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martedì 30 dicembre 2025

Democrazia declinante, si fa avanti la Riccocrazia - Guglielmo Ragozzino

 

Una nuova ondata di miliardari ci sovrasta, racconta l’ultimo studio della banca Ubs. La nuova generazione di eredi, insieme ai sopravvissuti, tra 15 anni avrà 5,9 trilioni di dollari. Una ricchezza spropositata in mano a pochi, però. I miliardari in dollari sono 2.900 sul pianeta e soltanto 61 in Italia.

 

1. Donald Trump è un uomo pieno di qualità e oltretutto è un signore molto ricco. Gli viene attribuito un patrimonio (o meglio una ricchezza) di 5,9 miliardi di dollari, in un tempo in cui secondo gli specialisti, 5 dollari al giorno è il minimo vitale per sopravvivere.  Del resto, nel mondo attuale vi sono da un lato persone che non hanno il cinquino di prammatica e assai spesso molto, molto meno; e poi gli altri, nel mondo, che vogliono arricchire, per togliersi dai guai e soprattutto perché il desiderio di avere di più è irrefrenabile; non la preoccupazione per i giorni brutti, le burrasche della vita, ma piuttosto essendo la ricerca di un’affermazione, sono certi che sia calcolabile solo, o soprattutto, in denaro.  

A qualcuno sembrava ragionevole pensare che nello scarto tra quei livelli di ricchezza, cinque miliardi e cinque dollari, un milione di volte maggiore l’una dell’altra, ci fosse qualcosa di esagerato. Ma eravamo noi a sbagliare; “niente di esagerato; siete comunisti, come al solito” ci dicevano.

Credevamo, per tornare sui nostri passi, che il presidente degli Usa – che il re Mida lo protegga – fosse uno tra gli uomini più ricchi al mondo. Invece è così, ma solo in parte. Infatti è ormai semiufficiale (fonte: UBS, grande banca svizzera oltre che gran pettegola; nel caso, il testo svizzero utilizzato ha nome Billionaire Ambition Report) che esista una classifica delle centinaia di persone che nel mondo sono in possesso di una ricchezza di un miliardo di dollari e più. I più doviziosi contribuiscono anche al Triplete (cioè i mille miliardi di dollari): questa parola, come si sa, in italiano non esiste e per convenienza suggeriamo di utilizzare un’altra parola che anch’essa in italiano non esiste, ma che è ben nota a noi tifosi del calcio.

Ubs registra, nel catalogo del 2025, 196 nuovi miliardari in dollari; tutti insieme un totale di 15,8 mille miliardi cioè Triplete.

In più, veniamo a sapere che 91 persone nel periodo considerato son diventate miliardarie per eredità per un totale di 297,8 miliardi. I miliardari-eredi piacciono moltissimo ai loro dante-causa che non pensano proprio alla causa specifica dell’eredità – la propria morte – pensano piuttosto alla continuità dei Valori; alla dinastia e alla ricchezza espressa nel proprio testamento e agli eredi preferiti, affinché quello che hanno non si disperda o passi al fisco; ma le loro colorate storie piacciono anche al pubblico bancario e perfino ai semplici appassionati lettori: si prevede che nel giro di 15 anni, per il famoso e molto atteso anno 2040, gli eredi o gli antichi miliardari eventualmente sopravvissuti, metteranno insieme 5,9 Triplete. C’è dunque molto movimento tra i miliardari che forse ritengono di attraversare – tutti insieme, ognuno per conto proprio – un magnifico rinascimento miliardesco. Era ora, sembra dichiarino alcuni dei più affermati, come Elon Musk o Jeff Bezos.  

Mentre Bezos o Musk, o cito a caso, Donald Trump, sono convinti di essere dei modelli fantastici che tutti devono imitare, perché di essi sarà la nuova traccia del mondo, la nuova religione del fare, o meglio dell’avere, semmai dell’ereditare, per l’intanto, sulle attività prescelte, preferite dai miliardari, nuovi e vecchi, cala un po’ di mistero. 

Perfino Ubs appare reticente: quello che conta è la ricchezza, comunque ottenuta; non con atti dolosi, con misfatti da codice penale, ovviamente. Tutto il resto va bene, è uguale a tutto il resto. Un opificio, un’occhialeria ottocentesca conta come un gioco di borsa benfatto, un fondo d’investimento andato a buon fine. Gli esempi in positivo non mancano, ma sono appunto suggerimenti per i lettori curiosi, quasi note a piè di pagina: compaiono software marketing, genetics, restaurants, infrastrutture, LNG (gas naturale liquefatto). Sono dunque ben poche le scorciatoie sicure per diventare miliardari o per restare tali una volta che lo si è diventati. La strada maestra però è sempre quella: non perdere la dritta via ch’era smarrita (come diceva quel poetastro). I miliardi di dollari non possono restare lì, fermi, immobili, a perdere tempo. Essi devono agire, investir-si, agire, moltiplicarsi; in Italia, tanto per indicare un paese minore – o una Nazione, per dirla altrimenti – sembra lo abbiano capito: la strada maestra dei miliardari è percorsa da 61 personaggi; tanti, si direbbe, ma pochi se si tiene conto che in totale nel mondo “grande e terribile” sarebbero 2.900 i miliardari in dollari, per un insieme di 16 milioni di miliardi di dollari.

Ci viene ricordato anche un altro aspetto sul quale val la pena di riflettere. Dei novantun eredi, o per meglio dire, successori, dell’ultimo anno, con un fondo complessivo di 297,8 miliardi di dollari, 64 sono maschi e 29 femmine. Due osservazioni si presentano subito: la prima è che le femmine, nell’insieme del nuovo capitalismo dei miliardari, ricevono o ereditano (o godono; come preferite) la loro parte. Possiamo però congetturare che per natura il numero naturale dei discendenti maschi corrisponda, più o meno a quello delle femmine – e questo in ogni angolo del mondo – con tutta evidenza. In ogni angolo del pianeta in cui uomini e donne: piccini e piccine, nelle loro povere, o – nel caso – ricchissime culle, siano benvoluti nello stesso modo, figli e figlie, amati e amate in modi ragionevolmente simili, in Europa, nelle Americhe, in Asia e nel resto del mondo. Questo in teoria, perché in realtà non è così; in mille modi diversi le ragazze sono svantaggiate. Questo avveniva già nei mondi patriarcali antichi, ma si è poi visto, non solo lì; sempre, dovunque… Ogni tanto, come sappiamo, c’è qualche eccezione storica, ma poi la natura e la storia continuano il loro corso. Come si ricorderà, nel secolo scorso, in un paese importante, ormai quasi primo nel mondo, nella Cina di Mao e di Deng, per rispondere ai pericoli di una popolazione troppo numerosa, si dette vita (anche se “dette vita” è un’infame barzelletta) alla politica del Pfu-Politica del figlio unico. Il controllo delle nascite, realizzata con il figlio unico, rese assai frequente nelle famiglie la decisione di sacrificare le future figlie, rivelate in anticipo ormai dalle analisi prenatali scientifiche (scientifiche?) a favore dei preferiti e più opportuni maschi. II risultato fu che in pochi decenni vi fu un eccesso di giovani maschi senza femmine. 

I maschi in sovrannumero sfiorarono i quarantamila. Gli ecclesiastici di molte religioni, in molti paesi, si divertirono, ridendo di nascosto per il risultato. In ogni caso, in complesso, anche dopo di allora, le figlie femmine venivano al mondo, in ambiente straricco – e si può immaginare “acculturato” – e passato il giusto numero di anni, decisi dalla sorte, dalla salute e dalle cure (o dalle svariate divinità correnti) avveniva che anch’esse, in numero ridotto, un po’ falcidiato, mettessero nel cassetto, con la dote, tra i merletti del corredo, i loro sudati miliardi. Nonostante tutto, non poche crebbero e rimasero ricche; riuscirono anch’esse a formare il loro Triplete (che ricorderemo essere un insieme di non meno di mille miliardi di dollari secondo il modello di Ubs) ma con un valore complessivo di un quarto circa dell’analoga ricchezza maschile. 

Un aspetto particolare è il conteggio, o forse diremmo la previsione scientifica, del valore delle ricchezze dei Triplete di qui a 15 anni, nel fatidico 2040. La previsione è che i miliardari in dollari potrebbero mettere insieme 6,9 Triplete. Di questi la parte degli Usa sarebbe di 5.9 Triplete e a quella degli europei, tutti insieme, inglesi compresi, toccherebbe 1,3 Triplete. In altre parole i miliardari europei (in dollari) arriverebbero a mettere insieme milletrecento miliardi di dollari. In altre parole, per ripeterlo ancora, i milletrecentomiliardi di dollari non sarebbero la ricchezza di tutti gli europei. Disoccupati e immigrati, contadini, operai, pensionati, medio ceto, professionisti, dipendenti pubblici, artisti, ecc. ecc., tutti compresi, conti e duchi, vescovi e cardinali: tutti insomma, metterebbero insieme una ricchezza imprecisata che ventisette uffici delle finanze cercherebbero attentamente di precisare. Di fianco, ben separata, pressoché intoccabile, l’altra somma di tutti i miliardari d’Europa, irraggiungibili dagli spioni di Giancarlo Giorgetti e dai loro ventisette simili (abbiamo contato nei ventisette anche Rachel Reeves, cancelliera dello scacchiere inglese). Pochi costoro, con una ricchezza, ciascuno, di almeno mille milioni di dollari, farebbero, gravemente, festa. In tutto, tra uomini e donne, imprenditori ed eredi, un migliaio di umani, ciascuno con una ricchezza di almeno un miliardo. Tutti insieme, ecco il Triplete del Vecchio Continente. A costoro si affiancheranno in numero ben superiore i ricchi americani: tutti insieme: gli autori da un miliardo come Steven Spielberg, le cantanti come Taylor Swift, artisti capaci di mettere insieme la cifra tonda di 2,8 Triplete; non meno di 2.500 presumibili miliardari in dollari; tra di essi anche il Donald, in persona, sopravvissuto magnificamente (per le nostre preghiere) per altri 15 anni, o uno o più dei suoi eredi.

