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sabato 10 dicembre 2016

Il mistero dell’intervista scomparsa - Franco Cordero


L'arte docile del giornale
Le premesse remote risalgono a quando scrivevo in «Repubblica». M'aveva invitato Ezio Mauro (novembre 2001): centinaia d'articoli e il Bagutta 2004, sul filo del rasoio perché Divus Berlusco regnava e i cautelosi rabbrividivano, ma non la direi mésaillance se bene o male è durata quindici anni. Due mesi fa esce Rutulia (Quodlibet), dove confluisce largo materiale d'allora. Il «Venerdì» manda qualcuno a intervistarmi, 24 ottobre: non so chi sia, né figura nel folto onomasticon del quotidiano e settimanale; ero sul chi vive, perciò lascio che parli a dirotto sfogliando il libro costellato da scarabocchi. Niente in contrario quando chiedo quesiti scritti. Arrivano e li sciolgo nella stessa forma. L'indomani canta genuflesso (26 ottobre): «Professore, grazie mille»; usciremo l'11 novembre; qualche giorno prima manderà l'intero testo affinché io lo riveda. La formula perentoria smentisce i sospetti ma il séguito rimane nella luna. L'ufficio stampa Quodlibet s'informa presso l'intervistatore: l'hanno spostata al 25 novembre; rinascono i dubbi, più gravi; e quel mattino non ne appare nemmeno l'ombra. Interpellato dall'editore, il predetto racconta un'historiette: le risposte erano nello stile dei miei articoli, quindi «non adatte» all'intervista (mai uditi argomenti simili), sicché lui e il direttore hanno deciso di non pubblicarla; in graziosa vece propongono una recensione. Il verbo “proporre” suona equivoco: l'homo in fabula accondiscenda e sarà benvoluto; altrimenti sibila la frusta recensoria. Forse erano servizi alla Leopolda, i cui adepti temono le lame affilate. Secondo questo canone, l'intervista, genus letterario, è ammissibile in quanto vi coli broda tiepida. Non interessano le opinioni cliniche sulla storia recente d'un paese afflitto da qualche tabe ereditaria.

Tali i fatti, ed ecco l'opus svanito in mano ai maestri stilisti del «Venerdì» (ogni capoverso risponde a uno o più quesiti).

Divus Berlusco regnabat. Ottant'anni gli pesano addosso, senza contare le gaffes accumulate nel quarto di secolo, ma resta temibile. Nello schieramento referendario sceglie “no”: è mossa tattica non sappiamo quanto credibile; niente lo fa supporre rassegnato alla vecchiaia quieta. L'animale biblico Leviathan nuota sott'acqua, sornione, cacciatore inesorabile: inganna le prede; lo servono uccelli parassiti; apre le fauci e gli puliscono i denti mangiando i residui del pasto. Nel caso suo è lacuna utile non avere l'organo pensante, nonché quello dei giudizi morali: risparmia fatica e dubbi tormentosi; operazioni d'istinto gli riescono a meraviglia.

Le «larghe intese» erano l'obiettivo d'una politica quirinalesca d'impronta monarchica, tenacemente perseguìta.
Sarebbe enorme la grazia pretesa dal pirata dopo «l'attentato alla democrazia» che la Corte ha perpetrato applicandogli le norme. Qualche cortigiano ventila «guerra civile» e lascia pochi dubbi la fulminea nota con cui il Quirinale manda lodi al condannato, chiedendo riforme giudiziarie.

L'attuale presidente sta agli antipodi del predecessore. Temporibus illis (giovedì 26 luglio 1990) s'era dimesso con quattro ministri quando l'impudente Andreotti poneva la fiducia sulla legge Mammì, intesa al profitto parassitario d'un Re Lanterna già padrone delle Camere, sebbene non avesse ancora identità politica.

I 101 voti tolti a Prodi nel coup de scène 19 aprile 2013 gonfiano d'euforia l'Olonese: «meno male che Giorgio c'è», canta al microfono e dal complotto notturno nasce un governo a due teste, presieduto da Letta junior, nipote del mellifluo plenipotenziario d'Arcore; il séguito sarebbe diverso se la parola contasse qualcosa nel conclave politicante.

Storia tenebrosa d'una prigionia. Il recluso era Aldo Moro, nel «carcere del popolo». L'hanno rapito le Brigate Rosse abbattendo i cinque della scorta, tamquam non esset. Al Viminale, sotto Francesco Cossiga, tiene banco la P2, ferocemente ostile al sequestrato, fautore d'una cauta apertura al PCI e presidente della Repubblica in pectore. Le messinscene poliziesche durano 55 giorni, incluso lo scandaglio d'un Lago della Duchessa. Dovevano salvarlo. Fallite le ricerche, trattino. Lo Stato non può, dicono rigoristi ignoranti del codice penale (art. 54, stato di necessità). L'introvabile scrive lettere disperatamente lucide, spiegando che delitto sia lasciarlo lì. «Non è più lui», dicono i santoni, nella cui favola il misteriosamente recluso è succubo dei terroristi; muoia com'erano morti i cinque della scorta. I brigatisti hanno l'occasione d'un colpo formidabile (lo suggeriva caritatevolmente Paolo VI), quale sarebbe restituirlo senza contropartite scatenando una crisi nel sistema, ma inviluppati in formule subintellettuali, non sanno risolversi; alla fine l'ammazzano con intuibile sollievo degli «imperialisti» contro cui declamano. Assente il cadavere, Tartufi sanguinari fingono lutto in San Giovanni. Hanno vinto, Andreotti, P2, Cossiga, il quale non cambia mestiere vergognandosi dell'inettitudine: nient'affatto, vola ad sidera; successore d'Andreotti in due governi, presiede il Senato e da Palazzo Madama sale al Quirinale; poi infesta le acque politiche, caso clinico e mina vagante. Che vita rimarrebbe al povero «irriconoscibile» se rapitori con la testa sul collo, senza disegni occulti, l'avessero liberato, guidandolo in salvo perché ormai incuteva paura agli pseudolegalisti eroi sulla pelle altrui? Vita cattiva, da homo sacer, esposto al malanimo pubblico. Eventi simili lasciano segni indelebili nel corpo sociale. L'Italia esce marchiata come paese infetto.

Che l'antiberlusconismo «non conduca da nessuna parte» e Sua Maestà d'Arcore sia idoneo al cursus honorum, era giaculatoria corrente nel Pd: Enrico Letta riteneva fattibile una «piccola legge» immunitaria che lo liberasse dalle rogne penali; Neapolitanus Rex s'era immischiato nell'invalido privilegio; e fin dalla XIII legislatura oligarchi postcomunisti garantivano Mediaset. Non s'è mai parlato sul serio del conflitto d'interessi.
Enrico Letta difendeva con le unghie l'innaturale premiership costruita dal Colle sull'asse berlusconoide Pd-Pdl: l'unico possibile, salmodiavano cercatori d'ingaggio; la «ripresa» è dietro l'angolo ma svanisce se il governo cade (dopo quattro anni l'aspettiamo ancora). Reduce dal Golfo Persico, vantava 500 milioni lasciati cadere nel cappello dagli Emiri. In via Arenula custodiva i sigilli l'ex prefetto Anna Maria Cancellieri, cara al Colle e puntuale nel sostegno della famiglia Ligresti. Eventi esterni rompono l'immobilità verbosa.

