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lunedì 3 febbraio 2025

Il nuovo maccartismo - Leonardo Bianchi

 

Con il pretesto della lotta all’antisemitismo, Trump vuole reprimere il movimento pro-Palestina e l’intera sinistra statunitense.

L’attacco ai movimenti pro-Palestina

Il 29 gennaio del 2025 Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che, dietro il pretesto della lotta all’antisemitismo, punta a espellere gli studenti universitari stranieri che hanno partecipato a manifestazioni pro-Palestina o semplicemente espresso posizioni filopalestinesi.

Nel comunicato di accompagnamento si legge che il Dipartimento di giustizia impiegherà ogni risorsa per contrastare “l’esplosione di antisemitismo nei nostri campus universitari e nelle strade” innescata dall’attacco di Hamas e altri gruppi palestinesi del 7 ottobre 2023.

In più, saranno intraprese “azioni immediate” per “reprimere il vandalismo e le intimidazioni filo-Hamas” e per “indagare e punire il razzismo anti-ebraico della sinistra”.

L’ordine invita anche l’attorney general, ossia il procuratore generale degli Stati Uniti, a utilizzare il reato di “cospirazione contro i diritti” per “combattere l’antisemitismo”.

La norma in questione era stata originariamente approvata dopo la Guerra Civile per contrastare la violenza del Ku Klux Klan nei confronti degli afroamericani emancipati del Sud, e da allora è stata impiegata per sanzionare le violazioni al diritto di voto.

Paradossalmente, Trump è stato accusato di aver commesso proprio quel reato in relazione ai suoi tentativi di rovesciare i risultati delle elezioni del 2020 – poi culminati nell’assedio al Congresso del 6 gennaio 2021.

Dal canto suo, il 47esimo presidente ha mandato un preciso avvertimento a “tutti gli stranieri che hanno preso parte alle manifestazioni filo-jihadiste: vi troveremo e vi espelleremo”.

Ha poi aggiunto che “revocheremo anche i visti di tutti i simpatizzanti di Hamas che si annidano nelle università, che sono ormai infestate dal radicalismo di sinistra”.

L’ordine esecutivo ne riprende uno analogo firmato da Trump nel 2019, che aggiungeva le persone di religione ebraica all’elenco delle minoranze protette ai sensi del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964.

Nel testo si adottava la definizione di antisemitismo elaborata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che tuttavia è estremamente controversa perché ricomprende anche posizioni antisioniste o di critica nei confronti dello stato di Israele.

Come ha fatto notare la testata ebraico-americana Forward, l’ordine esecutivo del 2019 non è mai stato veramente implementato né dalla prima amministrazione Trump, né da quella Biden. Per anni è dunque rimasta sulla carta.

Ma ora il contesto politico è profondamente mutato, sia a livello internazionale che – soprattutto – interno.

La misura in questione arriva dopo mesi di minacce da parte dei repubblicani di tagliare i finanziamenti alle università che hanno ospitato proteste pro-Palestina.

Durante la campagna elettorale lo stesso presidente aveva promesso di “espellere i radicali pro-Hamas”, sebbene la stragrande maggioranza dei manifestanti sia statunitense.


Il “Progetto Ester”

L’aspetto più inquietante è un altro.

L’ordine esecutivo segue alla lettera un piano del think tank ultraconservatore Heritage Foundation, lo stesso che ha contribuito a stilare il famigerato “Progetto 2025” – ossia il manuale per imprimere una svolta autoritaria agli Stati Uniti.

Il cosiddetto “Progetto Ester” è stato pubblicato lo scorso 7 ottobre 2024 con l’ambizione di elaborare “una strategia nazionale per combattere l’antisemitismo”. Il nome deriva dal racconto biblico di Ester, la donna che salvò il popolo ebraico dallo sterminio ordito dal re persiano Aman.

In questo caso, però, la volontà non è di proteggere qualcuno: è di rendere impossibile il sostegno alla causa palestinese con un approccio fortemente complottista.

Gli autori sostengono infatti che il movimento statunitense pro-Palestina fa parte di un’immaginaria “Rete di supporto ad Hamas” (Hamas Support Network), ed è dunque interamente manovrato dall’organizzazione palestinese.

Tale “Rete” sarebbe composta da organizzazioni filopalestinesi come Students for Justice in Palestine o American Muslims for Palestine, nonché da associazioni ebraiche antisioniste come Jewish Voice for Peace.

