domenica 30 aprile 2023

Donna delle pulizie - Stephanie Land

Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre (traduzione di Chiara Libero)


è un romanzo, ma sappi che non è un'opera di fiction, nel libro ci sono il sudore, le preoccupazioni, la disperazione, l'amore, le paure di Stephanie Land.

Stephanie diventa madre giovanissima, interrompe gli studi, e per sopravvivere deve adattarsi a tutte le cose peggiori, crescendo la bambina da sola, con l'elemosina dei servizi sociali, vivendo a volte in palazzi per senzatetto, detenuti, drogati.

l'unico lavoro che può trovare è quello di pulizia delle case, e dei cessi, con paghe da fame, la benzina a suo carico, alla mercè dei padroni e padrone di casa (meno male ce n'è di tutti i tipi).

si tratta di un gran libro, un esempio di letteratura working class, le voci delle lavoratrici e dei lavoratori diventano letteratura.

buona (straordinaria) lettura. 


il libro nelle parole di Stephanie Land:


dal libro è stata tratta una serie (qui), disponibile anche in italiano (leggi qui dove vederla).


intanto ecco una bellissima canzone di Stromae, omaggio e celebrazione di chi lavora.

 

 

mostra quanto invisibili siano gli addetti alle pulizie. Invisibili agli occhi di coloro ai quali riordinano la casa, che  spesso neppure sanno (o ricordano) il loro nome. Invisibili agli occhi della politica, che li ha completamente esclusi dal dibattito sul mondo del lavoro.

Lo stesso discorso varrebbe, peraltro, per tutte quelle figure che mandano avanti gli ingranaggi della quotidianità: dal personale impegnato nella logistica della grande distribuzione (grazie ai quali gli scaffali dei supermercati sono sempre ben forniti) a chi si occupa della manutenzione delle strade e degli spazi pubblici.

Sebbene invisibili, le donne delle pulizie sanno e capiscono molto degli abitanti delle case in cui lavorano.

Pur senza vederli (ed essere viste) ne conoscono le abitudini, i comportamenti, i problemi. Così, nel suo racconto, Land attribuisce a ogni abitazione un soprannome: c’è la casa porno, dove  vive una coppia in crisi, la casa triste – che pare “congelata nel passato, progetti lasciati a metà, quadri nella cabina armadio che attendevano ancora di essere appesi alle pareti” – e la casa delle piante, i cui proprietari soffrono della sindrome del nido vuoto. E poi c’è la casa dell’accumulatrice, il cui nome dice tutto.

Attenzione però: nonostante le note talora ironiche e leggere, il testo affronta temi importanti. E spinge a guardare in un altro modo  – o anche semplicemente a guardare – le donne (e gli uomini) delle pulizie.

da qui

 

La scuola come cantiere davvero sperimentale - Adolfo Tomasini

 

Un luogo dove si eserciti la cooperazione, la comunicazione, la creatività, l’autonomia dell’allievo con maestri normali, né eroi né missionari

 

Si dice che la scuola sia un cantiere perennemente aperto – semper reformanda, ha scritto qui Saverio Snider qualche giorno fa. È una visione che tiene duro almeno da mezzo secolo. Parrebbe, insomma, una sorta di Sagrada Família, ma senza data di scadenza.

È però difficile capire quando fu aperto il cantiere della scuola contemporanea, mentre si sa che l’obbligo di frequentarla rimanda a inizio ’800. Oggi non le sfugge praticamente nessuno: tra i quattro e i quindici anni un allievo che non ripete neanche una classe trascorre a scuola ben più di diecimila ore, senza contare i compiti a casa. Ha scritto Philippe Perrenoud, sociologo ginevrino, che se la medicina potesse occuparsi della popolazione anche solo per una porzione infinitesimale del tempo della scuola, non le si perdonerebbe nemmeno un raffreddore.

Il cantiere è sempre aperto, ma a me pare che dietro le narrazioni, gli studi e i rapporti, questa scuola continua ad assomigliare maledettamente a quella che avevo frequentato negli anni ’60. Ci sono un sacco di riforme più amministrative che pedagogiche, tant’è che il modello pedagogico ancor oggi egemonico è anche quello più conosciuto: lezione ex cathedra (la lezione resta ex cathedra anche laddove l’insegnante passeggia tra i banchi) + esercizi applicativi (sovente da svolgere a casa propria) ⇾ valutazione.

A parte questo piccolo appunto, l’articolo di Snider è interessante, benché finirà probabilmente anch’esso, come tanti altri, nel cassetto delle buone riflessioni. Naturalmente ne è consapevole, tanto che, scrive: “ricette non ne ho, se non quella di riuscire a cambiare la testa della maggioranza delle persone, impresa che, pensando alla scuola, nemmeno a quella eccezionale ed esemplare personalità che fu don Milani riuscì ai suoi tempi”.

Don Lorenzo è stato un personaggio importante. La sua «Lettera a una professoressa» fu oggetto di citazioni e censure. Si citava ciò che faceva comodo, confidando che tra citarla e leggerla poteva esserci un mare. Si parlava volentieri della sua scuola, nata da alcuni contrasti con la Curia di Firenze, che lo allontanò mandandolo a Barbiana, paesello sperduto della Toscana.

Così don Milani diventa un modello da imitare, benché il contesto stesso in cui si svolse l’esperienza pedagogica del priore toscano sia unico e forse irripetibile. La sua visione di scuola prevede esplicitamente che il maestro è e deve essere un missionario, una sorta di eroe e di martire: «La scuola a pieno tempo presume una famiglia che non intralcia. Per esempio quella di due insegnanti, marito e moglie, che avessero dentro la scuola una casa aperta a tutti e senza orario. L’altra soluzione è il celibato».

Ma c’è anche un’altra storia affascinante, iniziata nel 1920 e che dura tutt’ora. È la storia di Célestin Freinet (1896-1966), che sceglie di fare il maestro e vuole riformare la scuola partendo dai suoi pessimi ricordi di alunno. Nella scuola del suo villaggio, nelle Alpi marittime francesi, c’era un solo libro di lettura per tutta la classe, si ricevevano tutti le stesse lezioni frontali, a cui si doveva rispondere con la capacità mnemonica, per imparare quelle nozioni e saperle ripetere.

A partire da quel suo primo anno di scuola, Freinet diede vita a una pedagogia basata sulla costruzione del sapere attraverso la sperimentazione, la cooperazione, la comunicazione, la creatività, l’autonomia. Siamo nel campo della scuola attiva, in cui l’insegnante ha un ruolo centrale e nel contempo discosto. È lui che provoca i processi di apprendimento, che favorisce la cooperazione e la collaborazione, anche per rafforzare la forza e le opportunità offerte dal gruppo, in un contesto che fa a pugni con la competizione per essere il primo della classe. Secondo Freinet si impara a parlare parlando e a camminare camminando, così come si acquisisce la conoscenza sperimentando, in un modo che lui chiama «naturale». Nella sua classe ci sono diversi laboratori: per il lavoro manuale di base (allevamento, lavoro dei campi, falegnameria, costruzioni…) e per le attività più evolute, socializzate e intellettualizzate (ricerca, conoscenza, documentazione; sperimentazione; creazione, espressione e comunicazione grafica e artistica).

Assai nota è la sua invenzione della tipografia scolastica, che compare nella scuola dove insegnava già nei primi anni ’20, una moderna tecnologia per imparare a scrivere e a comunicare. Porta a scuola i caratteri mobili coi quali ogni allievo scrive le sue frasi. I testi venivano poi stampati con una pressa e diventavano il giornalino. Molte, come si può intuire, sono le competenze messe in gioco e, nel contempo, si sviluppa il senso di collaborazione reciproca.

