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giovedì 1 giugno 2023

Il confine del colore - Marco Aime, Davide Papotti

 

Una sera ho deciso di telefonare a Pierre, un mio amico d’infanzia.
«Ciao Pierre, come stai?»
«Ciao Lilian, bene e tu?»
«Senti, posso farti una domanda?»
«Dimmi.»
«Pierre, tu sai di essere bianco?»
Percepisco un’esitazione dall’altra parte del filo.
«In che senso? Non capisco…»
«Pierre, sei d’accordo che io sono nero?»
«Beh, sì.»
«Se io sono nero, tu cosa sei?»
«Beh… io sono normale.»
Sono scoppiato a ridere.
«Tu sei normale? Quindi io non sono normale?»
«No, non volevo dire questo…».

Questa bizzarra, ma significativa, conversazione è riportata da Lilian Thuram nel suo libro Il pensiero bianco, in cui riflette sulla percezione del colore della pelle e sulle sue storiche conseguenze.

La pelle è l’ultimo confine tra noi e il mondo, ciò che separa il nostro essere dall’ambiente, ed è la prima cosa che vediamo di un essere umano al primo incontro, ciò che lo individua. Per questo ha finito per assumere una così grande importanza nella nostra percezione dell’altro. Non stupisce, quindi, che i primi esploratori, incontrando genti diverse, rimanessero colpiti dal colore della loro pelle. Il colore conta, conta molto, perché spesso associamo alle diversità cromatiche significati profondamente culturali.

In una scena del celebre film di Richard Attenborough Grido di libertà, durante il processo al leader antiapartheid Steven Biko, il giudice accusatore si rivolge al fondatore di Black Consciousness in tono provocatorio, dicendo: «Perché vi definite neri? Siete più marroni che neri». «E voi perché vi definite bianchi? Siete più rosa che bianchi» è la risposta di Biko. Come si vede, però, non si tratta solo di una questione cromatica pura e semplice, perché i colori non esistono di per sé. «Il colore deve essere visto» ha scritto Walter Benjamin, esiste nel momento in cui il nostro cervello elabora le informazioni che provengono dall’osservazione di un oggetto. In effetti, i colori non sono come sono, ma come noi li percepiamo. «La sensazione del colore è fisica; la percezione del colore è culturale», perciò, come ha detto Vasilij Kandinsky, «il colore è un potere che influenza direttamente l’anima».

Peraltro, se prendiamo in esame le prime forme di classificazione razziale attuate dagli scienziati del diciottesimo secolo (ma ancora nel diciannovesimo), scopriamo che si basavano fondamentalmente sulla collocazione geografica e sul colore a partire da Linneo, che stabilì l’esistenza di quattro razze umane: Europeus albus; Americanus rubescens; Asiaticus fuscus (luridus); Africanus niger. Così, a partire dalle prime teorie razziali, il colore è diventato un forte indicatore di differenza, che dal piano visivo si sposta a quello culturale e politico. Inutile dire che a soffrire più di tutti di questa discriminazione è stata la gente dalla pelle scura. La sua visibilità, nel mondo dei bianchi, è già indice di condanna e inferiorizzazione a seguito di secoli di persecuzioni subite, proprio da parte di chi ha la pelle chiara.

Possiamo tranquillamente affermare che le espressioni razziste sono intrise, in modo conscio o inconscio, del rapporto di forza tra Occidente e Africa. Così, in Occidente il nero è il colore del lutto, da bambini ci spaventano con l’uomo nero; inoltre, aggiunto come aggettivo, nero rende il concetto negativo, illegale: lavoro nero, mercato nero, cambio nero, pagamento in nero… Le cose non migliorano con l’utilizzo di un linguaggio politically correct: infatti si usa l’espressione «afro-americano», ma nessuno si sognerebbe di definire Robert De Niro «euro-americano» o Bruce Lee «asio-americano». Come scrive Amin Maalouf: «Negli Usa avere antenati yoruba o hausa è indifferente: sei nero. Per i bianchi avere origini italiane, irlandesi o inglesi è diverso». I neri-africani sono tutti uguali, appiattiti e sovrastati nelle loro specificità dal colore della pelle.

