Visualizzazione post con etichetta Peacelink. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Peacelink. Mostra tutti i post

lunedì 7 aprile 2025

Il mestiere di giornalista raccontato da Riccardo Orioles

Vivere per fare le cose giuste

"Vogliamo vivere, ci piace stare al mondo, vorremmo continuare a starci il più a lungo e il meglio possibile, e tutto sommato non abbiamo voglia di fare male ad altre persone come noi. Ecco, questa è l'elementarità della condizione umana".

In questo video

che Riccardo Orioles ha inserito ieri su Youtube, viene tracciata a zig-zar, fra ricordi e riflessioni veloci, la sua visione del mondo.

Già giornalista dei Siciliani e caporedattore del settimanale "Avvenimenti", si esprime nel video in un flusso di coscienza ininterrotto, legato da un filo conduttore: la scelta di vivere per uno scopo, spesso da ricercare mentre si vive. E' un flusso di pensieri che attraversa la sua vita e quella di tanti altri. La sua voce, a tratti malinconica ma mai priva di speranza, costruisce una conversazione con i suoi amici di lunga data.

E si chiede ad un certo punto: "Stiamo facendo qualcosa di utile o stiamo semplicemente perdendo tempo? Come facciamo a saperlo?"

È il dubbio che attraversa chi, come lui, ha dedicato la vita al giornalismo d'inchiesta, a quel "mestiere" che dà il titolo al suo programma.

"Naturalmente - aggiunge - siamo impegnati per cercare di mantenere le cose civili".

Il suo pensiero va alle persone che, in diverse parti d'Italia e del mondo, portano avanti questo impegno, spesso senza conoscersi tra loro. "È un meccanismo buffo e divertente," osserva, "queste connessioni casuali tra persone distanti che si ritrovano a collaborare su iniziative legate alla storia dei Siciliani e all'impegno civile."

Orioles parla del "nostro giornale", un "modestissimo foglio di quattro paginette" che cerca di mantenere viva la memoria e di collegare queste persone sparse. Un piccolo faro nella tempesta dei tempi, in un'epoca in cui "i re sono diventati più cattivi e gli imperi adesso sono molto più aggressivi". Un'epoca in cui ritornano mentalità fasciste che rimettono in discussione tabù fondamentali, come il rispetto della vita dei bambini.

Il pensiero corre a Pippo Fava, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1984, e alle sue lezioni di "buon giornalismo" a Catania e Palermo. Orioles ricorda la definizione che Fava dava della mafia: "Una cosa che fa parte della nostra società, del nostro mondo, delle banche, del Parlamento, del governo." Una visione lucida di un sistema di potere che va ben oltre la criminalità organizzata.

Eppure, nonostante tutto, nelle parole di Orioles c'è spazio per una speranza testarda: "Possiamo essere ottimisti perché non si è fermato assolutamente né si fermerà questo meccanismo fondamentale di noi esseri umani". La speranza che le piccole azioni di oggi, i tentativi di vivere "coraggiosamente cercando di fare qualcosa di utile, di non fare male a nessuno e in qualche modo di sopravvivere," porteranno frutti che i "nipotini tra una quarantina d'anni" potranno raccogliere.

"Vogliamo vivere, ci piace stare al mondo, vorremmo continuare a starci il più a lungo e il meglio possibile, e tutto sommato non abbiamo voglia di fare male ad altre persone come noi," conclude Orioles. "Ecco, questa qui è l'elementarità della condizione umana".

Una verità semplice per chi non ha mai smesso di credere nel valore della memoria, della connessione umana e dell'impegno civile.


Riccardo Orioles, nato a Milazzo nel 1949, ha iniziato a scrivere come giornalista negli anni Settanta collaborando con piccoli giornali locali e partecipando alle prime esperienze delle radio libere. Nel 1982, insieme a Pippo Fava, ha fondato "I Siciliani", un mensile edito a Catania. Il giornale, unico nel panorama cittadino dell’epoca, denunciava apertamente le attività illecite di Cosa Nostra. Il giornale affrontava temi come mafia, massoneria e politica, con l’obiettivo dichiarato di condurre inchieste rigorose e portare alla luce ciò che per anni era rimasto nell’ombra. A poco più di un anno dalla nascita del giornale, nel gennaio 1984, Pippo Fava fu assassinato dalla mafia.

da qui

domenica 2 marzo 2025

Dall'accordo di pace fra Ittiti e Egizi alle trattative fra Trump e Putin - Alessandro Marescotti

 

La guerra fra il re ittita Hattusili III e il faraone Ramesse II fa pensare alla fine del guerra in Ucraina. Il sanguinoso conflitto si concluse nel 1269 a.C. non solo con il primo accordo di pace della storia ma con un patto di cooperazione. Fu un ribaltone clamoroso, ma pose fine alla guerra.

 

La pace è il valore supremo, quello che si pone al di sopra di qualsiasi giudizio morale sulle figure che ne hanno permesso il raggiungimento. La storia lo dimostra con esempi emblematici, in cui uomini discutibili sono stati protagonisti di accordi fondamentali per porre fine a catastrofi ancora peggiori. La realpolitik ha spesso imposto di chiudere un occhio sulla moralità dei leader coinvolti. Analizziamo cinque casi in cui la pace è stata ottenuta grazie a figure controverse. Parliamo della seconda guerra mondiale, della fine della guerra in Vietnam, della fine della Guerra fredda e dell'attuale guerra in Ucraina. E concluderemo con un caso storico eccezionale: la fine della guerra fra Ittiti ed Egizi. 

Il primo accordo di pace documentato della storia: il trattato di Kadesh

Un conflitto sanguinoso conclusosi non solo con il primo accordo di pace della storia ma con un patto di cooperazione militare fra i rivali di allora: il faraone e il sovrano ittita.

1. Stalin e la fine della Seconda guerra mondiale

Iosif Stalin è stato uno dei leader più spietati della storia, responsabile di purghe, deportazioni e un sistema repressivo che ha causato milioni di vittime. Eppure, durante la Seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica da lui guidata fu l'alleato decisivo per sconfiggere Hitler. Senza l'apporto dell'Armata Rossa e il sacrificio di milioni di sovietici, il nazismo avrebbe potuto vincere. Nel 1943, a Teheran, e poi a Yalta nel 1945, Stalin fu accolto come un interlocutore necessario da Roosevelt e Churchill. Il mondo occidentale dovette accettare di trattare con un dittatore sanguinario. La fine della guerra in Europa passò inevitabilmente attraverso la sua firma, e l'ordine mondiale successivo nacque con il suo coinvolgimento, nel bene e nel male.