Il fattore dirompente è l'uomo nuovo, la cui apparizione spariglia i conti: ha stravinto le primarie, infliggendo un avvilente 68% contro 18% alla vecchia guardia; la segreteria del partito era obiettivo preliminare; punta all'en plein quando siano riaperte le urne. I conoscitori lo descrivono animal politicum dalle rotte sicure: boy scout, campione d'un concorso televisivo (Canale 5), presidente della provincia, sindaco fiorentino. La mainmise sul Pd svela un cuculo rapace. Nelle immagini dagli schermi pedala bardato in bicicletta. Non incarna l'icona perfetta e volano sospetti ma i gerarchi sconfitti non offrono soluzioni raccomandabili. Ovvio che l'aborrano: è titolo a suo favore; avevano mani in pasta nelle «larghe intese». Va colpita l'immagine d'innovatore. L'offerta avvelenata è una premiership che l'abbindoli nel marasma: l'equivoca maggioranza gl'inibirebbe ogni serio tentativo; sono maestri nell'arte del tagliare teste. Napolitano spranga l'unica via negando lo scioglimento delle Camere: resti vivo l'esecutivo inerte; e loda chi lo presiede.
Lo sottovalutavano: in scena appare «veloce» (un Filippo Tommaso Marinetti senza insegna letteraria); è scaltro, insonne, famelico, ingordo, sicuro d'essere predestinato, molto pragmatico, pronto a muoversi in ogni verso. I suoi mondi mentali ignorano le ideologie. L'evanescente Letta apriva larghi spazi, ormai derelitto dal Quirinale, sicché una lieve spinta lo manda ai pesci. Agl'italiani piacciono i numeri da palcoscenico e i notabili Pd hanno poco appeal. Così ribalta le prospettive seminandosi un futuro nell'area postberlusconiana dalla quale l'adocchiano (gli elettori, non i gerarchi, spaventati dal concorrente). Nessuno lo supera come possibile erede del monarca logoro. Figura, gesti, parola, egotismi lo candidano al «partito nazionale». Saltano all'occhio due precedenti. Nella Roma medievale orfana del papa inscena mirabilia l'omonimo giovane notaio latinista, Nicola, abbreviato in Cola, figlio dell'oste Rienzi: s'è qualificato Spiritus Sancti miles, liberator Urbis, et cetera; sfoderata la spada in San Giovanni, taglia il mondo in tre fette, esclamando ogni volta «è mia» (1 agosto 1347). Ed è ancora giovane l'oratore imperioso Benito Mussolini, presidente del consiglio dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Non nominiamo Savonarola, il cui pathos tragico è assente nel fiorentino a Palazzo Chigi.

S'è identificato con l'Italia e racconta che la salus Rei publicae stia nel sì al referendum. Se il colpo gli riuscisse, sommando riforma costituzionale e Italicum o norme elettorali equivalenti avremmo in sella l'uomo che decide. Non è prospettiva consolante perché le sventure italiane dipendono da un malaffare economico nel quale l'eredità berlusconiana impedisce ogni serio intervento repressivo (vedi come lobbies industriose sabotino la raccolta delle prove).

p.s.
Sic stabant res domenica mattina 4 dicembre, quando gli uffici elettorali aprono le urne. Davano favorito l'uomo in sella: partito con un handicap, appariva irresistibile; aveva dalla sua organi influenti sull'opinione pubblica. Politici più o meno rusés scioglievano le riserve schierandosi. I conti notturni li deludono: quel referendum somigliava al gesto con cui l'omonimo notaio romano tagliava il mondo in tre fette aggiudicandosele; e lo sconfitto subisce la rovinosa percentuale che quattro anni fa aveva inflitto agli avversari nelle primarie. Stavolta è fallita l'ipnosi, ricorrente nella storia italiana. Bene ma l'orizzonte resta buio, data l'eterogenea motivazione dei «no»: vi figura l'Olonese; sbocceranno «larghe intese», i cui retroscena alimentano cronico illegalismo (vedi banche svaligiate et cetera); e finché la corruzione succhi miliardi, saremo bel paese depresso. L'unica terapia pensabile è un'effettiva legalità.

martedì 6 dicembre 2016

Renzi, me ne vado ma torno, appunti sul post-referendum - bortocal


Ma non doveva non solo dimettersi ma lasciare la politica?
E invece rieccolo.
Totalmente inattendibile, totalmente bugiardo, totalmente incapace di capire che la prima qualità di un politico è o dovrebbe essere la trasparenza verso gli elettori.
A proposito. Qualcuno ha notato che l’Agnese, la moglie di Renzi, assomiglia sempre di più alla moglie di Fantozzi?
Solo per segnalarci che anche il marito in fondo è fantozziano?
. . .
1. Renzi ha perso, ma ha anche vinto. Lo dicevo ieri in un post veloce e un poco criptico, e raccomandavo di non farglielo sapere. Ma il ragazzo ci è arrivato da sé.
Dico anzi che è  la seconda vittoria di Renzi, dopo le europee del 2014, e più  grande.
Lì aveva avuto il 41% del 50% circa dei votanti o poco più,  in fondo un’inezia e costruita con gli 80 euro, sai che risultato.
Qui ha avuto il 41% del 70% dei votanti e su un tema alquanto astratto. Non solo i voti sono di più, ma ha motivato la sua base, anche se con un discorso palesemente farlocco, quello della modernizzazione e della velocità.
Vallo a spiegare che la modernizzazione renzina è  la DC trasformata in  un incubo, e che per la sua politica mancano le basi economiche.
E che il culto della velocità  è  futurista, quindi un pochino fascisteggiante.
Come la rottamazione e il culto della giovinezza del resto, o eterno mussolinismo latente in Italia.
Da aggiungere ancora che questa volta i voti Renzi li ha avuti senza la sinistra Demokrat.
Insomma, da un certo punto di vista un trionfo addirittura.
Il partito di Renzi è nato col referendum e rischia di essere il più forte d’Italia. Anche se non tutti i si al referendum sarebbero poi si anche al partito di Renzi.
. . .
Ma la storia e i media sono ingiusti e bugiardi.
A proposito, avete visto che catastrofe per i mercati la vittoria del NO? Meno 0,2% alla borsa. E io credo che se avesse vinto Renzi sarebbe andata peggio.
e quindi niente di strano se il falso trionfo delle europee è sui media un trionfo intero e il mezzo trionfo vero di oggi è una sonora batosta.
Come mai? Ma la colpa è  soltanto di Renzi.
Renzi non è  un politico vero, è  un giocatore d’azzardo. Ha impostato il referendum sul Renzi contro tutti.
DOVEVA perderlo. Era sbagliato lo strumento.
Adesso rilancia, o vorrebbe rilanciare, se glielo lasceranno fare.
Di nuovo Renzi contro tutti, ma alle politiche questa volta.
E qui il gioco gli potrebbe riuscire sul piano del consenso.
Anche grazie a qualche trucco elettorale.
. . .
Ma non gli può riuscire sul piano dei poteri reali, direi io.
Il suo mentore principale, Marchionne, ha le sue gatte da pelare ora che l’elezione di Trump lo sta mettendo fuori gioco.
Il debito strangola il paese reale e Renzi ha continuato a crescerlo con risultati nulli perché  ha distribuito soldi in funzione del consenso e non del rilancio produttivo.
L’Europa ovviamente se ne preoccupa. All’interno della linea politica di destra che la guida attualmente è dunque favorevole a Renzi, ma non può sostenere fin in fondo una linea di scelte suicide che rischia di pagare anche lei.
Insomma, nonostante tutto la vedo male per l’azzardo di Renzi.
. . .
2. Renzi ora vuole le elezioni subito.
Con l’Italicum, che aveva appena promesso di rottamare.
A Cuperlo, o Cu-pirla, piuttosto.
Bravo, bravissimo, Renzi.
Anche Grillo vuole lo stesso adesso. Anche lui non ha ancora finito di parlare di proporzionale che si è  precipitato sulle elezioni comunque. Anche con un italicum  palesemente incostituzionale come il porcellum.
E io, non ho sempre sostenuto che le elezioni andavano fatte su io dopo la sentenza del gennaio 2014 che dichiarava illegittimo il parlamento eletto con il Porcellum? Che cosa è  cambiato?
. . .
È  cambiato che le elezioni nel marzo 2014 si sarebbero fatte con la legge elettoralee costituzionale che sarebbe risultata dalla sentenza della Corte, oggi si farebbe con la legge truffaldina fatta da Renzi a immagine e somiglianza del Porcellum.
Quindi le elezioni con questa legge NO è poi NO, per dio!
Siamo tornati indietro di due caselle, al gennaio 2014 esatto, di due anni persi con Renzi, nel gioco dell’Oca che ha imposto al paese (e non sto parlando della Boschi, adesso).
Occorre aspettare la sentenza della Corte Costituzionale a gennaio, vedere se esce una legge elettorale di risulta, e poi davvero andare a votare subito dopo.
. . .
Ma il Senato? Il Senato che resta, che dà la fiducia e per il quale Renzi lo sprovveduto non ha fatto legge elettorale, tanto era sicuro che gli italiani bamba avrebbero votato per abolirè quello elettivo?
(a proposito, e come la mettiamo con le province, ora che sono rimaste in Costituzione e Renzi le ha già  abolite di fatto?)
Ma è proprio l’errore marchiano di non avere fatto legge elettorale per il Senato che ci salva!
Il Senato non darà la maggioranza alla minoranza più  forte, come la Camera di Berlusconi (porcellum) e quella di Renzi (italicum).
Aberrazione della democrazia.
Il Senato costringerà i partiti politici a trovare un accordo che rappresenti davvero la maggioranza o almeno quasi degli elettori.
. . .
Sarà la maggioranza di un accordo tra Berlusconi e Renzi?
Possibile.
Oppure quella di una desistenza sotto traccia fra Grillo e Salvini-Meloni che porti al potere i Cinque Stelle?
Possibile anche questo, e in nessuno dei due casi siamo messi molto bene.
Oppure il paese comincerà  a fare un bagno di realtà  è troverà un nuovo leader con la testa sulle spalle?
Vedremo, a ogni giorno la sua pena.
. . .
Per ora qualcuno fermi Renzi, anche con la camicia di forza, se occorre.
Abbiamo una finanziaria da fare e l’Unione Europea chiede giustamente di rivedere quella demenziale proposta da Renzi.
E una legge elettorale da rifare, se la Corte Costituzionale deciderà cosi’.
Ha da passa’ a’ nottata…
Una nottata che si chiama Renzi.
Ma non illudiamo che sia già passata.