Anche quando cerchiamo di addolcire il colpo, usando, eufemisticamente, ma sarebbe meglio dire ipocritamente, l’espressione «uomo (o donna) di colore», di fatto pensiamo solo ed esclusivamente a qualcuno che ha la pelle nera. Contemporaneamente il pensarci bianchi ci esime dal fardello di essere di qualunque colore, paradossalmente ci fa essere come privi di colore. Prendendo il colore della pelle come metro di distinzione, da un lato si finisce per accomunare tutti gli individui dalla pelle scura in un unico insieme, annullando le differenze (a volte anche marcate) che intercorrono tra di loro; dall’altro si riducono tutte queste persone a semplici corpi. La loro storia viene cancellata, le loro aspirazioni, i loro pensieri anche. Sono solo ed esclusivamente dei corpi, perlopiù estranei. È quello che Ta-Nehisi Coates, nel suo bellissimo e accorato Tra me e il mondo, vuole dire rivolgendosi a suo figlio: quel confine che separa i neri dal mondo dei bianchi passa proprio sulla linea della pelle. Una linea che, nella realtà quotidiana, si traduceva nella separazione sugli autobus, nei quartieri, per cui in seguito a una politica immobiliare mirata, i neri erano costretti ad abitare nei ghetti, per non parlare dell’apartheid sudafricano, dove ogni spazio era rigorosamente diviso.

Negli Stati Uniti, dove la discriminazione razziale era legalizzata fino alla metà del secolo scorso, è ancora diffusissima l’idea che sia scontata una dominazione anglo-protestante sugli americani con il trattino. L’immaginario razzista crea negli Stati Uniti una macchia indelebile: la linea del colore che trasforma il nero in negro. Come afferma lo scrittore e saggista James Baldwin: «Non ci sono negri al di fuori dell’America». Il negro, termine che assunse nel tempo una valenza profondamente spregiativa, è uno dei frutti amari del razzismo, che trasforma un dato di fatto epidermico, un colore, in una macchia di inferiorità, che legittima ogni forma di sfruttamento e di esclusione. Al contrario, essere bianco non si limita al colore della pelle, ma in molti casi indica un modo di pensare a sé stesso come dominante. Essere dalla parte giusta del confine, quindi essere normale, ecco cosa intendeva Pierre. Siamo ancora lontani dalle speranze di Martin Luther King: «Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità».

Anche i nativi americani hanno sofferto la linea del colore (oltre al fatto di essere chiamati «indiani»), in questo caso ancora più fasulla. Infatti, tale definizione (redskin) venne loro attribuita dai primi europei arrivati nelle terre che abitavano, per il fatto che alcuni di loro usavano talvolta dipingersi o decorarsi il volto con pigmenti rossi ricavati da terre o bacche colorate. A partire dalle guerre dei coloni con le tribù native (fine diciannovesimo – inizio ventesimo secolo) il termine «pellerossa» iniziò ad avere un significato sempre più negativo. Successivamente molti western hollywoodiani contribuirono non poco a diffondere l’immagine del pellerossa cattivo e pericoloso, mentre al contrario celebravano le gesta di un criminale come il bianco e biondo George Custer. Così come «negro» ha finito per indicare nient’altro che pelle nera, anche «pellerossa» ha assunto con il tempo un significato sempre più negativo.

