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giovedì 13 giugno 2024

Proprio come hanno fatto i nazisti, canta David Rovics

 


articoli di Haidar Eid, Richard Falk, Qassam Muaddi, Manlio Dinucci, intervista di Maurizio Bongioanni a Antony Loewenstein, canzoni di David Rovics, disegno di Latuff


Il mio Nuseirat – Haidar Eid

Sono nato nel campo profughi di Nuseirat e questo mi ha reso quello che sono. Il massacro di Nuseirat non sarà l’ultimo a Gaza, ma come tutti i massacri commessi dai colonialisti, sarà un segnale nel nostro lungo cammino verso la libertà che non sarà dimenticato.

Sono nato nel campo profughi di Nuseirat; anche tutti i miei fratelli sono nati lì. Mio padre, insieme a mia sorella e mio fratello, sono sepolti in due dei suoi cimiteri. Quasi tutta la famiglia Eid vive ancora lì, e le persone massacrate dalla Macchina Omicida Genocida israeliana sono sepolte lì. Centinaia dei miei studenti vengono da lì. Conosco quasi ogni singola strada del campo; Conosco i volti dei suoi residenti, tutti rifugiati provenienti da città e villaggi cancellati dall’Apartheid israeliano nel 1948.

Nuseirat, uno degli otto campi profughi di Gaza, è diventato una componente importante della mia coscienza nazionale e di classe, un luogo sia di miseria che di Rivoluzione. Agli inizi degli anni ’70, ero un bambino quando sentii parlare degli scontri tra i fedayyin, i nostri superuomini, e i “cattivi” sionisti. Storie di eroismo e martirio in difesa del campo e di una Patria perduta chiamata Falasteen (Palestina) sono state discusse da familiari, parenti, vicini e amici, tutti rifugiati dal Sud della “Terra delle Arance Tristi”, come definita dal nostro gigante intellettuale, Ghassan Kanafani. Un legame è stato creato tra il villaggio di Zarnouqa, da cui i miei genitori furono espulsi dalle milizie terroriste sioniste insieme a migliaia di altri abitanti del villaggio nel 1948, e Nuseirat. Il dialetto Zarnouqa/Nuseirat è diventato per me la forma corretta di arabo parlato; le sue bortoqal (arance), mi è stato detto, erano le migliori del mondo intero (a volte l’oratore riconosceva “seconde a quelle di Jaffa”!) Quegli aranceti furono ripiantati intorno a Nuseirat finché Israele, durante l’Apartheid, non decise di sradicarli tutti durante la Prima Intifada della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90.

Scrivo questo pezzo poche ore dopo che il Genocidio di Israele ha ucciso 274 persone e ferito più di 400 bellissimi Nuseiratesi, molte dei quali sono miei parenti, amici e studenti, solo per salvare quattro dei suoi prigionieri. 64 delle vittime erano bambini e 57 erano donne. Coloro che sono stati brutalmente assassinati stavano andando o tornando da Camp Souk, facendo colazione, giocando per strada, andando all’Ospedale Al Awda, cucinando cibo e visitando parenti e amici, cioè il momento è stato scelto con attenzione al fine di uccidere quante più persone possibile.

Quando sarà soddisfatto il Genocidio di Biden? Quanti altri bambini dovranno perdere gli arti o essere uccisi? Quante madri devono essere uccise o perdere i loro bambini per convincere l’Occidente Coloniale, guidato dagli Stati Uniti, che è tempo di un cessate il fuoco? Ovviamente i 36.800 morti, tra cui 15.000 bambini e 11.000 donne, di cui oltre 11.000 rimasti sepolti sotto le macerie, non bastano. Che dire della distruzione del 70% dell’intera Striscia di Gaza? L’uccisione di centinaia di accademici, medici e giornalisti? La cancellazione di intere famiglie? La chiusura delle sue 7 porte? La morte per fame di coloro che si rifiutano di andarsene o di morire?

No, non è abbastanza.

