquisirci e reprimerci. A innantis ”Cristian”

da qui

 

 

La politica alternativa fatta con gli stessi mezzi della controparte non è una politica alternativa - Omar Onnis

 

In diverse occasioni ho argomentato su queste pagine la sostanziale inesistenza storica della politica in Sardegna. La condizione di subalternità economica e culturale ha impedito negli ultimi due secoli il maturare di dinamiche socio-politiche autonome, situate, pienamente dispiegate.

L’essere una porzione territoriale marginale e tributaria di qualcos’altro ha prodotto e perpetuato dinamiche sociali e politiche degeneri, che si sono riprodotte in modo estremamente resiliente anche dentro il mutare del contesto.

Certe forme di diseguaglianza, la concezione feudale dei rapporti politici e della stessa amministrazione pubblica, il debordare delle misure assistenziali e clientelari, la stessa debolezza del tessuto produttivo sono tutti fattori di un circolo vizioso che non si è mai interrotto.

Le cattive prove della politica sarda pressoché in ogni epoca, con evidenti degenerazioni negli ultimi lustri, non sono casuali. La feroce transizione storica in cui ci ritroviamo coinvolti non fa che peggiorare le cose. L’epidemia di covid-19 ne è parte integrante, non un caso straordinario e irripetibile.

Che in Sardegna sia necessario, storicamente necessario, un cambio di rotta deciso, lo sappiamo e lo diciamo da tanti anni. Lo dicono anche coloro che in realtà agiscono in senso contrario, ossia affinché le cose vadano avanti ancora allo stesso modo.

Ma è davvero possibile questo cambio di rotta? In quali condizioni dovrebbe avvenire? E cosa significa concretamente un auspicio del genere? Chi dovrebbe promuoverlo? Come?

Sono tante domande che bisognerebbe farsi ogni volta che si fa questo discorso. Spesso le diamo per scontate o facciamo finta di conoscere tutte le risposte. Io non credo che sia vero. E credo anche che siano ancora troppe le cose di cui non parliamo o su cui stendiamo uno spesso velo di ipocrisia, o di rimozione. Anche per paura, non solo e non necessariamente per nascondere cattive intenzioni.

Ma forse serve ancora un ulteriore sforzo di verità e di onestà intellettuale. Bisogna parlarsi chiaro e bisogna calare le carte.

Di ieri è la notizia della perquisizione domiciliare di Cristian Perra, studente, militante molto impegnato su più fronti politici e sociali. Una figura nota e stimata del variegato movimento che si oppone all’occupazione militare, alle politiche di saccheggio del territorio, all’oscurantismo moralista, alle politiche padronali e anti-popolari dominanti.

Un’operazione di polizia che sa molto di rappresaglia e intimidazione. Solo venerdì scorso, il 13 novembre, Cristian, con altre decine di militanti, aveva dato vita a un sit-in presso il poligono di Capo Frasca, sede tuttora di esercitazioni militari, a dispetto della pandemia e delle restrizioni anche economiche che i cittadini devono sopportare in questi mesi.

L’intimidazione naturalmente non è solo a carattere individuale, benché naturalmente il bersaglio non sia scelto a caso, ma colpisce un intero ambito politico e tende a lanciare un avvertimento generalizzato.

È inevitabile che la Sardegna, considerata dalla classe dominante italiana, dalla politica e dal deep state alla stregua di una colonia oltremarina, debba essere tenuta sotto controllo, con ogni mezzo. Un po’ come chiedevano gli USA negli anni ’60. Non solo per ragioni geo-strategiche pure e semplici, ma anche per garantire la mole di affari che l’occupazione militare dell’isola consente. E questa è una faccenda che dobbiamo sempre tenere ben presente.

Non è un caso se le azioni intimidatorie più forti da parte delle forze dell’ordine colpiscano preferibilmente chi appare più esposto sul fronte della lotta contro l’occupazione militare.