Una cosa simile è accaduta agli asiatici. Tanto ne Il Milione che nei resoconti di Matteo Ricci, il gesuita del sedicesimo secolo che trascorse lunghi anni in Cina, leggiamo che gli asiatici sono «bianchi». A cambiare colore ai cinesi contribuirono alcuni resoconti di viaggio e in particolare l’Historia del granreyno de la China scritto nel 1582 dal monaco agostiniano Juan Gonzales de Mendoza, in cui si legge che la vastità della Cina fa sì che i suoi abitanti coprano un ampio spettro di colori e che alcuni di loro siano addirittura simili ai tedeschi chiari (rubios) e rossi (colorados). Il termine rubio in realtà può essere tradotto con «chiaro», ma anche con «biondo» e nella traduzione inglese quel rubio divenne yellow. Da allora l’aggettivo si diffuse e gli orientali non furono più pensati come bianchi, e tale pregiudizio venne ripreso nel diciottesimo secolo dai primi scienziati, animati dallo spirito classificatorio del discorso scientifico.

Seppure con conseguenze diverse e con altrettanto diverse modalità, il colore della pelle finisce spesso per tracciare un confine, che trasforma un semplice dato cromatico, dovuto a ragioni climatiche e di adattamento, pertanto non dipendente dalla volontà umana, in un marchio da cui dipenderebbero le caratteristiche culturali di un determinato gruppo. Si viene così a creare uno dei pilastri su cui poggiano le principali manifestazioni razziste, per cui l’altro è, innanzitutto, un individuo di colore diverso.

L’articolo riproduce un capitolo del libro Confini, Edizioni Gruppo Abele, 2023
Si ringraziano gli autori e la casa editrice per l’autorizzazione a riprodurlo

da qui

venerdì 9 settembre 2016

Contro la satiriasi, leggere le avvertenze - Gian Marco Ibba



No, non sono dell’ISIS, non sono di destra, non sono ignorante, amo le vignette satiriche e il libero pensiero, sono tra quelli di Je suis ma no, quella era una vignetta fatta proprio di merda. Proverò a spiegare perché, ma non a mia madre, né a mia nonna. Proverò a spiegarlo a voi. Mettetevi comodi, non abbiate fretta…

