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lunedì 8 novembre 2021

Una campagna per abolire Frontex e ciò che rappresenta - Francesca Spinelli

 


Si trova nel cuore del quartiere delle istituzioni europee a Bruxelles, al numero 20 dell’avenue d’Auderghem, ma passa inosservato all’ombra dei palazzoni che lo circondano. È l’ufficio locale di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la cui sede centrale è a Varsavia. La mattina di mercoledì 9 giugno 2021, i muri dell’edificio sono stati cosparsi di pittura rosso sangue, la strada ribattezzata “avenue meurtrière” (viale assassino) mentre dal balcone del primo piano due striscioni annunciavano l’inizio di una nuova campagna: Abolish Frontex. Lo stesso giorno azioni simili si sono svolte in altre sette città: Vienna, Bologna, L’Aja, Ouida in Marocco, Berlino e Friburgo in Germania, Las Palmas nella Gran Canaria.

Un’azione diretta semplice e tutto sommato innocua, sottolinea Stéphanie Demblon, dell’organizzazione pacifista belga Agir pour la paix, che aderisce alla campagna. “Non abbiamo nemmeno impedito alle persone di andare a lavorare”, osserva. Ma per un’istituzione a lungo abituata a operare indisturbata e nella più completa impunità, quell’azione è stata un affronto. In un’email ai suoi dipendenti inviata il giorno stesso ma divulgata da poco, il direttore Fabrice Leggeri parla di un “attacco fisico contro il nostro ufficio”, giunto al culmine di “mesi di discorsi di odio contro Frontex”, e assicura che gli autori saranno denunciati alla giustizia belga. “Azioni come quella di oggi a Bruxelles non sono in linea con i valori dell’Unione europea o lo stato di diritto e non possono essere considerate un contributo al dibattito democratico”. Scritte dal responsabile di un’agenzia accusata di respingimenti illegali e mortali di richiedenti asilo, queste parole suonano come un affronto.

Su un punto, però, Leggeri ha ragione. Frontex è la più odiata delle agenzie dell’Unione europea: nei suoi sedici anni di esistenza, è stata accusata di violazioni di diritti fondamentali così tante volte da fare concorrenza al primo ministro ungherese Viktor Orbán. Con la differenza che, essendo eletto, Orbán può far valere una sua legittimità.

 “Le agenzie dell’Ue sono organi diversi dalle istituzioni europee – sono infatti entità giuridiche separate, istituite per eseguire compiti specifici in base al diritto dell’Ue”, si legge sul sito ufficiale dell’Unione europea. Frontex fa parte delle cosiddette agenzie decentrate, istituite a tempo indeterminato per fornire “alle istituzioni e ai paesi dell’Ue conoscenze specializzate in molteplici campi”, lavorando “su questioni e problemi che hanno un impatto sulla vita quotidiana dei 500 milioni di cittadini dell’Ue”. È inserita tra le agenzie che si occupano di “giustizia e affari interni”, come Europol, quest’ultima incaricata di aiutare “le autorità nazionali a contrastare le forme gravi di criminalità internazionale e il terrorismo”. Frontex invece “aiuta i paesi dell’Ue e i paesi associati alla zona Schengen a gestire le loro frontiere esterne. Contribuisce anche ad armonizzare i controlli alle frontiere in tutta l’Ue”.

Il sito non è aggiornato. Si legge che Frontex impiega 315 dipendenti e ha un bilancio annuo di 250 milioni, ma sono numeri che risalgono al 2016, l’anno in cui i finanziamenti all’agenzia si sono impennati in seguito alla crisi del sistema europeo di accoglienza. Nel 2021 Frontex, con i suoi 1.500 dipendenti, ha potuto contare su un bilancio di 543 milioni di euro. Altri 140 milioni sono stati stanziati per la costruzione della nuova sede dell’agenzia a Varsavia, che dovrebbe essere inaugurata nel 2026 e permetterà di accogliere duemila nuovi dipendenti. Per fare un confronto, nel 2021 Europol ha ricevuto 123,7 milioni di euro per 1.300 impiegati.

Ora, mentre l’utilità di un’agenzia come Europol può capirsi (anche se molti criticano il modo in cui svolge il suo mandato, come ha fatto di recente l’organizzazione European digital rights), nel caso di Frontex è la sua stessa esistenza a essere problematica. Delle 39 agenzie decentralizzate dell’Ue, non solo è la principale avversaria dei cittadini extraeuropei, ma è anche la più inutile per i cittadini europei. Quale beneficio traiamo dal dispiegamento sempre maggiore di guardie e mezzi impegnati a respingere, anche a costo di farle morire, delle persone che cercano rifugio sul nostro territorio? Nessuno. In Europa a beneficiare dell’operato di Frontex sono solo quei partiti e governi che presentano l’immigrazione come una minaccia alla sicurezza per potersi ergere a difensori degli elettori, e quelle aziende che lucrano sulla crescente militarizzazione delle frontiere (un settore al quale il Corporate Europe observatory ha dedicato un rapporto nel febbraio del 2021). E questi benefici sono legati alle morti e alle sofferenze causate ai confini esterni dell’Unione dalle politiche incarnate da Frontex.

