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domenica 5 giugno 2022

Lo scandalo dei salari italiani e la grande bugia degli uomini di Confindustria - Paolo Maddalena

 

Al centesimo giorno di guerra tra Russia e Ucraina si contano soltanto i morti, gli strazi dei feriti e le distruzioni di città intere, ma non si apre nessuna prospettiva di pace.

Anzi aumentano i fattori che fanno pensare a un inasprimento della guerra con la prospettiva finale di una guerra atomica.

Infatti Putin e Zelensky non si muovono dalle loro posizioni e gli Stati Uniti continuano a inviare armi, in modo da tenere accesa il più possibile la probabilità di un esito fatale di questo conflitto che certamente non ha nessun carattere di un conflitto regionale.

Sul piano economico ha fatto molto scalpore un rapporto dell’Ocse, secondo il quale negli ultimi 30 anni le retribuzioni medie sono aumentate in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, in Olanda del 15,5%, solo per fare alcuni esempi, mentre soltanto l’Italia ha visto una riduzione del 2,9%, registrando altresì una serie di retribuzioni sotto la soglia della povertà.

Alcuni autori, molto legati alla Confindustria, affermano che ciò è dovuto a una presunta allergia degli italiani al libero mercato.

È una grossa menzogna. La verità è proprio l’opposto, l’economia italiana, posta in mano a privati, dalle insensate privatizzazioni, delocalizzazioni e finanziarizzazione del mercato, ostacola in modo pesante qualsiasi forma di investimento, in quanto è stata distrutta l’intera filiera economica che sostiene l’iniziativa economia privata.

Un grosso apporto per la stabilità economica italiana, con il relativo controllo dei prezzi e delle retribuzioni, era stato attuato dall’Ente pubblico economico IRI, che aveva 1000 aziende pubbliche e 500 mila dipendenti e, al momento della privatizzazione, vantava un fatturato di 75 912 miliardi di lire, donato al migliore offerente.

In quel periodo era ancora attuato il terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione, secondo il quale: “la legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Proprio l’anelito alla libertà dei mercati ha impedito ai governi qualsiasi ricorso a questo importante principio fondamentale della Costituzione e oggi vanamente si invoca, dagli stesi distruttori del sistema economico italiano, di porre un tetto minimo ai salari.

Insomma è proprio la libertà dei mercati che ha distrutto il lavoro in Italia, basta pensare che, secondo la Costituzione, ogni lavoratore ha l’obbligo di essere costruttore dell’economia italiana, come precisa il comma 2, dell’articolo 4, secondo il quale: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.”

Viceversa i governi, sotto la spinta di Confindustria, hanno seguito il principio del programma di Cosentino della P2 di Gelli e hanno tolto ai lavoratori questo compito fondamentale, trasferendolo unicamente ai cosiddetti patronati, cioè alla Confindustria, senza tener presente che meno denaro circola in Italia sempre più difficile è svolgere un’attività imprenditoriale.

La responsabilità di tutto questo cade indiscutibilmente sul pensiero economico predatorio neoliberista che ha soppiantato il sistema economico produttivo keynesiano, secondo il quale la ricchezza va distribuita alla base della piramide sociale e tutto il Popolo, attraverso lo Stato, deve essere protagonista dell’economia (e quindi equamente retribuito ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione), con il sistema economico predatorio neoliberista secondo il quale la ricchezza deve essere nelle mani di pochi , costoro devono essere in forte concorrenza e lo Stato non deve intervenire nell’economia.

Tutto questo è stato puntigliosamente attuato con la totale dismissione della ricchezza pubblica e privata, a favore del mercato generale, nel quale dominano gli stranieri, e l’Italia, unica in Europa, proprio per aver seguito le prescrizioni del pensiero neoliberista, si trova ora nella descritta tragedia economica.

Attenzione a coloro che usano la menzogna per tutelare interessi privatistici e non del Popolo sovrano.

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venerdì 1 ottobre 2021

Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi - Marco Revelli

  

“Se ci fosse il partito di Draghi, questo sarebbe il suo congresso fondativo e questi 1200 industriali in grisaglia, che si spellano le mani a ogni suo passaggio, i suoi delegati. Il partito del Pil”. Non è un grido d’allarme. Al contrario la frase è stata scritta con soddisfatto compiacimento in apertura dell’ articolo di commento all’Assemblea di Confindustria sul portale del quotidiano italiano che più si è distinto nell’apologetica draghiana. E purtroppo corrisponde a verità.

In effetti il 23 settembre, al Palazzetto dello sport di Roma, è nato il “partito unico dei padroni” intorno al suo leader massimo e indiscutibile, l’ex banchiere di Stato Mario Draghi. E nello stesso momento, con la proclamazione del medesimo a suo capo carismatico e titolare naturale di un Esecutivo sintetizzato nella sua persona, è stata annunciata la nuova forma di governo definibile come “Premierato Assoluto” (nulla di più lontano dal dettato costituzionale). L’evento è stato accolto dal coro bulgaro dei media (tutti quelli mainstream, TG di stato in testa, a far gara nell’abbinare le Ola dei confindustriali con gli abbracci degli atleti con tanto di dono della bicicletta, come dire denaro e muscoli uniti nell’applauso) ormai senza pudore nell’ostentare un culto della personalità degno di altri tempi. E accanto a loro la politica, anche qui senza quasi eccezioni, a invocare lunga vita al premierato dorato, se fosse possibile vita eterna, come nelle monarchie d’altri tempi…

Se valessero ancora le “regole auree” fissate dalla politologia novecentesca – mica quella marxista o socialdemocratica, ma la politologia liberaldemocratica, di orientamento comportamentista, egemone nell’area anglosassone – si dovrebbe dire che siamo fuori dal quadro democratico. In quel paradigma, infatti, la cifra di una democrazia sana, o comunque accettabile, stava nella netta separazione (in una effettiva “divisione del lavoro”, si diceva) tra i sottosistemi fondamentali: quello Politico, quello Economico e quello Culturale (ovvero Parlamento e Governo, Imprese e Banche, Informazione e Media). Quando uno di questi travalica la propria sfera e prende il controllo degli altri, si esce dai limiti dalla forma democratica: se la Politica pretende di annettersi Economia e Cultura si ha il “totalitarismo”, se l’Economia si compra Politica e Media si ha una abnorme variante di quello che Max Weber chiamò “patrimonialismo”, se la Cultura domina sugli altri due si ha una “teocrazia”. Il 23 settembre abbiamo avuto l’immagine plastica di questo cortocircuito malsano, che stava nell’aria, si percepiva da tempo, ma che mai era stato così materialmente visibile ed evidente.