2. Kissinger e la fine della guerra in Vietnam

Henry Kissinger, segretario di Stato degli Stati Uniti negli anni '70, è stato spesso accusato di cinismo politico e di aver sostenuto regimi autoritari in nome degli interessi americani. Eppure, fu anche l'artefice degli accordi di pace di Parigi del 1973, che portarono al ritiro delle truppe statunitensi dal Vietnam. Kissinger negoziò direttamente con il governo nordvietnamita di Lê Đức Thọ, in un contesto di grande tensione e diffidenza reciproca. Il trattato pose fine a un conflitto sanguinoso che aveva lacerato l'Indocina e sconvolto l'America. Kissinger fu insignito del Premio Nobel per la Pace, nonostante le critiche sul suo operato in altre aree del mondo. La lezione storica rimane: la pace si fa anche con gli avversari più temuti e disprezzati.

3. Reagan e la fine della Guerra fredda

Ronald Reagan è stato un presidente statunitense noto per la sua retorica anticomunista e per l'intensificazione della corsa agli armamenti negli anni '80. Eppure, proprio lui firmò uno degli accordi più significativi della Guerra Fredda: il Trattato INF del 1987, che eliminava i missili nucleari a medio raggio dall'Europa. La firma dell'accordo con Mikhail Gorbaciov segnò l'inizio della fine della Guerra Fredda. Reagan, che era stato un fervente sostenitore del riarmo, comprese che un'intesa con l'Unione Sovietica era necessaria per evitare una spirale di distruzione reciproca. Questo atto di realismo politico dimostrò che anche i leader più rigidi possono essere protagonisti di svolte pacifiche.

4. Trump e Putin e la guerra in Ucraina

Donald Trump e Vladimir Putin sono due leader controversi, spesso criticati per le loro politiche autoritarie e le loro posizioni nazionaliste. Tuttavia, proprio loro potrebbero essere gli artefici di un accordo che pone fine a una guerra che rischiava di diventare un conflitto armato infinito, con il pericolo concreto di varcare quelle "linee rosse" oltre le quali c'era la guerra nucleare. Attraverso negoziati e incontri bilaterali, Trump e Putin hanno cercato di ridurre la tensione tra le potenze globali, cercando soluzioni diplomatiche anziché militari. Anche se le loro scelte politiche rimangono discutibili, il loro contributo alla stabilità mondiale non può essere ignorato.

La storia insegna che per arrivare alla pace si deve accettare il compromesso, talvolta con figure che sarebbero difficili da riabilitare sotto altri punti di vista. La diplomazia non sceglie sempre i migliori uomini, ma cerca i risultati migliori. La memoria collettiva può essere critica nei confronti di Stalin, Kissinger, Reagan, Trump o Putin, ma non può negare il loro ruolo nel porre fine a conflitti devastanti. La pace viene prima di tutto, anche quando a firmarla sono persone da cui vogliamo stare politicamente e idealmente distanti.

5. Il primo trattato di pace della storia: Ittiti ed Egizi come Usa e Russia

Questa lezione risale a tempi antichissimi. Il Trattato di Kadesh, firmato nel 1269 a.C. tra il faraone Ramesse II e il re ittita Hattusili III, è il primo trattato di pace internazionale registrato nella storia.

Entrambi i contendenti, pur proclamandosi vincitori, compresero la necessità di porre fine stabilmente al conflitto, sancendo un equilibrio che evitò la prosecuzione della guerra. Trasformarono la guerra addirittura in un accordo militare di cooperazione, in un patto suggellato addirittura dal matrimonio del faraone con la figlia del sovrano ittita. Fu un ribaltone incredibile, ancor peggio di quello a cui stiamo assistendo oggi fra Putin e Trump. Ciò nonostante quell'accordo non viene consegnato alla storia sdegnosamente con una cosa sconcia e immorale. Anzi. Oggi, una copia di quel trattato di pace è esposta nella sede dell'ONU a New York, a testimonianza che la pace, ieri come oggi, è un valore universale che si costruisce anche con compromessi difficili ed estremamente discutibili.

Occorre sottolineare che coloro che - tremilatrecento anni fa - firmarono l'accordo di pace non erano "brave persone". Hattušili III era un usurpatore, era arrivato al potere con la forza, con un colpo di mano. Ramses II era anch'egli un personaggio controverso. L'egittologo francese Pierre Montet ha definito Ramses II un sovrano con un "egoismo mostruoso" e benché nelle rappresentazioni artistiche, Ramses II presenti spesso un lieve sorriso, quello era tuttavia un "sogghigno di fredda autorità" secondo Percy Bysshe Shelley, poeta lirico inglese al tempo del Romanticismo. E quindi il "faraone della pace" probabilmente aveva lo stesso "sogghigno di fredda autorità" di Putin e di Trump.

da qui

domenica 9 febbraio 2025

Contro il militarismo e per la pace

Resoconto dell'assemblea online di coordinamento della campagna

Contro l'invio di armi in Ucraina

Il Parlamento ha approvato l'invio di armi in Ucraina ma la campagna prosegue e rilancia il tema della lotta all'aumento delle spese militari. La campagna è una denuncia politica contro la partecipazione italiana alla guerra. E vuole dare voce alla maggioranza dei cittadini italiani.

 

Coordinamento della campagna contro l'invio di armi in Ucraina

L'assemblea online di coordinamento della campagna contro l'invio di armi in Ucraina si è svolta con la partecipazione di numerosi rappresentanti di associazioni e movimenti pacifisti. Durante l'incontro sono stati affrontati diversi punti cruciali per la prosecuzione della campagna, considerando la recente conversione in legge, da parte del Senato e della Camera, del decreto governativo per l'invio di armi in Ucraina.

Prosecuzione della campagna. Si è discusso su come mantenere attiva ed efficace la campagna nonostante l'approvazione del decreto. 

In alcuni territori, come a Bari, si sta continuando con i banchetti di raccolta di firme e di disponibilità di chi aderisce ad essere ricontattato per contribuire alla campagna contro l’invio di armi, contro la cobelligeranza italiana, non più come PETIZIONE RIVOLTA AI PARLAMENTARI perché non convertano in legge il decreto 200/2024 (il 28 gennaio la Camera ha approvato a larga maggioranza con l’opposizione dei deputati M5S e AVS) ma come APPELLO, rivolto, all’opinione pubblica, ai media, al parlamento, alle forze politiche e sindacali, alle associazioni – contro l’invio di armi. Il testo-documento della petizione, sulla cui base si è costituito questo coordinamento nazionale, rimane invariato, con le sole modifiche all’inizio e alla fine, che lo trasformano in appello (cfr. documento allegato).