2. Abbiamo utilizzato finora un po’ di numeri della ricerca di Ubs, abbiamo riflettuto sugli studi di Oxfam e ci scusiamo per incertezze ed errori. Crediamo di aver capito però che lo spirito dei ricercatori è molto serio: Attenzione, pericolo! ci dicono, Achtung! Attention please!. “Noi della Banca svizzera facciamo tutto il possibile per avvertirvi – senza magari che neppure i nostri capi banchieri se ne accorgano. Abbiamo per anni descritto, con l’aiuto di Oxfam, il mondo dei ricchi e dei poveri disegnando i grafici relativi, le alternative, i progressi/regressi. Vi siete divertiti e interessati e nient’altro. Nessun fatto nuovo, nessuna iniziativa politica o sociale. Oggi proviamo a dirlo con altre parole, altri numeri. “Il baratro costituito dai miliardari in dollari è vicino; tutto il mondo che conosciamo e che cerchiamo di orientare con le nostre forze, potrebbe caderci dentro”. Il sistema del credito, dei conti bancari – il nostro, ci dicono – non è perfetto, lo sappiamo, ma è migliore di qualunque altro (anche i banchieri svizzeri possono parafrasare Churchill che ironizzava sulla democrazia). Il pericolo ormai è immanente; i miliardari, tutti insieme, si stanno attrezzando per il nuovo mondo. Vogliamo che la democrazia, il sistema di votare i capi, o almeno di votare chi ci rappresenterà nel votare i capi, si riduca solo a questo? Chi ha più soldi vince e tutti gli altri si allineano o fanno l’opposizione, fino alla prossima volta?

In effetti tutti sappiamo di Donald Trump e lo temiamo. Sappiamo anche che è ricco, ricchissimo, miliardario addirittura. Sappiamo anche che ha fatto uso dei suoi soldi per allargare il consenso elettorale, pagando a giornata il lavoro dei suoi propagandisti. Sappiamo che crede di aver fatto tutto da sé; anzi di essersi fatto da sé, nascendo nella famiglia giusta, scegliendo ogni momento della sua vita. Quando, tra un paio d’anni, scadrà da presidente e sarà il suo momento di andarsene, lo farà davvero? O farà delle bizze? I miliardari suoi sostenitori non hanno dubbi su questo; saranno essi a scegliergli il sostituto, senza troppi sforzi. Anche Trump lo sa e sembra d’accordo; ma è proprio così? Non avrà armato di nascosto un’armata di suoi sostenitori, miliardari o gente fallita di ogni estrazione, avventurieri, per assaltare il Campidoglio, per giocare la nuova partita?

3.Dunque, stando al nostro sommario e assai impreciso esame, la partita è questa: Trump contro tutti; tutti con Trump; tutti uniti senza Trump. Delle tre proposte, la terza sembra la peggiore, o meglio la più pericolosa. Le altre due riportate al fatidico anno duemilaquaranta che interessa gli studiosi dell’Ubs avranno un protagonista di novantaquattro anni, essendo Trump nato nel 1946; mentre Trump e il suo sodale Putin e altri ancora contano di vivere molto a lungo, è pensabile che vengano scelti da leader meno longevi, eredi – tanto per usare il linguaggio scientifico ormai entrato nell’uso – o successori appropriati. Nel caso peggiore la partita sarà ancora quella dell’ultimo caso; nel caso migliore, sarà una partita da rigiocare.

Ma veniamo al caso del duemilaquaranta senza il Donald. Avremo al potere i ricchi, che con tutti i loro miliardi, riusciranno a costruire vittorie elettorali, una dopo l’altra, festeggiando sempre la democrazia trionfante? Lo stile ormai è quello delle elezioni americane, esplicito, con sempre vincente il candidato che ha saputo alzare più denaro da diffondere tra i suoi sostenitori. Se poi una volta il più ricco perde – la più ricca nel caso di Hillary Clinton, segretaria di Stato di Barack Obama, la spiegazione per la sconfitta è quella di aver usato male il suo abbondante denaro, al punto di aver raccolto un milione di votanti in più, senza ottenere voti elettorali sufficienti. Hillary, insomma, ha perso perché ha giocato male, non conosceva abbastanza la partita, si fidava troppo del voto e della democrazia. In futuro saranno miliardari ad affrontarsi per ottenere le presidenze dei diversi Stati e staranno attenti. Nessuno perderà tempo a discutere di programmi o di altre pignolerie, di migranti e disoccupati; di uomini, donne, generi. Servirà denaro e altro denaro, promesse e sottogoverno, posti letto e buone vacanze, da acquistare (e da distribuire) lontano da occhi indiscreti e malevoli. L’alternativa alla democrazia nella sua forma semplificata – riccocrazia – sarà la democrazia alla turca o quella dei fascisti – un uomo solo al comando – o la democrazia talebana – le donne tutte a casa. Non disperiamo, però. La democrazia dei 100 partitini ha svolto nel mondo un importante ruolo, per anni e anni, per decenni, prima di essere cotta e mangiata. 

https://sbilanciamoci.info/democrazia-declinante-si-fa-avanti-la-riccocrazia/

mercoledì 18 giugno 2025

Le verità del potere. E quello che (non) sappiamo - Guglielmo Ragozzino

 

Le morti di Kennedy e di Moro, l’11/9 2001, il 7 ottobre ’23: quattro eventi in cui le narrazioni del Potere sono fotografie sfocate, poco convincenti. Ma noi sappiamo altre cose, possiamo non farci prendere in giro da questo o da quel Potere quando decide di riscrivere il presente.

Tonto è chi crede a tutto quello che s’inventano i Potenti, per far bella figura, o per mostrare la propria forza? Per nascondere l’insuccesso, la ridicola sconfitta? Oppure è tonto quello che nega tutto, non crede, è certo del complotto pieno di misure segrete che si sapranno domani, se si avrà fortuna o il Potere cambierà di mano? Due posizioni limite, che esistono, ma sono carenti entrambe. Solo aiutano a tirare avanti, perché è più facile vivere accontentandosi di ciò che si sa.

Nella politica, soprattutto quella internazionale, capitano occasioni in cui noi, personecomuni, finiamo per credere a ogni cosa ci viene suggerita o propinata. I Potenti hanno spesso inserito un “aiuto” di mezzi e agenti per confondere il pubblico e rendere accettabile (o anche obbligatorio) quel che le persone normali avrebbero altrimenti rifiutato. Il fatto è che per vivere c’è bisogno di un livello minimo di certezze – leggende o miti, trucchi, falsità, imbrogli che siano, perché altrimenti è a rischio la nostra necessità/capacità di credere, un’essenza di vita irrinunciabile. Per quieto vivere, o per tirare avanti, rimandiamo la prova, per poi dimenticare, di fronte a un altro fatto maiuscolo.

Nella seconda metà del ventesimo secolo vi sono due avvenimenti che hanno dato luogo a molta incertezza tra le popolazioni istruite, presenti nel micromondo del benessere occidentale. Altri due seguiranno in questo secolo (e millennio) e li indicheremo per ora con due date: 11 settembre 2001 e 7 ottobre 2023: e saranno avvenimenti mondiali. In tali due casi i Poteri – per non dire il Potere, sia pure con un briciolo di ulteriore cedimento al più conosciuto dei complotti segreti, quello del Verbo unificato dell’altissima finanza, per non dire addirittura dei Savi di Sion ammodernati, si sono dati da fare. In tali casi infatti, due riconoscibilissimi governi, Usa e Israele, hanno forse facilitato gli attacchi terroristici di loro nemici irriducibili, per poi passare “legittimamente” a terribili reazioni che costituivano effettivamente il loro intendimento. Torniamo però ai casi enormi del secolo scorso.

Il primo è stato l’assassinio di JFK – il presidente Usa John Kennedy – il 22 novembre del 1963, a Dallas negli Usa. Il secondo è stato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, 15 anni dopo, tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, l’inizio e la fine degli indimenticabili 55 giorni (come furono chiamati). Davvero indimenticabili? Sembra a volte che ci ricordiamo del nostro passato pochissimo e male. 

1. Nel caso di Kennedy, i risultati della Commissione Warren, preposta alla ricerca della Verità non convinsero che pochi, abituali sostenitori di ogni dichiarazione delle autorità. Si scherzò molto sull’antico fucile, italico e quasi risorgimentale, un Carcano un po’ modificato, capace di sparare colpi a ripetizione e in tempi assai ristretti; e sulla di lui pallottola, capace di cambiare due o tre volte direzione per svolgere – con disciplina e onore – il compito assegnatole: uccidere il presidente e ferire il governatore del Texas. Il risultato nascosto era decisivo: far di tutt’erba un fascio del kennedismo, annessi e connessi, e farne un grande falò, accompagnato da danze rituali di amici e nemici, dem e rep. A ricordo del grande capo, bello, ricco, amato da tutte le donne, amante della Pace e del Progresso. Un po’ troppo, in una volta sola.