 

Non stupiscono in questo i 1200 imprenditori che facevano la Ola nel parterre del Palazzetto dello Sport (anche il genius loci qui conta): erano lì a incassare le cedole del loro investimento, fatto già nel 2018, immediatamente dopo i risultati delle elezioni politiche in teoria più destabilizzanti del secolo (nuovo), quando appunto la bandiera di Mario Draghi fu alzata contro l’esito delle urne, e continuò a essere agitata ad ogni tornante di questa tormentata legislatura, fino alla liquidazione dell’ultimo governo Conte. Il rito ricordava i Te Deum cantati nelle cattedrali di mezza Europa dopo il congresso di Vienna, con i vecchi sovrani e le loro aristocrazie di corte a celebrare l’avvenuta Restaurazione. E nemmeno coglie di sorpresa più di tanto(avremmo dovuto esserci preparati) il ruere in servitium quasi unanime del coro mediatico: si tratta appunto di organi di stampa quasi tutti proprietà di gruppi industriali e finanziari che Draghi l’hanno da sempre considerato “uno dei loro”, se non altro per il suo essersi distinto in quelle “privatizzazioni senza liberalizzazioni” (così le definisce, con felice espressione, Giulio Sapelli sulle neonate pagine cartacee di “Tpi”) che costituiscono il suo capolavoro da grande Commis d’Etat. Forse colpisce un po’ di più la velocità con cui i partiti, nella stragrande maggioranza, si sono affrettati a consumare la propria (terminale) cessione di sovranità, e a certificare così la propria crisi strutturale. Esempio di scuola di autolesionismo delle élites nella fase del loro strutturale declino. Perché è fin troppo evidente – anche un bambino lo capirebbe – che all’ombra di questo Premierato Assoluto, con un Capo onnidecidente e il resto che, come l’intendenza napoleonica, deve seguire, tutto ciò che sta al piano terra della cuspide del potere, in primo luogo il “sistema dei partiti” che la tradizione politologica vorrebbe essenziale cerniera e canale di comunicazione tra Società e Istituzioni, avvizzisce e marcisce.

Il fenomeno è evidente nelle traversie dei 5 Stelle, movimento sempre più evidentemente privo di radicamento territoriale. O nelle recenti convulsioni della Lega, dilaniata dalla sua Bestia. Ma se ne può cogliere un segno, di questo avvizzimento, anche nella prima esternazione del Segretario del PD dopo l’assemblea confindustriale romana, quando ha detto che il suo vuol essere “il partito degli industriali e dei lavoratori” (proprio così, letteralmente: “dell’Impresa e del Lavoro”). Ora Enrico Letta è uomo troppo erudito in fatto di culture politiche per non aver letto Alfredo Rocco o Ugo Spirito e ignorare che quella è la base del corporativismo d’infausta memoria. Quella voce “dal sen fuggita” deve essere frutto di un appannamento collettivo grave, che tuttavia getta una luce inquietante sull’altro nodo gordiano emerso da quell’Assemblea. La questione del “Patto Sociale”. Rimasto evidentemente l’ultimo strumento nella mani dell’establishment per immaginare un qualche rapporto tra le Istituzioni e il Sociale, dopo l’evaporazione del canale partitico. E infatti è stato il secondo coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi, sia per tracciare un percorso oltre l’emergenza sanitaria, sia anche, forse, par attenuare l’immagine di un suo eccessivo schiacciamento sulla parte confindustriale; sia infine per esorcizzare un conflitto che cova tra le pieghe di un mondo del lavoro angariato e sfidato da chiusure, tagli all’occupazione, vessazioni diffuse.

Ma sarà davvero questo? Un patto tra pari per regolare le relazioni Capitale/Lavoro nel nuovo contesto? Credo che sia lecito dubitarne fortemente, data l’asimmetria drammatica tra le due parti (soprattutto se una può contare sull’appoggio o l’identificazione col Governo). E d’altra parte il clima che si respira “in alto”, dove persino la formula moderata del “salario minimo” evoca reazioni isteriche, non invoglia all’ottimismo (Draghi infatti si è affrettato a derubricarlo). Più probabilmente quello a cui si mira è un “patto leonino” in cui un movimento sindacale timido verrebbe chiamato a far da palo a una “politica dei redditi” punitiva per il lavoro. Ma la partita è aperta. E bisognerà giocarsela, soprattutto “in basso”.

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sabato 12 giugno 2021

Una ripartenza senza freni - Marco Revelli

  

“Devono marcire in galera”. Così titolavano i tabloid da 50 centesimi nei giorni immediatamente successivi alla tragedia della funivia del Mottarone, quando ancora a prevalere era la versione che aveva motivato la Procura di Verbania a procedere all’arresto del gestore, del direttore e del capo operativo del servizio per la manomissione dei freni. Non mi stupì, allora, il contenuto perentorio della frase: in fondo è difficile immaginare un comportamento più “criminale” di quello di un’impresa che, per frenesia di guadagno, per non perdere nemmeno un giorno di profitto dopo l’agognata riapertura, disattiva il sistema frenante di una cabina per aggirare i frequenti arresti prodotti da malfunzionamenti ed evitare la chiusura prolungata dell’impianto, mettendo a rischio gravissimo la vita dei propri utenti. E ci sta che il senso comune non vada tanto per il sottile chiedendo punizioni esemplari.

Mi stupì, piuttosto, che quell’appello alla ghigliottina venisse da un mondo giornalistico, quello della cosiddetta penny press, da sempre serbatoio di passioni tristi populiste, o dei suoi fratelli maggiori (“Libero”, “La Verità”, ecc.) che poco più di un anno prima avevano non solo approvato, ma sollecitato comportamenti imprenditoriali altrettanto gravi, mossi dai medesimi appetiti, dalla stessa frenesia del “fare” che non tollera soste né “freni”, come quello di chi (le Confindustrie lombarde) poco più di un anno fa impedì la chiusura dei comuni di Alzano e Nembro, che costò non 14 ma centinaia di vittime. E ovunque si adoperò per neutralizzare l’azione frenante degli “esperti” circa le necessarie “chiusure” in nome del work must go, esibendo la stessa “avidità” che ora si attribuiva ai businessman di Stresa, la stessa insofferenza alle misura di sicurezza che la Procura di Verbania indicava nei comportamenti aziendali delle Ferrovie del Mottarone. In fondo quale differenza c’è tra chi mette i “forchettoni” ai freni di una cabina per disattivarli e impedirgli di rallentare il business, e chi mette il piede nella porta delle discoteche della Costa Smeralda e della Versilia per evitarne la chiusura sanitaria e garantirne l’alta stagione anche nella coda di una pandemia, trasformandole in giganteschi focolai che alimenteranno la seconda ondata? E poi, andando più indietro, che dire dei vertici dell’Ilva che a Taranto hanno continuato a produrre su scala allargata diossina e a uccidere fin anche i feti nel ventre materno, eludendo tutte le più elementari misure di sicurezza, a cui buona parte della stampa ha assicurato una costante copertura, perché “il Paese non può rinunciare all’acciaio”, e quanto lavoro andrebbe perduto? Insomma, quel giustizialismo da 50 cent. dispensato sull’onda del lutto di Stresa mi sembrava un’anomalia.