È emersa la necessità di rilanciare l'opposizione non solo all'invio di armi, ma anche ai nuovi programmi di riarmo e all'aumento della spesa militare. La crescente pressione mediatica dei vertici NATO e di figure politiche internazionali, come Donald Trump, rende necessario un rafforzamento della protesta popolare, rendendola più visibile e incisiva.

Aggiornamento del materiale informativo. È stata proposta la realizzazione di un nuovo volantino nazionale per aggiornare la campagna, con l'obiettivo di informare e sensibilizzare l'opinione pubblica. La bozza del volantino verrà condivisa con i partecipanti per eventuali modifiche prima della sua approvazione definitiva.

Azioni politiche e istituzionali. Si è ribadita l'importanza di una nuova petizione che porti alla richiesta di audizioni parlamentari. In queste sedi, i portatori di interesse rappresentanti delle associazioni e dei movimenti pacifisti potranno esprimere le proprie posizioni in merito ai programmi che verranno discussi nelle commissioni difesa. Diversi interventi hanno sottolineato l'importanza dell'autonomia del movimento dai partiti, pur nella necessità del confronto.

Strategie comunicative e media. Un tema centrale dell'assemblea è stato quello della censura mediatica nei confronti delle iniziative pacifiste. È stato osservato come vi sia un forte sbarramento informativo che rende difficoltoso far emergere il dissenso contro la politica di riarmo. Per contrastare questa situazione, si è deciso di migliorare le competenze comunicative dei gruppi locali. PeaceLink si è resa disponibile a fornire supporto per la realizzazione di comunicati stampa e per la diffusione delle informazioni pacifiste nei circuiti delle agenzie stampa. Multipopolare e Ottolina TV sono disponibili a fare da cassa di risonanza delle iniziative in programma.

Coinvolgimento del mondo culturale e artistico. Si è proposto un maggiore coinvolgimento di intellettuali, artisti e figure del mondo dello spettacolo sensibili alle ragioni della pace. La loro partecipazione potrebbe contribuire a dare maggiore risonanza al messaggio pacifista, raggiungendo pubblici più ampi.

Creazione di gruppi locali. È stata sottolineata l'importanza di attivare fin da subito gruppi locali impegnati nelle attività sopra descritte. L'organizzazione territoriale può facilitare la diffusione delle iniziative e rafforzare la partecipazione della cittadinanza. E' stato chiesto che venga realizzato un elenco delle associazioni che aderiscono e animano questo movimento di promozione della campagna no armi Ucraina aggiornata verso nuovi obiettivi di contestazione del riarmo. È fondamentale dotarsi di una struttura di referenti a livello territoriale (regione, provincia, città).

Piattaforma di coordinamento e informazione. PeaceLink continuerà a svolgere un ruolo di piattaforma di coordinamento e informazione, anche mediante il settimanale Albert. Il calendario online delle iniziative di pace e il database dei contatti dei firmatari rappresentano strumenti fondamentali per l'organizzazione delle attività. I firmatari potranno essere avvisati, provincia per provincia, delle iniziative in programma, facilitando così la mobilitazione e la partecipazione alle azioni promosse.

L'assemblea si è conclusa con l'impegno a proseguire con determinazione la campagna no armi in Ucraina aggiornandola alla nuova situazione e rafforzando le strategie di comunicazione, intensificando la pressione politica e promuovendo un'ampia mobilitazione popolare contro l'invio di armi e i piani di riarmo.

Il prossimo incontro è previsto per mercoledì 19 febbraio.

da qui


Manifesto per la diserzione civile

La diserzione civile comincia con l’impegno a smentire la propaganda e a far circolare informazione veritiera. Contrastare i piani di riarmo vuol dire pretendere il finanziamento della spesa sociale per la sanità, la scuola, l’ambiente sottraendo fondi alla militarizzazione.

 

(Fonte: Disertiamo https://www.facebook.com/groups/726688158530288)

 

I governi Draghi e Meloni hanno coinvolto l’Italia in una guerra che la stragrande maggioranza degli italiani non vuole. Seguendo le direttive degli Stati Uniti e della Commissione europea, siamo diventati parte attiva nel conflitto USA-NATO che si combatte in Ucraina e che rischia di infiammare l’Europa nei prossimi anni. Il nostro Paese invia armi, il nostro esercito addestra soldati ucraini, il nostro ministero della Difesa allestisce esercitazioni militari che danneggiano il nostro ambiente, dalla base militare di Sigonella partono velivoli NATO di ricognizione diretti in Ucraina. 

Il governo e i vertici militari vogliono potenziare l’industria bellica e aumentare di almeno 10.000 unità gli effettivi delle forze armate aumentando le spese per la guerra a detrimento della spesa sociale e dei bisogni fondamentali dei cittadini.

Perché siamo in guerra

La riorganizzazione degli apparati militari e l’aumento degli organici vengono giustificati con la necessità di rafforzare il sistema di deterrenza contro potenziali minacce ai confini nazionali o ai “valori occidentali” di libertà di impresa, proprietà privata, primato dell’individuo e democrazia formale sui quali si fondano le nostre istituzioni e il modello di sviluppo illimitato che governa la nostra economia e le nostre relazioni politico-economiche con altri Paesi. Un sistema di deterrenza che dovrebbe garantire la sicurezza delle popolazioni occidentali da eventuali attacchi militari provenienti da Paesi non “democratici”, quali Russia e Cina, intenzionati ad espandere il loro modello politico al di fuori dei loro confini sovvertendo gli equilibri internazionali tra gli Stati. 

Questi equilibri sono frutto di guerre di conquista combattute da Stati e potenze nei secoli passati e di conflitti armati condotti principalmente dalle potenze occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale per l’appropriazione delle risorse naturali e il controllo degli approvvigionamenti energetici e della loro circolazione. Le guerre condotte dalla NATO dagli anni ’90 in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan e Libia lo testimoniano.

La crisi della “globalizzazione”, cioè del tentativo di imposizione planetaria dell’egemonia del sistema economico-politico statunitense condivisa dal quello che è considerato il “mondo occidentale”, ha permesso l’emergere di istanze di crescita indipendente e l’affermarsi di nuove potenze d’area e globali sul teatro della competizione internazionale decise a realizzare un proprio spazio di influenza economica. 

