martedì 4 aprile 2023

IL NUOVO MACCARTISMO: TikTok e la guerra USA alla Cina a colpi di Santa Inquisizione - Giuliano Mattucci

 



USA, crociata contro TikTok - Michele Paris

...Lo scorso novembre era stato invece il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ad avvertire che Pechino poteva sfruttare TikTok per operazioni di spionaggio o, addirittura, per prendere il controllo degli smartphone su cui è installata l’applicazione. Poco più tardi, l’uso del “social” cinese era stato vietato sui dispositivi aziendali dei dipendenti del governo federale e di una ventina di amministrazioni statali.

Fermo restando che il controllo del governo cinese delle informazioni a cui TikTok potrebbe potenzialmente avere accesso non è stato per ora in nessun modo dimostrato, è evidente che la facoltà di raccogliere informazioni di massa a livello globale è in primo luogo una caratteristica di siti, motori di ricerca e “social network” ideati e di stanza in America. Questi ultimi collaborano oltretutto regolarmente con il governo di Washington, consegnando su richiesta dati ultra-sensibili dei loro utenti, quasi sempre a loro insaputa.

L’uso dei “social” come strumento di propaganda o di controllo dell’informazione è un’altra prerogativa dell’apparato di potere USA. Proprio negli ultimi mesi, Elon Musk ha favorito la pubblicazione in varie tranches dei cosiddetti “Twitter Files”, ovvero trascrizioni di e-mail e comunicazioni varie tra i vertici di Twitter ed esponenti del governo che confermavano come fosse applicata una censura di fatto delle notizie da diffondere tra gli utenti del “social” con sede a San Francisco. Com’è ormai noto, risalgono poi al 2013 le prime rivelazioni di Edward Snowden sulle attività della NSA, impegnata a monitorare virtualmente tutte le comunicazioni elettroniche che avvengono sul territorio americano e non solo.

Al di là del merito delle accuse contro TikTok, è indiscutibile che il governo degli Stati Uniti sia di gran lunga il più attivo nel campo della sorveglianza digitale, del controllo/manipolazione delle informazioni e delle operazioni di propaganda su scala planetaria. Il tentativo di demonizzazione di TikTok, così da scoraggiare gli utenti americani dall’utilizzarlo, appare inoltre insensato anche da un altro punto di vista. In una realtà dove la privacy è ormai un’illusione e il monitoraggio sul web è pervasivo, non è cioè chiaro, come ha spiegato un’analisi della rivista Jacobin, per quale ragione gli utenti americani dovrebbero preoccuparsi maggiormente del controllo (presunto) esercitato dal governo cinese rispetto a quello (dimostrato) del loro governo.

Più in generale, si chiede l’articolo, la preoccupazione più grande per un americano è la “minaccia” di TikTok o “il tentacolare apparato della sicurezza nazionale post-11 settembre”? Apparato che, oltretutto, ha già mostrato le proprie potenzialità autoritarie e repressive negli ultimi due decenni. In definitiva, anche prendendo per vere le accuse rivolte al “social” cinese, si legge in un recente editoriale del sito Tech Policy Press, “TikTok non è un prodotto del comunismo cinese, bensì del capitalismo della sorveglianza americano”. Se il Congresso intende realmente risolvere le minacce insite in questa applicazione, avverte l’articolo, allora “dovrebbe vietare la ‘pubblicità targettizzata’ [da internet] e non TikTok”.

La pericolosità di TikTok è dunque un pretesto che gli Stati Uniti intendono sfruttare per aggiungere un altro tassello alla campagna anti-cinese in atto. L’atmosfera da nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino deve evidentemente permeare tutti gli ambiti e, nel caso del “social” di condivisione di video, si intreccia alla sfida in ambito informatico e tecnologico che da tempo infiamma i rapporti tra le prime due potenze economiche del pianeta.

L’altro aspetto legato alla crociata contro TikTok è il fermento legislativo del Congresso USA per introdurre un nuovo giro di vite sulla libertà di espressione e sul controllo della rete. Una bozza di legge è stata depositata alla Camera (“DATA Act”) e prevede una serie di iniziative decisamente estreme. Una di queste è la possibilità di congelare tutti i beni di quegli americani che “consapevolmente” trasferiscano informazioni personali sensibili a una qualsiasi entità appartenente a un soggetto cinese o semplicemente “sottoposto all’influenza” cinese.

Il testo è così generico da fare immaginare facilmente le possibili implicazioni che ne deriverebbero, tanto più se si considera che la legge dovrebbe essere applicata in qualsiasi parte del mondo. Il risultato potenziale sarebbe il divieto di fatto dell’uso di qualsiasi software di origine cinese in qualunque parte del pianeta, inclusi gli stessi paesi alleati degli Stati Uniti.

Un secondo disegno di legge, con maggiori possibilità di essere approvato, è in discussione al Senato (“RESTRICT Act”) ed è appoggiato dall’amministrazione Biden. Questo provvedimento consegnerebbe all’esecutivo ulteriori poteri di controllo sulle comunicazioni informatiche. Ad esempio, il governo sarebbe tenuto a “proibire” o “limitare” qualsiasi transazione o attività relativa all’ambito delle comunicazioni di compagnie controllate da “avversari stranieri”, se viene rilevata una minaccia alla sicurezza nazionale americana.

Potenzialmente, la legge permetterebbe al governo di vietare a qualsiasi organo straniero di possedere e operare strumenti informatici e delle comunicazioni sul mercato USA, consentendo il ricorso a metodi di censura con ampia discrezione. Sul fronte domestico, nell’ipotesi peggiore e più assurda, un utente americano potrebbe essere incriminato per il solo accesso a piattaforme di paesi ritenuti “nemici” degli Stati Uniti, come ad esempio il servizio di messaggistica cinese WeChat o, appunto, TikTok.

L’opposizione in sede politica negli Stati Uniti a questa deriva semi-totalitaria è decisamente limitata e riguarda quasi soltanto l’ala libertaria del Partito Repubblicano. Il senatore del Kentucky Rand Paul ha infatti introdotto una proposta di legge per bloccare il bando di TikTok e il corollario ultra-repressivo previsto dalle varie proposte in discussione. Il senatore repubblicano, per la sua iniziativa, fa riferimento alle protezioni del Primo Emendamento alla Costituzione americana, relativo alla libertà di parola e di stampa. L’aria che tira a Washington non promette tuttavia nulla di buono ed è probabile che, a breve e in una qualche forma, arriverà una nuova stretta in nome della lotta alla molto presunta minaccia cinese.

da qui

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