1.      Cos’è la satira, cosa non è, cosa è in parte, cosa è per tre quarti etc. (Questione oziosa vero?).

Un primo chiarimento mi sembra doveroso, visto che allorquando qualcosa che si fa passare per satira non viene apprezzato si tira in ballo la sua legittimità (come se il problema fosse una questione di appartenenza al genere e non il contenuto specifico dell’opera di cui si parla.). 
Chiariamo subito allora che la satira non è un genere definito, ma per sua stessa natura molto trasversale, ondivago e indistinto, capace di permeare i generi letterari più diversi e in forme altrettanto diverse a seconda dell’autore che di volta in volta (anche a distanza di secoli) se n’è occupato. Perché prima di essere relegata ormai alle sole vignette umoristiche, la satira era praticata da intellettuali e letterati, alcuni dei quali di prim’ordine. Passando al setaccio le diverse contaminazioni e personalizzazioni che questa modalità di espressione ha attraversato nelle mani degli autori più diversi nel corso dei secoli, appaiono chiare alcune caratteristiche distintive di base, venendo meno le quali non si è più certi che si tratti di satira, ma di qualcos’altro (non meglio precisato). Tali caratteristiche in sostanza si possono riassumere in una volontà di critica sociale condotta per mezzo di uno stile ed un linguaggio colorito, beffardo e pungente, impiegando un umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima. Questo ovviamente dipende dall’autore e dai contenuti che intende esprimere. Le tenui e leggere satire di Orazio sono affatto diverse da quelle arcigne di Persio, da quelle indignate di Giovenale o da quelle più pacate di Ariosto, dagli epigrammi feroci di Marziale o dai romanzi di Rabelais, ricchi di allegra e ostentata trivialità, da quelle velenose degli Illuministi fino alla fioritura dei giornali satirici a partire dall’ottocento, che contribuirono ad accelerare quella tendenza alla progressiva destabilizzazione del genere, già di per sé restio ad una codificazione fissa. La satira può essere fatta (ed è stata fatta) in mille modi, stili e toni diversi, a seconda dell’autore. Dunque chi sostiene che “se la satira non fa male allo stomaco non è vera satira” dice una sonora sciocchezza.
Ciò che pare un tratto comune è senz’altro (sempre con le dovute differenze di tono) il compiacimento nell’esporre al pubblico ludibrio il bersaglio di volta in volta designato (potere, costumi, religione o idiozia tout court), realizzando una sorta di vendetta riequilibratrice per la gioia del pubblico, o a dispetto del pubblico se il bersaglio, come capita, è lo stesso pubblico di cui si biasimano i vizi.
“Castigare ridendo mores”, insomma, secondo la nota definizione. Il riso dunque (o quantomeno il sorriso), che sia agro, a denti stretti, sguaiato o cristallino, è strutturalmente previsto dalla satira, che sceglie volutamente uno stile e una forma leggeri, umili, più facilmente fruibili dal pubblico. In questo è affine alla commedia, con cui condivide l’appartenenza ad un ambito non aulico, in cui è consentito sperimentare certe asprezze della lingua, ad esempio, e avvicinarla al parlato del mondo reale.
Comunque, che la satira faccia sempre ridere o meno, poco, pochino o nulla è davvero una questione piuttosto oziosa. Di sicuro possiamo dire che se la satira non fosse neanche un poco divertente non sarebbe tale e si parlerebbe di saggistica, filosofia, tragedia o altro genere considerato più serio ed elitario nella classificazione tradizionale. Nella vecchia distinzione tra i generi letterari che risale ad Aristotele, infatti, il riso è considerata pulsione di rango inferiore rispetto al pianto, ad esempio - appannaggio della tragedia - e riservato ad un dominio più popolare, umile, meno nobile.
Se la satira non diverte almeno un poco, non fa quantomeno a tratti sorridere (pur affrontando temi serissimi) non è satira, è altra cosa. Per quanto, anche qualora si dimostrasse, supponendo di essere improvvisamente ritornati al 1600, o comunque in tempi in cui ancora la letteratura o l’arte in generale erano disciplinate da regole formali piuttosto rigide e ingabbianti, che una tale opera che non fa per niente ridere, né sorridere di sicuro possa ascriversi a “satira”, l’essere catalogata come tale non la proteggerebbe comunque dalla critica, che è un diritto di chiunque in una società libera.
Perché, vedete, il fatto di rientrare tecnicamente nella categoria “satira” non è di per sé garanzia di protezione da niente. Il fatto di “fare satira” non preserva dall’eventualità di essere quantomeno considerati dei pessimi autori di satire, se non peggio. E questo ci porta al secondo punto.

2.      Si dà il caso che sia esistita e possa esistere anche della cattiva satira (ma dai?).

Questa affermazione - piuttosto banale secondo me - sembrerebbe invece cozzare contro una sorta di dogma inamovibile di difficile rimozione per l’opinion leading radical attuale, pronta ad ergersi meccanicamente a difesa del satirismo ad ogni costo con la stessa capacità di discernimento di un fungo che spunta dopo la pioggia. Eppure basterebbe davvero poco a scalzarlo via, questo stupido dogma. Basterebbe tirare in ballo la satira praticata tra otto e novecento, di matrice fascista e nazista, ad esempio. Anche quella apertamente razzista di stampo statunitense dello stesso periodo non scherzava. Nel senso che pestava duro.




         



