domenica 30 marzo 2025

Le guerre e l’orizzonte di un mondo diverso - Alberto Bradanini

 

1. All’inizio c’è sempre l’Indignazione, cui segue un indistinto sentimento d’irritazione, non importa se intellettuale, etica o epidermica, che cresce a dismisura se si getta lo sguardo sulle ingiustizie perpetrate dai potenti e sulla macchina della manipolazione che modella una popolazione narcotizzata da consumismo e rimbambimento smartfonico, quella medesima manipolazione che sul piano internazionale impone il delirio paranoico bellicista del principale avversario della pace nel mondo, l’Impero americano. Non v’è dubbio che una sintesi estrema come quella che precede porta con sé il rischio di risultare apodittici. Essa tuttavia ci fa almeno guadagnare in chiarezza di posizionamento.

In dettaglio, se si getta lo sguardo al dipanare degli accadimenti è possibile identificare con buona approssimazione i nemici principali da cui occorre guardarsi: sul piano economico un capitalismo selvaggio e la società della mercificazione; su quello politico l’assolutismo neoliberalista; sul piano filosofico l’alienazione solipsista; su quello sociale il dominio mercantile e sull’arena geopolitica, ça va sans dire, gli Stati Uniti d’America.

Parafrasando l’incipit della Bibbia, all’inizio c’è il Verbo, americano beninteso, che andrebbe chiamato in realtà statunitense, perché i nobili abitanti di quel continente non andrebbero confusi con le oligarchie malate che guidano la locomotiva impazzita di quella nazione. Ma la lingua imperiale deforma senso e controsenso, imponendosi persino nel balbettio lessicale di ridicoli operatori mediatici. Per Verbo statunitense deve comunque intendersi una forma mentis, variante della nozione di caos, luogo metafisico che consente alla plutocrazia bellicista di quel paese di acquisire legittimazione abolitoria di ogni restrizione agli interventi armati contro chiunque osi mantenere la posizione retta. Da lì la patologia dell’eccezionalismo americanista si è poi diffusa nell’inconscio filosofico-valoriale di tante nazioni non solo occidentali, deformando la coscienza di miliardi di individui intellettualmente fragili e indifesi, corredati di difese deboli davanti alle nefande intimidazioni della «nazione scelta da dio per governare un mondo altrimenti ingovernabile» (W. Clinton, 1999).

Gli Stati Uniti costituiscono oggi il supremo garante strategico-militare dell’egemonismo estrattivo planetario, un’oligarchia bulimica di super-ricchi che sventola la bandiera dei diritti umani con le mani insanguinate, massacrando popoli indifesi, colpevoli solo di perseguire la libera scelta del proprio destino. Negli ultimi ottant’anni la cupola oligarchica statunitense ha fatto uso di ogni genere di armi: nucleari, al napalm, al fosforo, al drone, al cianuro e via massacrando, ricorrendo al metodo scientifico della tortura, direttamente (Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram e in altre prigioni note e segrete), per procura (educando al riguardo dittature sudamericane, autocrazie militari africane e asiatiche) o per saldatura ideale con compagni di merende (spicca in proposito lo Stato terrorista/apartheid di Israele, sospettato di genocidio dalle Corti Penali e di Giustizia internazionali (che ora chiedono di arrestare B. Netanyahu e il suo ex ministro della difesa, Y. Gallant), sebbene poco cambierebbe per i poveri palestinesi bombardati o sepolti vivi dalle armi democratiche statunitensi se tali crimini fossero definiti solo massacri. A Israele è consentita ogni atrocità etica e giuridica. L’ideologia sionista, usurpatrice della sofferenza ebraica, si offre alla commiserazione del mondo come vittima iconica della storia, dopo aver costruito sull’olocausto una fiorente industria e aver esteso a tutto l’Occidente la colpa inespiabile della follia sterminatrice nazi-tedesca. Quando tutto ciò non è sufficiente, la medesima ideologia ricorre alla sorveglianza mediatica e alle minacce delle lobbies israeliane (in Usa e nel mondo). È così che la strumentale assimilazione tra sionismo da una parte, e religione/etnia dall’altra, avanza parallela con l’asservimento psico-culturale e la viltà politica delle classi dirigenti statunitensi ed europee (che ne estraggono carriere, onori e denari). L’Occidente non ha scampo, la sua colpa olocaustica può essere scontata solo nell’eternità!