Nel corso degli anni le sue tecniche si svilupperanno e, attraverso il giornalino e la corrispondenza scolastica, coinvolgeranno altri maestri incuriositi e affascinati da questa pedagogia così diversa. A partire dagli anni ’50 la corrispondenza tra scuole e lo scambio di giornalini riguardò un numero crescente di maestri, tanto che nel 1957 fu istituita la Federazione Internazionale dei Movimenti di Scuola Moderna, alla quale seguirono negli anni altre importanti associazione sparse nel mondo – da noi, ad esempio, CEMEA Ticino.

L’approccio di Freinet alla scuola è naturale, popolare, attivo, umanista nel senso più esteso e liberale del termine. Converrebbe conoscere bene i lavori di Célestin Freinet e dei suoi epigoni, che hanno disegnato una scuola idealista ma non utopica, fatta da professionisti preparati, laici e intellettualmente liberi.

Maestri normali, né eroi né missionari.

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sabato 29 aprile 2023

Banche, etica ed etichetta - Silvano Toppi

 

Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico

 

“Cultura aziendale e disonestà nell’industria bancaria” è uno studio apparso una diecina di anni fa sul prestigioso settimanale “Nature”, redatto da tre economisti dell’Istituto di economia politica dell’Università di Zurigo, istituto, quindi, “liberalmente” e “nazionalmente” sacro (v. Business culture and dishonesty in the banking industry, di Alain Cohn, Ernst Fehr, André Maréchal, Nature, 19 novembre 2014). (Ricordo di averne subito parlato, provocando qualche malumore negli ambienti bancari, nella rubrica economica della Rete Due “Plusvalore”, creata dal perspicace non economista, ma studioso di etica, Enrico Morresi, rubrica da poco misteriosamente scomparsa).

L’eticità incorporata

Lo studio aveva suscitato poco e indispettito interesse nel settore chiamato in causa e aveva avuto qualche rilievo sfuggevole sulla stampa che conta; nessuno invece tra i politici e men che meno nelle istituzioni federali, quelle preposte alla cosiddetta “sorveglianza”. Eppure meritava grande attenzione. Che appare ancora maggiore e più significativa oggi con quel che è capitato e sta capitando.

Fosse solo per un’affermazione da cui prendeva le mosse: l’onestà è a lungo andare una componente essenziale della «performance» di ogni azienda, industria o paese. Osava insomma coniugare onestà con la mitica “performance” bancaria (o efficienza elvetica). Oppure per una constatazione irrefutabile: troppo numerosi sono stati gli scandali fraudolenti nel mondo bancario-finanziario; quindi, diamoci una mossa “etica”. (Forse si può supporre che le banche si facessero un baffo di quello studio perché ognuna si era ormai premurata di darsi un proprio…codice etico, per buona immagine o ritenendo di darsi una sorta di eticità incorporata, così come la pistola incorporata al cowboy diventa legge e giustizia).

Quelle maglie allargate

Prescindiamo dal metodo di quello studio. Stiamo alla sostanza. Rileviamone tre considerazioni:
1) nel mondo nella finanza le maglie dell’etica si sono molto allargate, lasciando sempre più campo a comportamenti disonesti;
2) non si tratta solo di riaffermare delle regole di comportamento, bisogna riorientare alcuni attuali incentivi legati solo alla performance e al profitto verso fattori immateriali, come appunto l’onestà;
3) si dovrebbe instaurare nel mondo bancario un impegno etico, una sorta di giuramento di Ippocrate, come avviene per i medici.

Se dite, in sostanza, che nel settore bancario i comportamenti disonesti sono alle volte tollerati; che le regole interne servono a poco, sovrastate o annientate, come si è visto più volte, dalla logica perversa della performance e della competitività e della ricerca, alle volte troppo avida, del maggior profitto o del miglior bonus; che il comportamento etico non è per niente incorporato nella banca, non può neppure essere un optional da tirar fuori quando fa comodo, ma esige un giudice esterno; se dite tutto questo è ovvio che banche o Associazione dei banchieri, degli impiegati di banca, degli economisti ben strutturati nel sistema, reagiscono, protestano, ridicolizzano o sostengono che «lo studio riflette un tipo di cultura bancaria anglosassone» che non è quella svizzera, come si osò dire. Non era molto chiaro, a meno che per chiaro si intendano le penalità che ancora si stanno pagando o si mettono in bilancio per far fronte alla… cultura bancaria americana.

La cultura della banca e l’”agire morale”

Rimaneva comunque sempre la domanda fondamentale: si può introdurre l’etica in una riforma del sistema bancario resasi necessaria? Si era tentato di dare una risposta parziale dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 e dei vari scandali bancari precedenti e seguenti proponendo una separazione netta tra l’attività di credito (quella utile all’economia reale) e quella di speculazione, lasciando ovviamente l’etica solo alla prima. Era però implicita l’ammissione che pretendere di risolvere i problemi della finanza con una regolamentazione, con lo scopo di eliminare le attività moralmente inaccettabili, era opera inaffrontabile, inafferrabile. Com’è stato. Com’è successo. Come succederà.

Quando però gli studiosi di Zurigo parlavano di «cultura della banca» e gli stessi banchieri rispondevano che ce n’era già una illustre e gloriosa “svizzera” (da qui anche Credit Suisse), forse ammettevano implicitamente che moralizzare delle attività significa soprattutto strutturare le istituzioni che le svolgono creando perlomeno un ambiente favorevole all’ «agire morale».
Che è quanto è stato catastroficamente annientato a partire dagli anni Ottanta facendo dell’etica un’etichetta: per la performance, per la competitività, per l’accumulazione, per il bilancio che se cede appena di un punto da un anno all’altro è la tempesta azionaria, è la ricerca di nuovi strabilianti Ceo o amministratori o futuri padroni fuori Svizzera, è la imperativa necessaria ennesima ristrutturazione con la sequela di licenziamenti, poiché i colpevoli e i perdenti sono sempre e solo loro, i subalterni.

Ed è quanto si elude se ad ogni malefatta eviti di operare “strutturalmente” e intervieni solo con un coperchio miliardario a coprire tutto, fra le pretese e le proteste degli azionisti sino allora plaudenti, mentre sono costretti a inghiottire e ruminare come democrazia comanda tutti gli altri, cittadini e contribuenti.

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venerdì 28 aprile 2023

America Latina terra di rivoluzioni e rivoluzionari - Davide Rossi

 

Vestire insostenibile: industria tessile e fast fashion, impatto letale - Vanna Lucania


Quando la casa di moda Schiaparelli ha fatto indossare finte teste di animali alle sue modelle durante la Paris Fashion Week lo scorso gennaio, il mondo degli animalisti e non solo si è levato in polemica contro quello che sembrava un inno alla caccia.

Un riferimento alle bestie dantesche non dovrebbe destare tanto scalpore, almeno non quanto dovrebbero invece i retroscena di tutta l’industria tessile, non solo della moda. Il suo impatto, infatti, è sostanziale, non solo sull’universo animale ma anche e soprattutto su ambiente e clima.

Secondo l’UNEP, il settore del fashion è il secondo più grande in termini commerciali, ma il suo record riguarda anche gli enormi numeri che lo mettono in relazione alla questione ambientale e climatica.

L’industria della moda produce dall’8 al 10% delle emissioni globali di CO2.

Inoltre, dopo l’agricoltura, è il comparto tessile a detenere il primato di spreco e inquinamento delle acque: il 20% dell’acqua sperperata viene dalla produzione di vestiti, jeans, magliette, così come riporta l'”Help Fashion Industry Shift to low carbon“. Basti pensare che per la produzione di un solo paio di jeans occorrono circa diecimila litri d’acqua, che una persona berrebbe in circa 10 anni.

