"Vogliamo vivere, ci piace stare al mondo,
vorremmo continuare a starci il più a lungo e il meglio possibile, e tutto
sommato non abbiamo voglia di fare male ad altre persone come noi. Ecco, questa
è l'elementarità della condizione umana".
In questo
video
che Riccardo Orioles ha inserito ieri su Youtube, viene tracciata a
zig-zar, fra ricordi e riflessioni veloci, la sua visione del mondo.
Già giornalista dei Siciliani e caporedattore del settimanale
"Avvenimenti", si esprime nel video in un flusso di coscienza
ininterrotto, legato da un filo conduttore: la scelta di vivere per uno scopo,
spesso da ricercare mentre si vive. E' un flusso di pensieri che attraversa la
sua vita e quella di tanti altri. La sua voce, a tratti malinconica ma mai
priva di speranza, costruisce una conversazione con i suoi amici di lunga data.
E si
chiede ad un certo punto: "Stiamo facendo qualcosa di utile o stiamo semplicemente
perdendo tempo? Come facciamo a saperlo?"
È il dubbio che attraversa chi, come lui, ha dedicato la vita al
giornalismo d'inchiesta, a quel "mestiere" che dà il titolo al suo
programma.
"Naturalmente
- aggiunge - siamo impegnati per cercare di mantenere le cose civili".
Il suo pensiero va alle persone che, in diverse parti d'Italia e del mondo,
portano avanti questo impegno, spesso senza conoscersi tra loro. "È un
meccanismo buffo e divertente," osserva, "queste connessioni casuali
tra persone distanti che si ritrovano a collaborare su iniziative legate alla
storia dei Siciliani e all'impegno civile."
Orioles parla del "nostro giornale", un "modestissimo
foglio di quattro paginette" che cerca di mantenere viva la memoria e di
collegare queste persone sparse. Un piccolo faro nella tempesta dei tempi, in
un'epoca in cui "i re sono diventati più cattivi e gli imperi adesso sono
molto più aggressivi". Un'epoca in cui ritornano mentalità fasciste che
rimettono in discussione tabù fondamentali, come il rispetto della vita dei
bambini.
Il pensiero corre a Pippo Fava, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1984,
e alle sue lezioni di "buon giornalismo" a Catania e Palermo. Orioles
ricorda la definizione che Fava dava della mafia: "Una cosa che fa parte
della nostra società, del nostro mondo, delle banche, del Parlamento, del
governo." Una visione lucida di un sistema di potere che va ben oltre la criminalità
organizzata.
Eppure, nonostante tutto, nelle parole di Orioles c'è spazio per una
speranza testarda: "Possiamo essere ottimisti perché non si è fermato
assolutamente né si fermerà questo meccanismo fondamentale di noi esseri
umani". La speranza che le piccole azioni di oggi, i tentativi di vivere
"coraggiosamente cercando di fare qualcosa di utile, di non fare male a
nessuno e in qualche modo di sopravvivere," porteranno frutti che i
"nipotini tra una quarantina d'anni" potranno raccogliere.
"Vogliamo vivere, ci piace stare al mondo, vorremmo continuare a
starci il più a lungo e il meglio possibile, e tutto sommato non abbiamo voglia
di fare male ad altre persone come noi," conclude Orioles. "Ecco,
questa qui è l'elementarità della condizione umana".
Una verità semplice per chi non ha mai smesso di credere nel valore della
memoria, della connessione umana e dell'impegno civile.
Riccardo Orioles, nato a Milazzo nel
1949, ha iniziato a scrivere come giornalista negli anni Settanta collaborando
con piccoli giornali locali e partecipando alle prime esperienze delle radio
libere. Nel 1982, insieme a Pippo Fava, ha fondato "I Siciliani", un
mensile edito a Catania. Il giornale, unico nel panorama cittadino dell’epoca,
denunciava apertamente le attività illecite di Cosa Nostra. Il giornale
affrontava temi come mafia, massoneria e politica, con l’obiettivo dichiarato
di condurre inchieste rigorose e portare alla luce ciò che per anni era rimasto
nell’ombra. A poco più di un anno dalla nascita del giornale, nel gennaio 1984,
Pippo Fava fu assassinato dalla mafia.
La guerra fra il re ittita Hattusili III e il faraone Ramesse II fa pensare
alla fine del guerra in Ucraina. Il sanguinoso conflitto si concluse nel 1269
a.C. non solo con il primo accordo di pace della storia ma con un patto di
cooperazione. Fu un ribaltone clamoroso, ma pose fine alla guerra.
La pace è il
valore supremo, quello che si pone al di sopra di qualsiasi giudizio morale
sulle figure che ne hanno permesso il raggiungimento. La storia lo dimostra con
esempi emblematici, in cui uomini discutibili sono stati protagonisti di
accordi fondamentali per porre fine a catastrofi ancora peggiori. La
realpolitik ha spesso imposto di chiudere un occhio sulla moralità dei leader
coinvolti. Analizziamo cinque casi in
cui la pace è stata ottenuta grazie a figure controverse. Parliamo della seconda guerra mondiale, della fine della guerra in Vietnam, della
fine della Guerra fredda e dell'attuale guerra in Ucraina. E concluderemo
con un caso storico eccezionale: la fine della guerra fra Ittiti ed
Egizi.
Un
conflitto sanguinoso conclusosi non solo con il primo accordo di pace della
storia ma con un patto di cooperazione militare fra i rivali di allora: il
faraone e il sovrano ittita.
1. Stalin e la fine della Seconda guerra mondiale
Iosif
Stalin è stato uno dei leader più spietati della storia, responsabile di
purghe, deportazioni e un sistema repressivo che ha causato milioni di vittime.
Eppure, durante la Seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica da lui guidata
fu l'alleato decisivo per sconfiggere Hitler. Senza l'apporto dell'Armata Rossa
e il sacrificio di milioni di sovietici, il nazismo avrebbe potuto vincere. Nel
1943, a Teheran, e poi a Yalta nel 1945, Stalin fu accolto come un interlocutore
necessario da Roosevelt e Churchill. Il mondo occidentale dovette accettare di
trattare con un dittatore sanguinario. La fine della guerra in Europa passò
inevitabilmente attraverso la sua firma, e l'ordine mondiale successivo nacque
con il suo coinvolgimento, nel bene e nel male.
2. Kissinger e la fine della guerra in Vietnam
Henry
Kissinger, segretario di Stato degli Stati Uniti negli anni '70, è stato spesso
accusato di cinismo politico e di aver sostenuto regimi autoritari in nome
degli interessi americani. Eppure, fu anche l'artefice degli accordi di pace di
Parigi del 1973, che portarono al ritiro delle truppe statunitensi dal Vietnam.