Eh già… perché sono in molti a dimenticare che in epoca fascista e nazista la satira proliferava. Ovviamente era diversa da quella di oggi perché i suoi valori di riferimento erano diversi.
Quella era un’epoca (tra ottocento e novecento) in cui il razzismo nei confronti delle popolazioni extraeuropee, fomentato dal colonialismo, e l’antisemitismo, profondamente radicato in Europa e alimentato dal nazismo, erano pane quotidiano in Europa, e nessuno trovava strano che quella discriminazione fosse comunemente accettata. Non dico ovviamente che tutti ne fossero intimamente convinti, dico solo che almeno a livello epidermico, la società occidentale dell’epoca era quantomeno condiscendente rispetto ad essa, tollerante. Esattamente come la società romana antica lo era nei confronti dello schiavismo. Nessun poeta satirico romano, ad esempio, ha mai fatto satira sulla dipendenza dei Romani dagli schiavi, alludendo in qualche velato modo a quella colossale e macroscopica offesa alla dignità umana. Gli schiavi non erano uomini come gli altri, punto. L’orizzonte culturale era quello, e neppure la satira è stata capace di varcarlo, o appena scalfirlo.
Comunque, tornando a bomba, se si fosse nati tra la prima e la seconda guerra in Germania o in Italia, ad esempio, sarebbe stato facile imbattersi in vignette satiriche a sfondo razzista o antisemita, e persino in fumetti di quel tenore. Avremmo visto ebrei raffigurati in modo grottesco e caricaturale, orientali o neri rappresentati con fattezze mostruose o scimmiesche etc. Che fine ha fatto l’azione moralizzatrice della satira? Semplice: è stata fagocitata dal nuovo orizzonte di valori che ha avviluppato l’intera società. Gli ebrei venivano additati come responsabili di chissà quali colpe (tradimento della patria, usura etc…) e rappresentati come orrendi e grotteschi mostriciattoli con labbroni carnose e capelli crespi e nasi adunchi, che esasperavano alcuni tratti della loro tipicità etnica. 
Potrà sembrare strano ma quella era a tutti gli effetti satira. Satira, che fustigando i costumi per mezzo di uno stile dal linguaggio colorito, beffardo e pungente, con umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima (secondo tutte le modalità previste dalla satira), era diretta contro una parte del corpo sociale che si presumeva minacciasse l’integrità della parte “sana”. Attraverso quelle vignette orribili il popolo tedesco biasimava quelli che percepiva come suoi vizi, in sostanza rappresentati e concentrati in quella minoranza etnica che intendeva rimuovere dal proprio interno per recuperare una sorta di ipotetica purezza minacciata. Era la satira nazista, pensata per un pubblico nazista.
Ad onor del vero bisognerebbe ricordare che non tutti gli autori “satirici” tedeschi concordavano con quella visione (uno per tutti: George Grosz, che nei suoi quadri dalle tinte accese prova a raffigurare la malattia morale che stava fatalmente corrompendo la Germania), ma in questa sede ci interessa riscontrare la possibilità storicamente realizzata di una satira biasimevole. Una satira che noi oggi non sopporteremmo (forse non proprio tutti, ahimè). Ne abbiamo riscontrato l’esistenza, e dunque la potenzialità.
Con questo cosa voglio dire? Non certo che quelli di Charlie Hebdo sono dei nazisti, ma certo che no, ci mancherebbe. Anche se vorrei comunque azzardare una provocazione: quando Charlie Hebdo se la prende contro i musulmani, ridicolizzando gli eccessi e le stranezze (a nostro avviso di occidentali) della loro religione, il più delle volte ricorrendo a sintesi grafiche offensive, deformanti, con chiari riferimenti agli organi sessuali evocati per esempio nel volto del profeta Maometto in cui facilmente si riconosce un pene con relativi testicoli (riprodotto sia dall’accoppiata occhi/naso, sia dal binomio turbante/volto), non fa qualcosa di molto diverso da quello che i vignettisti tedeschi facevano quando ridicolizzavano in modo pesante le fattezze e le eccentricità dei costumi e comportamenti degli Ebrei.