La scelta conseguente della super-potenza americana è, in questa fase, quella di promuovere la divisione in blocchi contrapposti di “alleanze” in conflitto tra loro prefigurando per il futuro un confronto militare globale – con l’obiettivo primario di colpire la Cina - che, nell’immediato e nel prossimo divenire, si articola nell’innescare conflitti armati che depotenzino il fronte avverso e cooptare altre nazioni dentro il proprio schieramento. La guerra in Ucraina fa parte di questa strategia, pur non essendo estranea al proposito dell’apparato di potere russo di mantenere una sua sfera di influenza sui Paesi ad esso economicamente collegati. È una guerra che ha compromesso il relativo benessere nei Paesi europei ed è destinata ad allargarsi ai Balcani e all’Europa centrale. Il pericolo non è costituito da inesistenti minacce ai confini, ma dal coinvolgimento nelle prossime avventure belliche alle quali i nostri governi non hanno intenzione di sottrarsi.

L’Italia, aderente alla NATO, è immediatamente coinvolta in una guerra che non riguarda né la sua “sicurezza” e integrità come nazione né, tantomeno, il benessere dei suoi cittadini. Sicurezza è reddito, casa, salute, istruzione, tutela dell’ambiente, non la salvaguardia di un regime guerrafondaio. Sicurezza è la pace. 

Quanto costa la guerra?

Ogni italiano ha speso ingenti somme per finanziare la macchina bellica. 

Secondo il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il 2023-2025, i fondi destinati alla Difesa per il 2023 ammontano a circa 27,75 miliardi di euro l’anno, vale a dire circa 482 euro pro capite.

Fonti NATO informano che ciascun italiano, nel 2022, ha speso 498 dollari di contribuzione al bilancio dell’Alleanza Atlantica. 

L’Italia è impegnata in più di 40 missioni nel 2024, è il primo contributore per le operazioni dell’Ue, il secondo contributore della Nato dopo gli Usa – quindi primo tra gli europei – e primo tra i contributori occidentali alle missioni delle Nazioni Unite.

L’aumento delle spese militari comporta considerevoli tagli ai servizi essenziali per i cittadini come sanità, istruzione, tutela dell’ambiente, assistenza sociale. Gli investimenti statali vengono, infatti, dirottati verso le grandi imprese del comparto militare-industriale e dei settori a tecnologia avanzata, trasferendo ricchezza pubblica ai privati.

Con l’economia di guerra, la prosperità e la pace sono un sogno che non possiamo permetterci.

Riprendiamoci la Pace

La diserzione civile non è solo un'idea, ma una pratica attiva. 

La diserzione civile comincia con l’impegno a smentire la propaganda e a far circolare informazione veritiera, ma deve articolarsi in una serie di azioni coordinate che possano far emergere, nel tempo, una partecipazione di massa.

Non delegare l’espressione del dissenso e la pratica della resistenza impone di sostenere, con tutti i mezzi, tutte quelle frazioni sociali che difendono il territorio dall’espansione delle basi militari, che ostacolano la movimentazione delle armi via nave e ferrovia, che difendono il suolo e l’ambiente dalla contaminazione, che non si subordinano alle politiche securitarie ma praticano il diritto alla libera mobilità e occupazione del suolo pubblico, che lottano contro le restrizioni salariali e i tagli alla spesa sanitaria, che si organizzano per impedire la chiusura delle frontiere ai migranti. Ricordando che la battaglia per i diritti sociali e contro la guerra sono interconnesse.

Non sottostare all’imposizione del silenzio significa prendersi la responsabilità anche individuale di manifestare il proprio pensiero pubblicamente senza lo schermo dei social e disattendendo le politiche securitarie che vogliono ingabbiare in spazi protetti poliziescamente ogni espressione di dissenso.

Produrre una cultura della pace vuol dire intercettare e bloccare la penetrazione della propaganda militarista e la presenza dell’esercito nelle scuole, screditare e contrastare la scuola-caserma che promuove la partecipazione dei giovani a esperienze militari quali la mini naja e l’alternanza scuola lavoro falsamente “professionalizzante” presso istituti militari e aziende del comparto militare-industriale. Vuol dire pretendere il finanziamento pubblico della ricerca di base nelle università in opposizione agli accordi accademia-industria della guerra.

Contrastare i piani di riarmo vuol dire pretendere il finanziamento della spesa sociale per la sanità, la scuola, l’ambiente sottraendo fondi alla militarizzazione. Vuol dire riprendere le battaglie collettive per la difesa del reddito e la diminuzione dell’orario lavorativo.

Opporsi alla guerra vuol dire aprire una vertenza diretta con lo Stato per imporre la de-secretazione dei trattati militari e per porre vincoli legislativi che impediscano l’insediamento di nuove basi militari USA e NATO e l’ampliamento di quelli esistenti. Vuol dire avviare una campagna per l’obiezione di coscienza preventiva come patto collettivo.

Il governo che prepara la guerra non è un interlocutore, è la nostra controparte.

Negare la delega allo Stato rifiutando la subordinazione all’economia di guerra e alle politiche belliciste è esercitare un diritto. E la diserzione civile è una forma di autotutela collettiva.

Note: Logo e testo a cura di Valeria Poletti (valeria.poletti014@gmail.com)

Allegati

·         Guida operativa alla diserzione civile

Valeria Poletti
Fonte: Redazione PeaceLink

384 Kb - Formato docx

Obiettivi: rendere visibile la dimensione della contrarietà popolare alle politiche belliciste; rendere di senso comune l’aspirazione della base sociale alla pace e la legittimità dell’opposizione alla guerra.

da qui



venerdì 10 gennaio 2025

Ucraina, il fallimento dell'accanimento guerrafondaio di Macron - Alessandro Marescotti

  

Già durante l'addestramento in Francia, 50 soldati avevano disertato. Rientrati in Ucraina, le cifre sono cresciute in modo esponenziale: altri 1.700 uomini hanno disertato, abbandonando la brigata. Arrivati a Pokrovsk, nel Donbass, quelli che non hanno disertato sono stati mandati a morire.

 

La parola "guerrafondaio" ha un'origine etimologica interessante e significativa, che ben si adatta al contesto attuale della guerra in Ucraina e alla decisione di continuare il conflitto nonostante gli evidenti segnali di fallimento. La parola fu coniata nel 1896 dal giornalista Luigi Arnaldo Vassalli (1852-1906) in polemica con coloro che dopo la sconfitta di Adua (1896) reclamavano la "guerra a fondo", ossia la continuazione della guerra contro l'Abissinia. Astraendola dal contesto di allora, quella parola indica ancora oggi la volontà di continuare una guerra a tutti i costi, anche andando contro quelle che sono le evidenze della scienza militare, che ormai produce resoconti dettagliatissimi, con statistiche e analisi basate sui dati.

Macron, il presidente della Francia, è tecnicamente - a tutti gli effetti - un guerrafondaio, e questa storia che racconteremo non fa che confermare questa definizione.