Kissinger negoziò direttamente con il governo nordvietnamita di Lê Đức Thọ, in
un contesto di grande tensione e diffidenza reciproca. Il trattato pose fine a
un conflitto sanguinoso che aveva lacerato l'Indocina e sconvolto l'America.
Kissinger fu insignito del Premio Nobel per la Pace, nonostante le critiche sul
suo operato in altre aree del mondo. La lezione storica rimane: la pace si fa
anche con gli avversari più temuti e disprezzati.
3. Reagan e la fine della Guerra fredda
Ronald
Reagan è stato un presidente statunitense noto per la sua retorica
anticomunista e per l'intensificazione della corsa agli armamenti negli anni
'80. Eppure, proprio lui firmò uno degli accordi più significativi della Guerra
Fredda: il Trattato INF del 1987, che eliminava i missili nucleari a medio
raggio dall'Europa. La firma dell'accordo con Mikhail Gorbaciov segnò l'inizio
della fine della Guerra Fredda. Reagan, che era stato un fervente sostenitore
del riarmo, comprese che un'intesa con l'Unione Sovietica era necessaria per
evitare una spirale di distruzione reciproca. Questo atto di realismo politico
dimostrò che anche i leader più rigidi possono essere protagonisti di svolte
pacifiche.
4. Trump e Putin e la guerra in Ucraina
Donald
Trump e Vladimir Putin sono due leader controversi, spesso criticati per le
loro politiche autoritarie e le loro posizioni nazionaliste. Tuttavia, proprio
loro potrebbero essere gli artefici di un accordo che pone fine a una guerra
che rischiava di diventare un conflitto armato infinito, con il pericolo
concreto di varcare quelle "linee rosse" oltre le quali c'era la
guerra nucleare. Attraverso negoziati e incontri bilaterali, Trump e Putin
hanno cercato di ridurre la tensione tra le potenze globali, cercando soluzioni
diplomatiche anziché militari. Anche se le loro scelte politiche rimangono
discutibili, il loro contributo alla stabilità mondiale non può essere ignorato.
La
storia insegna che per arrivare alla pace si deve accettare il compromesso,
talvolta con figure che sarebbero difficili da riabilitare sotto altri punti di
vista. La diplomazia non sceglie sempre i migliori uomini, ma cerca i risultati
migliori. La memoria collettiva può essere critica nei confronti di Stalin,
Kissinger, Reagan, Trump o Putin, ma non può negare il loro ruolo nel porre
fine a conflitti devastanti. La pace viene prima di tutto, anche quando a
firmarla sono persone da cui vogliamo stare politicamente e idealmente
distanti.
5. Il primo trattato di pace della storia: Ittiti ed
Egizi come Usa e Russia
Questa
lezione risale a tempi antichissimi. Il Trattato di Kadesh, firmato nel 1269
a.C. tra il faraone Ramesse II e il re ittita Hattusili III, è il primo
trattato di pace internazionale registrato nella storia.
Entrambi i
contendenti, pur proclamandosi vincitori, compresero la necessità di porre fine
stabilmente al conflitto, sancendo un equilibrio che evitò la prosecuzione
della guerra. Trasformarono la guerra addirittura in un accordo militare di
cooperazione, in un patto suggellato addirittura dal matrimonio del faraone con
la figlia del sovrano ittita. Fu un ribaltone incredibile, ancor peggio di
quello a cui stiamo assistendo oggi fra Putin e Trump. Ciò nonostante
quell'accordo non viene consegnato alla storia sdegnosamente con una cosa
sconcia e immorale. Anzi. Oggi, una copia di quel
trattato di pace è esposta nella sede dell'ONU a New York, a testimonianza che
la pace, ieri come oggi, è un valore universale che si costruisce anche con
compromessi difficili ed estremamente discutibili.
Occorre
sottolineare che coloro che - tremilatrecento anni fa - firmarono l'accordo di
pace non erano "brave persone". Hattušili III era un usurpatore, era
arrivato al potere con la forza, con un colpo di mano. Ramses II era anch'egli
un personaggio controverso. L'egittologo francese Pierre Montet ha definito
Ramses II un sovrano con un "egoismo mostruoso" e benché nelle
rappresentazioni artistiche, Ramses II presenti spesso un lieve sorriso, quello
era tuttavia un "sogghigno di fredda autorità" secondo Percy Bysshe
Shelley, poeta lirico inglese al tempo del Romanticismo. E quindi il
"faraone della pace" probabilmente aveva lo stesso "sogghigno di
fredda autorità" di Putin e di Trump.
Resoconto
dell'assemblea online di coordinamento della campagna
Contro l'invio di armi in
Ucraina
Il Parlamento ha approvato l'invio di armi in Ucraina ma la campagna
prosegue e rilancia il tema della lotta all'aumento delle spese militari. La
campagna è una denuncia politica contro la partecipazione italiana alla guerra.
E vuole dare voce alla maggioranza dei cittadini italiani.
Coordinamento
della campagna contro l'invio di armi in Ucraina
L'assemblea
online di coordinamento della campagna contro l'invio di armi in Ucraina si è
svolta con la partecipazione di numerosi rappresentanti di associazioni e
movimenti pacifisti. Durante l'incontro sono stati affrontati diversi punti
cruciali per la prosecuzione della campagna, considerando la recente
conversione in legge, da parte del Senato e della Camera, del decreto
governativo per l'invio di armi in Ucraina.
Prosecuzione della campagna. Si è discusso su come
mantenere attiva ed efficace la campagna nonostante l'approvazione del decreto.
In alcuni
territori, come a Bari, si sta continuando con i banchetti di raccolta di firme
e di disponibilità di chi aderisce ad essere ricontattato per contribuire alla
campagna contro l’invio di armi, contro la cobelligeranza italiana, non più
come PETIZIONE RIVOLTA AI PARLAMENTARI perché non convertano in legge il
decreto 200/2024 (il 28 gennaio la Camera ha approvato a larga maggioranza con
l’opposizione dei deputati M5S e AVS) ma come APPELLO, rivolto, all’opinione
pubblica, ai media, al parlamento, alle forze politiche e sindacali, alle
associazioni – contro l’invio di armi. Il testo-documento della petizione,
sulla cui base si è costituito questo coordinamento nazionale, rimane
invariato, con le sole modifiche all’inizio e alla fine, che lo trasformano in
appello (cfr. documento allegato).
