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martedì 27 agosto 2019

Tanto amore per Marilyn

Dino Buzzati - All'alba

Un genio che poco prima dell’alba girava rastrellando l’estrema landa per raccogliere le anime appena giunte e avviarle alla grande porta, avvistò da lontano qualcosa di chiaro proprio ai piedi della muraglia che recinge la città dei morti.
Avvicinatosi, trovò una giovane e bellissima donna nuda apparentemente addormentata.
Si inginocchiò a toccarla.
Non era spirito, era tenera e tiepida carne.
Allora, prendendole un polso, la scosse per ridestarla. Con un gemito lei si stirò languidamente e balbettò come ubriaca:
– Oh lasciatemi dormire.
Il genio con molti riguardi appoggiò la testa sul petto della creatura.
Sì, il cuore batteva ancora, ma lentamente; e il ritmo si faceva sempre più fioco e spaziato.
– Su, svegliati – le ordinò. – Non sei malata, non sei ferita, sei giovane, sei meravigliosamente bella. Non ho mai visto nessuna bella come te.
Su, muoviti, corri, torna indietro. Il mondo è tuo.
Ci deve essere uno sbaglio. Assolutamente non puoi restare qui.
Con la voce ancora impastata di sonno lei disse:
– Basta, quante volte me le sono sentite ripetere queste storie. Lasciatemi dormire.
Intanto, da varie direzioni erano giunte alcune anime, saranno state una dozzina.
Incuriosite, si erano fatte intorno ed ascoltavano.
Finché una di esse avvertì:
– Non vorrei sbagliarmi, ma questa è Marilina Monroe.
– Chi? – fece il genio
– Marilina Monroe, la conoscerai, spero.
– Io, veramente – disse il genio imbarazzato
– io non saprei… io lavoro sempre da queste parti… saranno trent’anni che manco dal mondo.
Commenti intanto si intrecciavano fra le anime che formavano ormai, coi nuovi arrivati, una piccola folla.
E lo strano era questo: ciascuno di quei morti aveva, ovviamente, i suoi pensieri e i suoi rimpianti, eppure lo spettacolo di quella ragazza nuda, così rosa e pura, faceva loro dimenticare i guai.
– Ma è ancora viva – dicevano – …è sana, è ricca, è famosa, ha tutto quello che vuole nella vita, non può stare qui con noi, deve esserci un equivoco, bisogna fare qualche cosa.
Tu, genio, perché non ti sbrighi? Perché non la riporti indietro?
E il genio, sebbene un po’ confuso perché non aveva mai tenuto fra le braccia una giovane donna nuda soprattutto di tanta bellezza, sollevò da terra Marilina e librandosi a fior di terra la portò via in direzione dell’orizzonte, dove la landa dei trapassati si perde nella nebbia e di là comincia il mondo dei vivi.
Il genio, per quanto genio, era alquanto mingherlino.
Dove trovava le forze per sostenere di peso un simile fusto?
Semplice: fin dal primo istante se ne era perdutamente innamorato.
E poiché l’amore vuole la gioia altrui anziché la propria, il genio non si curava di sé, voleva soltanto salvare quell’incantevole corpo: se Marilina avesse continuato a dormire fino a che il cuore non si fosse fermato, di Marilina non sarebbe rimasta che l’anima, la quale ha ben poche attrattive sensuali, e il resto, nel giro di pochi giorni si sarebbe trasformato in cenere.
Fra le braccia del genio Marilina dormiva, ma di tanto in tanto, come in trance, rispondeva alle sue pressanti interrogazioni. Cosicché il genio poté conoscerne l’indirizzo, riportarla a casa sua e deporla sul letto, dove la bella continuò imperterrita a dormire.
Nella camera la luce era accesa.
Guardandosi intorno, il genio, benché poco pratico del mondo, vedendo tutte quelle boccette, quei flaconi, e tubetti di medicinali, indovinò cosa era accaduto e fu preso dall’orgasmo.
Marilina si era avvelenata e, se non interveniva un medico, non c’era più niente da fare.
Ma, più importante ancora del medico, era persuadere la ragazza che sulla terra dopotutto si sta bene, e uccidersi è una solenne bestialità. Nel suo caso poi!
– Marilina! – esclamò il genio facendo la voce grossa – Vuoi svegliarti o no? Adesso comincio a perdere la pazienza.
– Ma si può sapere chi sei? – chiese indispettita Marilina, alzando la testa dal cuscino.
– Non ha importanza chi sono – disse il genio – quello che conta è che tu chiami subito un medico perché se non ti fanno una bella lavanda gastrica qui mi hai l’aria di andartene dritta all’altro mondo.
– E se proprio questo fosse la mia intenzione?
– Ma va! Una creatura come te! Uomini e donne si scannano addirittura per ottenere un decimo, un centesimo di quello che tu hai. E tu vorresti andartene abbandonando tutto?
– Precisamente. Sono stufa.
– Intanto – disse il genio, forse un po’ troppo didascalico – quello che tu hai tentato di fare non è onesto. Tu, uccidendoti defrauderesti gli uomini di uno dei loro più cari sogni, che poi adesso è straordinariamente di moda.
Il sogno della gloria, da cui derivano tutte le altre soddisfazioni della vita, la ricchezza, l’amore, il lusso, la potenza, perfino la salute.
Gli uomini ti hanno messo su questo tuo favoloso piedistallo perché tu ci rimanga e ti lasci adorare. Se te ne vai, tu vieni meno ai patti. E poi…poi si può sapere cosa ti manca?
A quanto ho sentito dire, sei perfino intelligente.