Parleremo della brigata "Anna di Kiev".

"Sono pronti per andare a combattere al fronte i soldati ucraini addestrati negli ultimi mesi dall'esercito francese. Parigi sta aiutando Kiev non solo con armi e munizioni, ma anche preparando i militari ai combattimenti contro Mosca". Questo comunicava Euronews il 15 novembre 2024, con un video dell'addestramento.

 

Il caso delle diserzioni nella 155ª Brigata meccanizzata «Anna di Kiev»

La decisione di addestrare la Brigata Anna di Kiev in Francia è stata fortemente sostenuta dal presidente francese Emmanuel Macron. Durante una visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Francia nel giugno 2024, Macron si era impegnato a fornire supporto militare significativo all'Ucraina, incluso l'addestramento di un'intera brigata a partire da settembre dello stesso anno.

Nel giugno 2024, in occasione dell'80° anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente francese Emmanuel Macron aveva presentato la brigata "Anna di Kiev" come il simbolo della cooperazione militare tra Francia e Ucraina. Con un contingente iniziale di 4.500 uomini, equipaggiato con 30 carri armati tedeschi Leopard 2 e 18 obici Caesar di fabbricazione francese, il progetto era stato salutato come un passo decisivo nella guerra contro la Russia. Macron aveva dichiarato che la brigata sarebbe stata un "fattore importante" nella guerra, supportata da un imponente sforzo logistico che coinvolgeva 1.500 istruttori e traduttori francesi e numerosi carristi addestrati in Polonia. Notevole è stata l'aspettativa riversata su questa grande unità militare.

Tuttavia, già durante l'addestramento in Francia, 50 soldati avevano scelto di disertare, rendendosi irreperibili dopo la libera uscita.

La diserzione come risposta al sacrificio inutile

Una volta rientrati in Ucraina, le cifre sono cresciute in modo esponenziale: 1.700 uomini hanno disertato, abbandonando le file della brigata.

E così questa brigata si è ritrovata a dicembre 2024 fortemente disgregata, incapace di adempiere alla missione per cui era stata creata, ossia andare a difendere l'importante città di Pokrovsk nel Donbass, attualmente sotto assedio russo.

Nonostante le massicce diserzioni, la brigata è stata mandata al fronte in condizioni precarie, senza uomini sufficienti, senza droni, con sistemi di difesa aerea inadeguati e un'organizzazione interna disastrosa.

Il giornalista Yuri Butussov ha denunciato che 2.500 soldati inizialmente assegnati alla brigata sono stati dirottati verso altre unità, lasciando "Anna di Kiev" con effettivi ridotti e mal equipaggiati. Il comandante stesso della brigata è stato rimosso dal suo incarico. Il bilancio finale parla di pesanti perdite umane e materiali, tra cui diversi carri armati Leopard 2 e altri veicoli corazzati.

Al di là delle critiche alla gestione ucraina, appare evidente la cinica scelta di Macron di fare il primo della classe con le vite degli altri. Si è gonfiato il petto addestrando soldati in Francia per poi mandarli come carne da macello in Ucraina. I cinquanta che sono scappati già in Francia avevano capito quale sarebbe stata la loro sorte.

Macron è un moderno esempio di presidente guerrafondaio che non ha mai fatto il servizo militare. (1)

 

E' l'esempio di come si può produrre un disastro umano dietro l'enfasi della retorica militare.

La vicenda della brigata "Anna di Kiev" non rappresenta solo un fallimento militare, ma soprattutto un drammatico esempio di come - di fronte all'accanimento di Macron e Zelensky di continuare a oltranza una guerra che vede l'esercito russo in netta superiorità di uomini e mezzi - molti soldati ucraini hanno comprensibilmente scelto la diserzione per sottrarsi alla guerra.

La Voix du Nord definisce la brigata ormai "quasi sciolta", mentre il Berliner Zeitung non esita a parlare di un "fiasco" totale. Eppure, nonostante tutto, Macron e Zelensky hanno annunciato poco prima di Natale la creazione di una seconda brigata che sarà addestrata in Francia.

Scrive Michele Montanari sul Corriere del Ticino: "Stando agli ultimi dati ufficiali forniti da Kiev, ogni mese più di 5 mila soldati ucraini abbandonano le loro unità. Ciò equivale alla perdita di una intera unità simile alla brigata «Anna di Kiev» al mese".

Nel video in ucraino che trovate qui sotto c'è un ampio approfondimento di questo fallimento militare della 155ª Brigata meccanizzata «Anna di Kiev».

Viene naturale chiedersi: cosa farebbe Macron se si trovasse nei panni di questi soldati, mandati a morire in questo modo? Diserterebbe anche lui? 

 

Note: (1) Emmanuel Macron è l'unico presidente francese a non aver mai svolto il servizio militare. Questo fatto è stato sottolineato in diverse occasioni, specialmente in relazione alla sua proposta di reintrodurre una forma di servizio civile obbligatorio in Francia. Durante il suo mandato, ha annunciato l'intenzione di rendere obbligatorio un servizio nazionale, che potrebbe includere un periodo di addestramento militare per i giovani.
La sua mancanza di esperienza militare è stata oggetto di critiche, soprattutto considerando il contesto delle sue proposte di rafforzamento delle forze armate francesi e della sicurezza nazionale.
Fonti: https://www.perplexity.ai/search/chi-ha-voluto-che-la-brigata-a-g7M34Xi4S_uflkEl9kD.wA#1

 

da qui

lunedì 9 settembre 2024

Mappa della basi militari in Italia - PeaceLink


Una mappa basata su informazioni pubbliche disponibili online e organizzate graficamente da PeaceLink in una pagina interattiva che consente di ampliare le conoscenze e di fare ricerche.

Associazione PeaceLink

Vuoi vedere la mappa delle basi militari che abbiamo realizzato?

Clicca qui


Elenco delle basi militari in Italia a cura di PeaceLink

Un le basi militari in Italia tempo erano coperte da un fitto riserbo e da una legge arcaica come Regio Decreto dell’11 luglio 1941 n. 1161 (ancora in vigore).

Oggi, al tempo delle Google Maps, chiunque può vedere sul computer - con tanto di visione satellitare - dove è ubicata una base militare e quindi la vecchia normativa appare veramente anacronistica.


Abbiamo provato a fare una mappa delle basi militari su Internet.

Su PeaceLink la stiamo costruendo passo dopo passo.