Gaza viene annientata in tempo reale davanti agli occhi del mondo. Di fatto, Gaza ha inaugurato l’inizio della fine dei “Diritti Umani” così come definiti e monopolizzati dall’Occidente Coloniale. Né la Corte Internazionale di Giustizia, né la Corte Penale Internazionale, né l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il suo Consiglio di Sicurezza sono stati in grado di fermare il Genocidio e proteggere il mio Nuseirat. E perché? Solo perché alcuni palestinesi nativi di colore sono riusciti a evadere da Gaza dopo oltre un decennio e mezzo di vita sotto un blocco totale di terra, aria e mare nella più grande prigione a cielo aperto della terra! Come osano distruggere l’immagine di invincibilità militare di Israele e dell’Occidente Coloniale

Nuseirat è un microcosmo del Genocidio. La vita di quattro israeliani Ashkenaziti bianchi equivale alla vita di 274 madri, medici e bambini nativi palestinesi. Il mondo bianco celebra questa “vittoria” indipendentemente dal “danno collaterale”, purché le vittime non siano come “noi”, gli Dei bianchi di questo mondo ingiusto.

Il massacro di Nuseirat non è un momento di vittoria dopo il quale Benjamin Netanyahu e la sua banda di Criminali fascisti possono concludere la giornata. Ci saranno altri massacri commessi dagli stessi colonizzatori assetati di sangue. Ma Nuseirat, come tutti i massacri commessi dai colonialisti, sia in Algeria, Sud Africa, Irlanda o in altre colonie di coloni, sarà un segnale nel nostro lungo cammino verso la libertà. Solo chi sta dalla parte giusta della storia può leggerne i segni.

Haidar Eid è Professore Associato di Letteratura Postcoloniale e Postmoderna all’Università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto ampiamente sul conflitto arabo-israeliano, inclusi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato articoli su studi culturali e letteratura in numerose riviste, tra cui Nebula, Journal of American Studies in Turkey (Rivista di Studi Americani in Turchia), Cultural Logic (Logica Culturale) e Journal of Comparative Literature (Rivista di Letteratura Comparata).

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

da qui 

 


Il Genocidio nelle carceri israeliane – Qassam Muaddi

Le famiglie dei prigionieri palestinesi sono tenute all’oscuro del destino dei loro cari in un momento in cui le autorità carcerarie israeliane stanno creando condizioni inadatte alla vita umana.

La Guerra Genocida condotta da Israele contro i palestinesi dallo scorso ottobre si è estesa oltre le quotidiane uccisioni di massa, lo sfollamento e la fame della popolazione civile nella Striscia di Gaza. Dietro le sbarre delle carceri israeliane, Israele conduce una guerra contro i prigionieri palestinesi, creando condizioni che rendono impossibile la sopravvivenza. Gli effetti di questa brutale campagna si sono ripercossi tra le famiglie dei prigionieri fuori dal carcere, che vedono i loro cari mentre vengono sistematicamente affamati, picchiati, torturati e degradati.

Poco dopo il 7 ottobre, Israele ha imposto una nuova serie di regole nei suoi blocchi di celle. In alcuni centri di detenzione come Ofer vicino a Ramallah, secondo quanto riferito, all’esercito israeliano è stato affidato il controllo della prigione, mentre alle guardie dei servizi carcerari israeliani è stata data mano libera nel trattare i detenuti palestinesi all’interno delle sezioni della prigione. Questo cambiamento è stato accompagnato da un drammatico aumento del numero di detenuti palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre, raddoppiando la popolazione carceraria già a metà ottobre. Tra questi c’erano i prigionieri di Gaza, ai quali era riservata la parte più dura del trattamento.

A metà maggio, la CNN ha pubblicato un articolo basato sulle testimonianze di informatori israeliani sull’orribile trattamento riservato ai palestinesi di Gaza nella base militare israeliana di Sde Teiman, che ora ospita un centro di detenzione. Le testimonianze degli informatori descrivono in dettaglio una serie di pratiche medievali a cui sono stati sottoposti i prigionieri palestinesi, tra cui essere legati ai letti mentre venivano bendati e costretti a indossare i pannolini, avere tirocinanti medici non qualificati che conducevano procedure su di loro senza anestesia, azzannati dai cani dalle guardie carcerarie, picchiati regolarmente o messi in posizioni di stress per reati minori come sbirciare da sotto le bende, avere le fascette legate così strette ai polsi al punto da causare ferite che hanno richiesto l’amputazione degli arti e una serie di altre misure orribili.