È emersa la
necessità di rilanciare l'opposizione non solo all'invio di armi, ma anche ai
nuovi programmi di riarmo e all'aumento della spesa militare. La crescente
pressione mediatica dei vertici NATO e di figure politiche internazionali, come
Donald Trump, rende necessario un rafforzamento della protesta popolare,
rendendola più visibile e incisiva.
Aggiornamento del materiale informativo. È stata proposta la
realizzazione di un nuovo volantino nazionale per aggiornare la campagna, con
l'obiettivo di informare e sensibilizzare l'opinione pubblica. La bozza del
volantino verrà condivisa con i partecipanti per eventuali modifiche prima
della sua approvazione definitiva.
Azioni politiche e istituzionali. Si è ribadita l'importanza di
una nuova petizione che porti alla richiesta di audizioni parlamentari. In
queste sedi, i portatori di interesse rappresentanti delle associazioni e dei
movimenti pacifisti potranno esprimere le proprie posizioni in merito ai
programmi che verranno discussi nelle commissioni difesa. Diversi interventi
hanno sottolineato l'importanza dell'autonomia del movimento dai partiti, pur
nella necessità del confronto.
Strategie comunicative e media. Un tema centrale
dell'assemblea è stato quello della censura mediatica nei confronti delle
iniziative pacifiste. È stato osservato come vi sia un forte sbarramento
informativo che rende difficoltoso far emergere il dissenso contro la politica
di riarmo. Per contrastare questa situazione, si è deciso di migliorare le
competenze comunicative dei gruppi locali. PeaceLink si è resa disponibile a
fornire supporto per la realizzazione di comunicati stampa e per la diffusione
delle informazioni pacifiste nei circuiti delle agenzie stampa. Multipopolare e
Ottolina TV sono disponibili a fare da cassa di risonanza delle iniziative
in programma.
Coinvolgimento del mondo culturale e artistico. Si è proposto un maggiore
coinvolgimento di intellettuali, artisti e figure del mondo dello spettacolo
sensibili alle ragioni della pace. La loro partecipazione potrebbe contribuire
a dare maggiore risonanza al messaggio pacifista, raggiungendo pubblici più
ampi.
Creazione di gruppi locali. È stata sottolineata
l'importanza di attivare fin da subito gruppi locali impegnati nelle attività
sopra descritte. L'organizzazione territoriale può facilitare la diffusione
delle iniziative e rafforzare la partecipazione della cittadinanza. E' stato
chiesto che venga realizzato un elenco delle associazioni che aderiscono e
animano questo movimento di promozione della campagna no armi Ucraina
aggiornata verso nuovi obiettivi di contestazione del riarmo. È fondamentale dotarsi di una struttura di referenti a livello
territoriale (regione, provincia, città).
Piattaforma di coordinamento e informazione. PeaceLink continuerà a
svolgere un ruolo di piattaforma di coordinamento e informazione, anche
mediante il settimanale Albert. Il calendario online delle iniziative di pace e
il database dei contatti dei firmatari rappresentano strumenti fondamentali per
l'organizzazione delle attività. I firmatari potranno essere avvisati,
provincia per provincia, delle iniziative in programma, facilitando così la
mobilitazione e la partecipazione alle azioni promosse.
L'assemblea
si è conclusa con l'impegno a proseguire con determinazione la campagna no armi
in Ucraina aggiornandola alla nuova situazione e rafforzando le strategie di
comunicazione, intensificando la pressione politica e promuovendo un'ampia
mobilitazione popolare contro l'invio di armi e i piani di riarmo.
Il prossimo
incontro è previsto per mercoledì 19 febbraio.
La diserzione civile comincia con l’impegno a smentire la propaganda e a
far circolare informazione veritiera. Contrastare i piani di riarmo vuol dire
pretendere il finanziamento della spesa sociale per la sanità, la scuola,
l’ambiente sottraendo fondi alla militarizzazione.
I governi Draghi
e Meloni hanno coinvolto l’Italia in una guerra che la stragrande maggioranza
degli italiani non vuole. Seguendo le direttive degli Stati Uniti e della
Commissione europea, siamo diventati parte attiva nel conflitto USA-NATO che si
combatte in Ucraina e che rischia di infiammare l’Europa nei prossimi anni. Il
nostro Paese invia armi, il nostro esercito addestra soldati ucraini, il nostro
ministero della Difesa allestisce esercitazioni militari che danneggiano il
nostro ambiente, dalla base militare di Sigonella partono velivoli NATO di
ricognizione diretti in Ucraina.
Il governo e
i vertici militari vogliono potenziare l’industria bellica e aumentare di
almeno 10.000 unità gli effettivi delle forze armate aumentando le spese per la
guerra a detrimento della spesa sociale e dei bisogni fondamentali dei
cittadini.
Perché siamo in guerra
La
riorganizzazione degli apparati militari e l’aumento degli organici vengono
giustificati con la necessità di rafforzare il sistema di deterrenza contro
potenziali minacce ai confini nazionali o ai “valori occidentali” di libertà di
impresa, proprietà privata, primato dell’individuo e democrazia formale sui
quali si fondano le nostre istituzioni e il modello di sviluppo illimitato che
governa la nostra economia e le nostre relazioni politico-economiche con altri
Paesi. Un sistema di deterrenza che dovrebbe garantire la sicurezza delle
popolazioni occidentali da eventuali attacchi militari provenienti da Paesi non
“democratici”, quali Russia e Cina, intenzionati ad espandere il loro modello
politico al di fuori dei loro confini sovvertendo gli equilibri internazionali
tra gli Stati.
Questi
equilibri sono frutto di guerre di conquista combattute da Stati e potenze nei
secoli passati e di conflitti armati condotti principalmente dalle potenze
occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale per l’appropriazione delle risorse
naturali e il controllo degli approvvigionamenti energetici e della loro
circolazione. Le guerre condotte dalla NATO dagli anni ’90 in Iraq, Jugoslavia,
Afghanistan e Libia lo testimoniano.
La crisi
della “globalizzazione”, cioè del tentativo di imposizione planetaria
dell’egemonia del sistema economico-politico statunitense condivisa dal quello
che è considerato il “mondo occidentale”, ha permesso l’emergere di istanze di
crescita indipendente e l’affermarsi di nuove potenze d’area e globali sul
teatro della competizione internazionale decise a realizzare un proprio spazio
di influenza economica.