2. Più facile, a prima vista, il caso Moro, rapito e poi ucciso da un gruppo di militanti ben noto: le Bierre. Non si perse tempo a discutere se le Bierre fossero o meno l’espressione estremistica di una divisione del mondo, tutto il mondo, che poco dopo fu chiamato “sessantotto”. E neppure di una propaggine della imperante altra divisione del mondo, allora di moda, detta “Guerra fredda”.  La discussione che coinvolse tutti in Italia, si imperniò allora su una questione che vista adesso sembra marginale, la cosiddetta “trattativa”. Trattare per la vita e la libertà di Moro con i suoi rapitori? Il campo si divise subito tra chi era favorevole a trattare e chi contrario. Sbrigativamente erano contro la trattativa con le Bierre (perché si riteneva che così quel gruppo avrebbe ricevuto una sorta di consacrazione) i maggiori partiti, democrazia cristiana e partito comunista, il governo e l’opposizione, spalleggiati da tutti gli apparati – ministeri, giornali, ecc., collegati con essi. A favore della trattativa erano socialisti, sinistra varia, e noi, cani sciolti. Fin qui la trattativa “figurata”. 

Quella vera – ci fu raccontato molto dopo – era un po’ diversa, meno variopinta. Da una parte, per Moro, era lo Stato. Posto però che a trattare da una parte fosse lo Stato, per la salvezza del suo esponente, chi era la controparte?  Figurativamente la controparte dello Stato erano i rapitori, le Bierre. A rigore di logica anche le Bierre non potevano che essere favorevoli alla trattativa. Perché mai altrimenti lo avrebbero tenuto in vita se non per “trattare”? Avrebbero chiesto ovviamente ben di più di ciò che lo Stato fosse disposto a concedere, in prima battuta, ma della trattativa erano a favore.  Vista così, la discussione sulla trattativa cambiò oggetto: nel mondo delle persone normali, coinvolte nella vicenda umana del rapito, nei giornali, che anch’essi auspicavano complessivamente il lieto fine, la trattativa significava la vittoria della vita. 

Ma si sapeva che lo Stato aveva leggi insuperabili e per il povero Moro non c’erano speranze.  Quella partita, cui tutti guardavano, era dunque chiusa prima di cominciare. La partita vera era però forse un’altra ed era discussa solo nelle stanze segrete. Nei riposti “servizi”, nazionali o extra, ci si chiedeva se fosse meglio andare o meno all’assalto di via Montalcini, là dove da settimane era rinchiuso Aldo Moro. Perché qualcuno – forse più di qualcuno – senza dirlo a voce tonante, lo sapeva. Molti sospettavano e tacevano. La trattativa “vera” era dunque su questo: si potevano affrontare i rischi di un’irruzione, con possibile (o probabile) sparatoria o era meglio lasciar fare alla natura? E la “natura” comprendeva anche le normali forze di polizia e di investigazione. 

Questa sembra essere diventato, nei frenetici giorni del maggio 1978, il patteggiamento vero, secondo la ricostruzione di  Ferdinando Imposimato, giudice istruttore in quello e in vari altri casi molto importanti della nostra storia e poi senatore della sinistra politica che nel suo ultimo libro sul caso Moro, “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, XIII edizione 2013, dava per certo che attraverso i “servizi”, Cossiga, ministro dell’Interno, poi premiato a capo del governo e presidente della repubblica, era in qualche modo a conoscenza di dove Moro era prigioniero, Via Montalcini, ma fosse contrario a disporre della sua liberazione, convinto dal suo gruppo di consiglieri – fossero il famoso uomo di Kissinger, Steve Pieczenick, oppure gente di Gladio, della P2, dei servizi tedeschi di Stasi e di Raf (Rote Armee Fraktion), dell’alleato americano, o di tutti insieme, riuniti in una conventicola dagli incerti confini – a non peggiorare le cose con una eventuale sparatoria.

Per essere più precisi, il mondo di allora, incombente la guerra fredda, aveva da una parte e dall’altra, grandi progetti, democrazia e comunismo, spesso concorrenti, più spesso ancora decisi a non infastidirsi, a darsi una mano; e Moro che procedeva contro mano, era malvisto di qua e di là; e di qua e di là volevano farlo fuori, per poi, risolta quella bagatella, continuare, nemici come prima, la consueta, schietta e tuttalpiù sleale partecipazione alla guerra fredda. 

3. Nel nostro secolo, subito all’inizio, è avvenuta poi la più straordinaria mistificazione che i libri di storia ricordino. Ci si è raccontato che il 9/11 (l’undici settembre, come diremmo noi), due grandi aerei passeggeri siano andati a sbattere, uno dopo l’altro, a distanza di mezz’ora, contro le torri gemelle, alte 400 metri, del World Trade Center di New York, causando migliaia di morti. Gli aerei erano pilotati da due dilettanti, che insieme a un pugno di colleghi, armati di taglierini, si erano impadroniti dei velivoli, partiti ambedue dall’aeroporto di Boston. Centinaia di milioni di persone, forse miliardi, videro e rividero la scena alla televisione. I cosiddetti complottisti, perlopiù ritenendo trattarsi di un gigantesco plot hollywoodiano, ne scrissero in seguito decine di libri, per negare tutto e spiegare il vero e il falso, il come e perché. Ma non basta. Un terzo aereo di altrettanto grandi dimensioni, anch’esso fu catturato e dirottato da altri nemici dell’Occidente (forniti anch’essi di taglierini), all’aeroporto di Washington (che tra l’altro si chiama Dulles, il nome evocativo del segretario di stato e di suo fratello capo dei servizi). Diretto a Los Angeles, aveva percorso forse cento chilometri prima di cambiare del tutto rotta, tornare indietro e infine percorrere un migliaio di metri a bassissima quota, strisciando quasi sul terreno, per infrangere un’ala del Pentagono, a Washington. 

Un quarto aereo, forse destinato a colpire la Casa Bianca di Washington, dimora del presidente, l’obiettivo preferito da Bin Laden, probabilmente mente e leader dei dirottatori incursori come capo di Al Qaeda e che ci teneva a colpire il Capo nemico, il suo pari grado; aereo forse destinato alla cupola del Congresso, a segno indelebile della sconfitta dei cristiani prepotenti e schiavisti, bersaglio preferito di quelli dell’Isis, non arrivò a bersaglio. 

3+1/2. Il quarto aereo precipitò per la lotta di alcuni passeggeri contro i dirottatori, in una regione pianeggiante, ancora lontana dalla capitale americana, vicino a Shankville in Pennsylvania. La lotta dei passeggeri contro i dirottatori – in parte la si può ascoltare in varie telefonate dall’aereo alle famiglie – è la prova che si poteva tentare almeno di fare qualcosa per evitare lo sconquasso che si stava verificando.

Questa fantastica sequenza è stata discussa e criticata a fondo, davanti agli occhi e alle intelligenze mondiali. Si sono messe in evidenza decine di incongruenze e impossibilità tecniche.  Si è ricostruita la trafila dei futuri dirottatori, ostacolati dagli uffici e dalle scuole di volo Usa che badavano a rendere aspra la vita a possibili terroristi; contemporaneamente si è riferito degli ostacoli, opposti agli ostacoli, da altri uffici – la Cia, l’Fbi e altri ancora, più sofisticati e moderni, tutti sempre in litigio tra loro, tutti sempre tesi al raggiungimento dell’obiettivo comune: una guerra contro l’Afghanistan regno del terrore e contro i pezzi di Al Qaeda, in particolare contro Osama bin Laden, da ritrovare ed uccidere, come compito primario degli Usa. Osama doveva essere punito e anche un’intera guerra armata poteva scatenarsi contro di lui, purché vincente e sicura. Quando anni dopo Osama fu raggiunto in Pakistan e ucciso, il governo americano, riunito per seguire l’assalto finale alla villetta o compound di bin Laden, festeggiò con barbarica allegria e levò i calici senza minimamente vergognarsi. Al dunque si è preferito però fingere che si trattasse di un poco normale episodio di guerra acerrima non dichiarata, perfino guerra di religioni, e svolta in un imprevedibile terreno politico sociale, con tutti i silenzi e i misteri del caso. La guerra contro l’Isis, di solito arabi, oltretutto maomettani, di religione diversa dalla “nostra”, di noi americani: anzi le due guerre, in Iraq e in Afghanistan, con distruzioni, stermini e migliaia di morti, hanno tenuto alto l’equivoco. Una dura vendetta contro l’odiosa, immotivata, improvvisa aggressione delle due Torri e del Pentagono.