– Su, da bravo, signor genio – piagnucolò Marilina, la testa cascandole da una parte e dall’altra per il sonno – adesso vattene e lasciami dormire. Tu sapessi come sono stanca.
– Bene – insistette l’altro – ti faccio una proposta che mi sembra ragionevole.
Io adesso ti porterò a fare un piccolo viaggio nel futuro. Vedrai cosa ti aspetta.
Vedrai che vale la pena vivere.
– E quanto tempo ci vuole?
– Niente, frazioni di secondo. È una delle poche cose che noi geni sappiamo fare decentemente.
– E dopo?
– Dopo farai quello che vuoi. Dopo, giuro che ti lascerò in pace.
Così, Marilina indossò una vestaglia, si attaccò con una mano al genio e via, attraverso la notte della California che stava per finire, via con la velocità di un satellite, e di sotto, a una distanza che via via aumentava, sfilavano i lumi delle città, le masse nere dei boschi, le fosforescenti anse dei fiumi.
E poi l’oceano nero che si perdeva nell’occidente.
D’improvviso discesero a tuffo.
Il genio la condusse sul bordo di un finestrone e la invitò a guardare dentro.
Era una grande e sontuosa sala di spettacoli e stavano proiettando un film a colori.
Sullo schermo Marilina vide Marilina che singhiozzava in modo meraviglioso. Era la scena finale di un dramma o qualcosa del genere.
Sì udì una bella frase musicale, l’immagine sullo schermo si dissolse e si accese la luce.
Gli spettatori avevano tutti gli occhi lucidi e con comiche manovre si affrettavano a nascondere i fazzoletti. Quindi esplose un applauso che sembrava una cateratta.
– Hai visto? – disse il genio. – Questo ti aspetta fra quattro anni.
– E il resto?
– Il resto come?
– Il resto. Voglio dire la mia vita. Continuerà come adesso? Sempre sola?
– No, no, ti risposerai.
– Sempre sola, però.
– Su da brava, facciamo un saltino avanti, adesso ti farò vedere il 1972.
Fecero un altro volo, si appollaiarono al finestrone di un altro palazzo.
E dentro c’era un magnifico salone pieno di gente ben vestita, vi si stava svolgendo un ricevimento e a un tratto tutti si misero a battere le mani ed ecco sul palco avanzare ancora lei, Marilina, un po’ meno fresca ma sempre bellissima.
E un signore importante le consegnava una statuetta d’oro.
– Ammetterai – disse il genio – che queste sono belle soddisfazioni.
– Ma la mia vita? – chiedeva lei – Continuerà come prima? Io sarò sempre sola?
– No – spiegò il genio.
– Vedi quel magnifico giovanotto che in questo istante sta abbracciando Marilina? Ti piace? Scommetterei di sì. Quello è il tuo quinto marito. Del resto, come vuoi essere sola se migliaia di uomini si innamorano giornalmente di te? Io stesso, ti devo confessare…
– Oh povero il mio genio – fece Marilina con un amaro sorriso – come si vede che tu ne capisci poco della nostra vita. Essere amati non serve. Per non essere soli c’è un solo segreto: bisogna essere capaci di amare.
– E tu?
– Io… Io… – le parole le fecero un nodo alla gola. Non disse altro ma scuoteva malinconicamente la testolina, e due lacrime le rigarono le guance.
– No, no, io ti devo salvare – fece rabbiosamente il genio, e la trasse via, galoppando su per il futuro.
E dovunque incontravano Marilina trionfante, anche se ormai un poco appassita.
Adesso non celebravano più la sua bocca e i suoi seni, adesso la proclamavano la più grande attrice vivente.
E dovunque c’erano feste, ricevimenti, castelli, ville, panfili. Ma quando Marilina faceva atto di voler entrare nelle sue future dimore per vedere che cosa c’era dentro, il genio la trascinava via perché sapeva benissimo che dentro c’erano maggiordomi, camerieri, cameriere, fiori, cani di razza e tutto ciò che si può desiderare al mondo, ma di bambini non ce n’era neppure uno e in una bellissima camera azzurra al primo piano, accanto alla camera di lei, si trovava ogni volta una culla, ma la culla era sempre deserta.
E finalmente, in una villa che sembrava una reggia, trovarono Marilina già vecchia, una graziosissima vecchietta che era nel suo genere un amore, ma negli occhi era facile leggere una squallida e arida solitudine, nonostante le meraviglie e gli onori che la contornavano.
– Hai visto? – fece a questo punto Marilina – hai visto, amico mio, che non ne vale la pena?
Lui non ebbe il coraggio di insistere.
Tenendola per mano, ridiscese le vertiginose scale del futuro, in un batter d’occhi la portò nella sua stanza, dove Marilina, toltasi la vestaglia, si gettò sul letto con l’evidente intenzione di riprendere il fatale sonno interrotto.
Ma il genio, che assisteva, faceva una faccia così addolorata che Marilina ne ebbe pietà, e sorrise.
Sì, soltanto per lui avrebbe fatto il sacrificio, avrebbe rinunciato alla partenza, avrebbe ricominciato la vita.
Lentamente, perché il torpore la stava di nuovo invadendo, tese una mano verso la cornetta del telefono.
Fu colto però dalla pietà anche il genio. Il quale fece un affettuoso cenno di saluto con la destra «Dio sia con te, povera ragazza».
E svanì come un fantasma, mentre dalle finestre entravano le prime luci dell’alba. Marilina lo vide sparire.
Restò là, immobile, con la mano sul telefono e si lasciò portare via, scivolando, nei gorghi neri del sonno.

