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sabato 11 dicembre 2021

Le due pandemie? - Mia Couto e José Eduardo Agualusa

 

Nel giorno in cui l’Europa ha vietato i voli da e per Maputo, il Mozambico aveva registrato 5 nuovi casi di infezione, zero ricoveri e zero decessi per COVID 19. In altri Paesi dell’Africa meridionale la situazione era simile. Al contrario, la maggior parte dei Paesi europei stava affrontando una drammatica ondata di nuove infezioni.

Scienziati sudafricani sono stati in grado di rilevare e sequenziare una nuova variante di SARS Cov 2. Immediatamente, hanno diffuso in modo trasparente i dati della loro scoperta. Invece di ricevere un applauso, il paese è stato punito. Insieme al Sudafrica, anche i Paesi vicini sono stati penalizzati. Invece di offrirsi di lavorare insieme agli africani, i governi europei hanno voltato le spalle e si sono chiusi nei propri affari.

Non si chiudono frontiere, si chiudono persone. Si chiudono le economie, le società, le vie del progresso. La penalizzazione a cui siamo ora soggetti aggraverà il terribile impoverimento a cui sono sottoposti i cittadini di questi Paesi a causa dell’isolamento imposto dalla pandemia.

Ancora una volta, la scienza è stata tenuta in ostaggio dalla politica. Ancora una volta, la paura ha offuscato la ragione. Ancora una volta ha prevalso l’egoismo. La mancanza di solidarietà era già presente (e naturalmente accettata) nella sconvolgente disuguaglianza nella distribuzione dei vaccini. Mentre l’Europa sta discutendo la quarta e la quinta dose, la stragrande maggioranza degli africani non ha beneficiato di una singola dose. Paesi africani come il Botswana, che hanno pagato i vaccini, hanno scoperto, con stupore, che questi vaccini sono stati dirottati verso le nazioni più ricche.

Il continente europeo che si proclama la culla della scienza ha dimenticato i principi scientifici più basilari. Senza alcuna prova dell’origine geografica di questa variante e nessuna prova della sua reale gravità, i governi europei hanno imposto restrizioni immediate alla circolazione delle persone. I governi hanno fatto la cosa più semplice e meno efficace: hanno eretto muri per creare una falsa illusione di protezione.

Era prevedibile che nuove varianti sarebbero apparse dentro e fuori le mura erette dall’Europa. Ma non c’è né dentro né fuori. I virus sono soggetti a mutazioni senza distinzione geografica. Ci possono essere due sentimenti di giustizia. Ma non ci sono due pandemie.

I paesi africani sono stati ancora una volta discriminati. Le implicazioni economiche e sociali di queste recenti misure sono facili da immaginare. Ma l’Africa australe è lontana, troppo lontana. Non è più solo una questione di mancanza di solidarietà. Si tratta di agire contro la scienza e contro l’umanità.

 

Fonte e versione originale in portoghese: Hora do Povo

Articolo tradotto per Comune-info da Laura Burocco

 

da qui

sabato 29 agosto 2020

L' altro lato del mondo - Mia Couto

come sempre i libri di Mia Couto non deludono.

la storia è misteriosa, un padre con sue ragazzini sta in un posto dimenticato da dio e dal mondo, non c'è altro, dice il padre ai ragazzini.

intanto qualcuno va e viene, alla fine appare una donna portoghese, la prima donna che Mwanito, il bambino che racconta, ha mai conosciuto.

succedono tante cose in quel posto chiamato Jesusalém,e alla fine si torna al mondo, e ai suoi terribili segreti.

cercate anche questo libro di Mia Couto, che non ha ancora ottenuto il premio Nobel per la letteratura, buona lettura.

