C’è chi, di fronte a una tragedia, sceglie il silenzio. E poi c’è chi, come Wael Al Dahdouh, trasforma il dolore in un megafono per il mondo. Caporedattore di Al Jazeera a Gaza, ha perso dodici familiari sotto i bombardamenti israeliani, inclusi tre figli e la moglie, eppure continua a raccontare. Lui, che da anni documenta l’inferno quotidiano nella Striscia, sa bene che il giornalismo a Gaza non è una professione: è una condanna.
Lo chiamano Al Jabal, la montagna. E non solo per la sua
stazza. Perché per restare in piedi dopo quello che ha vissuto, servono radici
profonde. Eppure, davanti a lui, ci si sente piccoli. Piccoli e
colpevoli. Dov’eravamo mentre tutto questo accadeva?
Il giornalismo a Gaza: un mestiere di morte
“Dovevamo raccontare a chi stava fuori” dice, con una voce che
sembra portare il peso di cento guerre. Non si è fermato nemmeno quando, in
diretta TV, ha visto la sua famiglia spazzata via dai missili. Dodici
morti. Tre figli. La moglie.
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Non si è fermato nemmeno quando ha recuperato il corpicino del
nipote di sei mesi dalle macerie, senza sapere che lì sotto
c’erano anche i suoi figli. Non si è fermato nemmeno quando il suo
collega Samer Abu Daqqa è stato ammazzato a sangue freddo a Khan
Yunis, mentre cercava di documentare un bombardamento.
La sua testimonianza, raccolta l’11 febbraio alla Camera dei deputati,
ha lasciato il silenzio nelle sale del potere. Ospite della
conferenza “Dentro Gaza. Testimonianza dal fronte”, organizzata
dalla deputata Stefania Ascari, ha parlato con una freddezza
che nasconde l’inferno.
“Più di duecento giornalisti sono stati uccisi” ha detto. “Noi
non siamo in guerra, siamo professionisti. Eppure ci ammazzano come nemici.”
Se nel resto del mondo il giornalismo è fastidio, a Gaza è una
sentenza di morte.
Il diritto di raccontare, la condanna a morire
Dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas e l’operazione
israeliana “Spade di Ferro”, Gaza è diventata un buco nero
dell’informazione. Israele ha blindato la Striscia,
impedendo ai giornalisti internazionali di entrare e
bersagliando quelli che già erano dentro. Cioè i palestinesi.
Al Dahdouh poteva andarsene, chiedere un permesso speciale,
salvare la pelle. “Sarebbe stato facile” racconta. Ma non lo ha
fatto.
“Dovevamo raccontare. Tutto. Fino all’ultimo.”
E lo ha fatto a costo della vita. A costo di perdere
tutto.
Gli hanno detto che la sua famiglia era al sicuro. Hanno
evacuato, come tutti. Poi è arrivato il missile.
Al buio, senza elettricità, senza soccorsi, ha scavato a mani nude.
Ha trovato Adam, sei mesi, il nipote, e lo ha portato in ambulanza.
Solo dopo ha scoperto che sotto le macerie c’erano anche sua moglie,
suo figlio, sua figlia.
“Ho perso dodici familiari, ma in quel momento non sapevo neanche chi
fosse morto” dice, con una lucidità che fa gelare il sangue.
L’esplosione ha scaraventato sua figlia sotto un lavandino. Sentiva
la sua voce. Era viva. Ma ci sono voluti mesi per convincerla
a vivere di nuovo sotto un tetto di cemento.
La guerra vera? Non è nei numeri, è nelle vite spezzate
Al Dahdouh racconta della moglie, che si è sacrificata per
permettergli di fare il giornalista. Racconta di Mahmoud, il
figlio che studiava giornalismo e che ha fatto il suo
ultimo video da sotto le macerie.
Non riesce nemmeno a parlare di Hamza, l’altro figlio. Giornalista
anche lui. Ucciso da un drone mentre era in auto con un collega.
Si interrompe. Respira. Poi dice:
“Racconto tutto questo per farvi capire il dolore che può prendere le
nostre anime.”
Ma a Gaza, il dolore non è un’eccezione. È la
normalità.
“La guerra vera non è solo nelle bombe. È nei dettagli. Nei
bagni che non ci sono. Nelle tende che volano via col vento. Nei bambini che
dormono in macchina. Nella paura di costruire di nuovo una casa, perché domani
potrebbe sparire.”
Il problema, dice, è che nessuna telecamera al mondo potrà
mai raccontare davvero la vita di chi è stato costretto a
fuggire.
“Non sono un portavoce di Hamas” risponde a chi gli chiede se
il movimento islamista sia ancora vivo a Gaza. “Sono un uomo. E un
giornalista. Ho cercato solo di fare il mio lavoro.”
Il muro di gomma dell’Occidente
Dopo aver raccontato l’orrore, Al Dahdouh se ne va in
silenzio.
Non rilascia interviste. È troppo stanco. Chiede solo un
bicchiere d’acqua prima di affrontare altri incontri
diplomatici.
L’ex premier Giuseppe Conte lo riceve a porte chiuse. Per dire
cosa? Per ascoltare cosa?
Dall’altra parte del mondo, i governi occidentali continuano a far
finta di niente. Gaza è una ferita aperta, ma non per
tutti.
Dahdouh lo sa. E lo dice chiaro:
“Le montagne vengono colpite. Possono crollare. Ma non si spostano.”
Come i palestinesi di Gaza.
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