La scelta
conseguente della super-potenza americana è, in questa fase, quella di
promuovere la divisione in blocchi contrapposti di “alleanze” in conflitto tra
loro prefigurando per il futuro un confronto militare globale – con l’obiettivo
primario di colpire la Cina - che, nell’immediato e nel prossimo divenire, si
articola nell’innescare conflitti armati che depotenzino il fronte avverso e
cooptare altre nazioni dentro il proprio schieramento. La guerra in Ucraina fa
parte di questa strategia, pur non essendo estranea al proposito dell’apparato
di potere russo di mantenere una sua sfera di influenza sui Paesi ad esso
economicamente collegati. È una guerra che ha compromesso il relativo benessere
nei Paesi europei ed è destinata ad allargarsi ai Balcani e all’Europa
centrale. Il pericolo non è costituito da inesistenti minacce ai confini, ma
dal coinvolgimento nelle prossime avventure belliche alle quali i nostri
governi non hanno intenzione di sottrarsi.
L’Italia,
aderente alla NATO, è immediatamente coinvolta in una guerra che non riguarda
né la sua “sicurezza” e integrità come nazione né, tantomeno, il benessere dei
suoi cittadini. Sicurezza è reddito, casa, salute, istruzione, tutela
dell’ambiente, non la salvaguardia di un regime guerrafondaio. Sicurezza è la
pace.
Quanto costa la guerra?
Ogni
italiano ha speso ingenti somme per finanziare la macchina bellica.
Secondo il
Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il 2023-2025, i fondi
destinati alla Difesa per il 2023 ammontano a circa 27,75 miliardi di
euro l’anno, vale a dire circa 482 euro pro capite.
Fonti NATO
informano che ciascun italiano, nel 2022, ha speso 498 dollari di contribuzione
al bilancio dell’Alleanza Atlantica.
L’Italia è
impegnata in più di 40 missioni nel 2024, è il primo contributore per le
operazioni dell’Ue, il secondo contributore della Nato dopo gli Usa – quindi
primo tra gli europei – e primo tra i contributori occidentali alle missioni
delle Nazioni Unite.
L’aumento
delle spese militari comporta considerevoli tagli ai servizi essenziali per i
cittadini come sanità, istruzione, tutela dell’ambiente, assistenza sociale.
Gli investimenti statali vengono, infatti, dirottati verso le grandi imprese
del comparto militare-industriale e dei settori a tecnologia avanzata,
trasferendo ricchezza pubblica ai privati.
Con
l’economia di guerra, la prosperità e la pace sono un sogno che non possiamo
permetterci.
Riprendiamoci la Pace
La
diserzione civile non è solo un'idea, ma una pratica attiva.
La
diserzione civile comincia con l’impegno a smentire la propaganda e a far
circolare informazione veritiera, ma deve articolarsi in una serie di azioni
coordinate che possano far emergere, nel tempo, una partecipazione di massa.
Non delegare
l’espressione del dissenso e la pratica della resistenza impone di sostenere,
con tutti i mezzi, tutte quelle frazioni sociali che difendono il territorio
dall’espansione delle basi militari, che ostacolano la movimentazione delle
armi via nave e ferrovia, che difendono il suolo e l’ambiente dalla
contaminazione, che non si subordinano alle politiche securitarie ma praticano
il diritto alla libera mobilità e occupazione del suolo pubblico, che lottano
contro le restrizioni salariali e i tagli alla spesa sanitaria, che si
organizzano per impedire la chiusura delle frontiere ai migranti. Ricordando
che la battaglia per i diritti sociali e contro la guerra sono interconnesse.
Non
sottostare all’imposizione del silenzio significa prendersi la responsabilità
anche individuale di manifestare il proprio pensiero pubblicamente senza lo
schermo dei social e disattendendo le politiche securitarie che vogliono
ingabbiare in spazi protetti poliziescamente ogni espressione di dissenso.
Produrre una
cultura della pace vuol dire intercettare e bloccare la penetrazione della
propaganda militarista e la presenza dell’esercito nelle scuole, screditare e
contrastare la scuola-caserma che promuove la partecipazione dei giovani a
esperienze militari quali la mini naja e l’alternanza scuola lavoro falsamente
“professionalizzante” presso istituti militari e aziende del comparto militare-industriale.
Vuol dire pretendere il finanziamento pubblico della ricerca di base nelle
università in opposizione agli accordi accademia-industria della guerra.
Contrastare
i piani di riarmo vuol dire pretendere il finanziamento della spesa sociale per
la sanità, la scuola, l’ambiente sottraendo fondi alla militarizzazione. Vuol
dire riprendere le battaglie collettive per la difesa del reddito e la
diminuzione dell’orario lavorativo.
Opporsi alla
guerra vuol dire aprire una vertenza diretta con lo Stato per imporre la
de-secretazione dei trattati militari e per porre vincoli legislativi che
impediscano l’insediamento di nuove basi militari USA e NATO e l’ampliamento di
quelli esistenti. Vuol dire avviare una campagna per l’obiezione di coscienza
preventiva come patto collettivo.
Il governo che prepara la guerra non è un
interlocutore, è la nostra controparte.
Negare la delega allo Stato rifiutando la
subordinazione all’economia di guerra e alle politiche belliciste è esercitare
un diritto. E la diserzione civile è una forma di autotutela collettiva.
Note: Logo e testo a cura di Valeria Poletti (valeria.poletti014@gmail.com)
Obiettivi: rendere visibile la dimensione della contrarietà
popolare alle politiche belliciste; rendere di senso comune l’aspirazione della
base sociale alla pace e la legittimità dell’opposizione alla guerra.
Già durante l'addestramento in Francia, 50 soldati avevano disertato.
Rientrati in Ucraina, le cifre sono cresciute in modo esponenziale: altri 1.700
uomini hanno disertato, abbandonando la brigata. Arrivati a Pokrovsk, nel
Donbass, quelli che non hanno disertato sono stati mandati a morire.
La
parola "guerrafondaio" ha un'origine etimologica
interessante e significativa, che ben si adatta al contesto attuale della
guerra in Ucraina e alla decisione di continuare il conflitto nonostante gli
evidenti segnali di fallimento. La parola fu coniata nel 1896 dal
giornalista Luigi Arnaldo Vassalli (1852-1906) in polemica con coloro che dopo
la sconfitta di Adua (1896) reclamavano la "guerra a fondo", ossia la
continuazione della guerra contro l'Abissinia. Astraendola dal contesto di
allora, quella parola indica ancora oggi la volontà di continuare una
guerra a tutti i costi, anche andando contro quelle che sono le evidenze
della scienza militare, che ormai produce resoconti dettagliatissimi, con
statistiche e analisi basate sui dati.
Macron, il presidente della Francia, è
tecnicamente - a tutti gli effetti - un guerrafondaio, e questa
storia che racconteremo non fa che confermare questa definizione.