Dino Buzzati, "All'alba", per il Corriere della Sera, 7 agosto 1962

da qui


Oración por Marilyn Monroe - Ernesto Cardenal

Señor
recibe a esta muchacha conocida en toda la Tierra con el nombre de Marilyn Monroe,
aunque ése no era su verdadero nombre
(pero Tú conoces su verdadero nombre, el de la huerfanita violada a los 9 años
y la empleadita de tienda que a los 16 se había querido matar)
y que ahora se presenta ante Ti sin ningún maquillaje
sin su Agente de Prensa
sin fotógrafos y sin firmar autógrafos
sola como un astronauta frente a la noche espacial.
Ella soñó cuando niña que estaba desnuda en una iglesia (según cuenta el Times)
ante una multitud postrada, con las cabezas en el suelo
y tenía que caminar en puntillas para no pisar las cabezas.
Tú conoces nuestros sueños mejor que los psiquiatras.
Iglesia, casa, cueva, son la seguridad del seno materno
pero también algo más que eso...
Las cabezas son los admiradores, es claro
(la masa de cabezas en la oscuridad bajo el chorro de luz).
Pero el templo no son los estudios de la 20th Century-Fox.
El templo —de mármol y oro— es el templo de su cuerpo
en el que está el hijo de Hombre con un látigo en la mano
expulsando a los mercaderes de la 20th Century-Fox
que hicieron de Tu casa de oración una cueva de ladrones.
Señor
en este mundo contaminado de pecados y de radiactividad,
Tú no culparás tan sólo a una empleadita de tienda
que como toda empleadita de tienda soñó con ser estrella de cine.
Y su sueño fue realidad (pero como la realidad del tecnicolor).
Ella no hizo sino actuar según el script que le dimos,
el de nuestras propias vidas, y era un script absurdo.
Perdónala, Señor, y perdónanos a nosotros
por nuestra 20th Century
por esa Colosal Super-Producción en la que todos hemos trabajado.
Ella tenía hambre de amor y le ofrecimos tranquilizantes.
Para la tristeza de no ser santos
se le recomendó el Psicoanálisis.
Recuerda Señor su creciente pavor a la cámara
y el odio al maquillaje insistiendo en maquillarse en cada escena
y cómo se fue haciendo mayor el horror
y mayor la impuntualidad a los estudios.
Como toda empleadita de tienda
soñó ser estrella de cine.
Y su vida fue irreal como un sueño que un psiquiatra interpreta y archiva.
Sus romances fueron un beso con los ojos cerrados
que cuando se abren los ojos
se descubre que fue bajo reflectores
¡y se apagan los reflectores!
Y desmontan las dos paredes del aposento (era un set cinematográfico)
mientras el Director se aleja con su libreta
porque la escena ya fue tomada.
O como un viaje en yate, un beso en Singapur, un baile en Río
la recepción en la mansión del Duque y la Duquesa de Windsor
vistos en la salita del apartamento miserable.
La película terminó sin el beso final.
La hallaron muerta en su cama con la mano en el teléfono.
Y los detectives no supieron a quién iba a llamar.
Fue
como alguien que ha marcado el número de la única voz amiga
y oye tan solo la voz de un disco que le dice: WRONG NUMBER
O como alguien que herido por los gangsters
alarga la mano a un teléfono desconectado.
Señor:
quienquiera que haya sido el que ella iba a llamar
y no llamó (y tal vez no era nadie
o era Alguien cuyo número no está en el Directorio de los Ángeles)
¡contesta Tú al teléfono!
Preghiera per Marilyn Monroe
Signore
accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe
anche se questo non era il suo vero nome
(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dell’orfanella violentata a 9 anni
e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)
e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage
senza il suo Addetto Stampa
senza fotografi e senza firmare autografi
sola come un astronauta davanti alla notte spaziale
Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa
(secondo quel che racconta il Time)
davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento
e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.
Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.
Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno
ma anche qualcosa più di ciò…
Le teste sono gli ammiratori, è chiaro
(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).
Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.
Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo
in cui sta il Figlio dell’Uomo con una frusta in mano
a cacciare i mercanti della 20th Century Fox
che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.
Signore
in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività
Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.
Che come ogni piccola commessa sognò di essere una stella del cinema.
E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del tecnicolor)
Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo
– Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.
Perdonala Signore e perdona noi
per la nostra 20th Century
per questa Colossale Super-Produzionenella quale tutti abbiamo lavorato.
Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.
Per la tristezza di non essere santi
le venne raccomandata la Psicoanalisi.
Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa
e l’odio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena –
e come divenne più grande l’orrore
e più grave la mancanza di puntualità negli studi.
Come ogni piccola commessa
sognò di essere una stella del cinema.
E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.
Le sue storie d’amore furono un bacio con gli occhi chiusi
che quando si aprono gli occhi
si scopre che è stato sotto i riflettori
e spengono i riflettori!
e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)
mentre il Regista si allontana col suo quaderno
perché la scena è ormai stata girata.
O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio
il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor
visti nella stanzetta dell’appartamento miserabile.
Il film terminò senza il bacio finale.
La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.
E i detectives non seppero chi stava per chiamare.
Fu
come uno che ha fatto il numero dell’unica voce amica
e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.
O come uno che ferito dai gangsters
allunga la mano verso un telefono staccato.
Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò (e forse non era nessuno
o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles)
rispondi Tu al telefono!
(Traduzione di Antonio Melis)
da qui

giovedì 3 marzo 2016

Le sei vite di Ernesto Cardenal/Cronaca di un’intervista mai avvenuta - Andrea Semplici


Valeva la pena venire fin qui per farsi mandare a quel paese da un monaco, poeta e rivoluzionario di novanta anni? Sì, valeva la pena. Attraversare un oceano, atterrare in una città invisibile come Managua, svegliarsi e, nella prima mattina di Nicaragua, stordito dalla diversità dell’ora, ritrovarsi, per caso e presagio, nel Cafè de los poetas. Allora i piccoli miracoli sono possibili, mi sono detto: dietro il bancone, c’è un grande quadro azzurro, il tuo ritratto accennato con maestria. Inconfondibile è la tua barba bianca, i capelli lunghi e candidi, la camicia di cotone con un solo bottone, il basco nero. E fuori, appeso a due palme, uno striscione ricorda il compleanno di Ernesto Cardenal festeggiato, con gloria, lo scorso gennaio. Aggiungo io altre parole a quelle che lui usa per definirsi: il poeta, monaco e rivoluzionario, è anche scultore, ribelle, mistico, sacerdote, politico, profeta. E io sono venuto fino in Nicaragua per incontrare la sua leggenda. Per stringere la mano che ha scritto versi che lasciano a metà il respiro. E ben sapevo che l’incontro non sarebbe stato facile. Anzi, impossibile.

Ernesto è stato uno dei protagonisti della Teologia della Liberazione latinoamericana. E’ da anni candidato al premio Nobel per la letteratura, le sue poesie più celebri (Hora cero, Orazione per Marylin Monroe, gli Epigrammi…) sono amate da generazioni di ragazzi e ragazze. A Granada, la più antica città coloniale dell’America centrale, cammino per la strada assieme ad Alfredo Ulloa, poeta costaricense: ha sessanta anni, una bella barba bianca e indossa un cappello di paglia. Una ragazzina si avvicina con timida spudoratezza e chiede: ‘Usted es el poeta Cardenal?’. Ridiamo di gusto, io e Alfredo. E lui si scusa di non esserlo. Le poesie d’amore di Ernesto, le poesie di un monaco, sono state la serenata di migliaia e migliaia di corteggiamenti. La ragazzina se ne va, felice di aver solo sfiorato un poeta che appena gli assomiglia.
Ernesto è un uomo ruvido, collerico, solitario, taciturno, a volte rabbioso. C’è una parola centroamericana che non è traducibile: jodido. Ernesto è ‘jodido’. Insopportabile. Sfiorarlo è come toccare un’ortica. Ma questo poeta ha lasciato dietro a se le tracce di una Rivoluzione, di una liberazione, di una presa di coscienza straordinaria. Ha aperto cuori e menti. Ha lottato e sofferto. Ha visto morire i suoi compagni di battaglia, è sopravvissuto al suo maestro, il mistico Thomas Merton, ai suoi allievi, è stato cacciato dai governi rivoluzionari di cui aveva fatto parte, è stato umiliato in maniera teatrale e pubblica, sotto i flash dei fotografi, da Papa Giovanni Paolo II (ed era il 1983) sulla pista dell’aeroporto di Managua, è stato sospeso dal Vaticano, non ha smesso di pregare, di essere ‘innamorato’ di Dio. Oggi dice: ‘Papa Francesco è un miracolo’. A novanta anni è amato e detestato, è intrattabile e dolcissimo, viaggia ancora per il mondo (e niente lo rende più nervoso dei viaggi, lui, viaggiatore instancabile, detesta prendere un aereo), ama la solitudine ed è sempre in mezzo alla gente, lotta ancora, con ostinazione. E scrive, per nostra fortuna, scrive. L’ultima sua battaglia è contro il Gran Canal, il canale che i cinesi, un’impresaprivata di Hong Kong, hanno già cominciato a costruire per tagliare il Nicaragua in due e collegare l’Atlantico al Pacifico. ‘Una mostruosità’, grida Cardenal. A Granada, al festival di poesia, l’ho visto innalzare, davanti a una piazza commossa, la carta del ‘suo’ lago Nicaragua, destinato a essere trafitto dal Canale. Lo ha fatto di fronte a un immobile ministro del governo che ha autorizzato la sua costruzione. Ernesto, quella sera, era orgoglioso della sua disobbedienza.