 

E infatti il quadro si è rapidamente rovesciato – o se si preferisce riallineato – con l’intervento da deus ex machina della Gip Donatella Banci Bonamici, che avrebbe “ribaltato” la decisione della Procura mandando liberi imprenditore e direttore e mantenendo le misure cautelari (domiciliari) per il solo lavoratore dipendente coinvolto, quello sciagurato Tadini che avrebbe fatto tutto da solo decidendo, non si sa perché, senza che nessuno glielo ordinasse, un intervento omicida e suicida. Solo a questo punto, finalmente, ha potuto venir fuori il vero spirito del sistema mediatico prevalente, ben visibile nella raffica dei titoli (“il Gip ribalta la decisione della Procura”, “accusa smontata”, “solo suggestioni” quelle del Pm) che rivelavano l’evidente sollievo nel vedere la proprietà assolta, e la colpa confinata nei piani bassi dell’organigramma aziendale. Il mondo restituito al suo giusto ordine – into its joints direbbe Amleto – con i capi d’impresa mondati di ogni colpa, anche solo del sospetto di essa, perché non si possa mai dire che l’onore un Imprenditore – come quello degli antichi Signori feudali – sia viziato dalla macchia dell’Avidità, e che un Manager non ami i propri clienti e i propri dipendenti come se stesso. Così sulle prime pagine di giornali e telegiornali, fin dal minuto successivo alla scarcerazione del gestore e del suo direttore, è partito un processo di beatificazione tambureggiante, quasi una sorta di risarcimento e di atto di contrizione per aver dubitato accogliendo le “suggestioni” della Pm e lasciandosi sfiorare dall’eretico pensiero che in questa storia terribile l’ossessione del profitto e la necessità di far quadrare il bilancio possano aver avuto un qualche ruolo.

Intendiamoci, non si tratta qui di sposare una tesi giudiziaria o emettere sentenze pre-giudiziali. L’indagine è appena iniziata, e può darsi benissimo che l’ipotesi innocentista ne esca confermata, anche se il curriculum della pm Olimpia Bossi ci consegna un profilo di alto livello e serietà, e la scarcerazione degli indagati è dovuta all’elemento formale dell’assenza del “pericolo di fuga” più che a una vera “estraneità ai fatti” che resta tutta da appurare. Quello che interessa è piuttosto il voltafaccia dei commentatori e degli opinion leader, con il riposizionamento esattamente nel punto in cui li si sarebbe potuti aspettare, e dove almeno tre decenni di egemonia di una cultura d’impresa che vede nell’imprenditore la figura simbolo della virtù sociale li ha quasi irremovibilmente collocati.

 Eppure, una lunga lista seriale di fatti di “cronaca nera” degli ultimi tempi dovrebbero farci riflettere sul carattere non innocente della logica d’impresa. E di quanto l’ossessione della “sfrenatezza”, ovvero l’incomprimibile fastidio per tutto ciò che sa di “freno”, d’inibizione alla “febbre del fare”, esasperato evidentemente dal carattere tendenzialmente costrittivo del lockdown, vissuto a sua volta come attentato alla santissima e celebratissima “libertà d’impresa”, sia diventato tratto diffuso del nostro mondo imprenditoriale. E’ ansia di “togliere i freni” la domanda pressante di far cessare il blocco dei licenziamenti stabiliti nel periodo del Covid. E’ furia di togliere i freni la “semplificazione” delle regole per gli appalti e per le Grandi Opere. E’ furia di togliere i freni la pressione per l’abolizione del “coprifuoco” ovunque, a prescindere dai parametri sanitari. E’ furia di togliere i freni il rifiuto della mascherina, anche se il contagio non è ancora scomparso.

 

 

E’ infine furia di togliere i freni la corsa disordinata alla ripartenza nelle fabbriche e nei cantieri, senza badare troppo per il sottile alle misure di sicurezza che potrebbero rallentare i ritmi del rilancio ma la cui trasgressione si paga, e caro. In fondo non solo la grande tragedia del Mottarone, ma anche tutte le altre tragedie minori che hanno costellato le cronache del lavoro in questi mesi, i tanti, troppi, “omicidi bianchi” che carsicamente hanno forato la superficie narcotizzata dell’informazione, recano in qualche modo lo stesso segno simbolico. Così è stato per la morte, terribile, di Luana D’Onofrio, dilaniata dall’orditoio su cui lavorava e in cui probabilmente era stata disattivata la fotocellula (il “freno” elettronico) che avrebbe dovuto far chiudere il cancelletto che l’avrebbe salvata sia pur rallentandone il lavoro. Così è stato anche per Andrea Lusini e Alessandro Brigo (51 e 50 anni) della Digima di Pavia, uccisi da un getto di vapore tossico mentre pulivano una cisterna: erano privi della maschera protettiva che li avrebbe salvati ma che il padrone ha detto che non era “obbligatoria” e che avrebbe costituito un impaccio… Proprio mentre scrivo le agenzie battono la notizia di una nuova morte sul lavoro, nel bresciano, dove un operaio di una ditta esterna addetto alla manutenzione è morto precipitando in una botola di cui non conosceva l’esistenza e che si è aperta improvvisamente sotto i suoi piedi. L’incidente è avvenuto mentre davanti alla prefettura si svolgeva una manifestazione di protesta contro le morti sul lavoro e un sindacalista ha così commentato:  “Mi pare che la fretta e la furia di ripartire possa diventare un rischio aggiuntivo a quelli già presenti nei normali processi”, dando voce al pensiero di molti.