Non solo spreco idrico: l’impiego di prodotti chimici per la lavorazione dei tessuti è la seconda causa globale di inquinamento delle acque. Infatti, ben il 35% delle microplastiche che finiscono in mari e oceani deriva dal poliestere impiegato per l’abbigliamento, secondo quanto riportato dal National Institute of Standard Technology (NIST).

La conta dell’impatto è generale: ogni singolo passaggio delle filiere di produzione ha un ruolo determinante in termini di sfruttamento delle risorse, emissioni, uso della terra, inquinamento.

Innanzitutto, la produzione delle fibre: siano esse naturali o sintetiche, la loro manifattura comporta inquinamento.

La coltivazione del cotone, ad esempio, impiega (al 2015) circa il 25% totale dell’uso mondiale di insetticidi e più del 10% di pesticidi. Essa, inoltre, richiede un enorme quantitativo d’acqua, stimato intorno ai diecimila litri per un kg di cotone.

Consumo della risorsa idrica per le fibre tessili, ma anche la sua contaminazione, derivata dal lavaggio dei prodotti finali. Questo riguarda soprattutto le ultime fasi della lavorazione, compresa la tintura dei tessuti, con il rilascio di tossine tossiche e di metalli pesanti come il cromo. Le acque, insieme a questi agenti chimici di scarto, vengono rilasciate nell’ambiente.

La contaminazione da agenti chimici usati nel settore ha colpito duramente anche il nostro Paese, in particolare il Veneto. Qui, come in diversi altri Paesi in Europa, la contaminazione della falda acquifera da Pfas, ha generato un’emergenza sanitaria. I Pfas, impermeabilizzanti liquidi, sono anche definiti inquinanti eterni, perchè in grado di rimanere nell’ambiente per centinaia di anni.

Dalla reperibilità e gestione delle materie prime a tutta la lavorazione di un capo, dunque, i vestiti che portiamo producono un impatto: per essere tessuti, tinti, lavati. E producono un impatto quando non li usiamo più.

La produzione delle fibre tessili, prima ancora della manifattura del vestiario, genera un alto impatto in termini di uso d’acqua, inquinamento del suolo, occupazione della terra. Foto da Flickr, con licenza Creative Commons.

L’uso e il fine vita degli abiti inasprisce la questione dell’insostenibilità dell’industria tessile, soprattutto se si parla di fast fashion, dilagante e in impennata negli ultimi anni. Collezioni che lanciano in continuazione nuovi stili, prezzi competitivi e tendenze che corrono durante tutto l’anno ci spingono a ricercare un guardaroba che si rinnova in modo economico, facile, rapido, in costante aggiornamento.

I numeri, annunciati da Ellen Mac Arthur Foundation nel report “A new textiles economy: redesigning fashion’s future“, raccontano che negli ultimi quindici anni la produzione di vestiti è raddoppiata.

Allo stesso tempo si stima che più della metà dei prodotti di fast fashion venga smaltito e non più riutilizzato in meno di un anno.

Cioè, usiamo sempre meno i nostri capi d’abbigliamento, con un calo del 36% in soli quindici anni. Determinando una crescente massa di rifiuti tessili, ma anche un impatto maggiore di quella catena di produzione che non si risparmia in nessun passaggio, contribuendo al cambiamento climatico e al degrado ambientale.

Meno dell’ 1% dei materiali usati per produrre tessuti e vestiti viene correttamente riciclato o rigenerato contribuendo alla nascita di nuovi vestiti. La maggior parte di essi, pertanto, diventa un rifiuto. E possiamo ben capire in cosa si traduce se pensiamo che l’industria del fast fashion si basa, per lo più, sull’impiego del poliestere come fibra di base.

Il poliestere è una fibra sintetica ottenuta dalla lavorazione dei combustibili fossili. Il suo impiego massiccio in questo settore permette la produzione di abiti all’ultima moda a basso costo.

Secondo uno studio uscito su Nature Reviews Earth and Environment, la produzione di questo polimero è quasi triplicato dagli inizi del 2000, arrivando a circa 65 tonnellate prodotte ogni anno.

I grandi numeri del fast fashion portano alla luce non soltanto uno sfruttamento ambientale, ma anche lavorativo.

Recente è la rivelazione di Untold sulle condizioni lavorative delle operaie e operai di Shein. Questo colosso cinese del fast fashion, che ha sdoganato e superato in profitti le altre grandi aziende del comparto, pare costringere i suoi operai a turni di lavoro che sfiorano le 17-18 ore, con un solo giorno di riposo al mese. Inoltre, i video e le indagini mostrano operaie e operai sottopagati e costretti alla massimizzazione del lavoro, venendo retribuiti per pezzo prodotto e costretti a confezionare almeno 500 capi al giorno.

La ricaduta sociale del fenomeno emerge anche da un’indagine di Greenpeace sul ciclo di vita dei vestiti di seconda mano derivanti dal fast fashion e dalla sua brevità, che mina il suo riutilizzo. Molti di quei capi che immaginiamo come destinati a una caritatevole seconda vita diventano, in Paesi come il Kenya e Tanzania, inutilizzabili e, dunque, l’immagine che ne deriva sono montagne di abiti abbandonati sulle rive, e incendi di vestiti a cielo aperto per poterle smaltire.

Non mancano, di certo, alcune iniziative virtuose, che puntano alla riqualificazione del settore, agendo sia sul cambiamento in senso sostenibile della filiera produttiva, sia della consapevolezza dei consumatori nella scelta dell’abbigliamento.

Ne è un esempio “Living Colour“, un progetto lanciato da due donne designer, che mira a rivoluzionare la produzione dei vestiti e la loro tintura, puntando all’impiego di pigmenti colorati prodotti in maniera del tutto naturale da alcuni batteri.

In modo complessivo cerca di agire, ancora, la realtà di Fashion Revolution, co-fondata dall’italiana Orsola De Castro. Il movimento globale mira alla trasformazione della moda in un ambiente consapevole, più sostenibile. Un’industria nuova nella sua totalità, dalla produzione dei capi all’impiego di manodopera.

La trasformazione del comparto, certo, non può non andare in una doppia direzione.

Da un lato è fondamentale la consapevolezza di ciò che indossiamo e una rivisitazione delle nostre scelte d’abbigliamento, non dettate per forza dalla corsa all’ultima moda o dall’appetibilità di un costo davvero competitivo.

Ma il ruolo decisivo spetta all’industria del tessile, che deve rivedere non soltanto le modalità di produzione delle fibre o le modalità di smaltimento dei rifiuti, ma promuovere la messa in discussione di tutto il ciclo di generazione di un capo di vestiario.

La diffusione di campagne in cui viene esaltato l’impiego di plastica riciclata o di cotone organico si rivela un’operazione di marketing e di greenwashing, se non viene offerta criticamente una soluzione alternativa all’enorme quantitativo di acqua impiegata, una sicura modalità di smaltimento delle operazioni di tintura, lo stop allo sversamento di microplastiche e alla produzione di rifiuti.

La sostenibilità da indossare, deve diventare la vera moda.

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giovedì 27 aprile 2023

Chiamatemi Sisifo - Piero Cipriano

 

L’omicidio della psichiatra di Pisa compiuto da un ex paziente dell’Spdc (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) è per molti una clava con la quale attaccare la legge Basaglia. Era accaduto qualcosa di simile nel 2013, dopo la morte di una psichiatra in un Centro di Salite Mentale di Bari, come ricordano alcune pagine del libro Il manicomio chimico (elèuthera), tornato in queste settimane nelle librerie (con una nuova introduzione), un testo scritto da Piero Cipriano intrecciando parti saggio e parti narrative. Un libro che mostra come in realtà i manicomi non sono mai stati chiusi, semplicemente oggi ci sono quelli chimici, e che aiuta proprio in questi momenti a ricordare con coraggio prima di tutto da dove occorre ripartire: non possiamo legare le persone negli Spdc come ancora accade; non ha senso considerare malattia qualsiasi disagio psichico; non possiamo dimenticare la potenza terapeutica della libertà; non è una cura prescrivere sempre più spesso e per tutta la vita psicofarmaci. Ampi stralci del primo capitolo

 

Ore, giorni, mesi, anni, asserragliato in questa Fortezza. È triste la vita, chiusa nei fortini della cura, ad aspettare. Fuori c’è il deserto dei Tartari, silente, minaccioso, dentro colleghi rassegnati e disadattati, forse più arresi alla vita dei reclusi stessi, disadattati per una loro follia diversa, scaltra, la follia della gente normale che non si fa rinchiudere ma rinchiude, che non si fa violentare ma violenta.