Alle nove e trenta del mattino, lo vedo arrivare al suo ufficio. Al Centro degli Scrittori di Nicaragua, in una strada tranquilla di Managua. Conosco il suo autista Pedro e la sua assistente LuzMarina. Ernesto si fida solo di loro. So che questa è stata prima la sua casa e poi la galleria per le sue sculture. Sono belle: aironi, garzette, forme che si allungano, pietre rotonde. Qualcuno mi ha detto: ‘La poesia di Cardenal è rotonda’. Una piccola statua di una garzetta bianca vale oltre 400 dollari. E’ molto bella. Cardenal scultore. Attorno, dispersi ovunque libri di Ernesto Cardenal, su Ernesto Cardenal, attorno a Ernesto Cardenal.
Il vecchio attraversa il piccolo giardino appoggiato al suo bastone, è un uomo curvo e dall’equilibrio incerto e ostinato. Si ribella alla vecchiaia, si arrabbia con stizza. ‘E’ molto scomodo avere questa età. Non l’auguro a nessuno’, liquida chi vuole fargli ancora gli auguri. Indossa la sua uniforme: oltre la camicia bianca a un solo bottone e il basco nero, ha sempre jeans e zoccoli (in gioventù aveva stivali ai piedi, poi sandali francescani). Da mezzo secolo, Ernesto, non cambia abbigliamento. Lo immaginavo un uomo alto, imponente. Invece è piccolo, basso, gli anni lo hanno come ripiegato su se stesso, un tempo era magro come un chiodo, ora tende a ingrassare. Ha un naso da falco. Penso che il tempo, nonostante quel che lui ne pensi, gli ha fatto un dono e ha sfatato una regola: Ernesto è un mito che tocca i cuori, e allora non è necessario morire giovani come l’altro Ernesto che lui ama, Ernesto Che Guevara, per essere capaci di contagiare i ragazzi con le proprie parole.

So che è sveglio da ore. La sua disciplina è ferrea. Monastica. Alle tre del mattino è il tempo delle orazioni, della meditazione, del silenzio. Forse appunta un frammento di verso su un pezzetto di carta. Mille foglietti che disperde. La colazione alle otto. Poi arriva Pedro, poche centinaia di metri fino all’ufficio. La sua poltrona bianca è la stessa sulla quale sedeva, quaranta anni fa, al ministero della cultura. Deve essere appartenuta alla figlia del tiranno Somoza, l’ultimo erede della feroce dinastia che per quasi mezzo secolo ha posseduto il Nicaragua. Il ministero aveva occupato l’ultimo piano della sua casa. Oggi, la scrivania di Ernesto è sommersa dalle sue statue: cactus e garzette che ricordano i tempi della comunità utopica da lui fondata nell’isola Mancarròn, la più grande del remoto arcipelago di Solentiname, all’estremo Sud del lago Nicaragua.

Già, Ernesto è stato un giovane ricco e inquieto, giramondo, sciupafemmine, figlio di una delle famiglie più importanti del paese. Studi eccellenti all’estero. Contemplativo, dilaniato fra vocazioni contrapposte, poeta. Lettore accanito di Ezra Pound e dei poeti nordamericani, senza mai tradire Rubén Darìo, il cantore principe del Nicaragua e del Latinoamerica. A 33 anni, nel 1956, Ernesto cambiò vita: si fece monaco trappista, divenne novizio del filosofo Thomas Merton, nel severo monastero di Gethsemani, nel Kentucky. A quaranta anni fu ordinato sacerdote e tornò al suo paese per fondare, incoraggiato dal maestro, la Comunidad di Solentiname. Merton sapeva che quell’uomo non era fatto solo per il silenzio. Lui avrebbe voluto seguirlo. Lo mandò come in avanscoperta. Sperava, un giorno, di potersi ricongiungere con l’allievo. Ernesto, dal 1966 al 1977, ha vissuto con i pescatori e i contadini di quelle isole lontane. ‘Eravamo sconcertati – ricorda doña Esperanza, 59 anni, una delle protagoniste della storia di Solentiname – Era un prete che non voleva essere pagato per i battesimi e i matrimoni. Non voleva essere chiamato padre. Non contava i nostri rosari. Ci ammonì: i vostri figli non muoiono per volontà di Dio, muoiono di diarrea, vittime della ingiustizia degli uomini. Possono essere salvati. Ci soprese. Chiamò maestri per scuole che mai vi erano state nelle nostre isole. Le sue messe erano una festa, ogni domenica discutevamo assieme, per ore, le pagine del Vangelo. Poi mangiavano assieme, suonavamo, cantavamo. Imparammo altri mestieri: diventammo artigiani, artisti, perfino poeti. Ernesto ci entrò nel sangue’.

Solentiname fu una delle cento scintille della Rivoluzione sandinista, uomini e donne che, nel nome di Augusto Sandino, il primo ribelle del Latinoamerica del ‘900, si batterono contro Anastasio Somoza. ‘La poesia di Ernesto è stata la colonna sonora della Rivoluzione’, dice Gioconda Belli, grande scrittrice nicaraguense. ‘Le sue parole hanno incoraggiato chi combatteva, i guerriglieri le leggevano nelle foreste’, è certo Sergio Ramirez, altro scrittore celebre di queste terre. Nel 1977, la chiesa di Solentiname fu distrutta dai soldati di Somoza, i ‘figli’ di Ernesto caddero uno dopo l’altro. Muore Elvis, muore Donald, muore Alejandro, alla fine muore anche Laureano, il prediletto, il contadino analfabeta che gli aveva detto: ‘Io non credo in Dio, ma Dio è in ogni uomo’. Le famiglie di Solentimane erano riuscite a fuggire in Costarica prima delle rappresaglie del tiranno. Infine, nel 1979, la Rivoluzione trionfò. E la chiesa di Nuestra Señora de Solentiname fu ricostruita. Mi appare bellissima, colorata, splendente.