Quando le chiedo come è nata la campagna, Stéphanie Demblon mi spiega che “la rabbia a un certo punto diventa insopportabile”: “Ti svegli la notte e ti chiedi ‘Che possiamo fare?’. È cominciata così, con un incontro tra alcune e alcuni di noi, per capire cosa fosse già stato fatto contro Frontex, cosa mancava, cosa potevamo fare per mettere insieme tutte queste realtà”.

Abolish Frontex è una rete autonoma di persone, gruppi e organizzazioni attive in campi diversi, dalle ong che operano salvataggi in mare ai collettivi presenti alle frontiere, passando per associazioni di giuristi, centri di ricerca come Statewatch, Stop Wapenhandel e Transnational institute e gruppi antirazzisti. Per tutti loro l’agenzia “è solo la punta dell’iceberg”, spiega Demblon. “Se domani la Commissione dovesse chiudere Frontex, questo non risolverebbe il problema delle politiche migratorie europee. Per noi quindi era importante ampliare le nostre rivendicazioni, chiedere anche la chiusura dei centri di detenzione per persone straniere, la fine delle espulsioni, la regolarizzazione e la libertà di circolazione per tutte e tutti, denunciare insomma tutto ciò che nasce dal cosiddetto regime di frontiera europeo”. Si tratta di un’iniziativa decentralizzata: “Dal momento in cui ci si riconosce nelle rivendicazioni, chiunque può organizzare quello che vuole in nome della campagna”, spiega Demblon. A Bruxelles Abolish Frontex era tra gli organizzatori del raduno di sostegno a Mimmo Lucano che si è tenuto davanti all’ambasciata italiana il 20 ottobre (qui il testo della lettera consegnato alle autorità italiane in quell’occasione).

Commentando l’email di Leggeri, Stéphanie Demblon la definisce “impagabile”: “Il principio dell’azione diretta è esattamente questo, è un modo per provocare un confronto. Si tratta di opporre un discorso radicale a un’istituzione per ottenere una reazione, perché senza reazione non succederà nulla. Bisogna rendere visibile ciò che preferisce restare nell’ombra. Per questo il lavoro d’inchiesta di tanti giornalisti è essenziale: permette di ottenere delle immagini e di contestualizzare il senso di quelle immagini. Le azioni di Frontex non si possono più negare. Sono più di quindici anni che l’agenzia esiste e che le ong dicono che bisogna sbarazzarsene, ma il messaggio non riusciva a passare. Dieci anni fa si parlava molto dei voli di rimpatrio coordinati da Frontex, criticati perché erano voli militari e non c’erano osservatori a bordo. Ma non esistevano prove di quello che accadeva su quei voli, era la parola delle persone espulse, di attivisti e militanti, contro la versione ufficiale”.

Frontex ha continuato ad approfittare di questa situazione per anni, ignorando le critiche dei mediatori europei e contando sull’appoggio incondizionato di Commissione e stati membri. Le cose hanno cominciato a cambiare con il diffondersi di immagini e video fatti da chi tentava di raggiungere l’Europa. “Non bastava dire che le persone arrivate in Grecia erano state messe su dei gommoni e rispedite in Turchia, bisognava mostrarlo”. È successo nell’ottobre del 2020, grazie all’inchiesta “Frontex at fault”, frutto del lavoro di una rete di testate. “Senza quelle immagini, la Commissione e il parlamento europeo non si sarebbero interessati alla vicenda. E il fatto che i politici non possano più evitare di affrontare la questione in pubblico è un enorme passo avanti”, commenta Demblon.

Frontex è finita sotto i riflettori e, con buona pace di Leggeri, non ne uscirà tanto facilmente. Le inchieste sul suo operato si moltiplicano, giornalistiche ma anche istituzionali (dopo le conclusioni del parlamento europeo e della Corte dei conti europea, si aspettano quelle dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode, che ha aperto un’indagine alla fine del 2020). Sul fronte legale due denunce sono state presentate alla Corte penale internazionale nel 2018 e 2019, altre due alla Corte di giustizia europea nel 2021.