venerdì 2 dicembre 2016

qualcuno scriverà NO (senza essere di destra)

Il 4 dicembre voterò no alla modifica costituzionale, perché è un regalo al mondo degli affari contro i cittadini. L’impegno di banche, assicurazioni, multinazionali e delle loro rappresentanze, per convincerci ad accettarla, né è una riprova. - Francesco Gesualdi (da qui)

Pur di votare No mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti. - Andrea Camilleri (da qui)

Per mettere mano a modifiche della Costituzione si dovrebbe aspettare il prossimo rinnovo del Parlamento e un prossimo governo che affermi nel suo programma elettorale di volerla cambiare. Allora avrebbe titolo, mentre questo in carica: no.
Il riformismo un tempo aveva una tradizione e un progetto ideale. Opponeva alle rivoluzioni del 1900 una via diversa per raggiungere traguardi di uguaglianza. I riformisti sapevano fare le riforme.
Oggi la utile e ben intenzionata riforma della pubblica amministrazione è stata appena cancellata dalla Corte Costituzionale. Evidentemente era male impostata. Se ne ricava che oggi i riformisti non sanno scrivere le riforme. Se ne ricava che questo governo in carica non ha titolo per usare la parola riforma per le trasformazioni della Carta Costituzionale. - Erri De Luca (da qui)


non facciamoci incantare dal ritornello sul cambiamento a sostegno del Sì. Come accaduto per «riforma», parole che avevano un valore positivo si sono trasformate da tempo nel loro contrario. Il cambiamento d’altronde non è un valore in sé, bisogna sempre verificare se si tratta davvero di un miglioramento. La Restaurazione o la conquista del potere da parte di Hitler o dei talebani rappresentarono certamente dei cambiamenti, ma difficilmente qualcuno li considera come dei progressi. Sono almeno venticinque anni che in Italia in nome del cambiamento si torna indietro. - Maurizio Acerbo (da qui)

Tutto quello che il governo Renzi ci ha raccontato della sua controriforma è falso - Alessandra Daniele
“Questa riforma supera il bicameralismo”.
Falso.
Il Senato non viene abolito, ma trasformato in una lobby dalle competenze arbitrarie, e dai componenti non più eletti dai cittadini, ma nominati dai partiti…(continua qui)

Il mio cammino personale è al termine, e dunque non ho nulla da temere ma temo per questi giovani di oggi. Altro che lavoro come diritto, salario dignitoso, istruzione elevata. E il rischio, in tanta frustrazione, è la possibilità che vengano cacciati in nuove avventure. Ho negli occhi le manifestazioni giovanili per la guerra in Germania e in Italia nel 39 e nel 40, pagate poi con la catastrofe loro e di tutti. Le organizzavano i fascisti, ma trascinavano i molti. E non credo eccessivo l’allarme quando al fanatismo della setta dell’ISIS si risponde con il fanatismo antimusulmano nelle manifestazioni con Trump. O con il fanatismo antiimmigrati di certi ceffi nostrani o di quel paesino di una terra che fu rossa.

Sono solo i sintomi piccoli e grandi di una malattia che si aggrava. Mai come oggi è necessario il massimo di garanzie. Salvare la Costituzione è indispensabile, anche se non basta. Si dice che chi difende la Costituzione è un passatista. E lo dicono questi nuovisti che hanno combinato solo guai. L’attacco alla Costituzione è in realtà una volontà di ritorno al passato, quando chi comandava era sicuro di non essere disturbato. Oggi dire di no è il migliore modo di dire di sì all’avvenire, è l’unico modo di tenere aperta le porte alla speranza. - Aldo Tortorella (da qui)