Il 6 giugno, il New York Times ha pubblicato un’altra storia su Sde Teiman basata su interviste con ex detenuti e ufficiali militari, medici e soldati israeliani che lavoravano nella prigione, portando alla luce nuovi orrori sul trattamento dei prigionieri di Gaza. Le testimonianze dei detenuti hanno ripetuto molti di questi stessi resoconti, ma includevano anche ulteriori testimonianze inquietanti di violenza sessuale, compreso lo stupro e la costrizione dei detenuti a sedersi su bastoni di metallo che causavano sanguinamento anale e “dolori insopportabili”.

Altre depravazioni sono state documentate in diverse altre prigioni, spesso con compiacimento da parte di canali di notizie israeliani che trasmettono scene degli abusi, compresi trattamenti degradanti, in quelli che possono essere descritti solo come film snuff. I medici carcerari israeliani hanno assistito alla tortura dei detenuti palestinesi, sia prima che dopo il 7 ottobre. Oltre a questi atti di tortura e umiliazione, le autorità carcerarie hanno severamente limitato la somministrazione di cibo ai prigionieri fino al punto di farli quasi morire di fame, dando a 20 prigionieri cibo sufficiente per due persone.

Il quadro che emerge è quello in cui le autorità israeliane stanno mettendo i palestinesi in condizioni simili ad animali intese a torturare, umiliare e, in alcuni casi, a provocarne la morte. A marzo, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che circa 27 detenuti palestinesi erano morti durante la detenzione in due strutture, tra cui Sde Teiman.

Nel frattempo, le famiglie dei detenuti palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania, sono state lasciate a interrogarsi per mesi sul destino dei loro cari, mentre storie dell’orrore continuano a trapelare dalle carceri israeliane da parte di coloro che vengono rilasciati, alimentando ulteriormente le ansie delle famiglie.

Morte per percosse

Secondo i gruppi per i diritti dei prigionieri palestinesi, da ottobre Israele ha arrestato non meno di 8.800 palestinesi provenienti da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme. Molti sono stati rilasciati, anche nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas a novembre. Attualmente, circa 9.300 palestinesi continuano a essere detenuti nelle carceri, tra cui 78 donne, 250 bambini e più di 3.400 detenuti senza accusa o processo secondo il sistema legale militare di detenzione amministrativa.

Thaer Taha, un palestinese sulla quarantina, è stato uno di loro fino allo scorso aprile, quando è stato rilasciato dopo due anni di detenzione amministrativa. Taha è stata arrestata nel maggio 2022 e gli è stato conferito un ordine di detenzione di sei mesi. Il 7 ottobre aveva trascorso quasi un anno e mezzo nelle carceri israeliane…

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martedì 2 gennaio 2024

Perché non possiamo non dirci nazisti

articoli, video, canzoni di Gian Luigi Deiana, Chris Hedges, Munther Isaac, Jeffrey Sachs, David Rovics, Sarah Babiker, Pasquale Pugliese, Costantino Ceoldo, Eusebio Filopatro, Samir Al Quryioti, Amedeo Cottino, Elena Basile, Pino Arlacchi, Francesco Masala, William Van Wagenen, Mike Whitney, Caitlin Johnstone, Rashid Khalidi, Saadi Shirazi, Gideon Levy, Giuliano Marrucci, Alberto Bradanini, Fabrizio Poggi, Laura Tussi, Izzeldin Abuelaish, Refaat Alareer, Alessandro Bianchi, Latuff


mercoledì 16 novembre 2022

Dialoghi sull’anarchia - David Graeber

Il libro è in realtà una raccolta di dialoghi su mille temi, dialoghi fra David Graeber e un terzetto composto da Mehdi Belhaj Kacem, Nika Dubrovsky e Assia Turquier-Zauberman.

Di cosa parlano i quattro è difficile dirlo in poche parole, se non impossibile. Di sicuro si tratta di argomenti che non smettono di essere attuali.

Cito solo alcune righe

“…L’anarchia non è un atteggiamento, non è una visione, non è neanche un insieme di pratiche: è un processo in continuo movimento tra queste tre cose…” (p.31) – non ci sono formule definitive e immutabili

“…negli anni ’60 e ’70 cominciò ad aprirsi un fronte interno di critica dell’antropologia…che affrontava il coinvolgimento della disciplina con il colonialismo, il razzismo e l'imperialismo…” (p.90)   

“…la CIA e il Pentagono si servivano ai propri fini degli antropologi in paesi come il Cile e il Vietnam…Dopo il 2001 scoppiò uno scandalo simile quando si scoprì che l’esercito statiunitense usava gli antropologi durante l’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq (un’impresa coloniale sotto ogni punto di vista)…” (p.91)  - a molti ricercatori, di tutte le discipline, o volontari di certe ONG capita di essere “usati” da qualcuno che muove i fili (penso a Regeni o un film intitolato El perro del hortelano, diretto da Renzo Zanelli).