Io sono un infiltrato. Quando è notte aspetto. Se non dormo, vedo film. Se non vedo film, leggo. Se non leggo, scrivo. Forse, in fondo, è questa la vita che voglio. La vita di un recluso. La vita di un Minotauro. Finché, ogni tanto, suona il cicalino. Arriva, dal deserto dei Tartari, un uomo che ha perso la testa. Un folle. Arriva trasportato da un’autoambulanza, la sirena mi avvisa ancor prima del cicalino. Ma forse, ancor prima della sirena dell’ambulanza, mi avvisa un sesto senso. Un senso d’inquietudine. E mi avvio, per il dedalo dell’ospedale, verso il pronto soccorso, lo devo sedare, lo devo obbligare, lo devo spaventare, lo devo rinchiudere nel labirinto, nella Fortezza. E lo so fare. Perché io sono un Minotauro, meno mostruoso degli altri, forse, meno carnefice della fredda, meno leguleio dello svedese, meno infame della iena, meno vigliacco dello psicanalista, meno ignavo del fatalista (gli orridi personaggi che abitano il mio inconscio, sempre ammesso che l’inconscio esista, sempre ammesso che io ce l’abbia un inconscio, le parti cattive di me che ho gettato nel mondo di fuori), ma comunque, il mio, è il mestiere del carnefice.

A proposito di questo doppio ruolo, di avere a che fare con la carta e con la carne, fa comodo a tutti avere due mestieri. Così, quando sei stufo di fare il giudice dei matti, disgustato dalla delega a controllarli che lo Stato t’impone, puoi sempre dire che in fondo lo fai per campare, che di qualcosa bisogna pur vivere, ma il mio vero mestiere è scrivere, inventare le storie, viverci dentro, io vivo là, in un altro mondo. Quando, al contrario, la scrittura non viene, la pagina non rimane bianca ma peggio che bianca, imbrattata da frasi ignobili e storie ridicole, oppure le storie ci sono ma sono tutte uguali e sembrano non interessare nessuno, allora mi torna comodo dire che in fondo questo è solo uno svago, un passatempo, c’è chi gioca a carte io scrivo, che in realtà non pubblico perché non voglio, perché sono una persona seria, curo chi ha l’anima malata, io, ho altro a cui pensare che scrivere storielle, quelle sono capaci tutti, provate a tranquillizzare un agitato, provate, provate a convincere un suicida, e vedete se non vi gela il sangue nelle vene, altro che storie.

E sgravo metafore, che meglio rendano l’idea di questo mio mestiere, che forse è perfino inutile (David Graeber ha scritto qualcosa sui mestieri inutili, a volte credo che di tutti il più inutile sia il mio): sono il tenente Drogo, con una fortezza Bastiani da presidiare, sono il Minotauro, divoro chi arriva fino a questo labirinto, sono Ismaele, stivo nel Pequod magnifici capodogli impazziti, ma soprattutto sono e sarò Sisifo finché campo, l’eroe tragico, l’eroe assurdo, il brigante, e per me non esiste un lavoro più terribile, più vano, e più disperato di questo.

L’altro ieri, per esempio. Arrivo in spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) alle venti. Esce, dalla porta chiusa del reparto, l’infermiera. Le chiedo come va, com’è la situazione là dentro. Mica c’è qualcuno legato? Sì, risponde. E chi è? Uno che è arrivato ieri sera, da quando è entrato che è legato. Vado a conoscerlo. Cinquant’anni. Voce roca, un po’ impastata, per le sigarette e per i farmaci. Dice che ieri sera ha fatto un po’ di casino, perché era troppo contento. L’hanno portato in pronto soccorso. Un infermiere l’ha trattato male, lui ha reagito, e l’hanno legato. Chi era il medico? Quella donna che c’è in turno stasera, mi fa. Ma mica sono una bestia, continua, qualunque cosa avessi fatto, e le assicuro che non ho fatto nulla di che, ma è modo questo di trattare un essere umano? Dico: ho intenzione di toglierle le fasce, ma lei mi deve aiutare. Ora chiamerò qui la dottoressa che l’ha legato, no ma quella non mi slega!, non si preoccupi, chiamerò pure gli infermieri, e le farò delle domande, davanti a loro, lei dimostri che è pronto per essere sciolto.

Cerco la collega. Mi racconta, a modo suo, dell’uomo legato. Dice è un alcoolista e un cocainomane. Dice è uno che ruba in casa e fuori casa. Dice è uno senza un lavoro fisso. Dice aggredisce i familiari. Dice fa una terapia antidepressiva ma forse ne fa troppa, e insieme con la cocaina e l’alcool deve essere andato in eccitamento. Dice ieri sera era così eccitato che si arrampicava sui muri (questa è una di quelle espressioni stereotipe che chi lega spesso adopera, per enfatizzare l’ineluttabilità delle fasce, però io non ho mai visto nessuno arrampicarsi sui muri). Dico ok, ora però vieni con me che lo andiamo a slegare. Dice non sono d’accordo, l’ho valutato appena due ore fa e straparlava, era logorroico, disorganizzato, minaccioso. Dico io invece ci ho parlato giusto due minuti fa e tutto ciò che elenchi non c’è più, quindi vieni con me a slegarlo, per favore. Convoco tutti nella stanza dell’uomo legato, dottoressa e infermieri. Formulo al paziente le assurde domande che questi operatori vogliono sentire per poter procedere allo slegamento. Si sente più tranquillo? Sì vostro onore. Accetta di prendere i farmaci che le daremo? Sì vostro onore. Accetta di proseguire il ricovero per almeno un’altra settimana? Sì vostro onore. Ebbene, dico agli altri, la decisione è presa, il paziente verrà sciolto. L’infermiere maschio abbozza. Gli va a fare la terapia, Depakin per bocca, Abilify intramuscolo nel sedere, en endovena nel braccio, tutte le vie di somministrazione le abbiamo percorse. Questo è il baratto necessario. Per togliergli le fasce dagli arti gli devi mettere i farmaci nel cervello. Da qualche parte lo devi legare. Lo sciogliamo. L’uomo legato non batte ciglio. L’infermiere si aspetta qualche reazione. Un minimo. Invece rimane in posizione clinica ancora un po’, anche se le fasce non le ha più. L’uomo con la calamita esce e l’uomo sciolto mi stringe la mano, con molta forza, e mi dice: se non c’era lei, stasera, io restavo fino a domani mattina, come minimo. Grazie, gli dico, grazie a lei, per la pazienza. Io non l’avrei avuta la sua stessa pazienza, davvero.