D’altra parte, chi taglia corto e si affretta a partecipare alla festa del ritrovato guadagno senza badare troppo per il sottile e liberandosi di tutto ciò che considera una pastoia inutile, non fa che conformarsi all’aria che tira oggi nel Paese. In basso come in alto. Soprattutto in alto. Questo di Mario Draghi si conferma sempre più il Governo dell’accelerazione. Ovvero della rimozione dei freni. L’ha dimostrato con l’inqualificabile vicenda del blocco dei licenziamenti, prima votato all’unanimità in Consiglio dei ministri alla data di fine agosto e poi inopinatamente retrodatato all’inizio di luglio non appena la voce del padrone, nella persona del presidente di Confindustria Carlo Bonomi l’ha richiamato all’ordine. E l’ha confermato con il decreto “Semplificazioni”, con quell’inserimento dell’appalto al massimo ribasso (che equivale a una libertà di sacrificare le misure di sicurezza e i relativi costi) e della facoltà di subappalto senza soglia. Si dirà che poi il decreto è stato corretto, e che il primo istituto è scomparso e il secondo è stato ridimensionato, ma lo si è fatto solo su minaccia sindacale di proclamare uno sciopero generale. E la bozza originaria, che rivela evidentemente il vero pensiero dell’estensore, parla da sé. Avevamo sospettato fin dall’inizio, da quando il guastatore di professione di ogni istituto civile, Matteo Renzi, aveva aperto la crisi del Conte due, e anche da prima, quando era incominciato il tormentone del desiderio di governassimo e di beatificazione dell’ex presidente della Bce da parte di tutti i poteri parassitari di questo Paese, che Mario Draghi fosse l’uomo del via libera: della rimozione di tutti i freni inibitori agli animal instincts confindustriali. Ora ne abbiamo la conferma concreta. E temiamo che non sia ancora finita.

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giovedì 17 dicembre 2020

"Anche se qualcuno morirà, pazienza" il vero volto di Confindustria


"Anche se qualcuno morirà, pazienza". Parole gravissime e inaccettabili quelle pronunciate ieri da Domenico Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, al convegno "Made for Italy per la moda".

Durante l'intervento introduttivo al forum promosso dalla sua stessa organizzazione e trasmesso in diretta streaming, alla presenza del sindaco di Macerata (lega) e del governatore regionale (fdi), Guzzini ha trattato i temi della crisi economica innescata dal covid-19, con dichiarazioni irricevibili: «Come sapete ci aspetta un Natale molto magro perché stanno pensando addirittura di restringere ulteriormente. Questo significa andare a bloccare anche un retail che si stava rialzando per la seconda volta da una crisi e lo stanno rimettendo nuovamente in ginocchio. Io penso che le persone sono un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero, alla fine, venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Ma così, secondo me, diventa una situazione impossibile per tutti».

Inevitabili si sono scatenate le polemiche, soprattutto tramite social, il caso è montato sui media mainstream nazionali, e solo successivamente è comparso sulla stampa locale - che negli articoli dedicati al convegno avevano servilmente omesso di dare conto dell'accaduto. Come immancabili e da triste copione sono arrivate le scuse – tramite Twitter – di Guzzini. Un maldestro e tardivo tentativo di riabilitazione, all'indomani delle dichiarazioni rilasciate al convegno, senza alcuna presa di posizione dell'organizzazione e persino con la difesa pubblica del governatore Acquaroli. Scuse non nulla tolgono alla gravità delle parole del presidente della confindustria locale, che secondo le attiviste e gli attivisti del Centro Sociale Sisma di Macerata, hanno senza dubbio avuto un “sinistro merito”, hanno esplicitato il pensiero che l'associazione degli industriali ha sempre sostenuto nel corso dell’attuale fase di crisi.

Di seguito riportiamo per intero il comunicato del Centro Sociale Sisma.

"Anche se qualcuno morirà, pazienza". 

Queste sono le parole pronunciate nella giornata di ieri da Domenico Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, nel corso del convegno "Made for Italy per la moda" organizzato dalla sua organizzazione e trasmesso in diretta streaming, alla presenza di sindaco e governatore regionale. Gli uffici stampa staranno già lavorando alla rettifica e verrà detto che la frase non è stata interpretata correttamente, ‘è stata estrapolata dal contesto’. Per noi, al contrario, non c'è niente di più chiaro ed espressione del ‘contesto’. Perché le dichiarazioni di Guzzini hanno senza dubbio un sinistro merito, per il quale dovremmo per assurdo ringraziarlo, se non fosse per i loro tragici risvolti: esplicitano il pensiero che l'associazione degli industriali ha sempre avuto nel corso dell’attuale fase di crisi. E lo fanno brutalmente, togliendo per una volta il velo sul disprezzo per la vita umana e sulla violenza quotidiana della classe dominante.

Confindustria fin dal primo momento ha svolto un ruolo nella gestione politica dell'emergenza, con le scelte del governo al servizio del tristemente noto "produci, consuma, crepa".
Ciò che conta è il capitale e i grandi profitti, se questo costerà qualche vita... pazienza.

Sono gli stessi industriali che non vogliono la patrimoniale, che vorrebbero far cadere il peso della crisi sui lavoratori e per i quali le aperture/chiusure sono negoziabili puramente in termini economici, al servizio dei grandi interessi. Il presidente di confindustria ha una arroganza tale da farsi portavoce ‘delle persone che sono stanche di questa situazione e vorrebbero venirne fuori’. Le persone sono stanche di subire scelte imposte dall’alto, di una vita ridotta agli spazi e ai tempi dello sfruttamento, di una gestione politica dell’emergenza sanitaria che sempre meno ha a che fare con le esigenze di contenimento del contagio e sempre più con imperativi di controllo e disciplinamento sociale. Non vogliono che sia il presidente di confindustria a decidere per loro.

L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando è un fenomeno tutto interno alle dinamiche del sistema capitalistico, conseguenza dello smantellamento del sistema sanitario pubblico e della progressiva privazione del diritto universale alla salute. Il virus è il capitalismo, ma i capitalisti vorrebbero farci credere che saranno loro a salvarci.

Ora basta. Questa non vuole essere una banale dichiarazione di sdegno, ma un messaggio che rivolgiamo a tutte e tutti, perché la pazienza è veramente finita. Non possiamo più permettere a personaggi spregevoli di scegliere al posto nostro e di ipotecare il nostro futuro.

#paghinoiricchi

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mercoledì 4 novembre 2020

Il coraggio di cambiare di Azzolina e Bonomi – Maurizio di Masi, Roberta Pompili, Giuliana Visco

  

Scuola e contesto pandemico

Ormai è diventata una questione personale, ove l’interesse pubblico – qualunque esso sia – viene marginalizzato. Il concorso straordinario docenti che prenderà il via il prossimo 22 ottobre è l’obiettivo politico personale della Ministra Azzolina, rispetto a cui nulla conta il contesto reale del Paese, la seconda ondata di Sars-Cov2, ansie ed istanze di un’intera classe, quella de* docent* precar*, che come è italica tradizione viene sfruttata e marginalizzata all’occorrenza.

Partiamo allora dal contesto pandemico, che di fatto ha riportato alla luce l’importanza di indagare il rapporto pubblico/privato, analizzando come si è modificata la relazione fra i due e quale ruolo tende ad assumere in questa fase di emergenza il pubblico[1]. Innanzitutto l’evidenza ha mostrato, oltre le narrazioni catastrofiche che potevano apparire viziate dalla condizione di sfruttamento di chi le viveva, lo stato reale in cui versano le Istituzioni del Welfare in Italia, ciò che ne rimane, quanto siano fondamentali come infrastruttura democratica in un Paese esso stesso precario come il nostro.