Si leggerà di Proletkult, che incuriosirà molti, a p.101-102.

Interessanti le regole d’ingaggio della polizia (da pag.208) – si ragiona sul come e il perché le forze dell’ordine trattano i pacifici manifestanti come se fossero efferati terroristi.

 

buona (anarchica) lettura!


QUI la prefazione a ‘Dialoghi sull’anarchia’, di Stefano Boni

 

 

In queste conversazioni, avvenute poco prima della sua prematura scomparsa, Graeber ci lascia un ultimo geniale mosaico del mondo contemporaneo, in cui miscela sapientemente riflessioni politiche, sapere antropologico ed esperienze militanti. In un fitto dialogo attento a ridisegnare una genealogia anarchica che non si esaurisce nella «cultura atlantica», i tre interlocutori interrogano Graeber non tanto sulla storia o i fondamenti del pensiero libertario quanto sull'importanza di uno sguardo anarchico per interpretare il mondo. Ne esce, come sottolinea Stefano Boni, una visione originale – elaborata sul campo da un pensiero-azione in continua trasformazione – che impedisce il formarsi di una teoria «forte» dell'anarchia intesa come destino o identità. Ed è precisamente la forma dialogica, rivendicata da tutti gli interlocutori, la modalità che consente di costruire questa visione non autoriale ma collettiva, l'unica in grado di far emergere pensieri che nessun individuo da solo potrebbe mai avere. E in definitiva, ci dice Graeber, l'anarchia è proprio questo.

da qui


 


mercoledì 12 ottobre 2022

24 ORE PER JULIAN ASSANGE

 


articoli, video e canzoni di Lorenzo Guadagnucci, Fidel Narváez, Patrick Boylan, Lorena Corrias, Linda Maggiori, Fabio Sarzi Amadè, Simone Santi, Jorit, Julian Assange, Germano Boniveri, David Rovics 


Appello per Julian Assange

Julian Assange è un uomo, un giornalista che ha rivelato i crimini e i criminali delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti.

Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti.

Julian Assange rischia di essere  estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere.

Julian Assange ha due figli  piccoli e ha accanto una compagna e avvocata, Stella Assange, che continua a lottare.

Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere.

Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.

Sono sempre più numerose le iniziative per la libertà di Assange e per impedirne la pericolosa estradizione negli USA.

Ti invitiamo a partecipare a un’iniziativa grandiosa che possa far conoscere il suo caso in tutto il pianeta: 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. Il 15 Ottobre sul Pianeta Terra.

Aderisci  a: 24hAssange@proton.me

https://www.24hassange.org/it/appello/


 

24 ore per Assange, un programma variegato e ricchissimo

 

Mancano pochi giorni alla 24 ore per Julian Assange del 15 ottobre e la risposta arrivata da attivisti, poeti, registi, musicisti, pittori, giornalisti, film-makers e politici è entusiasmante. Un chiaro segno che tanta gente in tutto il mondo ha capito che la posta in gioco non è solo la liberazione di un giornalista coraggioso e perseguitato, ma la libertà di stampa e i diritti di ognuno di noi, primo tra tutti quello a essere informati.

Il programma si preannuncia variegato e ricchissimo: sono previsti eventi – presidi, flash mob, concerti, proiezione di film e documentari di approfondimento e denuncia, dibattiti – interviste – tra cui spiccano quella a Noam Chomsky, a Stella Assange, a Fidel Narváez, l’ex console dell’Ecuador che ha accolto Assange nell’ambasciata a Londra e a John Rees, organizzatore della catena umana che l’8 ottobre a Londra ha circondato il Parlamento per chiedere la liberazione del fondatore di Wikileaks – e moltissimi video con canzoni, poesie e performance artistiche. Tutte queste attività avranno uno spazio nella diretta – necessariamente breve, per lasciare posto a tutti – con un collegamento emozionante che mostrerà quel mondo solidale e generoso di cui Julian Assange è un simbolo.