Oggi, per esempio. Un ragazzo di vent’anni, ricoverato da poche ore, un po’ delinquente (spaccio, uso di cannabis e cocaina, piccoli furti) e un po’ eccitato nell’umore (forse ancora per l’effetto di cocaina e cannabis), non vuole andare nel suo spdc di competenza territoriale. Gli spiego: guarda, qui abbiamo quattordici posti, e siete in diciotto. Se tu fossi il quattordicesimo ricoverato ti terrei, anche se appartieni a un altro spdc, ma siccome sei il diciottesimo, e lì hanno posto, devi essere trasferito. Lui mi dice che non ci va lì, manco morto, che lì ha già fatto due ricoveri, e ogni volta lo hanno legato, per cui se lo voglio trasferire devo passare sul suo corpo, anzi, lo devo uccidere. Dico no, guarda, non posso proprio, non puoi restare, ti do mezz’ora, preparati la borsa che faccio venire l’ambulanza per il trasferimento. Io mi giro e lui rompe un vetro con un pugno, e col pugno sanguinante mi minaccia: se mi trasferisci te la vedi con me, bastardo!

Ora, io lo comprendo perché lui non ci vuole andare in quell’altro spdc, è un spdc hard, di quelli dove, senza troppe cerimonie, prima ti legano, e poi discutono, però lui non lo sa che pure qui sta andando incontro allo stesso tipo di trattamento. Provo a spiegarglielo, a dirgli che il rischio di essere legato c’è anche qui, e che è meglio se accetta di andare perché, se rimane tranquillo, non potrà succedergli nulla, né qui né in quell’altro spdc. Ma lui niente. È irremovibile. Si spezza ma non si piega. Mentre io penso, ok, prendiamo tempo, qualcuno informa il direttore che lo psichiatra riluttante prende tempo, non decide, forse non sa che fare. Il direttore viene in reparto a parlare con me e dice: non esiste al mondo che lo tieni qua, abbiamo quattro pazienti in soprannumero e lui deve andare nel suo spdc, o con le buone o con le cattive, per cui ti do un quarto d’ora, o lo convinci oppure lo sedi, lo impacchetti e lo invii. Provo a spiegargli che non è né agitato né aggressivo, che non ci vuole andare in quel reparto perché ha paura, che lì l’hanno sempre legato nei precedenti ricoveri. E io che faccio, siccome ha paura che in quel reparto verrà legato, lo lego? Per un problema burocratico? Di competenza territoriale? Lui mi fa: ti do un quarto d’ora, se non lo fai tu lo faccio io.

Esco nel corridoio e ripenso a quel che sosteneva uno psichiatra di Napoli: l’urgenza, in psichiatria, non esiste. Non esiste l’urgenza, continuo a pensare, in questo quarto d’ora che mi ha dato. Intanto il quarto d’ora è passato e lui, con tutta la sua urgenza, tra poco verrà, e chiamerà i vigilantes, e raccoglierà tutto il personale sanitario e ausiliario per prenderlo, legarlo, sedarlo, e spedirlo. E io rimarrò a guardare. E lui, alla fine dell’urgenza, mi dirà che non sono adatto a lavorare in spdc, perché non so gestire l’urgenza. O forse perché non sono tagliato per la medicina dell’obbedienza.

E sono passati già venti minuti e penso a quel che suggerivano i fenomenologi, Edmund Husserl, che bisogna fare epoché, sospendere il giudizio, e a quel che diceva Basaglia, che bisogna mettere tra parentesi la malattia mentale, ma a volte, come adesso, mi sa che è necessario perfino sospendere l’azione, e io quello sto facendo, sto fermando l’azione, e se potessi fermerei anche il tempo. E mi ritorna in mente una cosa che ho letto mesi fa, uno dei più grandi manager degli ultimi decenni, Jack Welch della General Electric mi pare, per un’ora al giorno guardava dalla finestra. Ecco, ora lo faccio pure io, mi metto a guardare fuori dalla finestra, da questa finestra con le sbarre, così provo a fermare il tempo. E mentre guardo fuori mi ricordo di Oblomov, l’accidioso personaggio di Ivan Gončarov, e penso che ormai nessuno, e non solo tra chi fa il mio mestiere, ha più il tempo per pensare, per riflettere. Oblomov rappresenta l’ozioso, ma l’ozio permette di riflettere, e io sto riflettendo, e mi torna in mente La banalità del male, e la domanda di Hannah Arendt agli ebrei: ma perché non vi siete ribellati? Non sarebbero stati sei milioni, le vittime dell’olocausto, se i funzionari ebrei si fossero ribellati alle direttive naziste, e penso ad alcuni miei colleghi in particolare, non tutti, ma alcuni sono veramente dei burocrati, obbedienti agli ordini, tanti piccoli Adolf Eichmann che fanno il male mica perché amano fare il male, no, manco si rendono conto di fare il male, lo fanno proprio perché si attengono scrupolosamente alla legge, ai protocolli, alle regole, alle linee guida, alle direttive dei primari, a prescindere dall’eticità di queste leggi, di questi protocolli, di queste linee guida, potevate astenervi, dice la Arendt agli ebrei che hanno collaborato alla soluzione finale, potevate non partecipare, e io ora sento questo mio umore farsi sempre più socratico, e so che è proprio questo il momento giusto per disobbedire, perché è meglio subire un torto che commetterlo, è meglio che io sia in disaccordo col mondo, se il mondo ha leggi ingiuste, piuttosto che essere in disaccordo con me stesso, perché io, poi, con me stesso ci devo continuare a vivere, io, poi, torno a casa e devo guardare in faccia le mie figlie, e dunque sto continuando a riflettere invece di agire, l’urgenza del direttore, dov’è adesso l’urgenza di agire, e dove sarà adesso il direttore e a che punto sarà la sua urgenza, io intanto mi sto calmando, e magari pure il ragazzo sta riflettendo, e si sta calmando, ed è passata già mezz’ora, anzi quasi quaranta minuti, e meno male che il direttore non è ancora venuto, battagliero, risoluto, determinato ad acchiapparlo e sedarlo e legarlo e spedirlo. Sarà stato trattenuto da qualche telefonata, per fortuna, perché il ragazzo nel frattempo ha riflettuto e si è calmato, e viene da me e mi dice: va bene, se non ho alternative allora vado nell’altro spdc.

Ora sono al bar, ho stimbrato, sono di nuovo un uomo libero, senza capi, via dall’urgenza e dalle leggi assurde, sorseggio un tè con due giovani tirocinanti, una molto bella, ma con uno sguardo melanconico, l’altra più lieve, con un piercing, quest’ultima mi fa: ma solo tu lavori in questo modo? Io dico: non proprio. Siamo in pochi, questo sì. Ma… siamo una minoranza forte. Quelli come me sapete come li chiamano? Ci chiamano i basagliani. E così ne approfitto per parlare loro di Franco Basaglia.

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LA CONTRORIVOLUZIONE NEOLIBERISTA: come Meloni ha deciso di svendere il paese alla Finanza e USA


mercoledì 26 aprile 2023

Dom la Nena












La militarizzazione dei beni comuni - Raúl Zibechi

 

Alcuni fatti molto recenti che si sono verificati nel continente latinoamericano rappresentano un giro di vite nella militarizzazione dei beni comuni, per via legale o di fatto, ad opera dei governi e delle loro forze armate o di gruppi armati irregolari che agiscono liberamente quando gli Stati lo consentono.

La scorsa settimana si è appreso che il governo argentino, attraverso lo Stato Maggiore delle Forze Armate, ha annunciato otto piani di intervento militare che prevedono la militarizzazione di aree con risorse naturali e spazi sovrani, come Vaca Muerta[1] (il più grande giacimento di idrocarburi dell’Argentina) l’Atlantico del Sud e le zone di estrazione del litio. In questo modo, sostiene l’agenzia di stampa Tierra Viva che ha diffuso la notizia, il governo impiega risorse militari per proteggere l’attività svolta dalle multinazionali.

Questa è solo l’ultima di una lunga serie di militarizzazioni, che vanno da quelle messe in atto dai governi del Messico e del Venezuela a quelle adottate dai governi del Perù e del Cile. Questi ultimi si sono recentemente contraddistinti per la violenza indiscriminata contro la popolazione aymara e quechua del Sud peruviano (Dina Boluarte) e per il massiccio coinvolgimento delle forze armate nella difesa delle imprese forestali di fronte al popolo mapuche (Gabriel Boric).

