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sabato 28 febbraio 2026

Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che non torna in questa vicenda - Ugo Bardi

 

Non tutti i messaggi della corrispondenza di Jeffrey Epstein hanno a che vedere con storie di sesso e sfruttamento. Alcuni messaggi mettono in dubbio che l’oro immagazzinato a Fort Knox negli Stati Uniti ci sia davvero.

Se lo era domandato anche Donald Trump che nel febbraio del 2025 aveva promesso una verifica. Poi, come per tante altre cose, anche questa storia è passata di moda. Ma ora se ne riparla. Secondo certe voci, nel 2011, Dominique Strauss-Khan, allora Presidente del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe stato messo a tacere mediante uno scandalo perché aveva scoperto che l’oro di Fort Knox non c’era più.

Va da sé che non c’è nessuna prova di questa storia. Ma ricordiamoci anche che, come diceva il divino Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca”. È possibile che i forzieri di Fort Knox siano vuoti? Difficile da accettare. Se veramente mancassero dei lingotti, qualcuno se ne sarebbe accorto.

Ma non c’è limite alla capacità umana di ordire imbrogli. Sulla base della mia carriera di ricercatore nel campo dei materiali, vi posso dire che trafugare l’oro di Fort Knox sarebbe perfettamente possibile in modo tale che, se qualcuno va a vedere cosa c’è nei forzieri di Fort Knox, non sarebbe in grado di accorgersi di niente. Il metodo più sofisticato consiste nel sostituire l’oro con il tungsteno e poi placcarlo con oro in superficie. Il tungsteno ha una densità quasi identica a quella dell’oro, per cui è impossibile accorgersi dello scambio se non con metodi di analisi complessi e costosi. Quello più sicuro è rifondere il lingotto, ma anche questo è complicato e costoso.

Ci dovrebbero essere 367.500 lingotti d’oro da circa 12 kg ciascuno a Fort Knox. Facendo un po’ di conti, sostituendone uno con uno di tungsteno, si può guadagnare circa un milione e mezzo di euro. Anche sostituendo solo qualche percento del numero totale, si parla di decine di miliardi di euro. Ci sono dei buoni motivi per cui si potrebbe pensar male.

 

Non vi sto dicendo che qualcuno lo ha fatto veramente. Vi dico semplicemente che dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile. In effetti, se cercate sui giornali, trovate che l’imbroglio del tungsteno venduto per oro esiste e che ogni tanto qualcuno ci casca. Ovviamente, la cosa non viene strombazzata troppo in giro per non minare la fiducia della gente nell’oro come bene rifugio. Ma è bene starci attenti e comprare oro solo da enti o persone di fiducia. I dettagli li potete leggere in un post sul mio blog personale.

Per finire, qualcosa per i più complottisti. Lo sapevate che l’Italia tiene circa il 43% delle sue riserve aurifere negli Stati Uniti? Sono circa 1000 tonnellate d’oro (valore circa 140 miliardi di euro) che stanno nei forzieri della Federal Reserve Bank di New York. Anche la Germania e la Francia hanno grosse quantità di oro negli Stati Uniti. Queste riserve sono lì, in parte, dal tempo della guerra fredda per metterle al riparo da una possibile invasione sovietica dell’Europa Occidentale.

Vi può anche incuriosire sapere che nel 2013, la Germania ha chiesto indietro una parte dell’oro, 300 tonnellate. Gli Usa hanno richiesto sette anni di tempo per rimandarlo. Un po’ strano se era solo questione di tirarlo fuori e spedirlo in Germania, non trovate? Alla fine, quando l’oro è arrivato, i tedeschi hanno voluto rifonderlo tutto. Sospettavano qualche imbroglio? Cosa hanno trovato? Chi lo sa? Non tutto quello che succede nei meandri dell’alta finanza internazionale viene detto a noi miseri mortali.