La fotografia che ne è emersa è forse ancor più desolante della narrazione. 

Il forte senso di precarietà indotto dal primo lockdown e dalla prolungata paralisi di diversi settori produttivi ha fatto emergere il generalizzato bisogno di Welfare, emersione che ha infranto il mito neoliberale secondo cui la regolamentazione migliore sarebbe quella lasciata all’autonomia privata, mostrandone tutta la fragilità ideologica.

Il coronavirus ha avuto anche il merito, e va sottolineato, di aver stimolato pratiche solidaristiche importanti, di aver incoraggiato forme di mutuo aiuto fra le diverse soggettività che animano la scuola (docenti – alunn*- genitor*), così dando una significativa consistenza al comune[2].

Se la scuola è sempre stata una realtà complessa, il suo scopo primario nella nostra Repubblica è tuttavia stato il libero sviluppo della persona in formazione. Lo sottolineava efficacemente Stefano Rodotà, ricordandoci come la scuola pubblica sia un vero e proprio organo costituzionale, la prima e più importante Istituzione: “Alla scuola pubblica si deve guardare come al luogo del sapere libero e disinteressato, che è la forma del sapere che costruisce il cittadino. Se l’attenzione, invece, è sempre più rivolta al “settore produttivo”, si ha di vista una formazione tutta strumentale, fatalmente riduttiva, persino inadeguata a quelle esigenze di flessibilità culturale che oggi accompagnano qualsiasi lavoro”[3].

Il principio del libero sviluppo della persona (Artt. 2 e 3 Cost.) dà sostanza e orientamento allo stesso diritto all’istruzione di studentesse e studenti previsto dall’art. 34 della Costituzione. Ciò giuridicamente implica che pure l’amministrazione statale deve conformare l’organizzazione scolastica nel modo più congeniale possibile alle diverse soggettività che “abitano” la scuola. La stessa Corte costituzionale ha sottolineato efficacemente come organizzazione e diritti siano“aspetti speculari della stessa materia, l’una e gli altri implicandosi e condizionandosi reciprocamente. Non c’è organizzazione che, direttamente o almeno indirettamente, non sia finalizzata a diritti, così come non c’è diritto a prestazione che non sia condizionato dall’organizzazione”[4].

Oggi, però, lo scopo primario della scuola pare essere transitato maggiormente verso l’aspetto funzionalmente economico, nella formazione di consumatori e lavoratori più che di persone, come d’altronde Confindustria, che pare avere un ruolo di assoluto primo piano nelle decisioni governativa, ha confermato pochi giorni fa.

A conferma che, nella sospensione dovuta alla pandemia, il tema della necessità di una programmazione statuale è divenuto quanto mai evidente, e in questa programmazione la scuola pubblica ha giocato e gioca un ruolo economicamente fondamentale. In tal modo, però, si accelera una deriva neoliberista della scuola pubblica, già da tempo sotto assedio.

Pare legittimo, difatti, chiedersi a quale programmazione pubblica ha pensato il Ministero dell’Istruzione. Il pubblico quale obiettivi ha voluto perseguire?

L’obiettivo concreto della riapertura delle scuole a settembre, infatti, non è di certo stata la declamata tutela del pur fondamentale diritto allo studio di studentesse e studenti, che resta penalizzato nella sua continuità dalle crescenti quarantene di classe o dalla mancanza di organico resa farraginosa se non impossibile dalle novità introdotte dalle graduatorie provinciali (GPS). L’obiettivo vero della riapertura delle scuole a settembre è stato quello di consentire che l’ingranaggio economico potesse ripartire, togliendo i minori (scomodi, untori, vittime a seconda del contesto, mai soggetti sempre oggetti funzionali alla giustificazione di scelte sulla loro pelle) dalle case per permettere, comprensibilmente, ai genitori di tornare regolarmente al lavoro. La scuola, quindi, è stata caricata di un surplus di Welfare che strutturalmente non può durare molto e che potrebbe portare alla sua chiusura in presenza coll’aggravarsi della pandemia[5].

Ad ogni modo la scuola è ricominciata, all’estate è seguito l’autunno con l’evidente ripresa dei contagi come annunciato da marzo e con essa la possibilità continua e a geometria variabile delle quarantene. Ma già alla prima quarantena la scuola inizia a scricchiolare: quando la classe viene messa in quarantena preventiva, difatti, dovrebbe essere garantita la didattica a distanza, ma non dai docenti della classe – anche essi in quarantena – che sono considerai in malattia e dunque non devono (non possono) lavorare[6]. Sicché la continuità didattica viene comunque penalizzata, con ripercussioni sul diritto all’istruzione di studenti e studentesse, già provati da una apparente “normalità” costruita artificialmente, che l* costringe a un disciplinamento rigoroso: seguire lezioni con mascherine, ridimensionare la socialità, evitare di condividere materiale scolastico, mantenere il distanziamento sociale per le ore di lezione. Rigore che però sembrano aver compreso responsabilmente più gli studenti di molte altre figure, negazioniste di nome o più semplicemente di fatto.

Durante l’estate è stata costruita una campagna grottesca finalizzata a rappresentare l’istituzione scolastica come istituzione totale COVID-free per eccellenza, con banchi adeguati, distanza più o meno garantite, dispenser di gel igienizzante in ogni classe, mascherine per tutte e tutti. Il tutto “garantito” dalla confusione e schizzofrenia del decentramento del governo della scuola pubblica e quindi di fatto da un’assoluta disparità regionale, disomogeneità e incuranza di “chi rimane indietro”.

Detto questo, possiamo dire che la programmazione della Ministra sia stata da una parte una operazione di propaganda, dall’altra una velocizzazione del processo di autonomia scolastico con la strutturazione delle graduatorie (GPS) non più a carico della amministrazione centralizzata dello stato: di fatto rispetto alla tutela del diritto allo studio e al contesto pandemico una programmazione contraria ad ogni buon senso e razionalità che dovrebbe di default appartenere a chi governa, quanto meno. La programmazione si è rivelata infatti priva di qualsiasi piglio e previsione sistemica, non coordinata con il mondo reale, con il sistema dei trasporti urbani ed extraurbani, con le altre amministrazioni territoriali. Perché la scuola non è un compartimento stagno, non è solo un luogo fisico da preservare. La salute dei cittadini e delle cittadine va garantita a 360° anche prima e dopo la scuola, altrimenti si vanifica tutto il lavoro svolto per rendere la scuola, al suo interno, sicura e salubre, come d’altronde dimostra il crescente numero dei contagi e delle classi messe in quarantena fiduciaria. Anche da noi, come per la verità in altre esperienze maggiormente stataliste quali la Francia, il crescente bisogno di Welfare si è infranto in una generalizzata disorganizzazione del pubblico. La scuola, in particolare, ha mostrato una forte ma inefficace presa della decisione pubblica e una debole capacità programmatoria, causata da una deliberata decisione politica e strutturale (dell’insieme dei governi che si sono avvicendati) che nel tempo ha tagliato risorse fondamentali da destinare all’istruzione, così scegliendo di mantenere una inadeguata edilizia, personale precarizzato, affollamento delle classi.

