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giovedì 8 maggio 2025

L’alba di tutto e l’alba della storia, senza sottovalutare crepuscoli e tramonti - Valerio Calzolaio

 

Alba è un bel nome femminile di persona. Non solo. Sulla Terra che ruota (circa trenta chilometri al secondo), l’alba è un evento astronomico primordiale e ciclicamente quotidiano, il momento in cui “appare” a una reattiva cellula vegetale o a uno sguardo animale il primo “raggio” diretto del sole (distante circa 150 milioni di chilometri), ogni giorno per la prima volta, lo si veda poi davvero splendere quel giorno, oppure no (causa nuvole); del resto, l’evento in senso stretto è comunque di breve durata, inizia al primo bordo di sole e termina già quando il “disco” è completamente sopra l’orizzonte. Con l’ovvia differenza alternata fra emisferi terrestri, per effetto della rifrazione e della diffusione dei raggi solari nell’atmosfera, si passa dallo scuro al chiaro, un passaggio materiale di contesto ambientale. E si generano ciclicamente sensazioni ed emozioni, ogni individuo le proprie, a seconda del profilo contingente o stabile, esteriore e interiore delle specifiche esistenze.

Tracce umane di alba e albe

Vi sono innumerevoli tracce umane sapienti di alba e albe in sguardi e struggimenti, pensieri ed esclamazioni, conversazioni e post, versi e liriche, canzoni e musiche; come del conseguente uso metaforico per nascite, rinascite e cicli di ogni categoria e tipologia. Sono usciti di recente due interessanti testi scientifici intitolati all’alba, molto interessanti e godibili, in parte con contenuti e metafora contrapposti: David Graeber e David Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, traduzione di Roberta Zuppet, Rizzoli Milano 2024 (orig. 2021, 1° ed. Rizzoli 2022), pag. 732; Guido Barbujani, L’alba della storia. Una rivoluzione iniziata diecimila anni fa, Laterza Bari 2024, pag. 201 euro 20.

David Graeber e David Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità

L’antropologo statunitense David Graeber (New York, 12 febbraio 1961 - Venezia, 2 settembre 2020), noto attivista civile e intellettuale di fama internazionale, e l’esperto archeologo britannico David Wengrow (1972), entrambi ebrei (scrivono per inciso di non sentirsi molto “felici di essere in qualche modo incolpati di tutto ciò che è andato storto nella storia”), hanno dedicato oltre un decennio a discutere e scrivere insieme un corposo studio dialogico di notevole successo editoriale, all’inizio come diversivo dai reciproci impegni accademici più “seri”, poi come fatica quotidiana di verifica e confronto sulle decine di migliaia di “fonti” consultate o esperite. La loro analisi è stata spesso citata e discussa in tutto il mondo durante questi tre anni.

Graeber è morto per un malore improvviso dopo nemmeno un mese dalla chiusura dell’opera nell’agosto 2020 (definitivamente uscita l’anno successivo), Wengrow ha scritto due brevissime pagine introduttive, anche come dedica alla cara memoria del collega e, per suo espresso desiderio, a quella dei genitori Ruth e Kenneth. Nel loro caso, l’obiettivo principale è suggerire una visione nuova dell’evoluzione dei sapiens, almeno da quando siamo rimasti l’unica specie umana (circa quarantamila anni), e di relativizzare l’esistenza di una “rivoluzione neolitica”; il titolo potrebbe così essere letto come una critica a chi enfatizza troppo i momenti di svolta nella storia umana globale, le albe di qualcosa, l’alba di tutto.

Graeber e Wengrow scrivono a pagina 266: “Quasi nulla della narrazione tradizionale combacia con le prove disponibili. In Medio Oriente, nella Mezzaluna Fertile, da tempo considerata la culla della “rivoluzione agricola”, non ci fu, in realtà, alcun “passaggio” da foraggiatore paleolitico ad agricoltore neolitico… La transizione da una vita basata sulle risorse selvatiche a un’esistenza fondata sulla produzione alimentare richiese circa tremila anni e, benché l’agricoltura abbia introdotto la possibilità di concentrazioni più inique di ricchezza, nella maggior parte dei casi ciò iniziò ad accadere solo millenni dopo il suo avvento… Chiaramente non ha più senso usare espressioni come “rivoluzione agricola” quando si analizzano processi di una simile lunghezza e complessità. Siccome non esiste uno stato edenico da cui gli agricoltori mossero i primi passi sulla strada verso la disuguaglianza, è ancora più illogico parlare dell’agricoltura come del fattore che ha segnato le origini della gerarchia sociale, della disuguaglianza e della proprietà privata…”

Il capitolo (sesto) era iniziato contestando anche la narrazione sull’inizio di villaggi e città, del patriarcato, dell’organizzazione istituzionale, inizio non connesso secondo gli autori alle produzioni agricole. Secondo l’opinione dei due autori, le prove accumulate dall’archeologia, dall’antropologia e dalle discipline affini danno un resoconto inedito di come le società umane si sono sviluppate già prima della fine del Pleistocene e si contrappongono alla narrazione convenzionale. La preistoria dei sapiens inizia molto prima dell’inizio del Neolitico, non è descrivibile attraverso separate fasi “migliorative” dello sviluppo, risulta incomprensibile se non si individuano gli interrogativi corretti da porsi e, soprattutto, se l’errata prevalente domanda riguarda l’essere di natura buoni o cattivi, prima buoni e poi cattivi, oppure sostanzialmente cattivi (nel riassunto delle due visioni di Rousseau e Hobbes).

Sia la visione rousseauiana che la visione hobbesiana (che ritornano insieme di continuo in tutti i capitoli) non corrispondono alla dinamica dei fatti, hanno gravi implicazioni politiche e rendono il passato inutilmente noioso. Il mondo dei foraggiatori (cacciatori raccoglitori) si è contraddistinto per audaci esperimenti sociali, produttivi e artistici; il mondo dei coltivatori non ha indotto progressi automatici e lineari; il senso delle umane possibilità e libertà va riscoperto in ogni tempo (restituendo ai nostri avi la loro piena umanità), senza rimanere prigionieri di catene concettuali (come la proprietà, la disuguaglianza, la schiavitù, l’urbanizzazione o la stessa democrazia). Il libro è una miniera di informazioni storiche e preistoriche su centinaia di comunità umane antichissime e recenti (perlopiù legate a scelte collettive autocoscienti e talora capaci di gestire bene disabilità ed eccentricità).

I dodici capitoli

Il testo di Graeber e Wengrow è strutturato in dodici capitoli: Addio all’infanzia dell’umanità (o perché questo non è un libro sulle origini della disuguaglianza), ovvero l’alba di noi sapiens precede coltivazioni e allevamenti estensivi; Libertà perversa (la critica indigena e il mito del progresso); Scongelare l’era glaciale (dentro e fuori dalla schiavitù e possibilità proteiformi della politica umana), ovvero avevamo già prodotto e scelto spesso bene con il clima più freddo; Uomini liberi, l’origine delle culture e l’avvento della proprietà privata (non necessariamente in quest’ordine); Molte stagioni fa (perché i foraggiatori canadesi avevano gli schiavi e i loro vicini californiani no, o il problema delle “modalità di produzione”); I giardini di Adone (la rivoluzione che non ebbe mai luogo: come i popoli del Neolitico evitarono l’agricoltura); L’ecologia della libertà (come l’agricoltura fece per la prima volta il  giro del mondo saltellando, incespicando e bluffando); Città immaginarie (i primi cittadini dell’Eurasia - in Mesopotamia, nella valle dell’Indo, in Ucraina e in Cina - e come costruirono città senza re); Nascosta in bella vista (le origini indigene dell’edilizia sociale e della democrazia nelle Americhe); Perché lo Stato non ha origini (gli umili esordi della sovranità, della burocrazia e della politica); Chiudiamo il cerchio (sulle fondamenta storiche della critica indigena); L’alba di ogni cosa. Le lunghe dettagliate note (spesso integrative) vengono raccolte al termine in quasi cento ulteriori pagine

Il titolo inglese del 2021 fa appunto riferimento a The Dawn of Everything, inutile disquisire sul termine “alba”, è la traduzione più appropriata. In tutte le lingue vi sono sinonimi e sfumature, sull’autonomia dell’aurora tanti scommettono e, d’altra parte, anche sunrise o daybreak fanno riferimento a quello stesso momento astronomico, l’importante è che s’intende trasmettere l’idea di un inizio, di un principio, in linea di massima ciclico, re-inizio. I due autori ragionano pure in termini prettamente storiografici, richiamando in un passaggio che l’evento prettamente storico ha, in linea di massima, due caratteristiche: non avrebbe potuto essere previsto in anticipo, ma avviene una volta sola. Così, vi sono tradizioni intellettuali che sono abbastanza verificabili attraverso reperti (fisici e culturali) e altre che sono andate perdute, prevalentemente o per sempre; molte “scoperte” si sono basate su secoli di conoscenze accumulate e di sperimentazione e altre sono state custodite e tramandate attraverso rituali, giochi e forme di attività ludica; le più grandi costruzioni mitiche della storia (come la stessa “rivoluzione agricola”) sarebbero inconciliabili con le prove manifeste davanti ai nostri occhi. Inoltre, le strutture e i significati che promuovono sono banali, ritriti e politicamente disastrosi. Secondo loro, è ora di prenderne atto: approfondiamo, discutiamo, ripensiamo (ne ho tratto, per esempio, che su frasi di molti scritti avrei dovuto ragionare meglio nei miei decenni di articoli, saggi e volumi e che su qualcosa ci ho addirittura preso, forse).

L’alba della storia, Guido Barbujani

Nel volume di Graeber e Wengrow, vengono citati e contestati numerosi studiosi emeriti di cui si demoliscono concetti e riflessioni con approfondite motivazioni; la bibliografia è riccissima e sono stati predisposti vari indici, sicché incroci e comparazioni sono abbastanza disponibili, anche per richiamare eventualmente parziali vuoti o carenze. Per esempio, sulle scienze evoluzionistiche e sui generici “evoluzionisti” sono talvolta imprecisi anche i due autori. Il testo andrà comunque assimilato con rispetto e attenzione, prima di giudizi complessivi. Si può sicuramente anticipare, senza particolare enfasi, che esprime un indirizzo di fondo e alcune valutazioni contrapposte rispetto al volume di Guido Barbujani, L’alba della storia, concentrato soprattutto nei millenni dagli ultimi diecimila agli ultimi cinquemila, circa.

L’assunto dell’autore è il seguente: la rivoluzione climatica, scientifica, tecnologica e sociale a cui, volenti o nolenti, partecipiamo, non è la prima. Forse ragionare su una “rivoluzione” che l’ha preceduta, anche se nella preistoria, può aiutarci a capire un po’ meglio cosa ci sta succedendo, e quindi a discriminare fra preoccupazioni giustificate (tantissime) e ansie infondate (parecchie anche loro). Le trasformazioni che si misero in moto nel neolitico diecimila anni fa ancora influenzano il nostro modo di lavorare, di vestirci, di mangiare, di confrontarci con gli altri membri della nostra comunità. La rivoluzione neolitica ci ha cambiato i geni e qui il “ci” si riferisce proprio a tutti: umanità, animali e piante. Gruppi di individui della nostra specie si mettono a produrre il cibo di cui hanno bisogno, coltivando campi e allevando bestie e bestiole. Prima nel vicino Oriente, nella cosiddetta Mezzaluna Fertile e in Anatolia; qualche millennio dopo in Cina; ancora qualche millennio più tardi nell’America centrale e nelle Ande; e infine più o meno dappertutto.

Il grande scienziato genetista Guido Barbujani (Adria, Rovigo, 1955) ha insegnato a New York e Londra, a Padova e Bologna, ora a Ferrara; da molti decenni studia e lavora pure sperimentalmente sul DNA; con l’usuale chiarezza divulgativa, il suo nuovo libro si concentra sui millenni dopo la fine dell’ultima glaciazione, con enfasi forse eccessiva sullo spartiacque storico evoluzionistico (da cui il titolo). I sette capitoli descrivono come il neolitico abbia rivoluzionato, tramite le migrazioni, i geni delle piante (il secondo), degli animali (quinto) e dell’umanità (quarto), abbia rinnovato parallelamente le nostre relazioni sociali (terzo) e le nostre lingue (sesto), mettendoci di fronte a situazioni inedite (primo), che però hanno a che vedere con il presente e addirittura con il futuro (settimo).

Pur citando questioni dubbiose e aperte, il filo narrativo è tradizionale. Con la maggiore disponibilità di cibo, la popolazione, piano piano, cresce. Le comunità diventano sedentarie: prendono forma i primi villaggi, che nei casi più fortunati daranno vita alle prime città. Ci si specializza in attività e arti connesse e ordinate, le società si articolano e strutturano. Genetisti e archeologi hanno, in particolare, ricostruito una grande migrazione demica dall’Anatolia verso Grecia e Cipro, poi verso l’Europa prima orientale e poi occidentale fino alla Spagna, ancora poi verso nord Europa e isole britanniche. Sulle gambe dei rivoluzionari, i primi agricoltori del vicino oriente, i geni delle popolazioni anatoliche sono penetrati, diluendosi a poco a poco, nelle popolazioni europee, cambiando mezzi di sussistenza e aspetto, paesaggi e stili di vita, una svolta cruciale, tale da segnare il limite fra un prima, la vecchia età della pietra, cioè il paleolitico, e un dopo, la nuova età della pietra, cioè il neolitico.