Una schiera di analisti (una per tutti Lindsay O’Rourke, Covert Regime Change, Cornell University, 2018) ha documentato con dovizia di evidenze che a partire dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno tratto benefici giganteschi dai conflitti provocati, sostenuti e combattuti nel mondo. L’elenco delle guerre, interferenze e sistematiche violazioni del diritto e dell’etica pubblica da parte di questa nazione malata è noto, ma proprio perché noto, affermava Hegel, non è conosciuto: un sintetico rinfresco di memoria è disponibile nella nota a margine[1]. È bene chiarire che non si tratta qui di posizioni antiamericane pregiudiziali. L’avversario, sia chiaro, non è il popolo americano, oppresso come altri e sia detto en passant tra i più politicamente analfabeti del pianeta, ma quell’1% che esprime l’oligarchia plutocratica, predatoria e bellicista che lo dirige. Del resto, le coscienze più sensibili di quella nazione si son sempre battute contro tali aberrazioni, pagando anche pesanti tributi personali.

Gli Stati Uniti, impaludati nell’infantile convincimento di essere stati scelti da dio per governare un mondo irrequieto, impongono la mistica stravagante di una preminenza etico-culturale (estesa alle altre nazioni anglosassoni, ma non del tutto), più altre ridicole perle di mitologica superiorità, che per ragioni indecifrabili i governi europei digeriscono senza conati di vomito, mentre il Sud del Mondo (Brics-plus[2] e tanti altri) ha da tempo abbandonato tale grottesca sottomissione psicologica, economica e politica, avendo acquisito consapevolezza del valore delle loro civiltà.

 

2. Le guerre, sono i governi a volerle, non i popoli, anche se occorre sondare la dinamica strutturale che spinge i primi a preferire il conflitto, male supremo, in luogo della pace, opprimendo la volontà dei secondi. Se talvolta anche i popoli si convincono che la guerra sia inevitabile, togliendo spazio al percorso della pace, va tenuto a mente che un ruolo cruciale tra i decisori politici è ricoperto da propaganda, manipolazione, corruzione morale e materiale, insieme a cinismo e distacco dalla realtà dei detentori ultimi del potere, quelli che modellano a piacimento le maschere di carattere interscambiabili di politici/burocrati, giornalisti e accademici, fatte salve le usuali eccezioni che non fanno la differenza.

I motori di questa macchina letale si situano nelle sfere finanziarie dominanti (il cuore putrido del sistema), politiche (i maggiordomi) e mediatiche (il popolo va sorvegliato attraverso menzogna e paura, non si sa mai!), sfere occultate sotto qualifiche meno indigeribili quali rappresentanti del popolo, parlamentari eletti, ministri illuminati, presidenti acclamati dalle plebi e via infinocchiando.

Le guerre, dunque, possono essere giuste o ingiuste (sotto il profilo etico), legittime o illegittime (sul piano giuridico, il diritto internazionale), opportune o inopportune (per i risultati prodotti). Per quanto concerne i due ultimi profili, i conflitti in Medio Oriente provocati o sostenuti dagli Usa (Iraq, Siria, Libia, Yemen, Afghanistan, Palestina e Libano) sono stati illegittimi e inopportuni (hanno violato la Carta delle Nazioni Unite e numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza). Quanto al criterio della giustizia, il giudizio dipende dal sistema di valori di riferimento (l’etica, affermava Nietzsche, non è che la cornice dei valori a sostegno degli interessi del potere). Secondo il Diritto Internazionale, le guerre sono legittime in due sole circostanze: a) quando vi è il consenso formale della Comunità Internazionale, vale a dire una decisione del CdS delle N.U. (art. 51 della Carta), ovvero, a prescindere dal CdS, in caso di aggressione da parte di un’altra nazione.

La guerra resta in ogni caso una dimensione arcaica e selvaggia, assenza dello Stato di diritto, prevalenza della legge della giungla, massacri, omicidi mirati, stupri di massa, sopraffazioni e violenze di ogni genere. Se chi dichiara la guerra fosse tenuto ad andare lui stesso a farla, insieme alla sua famiglia, si porrebbe fine una volta per tutte a tale flagello. Mentre auspichiamo che Irene, la dea greca della pace, possa rendere tale norma universale, proviamo a ragionare.