Oltretutto resta il dubbio che, al di là del clamore mediatico e dell’egotismo della Ministra, tutto il fardello organizzativo e le connesse responsabilità siano state scaricate sui singoli Dirigenti scolastici… Nessuna delle significative indicazioni avanzate dalle mobilitazioni spontanee che si sono date ovunque in Italia, nonché dall’attivismo di Priorità alla scuola (coordinamento nazionale di genitori, insegnanti, studenti e personale ATA) sono state raccolte per la messa in moto della macchina scolastica a partire da quella di trasformare la scuola in un importante presidio sanitario con un adeguato e formato personale.

Certificare le vestali della nuova scuola

In questo desolante contesto, però, il concorso straordinario docenti per la Ministra Azzolina si deve fare. A nulla serve la constatazione che, per esigenze epidemiologiche, altri concorsi sono stati rinviati già prima dell’ultima impennata dei contagi da COVID-19. Quel che conta è che resta invariato il concorso per Carabinieri. A dimostrazione che, ad esempio, future/i magistrate e magistrati, o dipendenti del Comune di Roma, sono meritevoli di tutela, ma i e le docenti precari(e) no. Loro non solo vanno utilizzat* in massa, non senza ritardi nell’assunzione (ulteriore problema organizzativo sfuggito alla Ministra Azzolina e al farraginoso e già citato sistema delle GPS), per far ripartire l’anno scolastico, ma nella situazione attuale devono svolgere il concorso, molto spesso dovendo anche raggiungere altre Regioni[7], se vogliono la stabilizzazione del posto, se aspirano ad una loro dignità sociale: tutto il resto non conta. Non conta la pandemia, in termini concreti: chi sarà sfortunatamente in quarantena o in isolamento fiduciario nelle date del concorso semplicemente è stato sfortunato e non lo farà, una sorta di darwiniana selezione naturale insomma.

Non conta neanche la situazione psicologica condivisa da questa tipologia di lavoratori, dopo la DAD forzata e improvvisata imposta loro lo scorso anno scolastico, dopo l’attesa delle convocazioni inconciliabili con la preparazione del concorso, dopo il terrore del contagio non solo per la propria salute e quella dei propri “congiunti”, perché non è prevista alcuna prova suppletiva in caso di COVID-19, né di quarantena forzata, né di isolamento fiduciario.  Non contano le mobilitazioni degli stessi docenti, le voci che si sono alzate, né le rivendicazioni sostenute dall’insieme delle parti sindacali. Per non parlare dell’annoso problema della rappresentanza sindacale dei lavoratori e delle lavoratrici precarie[8].

Tuttavia la necessità del concorso non è davvero messa in discussione da nessuno. Il problema, rebus sic stantibus, è il quando. Poi, politicamente, qualche considerazione merita pure il come. Si avverte infatti la necessità di una ricostruzione degli interessi collettivi in gioco maggiormente consapevole della concretezza della situazione cui versa il precariato della scuola da ormai troppi anni.

Ma sul punto il Ministero è sordo, e procede dritto in maniera autoritaria. “Io insisto molto – ha spiegato Azzolina – perché i concorsi nella scuola si facciano perché in questo modo si assumono veramente i precari rispettando la Costituzione, secondo un principio anche di merito. Sfatiamo il mito che non si possono fare i concorsi. Il giorno 22 ottobre è l’inizio delle prove”[9].

Su questo “principio del merito”, vero e proprio mantra neoliberale[10], che occorre prima spendere qualche breve riflessione. Parola insidiosa e ambigua, il “merito” finisce per giustificare storture sistemiche di non poco conto, facendo per altro serpeggiare l’idea che gli attuali insegnanti precari non siano meritevoli. Non basta una laurea, talvolta master e dottorati e corsi di perfezionamento pagati cari e con i propri risparmi al business della formazione privata per acquisire qualche misero punto in graduatoria, l’acquisizione dei famigerati 24 CFU in materie antropo-psico-pedagogico e nelle metodologie e tecnologie didattiche, l’esperienza accumulata in diversi (o anche molti) anni di attività sul campo. Per attività sul campo, si intende in aula, nella relazione concreta con i colleghi, ma soprattutto con le studentesse e gli studenti. Le e i docenti italian*, “capitale umano” indispensabile per permettere alle scuole di funzionare e garantire un servizio pubblico essenziale, devono dimostrare sempre di più.

Devono sottoporsi ad un concorso per esame – una modalità alquanto tradizionale in beffa alla decantata innovazione di cui vari riformatori recenti si sono vantati – che ha modalità ancora poco chiare, e che comprende come presupposto lo studio di programmi ministeriali sproporzionati, eccessivamente contenutistici, ma anche l’apprendimento delle nuove metodologie didattiche neoliberali (la learnification nel new public management) e in più, ovviamente, continuare a lavora per la scuola che senza loro non potrebbe neanche aprire.