A cinquant’anni, Ernesto Cardenal aveva già vissuto quattro vite. Divenne ministro della cultura nel primo governo sandinista. S’inventò scuole popolari di poesia, l’arte primitivista di Solentiname divenne celebre. Fu osteggiato dal mondo delle università, ma lui fu testardo: ‘Tutti possono scrivere poesie, Soprattutto i più indifesi: bambini e anziani, carcerati e infermi’. Diffuse la poesia fra militari e poliziotti. A sessanta anni, viene castigato dall’intransigenza del Vaticano di Karol Woijtila, gli viene proibito di salire su un altare. Infine, oggi, a novanta anni, la battaglia ambientalista, la difesa della terra del Nicaragua dalla minaccia del Gran Canal. Una nuova trincea dove gli amici di un tempo, ora sono avversari potenti e implacabili. Sono le ferite e le cicatrici della vita, di una vita lunghissima. Di sei vite. Tutte unite dal filo rosso dei suoi versi della sua poesia.

Ora ho davanti a me quest’uomo, ho un appuntamento fissato da un mese. E lui si divincola come un leone in gabbia, ha un borbottio da lupo, mi scansa, tira fuori gli aculei come un istrice. Mi evita con un gesto e mi dice dietro: ‘Non ho tempo’. L’urgenza del tempo. ‘Parlare mi toglie tempo. Tempo nel quale devo scrivere’. E se davvero vincesse il Nobel? Una sciagura. Lo sa anche lui: ‘Quei soldi mi servirebbero per aiutare molta gente, ma penso con orrore alle interviste, alle scomodità, al tempo che perderei’. Il tempo deve essere un incubo per lui. So che a 85 anni ha fatto un corso di lettura veloce per leggere tutto quello che ha ancora da leggere. Fra i suoi esercizi di ogni giorno: leggere al volo le targhe delle automobili e ripetere numeri e lettere dieci minuti dopo.

Non ho attenuanti, ero stato avvertito: ‘Odia le interviste’. Ama il silenzio. Eppure Ernesto è un uomo pubblico, sale sui palcoscenici, dà conferenze, è attorniato da gente, viaggia. E detesta tutto questo. Le sue contraddizioni sono irrisolte. ‘Noi sappiamo come restituirgli allegria’, mi dirà doña Maria, 65 anni, sorella di Esperanza, all’isola di San Fernando. Maria ed Esperanza hanno vissuto gli anni della Comunità. Forse solo i contadini-pescatori di Solentimane, isole solitarie, sono capaci di regalare pace a Ernesto. A Mancarròn, mi assicurano, Ernesto abbandona la sua severità. Giurano di vederlo sorridere e, qualche volta, molto tempo fa, lo hanno convinto a ballare. Felice. Ernesto, naturalmente, mi risponde di odiare il ballo.

Ernesto si accartoccia nella sua sedia, le sue statue sono un sipario insuperabile, ammiro la perfezione del collo delle garzette di pietra. Mi incanta la sua arte. Un uomo di parole che ha saputo lavorare la pietra, il legno, il metallo. So, però, che non era bravo né come pescatore, né come contadino. ‘Ci provava – mi raccontano a Solentiname – ma perdeva sempre i suoi raccolti di mais e fagioli’. La faccia di Ernesto è aggrottata. Si nasconde dietro una valigetta nera. Mi alzo, vado al suo fianco. Se potesse mi prenderebbe a calci. Vedo che tira fuori giornali e tre copie della rivista Time. Nella sua vita da monaco, Ernesto diceva che era una fortuna non avere giornali: ‘Così potevamo avere una visione più chiara della totalità’. Nel 1970 dichiarò che non avrebbe mai più letto Time: ‘Non volevo più farmi ingannare su Cuba’.
Cuba, per lui, fu una ‘seconda conversione’. Oggi, nel mosaico incomprensibile della politica latinoamericana, professa odio per Daniel Ortega, il presidente del Nicaragua e suo antico compagno di battaglie, passione per Chavez e dubbi su Fidel Castro.

Questa mattina lo osservo mentre si immerge nella lettura dei giornali e sfoglia con avidità le pagine di Time. E io rimango in piedi. Gli chiedo dei suoi anni perché non so che altro chiedere. ‘Può darsi che io sia cambiato. Non lo so’. Nostalgie? ‘Sì, ho nostalgia della Rivoluzione’. Ernesto ha scritto tre volumi di una bellissima autobiografia: il primo è ‘La vita perduta’, l’ultimo è ‘La Rivoluzione perduta’. Perdi sempre, Ernesto? ‘Leggi Luca – mi risponde quasi con furia – Colui che perde la vita per me, la salverà. Io ho guadagnato una vita. La Rivoluzione, no, l’abbiamo persa sul serio. Trent’anni fa. Per colpa degli Stati Uniti e nostra. E oggi viene tradita ogni giorno’. I poeti non sono stati capaci di governare un paese? ‘Non c’entrano i poeti, la Rivoluzione è stata fatta da un popolo. I poeti erano metafora’. Non sono d’accordo, Ernesto. Nei primi governi sandinisti c’erano cinque poeti, tre preti, e tutti i ministri scrivevano poesie. Persino il severo Daniel Ortega, che, quarant’anni dopo, è ancora al potere, scriveva poesie. La tua nemica di oggi, la moglie di Ortega, Rosario Murillo, era un’eccellente poetessa. Persino il rude Tomàs Borge, eroe della Rivoluzione, scrisse poesie splendide in cui spiegava che la vendetta più bella era il perdono. In Nicaragua, hai la sensazione che la poesia sia nell’aria. No, hai torto, Ernesto. Ma non ho il coraggio di dirtelo.

E’ infastidito: ‘Non mi fare domande difficili’. E quali sono le domande facili? ‘Quelle per le quali non devo pensare prima di rispondere’. Scrivi ancora, Ernesto? ‘A volte. Quando ho qualcosa di nuovo da dire. Non tutti i giorni’. Non è vero, lo so. Hai sempre detto che i poeti devono essere umili, è così? ‘Non so, non so. Non arriviamo da nessuna parte a questa maniera. Preferisco non parlare’. Ernesto non è umile. E’ vanitoso, orgoglioso. Penso alla regola del silenzio nel monastero trappista: gli vietarono anche di scrivere. ‘Lo sapevo, non mi importava’, ricorda. Penso alle parole infinite che ha poi scritto. Penso alla sua poesia: ‘I poeti devono scrivere versi comprensibili, semplici, essenziali. Bisogna capire, non essere enigmatici, prendere ispirazione dalla realtà, dai cartelli stradali, dai supermercati, dalla pubblicità, dai trattori. La poesia deve contenere storia, economia, dati, geografia, politica, statistiche’. Hai imparato bene le lezioni di uno dei tuoi maestri, il poeta nicaraguense Coronel Urtecho: ‘I poeti devono mangiare del buon pesce e devono scrivere buone poesie. E avere buona fede. Devono essere uomini di fede’. Eppure io so che Ernesto ha amato profondamento il più ostico e intricato degli scrittori latinoamericani, l’argentino Julio Cortàzar. Penso all’ultimo, immenso libro di Ernesto. Le cinquecento pagine di Canto Cosmico, opera smisurata che vaga ai confini fra scienza e Dio. E ne afferma la stessa sapienza, la stessa ricerca, lo stesso misticismo.