"Sono
pronti per andare a combattere al fronte i soldati ucraini addestrati negli
ultimi mesi dall'esercito francese. Parigi sta aiutando Kiev non solo con armi
e munizioni, ma anche preparando i militari ai combattimenti contro
Mosca". Questo comunicava Euronews il 15 novembre 2024, con un video dell'addestramento.
Il caso delle diserzioni nella 155ª
Brigata meccanizzata «Anna di Kiev»
La
decisione di addestrare la Brigata Anna di Kiev in Francia è stata fortemente
sostenuta dal presidente francese Emmanuel Macron. Durante una visita del
presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Francia nel giugno 2024, Macron si era
impegnato a fornire supporto militare significativo all'Ucraina, incluso l'addestramento di un'intera brigata
a partire da settembre dello stesso anno.
Nel
giugno 2024, in occasione dell'80° anniversario dello sbarco in Normandia, il
presidente francese Emmanuel Macron aveva presentato la brigata "Anna di
Kiev" come il simbolo della cooperazione militare tra Francia e Ucraina.
Con un contingente iniziale di 4.500 uomini, equipaggiato con 30
carri armati tedeschi Leopard 2 e 18 obici Caesar di fabbricazione francese, il
progetto era stato salutato come un passo decisivo nella guerra contro la
Russia. Macron aveva dichiarato che la brigata sarebbe stata un "fattore
importante" nella guerra, supportata da un imponente sforzo logistico che
coinvolgeva 1.500 istruttori e traduttori francesi e numerosi carristi
addestrati in Polonia. Notevole è stata l'aspettativa riversata su questa grande unità militare.
Tuttavia,
già durante l'addestramento in Francia, 50 soldati avevano
scelto di disertare, rendendosi irreperibili dopo la libera
uscita.
La diserzione come risposta al sacrificio
inutile
Una
volta rientrati in Ucraina, le cifre sono cresciute in modo esponenziale: 1.700
uomini hanno disertato, abbandonando le file della brigata.
E così
questa brigata si è ritrovata a dicembre 2024 fortemente disgregata, incapace
di adempiere alla missione per cui era stata creata, ossia andare
a difendere l'importante città di Pokrovsk nel Donbass,
attualmente sotto assedio russo.
Nonostante
le massicce diserzioni, la brigata è stata mandata al fronte in
condizioni precarie, senza uomini sufficienti, senza droni, con sistemi di
difesa aerea inadeguati e un'organizzazione interna disastrosa.
Il
giornalista Yuri Butussov ha denunciato che 2.500 soldati inizialmente
assegnati alla brigata sono stati dirottati verso altre unità, lasciando
"Anna di Kiev" con effettivi ridotti e mal equipaggiati. Il
comandante stesso della brigata è stato rimosso dal suo incarico. Il bilancio
finale parla di pesanti perdite umane e materiali, tra cui diversi carri armati
Leopard 2 e altri veicoli corazzati.
Al di
là delle critiche alla gestione ucraina, appare evidente la cinica scelta di
Macron di fare il primo della classe con le vite degli altri. Si è gonfiato il
petto addestrando soldati in Francia per poi mandarli come carne da
macello in Ucraina. I cinquanta che sono scappati già in Francia avevano capito
quale sarebbe stata la loro sorte.
Macron
è un moderno esempio di presidente guerrafondaio che non ha mai fatto il
servizo militare. (1)
E'
l'esempio di come si può produrre un disastro umano dietro l'enfasi della
retorica militare.
La
vicenda della brigata "Anna di Kiev" non rappresenta solo un
fallimento militare, ma soprattutto un drammatico esempio di come - di fronte
all'accanimento di Macron e Zelensky di continuare a oltranza una guerra che
vede l'esercito russo in netta superiorità di uomini e mezzi - molti soldati
ucraini hanno comprensibilmente scelto la diserzione per sottrarsi alla guerra.
La Voix
du Nord definisce la brigata ormai "quasi sciolta", mentre il
Berliner Zeitung non esita a parlare di un "fiasco" totale. Eppure,
nonostante tutto, Macron e Zelensky hanno annunciato poco prima di Natale la
creazione di una seconda brigata che sarà addestrata in Francia.
Scrive
Michele Montanari sul Corriere del Ticino: "Stando
agli ultimi dati ufficiali forniti da Kiev, ogni mese più di 5 mila soldati
ucraini abbandonano le loro unità. Ciò equivale alla perdita di una intera
unità simile alla brigata «Anna di Kiev» al mese".
Nel video in ucraino che trovate qui sotto c'è un ampio approfondimento di
questo fallimento militare della 155ª Brigata meccanizzata «Anna di Kiev».
Viene
naturale chiedersi: cosa farebbe Macron se si trovasse nei panni di questi
soldati, mandati a morire in questo modo? Diserterebbe anche lui?
Note: (1) Emmanuel Macron è l'unico presidente francese a non aver mai
svolto il servizio militare. Questo fatto è stato sottolineato in diverse
occasioni, specialmente in relazione alla sua proposta di reintrodurre una
forma di servizio civile obbligatorio in Francia. Durante il suo mandato, ha
annunciato l'intenzione di rendere obbligatorio un servizio nazionale, che
potrebbe includere un periodo di addestramento militare per i giovani.
La sua mancanza di esperienza militare è stata oggetto di critiche, soprattutto
considerando il contesto delle sue proposte di rafforzamento delle forze armate
francesi e della sicurezza nazionale.
Fonti:https://www.perplexity.ai/search/chi-ha-voluto-che-la-brigata-a-g7M34Xi4S_uflkEl9kD.wA#1
Una mappa basata su informazioni pubbliche disponibili
online e organizzate graficamente da PeaceLink in una pagina interattiva che
consente di ampliare le conoscenze e di fare ricerche.
Associazione PeaceLink
Vuoi vedere la mappa delle basi militari che abbiamo realizzato?
Un le basi militari in Italia tempo erano coperte da un fitto riserbo e da
una legge arcaica come Regio Decreto dell’11 luglio 1941 n. 1161 (ancora in
vigore).
Oggi, al tempo delle Google Maps, chiunque può vedere sul computer - con
tanto di visione satellitare - dove è ubicata una base militare e quindi la
vecchia normativa appare veramente anacronistica.
Abbiamo provato a fare una mappa delle basi militari su Internet.
Su PeaceLink la stiamo costruendo passo dopo passo.