Una vendetta, forse esagerata, me che se riferita a un’aggressione del nemico, con l’attacco a Torri Gemelle e perfino al Pentagono, diventava più credibile. Di conseguenza la risposta, dovuta, a quell’attacco, il successo conseguito, attenuava il clamore provocato da tutte le sbadataggini (per dir così) che avevano reso possibile o almeno assai più facile la grandiosa avventura dei tre o quattro dirottamenti. Forse esiste ancora un libro a fumetti (Sid Jacobson e Ernie Colòn, 9/11. Il rapporto illustrato della commissione americana sugli attacchi terroristici dell’11 settembre. Tutto quello che accadde prima, durante e dopo) che offre una visione accettabile della trafila del 9/11. C’è il riassunto di tutto quello che, senza saperlo, le autorità Usa, di ogni ordine e grado, hanno messo in campo, quasi volessero davvero facilitare l’azione dei terroristi. I poteri americani sembrarono frastornati, incapaci di prendere provvedimenti ragionevoli, terrorizzati di sbagliare, mettere a rischio il presidente, lontano dalla capitale e trattenuto, nell’impossibilità di volare. Il mondo reagì con una sorta di manifesto/dichiarazione con scritto a grandi lettere “siamo tutti americani” ma in realtà facendo rapidi conti sul disastro e sui nuovi poteri emergenti e sconosciuti. 

Le dichiarazioni ufficiali, spesso riconosciute false (caso Blair, caso Powell) orientarono il mondo intero a sostenere le due guerre, contro Iraq e contro Afghanistan. Tra gli elementi costitutivi dell’attacco vi erano le armi chimiche proibite a livello internazionale, le famose cariche di antrace. Tony Blair, primo ministro britannico assicurava di aver viste personalmente armi similari. Ci fu poi l’allora segretario di Stato americano, Colin Luther Powell che mostrò, nel suo intervento alle Nazioni Unite, una boccetta contenente un infernale preparato di origine irachena. Anni dopo, nel 2019, poco prima di morire di Covid nel 2021, Powell si scusò con il mondo intero per quel suo inganno probabilmente involontario – ritenne sempre di essersi fatto giocare dai suoi e fu forse la disperazione che lo uccise, più del Covid – ma elaborato dagli Uffici responsabili dei vertici americani. Ai falsi seguì una duplice guerra, una sorta di neoguerra coloniale con mezzi immensi contro due paesi deboli, caratterizzati ormai da elezioni, parlamenti e governi, a imitazione dei modelli occidentali. In conseguenza della loro sconfitta, di un numero enorme di vittime civili e di distruzioni irrecuperabili, i governi esistenti furono ribaltati e i massimi dirigenti giustiziati. Cosa sia avvenuto dopo è, nei fatti, la storia di prima che torna, forse peggiore di sempre.

4. Un altro episodio straordinario del nuovo secolo, del millennio appena iniziato, è l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas a Israele che stringeva d’assedio Gaza, rifugio di due milioni di palestinesi. Hamas compì e diresse una sortita contro gli assedianti, simile a Ettore all’assedio di Troia. La sortita ebbe pieno effetto, allora e oggi. Ma poi Troia fu incendiata e distrutta, come la Gaza dei nostri giorni. Ettore ucciso. Allora furono gli dei dell’Olimpo a decidere lo svolgimento dei fatti e poi il seguito, nei secoli, senza che nessun mortale potesse opporsi effettivamente alle scelte dei Potenti dell’Olimpo; più tardi, alcuni dei troiani scampati si costruirono una nuova città sul biondo Tevere e dettero vita a un paio di imperi. 

Oggi Netanyahu comanda, gli israeliani per lo più lo seguono, lo sterminio dei palestinesi continua e continua…

E’ noto che l’imprendibile Troia fu presa con un inganno: ce ne andiamo – dissero – e vi lasciamo un cavallo, in pegno di pace.  Nel caso dei nostri giorni vi fu una sortita dei guerriglieri organizzati di Hamas, forza più vitale e integra dei palestinesi assediati a Gaza. Non ne abbiamo le prove, ma l’Idf, l’esercito israeliano, mise in atto o si servì dell’occasione di una grande Rave messo in funzione nella notte di sabato 7 ottobre, fine di Sukkot, solenne festa ebraica. Del Rave si sapeva e non sapeva. Del resto è così per ogni Rave. I soldati, gli ufficiali, il governo israeliano, Netanyahu stesso, forse facevano finta di non esserne al corrente, in ogni caso indebolirono le difese tanto da ingannare più che Hamas, gli osservatori delle democrazie occidentali, i pressoché miopi osservatori dell’Olimpo. Forse era un tranello per i capi di Hamas che buttarono, allo sterminio della festa e tutt’intorno, le loro migliori squadre. L’attacco sanguinoso ai ragazzi in festa riuscì in pieno; ci rimangono i resoconti desolati delle ragazze soldato del Kibbutz Nahal Oz che nessuno all’Idf e al governo d’Israele volle ascoltare.

Il testo che segue, ripreso dalla rete, è da ricordare

Si chiamano Yael Rotenberg e Maya Desiatnik. Sono soldatesse israeliane. Tredici loro compagne sono state uccise a sangue freddo, da distanza ravvicinata, da membri della unità di élite di Hamas. Altre rapite, o disperse. Adesso Yael (ferita da una bomba a mano) e Maya hanno deciso di parlare con la televisione pubblica Kan. Malgrado la loro giovane età, seguendo ora per ora quanto avveniva dentro Gaza ad un chilometro di distanza dai loro strumenti, avevano intuito che Hamas stava preparando qualcosa di grande e avevano riferito ai superiori, senza ottenere successo. 
Nelle settimane, e ancora di più nei giorni precedenti all’attacco – ha riferito Rotenberg – erano avvenuti “episodi strani”. “Improvvisamente abbiamo visto 200 militari di Hamas. Un mese prima sono cominciate le loro esercitazioni. Ci hanno detto che era normale. Ma poi le esercitazioni hanno assunto il ritmo di una al giorno, anche due al giorno. E questo era eccezionale. Abbiamo anche visto come si addestravano a prendere il controllo di un carro armato”. Una loro compagna – Hadar Cohen, assassinata da Hamas – era molto inquieta: aveva segnalato, secondo Rotenberg, che ufficiali di Hamas facevano sopralluoghi lungo il confine con grandi carte geografiche, che indicavano le località ebraiche più vicine. “Il nostro comandante le fece anche complimenti. Ma poi non abbiamo saputo cosa sia successo col suo rapporto”. 
Intanto come si è scritto, in Israele si celebrava il Sukkot, la Festa dei Tabernacoli, e molti militari di Nahal Oz erano in licenza. 
L’attacco di Hamas è iniziato il sabato mattina con un possente bombardamento che “ha fatto tremare le pareti ed i nostri schermi. Li abbiamo visti arrivare in massa. Incredibile: conoscevano tutti i punti deboli del reticolato di confine”. 
Nelle settimane precedenti Hamas aveva organizzato manifestazioni ‘popolari’ durante le quali aveva lanciato numerosi ordigni che avevano indebolito le strutture. Quando c’è stato l’attacco le altre vedette erano ancora nei loro letti. 
Yael e Maya si sono salvate miracolosamente dal massacro. I soldati che dopo ore le hanno tratte in salvo hanno detto loro di chiudere gli occhi, per non vedere i corpi delle amiche trucidate. Fra i ricordi più agghiaccianti le telefonate di addio delle compagne ai genitori, quando avevano ormai compreso che non sarebbero uscite vive dalla base di Nahal Oz. 

Il testo che precede che abbiamo ripreso quasi integralmente, offre qualche elemento di comprensione sull’intento del governo e dell’esercito israeliano in occasione del 7 ottobre. 

Nahal Oz è una località a mezzo chilometro da Gaza, in cui mezzo secolo fa israeliani e palestinesi convivevano, superando le difficoltà e gli attriti immancabili. Yael e Maya hanno fatto quel che potevano per difendere Israele ed evitare una guerra. Non hanno potuto evitare l’assalto, hanno vissuto la guerra.

Abbiamo riaperto un album di fotografie. Per così dire, certo sono foto non tutte nitide, più spesso non bene a fuoco, senza una mano ferma dietro all’obiettivo. Sono le nostre foto, è nostra la memoria. Potremmo dire che ci dobbiamo accontentare e risolvere così ogni questione, ma sappiamo tutti bene che per fortuna non c’è un’unica cassetta per la raccolta di tutte le foto, da chiunque scattate. Come non c’è un unico obiettivo, di un’unica macchina fotografica. Non lasciamoci intimorire; raccogliamo più foto, più scritti, più idee, più verità che sia possibile per poter dire la nostra sui fatti del mondo, per avere qualche prova, qualche futura memoria, per non lasciarci prendere in giro da questo o da quel Potere quando decide di riscrivere il presente (cambiandolo semmai un po’. E con esso la nostra vita).

E detto tra noi: non perdiamoci di vista.

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lunedì 17 febbraio 2025

Baruffe romanotte e idraulici informali - Guglielmo Ragozzino

 

La sicurezza e l’accoglienza: due approcci – o visioni – dell’immigrazione dietro una lite all’Esquilino tra un noto giornalista televisivo e un attivista di Spin Time, il centro sociale aiutato dal Tesoriere di Papa Francesco. Dietro l’episodio, da baruffe chiozzotte, un’orizzonte di umanità e diseguaglianze e tanta miopia.