Una nota “per saperne di più” si trova in fondo a ogni capitolo, con un’aggiornata bibliografia essenziale per paragrafi, spunti e citazioni del testo, accompagnato anche da qualche utile figura e mappa colorata. Ogni tanto appare una parola in arancione, che rinvia al piccolo glossario finale di oltre cento termini o categorie o concetti (da “adattamento” a “Yamnaya”) spiegati con qualche frase (in modo impreciso nel caso di “migrazione”, che qui diventa ogni “spostamento di individui o popolazioni attraverso lo spazio geografico”; nel testo l’uso è invece quasi sempre corretto e pertinente). La genetica ha davvero molto a che fare con la nostra vita, l’autore ricorda anche aneddoti, aspetti e controversie del proprio percorso scientifico: ancora non siamo riusciti a tracciare una linea chiara fra ciò che è utile o lecito fare delle nostre biotecnologie, ma neanche a prevedere quanto si nasca intelligenti, o timidi, o propensi ad ammalarci di certe malattie, e quanto invece lo si diventi. Possiamo invece dire con tranquillità che la sostituzione etnica è una bufala, e che le discussioni sulle razze umane andrebbero lasciate alle spalle perché non portano a niente e non servono a niente. Ribadisce Barbujani: la conoscenza e la scienza sono il vero terreno comune su cui incontrarsi.

Entrambi i testi qui sommariamente richiamati sono studi scientifici di studiosi accorti. Non si citano reciprocamente e, seppure la sintesi registra una contrapposizione dell’ipotesi di fondo e di alcune analisi, la lettura distesa e separata fa apprezzare le prevalenti qualità scientifiche e letterarie di entrambi. Che ci sia da discutere e approfondire risulta assolutamente evidente da molti riferimenti (non coincidenti nel giudizio) ad altri autori (per esempio agli spunti proposti dal grande archeologo britannico Colin Renfrew, 1937-2024) o a singole vicende (per esempio alle risultanze degli scavi dell’esteso agglomerato neolitico di Çatalhöyük, ai margini dell’altipiano anatolico). Certamente, l’impostazione di Barbujani è più in linea con la narrazione tradizionale delle novità dei primi millenni del Neolitico, ripresa le specificità scientifiche del genetista aggiornatissimo, esplicitamente debitore di Cavalli Sforza, fra gli altri.

L’impostazione di Graeber e Wengrow offre molti spunti per sottolineare vari limiti profondi di quella narrazione “ideologica”, a loro volta talora “ideologizzando” un poco la questione, in forme argomentate ma oppositive. In una prospettiva evoluzionistica, tuttavia, proprio loro che si richiamano superficialmente alle scienze evoluzionistiche e agli evoluzionisti, sottolineano almeno due fertili punti di sostanza: fatta salva l’oggettiva svolta post-glaciale nel clima (per altro l’ennesima, prima per i primati e poi per le specie umane), da quando siamo rimasti l’unica specie del genere Homo una “rivoluzione” culturale e biologica c’è stata meno di quel che si tende a ripetere, i primi neolitici non sono rivoluzionari; non vi è linearità nei primi millenni del Neolitico, non vi è una progressione inevitabile e univoca verso la storia antichissima e antica delle comunità umane, né una loro organizzazione “regolare” in città e istituzioni. Differenti “possibilità” nei percorsi, comprese le stagionalità degli anni umani (o le albe dei giorni storici) esistevano da prima.

da qui

sabato 28 dicembre 2024

Comprendere i sensi, la realtà e i miti delle migrazioni - Valerio Calzolaio

Considerare una presentazione di ricerche scientifiche come assolutamente nuova e definitiva non depone a favore di chi lo dice o scrive, anche se è solo per opportunismo editoriale. Nel retro di copertina di un bel volume recentissimo sulle migrazioni, opera di un ottimo esperto sociologo olandese, l’offerta di una “prospettiva nuova e definitiva su uno degli argomenti più divisivi del nostro tempo” coglie nel segno sulle divisioni esistenti ma rischia di essere fuorviante sulla capacità di superarle. Nella vita c’è sempre poco di nuovo e definitivo. Per ciascuno di noi è abbastanza definitiva la morte, come sappiamo tuttavia, nemmeno la fine dell’esistenza di un singolo individuo di una specie è forse del tutto definitiva (abbia o meno contribuito a procreare) e addirittura nemmeno l’estinzione di una singola specie è ormai davvero definitiva (per fare un esempio banale, i geni dei neanderthal sono ancora fra noi sapiens). Anche ciò che è davvero nuovo, biologicamente e culturalmente, risulta di difficile definizione e prova. Ancor più rispetto a un fenomeno decisivo per ogni vita, come il migrare; coevoluto con le specie viventi, di ogni sorta; permanente e mutevole per la nostra specie, anche in prospettiva.

Il sottotitolo italiano del volume aggiunge che “la verità” potrà finalmente oltrepassare le ideologie, ancora una volta esagerando un poco. Non ce ne è una di stabile verità scientifica e le ideologie sanno spesso plasmare a (proprio) piacimento dati e fatti parzialmente reali. Resta il fatto che possono essere decisamente consigliati la lettura, lo studio e la propagazione dei contenuti offerti da Hein de Haas, con il suo corposo Migrazioni. La verità oltre le ideologie. Dati alla mano, traduzione di Michele Martino, Einaudi Torino 2024 (orig. estate 2023, How Migrations Really Works), pag. 608. L’autore si occupa di gran parte dei territori e dei paesi del mondo. Illustra accuratamente lo stato delle conoscenze sul fenomeno migratorio negli ultimi centocinquanta anni, circa. Ed è vero quanto scrive di continuo con passione e precisione: strabordano ancor oggi (tristemente) molte confusioni e decine di miti quando si parla dell’umano migrare contemporaneo. Documentarsi meglio sarebbe un’utile accortezza, visto che tutti ci hanno avuto in qualche modo a che fare nella propria vita e tutti dovremo tenerne conto.

Definire la "migrazione"

La definizione precisa su cosa sia una “migrazione” attiene al cambio di residenza abituale oltre un confine amministrativo, spostarsi stabilmente altrove per almeno sei mesi o un anno, a prescindere dal motivo, sia a livello personale che a livello collettivo, dovendosi distinguere bene con circospezione (le regole e il giudizio) un trasferimento internazionale. Tante persone hanno sentimenti complessi e ambivalenti riguardo al fenomeno e ai fatti, ma il dibattito politico, con la sua crescente polarizzazione (semplicisticamente costruita su fazioni pro e contro), non riflette questo oggettivo livello di ambiguità. Dalla fine della Guerra Fredda, i politici occidentali hanno portato avanti una vera e propria Guerra all’Immigrazione, così la chiama correttamente De Haas e ben lo sappiamo: i paesi occidentali hanno speso risorse ingenti per frenare l’afflusso di lavoratori stranieri, con le loro famiglie.

“Da decenni, politici di ogni orientamento promettono di correggere il sistema di accoglienza e di riprendere il controllo sull’immigrazione.

Tutti i governi, però, secondo De Haas, hanno costantemente mancato di rispettare le loro promesse. Chi ci governa avrebbe ignorato le evidenze scientifiche sui trend, sulle cause e sull’impatto delle migrazioni, seminando solo paure ingiustificate e roboante disinformazione. Anche gruppi d’interesse come i sindacati e le lobby commerciali avrebbero esagerato i danni (oppure i benefici) delle migrazioni, mentre le agenzie dell’Onu spesso finirebbero per gonfiare o travisare i numeri di migranti e rifugiati, nell’apparente tentativo di farsi pubblicità e ottenere i finanziamenti. Non sarebbe male capire davvero natura e radici del fenomeno, per ogni cittadino che legge libri e per ogni sapiens che opera in comunità, tanto più che la migrazione appartiene letteralmente a ognuno e a ogni tempo, è antica quanto l’umanità. Ho tentato di riassumere in queste poche frasi di prologo la nota per noi lettori e l’introduzione al volume, l’intento dell’autore è giustificato e positivo, anche lo svolgimento sostanzialmente stimolante e condivisibile.

Il sociologo e geografo olandese Hein de Haas (1969) ha vissuto e lavorato nei Paesi Bassi, in Marocco e nel Regno Unito, è stato a lungo direttore dell'International Migration Institute dell'Università di Oxford, ha promosso e coordinato seri modelli interpretativi e insegna attualmente (dal 2015) la materia ad Amsterdam. Il suo nuovo volume ci offre un ottimo utile fertile scandaglio sulla cruciale questione del migrare contemporaneo, documentato e riflettuto, "esperito" nel senso che raccoglie trent'anni di ricerche sul campo in vari continenti e una notevole letteratura scientifica, grafici e tabelle (talora originali), frequentazioni interdisciplinari, con argomentazioni solide e abbastanza aperte. Il testo è strutturato in tre parti e ventidue capitoli, in ognuno De Haas demolisce un mito sul migrare: riassume il mito nel titolo e nelle prime due pagine in cui cita sia "politici" che documenti che urlano quel mito con le loro convinte parole, per quanto errate; poi spiega (dettagliatamente) in successivi paragrafi come funzionano davvero le cose (How Migrations Really Works, il titolo inglese originale).

Politiche migratorie e flussi

L’autore fa spesso riferimento a un progetto pluriennale di raccolta dati, statistico e sociologico, da lui stesso promosso. Nel 2010 un finanziamento del Consiglio europeo della ricerca (Erc) gli ha permesso di creare un team presso l’International Migration Institute (Imi) dell’Università di Oxford per analizzare l’evoluzione delle politiche migratorie nell’ultimo secolo e misurarne l’efficacia nell’incidere sui flussi migratori. Il progetto Demig (Determinants of International Migration) è andato avanti dal 2010 al 2015. Per due anni sono stati letti pile di rapporti, leggi e regolamenti per documentare i principali cambiamenti occorsi nelle politiche migratorie, giungendo alla creazione di un database (Demig Policy) che ha registrato 6.500 variazioni nelle discipline su immigrazione ed emigrazione in quarantacinque paesi tra il 1900 e il 2014. I numeri erano stati raccolti in origine per misurare l’evoluzione e l’efficacia delle politiche migratorie e potevamo anche utilizzarli per valutare se i governi di destra avessero davvero una linea più dura sull’immigrazione rispetto a quelli di sinistra (pare non sia così).

Sono state aggiunte poi altre variabili al database Demig e De Haas ha via via aggiornato i dati e ampliato le valutazioni, per esempio in merito all’effetto delle politiche migratorie restrittive sui flussi in entrata e in uscita; a come hanno concretamente reagito i flussi alla eliminazione delle frontiere tra gli Stati europei sia quelli migratori interni europei, sia quelli verso e dall’Unione Europea; alla quantità di visti di cui hanno bisogno i cittadini di ciascun Paese del mondo per viaggiare in altri Paesi. In vari capitoli i grafici e le tabelle illustrano i dati che contribuiscono a smontare miti e luoghi comuni, un ricco preciso supporto statistico che, utilizzando molte altre fonti ufficiali, serve a corroborare analisi e verifiche in ogni parte del testo.

Gli strali polemici del volume sono prevalentemente indirizzati ai "politici" (genericamente, talora confondendo politica e governo, cita comunque capi di governo, ministri e dirigenti, anche italiani) e frequentemente agli economisti puri (antica contrapposizione fra le due scienze, per una discutibile egemonia); la sua letteratura scientifica è prevalentemente sociologica, ma mostra di avere una certa attitudine interdisciplinare, curiosità intellettuale, opinioni riflettute e condivise con altri, verifiche non pregiudiziali. Quel che più manca è una maggiore consapevolezza evoluzionistica delle scienze sociali. Le migrazioni non iniziano quando la sociologia inizia a considerarle statisticamente ben oltre metà ottocento, tantomeno dopo la Rivoluzione Industriale o la Rivoluzione Francese, tanto meno con i viaggi oltre Atlantico di metà secondo millennio, tanto meno qualche millennio prima quando i confini di un territorio diventano costrutto umano (dopo la prevalenza della stanzialità con la cosiddetta rivoluzione neolitica), tanto meno quando i primi sapiens sono usciti dall’Africa. E, soprattutto, la definizione (pur antropocentrica) può essere facilmente estesa alle specie umane precedenti la nostra, alle specie animali, addirittura alle specie vegetali: il cambio di residenza abituale fuori del proprio areale precedente, individuale o collettivo, una tantum o ciclico, verso ecosistemi abbastanza simili o molto diversi rispetto alla biodiversità dei punti di partenza, dei transiti, dei punti di arrivo.

Avere consapevolezza evoluzionistica eviterebbe alcune imprecisioni di linguaggio e inesattezze sui contesti della biodiversità del pianeta. L’autore fa un solo riferimento (credo) alla vita prima della Rivoluzione Industriale, abbastanza corretto: la “Rivoluzione agricola (o neolitica) ha consentito agli esseri umani di insediarsi stabilmente in comunità rurali e di abbandonare a poco a poco uno stile di vita itinerante, nomadico o pastorale. Dall’inizio del XIX secolo, la Rivoluzione industriale ha portato a una migrazione su larga scala dalle aree rurali…”. Tuttavia noi esistevamo da prima e migravamo da sempre, comunque da prima di essere stanziali, sicché la maggiore residenzialità agricola ha comportato anche l’utilità di distinguere le emigrazioni dalle immigrazioni e di dover tenere abbastanza separata l’analisi del migrare nel luogo di partenza da quella negli ecosistemi di transito e di arrivo. Il fenomeno migratorio è totale (De Haas cita bene Sayad), ma pure asimmetrico e diacronico, nel testo in esame ne tiene abbastanza conto, pur non sottolineando la rilevanza di aspetti non sociologici della libertà di migrare e del diritto di restare (per esempio, stando alla contemporaneità, citando spesso il vincolo generico dei diritti umani fondamentali, ma non citando mai in specifico l’articolo 13 della Dichiarazione Universale e non citando nemmeno i due recenti Global Compact dell’Onu, forse per un fastidio, comprendibile ma discutibile, pure verso i formalismi giuridici).