 

 

…Mia Couto, al secolo António Emílio Leite Couto, nato e cresciuto in Mozambico, è uno tra i maggiori scrittori contemporanei di lingua portoghese e questo libro ne dimostra ancora una volta il talento, dando sfoggio di una scrittura che ci accompagna per mano in una terra lontana e polverosa, arcaica e sconosciuta, parlandoci di una cultura legata a spiriti presenti e passati e a codici d’onore e di promesse, ad energie sottili e a solenni cerimonie di iniziazione. Una lettura che funziona anche solo di per sé, per il gusto di avventurarsi in una sorta di favola familiare dai toni esotici e leggermente cupi, ma che ancora di più impressiona per la potenza della semplicità con cui vengono trattati temi pesanti come la morte e l’elaborazione del lutto, la realtà e la volontà di vivere non solo come si vuole ma, soprattutto, come si può. Perché “se dobbiamo vivere nella finzione, che sia almeno quella creata da noi”. Ed anche se siamo lontani, culturalmente, dal mondo di Mwanito e della sua famiglia, ne comprendiamo logiche e desideri, commossi e turbati. Bellissime anche, tra le altre, le poesie di Sophia De Mello Breyner Andresen poste ad inizio dei capitoli. Un libro dove le donne, anche se non ci sono fisicamente come a Jesusalém, sono determinanti, pure se odiate, maltrattate. O morte.

da qui

 

Come nell’ascolto di una musica, in questo ultimo suo romanzo, Mia Couto ci trasporta in un’atmosfera fuori dal tempo, senza perdere tuttavia la consapevolezza della storia e delle vicende umane attuali e del passato.  Questa compresenza credo sia dovuta anche all’innesto tra cultura africana e cultura europea che avviene in un autore come lui, bianco di appartenenza africana lusofona. E’ proprio la collocazione fuori dal tempo che permette all’autore di prendere le distanze per vedere meglio, per capire meglio. Qui siamo in una situazione estrema di ricerca di salvezza fuori dal mondo: in una zona inarrivabile dagli uomini…

da qui

 

Autore poco conosciuto in Italia ma dal grande talento. Questo testo in particolare racchiude tracce oniriche e uno stile diretto quanto profondo. Lascia immagini di grande impatto emotivo nella memoria del lettore, alterna elementi di assurda quanto adorabile fantasia a eventi tragici della vita del protagonista. Consigliato, davvero una scoperta!

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…Mia Couto si rivela anche questa volta un prestidigitatore della parola, continuando a smontare e rimontare a modo suo la lingua portoghese. E onore al traduttore, Vincenzo Barca, per come riesce a stargli al passo, per quanto rimanga, inevitabilmente, sempre qualcosa di intraducibile. Come il nome che il padre dà alla sua nazione personale, Jesusalém – che è anche il titolo dell’edizione originale del libro –, un gioco di parole in cui la città santa diventa una sorta di “Gesù-oltre”: per Silvestre, «in quel luogo Gesù si sarebbe scrocifisso». E Dordalma, la mamma che Mwanito non ha mai conosciuto e di cui nessuno osa dire come sia morta, sta per “Dolor-d’anima”.

È ben di più, naturalmente, che un gioco enigmistico: grazie anche alle sue invenzioni, ma non solo a queste, l’autore dà vita a un’atmosfera tutta sua, tra favola e verismo, con l’uso di metafore inattese e di dialoghi che non di rado sono sorprendenti pillole filosofiche.

«Nessun governo del mondo comanda più della paura e della colpa. La paura mi ha fatto vivere insignificante e schivo. La colpa mi ha fatto fuggire da me, disabitato dai ricordi. Era questo Jesusalém». E l’unico rimpianto nostro, a chiusura di libro, è che non sia stato mantenuto il titolo originale (nemmeno nell’edizione brasiliana, peraltro!).

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domenica 5 luglio 2015

Voci all’imbrunire – Mia Couto

alcuni racconti per ricordarsi a cosa serve leggere. 
Mia Couto sa come scrivere senza che il lettore smetta prima di finire il libro, questo è sicuro.
cercateli, e buona lettura - franz




…Una raccolta di racconti brevi (Vozes anoitecidas), tradotti da Edgardo Pellegrini (giornalista e reporter che ha lavorato per Paese Sera, Unità, Radio Popolare e Avvenimenti), che toccano molti aspetti della vita mozambicana, a volte in modo ironico e divertente, altre volte in modo tragico e persino angoscioso.
Una scrittura densa di particolari, a tratti trasgressiva, che mette insieme la favola e il magico, la vita reale con l'assurdo.
Come scrive il poeta mozambicano Josè Luis Cabaco "per Mia Couto lo scrivere è parte di un progetto estetico, profondamente radicato nella ricerca di se stesso, ma anche un modo di vivere la grande avventura di essere attivamente contemporaneo nella costruzione della propria nazione".
Come scrive lo stesso Couto nella premessa "queste storie si sono risvegliate in me sempre a partire da qualche cosa accaduta nella realtà ma che mi era stata raccontata come se fosse successa all'altro capo del mondo. Nell'attraversamento di questo confine d'ombra ho ascoltato voci che oscuravano il sole; altre aleggiarono tra i voli del mio scrivere. Alle une e alle altre dedico questo desiderio di raccontare e di inventare"…

