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sabato 11 febbraio 2023

Andrà tutto bene - Andrea Zhok

 

Personalmente credo che la regola da adottare verso circenses lobotomici come il cosiddetto “festival della canzone italiana” sia tacerne. Anche parlarne male, nel meccanismo mediatico odierno, significa farlo diventare qualcosa di significativo.

Ma posto che il fuoco di artiglieria su questa grande operazione di distrazione e indottrinamento è comunque massivo, forse ci possiamo permettere una considerazione di cornice, che non nobiliti nessuno dei penosi dettagli della kermesse citandoli. 

La prima osservazione da fare riguarda un meccanismo mentale, invalso a partire dagli anni ’80 con l’ingresso nelle vite degli italiani della televisione commerciale. Chiamiamolo l’argomento del “populismo delle élite”. Questo argomento scatta in presenza di critiche e contumelie espresse verso questi circenses, denunciandole come manifestazioni di elitarismo, lontane dal sentire del popolo. 

È da quando ho memoria che sento usare questo argomento a molla, per cui se auspichi che qualcuno legga un classico della letteratura piuttosto che la finta autobiografia di un calciatore di successo, che ascolti buona musica invece di spazzatura commerciale, che apprezzi la differenza tra cinematografia di qualità (o, dio non voglia, buon teatro di prosa) rispetto all’ultimo video autopromozionale dell’influencer di turno, se fai questo gesto ti vedi rinfacciare di essere elitista, di non essere in sintonia con il gusto popolare, ecc. 

Ed è così che, anno dopo anno, iterazione dopo iterazione di questa scemenza, si è arrivati al fondo del barile, iniziando gaiamente a scavare. Per rendere l’idea, nel mio anno di nascita (1967) il film per ragazzi campione di incassi era “Il libro della giungla” (Disney), oggi è “Me contro Te”.

Il problema dell’argomento del “populismo delle élite” è che è una falsità esiziale che si nutre di un fraintendimento. 

Il fraintendimento è che si fa credere che tenere alti i criteri di qualità significhi prediligere dei generi “alti” rispetto ad altri generi. Ma questo è un modo di calciare la palla in tribuna. Non ha senso contrapporre, chessoio, la musica classica al rock, il teatro al cinema, la letteratura entrata nelle antologie a quella contemporanea, ecc. È del tutto ovvio che si trova alta e bassa qualità trasversalmente ad ogni genere, (oddio, per la Trap rimane un’ipotesi da dimostrare, ma diciamo in generale.) 

C’è della “musica seria” contemporanea che è solo boriosa trasposizione in pubblico di un’officina di sperimentazione autoreferenziale che ha bisogno dei sottotitoli per significare alcunché, e c’è musica pop che ha prodotto capolavori.

La falsità (e nocività) in questo argomento sta nel fatto che il “gusto popolare” non è una realtà fissa e intrinsecamente scadente. La letteratura popolare ha creato miti profondi e leggende eterne, la musica popolare ha prodotto danze, canti e cori straordinari, una miniera tutt’oggi saccheggiata per estrarre cellule armoniche, melodiche e ritmiche. Il gusto popolare non è una realtà stabile: cresce o decresce, matura o degenera. E la prima forma per qualificare, educare, far maturare le qualità cognitive e la sensibilità pubblica è esporre le persone ad opere di qualità. (Ed ora, per piacere, risparmiatemi gli zebedei dai colpi di “e-chi-lo-dice-che-quella-è-qualità-è-qualità-per-te-non-per-me-il mio-idolo-è-bombolo”).

La scelta di cercare e proporre il livello più basso possibile ponendolo come “naturalmente popolare” è una scelta specifica, una scelta di politica culturale che produce una sistematica degenerazione delle anime. L’abbrutimento del mondo è in effetti la prima condizione per far accettare alla gente tutto il resto: l’arte e la letteratura di qualità consentono alle persone di esplorare modi di sentire e di vedere più perspicui, di percepire la possibilità di forme di vita superiori. Ma guai a lasciar vedere agli schiavi che lavorano nelle viscere della terra la luce del sole, perché potrebbero non voler più rientrare nel fango e nelle tenebre.

La cosiddetta “cultura popolare” odierna non è affatto popolare, non ha niente di spontaneo e non ha nulla a che vedere con una produzione “dal basso”. Si tratta di produzione industriale seriale, fatta cadere dall’alto da multinazionali dell’intrattenimento, che simultaneamente costruiscono personaggetti spendibili nelle proprie “pubblicità progresso”, personaggi su cui gli schiavi possono proiettarsi e trovare conferma che sono “nel posto giusto” e, soprattutto, che “non vi sono alternative”.