La consapevolezza evoluzionistica avrebbe, inoltre, motivato meglio alcune argomentazioni di De Haas, anche per comprendere come i miti e il senso comune (che perlopiù giustamente contesta) siano divenuti così “radicati” nelle nostre società e culture istituzionali statuali. Il suo volume è, comunque, fertile. Entrando nel merito specialistico, dei sette capitoli della prima parte, quattro sono quasi del tutto condivisibili, tre sostanzialmente condivisibili; degli otto capitoli della seconda parte 3 e 3, ma ce ne sono anche 2 che andrebbero forse parzialmente meglio approfonditi. Nella terza parte 2+3+1 abbastanza bene, uno che invece andrebbe meditato e criticato sotto molti differenti aspetti: riguarda i cambiamenti climatici ed ecologici antropici globali. De Haas non è un negazionista climatico, al contrario, e discute questioni effettivamente controverse nell’ultimo capitolo (prima delle conclusioni), si affida molto a colleghi competenti e ai geografi (anche quelli purtroppo prevalentemente “non” evoluzionistici), cita solo la sintesi dell'ultimo rapporto dell'IPCC (per ragioni opportune) ma mostra di non conoscere i precedenti e, soprattutto, il nesso evoluzionistico fra clima e migrazioni.

Come la maggior parte dei sociologi delle migrazioni sembra sottovalutare una base culturale evoluzionistica, biologica e antropologica. In secondo luogo, è troppo mosso da una (pur sana) vis polemica: segnala che gli rimproverano di essere parte del polo favorevole alle migrazioni, mentre ritiene (giustamente) di essere solo uno studioso accurato, fra l’altro molto attento alle differenze e ai contrasti di classe. Fatto sta che da decenni, proletari e sottoproletari sono in maggioranza nel polo contrario alle migrazioni. Se ne può prendere atto, ormai ogni campo della politica e della cultura è polarizzato. L’autore ne è frustrato, ricorda quando nel 2015 torna nei suoi Paesi Bassi dopo dieci anni a Oxford e viene invitato a un dibattito sui profughi siriani, il moderatore lo cataloga (dopo l’intervento) come “a favore dell’immigrazione” e lui lo interrompe per criticare proprio quell’impostazione: “La costante rappresentazione dei dibattiti sulla migrazione in binari li rende indegni della parola dibattito”.

De Haas deve confrontarsi con interlocutori potenti istituzionalmente e culturalmente presuntuosi, e da trent'anni vede prevalere atteggiamenti sbagliati sulla cosa che più studia, ama, conosce e divulga, vorrebbe che la sua analisi possa essere accolta come sopra “ogni” parte, visto che critica insieme destra e sinistra (in modo comunque competente e motivato), razzisti e umanitaristi (talvolta con rigida equidistanza). Occorre, dunque, analizzare meticolosamente ognuno dei ventidue miti, dedicando loro uno specifico compiuto approfondimento. In questa sede non mettiamo in discussione l’uso del termine “mito” che ha certo pure altre definizioni e connessioni, rimanda talora solo a ideologie diffuse (quanto possa essere capace di “polarizzare” le aspirazioni di una comunità o di un'epoca, elevandosi a simbolo privilegiato e trascendente), talora proprio ad atti e fatti “idealizzati” e non solo a pensieri teorici (in corrispondenza di una carica di eccezionale e diffusa partecipazione fantastica o religiosa), talora a caratteri storici e letterari o metaforici. Rende l’idea, è vero. In Italia, fra l’altro, i miti si associano spesso a un “cattivo” senso comune, cattivo perché non buono (secondo il buon Manzoni) e perché asseconda pulsioni aggressive verso deboli rispetto noi, qui e ora (prevalentemente). Vediamoli presto uno per uno, allora, questi “miti sulla migrazione”.

da qui

 

Undici miti sulle migrazioni secondo il sociologo Heit De Haas, verifichiamoli - Valerio Calzolaio

Il primo mito sulle migrazioni che andrebbe smontato è forse il principale, attualmente: “la migrazione è a livelli record”. Non è vero, punto. Gli attuali livelli di migrazione internazionale non sono né eccezionalmente alti né in crescita. Se esprimiamo il numero di migranti internazionali come quota della popolazione mondiale, in tutti calcoli statistici e storici vediamo che i livelli relativi di migrazione sono rimasti stabili, intorno al 3 per cento. Casomai, vi sono prove che i tassi di migrazione fossero più alti alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, vale per il nostro continente quando un’emigrazione di massa verso Africa, Americhe e Asia coincise con il picco dell’imperialismo europeo, vale in altri parti del mondo. Anche riferendosi ai migranti meno liberi, i rifugiati rappresentano tra il 7 e il 12 percento di tutti i migranti nel mondo e alla metà del XX secolo erano probabilmente (non solo in proporzione alla popolazione) più di oggi. Certo, da una prospettiva occidentale eurocentrica, vi sono state profonde trasformazioni nei modelli di migrazione, tali da “rovesciare” la mappa, ovvero le direttrici geografiche dominanti nelle correnti migratorie, sia legali che illegali.

Nei secoli scorsi il colonialismo europeo ha provocato la più grande migrazione forzata di ogni epoca (quella degli schiavi) ed è stata la più grande dinamica di migrazione illegale nella storia dell’umanità. Attualmente la novità principale riguarda l’origine sempre più extraeuropea della popolazione migrante. Tuttavia, la migrazione interna, ossia gli spostamenti entro il proprio territorio nazionale, è sempre stata molto più importante della migrazione internazionale, ossia degli spostamenti oltreconfine; quella interna da decenni particolarmente significativa nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto dalle aree rurali alle aree metropolitane in espansione. L’età moderna e industriale non è tanto una storia di migrazioni internazionali, quando di migrazioni dalle aree di campagna alle aree urbane, sia all’interno che al di fuori dei confini nazionali, connessa al grande bisogno di manodopera (in mestieri che richiedono la presenza fisica dei lavoratori) e ai relativi profili geografici o cicli economici. Oltre quattro quinti della popolazione mondiale continua a vivere nelle proprie regioni di origine, se si attraversa una frontiera in genere ci si sposta verso Stati vicini, la migrazione riguarda raramente lo sradicamento di intere popolazioni. A lungo termine sembra in corso un declino globale della mobilità o almeno della mobilità “migratoria” (con cambio di residenza).

Nel recente volume Migrazioni, il sociologo olandese Heit de Haas smonta i miti in materia, con un’argomentata disanima e una ricca documentazione. In ognuno dei ventidue capitoli riassume il mito nel titolo e nelle prime due pagine in cui cita sia "politici" che materiali che urlano quel mito con le loro convinte parole, per quanto errate; poi spiega (dettagliatamente) in molti successivi paragrafi come funzionano davvero le cose (How Migrations Really Works, il titolo inglese originale), citando anche casi esemplari nelle vicende interne ai paesi occidentali o geopolitiche. Per la maggior parte dei casi possiamo far parlare prevalentemente i titoli dei suoi paragrafi, molto netti e volutamente senza tanti avverbi conciliativi. Il secondo (interessato) mito è che “le frontiere sono fuori controllo”, non è vero, è un’affermazione che non corrisponde alla realtà, appunto. La stragrande maggioranza dei migranti sono legali; sul lungo periodo, l’immigrazione illegale non sta aumentando; l’immigrazione deriva soprattutto dal reclutamento attivo di forza lavoro; spesso anche i migranti illegali sono stati reclutati; il connesso mito dell’invasione è una forma di propaganda deliberatamente progettata per seminare panico e sospetto, una narrazione falsa e leggendaria per attingere agli istinti tribali e alle nostre paure più profonde. Qui l’autore cita le frasi enfatiche e sbagliate di due ministri di un governo italiano di qualche tempo fa, Frattini e Maroni.

Il terzo mito imporrebbe che “il mondo è di fronte a una crisi dei rifugiati”, anche in questo caso credo che l’autore abbia sostanzialmente ragione (pur dovendo necessariamente criticare anche strutture dell’Onu). Questi sono i titoli dei suoi paragrafi, con le condivisibili affermazioni sintetiche: il numero dei rifugiati è relativamente basso e non in crescita; la vera crisi dei rifugiati è nelle regioni di origine; non ci sono prove di un aumento di richieste d’asilo “false”; perché si vogliono scorrettamente gonfiare i numeri dei rifugiati; i flussi di rifugiati aumentano e diminuiscono in base ai conflitti umani (qui bisognerebbe meglio intendersi sul termine “conflitti”, talora sono attività umane non direttamente violente); il mondo è diventato più pacifico (anche qui non si spiega bene quando inizierebbe la propensione pacifica, se guardiamo alla paleoantropologia e alla storia il quadro non vede miglioramenti lineari); la crisi dei rifugiati è una crisi politica (giusto). L’autore opportunamente segnala come i Paesi di destinazione abbiano cercato di esternalizzare l’elaborazione delle richieste d’asilo su isole-carcere o in paesi stranieri. Da anni abbiamo offerto dati e spunti che confermano, anzi integrano con ulteriori elementi, l’impostazione di de Haas.

Il quarto mito indurrebbe a pensare che “le nostre società sono più eterogenee che mai”, pure in questo caso la scienza sociologica non evoluzionistica tende a usare termini (eterogeneità, razza, ecc.) che non hanno pieno valore interdisciplinare rispetto alle migrazioni. L’autore insiste molto sulla “dissomiglianza” (quando affronta la segregazione) e, soprattutto, sulla disomogeneità sociale rispetto agli incarnati (concetto molto sociologico e poco scientifico-interdisciplinare, riferibile anche alla composizione di classe cui spesso fa generico richiamo), aggettivizza più volte le persone e le comunità come autoctone oppure native, parla di composizione “ibride” o di nazioni più o meno “ibride”, usa 16 volte razza o razze, 38 razzismo, 54 razziale o razziali, 19 razzista e razziste ma non discute le connesse delicate questioni terminologiche e linguistiche (pure biologiche), non affronta una discussione sulla permanente nostra specie meticcia, antichissima e antica, non solo moderna.

Tuttavia, l’argomentazione contemporanea di De Haas ha un filo di pensieri abbastanza corretto: veniamo da un passato molto più “disomogeneo” di quanto pensiamo; il pericolo giallo, rosso e nero (negli USA), lì pulire le “scorie” dal crogiolo ha sempre rappresentato la scelta della maggioranza bianca contro le minoranze, gli ultimi arrivati (dopo aver annientato o emarginato i nativi), considerati come minacce per l’identità, la cultura e la sicurezza nazionali; le società e le culture sono diventate in realtà meno eterogenee; le società, e il mondo intero, oggi sono più uguali che mai; la diversità non minaccia la coesione sociale né l’identità nazionale; il vero pericolo non è la diversità in sé, ma le ideologie che separano le comunità come se fossero fondamentalmente diverse. Qui l’autore cita gli studi di due bravi economisti italiani, Alberto Alesina ed Eliana La Ferrara.

Il quinto mito è che “lo sviluppo nei Paesi poveri ridurrà la migrazione”, ah, quante volte lo sentiamo ripetere anche in Europa e in Italia, di questi tempi! Non è così e De Haas spiega o argomenta abbastanza bene, con dati irrefutabili: la migrazione aumenta man mano che i paesi poveri diventano ricchi; lo sviluppo porta una maggiore (non una minore) migrazione; la migrazione è una parte intrinseca dello sviluppo; lo sviluppo aumenta capacità e aspirazioni; è inevitabile che lo sviluppo spinga le persone fuori dalle aree rurali; il “paradosso” della migrazione è la conseguenza di tutto ciò e, pertanto, è probabile che il prossimo mezzo secolo diventi l’età della migrazione africana, proveniente dai Paesi poveri del continente subsahariano, non a dispetto ma, paradossalmente, a causa del loro sviluppo.

Il sesto mito descrive l’emigrazione come “una fuga disperata dalla miseria”, descrizione sbagliata e misera (in base al testo di De Haas, e non solo). Piuttosto: migrare è un investimento in un futuro migliore; migrare è una scelta razionale, quasi sempre un atto consapevole e deliberato; la migrazione è la forma più efficace di aiuto allo sviluppo e le (corpose) rimesse sono la prova migliore che i migranti hanno motivi più che validi per lasciare il proprio Paese; per sopravvivere, salvare la vita anche ai parenti, sperare di vivere i migranti riflettono e accettano di partecipare a una lotteria, tentando di vincerla; dalle oasi al paradiso, per esempio nelle gole di Todra in Marocco; meglio indebitarsi che restare a casa; la migrazione Sud - Sud è la strada principale per uscire dalla povertà; i migranti sanno pensare con la propria testa e, per costruirsi un futuro migliore, sono disposti a sopportare costi e rischi di una certa rilevanza.

Il settimo mito sostiene che “non abbiamo bisogno di lavoratori migranti” e che l’immigrazione da noi di lavoratori non qualificati dovrebbe essere impedita del tutto o consentita solo su base temporanea. Eppure: la domanda di manodopera è il motore principale della migrazione e i Paesi ricchi continuano ad avere tassi importanti sia di immigrazione sia di emigrazione; è importante distinguere ciò che motiva le persone a migrare a livello micro dalle cause strutturali della migrazione a livello macro (o dell’elefante nella stanza); l’immigrazione … è l’economia, stupido!; la crescita della domanda di manodopera migrante è incontestabile, fenomeno non gestibile nei “minimi particolari”; perché la migrazione per lavoro continua; la nuova servitù e il reclutamento di lavoratori ufficialmente “indesiderati”; i migranti meno qualificati svolgono lavori essenziali; la sconveniente verità che imporre restrizione agli ingressi non frenerà l’immigrazione. Qui l’autore cita anche correttamente forse il più bravo sociologo italiano delle migrazioni, Maurizio Ambrosini.