L’Italia è comunque l’unico paese che non ha mai ufficialmente richiesto il rimpatrio delle sue riserve d’oro negli Usa. Giorgia Meloni lo aveva promesso prima di essere eletta. Le sue parole testuali nel 2019: “il futuro governo con Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!”. Ma poi si è zittita, e da bravi complottari potete immaginarvi perché. L’oro italiano, ammesso che ci sia ancora, rimane a New York in custodia del migliore amico di Giorgia.

da qui

lunedì 23 agosto 2021

Afghanistan: un trilione di motivi - Miguel Martinez

Leggo un’interessante discussione che parte dalle straordinarie notizie in arrivo dall’Afghanistan.

Ugo Bardi ha recentemente pubblicato un articolo su Resilience, in cui fa alcune interessantissime riflessioni sui destini degli imperi.

Quasi tra parentesi, si chiede quale sia stato il motivo che ha indotti gli Stati Uniti a impelagarsi in Afghanistan, e mette tra le ipotesi, il petrolio, o meglio il controllo delle vie centroasiatiche del petrolio.

L’ipotesi petrolio viene criticata, tra i commenti al mio blog, da Roberto, che dice invece:

resto convinto che si sia trattato piuttosto di un mix composto da

messianesimo (dobbiamo salvare le donne e i bambini e impiantare la democrazia e solo noi possiamo farlo)

volontà politica di esercitare il ruolo di polizia mondiale

necessità politica di “fare qualcosa” dopo l’11/9

volontà di stabilire nella regione una pax americana del tipo “costruiamo uno stato alleato così si comprano le nostre lavatrici come in Europa dopo il 45, e magari vedendo come siamo belli pure i vicini iraniani e compagnia si convincono”

Forse entrambe le ipotesi – quella di Ugo Bardi e quella di Roberto – sono in buona parte giuste.

Ma entrambe forse implicano l’idea di un impero che fa una guerra per conquistare qualcosa, ma sbaglia clamorosamente e fallisce nell’impresa, perdendo peraltro una quantità enorme di soldi.

Io ho un’altra idea.

Pensiamo all’Italia, dove da anni si fanno immensi e costosissimi lavori pubblici, come la TAV Lione-Torino. Sono definite opere strategiche, cose che dovrebbero rendere sempre più forte l’Italia nel mondo insomma. Proprio come le guerre.

Poi qualcuno può pensare che la strategia sia buona o che sia cattiva, ma sempre una strategia sarebbe.

Però alcuni anni fa lessi Il sistema TAV, di Ivan Cecconi, che dimostra con vaste conoscenze anche tecniche come lo scopo di quella particolare opera (ma anche di tante altre) non sia la sua realizzazione. E infatti non si realizza da decenni, e forse non si realizzerà mai.

Lo scopo è dare lavoro alle grandi imprese italiane; e più a lungo dura senza essere completata, più a lungo passano i soldi dallo Stato alle imprese.

Se capiamo questo, capiamo anche che le discussioni sul tipo, “farà aumentare o diminuire l’inquinamento?” diventano fuorvianti.

Ora, si dice che la guerra in Afghanistan sia costata mille miliardi di dollari, ciò che gli americani chiamano un “trilione“.

“Costato” fa pensare a soldi che escono, che il popolo americano ci abbia rimesso in qualche modo.

Ma i soldi non finiscono nel mare: finiscono nelle tasche di qualcuno. Sono entrate, in altre parole, come aveva capito benissimo Keynes.

Grazie alla guerra in Afghanistan, un trilione di dollari sono finiti ai grandi fabbricanti di armi, che fanno facilmente la figura dei cattivi.

Ma sono finiti anche:

nella ricerca tecnologica aziendale che ha permesso il lancio di tanti nuovi prodotti;

nelle mani di fornitori di uniformi e di cibo e dei loro lavoratori;

nelle mani delle migliaia e migliaia di soldati che si sono dati il cambio in questi due decenni;

nelle mani delle donne che operano droni all’altro capo del mondo dalle loro vittime, e che hanno così potuto finire di pagarsi il mutuo;

nelle mani delle innumerevoli università che conducono ricerca per conto del sistema militare…

Un trilione di motivi perfettamente ragionevoli per continuare una guerra per vent’anni.

La guerra dovrà essere immediatamente sostituita da qualcosa che abbia la stessa funzione – nuove autostrade, emergenze mediche, un’altra guerra, staremo a vedere.

da qui