Nulla è peggiore di una guerra (quella tra grandi potenze poi sarebbe fatale per tutti, in presenza di armi nucleari), nemmeno convivere con un dittatore, il quale va convinto con il dialogo politico ed economico a diventare ogni giorno meno dittatore (come avvenuto in vari paesi di Sud America, Asia e Africa), e come avverrebbe in Medio Oriente, se l’impero egemone e il suo cagnolino da passeggio israeliano fossero costretti a rispettare i principi della ragione e della dimensione umana del vivere civile.

Resta cruciale, ma in ombra, il profilo strutturale del conflitto dominati/dominanti (individui o nazioni non fa differenza), vale a dire la natura socioeconomica dei rapporti di classe, solitamente occultata per inconsistenza filosofica o convenienza, sfuggendo alla consapevolezza a causa di ritardo culturale, ricatti/povertà, violenze e manipolazioni. Come rileva G. Orwell nel suo libro iconico (1984), l’obiettivo della guerra non è la sconfitta dell’avversario, ma il mantenimento della struttura classista del potere all’interno del sistema. Non è certo un caso se le guerre arricchiscono i già ricchi e potenti, spesso nascosti tra le quinte.

 

3. Quanto sopra premesso, non v’è dubbio che la guerra costituisca fattore dominante dell’azione degli Stati sulla scena internazionale: la sola ipotesi anche lontana che possa profilarsi all’orizzonte condiziona a fondo il modo in cui gli Stati interagiscono tra loro. Che si abbia a che fare con un conflitto aperto o sullo sfondo, l’ombra della guerra domina l’orizzonte, generando cupidigia, angoscia, terrore su un’arena internazionale ontologicamente competitiva.

Nella nota sintesi del generale prussiano Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, strumento occulto e ineludibile del governare, che ha poco a che fare con la morale o il diritto. Gli Stati entrano in conflitto quando lo ritengono nel loro interesse. Sotto questo aspetto, si hanno due tipologie di guerre: preventiva e di opportunità, solo la prima all’interno del recinto teorico di guerra giusta o legittima, seppure a date condizioni.

Quattro sono le principali teorie delle relazioni internazionali: quella realista/neorealista, quella liberale, quella costruttivista e quella marxista/neomarxista. Per il realista gli Stati competono tra loro per il potere, al fine di garantirsi la propria sicurezza, pacificamente e quando inevitabile anche con l’uso della forza. A suo parere, agire in conformità con la logica del bilanciamento dei poteri risponde anche alla legge morale e comunque ne tiene maggiormente conto. L’equilibrio costituisce la precondizione per giungere alla pace, seppure entro i confini di un’inevitabile precarietà (l’equilibrio è biologicamente instabile). Quando gli Stati entrano in competizione sia sul piano politico che economico, per la scuola realista, sono le preoccupazioni di sicurezza a prevalere sempre sugli interessi materiali. Chiudere gli occhi sull’evidenza compromette la capacità del sistema di gestire la competizione per la sicurezza quale percorso realistico verso la pace.

Per i realisti, la competizione per la sicurezza è dunque una tragica necessità, data la struttura anarchica del sistema internazionale. Per costoro, tale competizione è indisciplinabile, in assenza di un potere gerarchico che disponga del monopolio dell’uso della forza. Secondo la scuola realista – che si oppone alla scuola liberale, sfidando insieme la narrativa pubblica prevalente  l’operazione militare speciale iniziata da Mosca il 24 febbraio 2022 non è stata una derivata non-provocata dell’intento russo di riposizionarsi sul quadrante dell’Europa Orientale un tempo presidiato dall’Unione Sovietica.

