sabato 21 novembre 2020

«Giustizia: no alla pena come supplizio», intervista a Riccardo De Vito

(intervista di Angela Stella)

 

Sulle misure anti-covid dice: «Bene sfoltire le carceri, ma chi è meno pericoloso non deve proprio entrare». Il 41bis? «Un imbuto da cui non si esce, fa bene Woodcock a contestarlo». Allungare i permessi premio, diminuire gli ingressi in carcere, immettere risorse umane nel sistema: è questa la ricetta di Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza a Sassari e Presidente di Magistratura Democratica, per fronteggiare l’espansione del coronavirus in carcere. Ma in questa lunga intervista abbiamo anche discusso di 41bis per cui «contestarlo non significa fiancheggiare la mafia» e di comunicazione: «viva il quarto potere» ma si abbia l’onestà e la capacità di saper leggere i provvedimenti giudiziari.

Dottor De Vito, in carcere i contagi sono in aumento. Il ministro Bonafede nel pacchetto giustizia del dl ristori ha previsto delle misure per sfoltire le presenze. Qual è il suo parere in merito?

Il carcere non è un luogo ermetico, al contrario. Le misure tempestivamente adottate nel cosiddetto “decreto ristori” sono un primo passo, ma serve uno sforzo maggiore. In particolare credo sia necessario ribaltare la prospettiva: non basta soltanto favorire l’accesso a misure alternative per soggetti meno pericolosi e con “poca pena” da espiare; occorre anche impedire che quelle categorie di detenuti facciano ingresso in carcere. In questa direzione si potrebbe pensare a una breve sospensione dell’emissione degli ordini di esecuzione delle pene brevi, escludendo solo alcune categorie di reati particolarmente gravi (mafia, terrorismo). È bene che si sappia che sono meccanismi in parte già sperimentati nel nostro ordinamento e che danno buona prova anche sotto il profilo della tutela della sicurezza pubblica: chi ne beneficia, nella maggior parte dei casi, sa che deve rigare dritto per avere benefici. Un vantaggio anche sotto il profilo della prevenzione del crimine. Occorrerebbe, poi, “allungare” i permessi premio, in modo da consentire a chi ne fruisce ‒ gente che ha conseguito la fiducia dei giudici e delle forze dell’ordine ‒ di stare più tempo lontano dal carcere e favorire l’uso dei reparti per gli isolamenti e la cura. La magistratura di sorveglianza farà la sua parte.

Però così non si crea un ingolfamento nei vostri uffici considerate le troppe pratiche? Il Tribunale di Sorveglianza di Milano per esempio è al collasso…

I colleghi di Milano e della Lombardia vanno ringraziati. Sono stati avanguardia in un territorio flagellato. Hanno svolto un lavoro enorme non solo per alleggerire la pressione delle presenze, ma anche per immaginare soluzioni ‒ in accordo con il Provveditorato ‒ che prevenissero i contagi. Ora tutti gli Uffici di sorveglianza in Italia sono in situazione di affanno: mancanza di personale ‒ di magistratura e di cancelleria ‒ numeri dei procedimenti che aumentano e politica che tende a scaricare la responsabilità sui giudici. Tuttavia non faremo mai venire il nostro impegno per attuare la Costituzione e fare del carcere un luogo in grado di proteggere la salute dei detenuti e di chi vi lavora. Sarebbe opportuno, tuttavia, che il decisore politico favorisse il più possibile soluzioni rapide, tali da non intasare gli uffici o, comunque, da garantire ai magistrati la possibilità di concentrare il lavoro sui detenuti. Sento parlare di liberazione anticipata speciale – è già proposta di legge: misura utile, ma per non gravare troppo gli uffici, almeno, sarebbe da bilanciare con altri tipi di provvedimenti, come la sospensione dei procedimenti nei confronti dei condannati liberi.

Secondo il Garante nazionale delle persone private della libertà personale c’è necessità di un impegno a dialogare rapidamente con il territorio affinché anche per le persone senza domicilio possano valere le nuove norme sull’esecuzione penale. Altrimenti si rischia di determinare una ingiustizia nei confronti delle fasce più deboli e di rendere ben più ristretto l’accesso alle nuove previsioni normative per un numero consistente di persone. Che ne pensa?

Sono del tutto d’accordo. Purtroppo la prigione, da un punto di vista oggettivo, realizza ancora una funzione di “smaltimento” delle povertà colpevole. Molti poveri, non necessariamente stranieri (stiamo seguendo gli Usa sulla strada della crescita degli homeless), sono tagliati fuori da tutto. È necessario creare dimore sociali e favorire l’ulteriore finanziamento di un progetto della Direzione generale dell’esecuzione penale esterna e di Cassa Ammende, finalizzato a trovare risorse e posti per i senza fissa dimora. Chissà che dalla positiva sperimentazione del progetto non possa uscire una diversa filosofia della pena e dei luoghi di espiazione.

