giovedì 6 aprile 2023

Casse di solidarietà e scioperi - Salvatore Palidda

 

Il giornale di destra Le Figaro lo scrive in modo chiaro: “La cassa di solidarietà agli scioperi dei sindacati oltrepassa già 2,5 milioni di euro”. Come dice Romain Altmann della CGT: “Dopo il decreto del governo per imporre la riforma assistiamo a un’esplosione dei doni e a una valanga di solidarietà». La colletta è stata lanciata il 10 gennaio ma ha avuto un enorme incremento nelle due ultime settimane e oltre 405.000 euro in 24 ore, con oltre cinquemila donazione in vista della mobilitazione del 23 marzo. Ci sono stati anche donazioni importanti fra cui una di 30.000 euro.

Ecco il sito della cassa di solidarietà agli scioperanti: caisse-solidarite.fr e il conteggio aggiornato al 31 marzo 2023 alle ore 9:

 


Ma ci sono anche tante piccole casse di solidarietà a livello locale o di categoria (lavoratori delle ferrovie, panifici, operatori ecologici…). Molti sono i lavoratori che non possono smettere di lavorare e contribuiscono alla lotta con donazioni alle casse di solidarietà. Giovedì scorso si è avuto un dono record di 100.000 euro. La France insoumise (il partito di Mélenchon) ha una sua cassa e dall’ottobre 2022 ha già raccolto 805.591 euro; tutte le donazioni sono interamente versate alle casse degli scioperanti.

Un ottimo articolo di Gabriel Rosenman su theconversation.com ricostruisce la straordinaria storia di questi fondi per lo sciopero. Le prime casse di sciopero risalgono alle società di mutuo soccorso sorte negli anni Trenta dell’Ottocento: in un contesto segnato dall’assenza di protezione sociale, queste prime organizzazioni di lavoratori mirano a mettere in comune le risorse per garantire ai propri iscritti un’indennità in caso di malattia, disoccupazione o sciopero. È il caso, ad esempio, della “Société du Devoir Mutuel”, fondata dai capi delle botteghe dei tessitori lionesi nell’ambito della loro lotta per una tariffa minima garantita: questi lavoratori giocheranno un ruolo importante durante le rivolte di Canuts del 1831 e del 1834. Furono queste le prime irruzioni della classe operaia sulla scena politica francese, prima dunque del 1848. Dopo la stretta sorveglianza del mutualismo da parte di Napoleone III (1852) queste società si ritirarono dal sostenere gli scioperanti e cedettero gradualmente il posto alle prime camere del lavoro, dove il denaro, durante gli scioperi, si presta reciprocamente tra sindacati.

Alla fine dell’Ottocento la morfologia degli scioperi subisce una profonda trasformazione. Gli scioperi sono più numerosi e massicci e coinvolgono anche lavoratori poco qualificati e poco sindacalizzati. La pratica della sottoscrizione si diffonde allora nella stampa operaia e socialista. La richiesta di donazioni rischia infatti di intrappolare gli scioperanti in una posizione di inferiorità (“la mano che dà è sempre sopra la mano che riceve”). E rischia anche di mischiare il denaro della solidarietà operaia con quello della beneficenza borghese, infrangendo così l’imperativo dell’“autonomia operaia”. Anche la pratica della solidarietà finanziaria con gli scioperanti cambia sotto l’effetto dei progressi tecnologici: la sua portata geografica si estende grazie allo sviluppo del telegrafo e dei bonifici bancari. I primi decenni del Novecento sono caratterizzati da un forte aumento della durata media degli scioperi e spinge molti sindacati a istituire casse di sciopero permanenti. Questo periodo è anche quello delle “zuppe comuniste”: sindacati e comuni socialisti moltiplicano i pasti collettivi, che permettono di sostenere sia materialmente che moralmente gli scioperanti. Queste pratiche di solidarietà conoscono una brutale interruzione con lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Nella Francia del dopoguerra, i sindacati diventano organizzazioni di massa riconosciute e lo sciopero acquista lo status di legge costituzionale. La pratica delle casse di sciopero riaffiora solo in poche occasioni, come durante i lunghi scioperi dei minatori del 1948 e del 1963. Gli anni Settanta registrano una temporanea ripresa delle casse di sciopero e delle pratiche di solidarietà finanziaria: i lunghi scioperi del Joint francese (1972), del LIP (1973) o del Parisien Libéré (1975) ne sono esempi emblematici. Ma dall’inizio degli anni Ottanta il movimento operaio di fatto si ritira: si riducono enormemente gli iscritti, le giornate di sciopero

Soltanto alla fine degli anni 2000 assistiamo a un duraturo ritorno alle casse di sciopero. Nel 2007 gli operai della fabbrica PSA di Aulnay-sous-Bois aggiornamo questa modalità di azione, poi imitata da una serie di lunghi scioperi in vari settori: gli impiegati delle poste di Hauts-de-Seine (2009), la raffineria Grandpuits (2010), le cameriere di vari alberghi e palazzi (2012), le addette alle pulizie di Onet (2017), ancora i ferrovieri dal 2018. La stragrande maggioranza dei fondi recenti sono raccolti online. Il ritorno dei fondi di sciopero si spiega anche con un inasprimento delle condizioni per l’esercizio dello sciopero, come dimostra ad esempio il ricorso sistematico, da parte dei datori di lavoro, alla sostituzione degli scioperanti.

Dare soldi per sostenere gli scioperanti appare oggi a migliaia di dipendenti l’unico gesto utile e possibile. Mentre il 75% delle donazioni era di origine operaia tra il 1870 e il 1890, gli attuali donatori del fondo CGT InfoCom hanno un profilo sociale ben diverso: il 50% di loro è sindacalizzato e il 40% guadagna più di 2.400 euro al mese. Le casse di solidarietà agli scioperi, dunque, diventano un fatto politico totale di una lotta di classe globale.

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