In Italia due giovani su cinque sono disoccupati; il Prodotto interno lordo (Pil) sta a mala pena recuperando il livello di 15 anni fa (a prezzi costanti); i nuovi iscritti all’università sono diminuiti del 20% dal 2004 al 2015 (da 335 a 270.000 immatricolazioni); rispetto al Pil i fondi per la ricerca e l’innovazione sono meno della metà di quelli tedeschi e austriaci e quasi un terzo di quelli svedesi e finlandesi; l’analfabetismo di ritorno cresce; il paese si deindustrializza; la produttività per lavoratore diminuisce; la corruzione si mangia 60 miliardi di euro l’anno secondo le stime più prudenti, mentre l’evasione fiscale ne fa sparire 90 miliardi; per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale la speranza di vita degli italiani non si allunga ma si accorcia.
In questo panorama, il sistema politico disquisisce da più di un anno sulla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 4 dicembre. Nessuno dei drammatici problemi che ho appena elencato è affrontato da questa riforma, né è immaginabile che la modifica della natura di uno dei due rami del parlamento (perché è questa natura che viene “riformata”) possa prendere di petto i problemi del malgoverno e del declino italiano.
Eppure nella stampa e nella radiotelevisione degli altri paesi europei (con la notevole eccezione del settimanale britannico The Economist) questo referendum è visto come una scadenza decisiva, addirittura come un rito di passaggio, allo stesso titolo, e con la stessa rilevanza per i destini dell’Europa, del voto sul Brexit inglese o delle elezioni presidenziali francesi nella prossima primavera. Il primo mistero da spiegare è proprio questo: la rilevanza epocale attribuita a un voto tutto sommato pretestuoso. È come se mass media e cancellerie europee stessero prendendo una cantonata, questa sì epocale. Intanto fraintendono la natura del voto. Non c’è da un lato un voto “di sistema” e dall’altro un voto “populista”, a meno di non ritenere che più dei due terzi del parlamento italiano siano eletti da cittadini “populisti”. Il No alla riforma costituzionale può vincere e non succederà un bel nulla: gli italiani, contrariamente a quanto si vuol fare credere, non voteranno sull’Italexit. Per cui colpisce fuori dal vaso la “campagna panico” che i grandi poteri finanziari stanno conducendo, con Wall Street Journal  e Financial Times che predicono catastrofi indicibili, uscita dall’euro, crollo del sistema finanziario, in caso di vittoria del No. L’idea di vincere minacciando future apocalissi si è già dimostrata un errore nel caso del Brexit, ma è del tutto fuori luogo per questo referendum italiano in cui la posta in gioco non riguarda affatto l’economia. Come scrive l’Economist, “gli italiani non dovrebbero esser sottoposti a ricatto”.
Il misunderstanding dell’Italia ha una lunga storia all’estero. Prendiamo il radicato luogo comune secondo cui il sistema politico italiano sarebbe instabile. Questo stereotipo sarebbe dimostrato dai 52 diversi governi che si sono succeduti dal 1946 (quando fu fondata la repubblica) fino al 1994. Ma in realtà questi 52 governi hanno mantenuto al potere sempre lo stesso partito, la Democrazia cristiana; e i vari cambiamenti di governo consistevano solo in un via vai degli stessi uomini da una poltrona all’altra, tanto che vi furono ben otto governi presieduti da Alcide De Gasperi, mentre Aldo Moro, Giulio Andreotti e Mariano Rumor ne presiedettero ognuno cinque e Amintore Fanfani quattro. Da questo punto di vista si può dire che nessun sistema politico europeo è stato tanto stabile quanto quello italiano: in nessun altro paese infatti il potere è stato detenuto da uno stesso partito ininterrottamente per tutta la guerra fredda (solo il Giappone ha conosciuto un destino uguale).
Un altro fattore d’incomprensione è la magica parola “semplificazione”, secondo cui la democrazia (come l’eguaglianza sociale) sarebbe intrinsecamente inefficiente. È un’idea che risale a un celebre rapporto del 1975 redatto da Samuel Huntington (quello dello “scontro di civiltà”), e commissionato dalla Commissione Trilateral. C’è soggiacente una visione militaresca del modo di funzionare delle società, che però non ha alcun fondamento (si sono viste democrazie e dittature sia efficienti che inefficienti), ma è una sorta di utopia disciplinare in cui tutto il mondo è riplasmato a immagine e somiglianza dell’industrioso e docile popolo di Singapore. In questa chiave, la riforma costituzionale sottoposta a referendum sarebbe il fattore che semplifica il sistema politico italiano permettendo decisioni rapide ed efficienti, approvando le leggi con maggiore snellezza. Però così si dimentica che è con la costituzione esistente che l’Italia ha conosciuto negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso i decenni di maggiore crescita economica, un vero e proprio boom che non parve affatto frenato dalla “democraticità” del sistema politico.
Non solo, ma contrariamente al luogo comune, il parlamento italiano approva troppe leggi, è afflitto da un eccesso di efficienza legislatrice, per cui poi i cittadini devono imparare a fare lo slalom o il surf fra una miriade di leggi e leggine spesso in contraddizione tra di loro, gonfiando a dismisura l’apparato giudiziario fino a ridurlo alla quasi paralisi: una causa civile nei suoi tre gradi dura in media 8 anni e 7 mesi, e l’Italia è al 157° posto (su 183 paesi) per la durata dei procedimenti e per l’inefficienza della giustizia, preceduta da Togo, Isole Comore, Indonesia e Kosovo. 
Se le cose stanno così, ci si chiede come mai, negli ultimi due anni l’attuale governo presieduto da Matteo Renzi abbia trascurato tutte le questioni vitali per il paese e si sia concentrato solo sulla riforma costituzionale, accompagnata da quella elettorale. Da quando c’è Renzi, la lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’agenda politica del governo, proprio come ai bei tempi di Silvio Berlusconi: e proprio come lui, anche Renzi ha sbandierato agli elettori creduloni il miraggio del ponte sullo stretto di Messina. Il fatto è che la quasi abolizione del Senato va pensata insieme alla riforma del sistema elettorale, riforma grazie alla quale, visto il tasso di astensione che ormai si aggira regolarmente sul 35 %, basterà a un partito ottenere il consenso del 17-20 % degli elettori italiani per detenere il 54 % dei seggi di un parlamento le cui candidature sono decise a tavolino da una opaca leadership partitica.

Contrariamente a quel che sostengono Wall Street Journal e Financial Times, ma anche Deutschland Funk, una delle ragioni che spingono a votare No a questo referendum è che se vincesse il Sì, basterebbe a un partito “populista” raggiungere il 25-30% dei voti espressi per esercitare un potere quasi assoluto. Come ha scritto l’Economist, di uomini forti l’Italia ne ha avuti anche troppi (e il regime mussoliniano non fu particolarmente efficiente, anche se si vantava, a torto, di far arrivare i treni in orario). - Marco D'Eramo