Alleghiamo anche l'elenco ufficiale delle basi USA in Italia.
una campagna lanciata da Amnesty International
e sostenuta da Peacelink
Dal 31 agosto è partita la «Campagna
Guantanamo» e chiunque può firmare la lettera che invieremo al presidente del
Consiglio Mario Draghi. L’obiettivo è fare pressione sul governo italiano
perché richieda al presidente USA Joe Biden la chiusura della prigione
americana di Guantanamo, luogo di torture e di violazioni dei diritti
umani, oltre che delle Convenzioni di Ginevra. Guantanamo si trova
geograficamente nella base USA dell’isola di Cuba.
in questo delicato momento in cui si invoca il
rispetto dei diritti umani in Afghanistan, noi crediamo sia importante dare il
buon esempio chiedendo al tempo stesso che venga posta fine alla violazione dei
diritti umani nella prigione di Guantanamo, gestita dagli Stati Uniti a Cuba.
E quindi le scriviamo affinchè lei richieda
formalmente al Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, un gesto importante e
altamente significativo come la chiusura della prigione di Guantanamo.
Amnesty International non solo ne chiede la
chiusura ma chiede che vengano processati i responsabili di quella vergognosa e
criminale esperienza di sospensione del diritto umanitario. Noi concordiamo con
tale richiesta di Amnesty International.
Non si può essere credibili nel chiedere ai
talebani il rispetto dei diritti umani se poi noi quel rispetto non lo
chiediamo agli Stati Uniti.
Quella prigione è come la Bastiglia e non ha
più ragione di esistere. E’ il simbolo odioso delle torture e degli abusi, in aperta
violazione delle Convenzioni di Ginevra, compiuti in nome della lotta al
terrorismo. Quell’orribile prigione, quella vergogna della storia non ha più
alcun appiglio per restare in piedi.
Le chiediamo pertanto di rispondere a questa
nostra richiesta di giustizia internazionale. Oggi – in questo contesto di
grandi cambiamenti – la chiusura del carcere di Guantanamo ha molta
più possibilità che in passato. Farebbe onore all’Italia, a cui tra l’altro era
stato affidato il compito di riformare il sistema giudiziario in Afghanistan,
farsi promotrice – anche in seno all’Unione Europea – di un passo verso la
giustizia e il rispetto dei diritti umani.
Per essere credibili in Afghanistan bisogna
dare il buon esempio a casa propria.
Il troglodita non era troglodita. Rispecchiava il livello della civiltà dell’epoca
(Stanislaw J. Lec)
Se uno ascolta la tv e legge i giornali più importanti riceve la velina che le forze di occupazione occidentali per una ventina d’anni stavano vincendo chiaramente la partita, poi la realtà, che non era sparita, solo era stata nascosta, scende in campo e il risultato è capovolto.
Si legge che Assange probabilmente sarà estradato negli Usa, magicamente adesso le carceri Usa diventano accoglienti per Julian, e magicamente i talebani, diventati potabili e civili, tratteranno le donne come esseri alla pari (sharia permettendo). Che magie, per chi ci crede (molti, troppi).
Fra i capi talebani più potenti ce ne sono alcuni liberati o fatti liberare negli ultimi anni dagli Usa, Baradar e Ruhani, per esempio, non sappiamo in cambio di cosa, a Guantanamo ci sono posti liberi, Assange lo ospiterebbero con sommo piacere, per non parlare di Snowden.
Ringraziamo tutti quelli che hanno provato ad abbattere il muro di gomma, inascoltati, da Julian Assange (che sta marcendo dove dovrebbero stare gli assassini che lui ha sempre denunciato), a tanti piccoli e scomodi grilli parlanti e voci fuori dal coro (Peacelink, per esempio).
fm
La debacle in Afghanistan
mostra che avremmo dovuto ascoltare, non criminalizzare, Julian Assange – Patrick
Boylan
Il fondatore di Wikileaks ci aveva da tempo avvertito che in
Afghanistan le truppe USA/NATO non stavano “guadagnando le menti e i cuori”
della popolazione; anzi, si stavano facendo odiare. Ma il messaggio non è stato
ascoltato e il messaggero è ora in prigione in attesa di giudizio.
Cosa spiega la disfatta USA/NATO
in Afghanistan? In gran parte è stata causata dall’odio del popolo afghano
contro gli occupanti occidentali, odio provocato anche dai crimini di guerra e dai crimini contro l’umanità commessi
dalle nostre truppe di occupazione. Alla repressione della NATO la maggior
parte della popolazione afghana (e persino molti dei loro militari) hanno
mostrato di preferire la repressione dei Talebani (il che è tutto dire).
Infatti, le scene di “fuga della popolazione davanti ai Talebani”, di cui i
telegiornali sono pieni, riguarda solo una piccolissima percentuale della
popolazione, gli afghani filo occidentali, prevalentemente a Kabul. Vedi
l’editoriale PeaceLink al riguardo: https://www.peacelink.it/editoriale/a/48688.html
Ora molti dei crimini che le
nostre truppe hanno commesso in questi 20 anni, il giornalista Julian Assange
li aveva già rivelati sul suo sito Wikileaks. Ma i politici e i mass media
occidentali non hanno voluto far conoscere le sue denunce. Anzi, hanno
preferito diffamare Assange e sostenere il tentativo, da parte delle autorità
statunitensi, di incarcerarlo per decenni (il che, visto le sue precarie
condizioni, vale una condanna a morte).
“Invece quante vite afghane – e
occidentali – avremmo potuto salvare se avessimo agito alla luce delle
rivelazioni di Assange!” dicono gli U.S. Citizens for Peace
& Justice – Rome, un gruppo di pacifisti statunitensi
abitanti la Capitale. “Bisogna perciò sfruttare il clamore della nostra
disfatta in Afghanistan per esigere la liberazione di chi ha cercato di farci
capire quello che le nostre truppe stavano facendo realmente laggiù per ben 20
anni. Bisogna tornare in piazza all’inizio di settembre con la parola d’ordine: Non uccidere il messaggero!”
Già si parla di manifestazioni
simili nel mese di settembre in molti altri paesi, per galvanizzare l’opinione
pubblica mondiale a favore di Assange prima dell’udienza che egli dovrà
affrontare in Gran Bretagna il prossimo 27 ottobre. L’Alto Tribunale della Gran
Bretagna dovrà rideliberare, infatti, sulla sua estradizione negli Stati Uniti,
momentaneamente bloccata. Questo perché la settimana scorsa (11 agosto), i
giudici britannici hanno consentito al governo americano di riaprire il caso
sulla base di obiezioni alla testimonianza chiave di uno psicologo, quella che
giustificò il blocco temporaneo.
Se le obiezioni statunitensi
verranno accolte in ottobre, Assange potrebbe essere immediatamente rispedito
negli Stati Uniti dove rischia una pena detentiva di 175 anni per rivelazioni
di documenti ufficiali riguardanti presunti crimini di guerra e crimini contro
l’umanità commessi da militari statunitensi — in Aghanistan e non solo.