Il governo brasiliano di Jair Bolsonaro aveva consegnato il controllo dell’Amazzonia alle forze armate, che la proteggono fin dai tempi della dittatura militare (1964-1985), ma ora il governo di Lula da Silva sembra deciso a rinnovare la licenza ambientale all’impianto idroelettrico di Belo Monte, una gigantesca diga in territorio amazzonico che ha causato una grave crisi umanitaria e ambientale in una delle regioni più ricche di biodiversità della più grande foresta pluviale del pianeta.

Secondo Silvia Adoue, insegnante presso la scuola Florestan Fernandes del Movimento Sem Terra, Lula ha deciso, dopo un incontro con le forze armate, di destinare il Fondo per l’Amazzonia all’aumento della presenza della Polizia federale e della Polizia stradale nazionale in territorio amazzonico; ha deciso inoltre che i crediti di carbonio siano investiti nella sorveglianza della regione da parte delle forze armate, le quali verrebbero meglio equipaggiate per svolgere questi compiti.

Non si fa menzione della possibilità di ridurre l’estrazione di minerali dall’Amazzonia. Adoue conclude, in una sua comunicazione personale, che l’avidità risvegliata nella società nel suo insieme dalla domanda di minerali per l’industria 4.0 crea un nuovo individualismo estrattivista che contamina tutte le relazioni.

La militarizzazione delle risorse naturali (beni comuni per la vita dei popoli, secondo noi) per favorire il loro sfruttamento da parte delle multinazionali è diventata una caratteristica strategica del capitalismo neoliberista in questa fase di estrema violenza.

La responsabile del Comando Sud degli Stati Uniti, generale Laura Richardson, ha sottolineato l’importanza dei beni comuni latinoamericani per il suo paese e ha posto l’accento sul Triangolo del litio (Argentina, Cile e Bolivia), sull’oro del Venezuela e sul petrolio in Guyana; ha ricordato inoltre che il 31% dell’acqua dolce mondiale si trova nella regione. Per tutti questi motivi, ha concluso, gli Stati Uniti hanno molto da fare in questa regione.

Nella loro competizione con la Cina, gli Stati Uniti devono subordinare ancora di più il loro ‘cortile di casa’, in modo analogo a ciò che avviene con l’Europa, sebbene con caratteristiche diverse. Come fornitori storici di materie prime, dobbiamo continuare a muoverci in questa direzione subordinando la sovranità delle nazioni alle esigenze dell’impero. Di che impero si tratti, è necessario chiarirlo.

Se la militarizzazione ha un carattere strutturale, ciò significa che, per i popoli indigeni e i settori popolari, nelle aree in cui opera l’alleanza tra militari e multinazionali i diritti e la legalità costituzionale vengono menoDi conseguenza, appellarsi a quei diritti ha senso solo in termini di propaganda, per mostrare che le regole definite dal sistema non vengono osservate. Ma sarebbe molto irresponsabile costruire strategie sulla base di diritti che non saranno rispettati.

Per questo dobbiamo rispondere all’interrogativo su come difendere i beni comuni dalla guerra contro i popoli e contro la vita. Si tratta in realtà di uno dei compiti più complessi che ci attendono, perché non ci sono precedenti, dal momento che la svolta militarista del capitalismo e il sequestro degli Stati da parte del capitale finanziario hanno modificato le regole del gioco.

I popoli riuniti nel CNI (Congresso Nazionale Indigeno) e nell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) hanno messo in atto la resistenza civile pacifica, che ha enormi costi di logoramento per le comunità e una grande virtù: è volontà dei popoli non entrare in una guerra che può solo giovare al capitale.

Nel corso di questo mese il CNI effettuerà una lunga carovana attraverso vari Stati del sud, che si concluderà con un incontro internazionale a San Cristóbal de las Casas, con lo slogan: Il Sud resiste! Affiancare la carovana è uno dei compiti necessari per passare dall’indignazione di fronte a tanta rapina all’azione collettiva per la difesa della Madre Terra e dei popoli che la abitano.

Fonte: “Extractivismo rima con militarismo”, in La Jornada

Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Sull’estrattivismo a Vaca Muerta si veda in comune-info.net: “Vaca Muerta, la frontiera estrattiva”.

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martedì 25 aprile 2023

ricordo di Harry Belafonte

 

Le superpotenze si comportano da gangster, ed i paesi piccoli da prostitute

 dice Stanley Kubrick

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Michele Santoro, Clare Daly, Manlio Dinucci, Mick Wallace, Giacomo Gabellini, Matteo Saudino, Massimo Mazzucco, Stefano Orsi, Alberto Capece, Iván Gatón, Nicolai lilin, Saymour Hersh, Daniele Luttazzi, Paolo Di Marco, Carlo Rovelli, Adriano Sofri, Edgar Morin, Fernando Moragon, Valerio Calzolaio, Ennio Remondino, Alessandro Orsini, Lucio Caracciolo, Alessandra Cecchi, Giuliano Marrucci, Marco Guzzi, Giulia Calò, Tommaso Marcon,  Sonny Olumati, Federico Fornasari,  Margherita Carpinteri, Margherita Cantelli, Fulvio Scaglione,Thierry Meyssan

 

Appello ai cittadini, alla società civile e ai leader politici

Appello a chi è contrario all’invio di armi in Ucraina per dar vita a una staffetta dell’umanità da Aosta a Lampedusa per camminare insieme, unire l’Italia contro la guerra, per riaccendere la speranza.
Dopo più di un anno di guerra in Ucraina e centinaia di migliaia di morti, mettere fine al massacro, cessare il fuoco e dare inizio a una trattativa restano parole proibite. Si prepara, invece, una resa dei conti dagli esiti imprevedibili con l’uso di proiettili a uranio impoverito e il rischio di utilizzo di armi nucleari tattiche.
I governi continuano a ignorare il desiderio di pace dei popoli e proseguono nella folle corsa a armi di distruzione sempre più potenti.
Mentre milioni di persone sono costrette dalle inondazioni, dalla siccità e dalla fame, a lasciare le loro terre, centinaia di miliardi di euro vengono spesi per aumentare la devastazione dell’ambiente e spargere veleni nell’aria. L’intera Ucraina è rasa al suolo, un macigno si abbatte sull’Europa politica, aumentando le disuguaglianze, peggiorando le condizioni di vita dei lavoratori, flagellando le famiglie con l’aumento dei beni alimentari, della benzina, dell’energia e delle rate dei mutui.
Putin è il responsabile dell’invasione ma la Nato, con in testa il Presidente degli Stati Uniti Biden, non sta operando soltanto per aiutare gli aggrediti a difendersi, contribuisce all’escalation e trasforma un conflitto locale in una guerra mondiale strisciante.
Dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione viene ripetuta la menzogna dell’Occidente che si batte per estendere la democrazia al resto del mondo. Dimenticando l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia e il Kossovo.
Si vuole imporre l’idea che non esista altro modo di porre fine alla guerra se non la vittoria militare di uno dei due contendenti e che l’Italia non possa far altro che continuare a inviare armi, limitandosi a invocare una soluzione diplomatica dai contorni indefiniti.
Noi pensiamo che l’Italia debba manifestare in ogni modo la sua solidarietà al popolo ucraino abbandonando, però, qualunque partecipazione alle operazioni belliche. Vogliamo tornare ad essere il più grande Paese pacifista del mondo, motore di una azione per la Pace e non ruota di scorta in una guerra.
Sappiamo che sono in moltissimi a condividere la nostra rabbia nel vedere sottratta alle nuove generazioni l’idea stessa di futuro, mentre si diffonde la sfiducia in una politica privilegio di pochi e il governo si mostra sempre più subalterno agli Stati Uniti e incapace di difendere gli interessi degli italiani e dell’Europa.
Ma siccome chi non è rappresentato e non costituisce una forza viene spinto a credere di non poter più incidere nella vita della Nazione, seguendo l’esempio del Movimento in Francia, vi chiediamo di reagire alla sfiducia, di usare il cammino come strumento di Pace, di costruire insieme una staffetta dell’umanità che parta da Aosta, Bolzano e Trieste fino a Lampedusa.
Questo appello è rivolto a chi sente il bisogno di fare qualcosa contro l’orrore della violenza delle armi e ha voglia di gridare basta.
Sembra impossibile che i senza partito, i disorganizzati, riescano in un’impresa così difficile. Ma se ciascuno di voi offrirà il suo contributo e se i leader e le organizzazioni che si sono pronunciati contro l’invio di armi daranno una mano, tutti insieme potremo farcela…

continua qui

 