In fondo, si tratta di offendere gratuitamente una minoranza percepita come intimamente “diversa”, “strana”, e colpirla con sberleffi e offese esplicite. Fa ridere? Sicuramente non i musulmani. Così come le caratterizzazioni grottesche degli ebrei facevano ridere i tedeschi cattolici ma non i tedeschi ebrei.
La replica è ovviamente che in una società aperta io sono libero di sputare addosso a chi voglio (figurativamente parlando) e nessuno deve potermelo impedire. Tuttavia forse, dato che quella che ci si prospetta è una società sempre più globalizzata, ad alta mescolanza di culture e sensibilità diverse, forse la politica di sputare addosso a chi vogliamo soltanto perché possiamo farlo, ad occhio e croce non mi pare la migliore strategia di convivenza, a lungo termine.
Mi pare invece che, fermo restando il rispetto doveroso per il sistema giuridico del paese ospitante per chiunque decida di emigrare, forse sarebbe più saggio da parte nostra limitare gli eccessi e la “protervia” della nostra differenza culturale, magari cercando di mettere in comune il maggior numero di cose che possono essere più facilmente condivise e favorire un avvicinamento, piuttosto che alimentare conflitti. Questo mi pare più saggio.
Dunque, ricapitolando, il fatto che qualcuno produca una vignetta cosiddetta “satirica” non conferisce automaticamente una patente di impermeabilità a qualsiasi critica.
La bontà della satira dipende dalla bontà dei contenuti che il suo autore ci vuole mettere dentro, e dall’orizzonte di valori di riferimento di questo autore.
Sempre fermo restando che in una società laica e aperta ognuno è libero di manifestare le sue idee e le sue proposte di “satira”, se ne ha (precisazione mai abbastanza ridondante quando ti permetti di muovere qualche pallida critica al pensiero unico dell’attuale opinion leading radical),
mi sento di rivendicare il mio diritto di cittadino dotato di libero pensiero a valutare di volta in volta se un qualsiasi prodotto dell’ingegno umano che abbia connotazioni espressivo/letterarie/artistiche etc., pensato per un pubblico, possa piacermi o meno. Se mi sia utile o meno. Tutto questo, possibilmente senza dover subire alcun biasimo sociale.

3. Ma anche nell’ambito dell’orizzonte di valori a cui aderisco, una vignetta satirica può essere “sbagliata”?

Certo che sì. Ovviamente. Una volta ammesso che una vignetta possa essere discutibile sul piano dell’orizzonte culturale di valori a cui si riferisce, la si può analizzare anche soltanto sul piano della sua struttura all’interno dello stesso modello valoriale di riferimento e decidere se è efficace oppure no, giusta o “sbagliata”. Basta intendersi su cosa significa “sbagliata”. 
Analizzando quella che si può definire come “intentio operis”, per usare una definizione di Eco, possiamo, con un ragionevole margine di approssimazione, dedurre quale sia il messaggio che l’opera sembrerebbe veicolare. Ovvero quello che il lettore ideale (presupposto da qualunque autore) dovrebbe poter recepire per mezzo della fruizione del dato “oggetto artistico”. Sulla base di questa analisi l’opera ci restituisce, o ci guida, verso il significato più plausibile in essa contenuto, o meglio che la sua struttura contiene in base alla disposizione scelta degli elementi del codice impiegato. Tale disposizione, in quanto preferita ai miliardi di altre scelte possibili, dovrebbe poterci guidare verso un significato (o quantomeno ad un ventaglio ristretto), piuttosto che a miliardi di significati possibili.
Ecco che dunque non sono possibili infinite interpretazioni dello stesso quadro, film o vignetta satirica. Interpretazioni da non confondersi ovviamente con le sensazioni provate, diverse per ciascuno di noi in quanto lo stimolo esterno che ci viene dall’opera interagisce con un sostrato personale di esperienza e di cultura diverso per ognuno. Però se si parla di interpretazione, occorre rimanere un po’ più vincolati all’oggetto artistico e alla sua struttura, impedendo al nostro ego ballerino di sfarfallare troppo con le libere associazioni.
Ora cercheremo di analizzare la vignetta galeotta sul terremoto che ha fatto scaturire tutta questa riflessione:




L’analisi è molto semplice quando si tratta di vignette, data l’esiguità del numero di elementi grafico linguistici impiegati e all’immediatezza della sintesi espressiva. Nell’immagine possiamo notare due italiani, identificati principalmente dal titolo che parla di “sisma all’italiana”, e dunque ci fa presupporre che quelle due brutte persone, ovvero un uomo baffuto e una donna con occhi gonfi, mammelle mosce e rotolini di grasso addominale (forse alludenti alla passione per il cibo), affiancati da un cumulo di macerie con in mezzo persone schiacciate, siano italiani. La dicitura “penne al sugo, penne gratinate e lasagne” sormonta i tre elementi grafici presenti. 
Abbiamo quindi sotto gli occhi tre concetti espressi, e abbastanza rigidamente (quasi didascalicamente) affiancati: il concetto di terremoto, il concetto di italiani colpiti dal terremoto e il concetto di pasta. Punto. Non abbiamo altro, in mano.
Cosa ci è concesso interpretare sulla base di questi elementi che l’opera “satirica” ci presenta? Presumibilmente, una qualche vaga relazione che dovrebbe sussistere tra terremoto, pasta e italiani, altrimenti perché giustapporli?
Dunque gli italiani, che amano evidentemente tanto la pasta, sono anche dei terremotati. Non ci sono concatenazioni causali espresse in questa vignetta. C’è solo la giustapposizione di “italiani spaghetti” e “terremoto”. Dunque che cosa dovrei pensare io di tutto questo? Forse che gli italiani si meritano il terremoto perché amano troppo la pasta? O forse che se la amassero di meno e si dedicassero di più alla ristrutturazioni sarebbe meglio? Troppo sottile, siamo già alla sovra interpretazione. La vignetta non ci consente questo aggancio. Tutto si ferma al luogo comune “italiani spaghetti e terremoto”. Sono autorizzato a interpretare: italiani mangia spaghetti e terremotati. Lo stesso concetto che potremmo recepire in un banale coretto da stadio. Ulteriori sensi di cui vorremmo caricare l’immagine (cattiva gestione, mafia etc.) sono inferenze, ovvero il lettore “sovraintrepreta” quello che testo più immagine di per sé non consentono di leggere, che strutturalmente non contengono. 
Poi io, che proprio scemo scemo non sono, presumo che in realtà nel cervellino dell’autore ci sia stata la volontà di esprimere il più articolato messaggio “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia”. Questo messaggio, peraltro condivisibilissimo, resta però confinato nel cervelletto dell’autore, non è presente nell’immagine, né nel testo. A meno che non ci convinciamo che tutto questo popò di roba sia contenuta in nuce nel concetto di “italiani spaghetti”. 
Ma io non voglio farmi trascinare in questa diminuzione, in questo abbrutimento concettuale per cui basta evocare lo stereotipo di “italiani spaghetti” e immancabilmente dovrebbe scaturire il concetto di “mafia” e di “appalti a basso costo”.
Mi rifiuto di sottostare a questo gioco al ribasso, così come nessun ebreo dovrebbe riconoscersi nell’immagine di un usuraio, un tedesco in un piatto di crauti o nella svastica, o un francese davanti all’immagine di una lumaca o di uno spocchioso e superbo imbecille. 
Non so se sono stato abbastanza chiaro, ma sottostare all’indotto di questi sottocodici visivi o verbali ci riporta nuovamente all’epoca fascista o nazista, in cui bastava mettere un turbante a una scimmia e avevi il concetto di etiope o di libico. 
Che io abbia ragione, e cioè che quella vignetta fosse sbagliata, “mal concepita”, è dimostrato dal fatto che poco tempo dopo essere stati ricoperti di fischi in modo veemente dal fronte italiano, gli autori di Charlie si sono resi conto che forse quella vignetta aveva bisogno di un correttivo per agevolarne meglio la comprensione.





Dunque hanno realizzato una seconda vignetta, in cui il concetto “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia” è finalmente stato espresso in modo chiaro. Ma ormai il danno era fatto.
Arrivederci, e buona interpretazione a tutti!

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