Avrebbe poi una potente sponda a Washington D. C., composta da una “cricca di parlamentari antiebraici, anti-israeliani e antiamericani” – tra cui le deputate democratiche Rashida Tlaib, Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez, da anni al centro di campagne denigratorie, islamofobe e razziste.

 

 

Chiaramente, tutte le attività di questa “Rete” sono da considerarsi “antisemite, antisraeliane e anti-americane” e vanno colpite senza pietà.

Nel “Progetto Ester” si parla apertamente di sfruttare a tal fine le leggi contro i discorsi d’odio, il terrorismo, l’immigrazione irregolare e addirittura contro la criminalità organizzata (il RICO, Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act).

E non solo: si caldeggia un massiccio impiego della sorveglianza digitale, della delazione, dell’infiltrazione all’interno dei vari gruppi e nei casi più estremi della “rimozione” dei “nodi cruciali” della “Rete” – termini volutamente vaghi che sembrano suggerire l’arresto arbitrario (o peggio) delle personalità più in vista.

Il piano contempla anche la messa al bando graduale delle manifestazioni e delle proteste nelle università, fino alla compressione totale del diritto di parola e riunione giustificata da esigenze di “ordine pubblico”.

Se dovesse essere implementato integralmente, il “Progetto Ester” inaugurerebbe una nuova forma di maccartismo in cui basterebbe il minimo sospetto di adesione alla causa palestinese per trasformare una persona in una minaccia per la “sicurezza nazionale”.

Il legame con l’ondata di paranoia degli anni Cinquanta è davvero esplicito, al punto tale che nel testo si dice che le associazioni filopalestinesi traggono le loro idee storiche e politiche dal Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels.

Inoltre, come succedeva all’apice della caccia alle streghe anticomunista, l’ampiezza della “Rete” è potenzialmente infinita: può rientrarci qualsiasi individuo o gruppo che “mina le fondamenta della società americana”, individuate nel capitalismo e nella democrazia.


Trump non è credibile sull’antisemitismo

La vena neomaccartista emerge anche da un dettaglio sconcertante: nel piano non compare la minima menzione all’antisemitismo di destra, cioè la forma storicamente più diffusa e rilevante.

Secondo la testata Jewish Insider, è proprio questa clamorosa assenza ad aver alienato il supporto al piano di buona parte della comunità ebraica statunitense. Non a caso, diverse organizzazioni ebraiche citate nel testo finale hanno preso le distanze.

In generale, soltanto il 22 per cento degli ebrei-americani si fida di Trump nella lotta antisemitismo. Durante il primo mandato, quasi il 60 per cento riteneva che il presidente avesse avuto delle responsabilità nelle stragi alle sinagoghe di Pittsburgh e Poway del 2018 e 2019.

Entrambi gli attentatori credevano alla teoria del complotto razzista e antisemita della “grande sostituzione”, che Trump ha rilanciato più volte insieme a diversi membri della sua amministrazione e del Partito Repubblicano.

Come ha poi rimarcato Jacopo Di Miceli su Facta, il presidente “sembra circondarsi di un po’ troppe persone con precedenti inciampi antisemiti”.

 

 

Elon Musk, ad esempio, ha ripristinato su X centinaia di account di neonazisti, ha attaccato George Soros ricorrendo a tropi antisemiti e ha pubblicamente avallato post contro gli ebrei. Il clima sulla sua piattaforma è ormai talmente mefitico che più di quindici associazioni ebraiche di Stati Uniti e Canada hanno recentemente lasciato l’ex Twitter nei giorni scorsi.

Poi c’è Robert Kennedy Jr., l’antivaccinista nominato a segretario alla salute, che tempo fa ha ipotizzato che il Covid-19 sia stato creato in laboratorio allo scopo di non far contagiare cinesi ed ebrei askenaziti, dando così “nuova linfa – scrive Di Miceli – alle calunnie antisemite medievali sull’origine della peste”.

Nel novembre del 2022 Trump ha ospitato nella villa di Mar-a-Lago il rapper Kanye West – che all’epoca andava in giro a dire che Hitler aveva fatto cose buone – e il negazionista della Shoah Nick Fuentes, salvo poi prenderne frettolosamente le distanze.