I primi sette miti sulla migrazione esauriscono la prima parte del volume di De Haas. La seconda parte ne contiene altri otto ed è intitolata con una domanda: minaccia o soluzione? L’ottavo mito è che “gli immigrati rubano il lavoro e abbassano i salari”. Statistiche ufficiali e studi competenti ci dicono il contrario, ecco i titoletti scelti dall’autore: gli immigrati non rubano il lavoro, occupano i posti vacanti; il caso dei cubani a Miami, l’esodo di Mariel (dall’aprile 1980); anche nel caso di shock migratori ad alta intensità, l’impatto dell’immigrazione sui mercati del lavoro è trascurabile, le ricadute sui salari e sull’occupazione sono minime; come l’immigrazione può addirittura creare più posti di lavoro; gli immigrati sono spesso individui eccezionali, hanno alimentato più volte il motore del progresso umano nel corso della storia; i lavorato “autoctoni” non sono adatti ai lavori che fanno gli immigrati; perché a esempio i lavoratori britannici si sono rifiutati di “raccontare per la Gran Bretagna”; è sui governi, non sugli immigrati, che ricade la responsabilità dei salari bassi. Niente scuse per cortesia.

Il nono mito è che “l’immigrazione mina lo Stato sociale”, anche questo come altri miti diffuso sia a destra e a sinistra. Invece: l’impatto fiscale dell’immigrazione è trascurabile e, comunque, cambia man mano che gli immigrati si radicano e si integrano; il contributo fiscale dell’immigrazione via via aumenta; non ci sono prove convincenti di un effetto magnete rilevante da parte del welfare (controversa idea dell’economista statunitense Borjas); gli immigrati irregolari rappresentano il maggior beneficio per i sistemi di welfare; è l’austerity, non l’immigrazione, la causa della crisi delle case popolari; i lavorato migranti sostengono lo Stato sociale, l’immigrazione è vitale per mantenere un servizio sanitario e offrire assistenza ai bambini e anziani, specialmente in economie fortemente liberalizzate come Regno Unito e statui Uniti e in Stati sociali deboli come Spagna e Italia (scrive De Haas).

Il decimo mito è ancor più netto, suggerisce che “l’integrazione degli immigrati è fallita”. Già, ma risulta errato. Sostiene ancora De Haas: a lungo termine, l’integrazione degli immigrati è un successo; successo evidente se osserviamo le competenze linguistiche e l’istruzione; al contrario, la discriminazione nella selezione del personale è reale, il razzismo rimane un ostacolo significativo all’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro; i migranti si arrangiano da soli; l’accesso al lavoro e all’imprenditorialità è fondamentale per il successo; la cittadinanza è la migliore politica di integrazione (la frase è completa così, originale, da sottolineare qui e ora); l’”apartheid leggero” e l’illusione della temporaneità fanno danni (ulteriori e inutili); sfide a breve termine e successi a lungo termine vanno ponderati di conseguenza; ogni migrante vive una transizione radicale, socialmente ed emotivamente destabilizzante, è solo “umano” rendersene conto; tanto più che loro diventano più simili a noi che noi a loro.

C’è un interessante mito sulla migrazione, l’undicesimo, che talvolta scioccamente ripetiamo: “la migrazione di massa ha prodotto la segregazione di massa”. L’autore non mette il condizionale nemmeno qui, lucidamente spiega (con i suoi titoletti): con alcune eccezioni, la segregazione non raggiunge livelli allarmanti; rafforzandosi attraverso la vita comunitaria, le conseguenze della concentrazione etnica possono essere anche molto positive; le enclave etniche come macchine di emancipazione; alludere alla segregazione razziale negli Stati Uniti è fare sensazionalismo; dall’edilizia sociale al dumping sociale, casi inglesi e svedesi; “occhi per la strada” e pianificazione urbanistica sbagliata; il vero problema, sempre di più, è la segregazione per reddito, non possiamo separare il dibattito sulla segregazione dal dibattito più ampio sulle diseguaglianze attualmente esistenti. I primi undici miti sulla migrazione sono tutti sostanzialmente esistenti e serenamente da smontare. Non finiscono qui, siamo soltanto a metà trattazione: la cruda consapevolezza e la necessaria rimozione dei miti sulla migrazione continuano ad appassionarci.

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De Haas ha contato 22 miti sul fenomeno migratorio attuale, ecco gli altri - Valerio Calzolaio

Svelare il dodicesimo mito sull’umano migrare contemporaneo è cruciale, in tanti sono convinti che “l’immigrazione aumenta la criminalità”, il numero dei reati, ma non è così. Il sociologo olandese Heit de Haas analizza un quadro mondiale comparato e, nel suo recente volume Migrazioni, smonta anche questa falsità. Ribadisce che, in generale, l’immigrazione riduce i crimini violenti e cita le ricerche più approfondite sull’argomento che vengono dagli Stati Uniti. Nessuno migra con il sogno di diventare criminale, di solito i lavoratori migranti vengono da contesti socialmente conservatori, religiosi e orientati alla comunità, e aderiscono con vigore a valori tradizionali come la solidarietà, il rispetto e il duro lavoro. Ce ne accorgiamo di continuo anche personalmente dalle nostre parti o verificando dopo poco gli orientamenti politico-culturali.

Gli immigrati illegali hanno poi mediamente i tassi di criminalità più bassi, soprattutto per varie ragioni pratiche. Certo, più a lungo i gruppi migranti rimangono più i loro “modelli criminali” iniziano a somigliare a quelli degli “autoctoni”, c’è un lato oscuro dell’assimilazione (discendente) e un circolo vizioso del profiling razziale (maggiore probabilità di essere arrestati e condannati) e del pregiudizio (più perseguitati e meno protetti), è la classe sociale a prevalere sulle altre spiegazioni. Comunque, i tassi di criminalità sono diminuiti con l’aumento dell’immigrazione, insiste l’autore, citando dati e fatti. Il rispetto delle leggi dovrebbe accompagnarsi a un’offerta ai giovani svantaggiati di opportunità di mobilità sociale attraverso l’istruzione e il lavoro, a prescindere dalla loro origine etnica o razziale.

Tredicesimo mito: “l’emigrazione causa la fuga dei cervelli”, siamo giunti al primo dei 22 miti citati da De Haas che presenta alcuni aspetti più deboli e meno argomentati. Ciò dipende in parte dalla terminologia e dall’approccio solo sociologico. Alcune affermazioni preliminari sono convincenti: l’immigrazione di lavoratori qualificati non è così intensa, la migrazione internazionale coinvolge una quota abbastanza ridotta della popolazione più istruita, l’espressione “fuga di cervelli” fu coniata oltre sessant’anni fa in tutt’altro contesto, pur sempre in direzione nord - nord (preoccupazione per le migrazioni di scienziati dalla Gran Bretagna al Nord America); l’emigrazione può stimolare la crescita nei Paesi d’origine, anche per il potere trasformativo delle “rimesse sociali”. L’autore vuole evitare di dare la colpa ai migranti per i problemi che li hanno spinti a partire, da studioso mette in discussione nessi arbitrari fra il migrare e tutto il peggio (e fra cui tutti effetti negativi per i residenti).

Il capitolo si conclude con un paragrafo intitolato con una frase che richiama un po’ l’intero impeto culturale del volume: l’emigrazione non è la causa né la soluzione dei problemi dello sviluppo. Il concetto ritorna riferito all’immigrazione sotto vari aspetti e, più complessivamente, a ogni migrare umano. La contestazione dei miti vuole recidere i nessi più o meni casuali per cui oggi, da più parti per più ragioni, la migrazione viene considerata la causa di tutti i mali contemporanei. Ovviamente De Haas aggiunge sempre che non è nemmeno la panacea di qualche male, è un fenomeno da ri-conoscere. Nel capitolo successivo si legge: “l’impatto trasformativo (sia positivo che negativo) della migrazione non è così grande come molti pensano”. Qualche capitolo dopo, un paragrafo s’intitola. “è necessario superare la dicotomia pro/contro”. Bene, ma non risolutivo: oggi pochi pensano a funzioni marginali del migrare e pochissimi superano lo schieramento in fazioni. Evidentemente, il fenomeno risponde ad altre dinamiche evoluzionistiche, biologiche e antropologiche, non spiegabili bene soltanto con la sociologia e la geografia, meglio prendere atto pure di ciò. E occorrerebbe prestare dovuta attenzione ai gradi della libertà di migrare e alle coniugazioni del diritto di restare.

Il quattordicesimo mito si connette a tali argomenti e riflessioni, l’affermazione giustamente contestata è la seguente: “l’immigrazione solleva tutte le barche”. Invece. L’immigrazione non può risolvere l’ineguaglianza globale; l’immigrazione favorisce soprattutto gli abbienti e chi è già privilegiato; in qualche raro caso l’immigrazione può essere davvero traumatizzante per via dei cambiamenti drastici che impone agli stili di vita locali (o di come gli immigrati e il pollo hanno cambiato Albertville, Alabama), più gravosi per lavoratori locali non benestanti; c’è più del Pil nella vita. Da questo punto di vista, de Haas segnala correttamente come le élite imprenditoriali e i gruppi liberal che cantano le lodi dell’immigrazione spesso non si rendano conto dei disagi reali, dei problemi e delle tensioni che scaturiscono dall’arrivo di intensi flussi migratori.

Così risulta un mito, il quindicesimo: “abbiamo bisogno di immigrati per contrastare l’invecchiamento delle società”. Proseguendo nell’atteggiamento di ridimensionare o almeno dimensionare gli impatti, De Haas ribadisce: l’immigrazione è troppo limitata per risolvere gli effetti dell’invecchiamento; anche gli immigrati invecchiano e fanno meno bambini; i fattori demografici non causano la migrazione; è un mito anche la disponibilità illimitata di manodopera; i Paesi più poveri al mondo hanno il più alto potenziale di emigrazione futura; la domanda globale di lavoratori migranti potrebbe aumentare ulteriormente per la combinazione di invecchiamento (inevitabile e non così disastroso), emancipazione femminile e maggiori tassi d’istruzione, soprattutto in molti Paesi a reddito medio, ove quindi crescerà la domanda di manodopera nei settori dell’assistenza domiciliare, dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’industria e del terziario; vi sarà un riorientamento geografico delle direttrici migratorie mondiali. Qui si conclude la seconda parte del volume (otto capitoli, nel complesso ottimamente o abbastanza ben orientati, con alcuni limiti sopra segnalati).

La propaganda sulla migrazione

La terza parte si chiama “la propaganda sulla migrazione” e si struttura in altri sette capitoli. Il sedicesimo mito: “le frontiere si stanno chiudendo”. Qui l’autore utilizza dati statistici di un gruppo di lavoro pluriennale da lui stesso impostato a Oxford e riassume: le politiche migratorie sono state liberalizzate rispetto al passato; il controllo alle frontiere è aumentato mentre le barriere legali sono diminuite; resta la spinta delle aziende ad aprire le frontiere; resta un’enorme discrepanza governativa tra la retorica della fermezza e la pratica molto più indulgente; più diritti umani significa più diritti per i migranti; non è possibile coniugare liberismo economico e politiche migratorie liberali e soddisfare al contempo i desideri dei cittadini che vorrebbero meno immigrati (il “trilemma” dell’immigrazione).

Il diciassettesimo mito ha a che fare con gli orientamenti politici: “i conservatori sono più rigidi sull’immigrazione”. Non risulta vero alla prova dei fatti: non esiste nessuna divisione sinistra-destra sul tema dell’immigrazione; i partiti politici sono divisi internamente sull’immigrazione; pure i sindacati sono divisi sull’immigrazione; tutte le religioni sottolineano il valore della compassione ed esortano i credenti ad accogliere gli stranieri e proteggere i perseguitati, insomma ancora una volta la dicotomia tra fazioni pro e contro non porta da nessuna parte e va superata. L’autore non ha peli sulla lingua e insiste: da decenni ormai il grande pubblico ha perso il contatto con la realtà delle politiche migratorie; gli artifizi retorici distolgono l’attenzione dalle questioni reali; i politici di sinistra e di destra stanno ingannando la gente sulla vera natura delle loro azioni, è un comportamento ipocrita.

Ne consegue la necessità di smentire e abbattere un diciottesimo mito: “l’opinione pubblica è contro l’immigrazione”. Secondo de Haas: l’opinione pubblica oggi guarda più favorevolmente gli immigrati; la maggioranza delle persone ha opinioni articolate sull’immigrazione; sul lungo periodo, il contatto con gli immigrati e una certa conseguente familiarità con culture diverse riducono la xenofobia; nonostante i progressi, il razzismo e i pregiudizi rimangono problemi gravi; il razzismo diminuisce con l’aumento dell’immigrazione; tutto questo ci dà speranza e ottimismo, abbiamo le potenzialità per discutere ed affrontare in modo migliore le questioni legate alle migrazioni, alla “razza” e alla diversità culturale. Qui l’autore cita Giorgia Meloni fra i politici di estrema destra che si appellano all’opinione pubblica per le proprie retoriche dichiarazioni politiche securitarie contro l’immigrazione.

Il diciannovesimo mito comincia ad affrontare un aspetto specifico, il superamento di frontiere statuali, operando una distinzione (fondamentale nell’Italia odierna) fra traffico e tratta. La falsità propagandistica è la seguente: “il traffico di migranti è la causa degli ingressi illegali”. Ancora una volta il supporto allo smantellamento del mito è offerto da dati e fatti, non si tratta di opinioni filosofiche: il traffico di migranti è una reazione alla militarizzazione delle frontiere, non la causa della migrazione illegale; la migrazione transmediterranea, per esempio, è esplosa nel 1991 quando la Spagna e l’Italia hanno introdotto requisiti di visto per i nordafricani in seguito all’accordo di Schengen (l’autore lo ha verificato durante le ricerche in Marocco, niente più anni sabbatici per gli studenti trasferimenti non permanenti); come la migrazione è stata spinta nella clandestinità; la crescente dipendenza dai trafficanti; la migrazione di contrabbando (smuggling, in inglese) e il traffico dei migranti non sono la stessa cosa della tratta di esseri umani (trafficking); il favoreggiamento è una forma di erogazione di un servizio, per il quale migranti e rifugiati sono disposti a pagare; i migranti non sono stupidi, persino il rischio di morire non è un deterrente. L’autore cita spesso la situazione nel Mediterraneo (“zona di confine più letale del mondo”) e riporta il dato terribile dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni relativo agli oltre 26 mila migranti morti nel tentativo di attraversarlo tra il 2014 e il 2022.