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lunedì 11 maggio 2015

L' occhio del leopardo - Henning Mankell

uno dei libri "africani" di Mankell, uno dei primi scritti e pubblicato solo recentemente.
anche qui, come per tutti i suoi libri, qualsiasi sia il numero delle pagine, non ti annoi mai.
due storie che stanno insieme, parallele, le gioventù in Svezia, e poi l'Africa, che non è quella da cartolina.
come in Mia Couto (qui), gli animali hanno un ruolo fondamentale.
astenersi chi cerca letteratura d'evasione - franz





Qual è il sottile anello di congiunzione tra un rigido inverno nevoso svedese e il tripudio di colori di un tramonto africano? Su due piedi saremmo portati a dire che non esiste, che non può esistere nulla che leghi due mondi così diversi. Hans Olofson, protagonista dell’ultimo romanzo di Henning Mankell, L’occhio del leopardo, ci dimostra l’esatto contrario.
Hans cresce in Svezia, con l’unica compagnia del padre ex marinaio; la madre non l’ha mai conosciuta, è scappata via quando lui era ancora troppo piccolo per capire. Già da piccolo Hans sa che non potrà restare a lungo nella sua terra natia: ha troppa voglia di scoprire quelle terre esotiche e lontane che il padre gli ha fatto conoscere tramite racconti dei suoi viaggi. E a un certo punto della sua vita questo desiderio diviene necessità impellente. Inseguendo un sogno non suo, Hans decide di fare le valigie e partire per lo Zambia, verso la missione umanitaria di Mutshatsha…

Forse per parlare dell’Africa di oggi, delle sue temperature estreme e della sua profonda disperazione, c’era bisogno di una voce alternativa. Uno svedese, ad esempio, avvezzo ai climi freddi e alla desolazione, alle immense distanze e all’aridità di certi ambienti e di certe famiglie. Hans Olofson è finito in Africa per caso. Dopo aver passato l’infanzia e l’adolescenza in un piccolo villaggio lontano dal mare, in una vecchia e scricchiolante casa di legno, con lo spettro di una madre mai conosciuta e il relitto di un padre boscaiolo e alcolizzato, decide a un certo punto di mettersi in viaggio. Quando compie questo suo primo passo verso l’ignoto, Hans ha diciotto anni e della vita non sa nulla. Anche le sue informazioni sull’Africa sono sommarie e intrise di luoghi comuni. Il sentiero che si è prefissato di seguire non è il suo cammino, ma quello sognato da una sua grande amica, Janine, che lo ha accompagnato lungo un tratto scosceso della sua adolescenza e che, prima di morire, sognava di raggiungere la missione di Mutshatsha, in Zambia. 
Hans è solo un ragazzino che ha perso tutto, che anzi non ha mai avuto nulla, e sta inseguendo il sogno di un’altra persona, eppure verrà stregato dall’Africa, dalle profonde contraddizioni della sua popolazione costantemente altalenante tra la sottomissione e la ribellione, ma anche dalla grandiosità dello spirito selvaggio dell’Africa, che come gli occhi di un leopardo appostato nella boscaglia, ti trafigge e ti lascia senza fiato. In quel continente ferito e lacerato Hans rimarrà diciotto anni, troverà un’occupazione in una fattoria di Lusaka, al servizio di uomini bianchi, figli di coloni che non vogliono più andar via nonostante l’indipendenza del Paese e il pericolo di morte. Ma non smetterà mai di inseguire il demone nero dell’Africa, la sua malattia che gli fa ribollire il sangue e che lo fa naufragare come un vecchio marinaio, su un letto sfatto e febbricitante di malaria. 
Hans Olofson, come Henning Mankell, ha un piede nella neve e uno nella sabbia rovente africana e vive, come il protagonista di questo suo racconto, in equilibrio tra la Svezia e l’Africa. L’autore infatti a 22 anni ha intrapreso il suo viaggio di formazione attraverso il continente nero approdando a Maputo, in Mozambico, dove oggi dirige il Teatro Avenida. Noto per la sua serie poliziesca dedicata al commissario Kurt Wallander e soprattutto per aver dato avvio in Italia al filone del “GialloSvezia”, Mankell dispiega in queste pagine vibranti tutta la sua abilità di scrittore a tutto tondo, inserendosi pienamente nella tradizione del romanzo psicologico e di formazione. Il racconto si sviluppa infatti su due piani narrativi che si alternano, entrambi scritti in prima persona, uno dal punto di vista dell’adolescente che è cresciuto tra i boschi della Svezia, l’altro dal punto di vista del bwana, l’uomo bianco africano. Un racconto che rasenta le altezze di Céline e Conrad, quando racconta della malaria e del naufragio spirituale dell’uomo, ma anche la profondità di pensiero di Lobo Antunes, quando si interroga sulla lenta agonia del continente africano.