Tra l’altro, lo stesso presidente ha spesso alluso al mito antisemita della “doppia fedeltà” secondo il quale gli ebrei-americani sarebbero fedeli a Israele e agli Stati Uniti, oltre a citare alcuni stereotipi antiebraici per eccellenza – tipo l’abilità con il denaro e l’influenza occulta esercitata sul sistema mediatico e politico.

Per finire, Trump non si è fatto alcun problema a graziare gli assalitori del Congresso più radicali e impresentabili. Tra questi figura il neonazista Keith Packer, che il giorno dell’assedio indossava una felpa antisemita con la scritta “Camp Auschwitz” davanti e “Staff” dietro.

In altre parole: il 47esimo presidente e la sua amministrazione non hanno la minima credibilità per intestarsi la lotta all’antisemitismo.

Ma del resto, il loro obiettivo non è quello di combattere il razzismo antiebraico; è piuttosto quello di colpire la sinistra, gli oppositori politici e il dissenso tout court.

Trump l’aveva annunciato, con una retorica sfacciatamente dittatoriale, in un comizio del novembre del 2023: “Prometto che estirperemo i comunisti, i marxisti, i fascisti e gli estremisti di sinistra che si annidano come parassiti dentro i confini della nostra nazione, mentendo e truccando le elezioni”.

Per ora sembra del tutto intenzionato a mantenere la parola data.

da qui

sabato 26 febbraio 2022

Cinque miti sul colonialismo italiano che resistono ancora adesso - Leonardo Bianchi


(dal blog https://www.vice.com)

 

Abbiamo portato la civiltà, siamo stati meglio degli altri e gli abbiamo fatto le strade: lo storico Francesco Filippi ha smontato le false credenze sul colonialismo italiano.

Per indicare una situazione caotica e confusa, in Italia si usa ancora una parola: “ambaradan.” Sono in pochi, però, a conoscere la sua origine—e si tratta di un’origine tutt’altro che nobile, poiché deriva da uno dei più spaventosi massacri commessi dall’Italia nel corso della sua storia.

Amba Aradan, infatti, è il nome dell’altopiano montuoso in Etiopia dove nel febbraio del 1936 l’esercito italiano sterminò circa ventimila persone—tra soldati e civili—nel corso della guerra d’aggressione voluta dal regime fascista. Per piegare definitivamente la resistenza degli abitanti, i militari sganciarono 60 tonnellate di iprite sulle colonne in ritirata, violando platealmente la Convenzione di Ginevra del 1928 che proibisce l’uso di armi chimiche.

L’Italia ha ammesso le proprie responsabilità solo nel 1996, quando l’allora ministro della difesa Domenico Corcione desecretò i documenti d’archivio—il cui contenuto era stato rivelato negli anni precedenti dallo storico  e studioso Angelo Del Boca, che per anni ha condotto inchieste in solitaria sul tema.

Da allora, su quella vicenda è calato di nuovo un oblio pressoché totale. E l’uso corrente del termine “ambaradan”, in questo caso, testimonia quanto sia generalizzata e perdurante l’amnesia sul colonialismo italiano, che è durato per quasi otto decenni (dalla fine dell’Ottocento fino al 1960, l’anno dell’indipendenza della Somalia).

‘Quando c’era Lui’: le bufale sul fascismo a cui la gente continua a credere

Leonardo Bianchi

24.7.17

La mancata elaborazione di quel periodo da un lato continua a incidere sul nostro presente, specialmente in relazione all’immigrazione e al razzismo; dall’altro ha fatto sopravvivere molte leggende e stereotipi fuorvianti, un po’ com’è avvenuto con il fascismo e altri lati oscuri del nostro passato.

Fortunatamente, negli ultimi tempi la percezione sul colonialismo italiano sta parzialmente cambiando grazie a romanzi, documentari, progetti di sensibilizzazione e saggi storiografici. Uno dei più recenti è Noi però gli abbiamo fatto le strade, scritto da Francesco Filippi, già autore di Mussolini ha fatto anche cose buone.

Per lo storico, “a sessant’anni dall’ultimo ammaina-bandiera oltremare, una buona parte della coscienza collettiva del paese non ha ancora abbandonato le proprie colonie.” Questo “paradossale meccanismo di cancellazione,” come lo definisce lui, è reso possibile anche da una serie di miti che infestano il dibattito pubblico sul tema. Basandomi sul libro, ho raccolto e smontato i cinque più comuni.