Ai suoi occhi l’impegno della scuola liberale nel combattere la politica di potenza con le armi della moralità (i valori essendo ontologicamente precari e di parte) finisce per generare esiti immorali. Per l’idealismo liberale, la condotta degli Stati deve invece ispirarsi alla dimensione etica. Se questa non è rispettata, emerge il dovere morale di imporla, talora anche con le cattive. La scuola liberale ha poco a che vedere con la nozione di libertà, finendo per voler sottrarre alle altre nazioni la libera scelta sul proprio destino. Non sorprende, del resto, che essa esprima valori allineati agli interessi imperiali degli Stati Uniti. I suoi sostenitori ritengono che essa sarebbe sostenuta da evidenze fattuali. L’implosione dell’Unione Sovietica del 1991, secondo la pittoresca profezia mai avveratasi del politologo giappo-statunitense F. Fukuyama, avrebbe generato la fine della storia, vale a dire l’imbuto democrazia liberale/economia di mercato, nel quale tutte le nazioni del mondo, senza scampo, sarebbero prima o poi precipitate. E qui iniziano i guai.

Nella fattispecie della guerra in corso, la scuola realista contesta l’assolutezza giuridica dell’Ucraina di aderire alla Nato, discostandosi dal semplicismo strumentale dell’Occidente (governi e media). L’argomento liberale, di genesi idealista – sulla base del quale l’Ucraina viene quotidianamente devastata, deve aggiungersi – è giudicato seducente ma pericoloso. Esso implica che quel paese disponga della sovranità e della libertà (entrambe in forma incondizionata) di aderire a qualsiasi alleanza, politica o militare che sia. Tale astratta statuizione – che porterebbe a riconoscere alla Russia l’inaccettabile pretesa di condizionare la libertà di scelta dell’Ucraina – raccoglie beninteso il primitivo sostegno di opinioni pubbliche notoriamente narcotizzate da rimbambimento televisivo-cellularico e ontologicamente aliene all’approfondimento.

L’argomento idealistico esposto (libertà incondizionata di aderire a qualsiasi alleanza) fonda le radici su una proiezione onirica del mondo basata su una puerile onnipotenza che ignora le ragioni della prassi, alimentando impulsi infantili.

L’espansione di alleanze militari decise sulla carta che oblitera la sicurezza di una Grande Potenza, nega le lezioni della storia. L’Ucraina confina con un paese nucleare, tra i più armati al mondo. Le sue preoccupazioni securitarie sono quanto mai legittime. Ma proprio tali preoccupazioni avrebbero consigliato la massima prudenza. L’aver invitato la Grande Potenza rivale, gli Stati Uniti, a mettere radici nel salotto di casa ha reso la competizione incandescente. Questo invito, sia stato esso spontaneo o estorto dalla Cia con la corruzione o il ricatto, rischia oggi di compromettere la sopravvivenza dell’Ucraina quale Stato funzionale e sovrano.

Se si fosse dato spazio alle ansie russe in tema di sicurezza, si sarebbe aperto un orizzonte di pace, senza rinunciare a diritti/interessi fondamentali. Ciò avrebbe garantito all’Ucraina una realistica sovranità. Condizione questa che, alla luce della sua posizione geografica privilegiata, le avrebbe consentito di prosperare dialogando e commerciando con gli uni e gli altri. Nei decenni di guerra fredda nessun paese occidentale, nemmeno gli oscillanti Stati Uniti, ha mai temuto che prestare attenzione agli interessi di sicurezza dell’Unione Sovietica potesse essere giudicato una capitolazione. Non a caso, in quegli anni, gli Stati europei neutrali (Finlandia, Svezia, Jugoslavia, Austria) fungevano da cuscinetto tra Est e Ovest, mitigando la competizione per la sicurezza dei due fronti.

 

4. Sempre secondo la scuola realista (in particolare J. Mearsheimer, Università di Chicago), l’errore strategico degli Stati Uniti è stato di aggredire la Russia, la quale invece doveva venir reclutata sul fronte occidentale in funzione anticinese, poiché il vero peer contender della superpotenza americana è la Cina, non la Russia, per ragioni demografiche (1,42 mld di abitanti contro 145 mln) ed economiche (la Cina è dal 2015 la prima economia al mondo a parità di potere d’acquisto, ed entro 8/10 anni lo sarà anche in potere d’acquisto internazionale).

Ma qui l’esegesi del prestigioso esponente della scuola realista ha un cedimento. Se i bellicosi strateghi statunitensi hanno messo nel mirino la Federazione sin dal 1991, una ragione deve pur esserci stata, per quanto fallace la si possa ritenere. Vediamo.