Non c’è solo questo, naturalmente. Le partite strategiche in cui la Sardegna è inserita, sia pure come pedina sacrificabile, sono anche altre. C’è quella energetica, con tutte le sue implicazioni. Ci sono le relazioni conflittuali tra medie potenze dell’area turco-arabo-persiana (il Qatar, che domina la scena in Sardegna, è ormai ai ferri corti con l’Arabia Saudita ed altri attori di quello scenario, compresi quelli europei ed extra-europei). Ci sono partite economiche in cui l’isola può avere un ruolo di fornitore di materia prima, o di territorio da sfruttare, ma non può avere ambizioni di protagonismo e di autonomia strategica.

La mediocrità e il discredito della nostra classe politica complicano una situazione già aggravata da una crisi ormai strutturale e da una pandemia gestita male e dagli esiti incerti.

Se pensiamo al susseguirsi delle giunte regionali delle ultime legislature è facile constatare come di volta in volta si sia pensato di aver toccato il fondo e invece al giro successivo ci si debba sempre confessare di essere stati troppo ottimisti.

La sconfitta di Renato Soru nel 2009, chiaramente una sorta di restaurazione oligarchica e anti-democratica, era stata anche responsabilità – e in qualche caso opera diretta – di alcune parti dello stesso centrosinistra.

La giunta Cappellacci, pur non avendo conseguito alcuni degli scopi fondamentali per cui era stata promossa (in primis lo smantellamento del PPR), aveva però rimesso a posto dinamiche di spartizione e assetti di potere che per un attimo erano stati minacciati. Il banco tuttavia sarebbe potuto saltare già al giro successivo, nel 2014, se non fosse stato per la trovata estemporanea ma invero efficace della candidatura Pigliaru.

L’esperimento normalizzatore della “giunta dei professori” garantiva il perpetuarsi delle relazioni e delle forme di potere consolidate, ma con un’aura di rispettabilità che consentiva di svolgere i peggiori magheggi al riparo da troppe critiche. Non a caso quella giunta, nominalmente di centrosinistra, è riuscita a realizzare obiettivi che i suoi dirimpettai politici non sarebbero riusciti a realizzare così a buon mercato. Per esempio la privatizzazione sistematica di ampie porzioni di beni comuni (con una generalizzata licenza di occupare suolo fertile a scopi speculativi) e lo smantellamento o l’indebolimento drastico di ambiti democraticamente vitali come la scuola e la sanità pubbliche. Lo ricordo a vantaggio dei tanti che credettero di votare quella compagine per “battere le destre” o come “il meno peggio”.

Oggi ci ritroviamo nelle mani di una giunta sardo-leghista che al suo massimo splendore potremmo definire imbarazzante, sennò si va da lì all’indietro, in un’ipotetica classificazione della qualità politica. La cialtronaggine e la subalternità erette a regola aurea dell’amministrazione pubblica. Di male in peggio, appunto.

Il guaio è che, come dicevo, tale decadenza politica si inserisce in un quadro più ampio di disarticolazione sociale e politica e di estrema incertezza. A livello italiano, europeo, mediterraneo e globale.

Questo è il quadro in cui deve muoversi qualsiasi proposta di mutamento politico radicale in Sardegna. Che significa anche mutamento sociale ed economico, oltre che culturale. Un mutamento che, se innescato, rimetterebbe in discussione interessi corposi a un livello più ampio di quello locale, non solo le aspirazioni di carriera a spese pubbliche dei vari arrivisti da quattro soldi nostrani.

I quali, però, servono ancora, magari camuffati da qualcos’altro. Le manovre di ricomposizione o ricollocazione politica già in atto evidenziano la precisa coscienza della debolezza delle compagini che hanno garantito fin qua gli assetti di potere vigenti ed evocano il conseguente obiettivo di accaparrarsi o quanto meno sabotare eventuali aggregazioni politiche alternative.

Io leggo anche in questo senso l’appello fatto da Paolo Maninchedda, su cui mi sono soffermato nell’ultimo post su SardegnaMondo. Di cui ribadisco le argomentazioni.

Non si può pretendere di essere un’alternativa se si fa parte del meccanismo di potere a cui si dichiara di volersi contrapporre. Ciò significa che non se ne possono nemmeno mutuare metodi, scopi, personale.