giovedì 1 dicembre 2016

Siamo in trappola. Cosa possiamo fare? - Franco Berardi Bifo


Non so a voi ma a me questo referendum mi dà un po’ di angoscia senza esagerare, intendiamoci. La vita mi sorride abbastanza, ma un po’ di angoscia questo referendum me la dà. Le ragioni sono molteplici e cerco di raccontar(me)le. I miei amici litigano fra loro astiosamente, si arriva al punto che qualcuno cancella da Facebook quelli che votano sì, o quelli che votano no. Potrei anche sopportarlo, se si trattasse di una disputa che davvero ci riguarda. Che ne so, se qualcuno votasse a favore del licenziamento degli operai dissenzienti di Pomigliano, se qualcuno votasse a favore della guerra di George Bush e Dick Cheney, beh allora d’accordo, io con un tipo così non ci voglio aver nulla a che fare, che vada a farsi fottere.
Ma qui mi pare che siamo tanto rissosi per la semplice ragione che siamo insicuri, non crediamo davvero a questo referendum a questo sì e a questo no, perciò alziamo tanto la voce, e ci ripetiamo che la costituzione non si tocca oppure che bisogna toccarla eccome.
Chi (come me) vota No non può non sapere che sta votando come Gianfranco Fini, e che se il No è maggioritario si va presto a nuove elezioni in un clima drammatico di collasso finanziario in cui vincitori probabili saranno razzisti ininterrotti come Salvini o razzisti a giorni alterni come Grillo. Chi vota Si non può non sapere che sta rafforzando il potere di un ammiratore di Tony Blair, criminale di guerra, e sta rafforzando il governo del voucher, non può non sapere che una riforma della costituzione non dovrebbe assolutamente essere varata da un governo che non è stato eletto da nessuno, e non può essere imposta alla metà del corpo elettorale.
Chi vota sì non può non sapere che una riforma costituzionale di questo genere spacca per sempre il paese, senza speranza di tornare indietro.
Il fatto è che questo referendum è una trappola costruita da un furbetto che era convinto di stravincere e avere poi tutto il potere con cui asfaltare del tutto i diritti dei lavoratori. Ma siccome il furbetto non è poi così intelligente come fa finta di essere ha fatto male i conti e a un certo punto si è reso conto che non siamo tutti come Letta a cui si può dire “Enrico stai sereno” che ti frego il posto appena ti volti. Una buona parte della popolazione ha deciso di non aspettare serenamente, e di votare no.
I contenuti di questa riforma sono risibili dal punto di vista specificamente costituzionale: nessuno può pensare davvero che il bicameralismo è il problema principale di un paese in cui gli studenti che vogliono studiare vanno all’estero, nessuno può credere che il risparmio di qualche spicciolo per i senatori sarà decisivo per le sorti economiche di un paese che ha perduto un quarto del sistema industriale negli ultimi dieci anni a causa del Fiscal compact e del debito che più lo paghi e più cresce. Questa riforma costituzionale miserella serviva nelle intenzioni del furbetto a sbaragliare ogni opposizione alla riforma vera, che è la riforma interminabile del mercato del lavoro, la privatizzazione infinita l’impoverimento illimitato della società (su questo tema vale la pena rileggere Come pensa la classe dominante di Raúl Zibechi, ndr).
Purtroppo il referendum è una trappola che scatterà in ogni caso. Se vince il sì la società è sbaragliata, e Marchionne ha vinto per sempre. Se vince il No si spalanca un abisso di instabilità finanziaria e politica. Ma se ci penso meglio poi mi rendo conto del fatto che se invece vince il sì l’abisso è solo rimandato di qualche mese, e in qualche mese lo spostamento a destra dell’elettorato è destinato ad accentuarsi.
È meglio saperlo, è meglio dirlo, invece di alzare la voce e cancellare gli amici. Siamo in una trappola, e la sola cosa che possiamo fare è impedire la (provvisoria) stabilizzazione del governo di un tizio che ammira il criminale di guerra Tony Blair e lo schiavista Marchionne.
Siamo in una trappola, e la sola cosa che possiamo fare è prepararci in ogni caso al peggio, e lavorare a un lungo periodo di ricostruzione della prospettiva europeista e anti-finanzista.
Siamo in una trappola, e la sola cosa che possiamo fare è non comportarci come i polli di Renzo Tramaglino, evitare di rompere amicizie in nome di una sconfitta in ogni caso assicurata.
L’inimicizia tra sconfitti (e lo siamo tutti, in ogni caso) è la peggiore delle cretinate.

mercoledì 30 novembre 2016

Quattro ragioni per gridare No - Francesco Gesualdi


Il 4 dicembre voterò no alla modifica costituzionale, perché è un regalo al mondo degli affari contro i cittadini. L’impegno di banche, assicurazioni, multinazionali e delle loro rappresentanze, per convincerci ad accettarla, né è una riprova.

In sintesi ecco le ragioni per cui a me non piace per niente e a loro, invece, piace così tanto:

Accresce il potere delle lobby. 
La riforma espropria le regioni di importanti competenze economiche, fra cui le grandi opere e la produzione energetica, per portarle sotto controllo statale. In conclusione per ottenere provvedimenti favorevoli ai propri affari, le grandi industrie di costruzioni e di estrazione energetica, non avranno più da fare anticamera in 20 regioni diverse, ma presso un unico ufficio: quello di Palazzo Chigi. Un unico organismo si condiziona sempre meglio di 20, specie se i partiti che ci stanno dietro sono già sotto scacco perché vivono di contributi elargiti dalle imprese.

Velocizza le leggi al servizio degli affari. 
Salvo poche eccezioni, la riforma riserva il potere legislativo alla sola Camera dei deputati. Il senato ha solo facoltà di commento. In un momento di grandi trasformazioni tecnologiche, le imprese hanno bisogno di rapidi passaggi legislativi per adeguare le norme alla tecnologia che avanza. Del resto la litania la conosciamo: la riforma è per la crescita. Serve, cioè, per creare un contesto attraente per le imprese. E oltre alle riforme per abbattere salari, diritti dei lavoratori, imposte sui profitti, servono leggi rapide per consentire l’uso di tecnologie che rompono con abitudini radicate, con profonde convinzioni morali, con una certa idea di sicurezza, con i rapporti interpersonali. Alcuni esempi sono l’uso dei robot in ambito produttivo e civile, il ricorso sempre più esteso alla bioingegnieria e alla procreazione artificiale, la circolazione dei droni a fini commerciali, le questioni legate a internet. In un contesto tanto amichevole per loro, a destra come a sinistra, le imprese non hanno nessuna difficoltà a fare inserire i loro desiderata nei programmi di governo e garantire automaticamente una corsia di approvazione privilegiata ai loro provvedimenti. Lo stabilisce la norma sul voto a data certa. Ma oltre a nuove regole per l’adozione di nuove tecnologie, le imprese hanno anche bisogno di approvazioni celeri dei trattati internazionali, che ormai si stipulano quasi esclusivamente per creare mercati più vasti e tutelare l’interesse delle imprese contro le leggi che pongono divieti agli affari in nome della salute e dell’ambiente. L’esclusione del Senato dalla ratifica dei trattati internazionali oltre a essere una garanzia di celerità, riduce i rischi di bocciature.

Ignora le peculiarità locali per garantire contesti legislativi uniformi a livello nazionale. 
Riducendo i livelli regionali a meri amministratori di politiche decise a livello statale, la riforma risponde a un’esigenza di fondo delle imprese che è quello dell’omologazione legislativa. Per le imprese è strategico disporre di un unico mercato con uniche regole perché la pluralità di regole, diversificate per territorio, le costringe a una pluralità di strategie produttive, sociali, fiscali, amministrative, che significano aumento di personale e quindi di costi. E’ significativo che anche la sicurezza sul lavoro sia stata riportata sotto controllo statale. Le imprese sognano un mondo con le stesse regole sanitarie, ambientali, sociali, in modo da standardizzare al massimo la produzione e le procedure amministrative. La standardizzazione abbatte i costi, la diversificazione li accresce. In base a questo principio i panini di McDonald’s sono gli stessi da un capo all’altro del mondo. Non a caso le imprese spingono per trattati internazionali che armonizzano le legislazioni nei paesi firmatari, esattamente come vorrebbero fare con il TTIP. La riforma costituzionale è un passo in questa direzione eliminando le diversificazioni in ambito nazionale.

Rende più difficile la partecipazione e la resistenza popolare. 
Lo dimostra la decisione di sottrarre il senato al voto popolare e di riportare un numero crescenti di competenze dalla periferia al centro. Più i centri decisionali si allontano dai territori, più diventa difficile organizzare il controllo e la pressione popolare per opporsi ai provvedimenti dannosi da un punto di vista sociale, sanitario, ambientale. Del resto “la licenza di protestare se vengono proposte modifiche sgradite dello status quo” è uno dei punti che JP Morgan ha messo sotto accusa nel documento del maggio 2013. Ed ecco la richiesta ai paesi del Sud Europa di sbarazzarsi di costituzioni socialisteggianti se vogliono attrarre gli investimenti. Ma a questo punto una domanda si pone: a che serve attrarre investimenti per ottenere nuovi posti di lavoro se dobbiamo pagarli al prezzo della vita e della libertà?