Di questo concorso, cui non esistono motivi ragionevoli per non spostarlo ad emergenza pandemica terminata, è chiara solo la forte matrice ideologica, quella che mira a constatare che gli aspiranti docenti di ruolo abbiamo acquisito realmente gli strumenti per espletare il ruolo di “sacerdoti della scuola neoliberale”. L’insegnamento, infatti, è diventata sempre più una “professione normata” così minuziosamente da anni a questa parte, da schiacciare la libertà di insegnamento (Art. 33 Cost.) dentro il tunnel della somministrazione di test, questionari, INVALSI: dentro il comando del capitale cognitivo gli insegnanti si trasformerebbero in un ingranaggio in grado di ammaestrare la forza lavoro nella maniera più congeniale al mercato, operatori e operatrici addett* a plasmare le soggettività in formazione in senso neoliberale e a controllare le condotte dei discenti. Tale formazione, difatti, assume al cuore del suo progetto le famose “competenze”, che nella traduzione corrente si declinano nel sapere (fare per) essere (produzione di soggettività) dentro la relazione, ma anche in competizione individuale e individualizzata con gli e le altr*, insieme al saper fare e sapere (come fa ben nota di sapere nel suo documento Il coraggio di cambiare il presidente di Confindustria Carlo Bonomi). L’esito delle condotte-competenze raccolte nel portfolio nel tempo come indicato dalle indicazioni e Linee guida nazionali sarà alla base della certificazione de* student* in una scuola sempre più legata agli interessi di un mondo del lavoro profondamente modificato. Senza entrare nel merito delle trasformazioni della scuola che sono dettate dal passaggio di un modello fordista (riconfigurato anche alla luce da decenni di lotte) al modello della scuola del capitalismo cognitivo, in questa sede vogliamo sottolineare come questo passaggio in questo preciso momento si consolida con un salto di violenza simbolica e materiale sulla pelle di migliaia di precar*. Il coraggio di cambiare di Bonomi, infatti, pare a buon titolo sposarsi proprio con l’azione politica di Azzolina, che in una scuola pandemica e accerchiata da più parti non pare mollare minimamente sull’imminente concorso a riprova che il decantato “merito” di cui la Ministra parla ha l’effettivo merito di rappresentare la misura di un cambio di velocità che il capitale ha dettato e che ha proprio al centro il Welfare, e soprattutto la scuola. Perché allora stabilizzare e assicurare dunque tutele ufficiali lavorative a migliaia di vecch* precar* che lavorano da anni nella scuola, quando l’obbiettivo è quello di produrre una nuova soggettività, prima di tutto tra gli stessi insegnanti, che devono essere in grado di dimostrare pubblicamente – attraverso anche le forche caudine di un concorso che ha ormai assunto la forma di una rituale collettivo di umiliazione – di avere introiettato bene ed entusiasticamente la lezione, quella di dover diventare le vestali del merito della scuola del new public management?

Eppure, si diceva, tutt* aspettano un concorso. Non a queste specifiche condizioni, però. Senza considerare che non necessariamente il concorso pubblico deve essere per titoli ed esami, potendosi prevedere, tanto più in situazioni straordinarie, un concorso per soli titoli (come ad esempio avviene per il personale tecnico-amministrativo delle scuole), o anche un concorso per titoli ed esame orale.

O anche una verifica effettiva su un’annualità di servizio, insomma pare che tutt* per questa ammaccata società desiderino insegnanti su cui scaricare frustrazione e umiliazione, mentre al contrario dovrebbe essere una figura professionale significativa: una figura in grado di trasmettere fiducia nel futuro, passione per il sapere critico, autonomia di giudizio e di azione, senso civico e di responsabilità per il prossimo, passione per la “cosa comune”.

In chiusura va dedicata una riflessione al ruolo delle donne in questa battaglia cieca contro l’irrazionalità e l’arroganza di questa Ministra, seppur donna e più in generale alla gestione – sociale – del contesto pandemico. Non è retorico dire che le donne hanno scontato le criticità del lockdown e la sofferenza inflitta dalla pandemia in modo soggettivamente più violento rispetto agli uomini, in particolare quello specifico tipo “maschio bianco etero” che ancora pretende di governare il mondo. Seppur messo a tacere nei contesti mainstream come discorso retorico e risolto con la cessione di quote rosa, la battaglia femminista disvela ad esempio quanto la casa venga riaffermata come perno concreto e simbolico della supposta equivalenza tra donne e attività di cura e riproduzione sociale. Che siano le donne a doversi fare carico di figli e figlie mentre le scuole sono chiuse o in modalità didattica mista è dato per scontato, tanto che anche in ambito lavorativo sono ricorrenti i riferimenti all’inclinazione naturale delle donne al lavoro di cura. Nella scuola poi tali riferimenti si caricano di missione resa inevitabile dall’istinto materno di cui le donne sono portatrici dalla nascita.

E la Ministra e il suo apparato confidano evidentemente in queste “qualità” di genere, visto che le ultime statistiche rispetto alla percentuale di donne impiegate nella scuola supera l’80% del totale.


[1] Cfr. M. R. Marella, G. Marini, L. Nivarra, Editoriale, in Rivista critica del diritto privato, n. 1-2/2020, p. 1 ss.

[2] Si rinvia a R. Pompili, “Una scuola fantastica”, EuroNomade, 22 settembre 2020.

[3] S. Rodotà, Se l’istruzione per tutti diventa un bersaglio, in La Repubblica, 3 marzo 2011, reperibile on-line al link https://www.repubblica.it/scuola/2011/03/03/news/se_l_istruzione_per_tutti_diventa_un_bersaglio-13116097/.

[4] Corte cost., 27-11-1998, n. 383. In dottrina, sul nesso fra organizzazione e diritti costituzionalmente garantiti, cfr. G. Rossi, Principi di diritto amministrativo, Torino, Giappichelli, 2010, p. 111 ss.

[5] Paradigmatico il caso Campania e la parziale marcia indietro che De Luca ha dovuto fare a seguito della chiusura incondizionata di tutte le scuole lo scorso 15 ottobre con l’ordinanza n. 79: ordinanza subito modificata il 16 ottobre, anche su richiesta sindacale, per lasciare aperte almeno nidi ed asili (ordinanza n. 80: http://www.regione.campania.it/assets/documents/ordinanza-n-80-16-10-2020.pdf).

[6] Ciò è sottolineato anche dal Rapporto ISS COVID-19 n. 58/2020 Rev. – Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia. Versione del 28 agosto 2020.

[7] Durante la fase di compilazione della domanda le candidate e i candidati hanno scelto la regione in cui partecipare e in cui otterrà l’immissione in ruolo, facendo attenzione alle aggregazioni territoriali. Il Ministero scrive infatti nell’avviso pubblicato in GU del 29 settembre “Ai sensi dell’art. 400, comma 02, del testo unico, in caso di esiguo numero dei posti conferibili in una data regione, l’USR, individuato nell’Allegato B del D.D. n. 783 dell’8 luglio 2020 quale responsabile dello svolgimento dell’intera procedura concorsuale, provvede all’approvazione delle graduatorie di merito sia della propria regione che delle ulteriori regioni indicate nell’Allegato B medesimo.

Pertanto, i e le precari(e) che abbiano presentato domanda per le regioni per le quali è disposta l’aggregazione territoriale delle prove, espleteranno le prove concorsuali nella regione individuata quale responsabile della procedura concorsuale. Alla faccia delle esigenze epidemiologiche!

[8] D’altronde i sindacati e la loro capacità di incidere per l’effettiva tutela dei lavoratori sono un capitolo a parte nell’attuale storia italiana.

[9] Vedi Concorso straordinario, Azzolina: insisto perché si faccia. 22 ottobre inizio prove e saranno sicure, in OrizzonteScuola.it, 16 ottobre 2020.

[10] Cfr. M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Roma-Bari, Laterza, 2019; e la seconda edizione di V. Pinto, Valutare e punire, Napoli, Cronopio, 2019.