Mito numero 1: Erano “terre di nessuno”

Rispetto ad altre potenze europee, l’Italia è arrivata per ultima nella cosiddetta “corsa all’Africa” (scramble for Africa). Di conseguenza, già nella seconda metà dell’Ottocento, era molto diffusa la convinzione che si stessero andando a occupare territori “liberi”—in sostanza, delle “terre di nessuno.”

Pur non essendoci dominazioni coloniali di altri paesi, sottolinea Filippi nel testo, questo non voleva assolutamente dire che in quei luoghi “non vi fossero delle forme di governo, anche strutturate, precedenti all’invasione.”

Significativamente, l’esperienza del colonialismo italiano parte dal contratto di compravendita della baia di Assab (in Eritrea) stipulato il 15 novembre del 1869 tra il sultano di Raheita e l’esploratore Giuseppe Sapeto, per conto della società di navigazione Rubattino e del governo. Diversi anni dopo, quell’atto di proprietà venne trasformato dallo stato italiano in una cessione di sovranità—in spregio alla legge del sultanato e anche a quella italiana, ricorda Filippi—e diede ufficialmente vita alla prima colonia italiana in Africa.

La vicenda della baia di Assab (e praticamente tutte quelle successive) dimostra pertanto che non si trattava affatto di “terre incognite,” ma di entità con proprie norme e forme amministrative diverse da quelle europee.

Tuttavia, l’ottica coloniale faceva sì che il “dominio dei bianchi” fosse l’unico governo concepibile. E per questo motivo, la propaganda dell’epoca—e quella successiva, del fascismo—non parlava di sradicamento (anche violento) di una civiltà: ripeteva che si stava portando la civiltà.

Mito numero 2: Il dono della civiltà

Alla fine dell’Ottocento, l’Italia è assolutamente impreparata a interfacciarsi con i paesi occupati.

“La quasi totalità dei funzionari pubblici demandati alla gestione della colonia,” scrive Filippi, “non ha la minima idea di qualità peculiarità abbiano questi luoghi.” Gli italiani che arrivano in colonia si trovano di fronte a una realtà molto diversa da quella immaginata, a partire dalla geografia per arrivare alla composizione sociale e politica delle popolazioni.

Per tentare di spiegare le incomprensioni, le crisi, gli scontri e le disfatte (su tutte quella di Adua del 1896) che si susseguono ininterrottamente, si ricorre dunque a tutto l’armamentario razzista e si rovescia la responsabilità della violenza coloniale sugli stessi colonizzati.

I crimini dimenticati del colonialismo italiano in Libia

Mattia Salvia

Questi ultimi vengono continuamente accusati di voler rimanere fermi “all’età della pietra” o di essere “biologicamente refrattari al progresso”; in un perverso circolo vizioso, annota lo storico, “l’inferiorità percepita dei colonizzati giustifica la violenza bestiale nei loro confronti.”

Le uniche notizie positive che filtrano dalle colonie, ricorda Filippi, “riguardano quel che di buono stanno facendo gli italiani sul posto.” Non si parla mai dell’accaparramento di materie prime o dello spossessamento di terre: nell’immaginario collettivo, l’Italia è lì solo ed esclusivamente per “portare la civiltà”—e se non ci riesce è solo per colpa dei “selvaggi.”

Questo mito, tra l’altro, riacquista forza ogni volta che si parla dell’Africa come di un monolite indistinto e di un continente senza speranza, dove si pensa solo a farsi la guerra gli uni con gli altri. Così facendo, sottolinea Filippi, “l’immagine del passato coloniale ne esce rafforzata, perché dimostra ex post che i colonizzati avevano bisogno dell’uomo bianco.”

Mito numero 3: “In Africa è un’altra cosa”

Gran parte di quello che si conosce delle colonie è di seconda mano, come detto, ed è frutto di resoconti parziali e pessima letteratura che tende alla disumanizzazione delle popolazioni invase.

Questo ingenera nei colonizzatori la convinzione che “in Africa” sia permessa qualsiasi cosa, perché lì le cose sono “diverse”—specialmente sul piano della sessualità. La pubblicistica dell’epoca indugia molto su questo aspetto, ricorda Filippi, e gioca “sull’ambiguità del contesto sessuale per fare della colonia un luogo di approdo desiderabile.”