Proprio nel 2024, a inizio novembre l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM) ha aggiornato i dati rispetto all’anno in corso: sono almeno 568 le persone morte e altre 783 ritenute disperse soltanto nella rotta del Mediterraneo centrale dall'inizio del 2024 al 2 novembre; nello stesso periodo i migranti intercettati in mare e riportati in Libia sono stati 19.295, di cui 16.835 uomini, 1.357 donne, 630 minori e 473 persone di cui non sono disponibili dati di genere. Nelle pagine a fianco numero 476 e 477 De Haas riporta la mappa delle rotte migratorie terrestri e marittimeverso il Nord Africa, il Medio oriente e l’Europa occidentale. Poi aggiunge altre indicazioni analitiche: le specifiche rotte del “contrabbando” migratorio sono una delle conseguenze dei controlli frontalieri; la vera industria della migrazione non riguarda gli scafisti, bensì le compagnie che producono armi e tecnologie da guerra, che hanno avuto enormi profitti dalla lotta dell’Occidente contro l’immigrazione illegale; i flussi migratori illegali continueranno fintanto che i governi non offriranno percorsi per migrare legalmente.

Il ventesimo mito completa il precedente, ecco la falsità propagandistica: “la tratta è una forma di schiavitù moderna”. Invece: la tratta di esseri umani non è la stessa cosa della schiavitù e riguarda soprattutto lo sfruttamento dei lavoratori; in particolare, la tratta riguarda gravi forme di sfruttamento di lavoratori vulnerabili, rapporti di potere coercitivi basati su un’estrema disparità di potere; la “minaccia degli sconosciuti” e il precedente mito della “tratta delle bianche” (deliberatamente creato negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo) gonfiano le statistiche sulla tratta; restituire un debito non significa essere vittima della tratta; nella realtà, contrarre debiti è il modo in cui milioni di poveri tentano un futuro migliore per sé stessi migrando verso l’Occidente  e “salvare” qualcuno di loro significa spesso farlo deportare, costringerlo a una migrazione forzata, ancor meno libera; la maggior parte dei sex workers ha scelto di farlo; nella realtà, la lotta alla tratta diventa solo fare retate nei bordelli e imporre deportazioni; gonfiare i numeri non risolve i problemi, semmai li peggiora; salvateci dai nostri salvatori.

Un altro mito propagandistico è il ventunesimo: “le restrizioni alle frontiere riducono l’immigrazione”. Non è vero, storicamente e statisticamente: controlli e restrizioni generano più immigrazione; il primo effetto collaterale è di deviare la migrazione su altre rotte geografiche o nuove destinazioni (effetto materasso ad acqua); il secondo effetto collaterale non riduce il numero dei migranti, si limita a spingere le migrazioni nella clandestinità, i migranti cercano canali legali differenti o attraversano i confini illegalmente, prima o poi; il terzo effetto collaterale delle restrizioni sono gli “sbarchi” preventivi (più imprevedibili e pericolosi), organizzati in previsione di blocchi futuri (partire “ora o mai più”), il quarto e ultimo effetto collaterale implica scoraggiare il ritorno in patria e interrompere la circolarità, sicché le restrizioni producono più migrazione; per esempio, la Brexit ha accelerato l’immigrazione.; un altro esempio tocca il Messico, i maggiori controlli alle frontiere degli stati Uniti hanno avuto effetti controproducenti; inoltre, le frontiere chiuse alimentano l’ossessione per la migrazione. Secondo de Haas l’abolizione delle frontiere tra il 1989 e il 2007 all’interno dell’Unione Europea (in espansione) ha rappresentato il più grande esperimento reale nella storia dell’umanità per capire l’effetto di restrizioni per chi arriva dall’esterno, lo ha studiato verificando che è coinciso con un aumento strutturale dell’immigrazione extraeuropea. Qui l’autore cita positivamente anche gli studi della sociologa italiana Simona Vezzoli, sua ex collega a Oxford.

Arriviamo così al ventiduesimo e ultimo mito che l’autore vuole smontare: “il cambiamento climatico porterà a una migrazione di massa”. L’autore ragiona negli stessi termini sociologici e scientifici dei capitoli precedenti e il suo sforzo argomentativo va preso ancora una volta sul serio, non è banale e coglie questioni effettivamente controverse e complesse (alcune delle quali sono state affrontate di recente anche sul nostro magazine, come altre volte in passato, per esempio nel 2022 o nel 2023). Secondo De Haas, ecco come funzionerebbe davvero. Il cambiamento climatico è reale, ma non porterà a una migrazione di massa; le inondazioni stagionali sono una maledizione e una benedizione insieme, perché i sedimenti trasportati dall’acqua fertilizzano il terreno (“la terra è buona dove c’è la piena”); anche le terre si alzano mentre si alza il livello del mare.

Ancora: i pericoli ambientali possono condannare i poveri all’immobilità; sarebbe un mito anche l’avanzata del deserto; è lo sprofondamento del suolo, non l’innalzamento del livello del mare, la causa principale del crescente rischio di alluvioni nelle piane agricole e in città costiere; è molto improbabile che il cambiamento climatico “porti” a una migrazione internazionale di massa, tantomeno della scala pronosticata, sono i governi, non il clima, a spostare le persone; oltre ai conflitti e alle persecuzioni, sono i progetti di sviluppo (dighe, miniere, aeroporti, zone industriali, complessi residenziali per la classe media, turisti) una delle cause principali del fenomeno degli sfollati, lo spostamento indotto dallo sviluppo è la forma più diffusa di migrazione forzata; lo sforzo sincero di ridurre l’impatto del cambiamento climatico dovrebbe concentrarsi sul trovare il modo di aiutare proprio coloro che non sono in grado di muoversi affatto.

De Haas vuole difendere la migrazione da una narrazione propagandistica piena di miti e falsità, vuole tener fuori il fenomeno migratorio da analisi frettolose e schematiche, vuole evitare che si assegni al migrare e ai migranti ruoli stratosferici rispetto a quantità non enormi e a qualità potenzialmente arricchenti. Non nega i cambiamenti climatici antropici globali e denuncia opportunamente alcuni “presupposti semplicistici sul rapporto fra trasformazioni ambientali e migrazione”. Gli manca però un serio approccio evoluzionistico. Il cosiddetto clima (degli ecosistemi in evoluzione e dello stesso ecosistema globale) c’è da prima degli animali, dei mammiferi e degli umani; da sempre ha indotto specie e comunità di singole specie a tentare di cambiare residenza e forse adattarsi altrove (oppure ad adattarsi al cambiamento quando il medesimo luogo cambiava clima, per esempio da pianura a ghiaccio, da bosco a deserto); da sempre ha modificato la biodiversità del pianeta, anche con le migrazioni (che pure modificano gli ecosistemi di partenza, di transito e di arrivo).

Il fenomeno migratorio è diacronico e asimmetrico. Le specie animali modificano, a loro volta, ecosistemi e clima nel loro sopravvivere, riprodursi, migrare. E le specie umane, particolarmente i sapiens, hanno indotto trasformazioni ambientali e migrazioni. È giusto non “dare la colpa al clima” di tutto e di ogni migrazione futura. Tuttavia, un’analisi scientifica degli impatti rende plausibile pensare che tanti rischiano di morire in loco (come anche De Haas nota) e che molti altri riflettano da subito sulla possibilità di spostarsi, con un livello meno o più alto di libertà e di capacità.  

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mercoledì 27 dicembre 2023

Dal 2000 il 18 dicembre è la giornata internazionale delle migrazioni - Valerio Calzolaio

 

Il 18 dicembre 2000, ventitré anni fa, l’Onu ha istituito sia la giornata mondiale del migrante che, in un altro giorno di ogni anno (il 20 giugno), la giornata mondiale del rifugiato. Non si differenziano le emigrazioni dalle immigrazioni, quanto piuttosto si celebrano nel primo caso l’insieme delle migrazioni e, nel secondo caso, in particolare, le migrazioni forzate, le fughe riuscite di coloro che diventano profughi o rifugiati, loro malgrado.  Per la ventiquattresima volta, dunque, esiste la giornata internazionale ufficiale di tutte le migrazioni e di tutti i migranti, oltre un miliardo, liberi e forzati, qualunque fosse o sia stata o sia la ragione che li hanno indotti a separarsi dalla residenza precedente, perlopiù dal paese di nascita e maturazione, dall’ecosistema biologico e culturale nel quale sono divenuti senzienti e in vario modo agentivi nella vita. Noi sapiens siamo tutti individui figli di migrazioni, cambi di residenza o ecosistema. Incontri nuovi e incroci fanno parte del patrimonio genetico di ognuno, tutti a proprio modo riprodottici come migranti e meticci.

Ormai si è però diffusa una certa paura a considerare positivamente le migrazioni del passato e soprattutto del presente, abbiamo scordato molto delle nostre origini e rifiutiamo di vedere qualcosa del nostro futuro. Certo, anche in questo scorcio di dicembre 2023 ci saranno messaggi ufficiali degli organismi internazionali, del papa e dei capi di altre confessioni religiose, di alcuni rappresentati di Stato sensibili, troverete qualche articolo e commento di parte degli organi di informazione, forse la sottolineatura di qualche riflessione aggiornata. Ma la libertà di migrare è perlopiù misconosciuta nei paesi ricchi e il diritto di restare rivendicato soltanto per impedire di partire, non per contrastare discriminazioni e oppressioni. Chi intende o deve migrare crea timore altrove, già prima della partenza ed emigrazione dalla sua residenza, ancor più dopo i transiti o l’arrivo con relativa immigrazione.

Le migrazioni forzate indicano emigrazioni obbligate a prescindere da dove poi la fuga giunge. Vi è, fra i migranti attualmente immigrati altrove, chi non ha avuto alcun margine di scelta nell’emigrazione, è dovuto fuggire dalla propria terra per ragioni di forza maggiore. Sono una piccola percentuale del totale ma a loro è da sempre connesso un diritto d’asilo se e quando superano il confine del paese d’originaria appartenenza (qualunque sia la causa, esplicitano molte costituzioni). Per loro si può parlare del riconoscimento di un doppio diritto: il diritto di restare, violato nel loro paese, e il diritto d’asilo, da garantire altrove. Per gli altri migranti vale sempre il diritto di restare e, poi, la Dichiarazione Universale dei Diritti umani prevede di libertà di poter migrare, un certo grado di scelta di emigrazione, acquisendone innanzitutto la capacità.

Non a caso, nel 2020 furono individuate due giornate differenti di memoria e consapevolezza e nei venti anni successivi sono stati negoziati due differenti Global Compact, convenzioni dell’Onu giuridicamente rilevanti per i due separati diritti dei rifugiati da una parte e per il diritto e le libertà dell’insieme dei migranti dall’altra (era nota l’opinione delle forze politiche italiane nel 2018 sui due patti, non è nota l’opinione del governo in carica da 14 mesi). Il fatto è che nessuno contabilizza le migrazioni forzate, quelli che diventano Refugees dopo aver chiesto asilo sono solo una parte degli emigranti fuggitivi (profughi). Vale anche per l’immigrazione cosiddetta irregolare in Europa e nel nostro paese, in Italia. Parliamo solo del fenomeno che determina più clamore mediatico e politico, gli sbarchi.

Dall’inizio dell’anno fino al 14 dicembre 2023, secondo i dati forniti dal Ministero degli Interni, le persone migranti “irregolarmente” sbarcate sulle coste italiane risultano finora 153.407 (circa 340 in più rispetto alla settimana precedente). Di questi, sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco, 18.164 sono di nazionalità guineana (12%, numeri stabili da parecchio); gli altri provengono da Tunisia (17.087, 11%), Costa d’Avorio (15.973, 10%), Bangladesh (12.122, 8%), Egitto (11.066, 7%), Siria (9.503, 6%), Burkina Faso (8.410, 6%), Pakistan (7.639, 5%), Mali (5.883, 4%), Sudan (5.829, 4%), una quota significativa pertanto quelli di paesi asiatici e una minoranza, dunque, quelli di paesi nordafricani, a cui si aggiungono 41.731 sapiens (ben il 27%) provenienti da altri Stati o per i quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Non si sa quanti di loro hanno chiesto subito asilo e, soprattutto, non si tratta, ovviamente, di tutti gli arrivi di immigrati in Italia, non essendo contemplati gli ingressi “irregolari” via terra (non dal Sud conseguentemente), gli ingressi regolari via mare e via terra, i corridoi umanitari e altre evenienze, ulteriore segnale che sono proprio le “regole” a essere discutibili per affrontare seriamente qualità e quantità del fenomeno migratorio contemporaneo.

Nel 2023 gli sbarchi sono aumentati rispetto agli anni precedenti, di molto. Abbiamo altre volte ricordato i numeri reali, più indietro si va nel tempo (ai primi anni novanta e alla Puglia per esempio) più quelle persone le scopriamo oggi inserite nel contesto civile della vita italiana (o europea), quasi sempre lavoratori e famiglie perbene, con versamenti regolari e tassi di criminalità inferiori alla media. Negli anni novanta, tuttavia, si avviano paura (perlopiù immotivata, alla prova dei fatti) e cinico investimento politico e giornalistico sulle paure. Il dibattito istituzionale si concentra sulle norme per bloccare l’immigrazione (con la legge del 2001 per esempio), tutti i partiti coinvolti, qualcuno all’offensiva qualcuno sulla difensiva, ma non era ancora lo sbarco “irregolare” il mezzo principale di arrivo eventuale. I canali irregolari dipendono molto dalla regolarità possibile di altri accessi. Via mare immigrati continuarono ad arrivare prevalentemente dall’Albania, circa 22 mila nel 1997, circa 50 mila nel 1999. Nel primo decennio del nuovo millennio la media fu meno di 20 mila arrivi annui, massimo 37 mila nel 2008, meno di 10 mila nel 2009, poco più di 4 mila nel 2010. Il 2011 fu l’anno di svolta e la Sicilia la regione più coinvolta, per le note ragioni geopolitiche legate alle proteste nei regimi di vari paesi mediterranei africani: quasi 63.000 sbarchi nel 2011 (meno della metà del 2023, comunque)!