martedì 29 novembre 2016

I motivi del mio NO al Referendum - Carlo Soricelli


Come curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro e metalmeccanico in pensione volevo spiegare a chi mi conosce e apprezza il mio lavoro volontario dei motivi del mio No al Referendum.
Alcuni sono proprio sul referendum. Il primo motivo è la legge chiamata Italicum, che da un premio di maggioranza incredibile a chi prende più voti.
Se un partito prende anche solo il 25% dei voti ma è quello con più voti prende la maggioranza assoluta dei seggi. Immaginate il partito più lontano da voi, quello che tramate al pensiero che possa prendere il potere, e che questo con la sua maggioranza possa addirittura fare leggi per distruggere l’unità del Paese e che attraverso questa maggioranza elegge senatori, il Presidente della Repubblica, i membri della Corte Costituzionale ecc. Verrà modificato in casa del vittoria del Si? Io non posso non ricordarmi di “un stai sereno” riferito all’allora primo ministro Letta. Tantissimi italiani non verrebbero così rappresentati in Parlamento. Secondo motivo il Senato non viene abolito come in tanti auspicavano, ma viene tolta solo la possibilità che i senatori siano eletti dai cittadini, visto che i senatori verrebbero di fatto nominati dai partiti politici. Il Senato esiste già dai tempi dell’antica Roma e già 2000 anni fa le classi meno abbiente eleggevano direttamente i loro senatori. Tra l’altro il risparmio con questa riforma è irrisorio, visto che tutta la struttura burocratica del Senato rimane. Già questi motivi basterebbero per votare No.
Come curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro posso affermare, senza temere smentite che la maggioranza dei morti sul lavoro in questi nove anni di monitoraggio sono nelle piccole aziende, tra gli agricoltori, gli artigiani e le Partite Iva. Quasi inesistenti nelle aziende dove il Sindacato è presente. Il disinteresse del Governo Renzi verso queste tragedie è stato totale, se pur avvertiti con mail fin dall’insediamento della strage di agricoltori schiacciati dal trattore delle imminenti stragi che si verificano puntuali ogni anno, non è mai stata spesa una parola di Solidarietà e neppure di interventi mirati per far diminuire questa carneficina. Da quando si sono insediati il Primo Ministro Renzi, il Ministro del Lavoro Poletti e quello delle Politiche Agricole Martina i morti schiacciati dal trattore sono stati oltre 400, un numero pazzesco se pensiamo che sono vite umane perse di tutte le età. Twittano su tutto, ma mai sentito niente sui lavoratori che l’anno scorso sono morti numerosissimi, con un incremento anche rispetto al 2008, anno d’apertura dell’Osservatorio.
Ma quello che più mi ha inquietato di questo governo è stato il Jobs act. Nulla di più nefasto di questa legge per i lavoratori dipendenti che di fatto diventano tutti precari, sia i nuovi assunti che quelli che continuano a mantenere l’articolo 18. Ne spiego i motivi. Senza l’articolo 18, si limita di fatto la libera iscrizione a un sindacato che non sia al servizio delle aziende. E questo basta poco a capirlo, chi avrà il coraggio di iscriversi a un sindacato scomodo se con una scusa (ma anche senza) può essere licenziato? Crolleranno le iscrizioni al sindacato e con questo la possibilità per i lavoratori di dire la loro opinione sull’organizzazione aziendale, sulla Sicurezza, su un’ingiustizia subita, sui salari che crolleranno.  Insomma senza l’articolo 18 i lavoratori sono alla mercé di ogni tipo di angheria. Ci sono anche ottimi imprenditori e qui a Bologna ce ne sono tanti, ma ce ne sono almeno altrettanti che approfitteranno di questa libertà di “fare” per imporre tutto quello che vogliono. Io lavoravo prima dell’introduzione dello Statuto dei Lavoratori e potrei raccontarne tantissime su questo arbitrio che c’era sui luoghi di lavoro. Le prossime vittime del Jobs act saranno i lavoratori non indispensabili assunti a tempo indeterminato, in caso di crisi, vera o creata appositamente. Saranno loro a essere licenziati per poi essere rimpiazzati da lavoratori senza più l’articolo 18. Se poi io fossi un Dipendente Pubblico non dormirei sonni tranquilli su questo fronte. Con la vincita del Si questo governo si spingerà oltre e la possibilità d’introduzione del jobs act anche per questi lavoratori sarà nella logica delle cose.
Si, spero proprio che questo governo cada, che questo Parlamento dominato da lobby di ogni tipo vada a casa, che si vada finalmente alle elezioni sperando che i lavoratori dipendenti e pensionati si accorgano finalmente che in parlamento non hanno nessuno che li rappresenti e li tuteli, che in questi ultimi vent’anni hanno votato partiti e parlamentari che non hanno mai difeso i loro interessi, che decine di milioni di voti non hanno nessuna rappresentanza politica organizzata.

(Carlo Soricelli Curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro http://cadutisullavoro.blogspot.it)

Il fascismo profondo, ultima risorsa di Renzi - Giorgio Cremaschi


Anche se più volte son stato tentato di farlo, ho finora sempre evitato di ricorrere alla parola fascismo per definire ciò che si agita attorno alla controriforma renziana della Costituzione. Questa cautela però non ha più ragione d'essere dopo le ultime parole del presidente del consiglio, quelle a commento della sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il decreto Madia. Renzi ha bollato quella sentenza come un esempio della burocrazia che blocca il paese. E naturalmente tutta la grande stampa e le tv hanno raccolto e amplificato il messaggio, gridando che per colpa della burocrazia i furbetti del cartellino la faranno franca.
Dunque secondo il presiedente del consiglio e la sua stampa la Corte Costituzionale, cioè il presidio supremo e ultimo della nostre libertà democratiche, è burocrazia. Una burocrazia che si oppone al progresso del paese e che per questo dovrebbe essere spazzata via con la nuova costituzione, che opera una cancellazione ad ampio raggio di poteri democratici a favore del governo, che così finalmente potrebbe decidere senza intralci.
Peccato però che attualmente sia ancora in vigore la vera Costituzione e che, come suo dovere, la Corte ne abbia preteso il rispetto da parte di un governo che invece si comporta come se avesse già vinto il referendum. Il decreto Madia è stato bocciato perché non prevede alcun ruolo delle regioni in quel processo di privatizzazione e liquidazione del pubblico che costituisce il suo scopo di fondo. Si badi bene la Corte non è arrivata a giudicare incostituzionale la svendita di servizi e stato sociale, ma ha semplicemente detto che secondo le regole vigenti il governo non può fare tutto da solo.
Apriti cielo, la burocrazia ci blocca, ha urlato il coro dei renziani. La legalità ci uccide esclamò il reazionario francese Barrot nel 1849. Le classi dominanti chiamano pastoie burocratiche le regole democratiche e i diritti quando vogliono sovvertirli, quando ritengono che il loro affari ed interessi siano troppo frenati dai lacci e laccioli che vengono dalla democrazia. Questo sovversivismo dall'alto è una caratteristica storica delle classi dirigenti del nostro paese, come ci ha insegnato Antonio Gramsci sul fascismo. E oggi questa storica insofferenza verso regole e diritti da parte dei potenti di casa nostra può godere di due fondamentali apporti. Da un lato la spinta del capitalismo finanziario multinazionale a distruggere ogni costruzione pubblica che freni il suo dominio. È stata la banca Morgan ad affermare brutalmente come le costituzioni antifasciste costituiscano un freno al pieno dispiegarsi delle politiche liberiste e di austerità. D'altro lato la rabbia popolare per le devastazioni della crisi a volte spinge a trovare il colpevole nel vicino di casa, migrante o impiegato pubblico a seconda delle preferenze. E il sistema mediatico da anni alimenta la guerra tra i poveri e la sfiducia verso la democrazia.
Così quando il presidente del consiglio chiama burocrazia la democrazia, sintetizza tre spinte reazionarie. Quella delle multinazionali, quella dei nostri poteri forti di sempre, quella qualunquista di massa. Renzi tenta la stessa fusione politica riuscita al fascismo storico, naturalmente con altre forme e modi, ma con un punto comune: il ricorso alla insofferenza che in Italia c'è verso regole e diritti, il sentimento per il quale alla fine ci voglia qualcuno che comandi sul serio senza ostacoli. Una volta erano i treni che dovevano arrivare in orario ora sono le leggi, il concetto di fondo è sempre lo stesso. Il fascismo è un' autobiografia della nazione, scrisse Piero Gobetti.
Non pensiamo quindi che le frasi reazionarie e sovversive di Renzi siano un errore, esse sono invece una calcolata ultima carta per vincere il referendum. Che la controriforma ha già perso tra la popolazione più attiva e attenta, ma che può ancora vincere se si muove la maggioranza silenziosa. Quella a cui si rivolge ora la campagna del presidente del consiglio, solleticandone i più antichi pregiudizi, risvegliandone le più irrazionali paure. Attenzione, in un paese logorato da dieci anni di crisi economica senza uscita e da un ancora più lungo percorso di riduzione della democrazia, l'appello di Renzi al fascismo profondo che si annida nella società può avere successo.
In questi ultimi giorni di campagna referendaria vanno denunciati con forza gli interessi economici ed i poteri che si celano dietro la controriforma della costituzione. Interessi e poteri che in caso vittoria si considererebbero svincolati da ogni limite. Va diffuso l'allarme democratico per un successo del SI, che farebbe un danno persino superiore a quello dei contenuti autoritari della costituzione renziana. Dobbiamo far capire che basta un SI per rovinarci.