 

Parlerò di me, una volta tanto. Sabato scorso, mattina, lavoravo “a studio”, (come dicono a Roma) e sono sceso a bere un caffè in un vicino bar tenuto da “Bangla” (sempre come dicono a Roma). Nella piazza circostante, detta Pepe, era in corso, a mia insaputa, una riunione di esquilinesi, gli abitanti e le abitanti del quartiere. Erano rappresentate un bel po’ di associazioni locali, nate per migliorare il benessere generale, sotto forma di attività comuni, sociali, sportive, culturali. Una parte delle persone presenti era però di opinione contraria: “all’Esquilino i veri problemi sono quelli della sicurezza, per dirla in una parola sola: furti, aggressioni, spaccio, prostituzione, ogni giorno e soprattutto ogni notte, al buio. Noi abitanti non siamo sicuri e non siamo sicure. Occorrono cancelli e chiavistelli, per proteggere persone deboli e proprietà. E che dire poi del mercatino dei pezzenti di Via principe Amedeo, di fronte al gran mercato alimentare”?

Parlerò di nuovo di me. Mi capita di attraversare il “mercatino del “tutto giù per terra” tre/quattro volte al giorno nel percorso da casa a studio.

Le merci sono sistemate su coperte e asciugamani, pronte a essere fatte sparire, infilate In borsoni, al segnale di pericolo. Il pericolo è costituito da uno di tre o quattro gruppetti di difensori dell’ordine, vigili, poliziotti, carabinieri, tutti armati di pistole e manette. Le forze d’intervento si alternano, con disciplina e modi urbani, lasciando ogni tanto spazio alla quarta forza, la Guardia di finanza, che eventualmente sanziona le vendite senza Iva, di vecchie scarpe, magliette usate o cianfrusaglie varie. L’impressione è che le soldate e i soldati che controllano Via Principe Amedeo lo facciano nella convinzione di evitare guai, abusi, prepotenze, imbrogli con la loro semplice presenza. 

Tornando a Piazza Pepe, sabato mattina, ecco un teatrino romanesco gratuito. Protagonisti un assertore del partito dei cancelli, un famoso e simpatico personaggio televisivo, abitante proprio in piazza Pepe e il portavoce di Spin time un noto palazzo occupato, proprio all’Esquilino. (1) Ne è sorto un diverbio che la grande stampa non ha trascurato: “Cancellate in piazza Pepe / la lite tra Telese e Tarzan finisce a spallate. Poi la pace” (la Repubblica, 3 febbraio 2025). Replica il Corriere, il giorno dopo: “Non ho preso pugni in faccia, ma i pusher in piazza sono un fatto” (Corriere della Sera, 4 febbraio 2024) che poi aggiunge un’altra riga: “Luca Telese dopo la lite con l’antagonista: ‘Lo conosco da anni’”.

In effetti entrambi gli antagonisti rappresentano opzioni diverse: qui sicurezza, là accoglienza. Una piccola sceneggiata romanesca forse utile per far riflettere: ancora una volta si ripropone uno dei problemi forti della nostra epoca. Che fare con i migranti, come insegnare loro a vivere e a trovarsi un lavoro in una grande città, nuova per loro, senza fare chiasso, senza sporcare, senza sdraiarsi sulle panchine; e questo in un quartiere ospitale e disponibile, ma non sempre, non tutti i giorni, non per tutti. Quanto allo spaccio e alla prostituzione, in città, in ogni città, c’erano anche prima e non saranno i cancelli dell’Esquilino a farli sparire.

Le baruffe romanotte non fanno che riproporre bene e in modo esemplare un problema irresolubile che consiste nelle divisioni tra le persone (e anche tra noi democratici) in tema di migrazioni. Si riproduce qui il ben noto principio del NIMB (not in my backyard cioè non nel mio cortile) con cui nei decenni scorsi le comunità si difendevano da autostrade, piste aeree e ferrovie, volute dalle amministrazioni pubbliche. Sì a vie ferrate e autostrade e perfino a migrazioni, necessarie per l’economia; ma, per favore, dev’essere chiaro a tutti, non qui, non sotto le mie finestre. All’Esquilino ci sono sempre badanti ucraine, benvolute, lavoratori edili rumeni, tollerati, trattorie cinesi un tempo assai frequentate, ora trasformatesi in comodi bar, o nei cosiddetti cinesi (bazar plurimerce). A prima vista, guardando da lontano, con un teleobiettivo, sembra che tutto sia più o meno regolare, come al solito, e non emozionante. Guardando invece con una specie di grandangolo (o forse di telescopio) si vedrebbe un mondo assai più ampio, fatto di tanta gente in movimento, affamata, curiosa di tutto, povera, impaurita.

Una prima considerazione, se ci è consentito usare il grandangolo, è che la gente è nel mondo molto aumentata: la ‘ricchezza’ naturale è quella di prima, ma a dividerla siamo in molti di più. Nel 1900 c’erano al mondo, secondo le Nazioni Unite 1,65 miliardi di persone;(2) nel duemila i miliardi di presenze erano diventati sei; nel 2014, otto abbondanti, dunque con un aumento di due miliardi in tre lustri scarsi. Si prevede un rallentamento nella crescita nei prossimi decenni, con popolazione di 10,3 miliardi nel 2080 e poi un possibile calo: 10,2 miliardi a fine secolo. 

Insomma, la popolazione mondiale crescerebbe di quattro miliardi nel corso del secolo corrente (pari a tre quarti del totale). La ‘ricchezza’, intesa come territorio, acqua, aria pulita, insomma la natura è sempre la stessa, ma a partecipare nella divisione siamo molti di più, e mediamente più deboli, poiché saremo con più vecchi da sfamare e più piccolini (sopravvissuti) da svezzare. Gli uni non lavorano più; gli altri non sanno ancora fare. Se questo è l’ordine di grandezza previsto (preordinato, pronosticato, temuto: scegliete voi) dalle Nazioni Unite, il movimento migratorio sarà enorme, è inevitabile. In realtà, dire che la natura è sempre la stessa, è esagerare per ottimismo. Tra costruzioni, strade, ponti, macchinari, impianti di vario genere e per esempio dighe un po’ dappertutto, abbiamo ingoiato un bel po’ di natura. D’altro canto, se le popolazioni aumentano di tre quarti in meno di cento anni, non è difficile capire che i bisogni generali – cibo, strade, cure mediche, abitazioni, città, e poi traffici, viaggi, spostamenti – a parità di altre condizioni, non possono che aumentare. 

La guerra, la fame, la paura, l’oppressione, la povertà, la ricerca di un lavoro decente saranno la conseguenza obbligata a “fare qualcosa”, un qualsiasi tentativo per venirne a capo. Di fatto i guai costringeranno una parte della popolazione di ogni continente, di ogni plaga ad andarsene, abbandonando tutto il passato – memorie, credenze, usi – bagaglio inutile per sopravvivere, anzi pesante e penoso. Per sopravvivere e consentire a sé di tirare avanti, con il carico dei vecchietti e degli infanti di prima, e ai figli di crescere, di fare qualcosa, lavorare, mettere su famiglia, mantenersi. C’è poi dell’altro: c’è chi parte per provare, imparare, capire il vasto mondo, scegliere, mostrare quel che si sa fare.

I numeri sono meravigliosi. “Siamo tutti figli e nipoti di migranti. Abbiamo cominciato a migrare trenta o quarantamila anni fa, quando i nostri bisavoli Homo Sapiens sono usciti per la prima volta dall’Africa, espandendosi lentamente verso il Medio Oriente, l’Asia e l’Europa, in territori poco popolati da altre specie di Homo, che abbiamo respinto o con cui ci siamo mescolati. Sì, veniamo tutti dal Corno d’Africa, la terra da cui oggi cercano di arrivare tanti nostri cugini somali ed eritrei”. Così diceva un po’ di anni fa Piero Basso, un generoso maestro. (3)  

Poche frasi dopo Piero aggiungeva una frase di Seneca: “Nella storia antica molti popoli lasciarono la propria patria e cambiarono dimora. Tra questi troviamo molte colonie greche che oggi sono in Asia…I Tiri oggi abitano l’Africa, i Punici la Spagna e I Greci si insediarono anche in Gallia. Le tempeste e le onde fecero affondare molti inesperti che si dirigevano verso luoghi ignoti. Vari furono i motivi per i quali gli abitanti si allontanarono dalle proprie terre: la rovina della patria mosse alcuni, le guerre civili altri, un’epidemia scacciò altri, la fama di una terra feconda attirò altri ancora”. 

Uomini e donne al lavoro nel 2025 nel mondo sono 3,6 miliardi secondo l’Ilo; erano 2,23 miliardi nel 1991; si è dunque realizzata una crescita di 1,4 miliardi, in poco più di trent’anni, nonostante la caduta delle attività negli anni susseguenti al biennio 2019-20, il biennio del Covid, della Pandemia. Sono calcolati con maggiori difficoltà e quindi assumendo i rischi di qualche imprecisione anche i lavori informali. Per l’Ilo rientra nell’economia informale quasi l’86 percento della forza lavoro in Africa, per scendere al 40 per cento nelle Americhe e al 25 per cento in Europa, laddove sono presenti talvolta sindacati e contratti di lavoro sanciti dalle leggi. Le definizioni dell’Istituto del Lavoro che si susseguono da un anno all’altro sono interessanti ma non troppo rigorose. Informale è “ogni attività economica, escluse le illecite, per lavoratori e unità economiche che per legge in pratica non coperta o coperta insufficientemente da accordi formali come la legislazione nazionale sul lavoro, l’imposta sul reddito e la protezione sociale”.