Dal 2011 gli sbarchi diventano complessivamente di più, molto dipende da quanto accade in varie aree dell’Africa, dai cambiamenti climatici pure in Asia e dall’incipiente crisi in Siria (siccità, poi guerra dal 2013), le rotte del Mediterraneotornano il conclamato contingente pericoloso transito verso l’Europa (per l’ennesima volta nella storia di lungo periodo e in entrambe le direzioni). Ma non è un’accelerazione travolgente e massiccia, nel 2012 solo 13 mila sbarchi, nel drammatico 2013 appena 43 mila (terribile per la Siria e per il naufragio del 3 ottobre). Da allora le istituzioni dell’Unione Europea in modo più farraginoso e le istituzioni italiane in forme più concitate fissano di continuo nuove “regole”, con provvedimenti contrastati e contraddittori per “bloccare” in qualche modo, senza riuscire a influire sui flussi, Va detto che i “numeri” restano comunque assolutamente lontani da ogni barlume di invasione e compatibili con un continente e singoli paesi di centinaia e decine di milioni di cittadini, un forte bisogno di immigrazione regolare e significative quote di emigranti in altri continenti e paesi. Ribadiamo che poco si ragiona sul carattere asimmetrico e diacronico del fenomeno migratorio e sulla distinzione fra migrazioni forzate e migrazioni un poco più libere, anche per questo è giusto “celebrare” il 18 dicembre una giornata di memoria e di consapevolezza sulle funzioni storicamente e geograficamente positive del migrare per i sapiens.

Nel 2014 si raggiungono 170.100 sbarchi, ancora una volta in buona parte di persone partite dalla Siria e da Stati africani come l’Eritrea; nel 2015 in Italia arrivano via mare 153.842 migranti; nel 2016 sono circa 181 mila gli sbarchi, molti dei quali dalla Nigeria; nel 2017 circa 119 mila (come si vede quest’anno siamo ancora più o meno lì). Dopo il discutibile accordo con la Libia, paese mai stabile e pacificato, dove imperversano bande criminali che trattengono forzatamente, taglieggiano e feriscono chi transita, nei due anni successivi gli sbarchi diminuiscono a 23.370 nel 2018 e a 11.471 (molti dei quali ora di nazionalità tunisina) nel 2019. Nel 2020 il Ministero degli Interni registra 34.154 arrivi via mare (gran parte dalla Tunisia, dove sono scoppiate nuove proteste contro la crisi economica e la corruzione della politica), nel 2021 circa 67 mila persone, molte anche di nazionalità egiziana e bengalese. L’anno scorso, dal primo gennaio al 30 dicembre 2022 sono arrivate 104.061 persone, soprattutto fra marzo e agosto, i paesi di origine soprattutto e stabilmente Egitto, Tunisia, Bangladesh, Siria e Afghanistan.

Come si vede, nel 2023 siamo molto oltre la media del trentennio, del ventennio, del decennio e del quinquennio, nonostante in tutti questi stessi periodi chi periodicamente pro tempore veniva eletto e governava prometteva e si autoattribuiva il potere di poter cambiare strutturalmente la dinamica dei flussi. Ogni singola norma cambiata ha prodotto certo qualche minuscolo cambiamento nei numeri apparenti in Italia (come le molecole che oscurano transitoriamente il risultato delle analisi biologiche del sangue) ma ha soprattutto peggiorato le condizioni e le aspettative di vita di chi era in cammino o in mare. Il 3 ottobre 2023 Save the Children ha diffuso alcuni dati in occasione del decennale di uno dei naufragi più tragici della storia recente del Mediterraneo, morirono 368 persone, quasi tutte eritree, a pochi metri dalle coste di Lampedusa: risultano morti o dispersi solo nel Mediterraneo oltre 28.000 individui sapiens, mentre erano in viaggio alla ricerca di un futuro migliore, di questi ben 1.143 erano minori non accompagnati senza figure adulte di riferimento. In questo 2023 i minori morti o dispersi in mare sono molti più di cento. E finora sono comunque arrivati in 15 mila, una percentuale sul totale degli arrivi cresciuta drasticamente rispetto al 2014.

Visto che chi partecipa al dibattito politico istituzionale raramente vi presta attenzione, sono soprattutto giornalisti e artisti che sottolineano il dramma dell’emigrazione, dei viaggi, dei transiti, vera grande questione irrisolta prima e più delle questioni immigratorie. Sotto questo punto di vista, il Sahara e il Mediterraneo sono meno unici e cruciali rispetto ad altre lande e acque di confine, almeno quantitativamente, pur se da sempre crocevia di tanti popoli, religioni, continenti, percorsi. A titolo d’esempio, il regista messicano premio Oscar Alejandro Iñárritu, dopo aver affrontato nei suoi film più volte il tema delle migrazioni, ha prestato la propria a voce narrante nel 2017 a un’istallazione che numerosi musei del mondo hanno ospitato dal titolo Carne y Arena, Carne e Sabbia, con l’obiettivo di proiettare “gli spettatori nella dura vita di un immigrato” nell’atto di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti. E la sua ultima opera Bardo inizia con una ripresa aerea del deserto. Ha poi spiegato che esiste “un grande equivoco quando si dipinge il migrante come un’opportunista economico: attraversare un deserto o il mare con temperature di oltre 42 gradi mette a rischio la vita. Le ragioni di ognuno sono diverse e ogni storia ha motivazioni profonde”. Del resto, anche Matteo Garrone con Io capitano ha compiuto una simile operazione.

Al di là del 18 dicembre in Europa e in Italia, prima e durante, ogni ora di ogni giorno, in ogni città di ogni paese, anche nel 2023 si è parlato di chi stava per emigrare o di annunciate immigrazioni. Dei singoli episodi e di molti eventi sono piene le cronache sugli organi di informazione. Molti governi si reggono o cadono su arzigogolati accordi legati al migrare (si vedano negli ultimissimi giorni la sentenza della Corte Costituzionale albanese che ha sospeso la procedura parlamentare del protocollo con l’Italia, il nuovo progetto sul Rwanda del premier Sunak nel Regno Unito, la pesante crisi istituzionale in corso in Francia sulla legge per regolare l’immigrazione, giusto per restare dalle nostre parti europee). Sarà così pure nei prossimi decenni. E, probabilmente, le elezioni politiche tenderanno a far acquisire maggior consenso a chi promette di garantire veti e chiusure e strette e blocchi contro l’immigrazione. Così va il mondo, di questi tempi, si celebri o meno una giornata delle migrazioni. Sono solo un poco rammaricato di garantire (più che di prevedere) che di qui al 2050 i sapiens migranti vivi aumenteranno, di numero e in percentuale. E che non avremo fatto abbastanza perché ciò possa e potrà avvenire in pace internazionale e civile convivenza.

da qui

domenica 30 luglio 2023

Valerio Calzolaio invita alla (ri)lettura di Paco Taibo II e Daniel Pennac

 Con Taibo II riscopriamo i lettori nelle Americhe dal Rio Bravo al Polo sud/1 - Valerio Calzolaio

Francisco Ignacio Taibo Mahojo è un messicano nato in Spagna, a Gijón (Asturie) l’11 gennaio 1949, ha dunque compiuto settantaquattro anni ed è divenuto abbastanza famoso nel mondo come giornalista, scrittore, saggista e storico. Il padre Francisco Ignacio Taibo Lavilla era un giornalista cartaceo e televisivo, deceduto il 14 novembre 2008, lui noto editorialmente come Paco Ignacio Taibo pur se, negli ultimi decenni di vita, dovette aggiungere un "primo" (Taibo I) al proprio non de plume, quando il figlio cominciò anche lui a pubblicare libri conosciuti. Da almeno quaranta anni Paco Ignacio Taibo II ha notevole successo letterario e culturale, sia nella nuova patria messicana che in tanti altri paesi, non solo di lingua spagnola, molto anche in Italia.

Taibo II nacque in una famiglia spagnola dagli ideali politici legati alla sinistra. Il regime fascista franchista li costrinse a emigrare in Messico nel 1958, verso un paese con più o meno la stessa lingua, che tradizionalmente aveva sempre accolto profughi e perdenti di molte rivoluzioni e di altre dittature. Benito Taibo, nonno paterno, apparteneva al gruppo dirigente del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) e partecipò all'insurrezione del 1934 e, poi, alla guerra civile, combattendo per il fronte repubblicano; il prozio (fratello della nonna paterna) era il direttore del giornale socialista El Avance. Patirono entrambi le carceri franchiste. Anche il nonno materno procurava armi di contrabbando agli anarco-sindacalisti durante la guerra civile e tentò di prendervi parte armando un peschereccio, finché non morì con tutto il suo equipaggio, affondando con la propria imbarcazione sotto i colpi nemici.

Dopo i primi infantili nove anni spagnoli, Taibo II crebbe dunque da adolescente in una famiglia messicana, stabilitasi e sempre rimasta nella immensa capitale Città del Messico. Ignacio Paco presto si rese autonomo e nel 1971 si sposò con Paloma Sáiz y Chela con la quale hanno avuto Marina, affermandosi giovanissimo come scrittore di allegra fiction sociale. Nell’ultimo quarto di secolo del millennio scorso il suo nome è associato al brulichio di grandi autori che, sull’onda dei capolavori di García Márquez e Vargas Llosa, affermarono nuovi stili e narrazioni in gran parte dei paesi a sud degli Stati Uniti d’America, un’altra America (non inglese-americana), uscita più di recente dal colonialismo, ribelle e indipendente. Divennero molto noti e letti un po’ in tutta Europa, non solo in Spagna, certamente in Italia; varianti intense e personalissime di uno stesso percorso letterario; i più conosciuti forse Daniel Chavarría (Uruguay 1933, e Cuba), Rolo Diez (Argentina 1940), proprio Paco Ignacio Taibo II e Leonardo Padura Fuentes (Cuba 1955), poi Luis Sepúlveda (Cile 1949).

Ha più volte spiegato il grande scrittore e traduttore (dallo spagnolo) Bruno Arpaia che la letteratura latinoamericana non esiste, chi vi fa riferimento finisce per “incasellare” in un luogo comune varietà e ricchezza di un intero continente e di 21 paesi. Non vi è nemmeno un’identica comune lingua spagnola, considerando innanzitutto i brasiliani, poi coloro che scrivono in inglese e infine le varianti. Le biografie sono comunque meticce (alcuni che sono nati proprio in Spagna o altrove o sono migrati) ed esistono molte articolazioni, sfumature e “parlate” nazionali. Resta purtuttavia costantemente valido un interrogativo. “Precisato tutto ciò, possiamo porci la domanda: c’è vita oggi nella letteratura tra il Río Bravo e Ushuaia?”. Proprio Arpaia, in uno dei suoi contributi su questo giornale, ha raccontato un panorama degli interessanti scrittori e scrittrici del primo quarto di secolo del nuovo millennio. Rileggere Paco Ignacio Taibo II appare pertanto un buon modo per approfondire un filo di pensieri letterari ed editoriali sull’America a sud degli Usa, insieme al relativo differente contesto geopolitico, tanto più che molti degli storici scrittori citati hanno portato una ventata di novità globale nella letteratura, in particolare di genere giallo e noir.

Paco Ignacio Taibo II è un fine popolare intellettuale manifatturiero che si lascia coinvolgere in tutte le filiere della produzione di idee e azioni collettive per conto di frasi e gesti individuali, che promuove congiuntamente cultura, lettura e arte, prima ancora di fare culture, scritture e arti, motorino sempre carico di passioni sociali e civili. La sua attività ha avuto stabilmente base in Messico, nella capitale. Per fare un esempio, nel 2010 promosse con la moglie (che fino all’anno prima lavorava al Ministero della cultura del Distrito Federal, licenziata per spoil system) una Brigada para leer en libertad, (“Brigata per leggere in libertà”). Con amici, colleghi e sodali raggiungevano i quartieri più poveri e le baraccopoli dove non c’era nemmeno un libro e trovavano spesso un pubblico appassionato (presunti “non” lettori), che smentiva l’idea che in periferia si legge poco o non si legge affatto: “se rompi le barriere, i blocchi che impediscono alla gente di arrivare ai libri, allora la gente legge, e molto… un’esperienza affascinante”.

La Brigada ha creato un modello di istituzione culturale: trovata una sede scalcagnata, hanno battuto le circoscrizioni della metropoli offrendosi di organizzare fiere del libro, locali, nazionali o internazionali a seconda del budget. Poi hanno convinto le case editrici a non mandare al macero i volumi invenduti, ma a consegnarli per organizzare immensi mercati del libro in saldo, dove si sono riversate centinaia di migliaia di persone. Quindi, grazie alle donazioni dei privati, i brigadistas (tutt’altro significato rispetto alla traduzione italiana) hanno messo su decine di biblioteche di quartiere o scolastiche. Infine, con il sostegno della Fondazione Rosa Luxemburg e con quello degli autori che regalavano alla Brigada i loro diritti, hanno cominciato a pubblicare libri e a regalarli durante le centinaia di dibattiti e di tavole rotonde organizzate nei quartieri più sperduti e sempre in spazi aperti.

La Brigada si autofinanzia e riesce a dare un piccolo stipendio ai propri componenti, con la collaborazione di centinaia di romanzieri, giornalisti, sociologi, artisti, poeti, storici, da Elena Poniatowska a Jorge Moch, da Pino Cacucci a Sanjuana Martínez, che offrono il loro tempo e il loro talento per entrare in contatto con migliaia di persone e spingerle alla lettura. Le storie, le foto e i video visibili sul sito raccontano di folle clamorose ai concerti e ai dibattiti o negli stand dei librai, di una partecipazione appassionata e combattiva. La prossima e 16° Gran Remate de libros y peliculas si svolgerà dal 2 al 6 agosto 2023. Leggere aiuta a socializzare, a condividere esperienze e informazioni, a diffidare dell’evidente, a esigere diritti e a compiere i doveri. E diventa un fattore chiave dell’identità e della democratizzazione. Mentre la lettura per obbligo non ti trasforma in lettore, ciò che ti porta a leggere è il piacere.