Per fronteggiare l’emergenza covid il procuratore generale Salvi ha dichiarato: «Arrestate solo se necessario». Ma il carcere come extrema ratio non dovrebbe essere la normalità?

Dovrebbe, ma se il Procuratore Generale sente di doverlo specificare e di orientare culturalmente le Procure evidentemente non è così nella realtà. Non penso che ci siano pubblici ministeri cattivi, ma che la custodia spessa venga oggettivamente utilizzata per elidere le lentezze del processo. È un fatto tragico sul quale occorre riflettere.

In un editoriale sul Fatto Quotidiano di ieri il pm Woodcock contesta la misura del 41bis che da eccezionale si è trasformata in ordinaria. E aggiunge «in carcere ci sono altri 60.000 detenuti di cui nessuno si occupa». Che ne pensa di un pm che esprime queste posizioni?

Penso che sottolinea cose sacrosante e dimostra che la cultura delle garanzie e della giurisdizione è ancora diffusa in tutta la magistratura. In effetti, il 41bis ha un carattere che una studiosa, Angela Della Bella, aveva definito “imbutiforme”: ci entri e non ne esci. I numeri aumentano e così diventa difficile garantire un trattamento conforme agli standard richiesti dalle Corti e dalle Carte. In più, il 41bis è pensato come la scultura di Michelangelo, “per via di levare”. A forza di sottrarre diritti dal trattamento ordinario rischia di rimanere troppo poco. Una penalità simbolicamente afflittiva, inutile sotto il profilo della prevenzione. Denunciarlo non significa fiancheggiare la mafia, ma al contrario salvare il valore strategico del regime.

Woodcock mette in discussione pure il sistema del pentitismo: anche questo da sistema eccezionale si è trasformato in ordinario. «Mi pento, casomai aumento i miei reati e ottengo benefici». Quindi paradossalmente delinquo senza pagare le conseguenze. Per non parlare, aggiungo io, della fallacia di molte dichiarazioni. Qual è il suo pensiero? Il pentitismo ha fallito in Italia?

Non bisogna dimenticare che si tratta di strumenti essenziali per disarticolare associazioni criminose ad alto tasso di impenetrabilità. Mi sembra, tuttavia, che su una cosa fondamentale Woodcock abbia ragione: si superino gli steccati e si discuta a tutto tondo di penalità penitenziaria e benefici premiali, di regime differenziato e di collaboratori, perché è ora che il sistema sia sottoposto a un check-up. Generalmente si pensa che l’esperienza del “pentitismo” sia tipicamente italiana; in realtà siamo debitori dell’esperienza statunitense e, più in genere, dei sistemi di common-law, legati a una visione contrattualistica della premialità. Anche in quei Paesi sono nati problemi ‒ dal ritorno al crimine ai depistaggi ‒ e si sono resi necessari accorgimenti: maggiori verifiche per la concessione della protezione e dei benefici, maggiore attenzione alle revoche, differenziazione degli strumenti investigativi e via dicendo. Credo che un approccio pragmatico e critico, senza estremismi e atteggiamenti preconfezionati, sia quello più appropriato. intanto è bene iniziarne a discuterne.

A proposito di pentitismo, due giorni fa Liana Milella su Repubblica ha scritto che voi magistrati di sorveglianza non vi siete mai “’pentiti” di aver concesso le misure di detenzione domiciliare per motivi di salute? È una frase molte forte…

Non mi scandalizzo per il linguaggio della stampa. Viva il quarto potere, sempre. Devo dire, però, che il pentimento presuppone una colpa che di certo i magistrati di sorveglianza non si sentono sulle spalle. Abbiamo tutti agito nei binari della Costituzione, dell’ordinamento penitenziario, del codice penale. E non solo quando abbiamo ammesso i detenuti a misure domiciliari per ragioni di salute, ma anche quando abbiamo lasciato in carcere i tanti condannati che agitavano quelle ragioni in modo pretestuoso. Anche questa parte della storia andrebbe fatta conoscere.

In merito alla narrazione mediatica, domenica scorsa il nostro direttore Sansonetti è stato ospite di Non è l’Arena e ha difeso le decisioni dei magistrati di sorveglianza che hanno concesso i domiciliari anche ai mafiosi per motivi di salute. Per Giletti e Telese è scandaloso…

Per me non è scandaloso: è imposto dalla Costituzione e dalla legge, in questa comprendendo anche il codice penale scritto a regime fascista imperante. Non credo sia possibile tornare al tempo della pena come supplizio. Aggiungo solo che se i provvedimenti giudiziari si leggessero per intero – compito che i magistrati devono facilitare con una scrittura comprensibile per tutti – tutto sarebbe più trasparente e meno strumentalizzabile.

(L’articolo è tratto da “Il Riformista” del 7 novembre 2020)

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