Le linee direttive di fondo che guidano l’intrattenimento per il bestiame di riferimento sono tre: bisogna comunicare che “è tutto a posto così com’è”, bisogna garantire che “ci stiamo già prendendo cura dei più alti ideali”, e bisogna far balenare l’idea che “c’è spazio per la spontaneità e per la massima libertà”.

Per fare qualche esempio con riferimenti puramente casuali a cose e persone. Monologhi piacioni da parte di qualche giullare di regime che spiegano la bellezza di una costituzione che viene straziata tre volte al dì nelle forme più spudorate servono a comunicare l’idea che “è tutto a posto” e che “abbiamo a cuore i più alti ideali”. In un paese che ha massacrato senza ritegno il diritto al lavoro, il diritto alla salute, la libertà di insegnamento, la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà terapeutica e che chiama le guerre cui partecipa incostituzionalmente da decenni “azioni di pace”, è necessario che qualcuno metta in campo di quando in quando una sviolinata falsa come Giuda sulla “Costituzione più bella del mondo”.

Similmente il florilegio di libertà in scatola, di trasgressioncelle a cottimo in cui si esibiscono “artisti” fatti a macchina è il modo in cui si rassicura il gregge intorno all’esistenza di spazi di spontaneità e di tolleranza. C’è quello che per l’ennesima volta, stancamente, spacca una chitarra, quello che si presenta in reggicalze, quella che recita in finto nudo, ecc. ecc. infinite spossate ripetizioni di simulacri di libertà, conformismo dell’anticonformismo.

L’intrattenimento è da almeno mezzo secolo - lo notava già Günther Anders – la forma primaria di indottrinamento e conformazione. Da tempo si sa che l’indottrinamento attraverso l’asserzione diretta produce resistenza. Invece l’intrattenimento produce i suoi effetti scivolando negli interstizi dell’attenzione, nella forma dell’implicito, dello sfondo, del collaterale. 

L’odierno intrattenimento è un’operazione non semplicemente di rincoglionimento (è anche questo naturalmente), ma soprattutto è un’operazione sistematica di castrazione mentale. L’intero spettro dei luoghi dove si può e si deve “lottare” viene spostato in aree protette, innocue per chi detiene il potere, dove la plebe dedica gli ultimi ritagli di mente, tra una corvè e l’altra, alla rivendicazione di diritti sott’olio e libertà sponsorizzate.

da qui


mercoledì 22 settembre 2021

Appartengo a una cultura

 


Appartengo a una cultura - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Libero adattamento di I belong to a culture, tratto dall'opera teatrale The Normal Heart, di Larry Kramer:

Appartengo a una cultura che include Mansa Musa I del Mali, l’uomo più ricco della storia, la regina guerriera Nzinga di Ndongo e Matamba, Alessandro De Medici principe di Firenze, Abram Petrovič Gannibal, che portato in Russia come schiavo per Pietro il Grande divenne maggiore, generale del Genio militare, governatore di Reval e nobile dell'Impero, Blanche Bruce, il quale anch’egli reso schiavo cambiò il suo destino con le sue mani e divenne il primo senatore nero a restare in carica negli USA per tutto il suo mandato, Vicente Guerrero, il primo presidente nero nelle Americhe cento ottanta anni prima di Obama, Yasuke, pure lui deportato come schiavo in Giappone diventando poi un celebre samurai. Ma anche Martin Luther King, lo stesso Barack Obama, Malcom X, Nelson Mandela, Bob Marley, Harriet Tubman, Stephen Biko. Per non parlare delle scrittrici e degli scrittori Alice Walker, James Baldwin, Alex Haley, Toni Morrison, August Wilson, Chinua Achebe, degli atleti Muhammad Ali, Pelé, Carl Lewis, Usain Bolt, Michael Jordan e di molti, moltissimi altri in ogni campo.

Queste non sono persone invisibili.

I neri durante le due guerre mondiali hanno combattuto e sono morti come tutti gli altri, mentre nella Germania nazista venivano sterilizzati, incarcerati e uccisi. Perché non insegnano niente di tutto questo nelle scuole?

L'unico modo per sviluppare un vero orgoglio è nell’esigere il riconoscimento di una cultura che non è solo legata al colore della pelle.

Ogni cosa è lì: per tutta la storia ci siamo stati; ma dobbiamo rivendicarlo, e identificare chi ne ha fatto parte, e articolare cosa c'è nelle nostre menti e nei nostri cuori e tutti i nostri contributi creativi su questa terra. E finché non lo faremo, finché non ci organizzeremo in blocco per quartiere per città per stato in una comunità visibile unita che reagisce, siamo condannati.