Uomo dalle mille contraddizioni, Ernesto: sì, gli anni hanno affilato il suo carattere come una lama. Gli strappo un sorriso con Papa Francesco: ‘Sta cambiando la chiesa. Questa è la chiesa che Giovanni XXIII aveva già provato a costruire. E’ una Rivoluzione’. Come deve amare questa parola, Ernesto. Non azzardo a chiedergli di Giovanni Paolo II, non voglio una tempesta sopra di me. Sono contento che sorrida. Non voglio perdermi il suo sorriso. Mi dicono che quando va alla Mascota, ospedale pediatrico di Managua, a parlare di poesia con i bambini colpiti dalla leucemia, è il più tenero dei nonni. E i pescatori di Solentiname mi parlano di lui con inarrivabile dolcezza.
Dalla valigetta nera saltano fuori fogli battuti a macchina, foglietti colmi di parole scritte con calligrafia illeggibile, libri, opuscoli, pezzi di carta. Ernesto cerca di dividerli per sfuggire alla mia presenza. Quasi graffia il telefono che lo insegue. A tutti ripete: ‘Non ho tempo’. Claudia, giovane segretaria, sa come calmarlo. Lo protegge, impedisce che le telefonate lo raggiungano, firma lei gli autografi che in mille, ogni giorno, gli chiedono.

LuzMarina mi dice: ‘No, non chiederà la revoca della sospensione a divinis. Più volte mi ha spiegato che lui non è diventato prete per dire messa, ma per amore di Dio, per la Sua contemplazione, per la bellezza di Dio’. Guardo fuori, il cielo azzurro, disperso di nuvole del Nicaragua. Sì, questo paese ha i più bei tramonti del mondo. La loro bellezza è inarrivabile. Ernesto ha rinunciato a tutto per la bellezza di Dio. Era ossessionato dalla bellezza. Le sue poesie hanno lo stupore della bellezza di Carmen, la donna che più ha amato nella sua vita. E lui aveva appena 18 anni. Lei, 14. E, per lei, scrisse versi meravigliosi; tornò dal Messico con una camarita fotografica solo per fotografarla. E il suo ricordo più sensuale è quando l’aiuta ad attraversare una strada di Granada e le sfiora un gomito. Ernesto amava la bellezza delle donne. Ma poi, di colpo, di fronte alle onde leggere del lago Managua, capì che la bellezza assoluta era Dio. Si vide con la veste da benedettino. Si consegnò a Dio. Ha rivisto Carmen settanta anni dopo. E LuzMarina mi assicura che era emozionato come un bambino.

Alla fine, ti alzi. E dici: ‘Me ne vado’. Pedro si incammina verso la macchina. A ogni passo sembri cadere. Ma stai in piedi. Claudia ti guarda con qualche apprensione. E io sono qui. Fermo sulla porta. Felice di essere qui. Felice dei tuoi modi bruschi e delle tue non-parole che sembrano una lima sopra un legno. Hanno la stessa forza con le quali le donne, nei mercati del Nicaragua, raspano il ghiaccio per poi metterci sopra uno sciroppo dolcissimo. La granita, qui, si chiama raspados. Parole raspadas. Parole per una bevanda di miele. Cosa hai detto una volta? Che ‘la solitudine è amara e dolce, come un coktail Martini. Così deve essere’.

Te ne vai e io, posso giurarlo, vedo che hai appena afferrato una parola che ti era sfuggita. E so che oggi finirà in un minuscolo foglietto. Che, forse, diventerà frammento di poesia. So che hai dato ordine che le tue carte siano bruciate dopo la tua morte, se la poesia dovesse rimanere non finita. E so che LuzMarina, con le lacrime agli occhi, ubbidirà.

Non ho una foto assieme a te, non ti ho chiesto un autografo. Eppure come me avevo un libro del 1969 che ho ritrovato negli scaffali della mia libreria: alcune tue poesie sono anonime perché, anche in Italia, c’era chi, allora, voleva proteggerti dal tiranno. A te non ne fregherà un bel niente, ma ho scritto questa non-intervista nella tua isola, ho visto l’alba dalla veranda della tua casa, ho pregato nella tua chiesa dal pavimento di terra, ho conosciuto i figli dei tuoi ‘figli’, ho visto volare le garzette che tu hai fermato nella pietra, ho ascoltato il canto instancabile dei tuoi uccelli (e non so come riprodurlo con le parole, tu sapresti farlo), ho mangiato il riso, iplatanos fritti, i fagioli e perfino il maiale di doña Maria (e so che per questo mi invidierai). E mi sono bagnato nelle acque del lago Nicaragua.
Questa è stata la più bella intervista della mia vita.

mercoledì 24 febbraio 2016

Ernesto Cardenal e Julio Cortázar

Ernesto Cardenal fu cofondatore della comunità religiosa di Solentiname, su un'isola nel Lago Nicaragua, dove predicò la non-violenza appresa da Thomas Merton
Julio Cortázar visita il Nicaragua, nel 1976, ancora sotto la dittatura di Somoza, in clandestinità, incontra Ernesto Cardenal, l’anno dopo appare un racconto intitolato “Apocalisse di Solentiname” (si può leggere qui).
come tutti i racconti di Cortázar, anche questo è bellissimo.