lunedì 28 novembre 2016

Referendum costituzionale, le ragioni del No - Luigi Ferrajoli


Le ragioni del No al referendum sull’aggressione in atto alla nostra Costituzione investono sia il metodo con cui la riforma è stata approvata, sia i suoi contenuti.
Anzitutto le ragioni di metodo. Questa riforma, cambiando 47 articoli su 139, non è una “revisione” dell’attuale costituzione, ma un’altra costituzione, diversa da quella del 1948. Ma la nostra Costituzione non consente l’approvazione di una nuova costituzione, neppure ad opera di un’ipotetica as­semblea costituente che pur decidesse a larghissi­ma maggioranza. Il solo potere ammesso dall’articolo 138 della Costitu­zione è un potere di revi­sio­ne, che non è un pote­re costituen­te ma un potere co­stitui­to. Di qui il primo profilo di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo.
In secondo luogo questa nuova costituzione, per il modo in cui è stata promossa e approvata, è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e perciò tendenzialmente sorrette da un consenso generale quale fu quello con cui fu approvata la Costituzione del ’48. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti.
La Costituzione di Renzi, invece, è una costituzione che divide, non essendo neppure di maggioranza, ma di minoranza – la minoranza rappresentata dall’attuale coalizione di governo, trasformata in maggioranza dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale – approvata e imposta, però, con lo spirito arrogante delle maggioranze. Non è con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Per il metodo con cui è stata approvata – su iniziativa e pressione del governo, strozzando il dibattito con “tagliole” e “canguri”, rimuovendo i parlamentari dissenzienti, fino all’approvazione conclusiva in un’aula semivuota per l’Aventino delle opposizioni – questa legge di revisione deve essere perciò respinta indipendentemente dai contenuti. Questa nuova costituzione sarà infatti percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarà la costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente. Indipendentemente, ripeto, dai suoi contenuti.
Ma sono proprio i contenuti l’aspetto più allarmante di questa riforma. Per votare No basterebbe leggerla, o meglio tentare di leggerla visto il carattere confuso e talora contraddittorio del testo. Ma questa lettura e questa conoscenza saranno impedite ai cittadini dal quesito ingannevole e accattivante su cui saranno chiamati a votare, trasmesso ossessivamente in televisione e perciò in grado di compromettere l’autenticità del voto: “approvate… il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi” della politica e altre piacevolezze. I contenuti della legge sono infatti, come i pochi informati ben sanno, assai più gravi e certamente diversi.
I sostenitori del Sì difendono il quesito dicendo che esso riproduce il titolo della legge, come prevede l’art. 16 della legge n. 352 del 1970 istitutiva del referendum. Ma è proprio qui l’imbroglio: questo titolo è stato preordinato dal governo al fine di trarre in inganno gli elettori. Siamo perciò di fronte a un condizionamento premeditato dell’esercizio della sovranità popolare nel quale consiste il referendum costituzionale. Il governo ha dato alla sua legge di revisione il titolo accattivante riportato in quei quesiti al fine di ingannare gli elettori chiamati a pronunciarsi sul referendum oppositivo previsto dalla legge medesima. Giacché ciò su cui i cittadini voteranno non è il titolo della legge di revisione, ma le norme in essa contenute.
Ebbene, quali sono questi contenuti, e quali le ulteriori ragioni del No, relative ai contenuti? Sono innumerevoli. Mi limito a ricordare tre assurdità. In primo luogo la complicazione del procedimento legislativo, dato che il bicameralismo perfetto non è affatto soppresso, bensì sostituito con cinque o sei tipi di bicameralismo imperfetto quanti sono i procedimenti legislativi diversi introdotti dal nuovo art. 70 e differenziati sulla base delle diverse materie assegnate alla loro competenza, con l’inevitabile incertezza in materia di fonti e gli interminabili contenziosi che ne seguiranno.
In secondo luogo l’assurda configurazione del Senato, non più elettivo ma composto da membri eletti dai consigli regionali secondo i criteri incerti e contraddittori formulati nell’art. 57 e di fatto, se preso sul serio, non in grado di funzionare per il groviglio di scadenze – 10, 15, 30 giorni entro i quali andranno esercitate le diverse funzioni legislative – che costringeranno i consiglieri-senatori e i sindaci-senatori a rimanere in permanenza in Senato. In terzo luogo la riduzione delle autonomie delle regioni ordinarie, in contrasto con il decantato “Senato delle autonomie”, simultaneamente, peraltro, al rafforzamento di quelle a statuto speciale.
Ma l’aspetto più grave della riforma è la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, che dovrebbe preoccupare soprattutto quanti temono la vittoria del No, in un sistema politico basato sulla centralità e l’onnipotenza del governo. L’eventuale vittoria del Sì consegnerebbe infatti al vincitore delle prossime elezioni politiche – Renzi, o Grillo, o Berlusconi o Salvini o chiunque altro – una maggioranza assoluta e, di fatto, un potere illimitato e incontrollato, vincolato non più alla fiducia del Parlamento ma alla fiducia del suo solo partito.
Grazie all’azione congiunta della riforma costituzionale e della legge elettorale maggioritaria – l’Italicum, ma anche qualunque altra legge maggioritaria, quale quella prospettata da chi oggi ne prevede la riforma – verrà infatti sostanzialmente soppresso il tratto distintivo delle costituzioni antifasciste del secondo dopoguerra: il loro ruolo di limitazione del potere politico e la stessa garanzia della rigidità costituzionale, cioè l’impossibilità di modificare la Costituzione se non con larghissime maggioranze. Se questa riforma passerà, chi vincerà le elezioni entrerà in possesso, di fatto, dell’intero assetto costituzionale.
Ma le elezioni saranno vinte dalla maggiore minoranza: nell’attuale sistema tripolare, da un partito o da una coalizione votati, verosimilmente, dal 25 o dal 30% dei votanti, corrispondenti, tenuto conto delle astensioni, al 15 o al 20% degli elettori. Grazie alla legge elettorale maggioritaria, questa infima minoranza otterrà la maggioranza assoluta dei seggi, con la quale potrà fare ciò che vuole, incluse le manomissioni della Carta costituzionale. Questo, del resto, è esattamente ciò che ha fatto la maggiore minoranza presente in questo Parlamento, approvando la sua riforma con la maggioranza fittizia conferitagli dal Porcellum pur dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e sostanzialmente riprodotto dal cosiddetto Italicum.
Non solo. L’artificiosa maggioranza assoluta assegnata automaticamente e rigidamente alla maggiore minoranza consentirà al vincitore delle elezioni di eleggere da solo, a sua immagine e somiglianza, tutte le istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica, i membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e delle altre autorità cosiddette “indipendenti”. L’intero sistema politico ne risulterà squilibrato per il venir meno di tutti gli checks and balances, cioè dell’intero sistema dei freni e contrappesi. Le istituzioni di garanzia non saranno più tali, cioè in grado di limitare e controllare i poteri di governo, ma saranno ridotte a espressioni della maggioranza e del suo governo e, di fatto, con questo solidali.