 

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domenica 18 ottobre 2020

L’emiro del Paraculistan. I “prenditori” sono il problema di questo paese - Sergio Cararo

Il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, è andato nuovamente alla carica per accaparrarsi la maggior parte possibile dei fondi statali ed europei messi in cantiere per affrontare la crisi e l’emergenza Covid 19.

Lo aveva fatto da presidente dell’Assolombarda – il vero cuore nero di questo paese – e sin dalla sua investitura a capo degli imprenditori italiani. E qui cominciamo a fare i dovuti distinguo e giocare sulle parole.

Nel nostro paese piuttosto che di “imprenditori” dobbiamo parlare di una razza di “prenditori” voraci e un bel po’ parassitari. Rischiano poco del loro e sono attaccati come cozze ai fondi pubblici dai quali succhiano – e pretendono – tutto, ma sono poco disposti a concedere sul piano salariale, fiscale e degli investimenti.

Quelli che non campano e prosperano attaccati come alla spesa pubblica, appena possono vendono a multinazionali straniere o delocalizzano nei paesi a bassi salari.

Il presidente della Confindustria, ricorrendo alla solita tattica del vittimismo aggressivo – ha denunciato l’aleggiare di uno “spirito anti-imprenditoriale”.

Negli ultimi giorni poi si è guadagnato le prime pagine coniando l’acronimo “Sussidistan” per mettere sulla graticola un governo che ha messo sul piatto bonus e sussidi per le famiglie durante l’emergenza Covid 19, che si trascina l’eredità di misure come Quota 100 o il Reddito di Cittadinanza, ma che ai prenditori ha concesso molto, anche prima, durante e dopo le durissime settimane del lockdown.

Ma Bonomi sa benissimo di aver lanciato in aria un sasso che qualora ricadesse sui piedi potrebbe (e dovrebbe) essere un macigno.

Gran parte dei “prenditori” italiani sanno benissimo di aver ricevuto molto in sussidi pubblici a vario titolo, ma soprattutto di essere diventati società per azioni parassitarie a ricasco della spesa pubblica.

E allora, per mettere sulla graticola l’emiro del Paraculistan (Bonomi) e i suoi sodali o ciambellani, facciamo parlare i dati.

Ad esempio il database della Commissione europea Ameco riferisce nel solo 2019 il nostro Paese ha destinato agli imprenditori circa 20 miliardi tra sussidi, agevolazioni e benefici vari. Una cifra decisamente sottostimata perché il calcolo dovrebbe tenere conto sia dei fondi tra finanziamenti diretti (soldi spesso dati anche a fondo perduto) e finanziamenti indiretti (dal credito d’imposta agli sgravi contributivi e fiscali). Nello stesso anno, al Reddito di Cittadinanza che riguarda alcuni milioni di persone, sono andati solo 7 miliardi.

Tra il 2015 e il 2020 alle imprese sono andati sussidi per più di 50 miliardi in sussidi per incentivare assunzioni, sgravi fiscali, aiuti di ogni genere.

Nei decreti Cura Italia e Rilancio varati durante l’emergenza Covid su un totale di 100 miliardi di euro di risorse messe a disposizione, almeno il 50% è stato destinato alle imprese.

Al Ministero dello Sviluppo Economico esiste una apposita task force dedicata esclusivamente agli incentivi alle imprese. Con flussi di denaro a favore del sistema industriale che, nella migliore delle ipotesi, superano di quasi tre volte il budget stanziato a favore del reddito di cittadinanza (che appunto assorbe circa 7 miliardi).

Ancora più pesanti sono i risultati delle elaborazioni dell’Ufficio studi della Uil. Alle imprese in senso stretto è andato il 48% dei 112 miliardi di euro messi in campo con i recenti decreti governativi, ossia una cifra pari a 53 miliardi, sotto forma di agevolazioni ed esenzioni fiscali, contributi a fondo perduto e garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari. La lista dei sussidi di cui hanno beneficiato i prenditori è piuttosto lunga ed articolata: si va dall’esenzione per tutti del versamento dell’Irap, che costa 4,4 miliardi, ai 2 miliardi di euro di crediti d’imposta fino a 4 miliardi dati in dotazione al Fondo patrimonio Pmi, che deve aiutare a ricapitalizzazione le imprese di medie dimensione.

C’è poi il capitolo dell’accesso al credito: sono stati rifinanziati il Fondo Sace, il Fondo Centrale di Garanzia Pmi e il Fondo Ismea che consentono di ottenere un finanziamento con la garanzia dello Stato. La garanzia pubblica non è detto che si trasformi in un costo effettivo, dipenderà dal debitore, ma lo Stato ha rifinanziato questi fondi con 35 miliardi, attraverso una stima di quanto può essere il tasso di insolvenza dei prestiti. A questi accantonamenti vanno aggiunti i 44 miliardi a valere sul Fondo patrimonio destinato della Cassa Depositi e Prestiti, messo in piedi per ricapitalizzare aziende di grandi dimensioni in difficoltà.

Di fronte a questi dati, noti, conosciuti e conclamati, l’emiro del Paraculistan, Carlo Bonomi, si permette di chiedere la fine dei finanziamenti pubblici per le misure del welfare come il Reddito di Cittadinanza ed altre prestazioni sociali definendole con disprezzo “sussidistan”. Una arroganza che ha costretto anche un politico del Pd moderato come Orlando a sbottare con un: “Quando li prendono gli altri si chiamano sussidi. Quando li prendi tu, contributi alla competitività…”

Non solo. Bonomi, mentre pretende la riduzione delle tasse per le imprese (e già l’ha ottenuta sull’Irap) avanza anche la proposta di fare pagare l’Irpef direttamente ai lavoratori dipendenti in nome della “semplificazione”. Ma occorrerebbe ricordare – e ricordarci- che nel nostro paese il 93% dell’Irpef è pagata proprio dai lavoratori dipendenti e dai pensionati.

Quando nelle settimane del lockdown si era capito che alla guida della Confindustria sarebbe andato un falco come Carlo Bonomi, sapevamo in anticipo lo scenario che avremmo avuto di fronte.

Adesso si tratta solo di scegliere con quale atteggiamento affrontare l’arroganza e la voracità dell’organizzazione dei “prenditori” nel nostro paese: se quello concertativo di Cgil Cisl Uil Ugl che abbiamo visto fino ad oggi con risultati devastanti o se ci mettiamo per traverso con una opposizione frontale che ridia senso e dignità ad una visione di classe nei rapporti sociali in questo paese.

Bonomi lo definisce “spirito anti-imprenditoriale” perché gli fischiano le orecchie. E’ tempo che quel fischio torni ad essere quello del vento.

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/18881-sergio-cararo-l-emiro-del-paraculistan-i-prenditori-sono-il-problema-di-questo-paese.html