Noto invece con una certa costernazione, benché senza grande sorpresa, che anche l’ambito indipendentista-autodeterminazionista è percorso da tentazioni pericolose, in questo senso. Si equivoca la furbizia tattica e opportunistica di alcuni soggetti, prendendola per intelligenza politica; si ritiene la capacità di entrare nel Palazzo a qualsiasi prezzo l’unico modo pragmatico di agire; si allentano i filtri etici e ideali in nome di una malintesa necessità di conquistare il consenso elettorale pur che sia.

È un problema. Questo modo di agire nega in partenza la possibilità di costruire il cambiamento politico che si pretende di perseguire. Per altro, sul piano meramente pragmatico, si accetta di giocare con le regole e secondo i criteri di un meccanismo di selezione e di gratificazione gestito da vecchi marpioni di questo gioco, a cui non si potrà mai insegnare come vincere. Si accettano le condizioni e il terreno di gioco altrui, finendo per ridursi a semplici strumenti di una tattica che non si padroneggia e da cui si viene facilmente irretiti.

E per cosa, poi? Per poter “contaminare dall’interno” i meccanismi di spartizione e di potere di intermediazione a cui è da tempo ridotta la politica sarda contemporanea? O per ricevere gratificazioni al proprio ego, per compiere una scalata sociale altrimenti impossibile?

I mezzi sono giustificati dal fine, si dice, ma, anche se questo fosse sempre vero ed accettabile, resta la necessità che siano adeguati. Cedere ai meccanismi di contrattazione e di compromesso richiesti dalla gestione della politica podataria sarda, oltre che inaccettabile, è anche pragmaticamente controproducente. È una pia illusione quella di avere la forza e la capacità di mutare questi meccanismi politici facendone pienamente parte e dunque legittimandoli.

Chiaro, il percorso realmente alternativo, che passa per il confronto aperto, la lealtà, la trasparenza degli scopi, la rispondenza dell’azione politica a reali interessi collettivi e a una prospettiva di emancipazione democratica generalizzata, è difficile. Molto più facile accettare di entrare in combutta con i vari maneggioni delle clientele e del consenso sotto ricatto, o allearsi con centri di potere opachi, oligarchici, coloniali, ma che assicurano – almeno nelle promesse iniziali – la partecipazione al bottino. Ma se si vuole questo, che almeno si abbia il coraggio di schierarsi coerentemente, senza fingere di aspirare a qualcosa di radicalmente diverso.

Esiste anche l’eventualità di operazioni scientemente finalizzate a debilitare i percorsi alternativi. In questo caso la contaminazione dall’interno sarebbe del tutto sensata. Ne ho già fatto cenno. È del tutto possibile e direi anche probabile che chi ha qualcosa da perdere da un mutamento drastico degli assetti di potere lavori a colonizzare, inquinare e al limite sabotare il processo di costruzione di un fronte democratico e popolare. Non sarebbe nemmeno difficilissimo (e perdonatemi se non scendo nei particolari). Chi può escludere che non sia già successo?

Alle difficoltà oggettive si sommano dunque anche difficoltà soggettive e contingenti. È una partita estremamente complessa, ma decisiva. Il processo in corso ormai da alcuni anni va avanti con la forza di un’inerzia storica difficile da arrestare. Ciò significa che qualcosa succederà. Potrebbe essere un esito democratico ed emancipativo, da difendere strenuamente, oppure l’aggravamento definitivo della nostra condizione di subalternità, di povertà, di degrado ambientale, sociale e culturale, di spopolamento.

La ragione, oggi come oggi, suggerisce che quest’ultimo sia l’esito più probabile. Per scongiurarlo non servirà la retorica da social media, non servirà la presunzione di chi mette se stesso o il proprio gruppo davanti a tutto e a tutt*, non basterà la furbizia da ladri di polli, né garantirà il successo la malleabilità ideale ed etica.

La democrazia si conquista e soprattutto si garantisce esclusivamente con la democrazia stessa. Idem la libertà e le conquiste sociali. Che si chiamano conquiste perché sono il frutto di una lotta collettiva, l’esito di un conflitto, non certo la concessione di un potente magnanimo o il premio per un tradimento. Se qualcuno pensa il contrario, quale che sia la bandiera sotto cui si presenta, non stiamo dalla stessa parte né abbiamo gli stessi obiettivi politici.

da qui

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