Ne risulta smentita anche la tesi, ripetuta dai sostenitori del Sì, che la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, cioè i diritti fondamentali e le garanzie, ma solo la seconda parte, dedicata all’ordinamento della Repubblica. Formalmente, questo è vero. Nella sostanza, purtroppo, è vero il contrario. Alla fittizia maggioranza assoluta generata dalla legge elettorale maggioritaria e dalla nuova Costituzione, sarà possibile cambiare anche la prima parte della Costituzione e i diritti in essa stabiliti. Di più: l’aggressione ai diritti fondamentali, e in particolare ai diritti sociali – alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla sussistenza – potrà avvenire, come l’esperienza insegna ma come avverrà assai più agevolmente con questa nuova costituzione, anche senza alterare la prima parte del testo costituzionale.
È infatti la “governabilità”, ripetono i sostenitori del Sì, la grande conquista realizzata da questa riforma. Riservando la fiducia al governo alla sola Camera, nella quale la maggiore minoranza avrà automaticamente la maggioranza assoluta dei seggi, la sera delle elezioni sapremo non solo chi ha vinto, come ripetono i sostenitori della riforma, ma anche chi sarà il capo che ci governerà per cinque anni, senza limiti, né controlli, né compromessi parlamentari.
Matteo Renzi ripete che non c’è nessuna norma nella riforma che aumenti i poteri del presidente del Consiglio. Di una simile norma, infatti, non c’è affatto bisogno, essendo l’aumento e la concentrazione dei poteri nel governo e nel suo capo l’ovvio risultato dell’esautorazione del Parlamento, della neutralizzazione delle istituzioni di garanzia e dell’indebolimento delle autonomie regionali. Grazie a questo squilibrio nei rapporti tra i poteri, la nostra democrazia parlamentare si trasformerà in un sistema autocratico, verticalizzato e personalizzato, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio gli Stati Uniti, dove è comunque garantita, oltre alla separazione tra Stati federati e governo federale, la totale indipendenza del Congresso dal Presidente e perciò la separazione del potere legislativo in capo al primo dal potere esecutivo in capo al secondo.
Domandiamoci allora, cosa vuol dire questa decantata governabilità? Può voler dire capacità di governo. In questo senso, certamente, la massima governabilità si è avuta nei primi 35 anni della Repubblica: allorquando – grazie a questa Costituzione, al sistema elettorale proporzionale, alla centralità e rappresentatività del Parlamento e, insieme, alla più forte opposizione e al conflitto di classe più aspro di tutto l’occidente capitalistico – è stata costruita la democrazia e lo Stato sociale e l’Italia, che era tra i paesi più poveri dell’Europa, è diventata la quinta o sesta potenza economica mondiale.
Ma “governabilità”, nel lessico politico odierno, vuol dire soltanto potere di comando, senza limiti dal basso, grazie alla smobilitazione sociale dei partiti, e senza limiti e vincoli dall’alto, grazie al venir meno dei freni e contrappesi e la scomparsa della Costituzione dall’orizzonte della politica. È questa la governabilità inseguita da 30 anni – prima da Craxi, poi da Berlusconi e oggi da Renzi – attraverso la semplificazione e la verticalizzazione dell’assetto costituzionale intorno al governo e al suo capo: una governabilità necessaria alla rapida e fedele esecuzione dei dettami dei mercati.
“Ce le chiede l’Europa”, ripetono i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme. Domandiamoci: perché? Perché mai i mercati, l’Unione Europea, l’ambasciatore degli Usa, le agenzie di rating, il gigante finanziario americano JP Morgan si preoccupano della riforma costituzionale italiana, delle nuove competenze del nostro Senato e della nostra legge elettorale? Evidentemente l’Europa, e tramite l’Europa i mercati, ci chiedono di sostituire alla centralità del Parlamento la centralità del governo e del suo capo perché solo così può realizzarsi questa agognata governabilità, cioè l’onnipotenza della politica nei confronti dei cittadini e dei loro diritti, necessaria perchè si realizzi la sua impotenza nei confronti dei grandi poteri economici e finanziari. Solo se avrà mani libere nei tagli alle spese sociali, il governo potrà trasformarsi in un fedele esecutore dei dettami di quei nuovi sovrani invisibili, anonimi e irresponsabili nei quali si sono trasformati i cosiddetti “mercati”.
Si capisce allora il nesso tra la lunga crisi della democrazia italiana nell’ultimo trentennio e l’aggressione alla Costituzione del 1948. All’aggravarsi di tutti gli aspetti della crisi – il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, l’opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale – ha fatto costantemente riscontro, nei tanti tentativi di riforma, il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo tramite modifiche sempre più gravi delle leggi elettorali e della seconda parte della Costituzione repubblicana.
Di nuovo, come sempre, ciò che accomuna tutti questi tentativi, oltre all’argomento della “governabilità”, è l’intento del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine. Del resto queste riforme costituzionalizzano ciò che di fatto in gran parte è già avvenuto. Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, la schiacciante maggioranza delle leggi è di fonte governativa. Già oggi, grazie alle mani libere dei governi, si è prodotto un sostanziale processo decostituente in materia di lavoro e di diritti sociali, con l’abbattimento dell’ultima garanzia della stabilità dei rapporti di lavoro – l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori – e la monetizzazione di farmaci e visite che pesa soprattutto sui poveri, al punto che ben 11 milioni di persone nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure.
Ebbene, l’attuale riforma punta alla legittimazione popolare e al perfezionamento istituzionale di questo tipo di governabilità, nonché del processo decostituente che ne è seguito, interamente a spese dei soggetti più deboli. Si parla sempre del Pil come della sola misura della crescita e del benessere; mentre si tace sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà e sul fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, sono diminuite le aspettative di vita delle persone.
Dall’esito del referendum dipenderà dunque il futuro della nostra democrazia: la conservazione sul piano normativo e la rivendicazione popolare della restaurazione di fatto del suo carattere parlamentare, oppure la legittimazione e lo sviluppo dell’attuale deriva anti-parlamentare; la riaffermazione della sovranità popolare, oppure la consegna del sistema politico alla sovranità anonima, invisibile e irresponsabile dei mercati; la legittimazione del governo dell’economia e della finanza, oppure la riaffermazione e il rilancio del progetto costituzionale; lo sviluppo degli attuali processi decostituenti, oppure il rafforzamento, contro future aggressioni, della procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 138, rivelatasi debolissima ed esposta a tutti gli strappi e a tutte le incursioni più avventurose nel nostro tessuto istituzionale.