…Entretejida con la trama africana, el autor intercala los recuerdos de la niñez de Olofson: la ausencia de la madre que le abandona a poco de nacer, el padre marinero que echa el ancla para cuidar de él amarrándose a la bebida, Sture, el compañero al abandona por timidez cuando más lo necesita y Janine, la predicadora sin nariz marginada dentro de la propia ciudad.
Las idas y venidas de la narración entre pasado y futuro son continuas formando dos líneas temporales que van resolviendo uno a uno todos los misterios de la narración que finaliza de una forma redonda, plena, sin flecos. UnMankell inmenso crea unos personajes tan vivos y con una vida interior tan consecuente que nos parece estar leyendo las memorias de unos seres reales.
La crítica social subyace tras todo el relato. Como es propio de autores suecos reniega del papel salvador de los nórdicos en el mundo y desnuda la corrupción política, moral, social y económica de sus compatriotas tanto en su país como en las supuestas ayudas al desarrollo africano.
Resumiendo, una novela de conciencia, didáctica, instructiva, desgarradora que nos abre los ojos de la realidad africana y nórdica en alta definición. Las vísceras que Mankell enseña no gustarán a muchos pero de ellas estamos hechos. El equilibrio perfecto entre literatura y compromiso social.

martedì 21 ottobre 2014

La confessione della leonessa – Mia Couto

dice Nicolás Gómez Dávila che “appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte"; questo libro l’ho letto due volte di seguito, quindi questo libro appartiene alla letteratura.
questo libro di Mia Couto (un grande scrittore) parla di cacciatori, fantasmi, sofferenza, esclusione, leoni e leonesse, e tante altre cose, ma, come sempre, ognuno troverà la sua storia.
provateci, però con un avvertimento: potrebbe conquistarvi - franz




In una recente intervista a El Pais Mia Couto ha parlato proprio di quel realismo magico che la critica ha spesso considerato peculiare di molta produzione letteraria dell’america latina. Nel caso dello scrittore mozambicano si tratta di letteratura lusofona, che nasce pur sempre dalla penisola iberica; ed è un dato di fatto che la sua opera ha avuto a che fare col cosiddetto realismo magico, sia che lo si intenda come una sorta di stile sia come corrente letteraria. Un magico che Couto sembra interpretare soprattutto nel senso di confronto e convivenza di innumerevoli culture e in misura minore come contrapposizione di reale e soprannaturale…

Leggendo quest'ultima opera di Mia Couto e memori dei suoi precedenti racconti e romanzi intrisi di poesia e visionarietà, vengono in mente le parole di Italo Calvino “si scrive per nascondere qualcosa che deve essere trovato”. Scrivere dunque serve a conoscere se stessi e gli altri, ma non uscendo allo scoperto tutto in una volta. La scrittura visionaria di Mia Couto in particolare è collegata sia all'amore per la poesia ( la prima arte con cui si è fatto conoscere) che a una profonda etica ( questa, in comune con Calvino) inserita in una visione del mondo molto complessa; non potrebbe essere altrimenti dato che è nato e vissuto in Mozambico, terra africana dalle numerose guerre e contraddizioni. Per lui l'arte, la scrittura nel suo caso, può essere tanto importante quanto  la politica come strumento di denuncia sociale e di rinnovamento culturale…