La vicenda di Montanelli non è solo “passato”: è anche il nostro presente

Zad El Bacha

11.3.19

Tutti i maschi che partono per le terre conquistate, insomma, prendono per vero l’assunto che “le donne di colonia sono facili”—uno stereotipo sessista e razzista che sopravvive ancora adesso. La vicenda più nota è senza dubbio quella che ha riguardato Indro Montanelli, che “sposò” (cioè violentò) un’adolescente di dodici anni quando era un ufficiale durante l’invasione dell’Etiopia.

Nella famigerata intervista del 1969 alla trasmissione L’ora della verità, il giornalista si vantava di aver “scelto bene” questa “bellissima ragazza di dodici anni,” dicendo che “in Africa è un’altra cosa.” La giornalista Elvira Banotti aveva contestato con forza quell’affermazione, evidenziando come quello fosse il “rapporto violento del colonialista che si impossessava” di una minorenne.  

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Il mito della “diversità” delle colonie, dunque, serviva solo ed esclusivamente a giustificare la violenza e la sopraffazione dei colonizzatori.

Mito numero 4: I meno peggio

A proposito di violenza: in qualsiasi discussione sul colonialismo italiano, è pressoché matematico che a un certo punto qualcuno dica che “alla fine siamo stati meglio degli altri.” Certo, magari non siamo stati irreprensibili; ma nulla a che vedere con gli inglesi, i francesi o i belgi.

In realtà, scrive Filippi, “l’efferatezza che gli italiani impiegano per costruire [il loro impero coloniale] non è seconda a nessuno.” Tutta l’epopea coloniale è intrisa di sangue, e il fascismo non fa altro che ereditare e completare l’opera avviata dai governi liberali.

Il documentario che racconta gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

Mattia Salvia

29.2.16

In Eritrea, Libia, Etiopia, Somalia e altrove l’Italia ha compiuto eccidi, terrorizzato le popolazioni, allestito campi di concentramento, instaurato un apartheid di fatto e commesso svariati crimini di guerra. “I numeri enormi dei massacri vengono edulcorati dal fatto che si tratta di non bianchi,” puntualizza lo storico, “e vi è una pressoché totale indifferenza nei confronti delle stragi compiute in colonia.”

Come ho ricordato all’inizio, anche nell’Italia repubblicana e “post-coloniale” ci sono voluti decenni per ammettere di aver utilizzato armi chimiche. Quella tardiva ammissione, tra l’altro, non è stata accompagnata da alcun atto concreto. Anzi: in Italia ci sono un sacco di vie e monumenti che celebrano criminali di guerra, su tutti l’orrido mausoleo dedicato al gerarca fascista Rodolfo Graziani (soprannominato “il macellaio del Fezzan” per i suoi metodi spietati).

Quindi, no: non siamo stati “meglio degli altri”. Abbiamo fatto le loro stesse cose, e continuare a raccontarci favole autoassolutorie non cambierà la storia.

Mito numero 5: Costruire le strade

Quello delle strade è il topos coloniale per eccellenza, paragonabile al tormentone dei treni in orario di Mussolini. Come quest’ultimo, è però fondamentalmente falso.

Sebbene lo sforzo infrastrutturale nelle colonie sia stato enorme, sostiene Filippi, le sue esigenze erano in larghissima parte di carattere militare: “costruire le strade significa spostare velocemente truppe nelle varie zone delle colonie per poterle controllare”.

Le strade servono pertanto ai colonizzatori, non ai colonizzati. Nonostante ciò, la rete viaria nelle colonie è precaria, inefficiente, funestata dalle ruberie e destinata più alla propaganda che altro.

Di essa si lamentano anche pezzi grossi del regime come Roberto Farinacci, che in una nota rivolta a Mussolini dice che “le migliaia e migliaia di chilometri di strade asfaltate rappresentano una tremenda fregatura per l’erario.”

La più sbandierata opera di “civilizzazione,” insomma, è un clamoroso fallimento. Che tuttavia è rimasta impressa nella memoria collettiva come un grande successo, e ha paradossalmente “contribuito a formare il giudizio dell’intera esperienza imperialista” dell’Italia. Siccome “gli abbiamo fatto le strade,” in fondo non eravamo così come male come colonizzatori.

Peccato che una strada, chiosa Filippi, non potrà mai e poi mai compensare “i massacri, la cancellazione di intere culture e la perdita di indipendenza di milioni di persone.”

da qui