Non solo in Africa o in altri luoghi remoti, anche in Italia, anche a Roma, anche nel misteriosissimo Esquilino il lavoro informale, se non vogliamo prenderci in giro, è presente e ci consente di sopravvivere: sia ai migranti, sia ai locali. I migranti sono appunto venuti con lo scopo di guadagnare un po’. Se non altro, sanno darsi da fare, per i cosiddetti lavoretti: sono giovani, i più e disponibili, si adattano. Tutti i lavori, paragonabili a quelli alla persona che sono soprattutto compito delle immigrate, sono attività – lavori – che sanno fare senza vergogna. Sanno per esempio riparare un vestito, cucire un orlo, aggiustare un filo elettrico, una presa, incollare, con il famoso silicone, qualsiasi cosa. Sanno verniciare e sverniciare, al contrario dei locali, noi, che non sappiamo spesso come fare per riparare un oggetto d’uso, (un ferro da stiro, tanto per fare un esempio) e sappiamo soltanto comprarne un altro, più complicato ancora. Il lavoro dei nuovi arrivati è per lo più informale e questo significa che lo si paga al vivo, al costo, all’ora, alla mano – ditela come la volete – senza extracosti, per chi lavora e per chi paga. E questo è tutto (o quasi).

NOTE

1.      L’11 maggio 2019 l’elemosiniere della Santa Sede, cardinale Konrad Krajewski si è calato sotto l’edificio occupato di Spin Time per riattivare luce e corrente elettrica sigillate qualche giorno prima dall’Irati

2.      ILO 2025 – “Advancing social justice, promoting decent work”

3.      Focus sulle migrazioni, GUE/NGL Milano, 20 ottobre 2015

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martedì 7 novembre 2023

Meloni tra cesarismo e florivivaismo - Guglielmo Ragozzino

“Ha detto ‘Brondo Melona, gome stai?’ Non potevo non crederci”. Sulla prima pagina della Repubblica di oggi, 4 novembre 2023, compare una caricatura di Giorgia Meloni che rievoca le parole del sorprendente  dialogo tra lei stessa, numero uno del governo italiano e il suo curioso interlocutore africano, messe in scena – parole inventate e premier che le ripete – dall’autore della vignetta e della presa in giro, Francesco Tullio Altan. Su questo si dirà, forse, più tardi. C’è ben altro. 

1.      Il 3 novembre 2023, ore 11,42, alla vigilia dunque della Repubblica di Altan, Giorgia Meloni, coinvolgendo il suo governo, espone un documento che prevede una forte riforma costituzionale. Si tratta di questo, anche se è di certo ben noto: “ELEZIONE DIRETTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri e razionalizzazione del rapporto di fiducia (disegno di legge costituzionale)”. L’intento è quello di “consolidare il principio democratico, valorizzando il ruolo del corpo elettorale nella determinazione dell’indirizzo politico della Nazione; favorire la coesione degli schieramenti elettorali; evitare il transfughismo e il trasformismo parlamentare”. Il punto principale, dei cinque brevi cenni della futura legge della Nazione Italia, è il quarto che intendendo evitare ogni pericolo di transfughismo, così recita al punto 4° : “affida alla legge la determinazione di un sistema elettorale delle Camere che, attraverso un premio assegnato su base nazionale, assicuri al partito o alla coalizione di partiti collegati al Presidente del Consiglio il 55 per cento dei seggi parlamentari, in modo da assicurare la governabilità;”. In molti hanno cercato di indovinare quanti voti sarebbero stati necessari per sommarvi il premio di maggioranza per raggiungere il 55% delle due Camere. Per fare un esempio: nel caso di Camere particolarmente litigiose, con partiti ostili tra loro tanto a destra che a sinistra e una maggior partito con il 25%, il premio di maggioranza, per raggiungere il 55% dei seggi previsto dalla legge, potrebbe essere del 30%? Nel caso poi di due maggioranze diverse alla Camera e al Senato, ci sarebbe autoeletto un presidente del consiglio diverso dal primo, nell’altra Camera e anch’egli con un premio al 55%? Quindi due presidenti del consiglio nello stesso tempo?

2.      Un aspetto significativo del Comunicato Stampa n° 57 che contiene la futura legge portante della Costituzione italiana – quella in cinque punti, auspicata da Meloni, che determina l’avvenire e i poteri del presidente del consiglio – è che tale legge in fieri non compare da sola nel consiglio dei ministri di venerdì 4 novembre, per esservi approvata dal governo, ma è accompagnata da tre altre disposizioni, più o meno importanti, tutte significative e da diverse misure minori, talvolta però esecutive. La prima delle altre importanti ha per titolo “Governance del Piano Mattei / Disposizioni urgenti per il “Piano Mattei” per lo sviluppo in Stati del Continente africano (Decreto legge)”. Il cosiddetto “Decreto Mattei” consiste nell’elargizione di denaro e altri vantaggi a taluni paesi africani non indicati per avere in cambio libertà di azione in merito all’”approvvigionamento e sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, incluse quelle idriche ed energetiche”. Si può pensare che il buon Enrico Mattei – visto che di lui si tratta – sussulterebbe nel sapere che il suo nome è usato come copertura per sfruttamento e speculazione coloniale.

Se Mattei è poco più di un’etichetta, più consistente è il quarto e ultimo punto del proponimento governativo: “CONCORDATO FISCALE PREVENTIVO / Disposizioni in materia di accertamento tributario e di concordato preventivo biennale (decreto legislativo – esame preliminare)”. Possiamo immaginare che l’inserimento di questo quarto punto sia dovuto al puntiglio del secondo alleato di Meloni nel governo: Matteo Salvini e la sua Lega. Ci si può immaginare un dialogo tra l’uno e l’altra simile a questo: “Vuoi proprio fare il presidente a vita? Ci sto, ma in cambio dobbiamo segnare una mia vittoria sulle tasse.” (Come disse il gatto alla volpe.)

3.      Abbiamo segnalato l’esistenza di quattro argomenti nella discussione ministeriale di venerdì 3 novembre, trascurando la miscellanea finale delle leggine o delle nomine di qualche prefetto o funzionario: il succo del Consiglio dei ministri consisteva in quattro proposte/decisioni su Presidenza del consiglio, Piano Mattei, Accertamento tributario; manca ancora un altro argomento, il terzo nella graduatoria governativa: si tratta di uno spunto a carattere agricolo. “FLOROVIVAISMO / Delega al Governo in materia di florovivaismo (disegno di legge – esame definitivo)”. Nel testo è citato il ministro Francesco Lollobrigida e le sue beneauguranti iniziative agricole. A prima vista si tratta – il florivivaismo – di un’iniziativa minore se confrontata alla riforma dell’assetto stesso del potere statale, dell’eventuale politica africana pseudo matteiana: migratoria, cooperativa, affaristica, imperiale; nonché all’altro caso delle tasse e degli abbuoni. Forse, però, siamo noi che non ne sappiamo abbastanza dei meccanismi del potere e la possibilità di parlare con una parte dell’elettorato è interessante per qualcuno al governo: i casi della vita, per non dire i casi della politica hanno delle regole che non tutti – noi per esempio – sono tenuti a conoscere. 

La riunione di governo che ha portato a così tante belle novità non è durata a lungo. La fine risulta essere alle 12,54; era, come si è detto, cominciata alle 11,42, sicché il governo della trasformazione epocale, dello sbarco in Africa, dell’abbuono delle tasse (con un’aggiunta di prefetti e florovivaisti) è durata poco più di un’ora. 

4.      Un’ora ben spesa, verrebbe da dire. Ma torniamo per un attimo alla telefonata di “Toto truffa” e di “Fantozzi contro tutti,” personaggi favolosi e scenette assai divertenti del cinema comico italiano che sono tornati in mente a Marco Travaglio, interrogato da Lilli Gruber a La 7 sulla insopportabile vicenda della Presidente del Consiglio dei ministri presa in giro da un improbabile dignitario africano. La concomitanza delle date – il governo italiano che si dà un’altra struttura ideata come più efficace e adatta ai tempi e ai nuovi poteri e la rivelazione della truffa antimeloniana, tale da gettare ridicolo e di conseguenza sfiducia, su una persona presuntuosa come il primo ministro italiano. Alcuni hanno tentato di buttare tutto in ridere; così avrebbe dovuto fare anche Giorgia Meloni e sarebbe apparsa come una persona che dopo tutto sa stare agli scherzi. Invece è stato messo alla porta qualche alto papavero, che si è preso la colpa dell’accaduto. Non solo, ma si è anche fatto trapelare un discorso sui servizi segreti, su Mosca come estrema organizzatrice della teletruffa. Ma vale la pena di buttare tutto in tragedia? Vale la pena di attribuire tanta efficienza al nuovo Kgb, o come si chiama? Forse, in questo caso, per restare alla cultura della tradizione italiana (pardon, della Nazione), si finisce per fare una toppa peggiore del buco, come dire: pezo el tacòn del buso.

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domenica 2 aprile 2023

La regola di Cutro - Guglielmo Ragozzino

 

Facciamo due conti. Con 5 mila arrivi la settimana per 30 settimane l’anno l’Italia ha a che fare con 150 mila persone. Il nuovo decreto sull’immigrazione per lavoro prevederebbe 70 mila permessi. Palazzo Chigi chiede ricollocazioni in Europa, ma la nostra quota di immigrati è solo del 10,6% della popolazione.