La Brigada ha subito avviato anche programmi di lettura con gruppi di lavoratori, per esempio poliziotti e pompieri, categorie che non sempre godono certo di buona stampa. Pare che gli agenti diventati lettori diventino più gentili e corretti e la gente li guardi con occhi diversi. Pure Paco, ovviamente, continua dall’inizio come volontario della Brigada. Da qualche anno, inoltre, ha un incarico ministeriale ufficiale, direttore del Fondo de Cultura Económica, una casa editrice transnazionale con 1600 lavoratori, che in Messico promuove cultura multiforme, pubblica mille libri all’anno, gestisce una rete di 120 librerie e ha filiali in undici paesi, grazie all’incarico conferitogli dal “nuovo” Presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, conosciuto con l'acronimo di AMLO, eletto nel dicembre 2018 (e sempre alle prese con un’endemica criminalità, come raccontato su Il Bo Live da Andrea Gaiardoni poco più di un anno fa.

https://ilbolive.unipd.it/it/news/taibo-ii-riscopriamo-lettori-americhe-dal-rio

 

Con Taibo II riscopriamo i lettori nelle Americhe dal Rio Bravo al Polo sud/2 - Valerio Calzolaio

Da quasi cinquanta anni, Taibo II risulta uno degli scrittori messicani più noti al mondo.

Iniziò nel 1976 con la serie gialla di Héctor Belascoarán Shayne. Inizia con la Genesi e finisce con il pianto desolato e un’esclamazione colorita sulla solitudine del protagonista la prima (Días de combate, Giorni di battaglia) delle finora dieci avventure del protagonista fino al 2012 (tutte tradotte in italiano con vari editori, con continuità grazie a una felice intuizione di Marco Tropea negli anni Ottanta), fra l’altro morto nella terza e risorto nella quinta. Nato nel 1944 (cinque anni prima dell’autore), figlio maggiore (una sorella Elisa, reduce da un divorzio, un fratello Carlos, impegnato a sinistra) di José, capitano di marina basco, socialista rivoluzionario in esilio in Messico e vicedirettore di una casa editrice, morto da qualche anno, e di Shirley, competente cantante folk irlandese, a fine vita, Héctor fino a trent’anni aveva fatto l’ingegnere supervisore alla General Electric di Città del Messico e il marito. Poi, d’improvviso, lascia il lavoro, si allontana dalla moglie Claudia, affitta un ufficio da detective (coabitandovi prima con un idraulico, poi anche con un tappezziere e un ingegnere che si occupa di fogne), studia serialkillerologia vincendo sessantaquattro mila pesos al quiz di Televisa, prende un diploma per corrispondenza e si getta per le strade (con una 38 sotto l’ascella) alla ricerca del Cervelo che ha strangolato dodici donne in due mesi.

Il doppio cognome Belascoarán Shayne deriva dai genitori spagnolo-irlandesi. Héctor vi tiene moltissimo, lui è bruttino (i casi lo renderanno inoltre orbo da un occhio e claudicante per un chiodo nella gamba zoppa) e pieno di cicatrici in corpo e spirito; politicamente marxista esistenziale e anarcoide, fuma Delicados con filtro, beve cola, indossa un impermeabile di gabardine; riesce a fare poco sesso (rimanda comunque a una fidanzata “fantasma” con la coda di cavallo), ingurgita tacos e donas, va spesso al cinema per pensare, dorme sempre pochissimo ma appagato (insonne per amore). Il fresco disincantato colto Taibo II iniziò così a giocare con il genere giallo (o negro che dir si voglia) e a scherzare con gli appassionati, narrando i simpatici tic noir in prima e terza persona, ammaliando meravigliosamente i lettori. In pochi anni vinse tre premi Hammett, vendendo poi un milione di copie del tenero testo su Che Guevara (Senza perdere la tenerezza, Il Saggiatore 2017, oltre trecento mila copie vendute solo in Italia).

La vena narrativa è ben presto apparsa fertile e inesauribile con quasi una quindicina di altri romanzi dal 1982 (alcuni splendidi, perlopiù tradotti), circa una decina di saggi e biografie dalla fine degli anni Ottanta, ricchi di humour e ritmo (dal Che a Pancho Villa, da Tony Guiteras a Sandokan e alla battaglia di Alamo), oltre a tante scritture no fiction e collaborazioni di ogni tipo dal 1971 (molte opere non tradotte di tutti i generi), a migliaia di articoli, a direzioni di raccolte e riviste, ad apparizioni in forbite teleconferenze e a divertenti presentazioni pubbliche (spesso anche in Italia). Per capire meglio la poliedrica cosmopolita personalità di Taibo II bisogna sapere che per oltre trent’anni dal 1988 al 2019 ha diretto il più grande festival di genere giallo noir in Europa. Una volta gli domandai quanti aerei avesse preso nell’anno procedente, rispose con precisione: “Ottantasei da luglio 2009 a luglio 2010, sto fuori casa (e scrittura) metà di ogni anno. Troppo.”

Ormai siamo alle nozze d’oro: da 49 anni a luglio si svolge a Gijon nelle Asturie una manifestazione denominata Semana Negra, SN. Quando vi partecipai nel 2010, partimmo con la tribù del Tren Negro il venerdì mattina da Madrid, arrivammo nel pomeriggio e tornammo indietro dopo il fine settimana successivo, vivendo in patria (loro) l’apoteosi spagnola dei mondiali di calcio. Indimenticabile! Ogni anno partecipano quasi duecento scrittori da almeno dieci differenti paesi, quelli dell’idioma (spagnoli, messicani, uruguaiani, argentini, peruviani, cubani, colombiani) ma anche “ospiti” (americani, francesi, inglesi, greci, pure italiani, spesso e tanti), perlopiù già tradotti all’estero (successo o caso). Agli appassionati, leggerli incontrarli ascoltarli fa proprio piacere. A loro, incrociarsi fa un gran bene: affinano personaggi, scoprono affinità, valutano percorsi, avviano collaborazioni. Proprio alla SN vi fu decenni fa per esempio il primo incontro fra Carlo Lucarelli e Manuel Vàzquez Montalbàn (Barcellona, 14 luglio 1939 - Bangkok, 18 ottobre 2003), altro amico “anziano” di Taibo II, nome tutelare della manifestazione asturiana come della colta alta letteratura gialla (o negra) di fine Novecento (a me capitò di intervistarlo nel 1987 a Cattolica), all’origine ovviamente pure dell’amatissimo commissario di Camilleri.

Alla Semana Negra non c’è catalogo, non si trovano libri gratis. Né si percepiscono rivalità, nemmeno fra i finalisti dei premi per opere originali in castellano. Molti dichiarano che gli scrittori “sanno” chi vale, chi quell’anno ha fatto meglio e chi non è stato all’altezza di altre prove. E così i riconoscimenti vengono assegnati da ristrette giurie di autori sulla base di una selezione ampissima di testi segnalati innanzitutto da altri autori. A Gijon non si vince altro che la gloria: niente soldi, niente targhe, niente statuette. Fra i vari prestigiosi riconoscimenti segnalo il premio Hammett (il più antico e ambito), il premio Celsius (fantascienza e dintorni), il premio Espartaco (romanzo storico), il premio Rodolfo Walsh (no fiction criminale), il memorial Silverio Cañada (esordio di “novela negra”), il premio del Direttore e quello del direttore del giornale speciale della manifestazione Quemarropa, che nel 2010 era Angel de la Calle.

Proprio Angel (Salamanca, 1958), disegnatore e fumettista (con studi noti anche in Italia su Tina Modotti e Hugo Pratt), nessun romanzo di fiction, da sempre subcomandante della SN, ora da quattro anni ha assunto il ruolo di direttore (ovvero da quando Taibo II ha assunto il suo nuovo incarico ministeriale in Messico). La manifestazione ha avuto sempre da regista fuori inquadratura Paloma, la moglie di Paco e ha cambiato varie volte sedi e struttura, in realtà si tratta di un happening, di una fiera, di una festa.

Nel 2010 SN si svolse nel grande parco urbano, direzione e organizzatori affittarono spazi nel “recinto” per tende, esposizioni, promozioni, divertimenti, classici “non luoghi” quasi universali. Trovavate la ruota gigante e la casa degli specchi, il galeone che oscilla e altre diavolerie meccaniche, la pesca e i fucili ad aria compressa. Trovavate i baracchini dei negozi locali di occhiali cappelli e oggetti da regalo, come le bancarelle di extracomunitari eguali in tutt’Europa. Trovavate bar e ristoranti, di tutti i tipi e gusti, qualità non sempre eccelsa, prezzo molto contenuto. Trovavate spazi di editori e librai (gli unici a non pagare l’affitto!), libri a buon mercato di ogni genere, collane gialle e nere, le rassegne bibliografiche degli autori presenti (pronti a firmare la copia), 34 mila volumi furono venduti nel 2010! E poi gli sponsor con attività specifiche e i veri “luoghi” della manifestazione: il grande tendone dei dibattiti (Carpa del Encuentro, con bar), lì fuori riproduzioni di eroi (come Batman) in mezzo a sedie e ombrelloni per chiacchierare, strutture che ospitavano mostre fotografiche o appositamente realizzate (nel 2010: fotogiornalismo, soldatini di piombo, pezzi archeologici messicani, fumetto cult), una sala adattabile alla visione di film (retrospettive, sapendo che il cinema non è una priorità), gli uffici.

Alla SN c’è sempre gente a tutte le ore, per ogni pizzo, con ogni tipo d’interesse (spesso la spiaggia è vicina). Il “negro” non c’entra. Famiglie con bimbi che non hanno mai letto nulla, comitive di ragazzi richiamati dall’allegra confusione, persone che cercano i soliti venditori ambulanti, gruppi che escono a mangiare, professionisti e mestieranti bisognosi di clienti o pubblico. Una marea di gente, quasi novecento mila visitatori stimati per esempio nel 2010. Ogni mattina esce il periodico di quattro “lenzuoli” con il programma del giorno. Un paio di volte vengono distribuiti libri editi per l’occasione. Le attività della manifestazione sono concentrate dalle cinque del pomeriggio a mezzanotte, perlopiù presentazioni di autori, a raffica, a ripetizione, uno ogni mezz’ora nel tendone e almeno in un’altra sala, uno per volta (il grande, l’autore con la novità) o in tavole rotonde a tema. Musica dal vivo dopo le 22. Taibo II partecipa anche ora, non è più direttore ma c’è sempre, presenta in contemporanea diversi libri autori inaugurazioni, talvolta apre chiude interrompe modera domanda risponde scompare, di rado delega ai due sosia del passato (che nessuno ha mai incontrato).

Il vero Paco Ignacio Taibo II ha la sigaretta accesa (non la stessa) e la maglietta spot (forse sempre la stessa), un paio di libri in tasca, fa tutto: sposta sedie, carica casse di volumi, rilascia interviste, interloquisce con chi parla inglese, ricorda orari, urla annunci, cerca i collaboratori per condividere impegni. La figlia Marina, fotografa e artista, è stata sempre la sodale “spalla” del direttore per tutta la preparazione (quasi due mesi) e la durata della manifestazione. Basta uno sguardo e lei capisce, accorre, sostituisce. Era già la piccola colta interprete quando quelli dell’AIEP (gli autori di gialli nel mondo) inventarono la Semana: portare la “cultura” sulla “strada”, radicandola nella città natale di Paco. Tirano avanti con pochi soldi (nel 2010 costava meno di un milione di dollari) e gran parte di volontariato. Un trenino apposito e un ottimo servizio tram collegano con il centro (dove non mancano iniziative collaterali).

Taibo II è ancora solida garanzia di fama e clamore, la manifestazione è un diversivo e un divertimento, l’identità politico culturale un punto fermo: la Disneyland dei rossi, fra Gramsci e il Che, passione e tenerezza per entrambi (anche se il primo sapeva le lingue, meglio russo e tedesco, e il secondo non vollero imprigionarlo per venti anni). C’è così un filo unitario nel mezzo secolo di scrittura militante di Paco Taibo II: entrare in sintonia con i cittadini attraverso parole condivise, allargando le platee attive dei lettori (e degli scrittori), mai settarie e autoreferenziali.

https://ilbolive.unipd.it/it/news/taibo-ii-riscopriamo-lettori-americhe-dal-rio-0

 

 

Benjamin Malaussène: guida alla lettura dei sette romanzi di Daniel Pennac - Valerio Calzolaio


Benjamin Malausséne non smette di stupirci, si accommiata da tutti a proprio modo. Lo abbiamo conosciuto meno di quarant’anni fa quando lavorava già da un po’ come capro espiatorio e, nel tempo libero, faceva soprattutto da figura genitoriale ai tanti fratelli e sorelle abbandonati dalla madre (anche sua). Abbastanza presto aveva cambiato mestiere retribuito e mantenuto l’unica passione per Julie (la rossa giornalista originaria del Vercors; Pennac e signora vi vivono spesso ancora), ormai da decenni si esercita da dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione della Regina Zabo, esegue ordini editoriali, legge e valuta, tratta con scrittori grandi e piccoli, condivide occasioni e drammi della letteratura contemporanea, esercita comunque anche la funzione essenziale di capro espiatorio nell’azienda, domandandosi di continuo se non è il cado di smettere, sempre però travolto da fantasmagoriche avventure di parenti stretti e dei sapiens della tribù allargata.