 

La svolta dell’Unione Europea verso il militarismo – Clare Daly e Mick Wallace

Il 20 aprile 2023 i rappresentanti dei Paesi aderenti alla Nato e di altri quattordici Stati si sono riuniti a Ramstein, in Germania, per fare il punto sulla gestione degli aiuti a sostegno dell’Ucraina, in vista della possibile controffensiva di primavera. La riunione si è svolta a un anno di distanza da un’altra simile, organizzata il 26 aprile 2022 dalla Nato, sempre a Ramstein (sede centrale della Nato in Europa), che aveva coinvolto i ministri della Difesa di 40 Paesi per un vertice straordinario sull’Ucraina. In quella sede si era deciso di privilegiare la svolta militarista, di fatto vanificando il ricorso a possibili vie diplomatiche per risolvere il conflitto e rispondere all’invasione russa. Nel corso degli scorsi mesi, la militarizzazione dell’Europa è progressivamente continuata sino a questo ultimo incontro, che sancisce l’irreversibilità della guerra “fino alla vittoria”. In un recente articolo, due deputati europei di nazionalità irlandese del gruppo The Left Gue/Ngl (la Sinistra del Parlamento Europeo) avevano descritto assai bene il processo in corso. Dopo la decisione di ieri ci pare utile leggere le loro parole. Le abbiamo tradotte per voi

* * * * *

Come internazionalisti, crediamo nella possibilità di un’Europa pacifica e socialmente giusta. Ma come membri del Parlamento europeo, che lavorano ogni giorno sulla politica di sicurezza e di difesa dell’UE a Bruxelles e Strasburgo, dobbiamo essere onesti con l’opinione pubblica su quanto sia realistico questo ideale in questo momento. La pace è una parola sgradita a Bruxelles. Invece, mentre le tensioni aumentano a livello globale, la politica dell’UE è presa da un frenetico entusiasmo per gli armamenti e il militarismo, per il confronto con i “rivali geopolitici” e per il coinvolgimento in conflitti regionali in angoli lontani del mondo.

Non è sempre stato così. Sebbene un esercito comune dell’UE sia stato a lungo una chimera dei federalisti europei, l’idea era impopolare tra il pubblico ed è stata messa in secondo piano mentre l’UE perseguiva l’integrazione in altre aree. Gli sforzi compiuti in questa direzione sono stati ostacolati da difficoltà organizzative. Ma le riforme del Trattato di Lisbona nel 2009 hanno cambiato tutto questo, preparando il terreno per una profonda accelerazione verso una politica estera e di difesa comune, e da allora il progetto sta prendendo piede.

La maggior parte degli europei vuole la pace. In ciascuno degli Stati membri dell’UE esistono movimenti pacifisti venerabili e potenti. Ma per organizzarsi e opporsi al perno della guerra in Europa, è necessario innanzitutto avere una comprensione condivisa del fenomeno. La nostra sensazione è che la sinistra anti-guerra in Europa sia consapevole che l’UE sta subendo un processo di militarizzazione. Ma, a causa dell’impenetrabilità della politica dell’UE e della sua lontananza dai pubblici nazionali, è difficile conoscere i dettagli di questo processo. Ciò rende più difficile ritenere i governi nazionali responsabili o fare pressione su di loro per opporsi alla militarizzazione in seno al Consiglio dell’Unione europea.

Questa difficoltà può essere affrontata tagliando le sigle e le istituzioni nei dibattiti politici dell’UE e mettendo in evidenza ciò che sta accadendo. Possiamo iniziare a farlo dividendo la politica di difesa dell’UE in cinque grandi aree.

  1. Verso un esercito dell’UE

Il primo di questi, l’integrazione delle forze armate, viene perseguito attraverso una struttura creata dal Trattato di Lisbona – la PESCO, o Cooperazione Strutturata Permanente. L’ex presidente della Commissione Jean Claude Junckers ha definito la PESCO la “bella addormentata del Trattato di Lisbona”, rimasta dormiente fino all’attivazione nel 2017. La PESCO è un insieme di regole per l’istituzione di una serie di progetti militari congiunti, attualmente circa 60. Gli Stati membri devono raggiungere obiettivi di spesa per la difesa pari al 2% del PIL e possono scegliere a quali progetti partecipare, ad esempio nuovi progetti di addestramento o lo sviluppo di nuove tecnologie o attrezzature militari, come droni o missili, jet da combattimento o navi da guerra. L’obiettivo a lungo termine è far sì che le forze armate parlino e cooperino tra loro, inizino a lavorare secondo standard comuni e a utilizzare attrezzature, sistemi e concetti comuni, nella speranza che in futuro inizino a funzionare più come un’unica forza armata.

  1. Le missioni sul terreno

Il secondo settore è quello delle missioni congiunte dell’UE, in cui le forze armate vengono schierate insieme all’estero. Si suppone che queste missioni siano limitate ai cosiddetti “compiti di Petersberg”: soccorso umanitario, disarmo, prevenzione dei conflitti, addestramento militare e mantenimento della pace. In realtà, le missioni dell’UE all’estero sono utilizzate come strumento di politica estera dell’Unione.

Attualmente ci sono 21 missioni attive dell’UE. Molte di esse usano l’Africa come terreno di gioco. Il nostro gruppo, il gruppo della Sinistra al Parlamento europeo, ha recentemente pubblicato un eccellente studio sulle missioni dell’UE nella regione del Sahel, intitolato “Mission Creep Mali – Europe’s failed backyard policy”. La presenza militare dell’UE in Mali e nel Sahel in generale non è stata benevola; è stata concepita per promuovere gli interessi dell’UE e degli Stati membri, come l’accesso alle risorse e il controllo dei flussi migratori. La missione è stata sottovalutata, ma si è rivelata un vero e proprio disastro, spesso con conseguenze scioccanti per le popolazioni locali ed effetti a catena sui conflitti regionali. Nelle discussioni a Bruxelles, i Paesi africani sono ora sempre più visti come luoghi in cui l’UE può impegnarsi in contese geopolitiche con gli interessi russi e cinesi, e le missioni dell’UE sono considerate risorse strategiche in queste contese.

  1. Il complesso industriale della difesa

Un terzo grande ambito è il progetto di costruzione di un settore comune europeo della difesa. Tradizionalmente, le potenze militari hanno una propria industria della difesa – aziende produttrici di armi e appaltatori della difesa – che hanno un rapporto parassitario con lo Stato. Questo è ciò che il Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower descrisse nel suo discorso di addio come “complesso militare-industriale”. Lo Stato finanzia le aziende produttrici di armi – con i soldi dei contribuenti – per fare ricerca e sviluppo per creare nuove tecnologie e armi. Lo Stato poi spende nuovamente i soldi dei contribuenti per riacquistare quei prodotti per equipaggiare le proprie forze armate. Questo rapporto crea ovviamente gravi conflitti di interesse. Crea anche incentivi economici per trovare e creare conflitti.