La prima ragione, non v’è dubbio, è stata la hybris di ogni impero: gli Stati Uniti hanno ritenuto di poter travolgere oggi la Russia, principale obiettivo della guerra ucraina, e domani la Cina, per destabilizzare la quale, sembra di capire, l’Amministrazione Trump si servirà di Taiwan, obiettivo velleitario, ma gli imperi declinano perché iniziano a chiudere gli occhi sulla realtà.

Un’altra ragione alla base della strategia Usa di destabilizzare la Russia deve rinvenirsi nell’incubo che la saldatura di quest’ultima con Europa genera nell’impero egemone, che avrebbe in tal caso rischiato di essere emarginato al di là dell’Atlantico. La forte complementarità euro-russa avrebbe creato un cemento unificante nella regione eurasiatica, alla quale si sarebbe aggiunta gradualmente la Cina che con la Nuova Via della Seta persegue proprio l’obiettivo di ridurre le distanze tra Estremo Oriente ed Europa, con la successiva ulteriore aggregazione delle altre nazioni asiatiche. In tale prospettiva d’orizzonte, la fibrillazione del dell’impero talassocratico avrebbe superato la soglia di tolleranza. In tale evenienza, il potere del mondo sarebbe passato dal mare (la talassocrazia americana) alla terra (la heartland centroasiatica di Halford Mackinder).

Con l’implosione sovietica, i paesi europei hanno perso l’occasione storica per costruire un orizzonte di distensione e prosperità nella regione euro-asiatica, non in alternativa ma a complemento della dimensione euro-atlantica, cui avrebbero potuto associarsi, in uno scenario ideale, persino gli Stati Uniti, i quali però, per le ragioni menzionate, non l’hanno consentito. Tale prospettiva resta tuttavia nella logica della storia (Asia ed Europa costituiscono un’unica entità continentale, non due come si pensava un tempo) e prima o poi rialzerà la testa, con buona pace degli strateghi imperiali al tramonto.

Il mondo, inoltre, non è più diviso in due blocchi, che la scuola realista chiama Grandi Potenze. La tutela della sicurezza in un’arena a più voci trova bilanciamento su più livelli, in una dimensione prismatica, che coinvolge una panoplia di soggetti, seppure alcuni più potenti di altri.

Dunque, e qui entra in gioco la scuola costruttivista, in un’interlocuzione a più voci il ruolo delle organizzazioni internazionali, oggi poco influenti, torna cruciale per contenere frizioni e contrasti consustanziali sulla scena del mondo.

La scuola neomarxista, infine, che vede il confronto nel mondo quale riflesso della lotta di classe all’interno dei paesi, pone enfasi sulla prevaricazione dei paesi ricchi, potenti, dotati di armi, tecnologie e capitali, sulle nazioni povere, oppresse e colonizzate. Sulla strada eterna dell’emancipazione e nell’orizzonte ideale di una nuova umanità, la palingenesi interna agli Stati, dopo aver conquistato una diversa modulazione dei rapporti di forza tra dominati e dominanti, saprà gettare le basi per una graduale e universale alleanza tra nazioni ideologicamente vicine per la costruzione di una nuova etica della convivenza. La sintesi di tali percorsi che intrecciano teoria e prassi è beninteso lasciata al paziente apprezzamento del lettore.

 

5. Se l’odierna scena internazionale è fonte di preoccupazione, dunque, essa non è però priva di qualche speranza. Il peso complessivo dei paesi Brics-plus, Sco[3], dell’Unione Economica Euroasiatica e delle numerose aggregazioni già operanti nei cinque continenti, ha già creato un faro strategico alternativo al dominio occidentale a guida Usa, e in espansione.