Eventi si svolgeranno in oltre 50 città del mondo. Ecco alcuni esempi. Nel Regno Unito gruppi di attivisti manifesteranno a Piccadilly Circus, a Londra e davanti alla prigione di Belmarsh, dove Julian Assange, appena risultato positivo al covid, è rinchiuso da oltre tre anni, mentre a Manchester si organizzerà un evento artistico. In Australia è previsto un presidio a Sydney, davanti all’ufficio del primo ministro e collegamenti con l’amico di Julian Niraj Lal da Melbourne e con il regista e poeta Kym Staton da Byron Bay. Gli studenti della National Chengchi University di Taipei, a Taiwan, organizzeranno una marcia dal titolo Free Julian Assange. In Spagna sono previsti la proiezione di un film a Barcellona e un presidio nel centro di Madrid. La Francia si unirà con un’iniziativa a Tolosa e il Belgio con un evento a Namur. In Canada un gruppo di attivisti manifesterà davanti al Municipio di Regina, nel Saskatchewan. Dalla Germania arriverà un video della deputata di Die Linke Żaklin Nastić e dal Cile interverrà il deputato umanista Tomás Hirsch, intervistato da Pia Figueroa, condirettrice di Pressenza.

A tutto questo si aggiungeranno moltissime città italiane: parteciperanno attivisti di base, giornalisti come Stefania Maurizi del Fatto Quotidiano, Simona Maggiorelli di Left, Francesca Fornario, Dale Zaccaria, Giuseppe Giulietti della FNSI e Vincenzo Vita di Articolo 21, il vignettista Vauro, l’attore Moni Ovadia, il comico Alessandro Bergonzoni, il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury, il sindaco di Pinerolo, che ha concesso la cittadinanza ad Assange e il medico e attivista Vittorio Agnoletto.

Lanciamo un appello a tutti quelli che hanno contribuito a costruire con entusiasmo e creatività questa maratona per concentrarsi nei prossimi giorni nella sua diffusione, informando e coinvolgendo il maggior numero di persone. Come abbiamo ripetuto fin dall’inizio, solo la pressione dell’opinione pubblica mondiale potrà salvare Julian Assange dall’estradizione negli Stati Uniti, dove lo attendono un processo iniquo e una condanna a vita. Non possiamo permetterlo!

La diretta del 15 ottobre si potrà seguire a partire dalle ore 9 CET sulle piattaforme: Pressenza Italia, Terra Nuova Edizioni su YouTube e Ottolina TV su Twich.

Comitato promotore della 24 ore per Julian Assange

Organizzazioni e testate in ordine alfabetico…

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24 ore per Julian Assange, la pagina facebook: https://www.facebook.com/julianassangelibero/


trova le città dove si manifesta la solidarietà a Julian Assange

https://www.24hassange.org/it/calendario-mappa/

 

 


 

 

24 ORE PER JULIAN ASSANGE. IL 15 OTTOBRE LA GIORNATA INTERNAZIONALE PER LA SUA LIBERAZIONE – Lorenzo Guadagnucci


Dicono che Assange non è un giornalista. Che è una spia. Che ha messo a repentaglio la sicurezza di molti agenti dell’intelligence. Che ha favorito la Russia. Che è antipatico, incontrollabile, irragionevole; forse anche uno stupratore. Dicono che è un criminale e così lo trattano. Lo hanno distrutto. Julian Assange è in carcere in Inghilterra da tre anni, dopo sette anni trascorsi segregato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra;    aspetta d’essere estradato negli Stati Uniti, dove gli apriranno le porte del carcere: dicono che    non andrà sulla sedia elettrica, ma che subirà una pesante condanna, forse addirittura 175 anni di carcere: una pena surreale, degna – anzi indegna – di un caso che non ha nulla di ordinario.

Assange non è un giornalista nel senso classico della professione, ma è l’autore del più importante “colpo” giornalistico dell’ultimo secolo. Con la sua organizzazione, Wikileaks, ha svelato segreti inconfessabili, in testa (ma non solo) i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Afghanistan e Iraq da Stati Uniti e paesi alleati. Dapprincipio è stato sostenuto dalla grande stampa internazionale, alla quale si rivolse per pubblicare i documenti più clamorosi, poi è stato abbandonato e isolato. I media più influenti, le “grandi” firme del giornalismo italiano e internazionale lo hanno disconosciuto con mille scuse, oltretutto inconsistenti, come documentato in un importante libro (“Il potere segreto”, editore Chiarelettere) dalla giornalista italiana Stefania Maurizi. Assange è un perseguitato politico e la sua vicenda mostra in controluce le debolezze e le ipocrisie di un Occidente che afferma valori irrinunciabili e grandiosi princìpi – la supremazia dei diritti umani, la democrazia sostanziale, la piena libertà d’espressione, l’inviolabile stato di diritto – ma sempre meno li pratica.