Averlo inventato costituisce la meritata fortuna dell’esimio scrittore francese Daniel Pennac (Casablanca, Marocco, 1 dicembre 1944). Abbiamo già parlato della bio-bibliografia dell’autore, concentrandoci sull’insieme della produzione letteraria di mezzo secolo (1973 - 2023) e, in particolare, su saggi e romanzi senza Ben, il suo principale personaggio . Ora non si può più rinviare, il capro espiatorio va preso di petto e sviscerato un poco. Cominciamo dalla fine, andando a ritroso nel tempo. Partiamo dall’epilogo dichiarato della saga, dal settimo e ultimo romanzo, uscito con grande successo (è ancora in classifica) oltre due mesi fa: Daniel Pennac, Capolinea Malaussène. Il caso Malaussène 2, traduzione di Yasmina Melaouah, Noir, Feltrinelli 2023 (orig. Terminus Malaussène. Le cas Malaussène 2, 2023), pag. 397). 

Siamo lontani dalle Alpi, dalle parti di Parigi, dentro e ai lati del cuore, ovvero nel XX° arrondissement. Verso il settembre 2021 (a otto mesi dalle elezioni presidenziali del 2022) abbiamo un pratico riassunto delle storie raccontate nel precedente volume: in scena il rapimento interrotto e ripreso del ricco sgargiante Georges Lapietà (che conosce a memoria l’elenco dei potenti corrotti) e la rischiosa rifinitura (ora lontano dal Vercors) del secondo romanzo-verità (terribile) del brasiliano Alceste Fontana, insieme a ogni anfratto e risvolto di tutte le vecchie note avventure dell’intera famiglia allargata. L’uomo d’affari era stato rapito dallo stesso figlio Iuc con gli amici Mara, Nange e Sigma, per fare una spettacolare opera d’arte. Solo che alcuni veri malviventi avevano compiuto la stessa scelta e ne era venuto fuori un gran casino.

Il capo dei cattivi è Nonnino, età vetusta e voce dolce, amante di gratin dauphinois, violento e implacabile, ha un esercito colto e fedele di delinquenti ai suoi ordini, li ha educati alla verità cash e formati professionalmente, li guida con risolutezza nera, possiede svariati nomi e identità, ha agganci internazionali e coperture insospettabili. Ispettori e magistrati, bravi e somari, cercano di essere all’altezza. Ben soprassiede ancora come sempre a Julius il Cane (pronipote dell’originale), al dormitorio familiare e all’orfanatrofio annesso; nella banda dei ragazzi c’erano il figlio e i cugini, Mara (incinta) sta con Iuc; dovrà occuparsi del rapimento.

Come sempre Malaussène “capofamiglia” si fa carico di tutto, ogni suo parente ha spesso sfiorato la morte, si vede scorrere davanti agli occhi il catalogo di esplosioni, massacri, violenze. Da dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione della Regina Zabo ha avuto ora soprattutto l’incarico di procrastinare l’uscita del libro (“La loro grandissima colpa”), in cui Fontana racconta senza metafore non solo i pessimi comportamenti della propria stessa parentela, otto fratelli (tre femmine e altri quattro maschi) e due genitori che li hanno adottati, ma anche i traffici sui piccoli calciatori rapiti in Brasile. La bella attempata irrequieta mamma dei sette figli si è rifatta viva: mentre accudisce il marito Paul (innamorato, un poco rimbambito agli Aliossi, residenza per anziani), fa le solite cazzate. Fuochi pirotecnici, arriva di tutto. Pure le bombe.

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) chiude il cerchio (da cui il titolo) e narra meravigliosamente un’ultima gustosa avventura contemporanea della serie che iniziò col noir e si è sempre arricchita di realismo magico. All’inizio del romanzo odierno mette il riassunto del volume precedente (2016) e la figura genealogica, in fondo la semplificante ripetizione del repertorio delle denominazioni e definizioni dei mitici personaggi seriali “inventati” (ben oltre il centinaio), citati o evocati, di qualche luogo e archetipo. Con la travolgente lettura manteniamo così memoria di amorevoli storie noir (l’autore termina ringraziando chi lo accolse 40 anni fa nella cantina della Série Noire), di fiabe ironiche e horror, di avventure mirabolanti intorno al mondo, di empatiche figure inevolvibili, di significati multisenso e impatti multisensoriali, di dialoghi scoppiettanti e colpi di teatro, di scene orride o poetiche in luoghi metropolitani e naturali, oltre che degli innumerevoli sfaccettati battiti dei silenzi (saturi, logorroici, cinematografici, invasori, lunghi, pensosi, divertiti).

La narrazione s’avvia in terza persona su Nonnino; segue poi Ben in prima (come sempre); si occupa degli altri amici e sodali in terza; continuando ad alternarsi punti focali, scene e sequenze in quaranta capitoli e otto parti, l’ultima inevitabilmente intitolata alla “mamma” (che ha finora trascorso con figli e nipoti meno di mille giorni, non più di trenta mesi con la sua progenie), ogni parte con una frase del relativo testo in esergo. Ognuno dei precedenti romanzi della serie (1985, 1987, 1989, 1995, 2017; all’inizio anni diversi in Italia, ma sempre con la stessa straordinaria traduttrice, madre astigiana e padre tunisino, il cui nome sembra ma non è tratto dalla saga) trova riferimenti e agganci, pur se Ben non è più il giovanotto versatile che può cambiare lavoro come cambia umore; da qualche decennio si smazza autori celebri; è un essere sociale, un definitivo capofamiglia, un uomo con dei doveri, ligio alle sue responsabilità.

Ancora una volta è cruciale Verdun, la giudice Talvern, incaricata del caso Lapietà, minuscola saggia sorella di Ben (la più giovane, nata urlante nel secondo romanzo della serie), moglie di un enorme professore panettiere (all’altra sorella Thérèse, pure di padre ignoto, era stato dedicato la quinta novella della serie). Verdun aveva detto che “vivere significa passare il tempo a riempire i due piatti della bilancia”, arrivata a fine carriera è costretta a cambiare ancora vita, in meglio e con altre bilance. Segnalo il Père-Lachaise che plana più volte di notte sulle vie di Belleville, suscitando forse un qualche ulteriore stupore. Il calvados viaggia sugli 80 gradi. Il colonnello Nonnino gestisce anche i cori, Vivaldi e Vedrò con mio diletto sono utili a farsi reclutare. Sarebbe interessante descrivere se e come finisce lo scoppiettante romanzo, evitiamo! Torniamo indietro, piuttosto.

Nel 2017 era uscito Il caso Malaussène. Mi hanno mentito (stesso autore, stessa traduttrice e stesso editore, ovviamente), pag. 279, euro 18,50, ambientato a Parigi e nel Sud Vercors, Prealpi del Delfinato (sotto il Grand Veymont, 2346 m slm). Lì siamo verso il settembre 2016 (dal che si capisce che le datazioni storiche hanno tutte molto di arbitrario). In rue des Archers una banda rapisce appunto Georges Lapietà, uomo d’affari, ex ministro e consulente del gruppo LAVA. La lista di chi si era inimicato è lunghissima, a cominciare dagli ottomilatrecendodue dipendenti mandati a spasso quando ha chiuso le filiali che aveva rilevato per la cifra simbolica di un euro con la solenne promessa di non toccare i posti di lavoro. Come riscatto vengono chiesti ottocentosettemiladuecentoquattro euro, cifra corrispondente all’assegno che stava per intascare come paracadute d’oro per quei licenziamenti. Benjamin Malaussène lo scopre lontano tramite gli organi d’informazione, personalmente lui non c’entrava niente.

In quei giorni ha avuto l’incarico dalla sua capa editoriale di mettere al sicuro in un luogo segreto, un’inaccessibile area montana che solo lui ben conosce, lo scrittore Alceste Fontana, che ha appena pubblicato “Mi hanno mentito” e sta completando proprio l’atteso seguito (“La loro grandissima colpa”), racconto senza metafore dei pessimi comportamenti della propria stessa famiglia. Ben parla via skype con i nipoti Mara e Nange e con il figlio Sigma, volontari di belle Ong in tre varie lontane parti del mondo. Agogna solo di poterli presto riabbracciare, alla rentrée. Fatto sta che, pochi giorni dopo, due bravi poliziotti sottraggono alla legge i sequestratori per scarrozzarli con l’ostaggio (in un veicolo rubato da un collega) e nasconderli in un orfanatrofio per ordine di un giudice istruttore che non ha intenzione di deferire l’evento. Non è che l’ideale colpa sarà di Malaussène? Ca va sans dire!

Pennac già riuscì allora nel (quasi) impossibile. Venti anni dopo fece tornare protagonisti di una storia contemporanea i personaggi che lo avevano reso amatissimo e famoso in discreta parte del mondo (compresa l’Italia). A suo tempo, sette anni fa iniziammo la lettura con perplessità e diffidenza. Una prima questione viene risolta dal Repertorio iniziale, una decina di pagine con il centinaio degli “antichi”. Poi si comincia in terza persona, il rapimento dello squallido ridicolo in bermuda e canna da pesca; segue Ben in prima (come sempre), accanto al tipo da proteggere, certo antipatico ma ogni lavoro va accettato; poi un’altra prima persona, proprio Alceste, lo scrittore braccato che vuol raccontare solo l’effimero reale, convive con la calamita Ben e ne è (quasi) l’esatto opposto.

Sensate innovazioni narrative, coerenti con quel che via via si scopre, l’oscurità delle proprie storie, al centro tanto non può che esservi il moderno capro. Ritroviamo amici sdoppiati, cresciuti bambini e replicanti, già cruciale Verdun, le nuove questioni sociali da far risaltare con perizia. Segnalo il manifesto dei rapitori, a pag. 152-153. E tante parole bretoni. Il commissario in pensione Rabdomant sta scrivendo un libro sul Caso (l’errore giudiziario), se ne parla spesso; dunque quello era solo l’inizio, da cui il romanzo conclusivo odierno, come allora si evinceva dal titolo francese (Le Cas Malaussène. I. Ils m’ont menti), dalla vignetta finale e dall’incerta spietata condizione di Lapietà. Il precedente romanzo, quinto della serie, risaliva al 1999, La passione secondo Thérèse, più breve, originariamente realizzato per Le Nouvel Observateur a puntate quotidiane, poi rielaborato e arricchito per la pubblicazione in libro con illustrazioni di Jean-Philippe Chabot.

Era un periodo di stanca per il lavoro di capro espiatorio dal cranio di ferro, Ben era divenuto padre, una svolta. Anche l’avventura precedente non era nata come opera letteraria, bensì teatrale, essenziale tuttavia per seguire il personaggio. Fra il quinto e il quarto non dimenticate la paternità di Ben! Siamo a metà anni Novanta, Ben sta leggendo su una panchina il libro intitolato al suo Signor figlio. Racconta di quando il fratello Jérémy gli chiede spiegazioni su come nascono i bambini, di come la futura nonna ha fatto sette figli con compagni diversi, di chi ha fatto tifo e di chi ha messo i bastoni fra le ruote. Cerca di darci l’idea di cosa si prova quando si sta per diventar padre: l’annunciazione, la presentazione (soprattutto alla madre Julie), la desolazione (quasi un aborto spontaneo?), la risurrezione (nella pancia di una suora), l’apparizione.

Il monologo teatrale Monsieur Malaussène au théatre (dialogo dell’unico attore con le ecografie del suo nascituro) risultò una straordinaria pièce che Pennac si è divertito molto a scrivere, noi a leggere e vedere: il compendio dei pensieri sulla gravidanza del protagonista, con sensibilità e lirismo a contrappunto delle crude dinamiche fisiche dell’esistenza. debuttò nell’ottobre 1996 a Parigi, poi a luglio 1997 al festival di Spoleto e in vari teatri italiani, grazie all’adattamento dell’Archivolto di Genova (pubblicato in Italia insieme a un racconto a quattro mani, come “Ultime notizie dalla famiglia”). In Francia l’autore era in sala tutte le sere (in fondo, nascosto), in Italia il magnifico interprete fu Claudio Bisio, eravamo all’anteprima di umbra. Si parla molto della paternità responsabile, anche se si capisce che la vera fatica ed esperienza irripetibile è la maternità. Da un uomo a ogni sapiens, ironie e paure di fine secolo. Tra nuvole di cartapesta. Non fermiamoci ai ricordi, continuiamo ad andare indietro nel tempo.

I primi romanzi della serie Malaussène rappresentano un unicum compatto e conseguente, pensato e iniziato a scrivere quarant’anni fa (nel 1983) e completato in un decennio, definito dallo stesso Pennac come un quartetto, “le quatuor de Belleville”: il corposo Monsieur Malaussène (1995), La Petite Marchande de prose (1989), La Fée Carabine (1987), con cui vince il prestigioso “Premio Polar di Le Mans”, Au bonheur des ogres (1985), il “giallo” originato dall’iniziale scommessa con gli amici del giallo e del noir. Uno più bello dell’altro, un susseguirsi di fiabe e sogni e sfumature e tonalità e interrogativi comunitari e dubbi morali e dialoghi scoppiettanti, scartando per tanti percorsi culturali dentro una sola multiforme trama, come la vita, un compatto effluvio di fantasia narrativa e di acume sociale, che ha consacrato l’autore fra i grandi del Novecento e deliziato milioni di lettori e lettrici.

Pennac viveva e scriveva già da qualche anno in collina nell’allora poco noto quartiere parigino di Belleville, nel ventesimo arroindissement di Parigi, non lontano dal promontorio da cui si vede tutta la città da nord a ovest. Vi abiterà per decenni ed è proprio in questo cosmopolita e multiculturale quartiere-speranza che colloca il protagonista della saga: colline un tempo coperte di vigneti, poi focolaio di tutte le rivoluzioni, antiche radici operaie e patria di chansonniers, meta di immigrati spesso forzati alla migrazione (nel corso del tempo armeni, ebrei, algerini, neri, cinesi, vietnamiti e via di seguito), microcosmo per decenni degradato e tollerante, descritto anche nelle trasformazioni edilizie e speculative e nella sua permanente biodiversità sensoriale, sempre privilegiando metafore per le crude dinamiche sociali.

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