martedì 23 febbraio 2016

ricordo di Ernesto Cardenal




Oración por Marilyn Monroe

Señor 
recibe a esta muchacha conocida en toda la Tierra con el nombre de Marilyn Monroe, 
aunque ése no era su verdadero nombre 
(pero Tú conoces su verdadero nombre, el de la huerfanita violada a los 9 años 
y la empleadita de tienda que a los 16 se había querido matar) 
y que ahora se presenta ante Ti sin ningún maquillaje 
sin su Agente de Prensa 
sin fotógrafos y sin firmar autógrafos 
sola como un astronauta frente a la noche espacial. 
Ella soñó cuando niña que estaba desnuda en una iglesia (según cuenta el Times) 
ante una multitud postrada, con las cabezas en el suelo 
y tenía que caminar en puntillas para no pisar las cabezas. 
Tú conoces nuestros sueños mejor que los psiquiatras. 
Iglesia, casa, cueva, son la seguridad del seno materno 
pero también algo más que eso...
Las cabezas son los admiradores, es claro 
(la masa de cabezas en la oscuridad bajo el chorro de luz). 
Pero el templo no son los estudios de la 20th Century-Fox. 
El templo —de mármol y oro— es el templo de su cuerpo 
en el que está el hijo de Hombre con un látigo en la mano 
expulsando a los mercaderes de la 20th Century-Fox 
que hicieron de Tu casa de oración una cueva de ladrones. 
Señor 
en este mundo contaminado de pecados y de radiactividad, 
Tú no culparás tan sólo a una empleadita de tienda 
que como toda empleadita de tienda soñó con ser estrella de cine. 
Y su sueño fue realidad (pero como la realidad del tecnicolor). 
Ella no hizo sino actuar según el script que le dimos, 
el de nuestras propias vidas, y era un script absurdo. 
Perdónala, Señor, y perdónanos a nosotros 
por nuestra 20th Century 
por esa Colosal Super-Producción en la que todos hemos trabajado. 
Ella tenía hambre de amor y le ofrecimos tranquilizantes. 
Para la tristeza de no ser santos 
                                                        se le recomendó el Psicoanálisis. 
Recuerda Señor su creciente pavor a la cámara 
y el odio al maquillaje insistiendo en maquillarse en cada escena 
y cómo se fue haciendo mayor el horror 
y mayor la impuntualidad a los estudios.
Como toda empleadita de tienda 
soñó ser estrella de cine. 
Y su vida fue irreal como un sueño que un psiquiatra interpreta y archiva.
Sus romances fueron un beso con los ojos cerrados 
que cuando se abren los ojos 
se descubre que fue bajo reflectores 
                                                              ¡y se apagan los reflectores! 
Y desmontan las dos paredes del aposento (era un set cinematográfico) 
mientras el Director se aleja con su libreta 
          porque la escena ya fue tomada. 
O como un viaje en yate, un beso en Singapur, un baile en Río 
          la recepción en la mansión del Duque y la Duquesa de Windsor 
vistos en la salita del apartamento miserable. 
La película terminó sin el beso final. 
La hallaron muerta en su cama con la mano en el teléfono. 
Y los detectives no supieron a quién iba a llamar. 
Fue 

como alguien que ha marcado el número de la única voz amiga 
y oye tan solo la voz de un disco que le dice: WRONG NUMBER 
O como alguien que herido por los gangsters 
alarga la mano a un teléfono desconectado.
Señor: 
quienquiera que haya sido el que ella iba a llamar 
y no llamó (y tal vez no era nadie 
o era Alguien cuyo número no está en el Directorio de los Ángeles) 
            ¡contesta Tú al teléfono!

Preghiera per Marilyn Monroe

Signore
accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe
anche se questo non era il suo vero nome
(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dell’orfanella violentata a 9 anni
e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)
e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage
senza il suo Addetto Stampa
senza fotografi e senza firmare autografi
sola come un astronauta davanti alla notte spaziale
Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa
(secondo quel che racconta il Time)
davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento
e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.
Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.
Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno
ma anche qualcosa più di ciò…
Le teste sono gli ammiratori, è chiaro
(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).
Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.
Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo
in cui sta il Figlio dell’Uomo con una frusta in mano
a cacciare i mercanti della 20th Century Fox
che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.
Signore
in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività
Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.
Che come ogni piccola commessa sognò di essere una stella del cinema.
E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del tecnicolor)
Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo
– Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.
Perdonala Signore e perdona noi
per la nostra 20th Century
per questa Colossale Super-Produzionenella quale tutti abbiamo lavorato.
Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.
Per la tristezza di non essere santi
le venne raccomandata la Psicoanalisi.
Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa
e l’odio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena –
e come divenne più grande l’orrore
e più grave la mancanza di puntualità negli studi.
Come ogni piccola commessa
sognò di essere una stella del cinema.
E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.
Le sue storie d’amore furono un bacio con gli occhi chiusi
che quando si aprono gli occhi
si scopre che è stato sotto i riflettori
e spengono i riflettori!
e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)
mentre il Regista si allontana col suo quaderno
perché la scena è ormai stata girata.
O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio
il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor
visti nella stanzetta dell’appartamento miserabile.
Il film terminò senza il bacio finale.
La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.
E i detectives non seppero chi stava per chiamare.
Fu
come uno che ha fatto il numero dell’unica voce amica
e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.
O come uno che ferito dai gangsters
allunga la mano verso un telefono staccato.
Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò (e forse non era nessuno
o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles)
rispondi Tu al telefono!
(Traduzione di Antonio Melis)

Cantico cosmico

Nascevano, crescevano e morivano le stelle.
E la galassia andava acquistando forma di fiore
come oggi la vediamo nella notte stellata.
La nostra carne e le nostre ossa vengono da altre stelle
e anche forse da altre galassie,
siamo universali,
e dopo la morte contribuiremo a formare altre stelle
e altre galassie.
Di stelle siamo fatti e alle stelle torneremo.
Treno più acuto man mano che si avvicina.
E gli oggetti celesti più azzurri nell'avvicinarsi
e più rossi nell'allontanarsi.
Perché è nera la notte...
È nera a causa dell'espansione dell'universo.
Altrimenti tutto il cielo brillerebbe come il sole.
E non ci sarebbe nessuno per vedere quella notte.
E le galassie verso dove muovono?
In espansione come il fumo che il vento disperde.
La seconda legge della termodinamica:
Questo costante fluire della luce verso le tenebre.
Dell'amore verso l'oblio.
Lui aveva 20 anni, lei 15 o circa 16.
Illuminazione nelle strade e nel cielo. Il cielo
quello di Granada.
Fu l'ultimo addio,
e fu allora che lui declamò Neruda per lei:
«... i versi più tristi questa notte».
«La notte è stellata
e tremano azzurri gli astri in lontananza».
Due esseri si separarono per sempre.
Non ci fu nessun testimone di quell'addio.
Le due direzioni sempre più divaricate
come stelle che si muovono verso il rosso.
Ho pensato a te, di nuovo, perché la notte è stellata
e vedo tremare gli astri lassù in quella luce azzurra.