Assange e Wikileaks hanno messo a nudo la cruda realtà della guerra (infinita) al terrorismo, cominciata con slancio retorico da liberatori, ma portata avanti con la brutalità di ogni guerra moderna, che è sempre – sempre – guerra primariamente contro le popolazioni civili. Le immagini, i file audio, i documenti rivelati da Wikileaks hanno strappato il velo protettivo che ha reso opache le imprese belliche occidentali degli anni Duemila. Oggi sappiamo che non c’è stata alcuna liberazione, alcuna esportazione della democrazia, bensì guerre punitive e di occupazione condotte senza porsi limiti: né la tortura, né gli omicidi mirati, né le rappresaglie, né l’eliminazione fisica senza motivo di persone comuni. Tutto provato. Assange paga per questo, così come stanno pagando altri “traditori” della narrazione occidentale, quali Chelsea Manning e Edward Snowden, a loro volta cittadini e attivisti che non hanno osservato la consegna del silenzio e dell’acquiescenza.

E c’è dell’altro. Julian Assange, nonostante sia stato messo a tacere, è tuttora un faro puntato, con la sua stessa esistenza, sulle miserie del giornalismo contemporaneo. La mancata difesa delle sue ragioni e del suo ruolo storico è un imperdonabile atto di omissione. Non importa se Wikileaks è entrata in conflitto con le testate d’informazione ufficiali, se Assange a un certo punto non è parso più affidabile ai cronisti: la sua azione in favore della libertà d’informazione e    del diritto dei cittadini di sapere resta un punto fermo nella storia del giornalismo e nella storia politica del nostro tempo e perciò il fondatore di Wikileaks andava difeso in tutte le sedi, tempestivamente. Niente del genere è avvenuto e ora Assange è in attesa dell’estradizione negli Stati Uniti, dove sarà processato per    le ragioni più sbagliate di questo mondo, in un paese che un tempo si vantava d’essere la patria del giornalismo indipendente e ora perseguita chi svela scomode verità sul potere: è una nemesi storica che molto dice sui tempi che viviamo. Julian Assange è trattato come un nemico e questo deve darci da pensare: vuol dire che stiamo vivendo una stagione di guerra permanente, combattuta dal potere anche senz’armi, usando altre subdole forme: nella società civile, nel mondo dell’informazione, ovunque si manifestino germi di rifiuto e contestazione. Perciò siamo tutte e tutti in pericolo. Il 15 ottobre si terrà una ventiquattr’ore di lotta in favore di Julian Assange e per la sua liberazione. Anche noi, nel nostro piccolo, grideremo: #freeAssange.

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venerdì 19 agosto 2022

Il premio Pulitzer vada a Julian Assange

 

Joseph Pulitzer, se fosse vivo, andrebbe alla prigione di Belmarsh, per consegnare il suo premio a Julian Assange

 

Joseph Pulitzer scrisse:

«Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non viva della sua segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri». (da qui)

 

è online il sito per sostenere la lotta di Julian Assange

https://www.24hassange.org/

 

Gli USA e l’UK regimi autoritari? Per i sostenitori di Julian Assange, sì – Patrick Boylan

 

Una ragazza di Como rifiuta di essere complice del silenzio dei media sul trattamento disumano inflitto a Julian Assange da parte dell’UK e degli USA; mette in scena, in una piazza centrale della città, la sua protesta contro l’autoritarismo delle due se dicenti democrazie.

 

 

Lorena Corrias, a Como

Cosa si prova a cercare di vivere – seppure all’aria aperta e solo per un tempo limitato – quello che sta subendo Julian Assange, incarcerato nella prigione londinese di Belmarsh dall’11 aprile del 2019 per aver rivelato, da buon giornalista investigativo, i crimini di guerra, i crimini ambientali e i crimini contro i diritti umani commessi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito? Una ragazza di Como ha deciso di provarlo sulla propria pelle, sperando che i passanti si mettano anche loro nei panni di Julian e capiscano in quali condizioni egli è costretto a sopravvivere.