Alcuni Stati membri dell’UE hanno già un forte settore della difesa, ma l’obiettivo della politica dell’UE è incoraggiare le aziende europee della difesa a sviluppare lo stesso rapporto parassitario con l’UE stessa. Lo strumento principale a tal fine è il Fondo europeo per la difesa, un fondo proveniente direttamente dal bilancio dell’UE, che fornisce sovvenzioni per la ricerca e lo sviluppo alle aziende produttrici di armi.

Il Fondo europeo per la difesa ha una storia interessante. Nel 2015 la Commissione europea ha istituito un organo consultivo per consigliare come progettare la politica industriale di difesa dell’UE. Si chiamava Gruppo di personalità di alto livello sull’azione preparatoria per la ricerca nel settore della difesa. Idealmente, un organismo di questo tipo dovrebbe essere composto da esperti neutrali, che non traggono alcun vantaggio dai consigli che fornirebbero alla Commissione. Come documentato dai gruppi di vigilanza, il gruppo era invece composto dagli amministratori delegati dei principali appaltatori europei della difesa: Airbus, MBDA, BAE Systems, Saab, TNO, Leonardo, Indra e Frauenhofer. Un altro membro proveniva da Aeronautics, Space, Defence and Security Industries, la principale organizzazione di lobbying in Europa per gli appaltatori della difesa.

Il gruppo ha prodotto un rapporto che raccomandava la creazione di un Fondo europeo per la difesa, che avrebbe convogliato quantità crescenti di denaro dal bilancio dell’UE alle aziende produttrici di armi. La Commissione ha seguito le raccomandazioni contenute nel rapporto. Dopo due programmi preliminari, il FES è stato lanciato nel 2020 e attualmente finanzia la ricerca e lo sviluppo nel settore degli armamenti e della difesa per un importo di 8 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Le ricerche sui beneficiari dei finanziamenti dell’UE per la ricerca nel settore della difesa dimostrano che le aziende del Gruppo di personalità hanno beneficiato ampiamente della stessa politica che hanno progettato. Ora che il FES esiste, ci si può aspettare che la spesa dell’UE aumenti esponenzialmente, dato che l’industria fa pressione per ottenere sempre più sovvenzioni.

Un’importante conseguenza del fatto che l’Unione Europea sta pompando massicce tranche di denaro dei contribuenti nella ricerca sulla difesa è che la difesa si sta estendendo a tutti i settori della politica dell’Unione Europea, non solo a quello della difesa pura e semplice. La disponibilità di finanziamenti europei per la ricerca nel settore della difesa significa che la politica industriale in tutta l’UE attira le piccole e medie imprese nel settore della difesa, perché i soldi ci sono. Nascono prodotti e servizi con usi sia civili che militari. Le università sono incentivate a trovare dimensioni militari per i loro programmi di ricerca. Il settore civile viene lentamente militarizzato e reso complice del business della guerra, poiché i suoi finanziamenti e le sue priorità si sovrappongono agli interessi della difesa. Sono i finanziamenti dell’UE a guidare questa militarizzazione.

  1. Denaro in cambio di armi

La quarta area della politica di difesa dell’UE è il finanziamento congiunto dell’UE per l’acquisto di armi. Al momento, questo non proviene dal bilancio dell’UE, ma da uno strumento fuori bilancio lanciato nel 2021, che gli Stati membri finanziano con contributi diretti dai loro bilanci nazionali. Il suo tetto finanziario è di 5,7 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027. Si chiama – con un senso di correttezza orwelliana – “Fondo europeo per la pace”. Sul sito web del Consiglio viene descritto come “volto a migliorare la capacità dell’Unione di prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare la sicurezza internazionale”. Al momento il suo utilizzo principale è l’acquisto di armi da aziende del settore della difesa con l’esplicito scopo di inviarle in zone di conflitto considerate di importanza strategica per l’UE. Nell’ultimo anno, nell’ambito del Fondo europeo per la pace, sono state autorizzate sette tranche da 500 milioni di euro ciascuna, pari a 3,5 miliardi di euro, per armare l’Ucraina.

  1. Pianificazione strategica dell’UE

Un quinto settore importante è quello della pianificazione strategica. Questa viene portata avanti attraverso un progetto chiamato Bussola strategica europea – essenzialmente un documento strategico dell’UE che mira a definire un quadro generale per tutti gli Stati membri. Il documento mira a definire chi sono gli avversari, da dove provengono le minacce e quali sono le parti del mondo in cui l’UE dovrebbe essere coinvolta, e formula raccomandazioni sulle azioni che l’UE e gli Stati membri dovrebbero intraprendere per prepararsi a conflitti, minacce e sfide. La Bussola strategica è destinata a diventare un meccanismo importante per riunire Stati membri diversi (alcuni neutrali, come il nostro Paese, l’Irlanda) con interessi diversi in un unico blocco geopolitico e militare.

La Bussola Strategica assomiglia sempre più a un’autostrada per l’egemonia della NATO in Europa. Per alcuni anni c’è stato un braccio di ferro tra gli Stati pro-NATO, che volevano che la politica di difesa dell’UE fosse subordinata alla NATO, e gli agnostici della NATO, che volevano che fosse autonoma dalla NATO e dagli Stati Uniti. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato agli Stati pro-NATO un vantaggio decisivo. Di conseguenza, le strutture di difesa dell’UE, create per essere indipendenti dalla NATO, vengono ora utilizzate per incorporare più strettamente l’Europa nella strategia della NATO. A prescindere dalle loro posizioni ufficiali, ciò sta trasformando gli Stati membri non allineati e non appartenenti alla NATO in membri di fatto della NATO, intrappolando l’Unione Europea in modo sempre più sicuro all’interno della strategia globale degli Stati Uniti.

Conclusione

I processi che abbiamo descritto fanno parte di una trasformazione dell’Unione Europea da unione economica ampiamente associata all’ideale di pace sul continente europeo ad aspirante centro di potere militare. Questi sviluppi sono preoccupanti per le persone e le comunità che in Europa sono favorevoli alla pace. Nel corso della storia, gli armamenti e la militarizzazione sono sempre stati giustificati da ragioni di difesa, ma hanno tendenzialmente preceduto periodi di conflitto mondiale particolarmente brutali. Col senno di poi, la militarizzazione ha reso quei conflitti più probabili, non meno.

Tutto questo avviene nel contesto di un riemergente conflitto interimperialista, che porta con sé il peggioramento delle relazioni internazionali, l’aumento delle tensioni militari, il deterioramento degli accordi sul controllo degli armamenti e delle istituzioni multilaterali e l’accelerazione di una nuova corsa agli armamenti globale. È una scelta politica se l’Unione Europea continuerà a partecipare e ad accelerare questi processi o se invertirà la rotta e si impegnerà per frenarli. L’equilibrio delle forze politiche in Europa attualmente favorisce la prima ipotesi rispetto alla seconda. Senza una significativa mobilitazione delle forze antibelliche e antimilitariste in Europa, che si organizzino a livello nazionale e comunitario, è improbabile che questo equilibrio cambi.

 

Clare Daly è una parlamentare europea irlandese del gruppo The Left Gue/Ngl (la Sinistra del Parlamento Europeo) che alla plenaria del Parlamento Europeo del 2 febbraio scorso ha ricordato il caso di Alfredo Cospito, esponente anarchico al 41 bis in sciopero della fame.

Mick Wallace è un parlamentare europeo irlandese, membro del gruppo “Independents4Change”, associato al gruppo parlamentare The Left Gue/Ngl

Traduzione dall’inglese a cura di Effimera. Qui la versione originale.

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