Alleghiamo anche l'elenco ufficiale delle basi USA in Italia.

da qui

martedì 7 settembre 2021

Chiudere la prigione di Guantanamo

  

una campagna lanciata da Amnesty International e sostenuta da Peacelink

 

 

Dal 31 agosto è partita la «Campagna Guantanamo» e chiunque può firmare la lettera che invieremo al presidente del Consiglio Mario Draghi. L’obiettivo è fare pressione sul governo italiano perché richieda al presidente USA Joe Biden la chiusura della prigione americana di Guantanamo, luogo di torture e di violazioni dei diritti umani, oltre che delle Convenzioni di Ginevra. Guantanamo si trova geograficamente nella base USA dell’isola di Cuba.

Si può firmare qui: https://www.peacelink.it/guantanamo

 

Materiale informativo lo trovi qui:

§  Cosa è Guantanamo https://lists.peacelink.it/dirittiglobali/2021/08/msg00011.html

§  Planning della campagna https://lists.peacelink.it/dirittiglobali/2021/08/msg00010.html

Per la Campagna Guantanamo

Alessandro Marescotti


ECCO IL TESTO

Al Presidente del Consiglio Mario Draghi

in questo delicato momento in cui si invoca il rispetto dei diritti umani in Afghanistan, noi crediamo sia importante dare il buon esempio chiedendo al tempo stesso che venga posta fine alla violazione dei diritti umani nella prigione di Guantanamo, gestita dagli Stati Uniti a Cuba.

E quindi le scriviamo affinchè lei richieda formalmente al Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, un gesto importante e altamente significativo come la chiusura della prigione di Guantanamo.

Amnesty International non solo ne chiede la chiusura ma chiede che vengano processati i responsabili di quella vergognosa e criminale esperienza di sospensione del diritto umanitario. Noi concordiamo con tale richiesta di Amnesty International.

Non si può essere credibili nel chiedere ai talebani il rispetto dei diritti umani se poi noi quel rispetto non lo chiediamo agli Stati Uniti.

Quella prigione è come la Bastiglia e non ha più ragione di esistere. E’ il simbolo odioso delle torture e degli abusi, in aperta violazione delle Convenzioni di Ginevra, compiuti in nome della lotta al terrorismo. Quell’orribile prigione, quella vergogna della storia non ha più alcun appiglio per restare in piedi.

Le chiediamo pertanto di rispondere a questa nostra richiesta di giustizia internazionale. Oggi – in questo contesto di grandi cambiamenti – la chiusura del carcere di Guantanamo ha molta più possibilità che in passato. Farebbe onore all’Italia, a cui tra l’altro era stato affidato il compito di riformare il sistema giudiziario in Afghanistan, farsi promotrice – anche in seno all’Unione Europea – di un passo verso la giustizia e il rispetto dei diritti umani.

Per essere credibili in Afghanistan bisogna dare il buon esempio a casa propria.

 

da qui

sabato 21 agosto 2021

Talebani e Usa vanno d’amore e d’accordo, ma si può dire?

Il troglodita non era troglodita. Rispecchiava il livello della civiltà dell’epoca

(Stanislaw J. Lec)

Se uno ascolta la tv e legge i giornali più importanti riceve la velina che le forze di occupazione occidentali per una ventina d’anni stavano vincendo chiaramente la partita, poi la realtà, che non era sparita, solo era stata nascosta, scende in campo e il risultato è capovolto. 

Si legge che Assange probabilmente sarà estradato negli Usa, magicamente adesso le carceri Usa diventano accoglienti per Julian, e magicamente i talebani, diventati potabili e civili, tratteranno le donne come esseri alla pari (sharia permettendo). Che magie, per chi ci crede (molti, troppi).

Fra i capi talebani più potenti ce ne sono alcuni liberati o fatti liberare negli ultimi anni dagli Usa, Baradar e Ruhani, per esempio, non sappiamo in cambio di cosa, a Guantanamo ci sono posti liberi, Assange lo ospiterebbero con sommo piacere, per non parlare di Snowden.

Ringraziamo tutti quelli che hanno provato ad abbattere il muro di gomma, inascoltati, da Julian Assange (che sta marcendo dove dovrebbero stare gli assassini che lui ha sempre denunciato), a tanti piccoli e scomodi grilli parlanti e voci fuori dal coro (Peacelink, per esempio).

fm



La debacle in Afghanistan mostra che avremmo dovuto ascoltare, non criminalizzare, Julian Assange – Patrick Boylan

Il fondatore di Wikileaks ci aveva da tempo avvertito che in Afghanistan le truppe USA/NATO non stavano “guadagnando le menti e i cuori” della popolazione; anzi, si stavano facendo odiare. Ma il messaggio non è stato ascoltato e il messaggero è ora in prigione in attesa di giudizio.

Cosa spiega la disfatta USA/NATO in Afghanistan? In gran parte è stata causata dall’odio del popolo afghano contro gli occupanti occidentali, odio provocato anche dai crimini di guerra e dai crimini contro l’umanità commessi dalle nostre truppe di occupazione. Alla repressione della NATO la maggior parte della popolazione afghana (e persino molti dei loro militari) hanno mostrato di preferire la repressione dei Talebani (il che è tutto dire). Infatti, le scene di “fuga della popolazione davanti ai Talebani”, di cui i telegiornali sono pieni, riguarda solo una piccolissima percentuale della popolazione, gli afghani filo occidentali, prevalentemente a Kabul. Vedi l’editoriale PeaceLink al riguardo: https://www.peacelink.it/editoriale/a/48688.html

Ora molti dei crimini che le nostre truppe hanno commesso in questi 20 anni, il giornalista Julian Assange li aveva già rivelati sul suo sito Wikileaks. Ma i politici e i mass media occidentali non hanno voluto far conoscere le sue denunce. Anzi, hanno preferito diffamare Assange e sostenere il tentativo, da parte delle autorità statunitensi, di incarcerarlo per decenni (il che, visto le sue precarie condizioni, vale una condanna a morte).

“Invece quante vite afghane – e occidentali – avremmo potuto salvare se avessimo agito alla luce delle rivelazioni di Assange!” dicono gli U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome, un gruppo di pacifisti statunitensi abitanti la Capitale. “Bisogna perciò sfruttare il clamore della nostra disfatta in Afghanistan per esigere la liberazione di chi ha cercato di farci capire quello che le nostre truppe stavano facendo realmente laggiù per ben 20 anni. Bisogna tornare in piazza all’inizio di settembre con la parola d’ordine: Non uccidere il messaggero!”

Già si parla di manifestazioni simili nel mese di settembre in molti altri paesi, per galvanizzare l’opinione pubblica mondiale a favore di Assange prima dell’udienza che egli dovrà affrontare in Gran Bretagna il prossimo 27 ottobre. L’Alto Tribunale della Gran Bretagna dovrà rideliberare, infatti, sulla sua estradizione negli Stati Uniti, momentaneamente bloccata. Questo perché la settimana scorsa (11 agosto), i giudici britannici hanno consentito al governo americano di riaprire il caso sulla base di obiezioni alla testimonianza chiave di uno psicologo, quella che giustificò il blocco temporaneo.