Invece non è prevista nessuna
indagine, da parte del governo USA, su quei crimini e tanto meno l’imputazione
dei militari che li avrebbero commessi. Solo il messaggero va sottoposto a processo.
Estradizione di Assange, accolto il ricorso degli Stati Uniti
L’11 agosto si è svolta dinanzi
all’Alta Corte di Londra la prima udienza d’appello riguardo alla richiesta di
estradizione di Julian Assange avanzata dagli Stati Uniti. In gennaio la
giudice Vanessa Baraister aveva negato l’estradizione basando la sua decisione
sulle condizioni di salute mentale di Assange e sul rischio di suicidio, se avesse
dovuto affrontare il durissimo isolamento a cui sarebbe stato sottoposto negli
Stati Uniti.
I giudici incaricati di esaminare
il ricorso americano hanno accolto le argomentazioni presentate a nome delle
autorità di Washington e in particolare l’accusa rivolta alla giudice Baraister
di essersi lasciata sviare dalla perizia di un esperto, giudicata poco
attendibile e hanno fissato la decisione in merito al 27-28 ottobre.
Durante l’udienza i sostenitori
di Julian Assange hanno manifestato fuori dalla corte. Tra loro erano presenti
la compagna di Assange Stella Morris e Jeremy Corbyn, l’ex leader del Partito
Laburista britannico, con un cartello che affermava: “Il giornalismo non è un
crimine”.
Alla vigilia dell’udienza,
Amnesty International aveva rinnovato la sua richiesta al presidente Biden di
annullare le accuse.
“Il tentativo degli Usa di spingere il tribunale di Londra a
rovesciare la sua decisione, sulla base di nuove assicurazioni diplomatiche
fornite da Washington, non è altro che un trucco di prestigio legale. Dato che
il governo degli Usa si è riservato il diritto di tenere Assange in una
struttura detentiva di massima sicurezza e di sottoporlo a misure
amministrative speciali, su quelle assicurazioni non si può fare affidamento”, ha dichiarato Nils Muižnieks, direttore di Amnesty
International per l’Europa.
“Questo appello, presentato con malafede, dev’essere respinto e il
presidente Biden deve cogliere l’occasione per annullare accuse politicamente
motivate che mettono a rischio la libertà di stampa e la libertà d’espressione”, ha aggiunto Muižnieks.
“Il presidente Obama aveva aperto l’indagine su Assange, Trump ha
portato avanti le accuse e ora tocca a Biden fare la cosa giusta e porre fine a
questa farsesca persecuzione che non avrebbe mai dovuto iniziare”,
ha sottolineato Muižnieks.
Contro la guerra, Julian Assange: nuovo caso Dreyfus? – Vincenzo
Vita (dal quotidiano “il manifesto”, 19 agosto)
Kabul e non solo. Attenzione, la
rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence
d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di
detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in
Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione
di chi le racconta?
Nel vedere le immagini tragiche
dell’Afghanistan riconquistato dai talebani – con esercito regolare dissolto e
americani con alleati in fuga- il pensiero corre a Julian Assange. Sembra
doveroso, oltre che inevitabile, rimettere in ordine gli addendi di una vicenda
davvero incresciosa. Sembra proprio un nuovo caso Dreyfus, il capitano francese
accusato ingiustamente di spionaggio a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Accusa ingiusta, ma lentissima riabilitazione. La questione era diventata,
infatti, assai scottante per l’ordine costituito.
Le disavventure drammatiche
vissute dal co-fondatore di WikiKeaks appaiono a questo punto quasi surreali,
oltre che assurde. Dopo l’ammissione quasi spavalda dei disastri compiuti da
parte dei conquistatori senza ritegno e senza gloria, il giornalista di origine
australiana meriterebbe un riconoscimento, non certamente un’eventuale condanna
a 175 anni di carcere.
Il rischio è reale, visto che gli
Stati Uniti hanno fatto ricorso in appello contro la decisione di sospensione
temporanea – per il preoccupante quadro psicofisico dell’inquisito –
dell’estradizione, assunta dalla Corte londinese dove è in corso il
procedimento. E di che si tratta? I reati ruoterebbero attorno alle rivelazioni
dei misfatti connessi alle guerre in Iraq e in Afghanistan, a partire dall’uccisione
di civili e dai bombardamenti massivi. Insomma, WikiLeaks (grazie ad Assange e
ai collaboratori: l’analista della Central Intelligence Agency (Cia) Edward
Snowden e il personaggio shakespeariano Chelsea Maning) ha da molto tempo
squarciato il velo di silenzio attorno ad un ventennio di misfatti criminosi.
Anzi.
La precipitosa fuga da Kabul
spiega perché non si poteva e non si doveva sapere. La violenza di Stati che si
ergevano a salvatori, ottenendo l’effetto opposto di ringalluzzire terrore e
fondamentalismi, non andava resa pubblica. L’ideologia delle guerre contiene
sempre la componente del segreto, funzionale per evitare opposizioni e
critiche.
Ora che il Re è nudo, e mentre lo
stesso presidente Biden è costretto a simulare il successo dell’insuccesso, è
lecito chiedersi se una maggiore e diversa consapevolezza collettiva – al di là
degli informati per mestiere o per collocazione – non sarebbe stata già un
contropotere. La premessa per una presa di coscienza attiva.
Si capisce, dunque, il motivo
profondo per cui Assange è dannato. L’uomo che sa troppo, ci ammonì Hitchcock,
passa parecchi guai. Ma poi se la cava bene, magari. I cattivi non sono eterni
e il troppo è troppo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera,
se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato
condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei
devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte
sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?
Il ministro degli esteri Luigi Di
Maio è stato richiesto di un’informativa presso il parlamento su ciò che sta
avvenendo in quell’area del mondo e sulla posizione italiana. Non è il momento,
allora, di mettere finalmente all’ordine del giorno la mozione presentata da un
gruppo di deputati (primo firmatario Pino Cabras) proprio sul caso Assange? Ed
è importante prendere spunto dal convegno tenutosi lo scorso giugno al senato
su iniziativa del Premio Mimmo Càndito e del presidente della biblioteca del senato
medesimo Gianni Marilotti. Quest’ultimo, tra l’altro, parteciperà alla
delegazione italiana che si recherà il prossimo ottobre a Londra per la ripresa
del processo. Il senso di tali iniziative è chiaro: controscrivere una storia,
nella quale l’accusatore è diventato accusato e chi ha perpetrato le atrocità
discetta tranquillamente di errori o difetti di strategia.