Un recente editoriale del Corriere della Sera, scritto da Goffredo Buccini in elogio della Guardia Costiera Italiana (CdS 15 marzo 2023, “Il dilemma dei nostri marinai”), tornava sul tema del caicco turco affondato nella notte tra il 25/26 febbraio scorso alla spiaggia di Cutro, in Calabria, con almeno 91 vittime. Le vittime erano per lo più provviste di titolo per ottenere l’asilo previsto dalle norme internazionali; provenivano da almeno dieci Paesi diversi, soprattutto dell’Asia: Siria, Pakistan, Afghanistan. L’autore dell’articolo suggeriva un’osservazione importante sulla quale è opportuno riflettere. La riporteremo per esteso. “C’è – scrive Buccini – una domanda retorica posta polemicamente da Giorgia Meloni: ‘Si può davvero pensare che da qualcuno sia partito l’ordine di non andarli a salvare?’” Ovviamente no, si risponde Buccini, che però continua. “Ma il quesito va rovesciato: come mai nessuno ha dato l’ordine di andarli a salvare?” Non proveremo qui a dire la nostra in un dibattito nel quale ciascuno ha ormai una sicura convinzione, ma muoveremo da un altro punto.

In poche parole, il principio “Salvate le vite” potrebbe non essere il primo comando alla marina, ma arrivare solo subito dopo l’altro “Difendete la patria”. Ci sarebbe anche una subordinata: “Arrestate quei bricconi degli scafisti” e poi una seconda subordinata: “Peggio per loro se sono partiti”. Quest’ultimo pensierino rivolto ai migranti è una riflessione caratteristica di ambienti di governo.

La Difesa della Patria e più in generale il principio di garantire la Sicurezza degli Italiani sono caposaldi scritti in lettere maiuscole nel pensiero politico su cui la destra ha fondato la sua alleanza e la vittoria elettorale. Le stazioni, piene di giovani stranieri senza occupazione e in ogni caso perditempo, offendono l’italico amor patrio sopra ogni altra cosa. L’altra idea, contraria, è quella della solidarietà, del sostegno generoso tra le persone: un’idea con un consenso minore, addirittura di lacerata opposizione in Parlamento. 

Il Corriere non si è fermato lì, ma ha messo in pagina altri due editoriali, dovuti ad altre due sue prime firme. Martedì 21 marzo è Angelo Panebianco che suggerisce, per ovviare alle difficoltà d’intervento italiane, politiche e logistiche, di rivolgersi a un’Unione Europea per ridurre e così risolvere i problemi della migrazione in Italia (A. P. “I migranti e l’Europa più unita”). Panebianco deve aver generosamente trascurato gli egoismi attuali dei governi amici e avere auspicato una Bruxelles piena di slancio. Così, a stretto giro di Corriere replica Ernesto Galli della Loggia (E. G. d. L. “L’accordo che serve”, giovedì 23 marzo). Egli ritiene che “l’emigrazione si prospetta come un’autentica emergenza nazionale, nei tempi medio-lunghi un vero uragano che minaccia di venirci addosso”. Data l’impraticabilità di un accordo con i paesi di origine e la sicura lentezza di un accordo europeo, non resta che attrezzarci all’accoglienza e all’integrazione. Accoglienza e integrazione – entrambe parole indicate in corsivo, dall’autore, per evidenziarne la sorprendente necessità – che sarebbero però occasioni d’immancabili discussioni e scontri laceranti fra le coalizioni, i partiti e dentro di essi, tali da rallentare o bloccare tutto. L’unica soluzione possibile sarebbe quindi una mediazione del Presidente della Repubblica dall’alto del suo magistero. C’è un uragano “che minaccia di venirci addosso”; procuriamoci almeno un ombrello.

Il Corriere ha fatto un nobile sforzo; ha discusso di problemi e cercato soluzioni. In una prossima occasione potrebbe però rendersi ancora più utile incaricando qualcuno dei suoi a leggere e documentarsi sui numeri dell’emigrazione. L’ultimo studio dell’Onu basterebbe. Esso è stato pubblicato alla fine dell’anno scorso e mostra dati che arrivano fino al 2020. L’anno successivo è reso per ora inaccessibile dalla pandemia del Covid-19 che ha imperversato anche sui dati dell’Onu, oltre che sulle vite, sulle scelte, sugli spostamenti degli umani. Il testo è “Sintesi dell’emigrazione internazionale 2020”. Contiene cinque brevi capitoli: 

1.      Le mete dei migranti internazionali: dove vivono; 

2.      Da dove vengono; 

3.      I loro movimenti quanto a paesi e regioni attraversate e quali siano i gruppi di reddito; 

4.      Le loro caratteristiche demografiche; 

5.      Quali politiche siano possibili per facilitare migrazione e mobilità ordinate, sicure, regolari e responsabili.

L’Onu indica nel suo testo che i migranti sono assai cresciuti di numero tra 2000 e 2010 e ancor di più nel decennio successivo. Nel 2020 hanno raggiunto il numero di 281 milioni di persone; qualcuno all’Onu nota che è un insieme di persone enorme, pari agli abitanti dell’Indonesia, quarta per popolazione tra gli Stati del mondo: un’Indonesia tutta di migranti; il quarto Paese del mondo, pronto a diventare il terzo, raggiungendo in numero gli stessi Stati Uniti d’America. Tutti costoro, i migranti, hanno cambiato il loro luogo di nascita per un altro, di vita, straniero. 

Altri numeri consentono di vedere meglio lo stato delle cose: dieci paesi contano per l’esatta metà dell’emigrazione, a partire dagli Usa con 50,6 milioni, e poi la Germania con 15,8, l’Arabia Saudita con 13, la Russia con 11,6; poi gli altri, in parte europei, con la Francia al nono posto e 8,5 milioni e la Spagna al decimo posto e 6,8 milioni di immigrati. L’Italia è undicesima, con 6,4 milioni. Per segnare la difficoltà di “chiedere all’Europa” seguendo il pensiero di Panebianco, serve di più la vista delle percentuali d’immigrazione nella Unione Europea a confronto con le popolazioni. In totale gli immigrati nei paesi europei, UE compresa, sono 86,7 milioni. Il paese più colpito – o favorito – dall’emigrazione in UE è la Svezia con un 19,8%. In altre parole uno “svedese” ogni cinque è immigrato; poi il Regno Unito con il 13%, la Grecia con il 12,9, l’Ucraina con 11,4, Paesi Bassi con 13,8, Francia con 13,1, Germania con18,8, Austria 19,3, Spagna 14,6 e naturalmente, ai confini dell’Italia, c’è la Svizzera con il 28,8 di immigrati. Più di uno svizzero ogni quattro, quasi uno svizzero ogni tre, stando all’Onu, è immigrato.

Sembra difficile che il governo italiano con la sua quota del 10,6% un immigrato ogni dieci, ottenga soddisfazione dai partner europei.

Vari articoli di L’Espresso del 26 marzo 2023 lo ripetono e ripetono. Gli immigrati arrivano in Italia per sbarcare e andarsene appena è possibile. Per rendere più severa la critica alla scarsa accoglienza italiana, lo stesso numero del settimanale offre una copiosa galleria di ritratti di persone diverse, di diversa origine e classe sociale: giovani e meno giovani, maschi e femmine, provenienti da altri mondi, da tutto il mondo. L’autore è Oliviero Toscani che afferma: “Ogni individuo che appartiene alla razza umana è un’opera d’arte unica e irripetibile… Quando gli uomini potranno spostarsi liberamente saremo finalmente una società civile”. 

Le povere persone naufragate a Cutro provenivano dall’Asia (Siria, Pakistan, Afghanistan) e si erano imbarcate in Turchia, avevano circumnavigato la Grecia, per finire in Italia, come altrettanti Ulisse, reduci tutti di moderne, sanguinose guerre di Troia. Chiuso questo capitolo, messa una pietra sopra il caso di Cutro (non solo per modo di dire), rispedite ai mittenti che ne avessero fatta richiesta le spoglie di ragazzi, donne, uomini affogati, adesso il governo italiano rivolge le sue cure alla difesa contro l’abituale invasione africana. In un recente fine settimana, sono arrivate a Lampedusa tre-quattro-cinquemila persone, in parte provenienti dall’Africa a Sud del Sahara, in parte autentici maghrebini, tunisini soprattutto. Si presume che con la buona stagione gli arrivi si ripetano, sovraffollando Lampedusa, la Sicilia, il resto d’Italia.

L’obiettivo dichiarato del governo, riproposto anche con il prevedibile limitato successo alla recente riunione del Consiglio europeo del 24 marzo a Bruxelles è stato quello di dividere tra i Paesi della comunità europea il carico dei migranti, modificando le regole di Dublino. Il “pericolo” attuale è rappresentato dalla Tunisia e s’immagina di avere dalla nostra il governo francese, per secoli “protettore” del paese del Nord Africa, con il quale spartire oneri ed onori di una autonoma politica tunisina di trattenimento dei connazionali lontano dal mare o almeno lontano dalla Sicilia, isolette comprese. Il governo francese, presidente Emmanuel Macron in testa, ha scarso interesse per l’andirivieni a Lampedusa e dintorni; ritiene però di avere un sufficiente numero di tunisini di prima, seconda, terza generazione a Parigi e nelle altre città francesi; non ne fa un mistero, ma senza gridarlo ai quattro venti, sceglie di fermare gli arrivi di altri ancora all’altezza di Ventimiglia, alla frontiera italiana. Commette così quello che appare ormai a molti (per esempio a L’Espresso) come un errore di previsioni. La Francia pensa di poter fare da sé, di non avere bisogno di altri tunisini. Del caso italiano, ben più sciagurato, si discuterà alla fine di questo articolo.