Per comprendere l’ampiezza dei cambiamenti in corso, non sarà inutile guardare alla ricchezza prodotta nei due campi, quello occidentale e quello emergente[4]. Al 31 dicembre 2023, secondo il Fmi[5] il Pil dei paesi G7 è stato di 52.151 mld di dollari in parità di potere d’acquisto (Ppp)[6]. Quello dei Brics-plus ha superato 63.157 mld. Se poi si sommano i paesi che hanno già chiesto di aderire[7] (e la lista è destinata a crescere) il Pil complessivo sfiora i 78.000 mld: una ricchezza enorme. Resta vero che se al G7 si sommano le economie dell’Occidente che non ne fanno parte, quest’ultimo è tuttora più ricco. Le distanze, tuttavia, si accorciano ogni giorno, poiché i paesi emergenti crescono a tassi più elevati.

Il G7 è un simulacro di potere che non riflette più quello che la retorica occidentale chiamava un tempo comunità internazionale. Ormai, le discussioni che vi hanno luogo appassionano soprattutto i cultori di storia medievale. Quel tempo è scaduto, e i sedicenti padroni del mondo, insieme a Nato e Unione Europea (v. dichiarazione congiunta Consiglio Ue-Nato[8]), servono soprattutto a orientarsi su tempi e luoghi del prossimo conflitto armato. Dove si collochi, su tale palcoscenico, l’ostentata democrazia occidentale resta un quesito aperto.

Divenuto plurale, multipolare e multinodale, il pianeta dà il benvenuto a una miriade di nuovi protagonisti (come si è visto al vertice Brics-plus di Kazan, 24-26 ottobre scorsi): Cina e India (le nazioni più popolose del pianeta) e poi Russia (grande potenza nucleare e solida economia energetica e agricola), Brasile, Sud Africa e altri paesi a seguire, tutti determinati a contenere l’arroganza del capitalismo corporativo privato e dei Dottor Stranamore che si agitano nel ventre dell’impero.

L’obiettivo del Sud Globale non è, tuttavia, il dominio sul mondo al posto dell’impero egemone. Molti paesi hanno del resto interessi sui due fronti. Il cemento unificante è invero il principio di sovranità, vale a dire il recupero della libertà di scegliere il proprio destino, obiettivo sul quale – sia detto anche qui en passant – anche il nostro paese avrebbe interesse a concentrarsi se vuole evitare un drammatico declino, così come l’Europa tutta, le cui classi dirigenti, in cambio di carriere, denari e onori, hanno consegnato del futuro dei nostri figli a interessi altrui.

 

6. Epilogo. L’imperialismo Usa odierno non è diverso nei metodi e obiettivi da quelli del passato, ma ricchezza e potere vi sono concentrati come mai prima nella storia, mentre disinformazione e propaganda hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Nel mondo occidentale, il capitalismo autoritario si manifesta attraverso politiche di disciplina sociale, quelle europee di austerità (imposte da una tecnocrazia globalista falsamente democratica), la strategia della paura (precariato permanente, disoccupazione, l’invasione russa, il terrorismo, l’espansione cinese, l’Iran, i virus). In America, si agitano milizie armate solo in parte controllabili, un irrisolto divario razziale, etnico e di benessere, le nefandezze dello stato profondo, il proliferare delle spese belliche, conflitti diretti o per procura e via dicendo. In Europa, al blocco unico di centro è affidato l’incaricato di sorvegliare il disagio sociale per scongiurare il punto di non ritorno, mentre sinistra destra si distinguono solo per i tratti somatici dei rispettivi vertici, e per una diversa perizia nell’organizzare l’intrattenimento, mentre le ali estreme, a destra impraticabili, a sinistra ridotte in cenere, non contano. A fronte di ciò, la maggior parte degli abitanti della terra dispone di redditi di sopravvivenza, mentre la natura strutturale del conflitto tra dominati e dominanti è tenuta nascosta da analfabetismo politico, ritardo culturale, emarginazione e manipolazione.

Il pianeta avrebbe invero precise urgenze: 1) i rischi di una guerra nucleare che marcherebbe il crepuscolo del genere umano. Secondo il doomsday clock – l’orologio dell’apocalisse – la distanza dalla mezzanotte, che segnerebbe la fine del mondo, è oggi misurata non più in minuti ma in secondi (per l’esattezza novanta), tanto più che quel pulsante è affidato alle macchine; 2) un capitalismo privo di limitazioni, reso estremo dalla ferocia neoliberista, che concentra immense ricchezze nelle mani di pochi; e 3) la distruzione dell’equilibrio ecologico, la cui ragione strutturale risiede nella bulimia delle corporazioni private interessate solo al profitto.