L'Afghanistan che non ci hanno raccontato - Alessandro
Marescotti
Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale,
nel marzo dell'anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di
guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA
l'aveva definita "un’azione scioccante" opponendosi a ogni indagine.
Come mai i
cosiddetti "talebani" stanno riconquistando l'Afghanistan senza
neppure combattere?
C'è una
scomoda verità che in queste ore non emerge. Ed è questa: le truppe che
dovevano portare la libertà e la democrazia in Afghanistan in questi venti anni
si sono fatte odiare. Non solo erano percepite come truppe d'occupazione, ma
hanno agito con la tipica insensibilità e brutalità delle truppe di
occupazione. Tanto che sono in corso le indagini della Corte Penale
Internazionale.
Qualcosa non
ci hanno raccontato, altrimenti non comprenderemmo la fine ingloriosa di venti
anni di missione militare e la rovinosa attuale fuga degli americani che
assomiglia a quella dal Vietnam del 1975.
Ma andiamo
per ordine e vediamo che cosa è la Corte penale internazionale (International
Criminal Court, ICC). E' un tribunale per crimini
internazionali che ha sede a l'Aia e ha competenza per i crimini
di guerra. Piotr Hofmanski, presidente del
Tribunale di appello della Corte penale internazionale, lo scorso anno ha
dichiarato: "La procuratrice è autorizzata a iniziare un'inchiesta sui
presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall’1 maggio 2003,
così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan".
La Corte
penale internazionale può intervenire se e solo se gli Stati non possono (o non
vogliono) agire per punire crimini internazionali.
La risposta
del Dipartimento di Stato Usa non è stata per nulla positiva e ha definito
questa iniziativa come "un’azione scioccante presa da un’istituzione
politica mascherata da organismo giuridico".
Ma se
le truppe americane portavano la libertà e la democrazia perché tanta paura di
queste indagini?...
Afghanistan:
morti più soldati americani per suicidio (30.177) che in combattimento (2.312)
- Redazione PeaceLink
Negli Stati Uniti è aumentato negli ultimi anni il
numero di chi dice: "Non saremmo mai dovuti andare in Afghanistan".
Era il 49% nel 2014 per salire al 69% quest'anno.
Le vittime dell'attentato delle Torri gemelle, l'11 settembre
2001, furono 2977.
Ecco i numeri di venti anni di guerra in Afghanistan nata in
risposta all'attentato dell'11 settembre:
·2261 i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella missione
militare e civile;
·2.312 i soldati americani uccisi nel conflitto;
·7057 quelli che hanno perso la vita tra Afghanistan e Iraq.
Si legge sul Corriere della Sera di oggi: "Ma c’è un
numero che gira poco: 30.177. È il totale dei veterani che si sono suicidati durante
questa guerra al terrore".
Sono morti più soldati americani per suicidio (30.177) che per
combattimento (2.312): tredici volte di più…
Le bugie
sull'Afghanistan che il PD conosceva benissimo - Alessandro
Marescotti
Durante la missione militare USA-NATO cresceva la
mortalità infantile e la povertà, mentre diminuiva l'alfabetizzazione e
l'aspettativa di vita in Afghanistan. Ma nell'opinione pubblica si è radicata
un'altra verità e ancora oggi la gente non capisce perché abbiano vinto i
talebani.
"L’approccio
seguito finora dagli USA e dalla NATO per sconfiggere l’insurgency e
ricostruire il paese è sbagliato. Sicurezza e condizioni di vita dei cittadini
afghani continuano a deteriorarsi. La coalizione viene sempre più percepita
come una forza di occupazione".
Lo scriveva
Pino Arlacchi il 16 gennaio 2011 sull'Unità, e il suo articolo è allegato a
questa pagina web.
Ciò che
colpisce sono i dati netti che Arlacchi, allora europarlamentare del PD,
snocciolava con precisione. Leggete qui: "Dall’ottobre 2001 in poi, le
operazioni militari sono costate oltre 300 miliardi di euro e decine di
migliaia di vite umane. Dal lato civile, ne sono stati spesi almeno altri 30.
In totale, si tratta di una cifra astronomica, pari a 30 volte il PIL
dell’Afghanistan. Ciononostante, questo paese è ancora il principale produttore
di narcotici del mondo, ed è rimasto uno dei più poveri del pianeta".
E quali
progressi erano stati fatti sul piano civile dal 2002 al 2010? Nessuno, anzi,
la guerra aveva fatto regredire gli indicatori statistici più delicati relativi
alla speranza di vita e alla scuola: "L’aspettativa di vita è scesa da
46,6 a 44,6 anni. L’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%".
In crescita
gli indicatori negativi: "La mortalità infantile è aumentata del 4,6% tra
il 2002 e il 2010. Tra il 2002 e il 2009 la popolazione sotto la soglia di
povertà è cresciuta dal 23 al 36%".
Arlacchi
aggiungeva la fonte di questi dati: "Chi non crede a queste cifre può
verificarle di persona nello stesso luogo da cui le ho tratte: il sito della
CIA sulle nazioni del pianeta"…
Orrore in
Afghanistan, uccisi 39 civili dalle forze speciali australiane - Redazione PeaceLink
Ma a finire sotto accusa è per ora
l'avvocato militare David William McBride che ha rivelato i crimini di guerra.
Dopo aver provato invano a smuovere i vertici militari, ha fornito le prove
alla TV australiana.
Dopo un'intensa attività di denuncia dell'avvocato
militare David William McBride,
il generale Angus Campbell, capo delle forze armate australiane, lo scorso 19
novembre ha ammesso che uomini dei reparti del reggimento
speciale (SAS) hanno “ucciso illegalmente” 39 civili in Afghanistan.
Nessuno dei crimini è stato commesso durante i combattimenti.
Cosa è successo nel SAS australiano?
I militari
più anziani ed alti in grado imponevano ai più giovani di uccidere i civili per
dimostrare di poter commettere il loro “primo omicidio”.
Fra le testate che denunciano tutto ciò c'è Fanpage che
racconta: "Civili afgani inermi sono stati sgozzati e i corpi utilizzati
alla stregua di "trofei di caccia", coi quali fotografarsi con gli
smartphone per vantarsi poi coi commilitoni".
Tutto ciò
non è un caso isolato o una deviazione fortuita. Militari del SAS sono finiti
sui giornali anche per aver sventolato la bandiera nazista.
Ma a finire sotto accusa in Australia è per ora solo l'avvocato
David William McBride, che ha rivelato i crimini di guerra…