Università responsabili
Tutte queste iniziative aumentano la pressione non solo sull’agenzia, ma anche su chi accetta di collaborare alle sue attività. Come si legge sul sito di Abolish Frontex, è il caso di parte del mondo accademico europeo. Oltre alle 
sei università che propongono un master creato da Frontex, lo European joint master in border management, altri atenei collaborano sul fronte della ricerca. Il 20 ottobre Luca Rondi ha pubblicato su Altreconomia un’inchiesta intitolata “Il Politecnico di Torino a fianco di Frontex”, criticando la decisione dell’ateneo italiano di produrre servizi cartografici “per supportare le attività” dell’agenzia. “Attività che spesso”, scrive Rondi, “si traducono nella violazione sistematica del diritto d’asilo lungo i confini marittimi e terrestri europei. Nonostante questo, fonti del Politecnico fanno sapere di ‘non essere a conoscenza dell’utilizzo dei dati e dei servizi prodotti’”.

Il 24 ottobre, sempre su Altreconomia, il professore Michele Lancione si è dissociato pubblicamente dall’accordo siglato tra il suo dipartimento al Politecnico di Torino (Dipartimento interateneo di scienze, progetto e politiche del territorio) e Frontex. Come mi ha spiegato Lancione, quello firmato nel quadro di un bando da quattro milioni di euro è un contratto di committenza, non di ricerca: “Nel secondo caso, un ricercatore singolo è libero di fare quello che vuole, e se ne prende la propria responsabilità morale, politica e scientifica. Nel primo caso, una collettività decide di offrire un servizio, di rispondere a una committenza e, così facendo, di associarsi al committente su molteplici livelli: di operato, di immagine e di opportunità. Il contratto in questione è problematico perché non lascia, per definizione, spazio al lavoro fondamentale della ricerca, che è un lavoro di critica e di avanzamento del sapere. Qui si tratta d’altro. Frontex chiede un servizio, noi lo forniamo e, così facendo, offriamo all’agenzia l’opportunità di ripulirsi l’immagine. L’operazione culturale in atto valida Frontex, ed è quindi pericolosissima”.

Dal giorno della pubblicazione della sua lettera, racconta Lancione, “il Politecnico ha scelto la linea del silenzio. I miei colleghi non hanno preso posizioni pubbliche, a volte per motivi che comprendo e accetto (legati a posizioni di precariato), in altri casi preferendo percorsi e dibattiti interni alle mura del dipartimento, nei quali però non si prende una posizione chiara e univoca su Frontex. Studenti e sindacalisti si stanno organizzando. L’idea è non solo di cancellare questo accordo, ma di creare un precedente, di dare un esempio: in Italia non accettiamo che le nostre università lavorino con Frontex”.

Un “appello alle università e ai centri di ricerca italiani ed europei a non legittimare l’apparato violento, repressivo, espulsivo e razzializzante dell’Unione europea” è stato lanciato il 28 ottobre dal sito della campagna LasciateCIEntrare. Servirebbe una mappa di tutti gli atenei dell’Ue che, come il Politecnico, hanno partecipato a bandi che prevedono una collaborazione con Frontex. Sono informazioni d’interesse pubblico, soprattutto per chi in quelle università studia e lavora.

La lettera di Lancione è stata ripresa e tradotta sul sito di Abolish Frontex. “Rispetto alle aziende private, le università devono giustificare le loro scelte di fronte agli studenti e agli altri atenei con cui collaborano”, commenta Demblon.

Ogni atto di resistenza conta, conclude l’attivista. “La cosa fondamentale è far sì che Frontex non esca più dall’attualità”. E a chi obietta che il nome della campagna è idealista, risponde: “Può darsi, ma è un traguardo che dobbiamo immaginare se vogliamo che l’Unione europea riconosca gli stessi diritti e la stessa dignità a tutte e tutti”.

 

L’11 novembre Agir pour la paix organizza a Bruxelles un “lobby tour” dedicato al rapporto tra industria delle armi e politiche migratorie europee.

 

da qui

giovedì 28 ottobre 2021

“Non a fianco di Frontex”. Chi si dissocia dall’accordo del Politecnico di Torino - Michele Lancione

 

“Non si può lavorare con chi come Frontex respinge, fomenta xenofobia, uccide”, denuncia il professor Michele Lancione. Una presa di posizione pubblica che rompe il silenzio interno al Politecnico di Torino dopo l’accordo con l’agenzia Frontex per la produzione di mappe e cartografie. C’è un altro modo di pensare e vivere l’accademia

Con un’inchiesta pubblicata il 20 ottobre 2021 Altreconomia dava notizia della collaborazione tra il Politecnico di Torino e Frontex. Un bando da quattro milioni di euro per la produzione di mappe e infografiche necessarie “per supportare le attività” dell’Agenzia che sorveglia le frontiere esterne europee. Iniziative che, spesso, si traducono nella violazione sistematica del diritto d’asilo. Nonostante questo, fonti del Politecnico hanno dichiarato di “non essere a conoscenza dell’utilizzo dei dati e dei servizi prodotti”. Pubblichiamo di seguito una nota di risposta al nostro articolo inviata alla redazione da Michele Lancione, professore ordinario di Geografia politico-economica (lr).