In una diversa prospettiva, gli Stati Uniti potrebbero riflettere sulla necessità di sedere intorno a un tavolo come un paese normale per contribuire alla soluzione pacifica delle emergenze. Oggi, tale prospettiva è una chimera. La sua ipertrofia oligarchica e bellicista, lontana dai bisogni del popolo, non può essere contenuta dalle deboli restrizioni del diritto internazionale, ma solo da profondi cambiamenti interni, valoriali e di potere (che non sono però alle viste) o da un graduale riequilibrio di forze sulla scena internazionale, al raggiungimento del quale il contributo del Sud Globale sarà quanto mai prezioso. A dispetto del fallace storicismo di F. Fukuyama, per finire, l’uomo resta arbitro del proprio destino. L’aspirazione a un mondo diverso e migliore rispetto a quello attuale è alimentata da una fiamma eterna che mai si spegnerà nel cuore degli uomini integri e di buona volontà.


Note

[1] Cuba, Vietnam, Iran, Serbia, Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, 15 altri solo in Sud America, tra cui Nicaragua, Cile, Panama, le prigioni/torture di Guantanamo, Bagram, Abu Graib altre segrete, omicidi extragiudiziali “al drone”, la vicenda Julian Assange e quella di Edward Snowden, e via dicendo. Solo dal 1947 al 1989 gli Stati Uniti hanno organizzato 70 tentativi di regime change (l’eufemismo sta per colpi di Stato), 64 sotto copertura, 6 con sostegno militare aperto. In 25 casi, i tentativi hanno avuto successo con l’instaurazione di un governo amico, in altri 39 sono invece falliti (Covert Regime Change, Linsday A. O’Rourke, Cornell University Press, 2018). Ciò ha causato milioni di vittime, rifugiati, distruzioni, degrado e via dicendo, tutto per promuovere i sani valori della democrazia e dei diritti umani.

[2] Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa e altri cinque, più 13 con la qualifica di paesi partners.

[3] Shanghai Organization Cooperation.

[4] Al 31 dicembre 2021 il Pil complessivo dei paesi del G7, in potere d’acquisto internazionale (PAI), era stato di 42.368 mld di dollari (e 44.558 in PPP, potere d’acquisto interno). Al 31 dicembre 2022 tale Pil aggregato dovrebbe superare i 43.538 mld in PAI e 49.186 mld in PPP. Per i paesi Brics, al 31 dicembre 2021 i dati sono rispettivamente 24.709 mld di dollari in PAI e 46.615 in PPP, e nella proiezione al 31 dicembre 2022, rispettivamente 26.227 mld in PAI e 51.117 in PPP. Se all’attuale composizione dei Brics si aggiungono i paesi che hanno chiesto di aderirvi – vale a dire, Argentina, Algeria, Iran e Turchia – il Pil totale in PAI è 26.682 mld (al 31 dicembre 2021) e 28.497 mld (nella proiezione al 31 dicembre 2022), mentre in PPP è stato di 52.151 mld (al 31 dicembre 2021), e di 57.845 mld di dollari in PPP (nella proiezione al 31 dicembre 2022). Aggiungendo quindi l’Arabia Saudita – che intende anch’essa aderire ai Brics – il Pil complessivo al 31 dicembre 2021 è stato di 27515 mld di dollari in PAI e 53902 in PPP, mentre la proiezione al 31 dicembre 2022 è di 29.507 mld (in PAI) e 59.863 mld (in PPP).

[5] Fondo Monetario Internazionale.

[6] https://www.imf.org/external/datamapper/PPPGDP@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD

[7] Algeria, Bangladesh, Bahrein, Belarus, Bolivia, Vietnam, Honduras, Indonesia, Cuba, Kazakistan, Kuwait, Marocco, Nigeria, Palestina, Senegal e Thailandia.

[8] Vedansi https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_185000.htm per il vertice Nato giugno 2021 (Bruxelles), https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_196951.htm per il Vertice Nato del giugno 2022 (Madrid) e https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2023/01/10/eu-nato-joint-declaration-10-january-2023/, per il comunicato del Consiglio Ue-Nato del 10 gennaio 2023.

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