Dal punto divista dei migranti, un motivo per partire, forse il primo tra tutti, è quello di trovare un lavoro, meglio ancora un lavoro abbastanza pagato. Ma quanto si guadagna, lavorando, in Europa?

Ordine di grandezza di stipendi mensili medi in diversi paesi, più o meno ricchi (dal 2020 in poi, in euro)

Italia

2.102

Portogallo

933

Tunisia

250

Germania

2.891

Romania

700

Algeria

310

Regno Unito

2.613

Serbia

516

Nigeria

210

Spagna

1.708

Albania

302

Siria

105

Grecia

1.175

Polonia

895

Bangladesh

63

Francia

2.369

Russia

490

Vietnam

320

Svizzera

6.500

Ucraina

310

Filippine

270

L’Italia, intesa come il grande Paese che ha Lampedusa come lucente porto d’approdo, è un obiettivo ben noto ai migranti. Raggiunta Lampedusa, in un modo qualsiasi, in un tempo qualsiasi, con una qualsiasi spesa, comincia la giostra.

Per una ragazza, un ragazzo siriano, con magari dieci anni di scuola sulle spalle, cioè ben capace di leggere scrivere e di conoscere un mestiere e sapere una o più lingue, il passo dall’isola alla terraferma e poi all’Italia del Nord o a qualsiasi altro paese europeo, dipende soltanto dalle conoscenze (parenti, amici) e dall’opportunità e dalle fortune di viaggio. Se si guarda alla nostra povera, imprecisa, tabella, non c’è solo l’Italia a offrire un futuro di venti volte maggiore della Siria, futuro inteso come lavoro e vita pacifica; non vi sono solo altri Paesi ancor più ricchi, raggiungibili dall’Italia (da Lampedusa!) con un viaggio facile o per meglio dire non troppo pericoloso, non fuori portata, ma anche, tra i meno fortunati Paesi della Comunità, la Romania, con uno scarto da uno a sette, rispetto alla Siria, la Polonia con un margine di uno a otto e il Portogallo con un salto ancora maggiore e pari a uno a nove. Un migrante non capisce chi dice che l’Europa non esiste e si lamenti. L’Europa esiste davvero; è la libertà.

Facciamo un po’ di conti. Con cinquemila arrivi la settimana, per trenta settimane l’anno l’Italia ha a che fare con centocinquantamila persone; migliaia di ragazzi, di donne, di uomini, ragazzi piccoli, bimbi ancora al seno. Il problema di tutti loro è di stare un po’ meglio, aver ogni giorno da mangiare, trovare un lavoro, se possibile raggiungere i parenti, farsi raggiungere da loro, avere un po’ di pace, di tranquillità, di libertà; per dirla in una parola, che la destra di governo ama, un po’ di sicurezza. Dai tempi di Cutro pensiamo che ci vorrebbe una sorella gemella della guardia costiera che agisca in terraferma per provvedere a tutte le necessità di chi arriva; in modo ordinato, abile, rapido, efficiente; superando le molte inevitabili complicazioni, l’eccesso di burocrazia. Occorre occuparsi di cinquemila persone la settimana – abbiano preso per buona questa cifra – (e non bastano più i magnifici impermeabili dorati per rivestire chi è in ipotermia) senza che si urtino tra loro, si sentano rinchiuse, ma abbiano tutte da mangiare, curarsi, dormire, studiare, spostarsi in modo adeguato. Soprattutto si sentano libere; l’Europa serve a qualcosa, dopo tutto. Non sono una massa anonima i nuovi arrivati, ma tanti soggetti con esigenze, opportunità, vite diverse. Centocinquantamila vite l’anno, da sistemare tutte per il meglio. Siamo capaci di fare tutto questo, saremo capaci? In fondo è un lavoro molto più semplice di quello praticato con milioni di turisti; forse un po’ più complesso del tran-tran quotidiano, ma degno di rispetto, di vita degna. Alla fine si scoprirà che è perfino vantaggioso. Occorre che qualcuno dei nativi italiani impari una di dieci lingue, dieci storie antiche, diverse da quella dei sette re di Roma, ma altrettanto coinvolgenti. Per ora ci siamo dati da fare per insegnare a tutti i nuovi la lingua italiana. Uno sforzo generoso ma in fondo miope; adesso però occorre molto di più: imparare cibi, abitudini, religioni, memorie, la Storia per dire una parola, di decine di altri popoli, come ce li insegnano migliaia di altre persone migranti che abbiamo conosciuto o intercettato o che Toscani, tra gli altri, ha fotografato. 

Il governo italiano, per ora i migranti li conta e li respinge, per quanto può. Cerca talvolta anche di nasconderli, per mandarli a disperdere oltre i confini: in Africa, in Asia, di là delle Alpi. Se il governo attuale lo fa con più arroganza e pressapochismo, quelli precedenti, in forme più gentili, talvolta, hanno fatto lo stesso; su questo punto hanno ragione i governanti attuali. È peggiorata solo la buona educazione, non altro. I migranti, venuti dall’Africa nera soprattutto, sono stati pensati come un disturbo, un pericolo, una difficoltà maggiore dai governi che si sono succeduti. In vent’anni tutti i governi hanno fatto propria la legge cosiddetta Bossi-Fini. Tutti temevano una disfatta elettorale cancellando Bossi-Fini; in altre parole era opinione corrente che la popolazione italiana fosse prevalentemente contraria agli arrivi, lamentando un disagio immancabile, per il disordine, il peggioramento dei servizi già carenti (sanitari, trasporti, qualità urbane) e soprattutto livello dei salari. Gli immigrati si sarebbero accontentati di certo di paghe inferiori, orari più lunghi e disagevoli e condizioni di lavoro più scadenti. Tutto vero, tutti aggrappati alla Bossi-Fini.

La Bossi-Fini, una legge del 2002 (la 189, luglio 2002), è rimasta su per giù la stessa, ma il mondo, intorno, è cambiato. Perfino in Italia è cambiato. 

C’è in questi giorni un gran parlare del nuovo decreto sull’immigrazione per lavoro che prevede di dare permessi a un insieme di settantamila arrivi all’anno. Le domande, nel corso della prima ora di apertura della gara – di questo si tratta – per ottenere un permesso, sono state quattro volte più numerose. Il risultato alla fine sarà deludente come quello delle volte scorse: disagio per tutti, cattivo lavoro, prevaricazione nei confronti dei pochi fortunati.  

Le frontiere aperte sarebbero in primo luogo una forma di democrazia e libertà umana, di riconoscimento di un diritto alla terra inalienabile ma sempre dimenticato, sottoposto alle regole vigenti, all’esosa avarizia dei luoghi e delle persone. Le frontiere aperte, l’invito a collaborare alle navi Ong che praticano i salvataggi in mare, invece di spedirle in assurdi approdi, lontani giorni di navigazione, impedendo loro di partecipare al salvataggio di vite di naufraghi, povera gente scappata di casa. Le concrete promesse di un altro modo di agire, in tema di documenti, cure, cittadinanza dei nati in Italia, permessi di soggiorno più generosi potrebbero consentire a un paese ben governato di ovviare al suo destino di mediocrità nell’Europa futura.

Qui tutti, non solo i maestri giornalisti del Corriere della Sera, dovrebbero studiare i grafici dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Soprattutto quelli che mostrano con quattro curve il nostro avvenire, l’avvenire di figli e figlie, dei miei nipoti, delle mie nipoti. Le curve mostrano l’andamento probabile della mortalità, della natalità in Italia e poi quelli dell’immigrazione e dell’emigrazione, da oggi in poi, dal 2021 al 2070. Le curve che contano sono quelle centrali di ogni grafico. Segnano la popolazione che lascia il campo comune; quella che subentra, senza pareggiare il conto, anzi non raggiungendo, a un certo punto, neppure la metà della curva dei decessi; la curva degli immigrati e quella opposta degli emigrati; i primi sono molti di più dei secondi, ma nel periodo e soprattutto a fine periodo non riescono certo a coprire il vuoto delle tante morti e delle poche nascite, dell’invecchiamento della popolazione italiana in cui ben presto il numero di chi è in età di lavoro – convenzionalmente tra 14 e 64 anni – sarà numericamente pari a quello degli altri, cioè della popolazione che dipende dai primi essendo troppo giovane o troppo vecchia per lavorare.




Un ultimo invito per facili, piane letture. Il Sole 24 Ore del 29 marzo aveva un articolo sulla Germania e gli immigrati. (Isabella Bufacchi, “La Germania cambia le regole sugli immigrati”) Il governo di un grande Paese sembra dunque avere capito che occorre una riforma, subito. Non basta più badare soltanto a esportare magnifiche merci. Bisogna imparare anche a importare persone, povera gente dell’Ucraina, ragazzi e ragazze da mettere a scuola, case da costruire per tutti e tutte; e poi permessi di vita, cittadinanza più facile ai nati in Germania – una specie di ius soli per chi se ne ricorda – ecco la vera concorrenza dei tedeschi agli altri europei. Noi italiani dobbiamo rispondere. Essere più accoglienti, imparare a trattenere i nostri fratelli, le nostre sorelle, che arrivano dal mare.

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