“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”.
Hannah Arendt

Sono un accademico del Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico e dell’Università di Torino. Scrivo questo testo per dissociarmi pubblicamente dall’accordo siglato tra il mio Dipartimento, il Politecnico di Torino, Ithaca Srl e Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.

Come evidenzia l’articolo pubblicato da Altreconomia, l’accordo, che prevede la produzione di cartografia presso i laboratori del mio dipartimento su commissione di Frontex, è stato annunciato il giorno 14 luglio 2021, con comunicato stampa. Nel comunicato, si afferma che DIST e Ithaca saranno coinvolti nella “produzione di cartografia digitale, mappe di infografica e map book utili all’attività dell’Agenzia”. A livello intellettuale e umano, non mi sento rappresentato dalla posizione dell’istituzione per cui lavoro, che ha scelto di definire l’accordo con Frontex come un progetto che “si inquadra perfettamente nell’obiettivo strategico del Dipartimento”. La questione non è solo personale, ma politica.

L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera è stata accusata a più riprese -da Ong, attivisti e agenzie internazionali- di essere direttamente coinvolta nei violenti respingimenti di migranti alle frontiere europee. Il più noto è il caso greco, ora discusso presso la Corte europea di giustizia, dove non solo si ha la certezza dell’illegalità dei respingimenti forzati operati dell’Agenzia, ma anche del ruolo della stessa nel distruggere documenti che evidenziano l’uso illegale della forza per respingere i rifugiati verso la Turchia. Questo episodio è solo l’apice di una strategia operata dell’Unione europea, attraverso Frontex, per la gestione dei confini comunitari attraverso principi espulsivi, razzializzanti e letali per coloro che si spostano per cercare protezione nel continente.

Come accademico critico e cittadino impegnato in primo piano, attraverso il privilegio della mia posizione, nel comprendere e nel combattere le violente politiche di creazione ed espulsione “dell’altro” che governano l’approccio europeo nella gestione della “questione migrante”, ho fatto tutto quello che era in mio potere per sottolineare la gravità di questo accordo tra un’università pubblica -il mio dipartimento- e Frontex. Con alcuni colleghi mi sono mobilitato, sin dal 14 luglio (giorno in cui sono venuto a conoscenza dell’accordo) per questionare quanto deciso. Abbiamo preso voce nel Consiglio di Dipartimento, in cui l’accordo è stato presentato, ponendo la gravità della decisone presa. Abbiamo poi lavorato per comprendere se fosse possibile annullare l’appalto. Abbiamo anche chiesto che tale attività non venisse svolta in nome di tutto il dipartimento, ma che i singoli coinvolti se ne prendessero il peso e la responsabilità. Su tutti i fronti, le risposte sono state negative: se non offerte di dialogo, discussione, bilanciamenti. Ma questo non basta.

Il problema qui non è solo nel tipo di dato che Ithaca e il mio Dipartimento forniranno a Frontex. I ricercatori coinvolti nel progetto dicono che si tratti di dati open source, innocui. Posto che nessun dato è mai innocuo, la questione sta nel prestare il proprio nome -individuale e istituzionale- alla legittimazione dell’operato di una agenzia come Frontex. Perché quello si fa, quando si collabora: si aiuta l’apparato violento e espulsivo dell’Unione europea a legittimarsi, a rivestirsi di oggettività scientifica, a ridurre tutto a una questione tecnica che riproduce il suo male riducendolo a un passaggio di carte tra mani. In Europa la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa in tal senso, ma chiaramente non abbiamo imparato nulla. 

Il dipartimento ha scelto di continuare l’accordo, invitando il sottoscritto e alcun* collegh* che hanno espresso riserve a contribuire al suo sviluppo evidenziando gli aspetti problematici dell’attività di Frontex. Ha inoltre deciso di non rappresentare pubblicamente il nostro dissenso, preferendo la linea del silenzio, che è anche quella del Politecnico.

Io credo però non sia possibile lavorare con chi come Frontex respinge, fomenta xenofobia, uccide. Con questo testo mi dissocio dall’accordo e rinnovo allo stesso momento il mio impegno verso i miei student*, collegh* e partner che troveranno sempre, nel mio dipartimento e al Politecnico di Torino, strumenti e spazi per la critica, quella vera, che richiede un posizionamento chiaro: non a fianco di Frontex.

Michele Lancione, professore ordinario di Geografia politico-economica (michele.lancione@polito.it)

da qui