da qui


da Apocalisse 


E nel cielo vidi una grande luce 

come l'esplosione di un milione di megatoni e udii una voce che mi disse: Accendi quella radio 
e accesi la radio e udii: È CADUTA BABILONIA 
È CADUTA LA GRANDE BABILONIA 
e tutte le radio del mondo davano la stessa notizia 
E l'angelo mi diede un assegno della National City Bank e mi disse: Cambia questo assegno 
e in nessuna banca potei cambiarIo perché tutte le banche erano fallite 
I grattacieli erano come se mai fossero esistiti 
Ebbero inizio contemporaneamente un milione d'incendi e non c'era un pompiere 
e non c'era un telefono per chiamare un'ambulanza e non c'erano ambulanze 
e per i feriti di una sola città non c'era in tutto il mondo abbastanza plasma 
E udii un'altra voce del cielo che diceva: 
Esci da lei popolo mio 
perché non ti contamini la Radioattività 
e non ti raggiungano i Microbi la Bomba di Antrax 
la Bomba di Colera la Bomba di Difterite 
la Bomba di Tularemia 
Guarderanno alla televisione il grande disastro 
e diranno: Ahi Ahi Ahi Ahi la Città Amata 
i piloti dagli aerei la guarderanno e avranno paura di avvicinarsi 
i transatlantici rimarranno ancorati a distanza timorosi che cada sopra di loro la lebbra atomica 
E in tutte le onde sonore si sentiva una voce che diceva: ALLELUIA 
E l'angelo mi portò nel deserto 
e il deserto era fiorito di laboratori e lì il Demonio faceva le sue prove atomiche 
e vidi la Grande Prostituta seduta sulla Bestia 
(la Bestia era una Bestia tecnologica tutta coperta di Slogans) 
e la Prostituta impugnava ogni sorta di assegni e di buoni e di azioni 
e di documenti commerciali 
ed era ubriaca e cantava con la sua voce di puttana come in un night-c1ub 
e nella mano sinistra aveva una coppa di sangue 
e si ubriacava con il sangue di tutti quelli che aveva purgato 
e di tutti i torturati e i condannati nei Consigli di Guerra e tutti i mandati al muro 
e tutti gli oppositori della terra 
e tutti i martiri di Gesù
e rideva con i suoi denti d'oro 
e il rossetto delle sue labbra era sangue e l'angelo mi disse: quelle teste che vedi alla Bestia sono dittatori 
e le loro corna sono dirigenti rivoluzionari che ancora non sono dittatori 
ma lo saranno dopo 
e lotteranno contro l'Agnello 
e l'Agnello li vincerà 
Mi disse: Le nazioni del mondo sono divise in 2 blocchi 
- Gog e Magog -
ma i due blocchi sono in realtà un solo blocco (che è contro l'Agnello) 
e cadrà fuoco dal cielo e li divorerà 
E vidi nella biologia della Terra una nuova Evoluzione 
Era come se fosse sorto nello spazio un Pianeta Nuovo 

La notte e l'inferno furono buttati nel mare di fuoco nucleare 

le masse ormai non esistevano più 
e vidi una specie nuova prodotta dall'Evoluzione la specie non era composta d'individui 
ma era un solo organismo 
composto da uomini invece che da cellule e tutti i biologhi erano stupiti 
Ma gli uomini erano liberi e quell'unione di Uomini era Una Persona 
- e non una Macchina - e i sociologi erano sbalorditi 
E gli uomini che non fecero parte di questa specie rimasero fossili 
e l'Organismo copriva tutta la sfericità del pianeta 
e era tondo come una cellula (ma le sue dimensioni erano planetarie) 
e la Cellula era vestita a festa come una Sposa che attende lo Sposo 
e la Terra faceva festa 
(come quando celebrò la prima cellula la sua Festa di Nozze) 
e c'era un Cantico Nuovo e tutti gli altri pianeti abitati sentirono cantare la Terra ed era un canto d'amore.

de Apocalipsis 

Y en el cielo vi una gran luz 

como la explosion de un millon de megatones 
y oì una voz que me dijo: Prende ese radio 
y prendi el radio y oì: CAYO BABILONIA 
CAYO LA GRAN BABILONIA 
Y todos los radios del mundo daban la misma noticia 
Y el àngel me dio un cheque del National City Bank 
y me dijo: Cambia este cheque 
y en ningùn banco lo pude cambiar porque todos los bancos habìan quebrado 
Los rascacielos eran como si nunca hubieran existido 
Se iniciaron a la vez un mi1lon de incendios y no habia un bombero 
y no habia un teléfono para llamar una ambulancia y no habia ambulancias 
y para los heridos de una sola ciudad no habia en todo el mundo suficiente plasma 
Y oì otra voz del cielo que decia: 
Sal de ella pueblo mio 
para que no te contamine la Radiactividad 
y para que no te alcancen los Microbios 
la Bomba de Antrax 
la Bomba de Còlera 
la Bomba de Difteria 
la Bomba de Tularemia 
Miraràn en la televisiòn el gran desastre 
porque a Babilonia ya le cayò la Bomba 
y diran: Ay Ay Ay Ay la Ciudad Amada 
los pilotos desde sus aviones la miraran y temeran acercarse 
los transatlanticos quedaran anclados a distancia 
temerosos de que caiga sobre ellos la lepra atòmica 
Y en todas las ondas sonoras se oia una voz que decia: 
ALELUYA 
Y el angel me llevò al desierto 
y el desierto estaba florecido de laboratorios 
y alli el Demonio hacìa sus pruebas atòmicas 
y vi a la Gran Prostituta sentada sobre la Bestia 
(la Bestia era una Bestia tecnològica toda cubierta de Slogans) 
y la Prostituta empunaba toda clase de cheques Y de bonos y de acciones 
y de documentos comerciales 
y estaba borracha Y cantaba con su voz de puta como en un night-club 
y en la mano izquierda tenia una copa de sangre 
y se emborrachaba con la sangre de todos los que ella habia purgado 
y de todos los torturados y los condenados en Consejos de Guerra 
y todos los enviados al paredòn 
y todos los opositores de la tierra 
y todos los màrtires de Jesùs 
y reìa con sus dientes de oro 
y el lipstick de sus labios era sangre 
y el angel me dijo: esas cabezas que le ves a la Bestia son dictadores 
y sus cuernos son lìderes revolucionarios que aùn no son dictadores 
pero lo seràn después 
y lucharàn contra el Cordero 
y el Cordero los vencera 
Me dijo: Las naciones. del mundo estàn divididas en 2 bloques 
-Gog y Magog- 
pero los 2 bloques son en realidad un solo bloque 
(que està contra el Cordero) 
y caerà fuego del cielo y los devorarà 
Y vi en la biologia de la Tierra una nueva Evoluciòn 
Era como si hubiera surgido en cl espacio un PIaneta 
Nuevo 
La muerte y el infierno fueron arrojados en el mar de 
fuego nuc1ear 
las masas ya no existian màs 
y vi una especie nueva que habìa producido la Evoluciòn 
la especie no estaba compuesta de individuos 
sino que era un solo organismo 
compuesto de hombres en vez de células 
y todos los biologos estaban asombrados 
Pero los hombres eran libres y esa uniòn de hombres era 
una Persona 
-y no una Màquina- 
y los sociòlogos estaban pasmados 
Y los hombres que no formaron parte de esta especie quedaron hechos fòsiles 
y el Organismo recubria toda la redondez del pIaneta 
y era redondo como una célula (pero sus dimensiones eran planetarias) 
y la Célula estaba engalanada como una Esposa esperando al Esposo 
y la Tierra estaba de fiesta 
(como cuando celebrò la primera célula su Fiesta de Bodas) 
y habia un Càntico Nuevo 
y todos los demas planetas habitados oyeron cantar a la Tierra 
y era un canto de amar.