Se le obiezioni statunitensi verranno accolte in ottobre, Assange potrebbe essere immediatamente rispedito negli Stati Uniti dove rischia una pena detentiva di 175 anni per rivelazioni di documenti ufficiali riguardanti presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi da militari statunitensi — in Aghanistan e non solo.

Invece non è prevista nessuna indagine, da parte del governo USA, su quei crimini e tanto meno l’imputazione dei militari che li avrebbero commessi. Solo il messaggero va sottoposto a processo.

da qui



 

 

Estradizione di Assange, accolto il ricorso degli Stati Uniti

L’11 agosto si è svolta dinanzi all’Alta Corte di Londra la prima udienza d’appello riguardo alla richiesta di estradizione di Julian Assange avanzata dagli Stati Uniti. In gennaio la giudice Vanessa Baraister aveva negato l’estradizione basando la sua decisione sulle condizioni di salute mentale di Assange e sul rischio di suicidio, se avesse dovuto affrontare il durissimo isolamento a cui sarebbe stato sottoposto negli Stati Uniti.

I giudici incaricati di esaminare il ricorso americano hanno accolto le argomentazioni presentate a nome delle autorità di Washington e in particolare l’accusa rivolta alla giudice Baraister di essersi lasciata sviare dalla perizia di un esperto, giudicata poco attendibile e hanno fissato la decisione in merito al 27-28 ottobre.

Durante l’udienza i sostenitori di Julian Assange hanno manifestato fuori dalla corte. Tra loro erano presenti la compagna di Assange Stella Morris e Jeremy Corbyn, l’ex leader del Partito Laburista britannico, con un cartello che affermava: “Il giornalismo non è un crimine”.

Alla vigilia dell’udienza, Amnesty International aveva rinnovato la sua richiesta al presidente Biden di annullare le accuse.

“Il tentativo degli Usa di spingere il tribunale di Londra a rovesciare la sua decisione, sulla base di nuove assicurazioni diplomatiche fornite da Washington, non è altro che un trucco di prestigio legale. Dato che il governo degli Usa si è riservato il diritto di tenere Assange in una struttura detentiva di massima sicurezza e di sottoporlo a misure amministrative speciali, su quelle assicurazioni non si può fare affidamento”, ha dichiarato Nils Muižnieks, direttore di Amnesty International per l’Europa.

“Questo appello, presentato con malafede, dev’essere respinto e il presidente Biden deve cogliere l’occasione per annullare accuse politicamente motivate che mettono a rischio la libertà di stampa e la libertà d’espressione”, ha aggiunto Muižnieks.

“Il presidente Obama aveva aperto l’indagine su Assange, Trump ha portato avanti le accuse e ora tocca a Biden fare la cosa giusta e porre fine a questa farsesca persecuzione che non avrebbe mai dovuto iniziare”, ha sottolineato Muižnieks.

da qui



 

Contro la guerra, Julian Assange: nuovo caso Dreyfus? – Vincenzo Vita (dal quotidiano “il manifesto”, 19 agosto)

Kabul e non solo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?

Nel vedere le immagini tragiche dell’Afghanistan riconquistato dai talebani – con esercito regolare dissolto e americani con alleati in fuga- il pensiero corre a Julian Assange. Sembra doveroso, oltre che inevitabile, rimettere in ordine gli addendi di una vicenda davvero incresciosa. Sembra proprio un nuovo caso Dreyfus, il capitano francese accusato ingiustamente di spionaggio a cavallo tra Ottocento e Novecento. Accusa ingiusta, ma lentissima riabilitazione. La questione era diventata, infatti, assai scottante per l’ordine costituito.

Le disavventure drammatiche vissute dal co-fondatore di WikiKeaks appaiono a questo punto quasi surreali, oltre che assurde. Dopo l’ammissione quasi spavalda dei disastri compiuti da parte dei conquistatori senza ritegno e senza gloria, il giornalista di origine australiana meriterebbe un riconoscimento, non certamente un’eventuale condanna a 175 anni di carcere.

Il rischio è reale, visto che gli Stati Uniti hanno fatto ricorso in appello contro la decisione di sospensione temporanea – per il preoccupante quadro psicofisico dell’inquisito – dell’estradizione, assunta dalla Corte londinese dove è in corso il procedimento. E di che si tratta? I reati ruoterebbero attorno alle rivelazioni dei misfatti connessi alle guerre in Iraq e in Afghanistan, a partire dall’uccisione di civili e dai bombardamenti massivi. Insomma, WikiLeaks (grazie ad Assange e ai collaboratori: l’analista della Central Intelligence Agency (Cia) Edward Snowden e il personaggio shakespeariano Chelsea Maning) ha da molto tempo squarciato il velo di silenzio attorno ad un ventennio di misfatti criminosi. Anzi.

La precipitosa fuga da Kabul spiega perché non si poteva e non si doveva sapere. La violenza di Stati che si ergevano a salvatori, ottenendo l’effetto opposto di ringalluzzire terrore e fondamentalismi, non andava resa pubblica. L’ideologia delle guerre contiene sempre la componente del segreto, funzionale per evitare opposizioni e critiche.

Ora che il Re è nudo, e mentre lo stesso presidente Biden è costretto a simulare il successo dell’insuccesso, è lecito chiedersi se una maggiore e diversa consapevolezza collettiva – al di là degli informati per mestiere o per collocazione – non sarebbe stata già un contropotere. La premessa per una presa di coscienza attiva.

Si capisce, dunque, il motivo profondo per cui Assange è dannato. L’uomo che sa troppo, ci ammonì Hitchcock, passa parecchi guai. Ma poi se la cava bene, magari. I cattivi non sono eterni e il troppo è troppo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?

Il ministro degli esteri Luigi Di Maio è stato richiesto di un’informativa presso il parlamento su ciò che sta avvenendo in quell’area del mondo e sulla posizione italiana. Non è il momento, allora, di mettere finalmente all’ordine del giorno la mozione presentata da un gruppo di deputati (primo firmatario Pino Cabras) proprio sul caso Assange? Ed è importante prendere spunto dal convegno tenutosi lo scorso giugno al senato su iniziativa del Premio Mimmo Càndito e del presidente della biblioteca del senato medesimo Gianni Marilotti. Quest’ultimo, tra l’altro, parteciperà alla delegazione italiana che si recherà il prossimo ottobre a Londra per la ripresa del processo. Il senso di tali iniziative è chiaro: controscrivere una storia, nella quale l’accusatore è diventato accusato e chi ha perpetrato le atrocità discetta tranquillamente di errori o difetti di strategia.

da qui 



L'Afghanistan che non ci hanno raccontato - Alessandro Marescotti

 

Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, nel marzo dell'anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA l'aveva definita "un’azione scioccante" opponendosi a ogni indagine.