Sono oramai ben 1.220 giorni, infatti, che Assange è stato imprigionato in una cella di isolamento che misura tre metri per due:

§  con una sola ora di aria

§  con sole due visite parentali al mese, di 15 minuti ciascuna,

§  con a disposizione una sola telefonata di pochi minuti al mese e

§  con, in prospettiva, altri 175 anni di carcere duro negli Stati Uniti!

Tutto questo senza che ci sia mai stato un verdetto di condanna nei suoi confronti (se non per una mera infrazione, poi estinta). Un’incarcerazione, pertanto, del tutto arbitraria – come nei peggiori regimi autoritari da cui proprio l’UK e gli USA pretendono distanziarsi.

Si tratta di una mostruosità giuridica che grida vendetta. E per gridarla, la ragazza comasca ha deciso di far vedere pubblicamente ciò che significa stare in una cella come quella di Julian.

Ogni sabato pomeriggio per ben otto mesi, Lorena Corrias disegnerà sul pavimento di Piazza Verdi, di fronte al Teatro Sociale di Como, una cella di 3m x 2m – con un manifesto di Assange che ricopre uno spazio grande come il lettino di Belmarsh – e si siederà lì dalle ore 16 alle ore 18 (in estate), alzandosi solo per distribuire volantini ai passanti. Il Comune le ha concesso di occupare quei  6 metri quadrati di suolo pubblico fino al 25 marzo 2023 e lei ha già iniziato a fare questa sua protesta il 6 agosto scorso.  Ha indossato per l’occasione una tuta arancione che ricorda quella dei prigionieri di Guantanamo (la prigione di Belmarsh, infatti, viene anche designata come “la Guantanamo britannica”)…

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Parlano i familiari di Julian Assange: “È un omicidio a rallentatore” – Iris Paganessi

«Porre fine allo slow-motion murder», ovvero all’omicidio al rallentatore. È con queste parole che la famiglia di Julian Assange ha espresso preoccupazione al governo australiano, dove più di due dozzine di parlamentari, senatori e rappresentanti sono stati informati della situazione legale in corso del fondatore di WikiLeaks.

Il fratello, Gabriel Shipton, e il padre, John Shipton, hanno esortato il parlamento ad intervenire, rendendo la questione «non negoziabile con gli Stati Uniti» e ricordando loro che un mancato intervento segnerebbe la condanna a morte di Assange. Tuttavia, i famigliari non sono riusciti ad ottenere un incontro né con Albanese, Primo ministro australiano, né con il ministro degli Affari esteri, Penny Wong, e nemmeno con il procuratore generale, Mark Dreyfus, nonostante le richieste. Segno di come il governo australiano non abbia intenzione di fare nulla per la libertà del proprio citta

Era maggio quando, in seguito alle elezioni, Albanese aveva affermato che il governo australiano aveva intenzione di portare avanti la “questione Assange” diplomaticamente, ma da allora il caso non ha registrato progressi e Gabriel Shipton si è mostrato molto preoccupato a riguardo: «Sono passati mesi da quando ha detto queste cose e ha affermato che abbastanza è abbastanza, ma quando è abbastanza? Julian è ancora in prigione. È lì da tre anni e non è un criminale condannato.» Il fratello del fondatore di WikiLeaks ha poi continuato: «Gli Stati Uniti, al momento, hanno bisogno delle risorse australiane, se il caso fosse reso non negoziabile, Julian sarebbe qui domani».

Julian Assange, che al momento è detenuto nel Regno Unito, rischia l’estradizione negli Stati Uniti a seguito dell’autorizzazione in tal senso da parte del governo britannico. Se venisse estradato, si troverebbe a dover rispondere di pesanti accuse da parte del governo americano, tra cui quella di spionaggio per aver diffuso documenti militari riservati, e la pena che rischia è addirittura pari a 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza. L’estradizione però non può ancora essere data per scontata, visto che il mese scorso l’istanza di ultimo appello contro la stessa è stata depositata presso l’Alta Corte di Londra dagli avvocati di Assange. Nel caso in cui la richiesta, che riguarda questioni procedurali, fosse accettata, Assange potrebbe sfruttarla in vari gradi di giudizio britannico, fino a giungere alla Corte Suprema. Potrebbe anche decidere di rivolgersi direttamente alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo, ma in quel caso l’ordine di estradizione diverrebbe esecutivo.

da L’Indipendente

da qui