Nel mentre, voglio essere definito così: come uno di coloro che hanno combattuto questa guerra.


da qui

giovedì 12 marzo 2020

La cultura non viene (mai) dopo (e una poesia)


I provvedimenti del governo contro la diffusione del coronavirus stanno mettendo seriamente in difficoltà il mondo della cultura. Un appello per rivendicare garanzie di reddito per le moltissime esperienze indipendenti e gli operatori del settore che stanno pagando drammaticamente le politiche di restrizione
Le disposizioni governative per contrastare il coronavirus stanno calando in maniera pesante su molti settori. Ma ce ne sono alcuni che ne soffrono in maniera particolare perché privi di ogni forma di tutela e sostegno. I cinema e i teatri chiusi fanno tristezza ma a quanto pare ora è inevitabile. Tutti gli eventi, grandi e piccoli, annullati sono una catastrofe economica, culturale e simbolica, ma pare che per bloccare il virus è il momento di fermarsi. Bisogna diminuire gli spostamenti e le relazioni sociali, i contatti ed i momenti di aggregazione.
Il punto è che per molti questo significa il disastro. In particolare per la piccola editoria, per i settori indipendenti della cultura, per le tante maestranze che vivono di eventi culturali, per i musicisti e chi vive di musica etc. Non vi è alcuna forma di sostegno, ne cassa integrazione ne uno straccio di ammortizzatori sociale.
Non vi sono leggi destinate alla cultura in generale che tengano conto delle migliaia di precari che vi lavorano e senza i quali i grandi o piccoli eventi non avrebbero modo di esistere. Le due parole sono quasi gemelle nel nostro paese, cultura e precarietà. Certo, esistono milioni di precari che non lavorano nella cultura e che soffrono la stessa nostra condizione.
L’emergenza e la crisi legate all’insorgere del Coronavirus sta mettendo in grave difficoltà molte esperienze indipendenti e moltissimi lavoratori e operatori del settore. Eventi cancellati, vendite in costante calo, futuro incerto e presente nerissimo. Il nostro pane quotidiano scarseggia, in ogni senso, non solo allegorico. Sappiamo che non siamo soli. Sappiamo che questa difficoltà sta coinvolgendo molti altri settori.
Ma qui portiamo ora la nostra voce, sperando che possa essere ben presto un coro a più voci di tutti quelli che non sono mai «garantiti», quelli che cercano costantemente il modo di sopravvivere, tanto nel mondo della cultura che altrove.
Mentre si affronta la questione, giustissima, di come agire sui lavoratori che hanno diritto alla cassa integrazione o altre forme di sostegno, rimane ancora una volta fuori quel variegato mondo fatto di milioni di persone precarie, cioè di chi non ha alcun tipo di accesso al welfare, e per i quali non è prevista nessuna tutela.
Ed ancora di più, dal nostro punto di vista, di coloro che tentano di portare il proprio contributo, per una società migliore, attraverso la cultura. Manca il punto di vista delle piccole realtà culturali, le piccole imprese – le case editrici indipendenti, per esempio, che sono un pezzo reale del tessuto della cultura del paese – mantenute vive e fertili dal lavoro di precari e precarie, giovani e non.
La situazione è già aggravata ed ora rischia di diventare catastrofica. Pensiamo che sia arrivata l’ora di parlare di una «garanzia di reddito», una misura indispensabile: una forma di sostegno economico immediata per tutti i lavoratori e le lavoratrici precari della cultura, e per tutte le piccole imprese culturali del paese. E se possibile allargando la stessa misura a tutti i precari, della cultura e non.
Vogliamo non solo dimostrare la nostra esistenza (fatta di libri, eventi, progetti culturali quotidiani la cui assenza sarebbe una catastrofe non solo per noi ma per il paese tutto) ma soprattutto rivendicare il nostro ruolo nel mondo della cultura che non è fatta solo di noti professionisti e di eventi megagalattici sostenuti da sponsor milionari.
Oggi siamo convinti che siano necessario rivendicare – insieme a tutti i precari, gli irregolari, gli intermittenti, i lavoratori e le lavoratrici al nero: i nostri lettori e le nostre lettrici – un diritto sacrosanto sulla base di un principio preciso: non si può continuare a parlare di “sicurezza” da un punto di vista sanitario senza estendere il ragionamento alla sicurezza sociale. Perché non esiste “salute” senza la garanzia di un reddito. Non possiamo rimanere, come si chiede, dentro casa e aiutare il rallentamento del contagio se siamo costretti ad uscire per cercare modi di sopravvivere. Per questo sosteniamo l’urgenza dell’istituzione di un reddito garantito, “di quarantena” anche attraverso ad esempio l’ampliamento dell’attuale reddito di cittadinanza che continua a escludere troppe figure, rendendo più ampio l’accesso alla domanda e dunque aumentando i beneficiari. Misure di sostegno di questo tipo sono il minimo che può pensare uno stato di diritto, per contrastare tanto il virus che le difficoltà economiche e sociali che milioni di persone si trovano a subire.
La cultura non viene (mai) dopo.
da qui


I giusti - Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore ed una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mond
o.