 

Come mai i cosiddetti "talebani" stanno riconquistando l'Afghanistan senza neppure combattere?

C'è una scomoda verità che in queste ore non emerge. Ed è questa: le truppe che dovevano portare la libertà e la democrazia in Afghanistan in questi venti anni si sono fatte odiare. Non solo erano percepite come truppe d'occupazione, ma hanno agito con la tipica insensibilità e brutalità delle truppe di occupazione. Tanto che sono in corso le indagini della Corte Penale Internazionale.

Qualcosa non ci hanno raccontato, altrimenti non comprenderemmo la fine ingloriosa di venti anni di missione militare e la rovinosa attuale fuga degli americani che assomiglia a quella dal Vietnam del 1975. 

Ma andiamo per ordine e vediamo che cosa è la Corte penale internazionale (International Criminal Court, ICC). E' un tribunale per crimini internazionali che ha sede a l'Aia e ha competenza per i crimini di guerra. Piotr Hofmanski, presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, lo scorso anno ha dichiarato: "La procuratrice è autorizzata a iniziare un'inchiesta sui presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall’1 maggio 2003, così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan".

La Corte penale internazionale può intervenire se e solo se gli Stati non possono (o non vogliono) agire per punire crimini internazionali.

La risposta del Dipartimento di Stato Usa non è stata per nulla positiva e ha definito questa iniziativa come "un’azione scioccante presa da un’istituzione politica mascherata da organismo giuridico".

Ma se le truppe americane portavano la libertà e la democrazia perché tanta paura di queste indagini?...

continua qui

 

 

 

Afghanistan: morti più soldati americani per suicidio (30.177) che in combattimento (2.312) - Redazione PeaceLink

 

Negli Stati Uniti è aumentato negli ultimi anni il numero di chi dice: "Non saremmo mai dovuti andare in Afghanistan". Era il 49% nel 2014 per salire al 69% quest'anno.

Le vittime dell'attentato delle Torri gemelle, l'11 settembre 2001, furono 2977.

Ecco i numeri di venti anni di guerra in Afghanistan nata in risposta all'attentato dell'11 settembre:

·         2261 i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella missione militare e civile;

·         2.312 i soldati americani uccisi nel conflitto;

·         7057 quelli che hanno perso la vita tra Afghanistan e Iraq.

Si legge sul Corriere della Sera di oggi: "Ma c’è un numero che gira poco: 30.177. È il totale dei veterani che si sono suicidati durante questa guerra al terrore".

Sono morti più soldati americani per suicidio (30.177) che per combattimento (2.312): tredici volte di più…

continua qui

 

 

 

Le bugie sull'Afghanistan che il PD conosceva benissimo - Alessandro Marescotti

 

Durante la missione militare USA-NATO cresceva la mortalità infantile e la povertà, mentre diminuiva l'alfabetizzazione e l'aspettativa di vita in Afghanistan. Ma nell'opinione pubblica si è radicata un'altra verità e ancora oggi la gente non capisce perché abbiano vinto i talebani.

 

"L’approccio seguito finora dagli USA e dalla NATO per sconfiggere l’insurgency e ricostruire il paese è sbagliato. Sicurezza e condizioni di vita dei cittadini afghani continuano a deteriorarsi. La coalizione viene sempre più percepita come una forza di occupazione".

Lo scriveva Pino Arlacchi il 16 gennaio 2011 sull'Unità, e il suo articolo è allegato a questa pagina web.

Ciò che colpisce sono i dati netti che Arlacchi, allora europarlamentare del PD, snocciolava con precisione. Leggete qui: "Dall’ottobre 2001 in poi, le operazioni militari sono costate oltre 300 miliardi di euro e decine di migliaia di vite umane. Dal lato civile, ne sono stati spesi almeno altri 30. In totale, si tratta di una cifra astronomica, pari a 30 volte il PIL dell’Afghanistan. Ciononostante, questo paese è ancora il principale produttore di narcotici del mondo, ed è rimasto uno dei più poveri del pianeta".

E quali progressi erano stati fatti sul piano civile dal 2002 al 2010? Nessuno, anzi, la guerra aveva fatto regredire gli indicatori statistici più delicati relativi alla speranza di vita e alla scuola: "L’aspettativa di vita è scesa da 46,6 a 44,6 anni. L’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%".

In crescita gli indicatori negativi: "La mortalità infantile è aumentata del 4,6% tra il 2002 e il 2010. Tra il 2002 e il 2009 la popolazione sotto la soglia di povertà è cresciuta dal 23 al 36%".

Arlacchi aggiungeva la fonte di questi dati: "Chi non crede a queste cifre può verificarle di persona nello stesso luogo da cui le ho tratte: il sito della CIA sulle nazioni del pianeta"…

continua qui

 

 

 

Orrore in Afghanistan, uccisi 39 civili dalle forze speciali australiane - Redazione PeaceLink

 

Ma a finire sotto accusa è per ora l'avvocato militare David William McBride che ha rivelato i crimini di guerra. Dopo aver provato invano a smuovere i vertici militari, ha fornito le prove alla TV australiana.

 

Dopo un'intensa attività di denuncia dell'avvocato militare David William McBride,
il generale Angus Campbell, capo delle forze armate australiane, lo scorso 19 novembre ha ammesso che uomini dei reparti del reggimento speciale (SAS) hanno “ucciso illegalmente” 39 civili in Afghanistan. Nessuno dei crimini è stato commesso durante i combattimenti.



Cosa è successo nel SAS australiano?

I militari più anziani ed alti in grado imponevano ai più giovani di uccidere i civili per dimostrare di poter commettere il loro “primo omicidio”.
Fra le testate che denunciano tutto ciò c'è Fanpage che racconta: "Civili afgani inermi sono stati sgozzati e i corpi utilizzati alla stregua di "trofei di caccia", coi quali fotografarsi con gli smartphone per vantarsi poi coi commilitoni".

Tutto ciò non è un caso isolato o una deviazione fortuita. Militari del SAS sono finiti sui giornali anche per aver sventolato la bandiera nazista.

Ma a finire sotto accusa in Australia è per ora solo l'avvocato David William McBride, che ha rivelato i crimini di guerra…

continua qui